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03 febbraio @ 20:15:00 EST
LA VERA ARMA LETALE DI TEHERAN
DI MARTIN WALZER
UPI editor
La prospettiva di un fungo atomico che si innalza nel deserto di Dash-e-lut, in
Iran, può non essere la maggior minaccia iraniana alla stabilità internazionale.
Nel prossimo avvenire un esperimento atomico riuscito con armi nucleari da parte
dell’Iran può rivelarsi meno stabilizzante di una semplice iniziativa economica
sul libero mercato come quella che, si dice, l’Iran sta per lanciare il prossimo
marzo.
Teheran vuole aprire una nuova borsa petrolifera, per scambiare i vari prodotti
petroliferi e potenzialmente, aprire anche un mercato sui futures. Gli operatori
potrebbero vendere e comprare partite di petrolio e gas, come avviene
attualmente nell’ International Petroleum Exchange (IPE) di Londra o la NYTMEX
di New York.
Però vi è una differenza: gli scambi avverranno in euro, e non in dollari, e il
prezzo del petrolio non si riferirà al West Texas Intermediate o al Brent Crude
(del Mare del Nord) ma, invece, al petrolio prodotto nel golfo persico.
E allora? Sembra una variazione di poco conto, e anzi utile, dal momento che il
ventaglio di scelte a disposizione dei vari operatori e consumatori viene
ampliato, del resto in linea con quanto raccomandato da Adam Smith, il padre del
moderno capitalismo nel 18 secolo.
Non è così. Perché una tale operazione rappresenta per l’economia americana un
colpo molto più devastante di quanto lo possa essere la capacità iraniana di
produrre una bomba atomica, che oggi, e nel prossimo futuro, è totalmente priva
di credibilità fino a quando non si otterranno dimensioni, affidabilità e
stabilità tali da poterla puntare contro un qualsiasi prevedibile obiettivo
strategico.
La relazione esistente fra petrolio e dollaro è molto intima e importante, e
garantisce alla moneta americana, sotto il profilo della profittabilità, in
quanto valuta monetaria mondiale di riserva, uno status veramente privilegiato.
La prospettiva di una borsa petrolifera alternativa apre la possibilità all’Iran
di essere arbitro fra euro e dollaro, senza contare un eventuale risparmio sul
costo del petrolio futuro.
A questo punto se il petrolio può essere denominato in più di una valuta allora
perché non poterlo denominare anche in altre monete? Perché non denominarlo
anche in Yen giapponese, o Yuan cinese, che alla fine dei conti è il secondo
importatore di petrolio al mondo?
Insomma, perché non farla finita con il monopolio del potente dollaro?
Una mossa simile non sarebbe ben accolta a Washington, che ha già reagito
rapidamente, con la caduta di Baghdad nel 2003, all’impudente mossa di Saddam
che si era messo a vendere petrolio in cambio di euro, anzichè di dollari. Il
grande vantaggio di essere la moneta mondiale di riserva consiste nel fatto che,
se tutto va male, il Tesoro americano può pagare le proprie importazioni di
petrolio semplicemente stampando più carta moneta.
Naturalmente esistono dei limiti alla propensione americana di far perdere il
valore della propria moneta, come si è visto nel 1973 con il primo grande rialzo
dei prezzi da parte dell’OPEC, quando il prezzo per barile si triplicò. Tale
mossa viene comunemente attribuita alla decisione politica dell’Arabia Saudita e
ad altri produttori arabi di petrolio di punire gli USA per il loro decisivo
aiuto a Israele nella guerra dello Yom Kippur. In parte ciò è vero, ma la
decisone cruciale dell’OPEC fu il risultato diretto della decisione del
presidente Nixon, il 15 agosto, di sganciare il dollaro dall’oro.
Il dollaro perse di valore e i paesi dell’OPEC venivano pagati con moneta
svalutata. Così nella riunione di Beirut, il 22 settembre, l’OPEC adottò la
risoluzione XXV:140, con la quale si decideva di intraprendere “ogni azione
necessaria… per contrastare gli effetti negativi derivanti dalla decisione del
15 agosto in relazione al valore di ogni barile di petrolio prodotto dai vari
paesi.”
Si proclamò inoltre per la prima volta, da parte dello Sceicco Zaki Yamani,
ministro del petrolio saudita, la possibilità di utilizzare l’ultima arma
rimasta: un embargo sul petrolio.
A causa delle dimensioni mostruose dell’attuale deficit commerciale e di
bilancio americano, rinforzato dalla decisione di Bush di rendere permanenti i
tagli alle tasse, la maggior parte del mondo finanziario odierno è in attesa di
una altra, simile, svalutazione del dollaro. La settimana scorsa il professor di
Harvard Marty Feldstein, ha scritto sul Financial Times, che sulla base delle
svalutazioni 1985-87 Louvre and Plaza, il dollaro dovrebbe essere svalutato del
40% e anche più.
Il mercato semplicemente non sa quando ciò accadrà. Ma se ciò dovesse accadere
dopo l’avvio a regime della borsa iraniana, allora chi avrebbe scommesso sullo
scambio dollaro-euro, sul mercato dei futures di Teheran, si troverebbe con una
bella sommetta in tasca.
Il piano quinquennale di Teheran prevede che la borsa si apra quest’anno. Il
Teheran Times del 26 luglio ha riferito che è stata concessa l’autorizzazione
finale. Mohammad Javad Asemipour, il tecnocrate ed ex ministro del petrolio che
è stato incaricato di avviare la borsa, ha effettuato una serie di discreti
viaggi esplorativi a Londra, Francoforte, Mosca e Parigi.
Proprio dopo Natale la Iran Labor News Agency lo ha citato dicendo che: “un tale
avvenimento (la borsa) offrirebbe il vantaggio, fra gli altri, di consentire la
trasparenza di tutte le transazioni petrolifere.” In quanto sarebbe consentito
“ai vari operatori di accedere alle informazioni necessarie per consentire
uguali opportunità di commercio per tutti.”
Asemipour è un tipo piuttosto elusivo, che però sembra convinto che l’Iran possa
giocare sulla contrapposizione fra europei e americani, fra euro e dollaro.
Proprio un anno fa era stato citato sul quasi ufficiale Iran Daily a proposito
degli europei che avevano condotto un “magnifico gioco” con gli USA durante gli
anni delle sanzioni, quando avevano partecipato in Iran a vari progetti
economici, particolarmente nel settore dell’energia.
“In questo gioco gli europei avevano fatto finta di stare dalla parte degli
americani, mentre invece erano impegnati in vari affari provocando una specie di
concorrenza agli americani. Però, in pratica, essi avevano perseguito quelli che
erano i loro interessi.” Non mancano infatti vari funzionari americani che
nutrono simili sospetti riguardo a Francia e Germania, anche se tutti, al
momento, sembrano concordi nel guardare con preoccupazione alle ambizioni
nucleari di Teheran.
Adesso c’è da chiedersi se la borsa di Teheran, se e quando si aprirà, avrà
successo, tenuto conto che un’idea simile attuata in Dubai in passato è fallita.
Però allora il prezzo del petrolio non aveva raggiunto i 65 dollari al barile, e
i soci del Dubai non avevano ancora rinunciato a considerare l’Iran come un
potenziale nemico invitandolo, come osservatore, alle proprie riunioni. Cioè
prima che il mondo arabo cominciasse a giudicare che, quali che fossero le reali
intenzioni di Washington, il vero vincitore della guerra in Irak fosse stato
proprio l’Iran.
Il mondo può essere sul punto di cambiare molto più velocemente di quanto
possiamo immaginare, con o senza gli esperimenti nucleari dell’Iran. Ci sono
altre armi, probabilmente più devastanti, che possono colpire, proprio là dove
fa più male, un’America finanziariamente vulnerabile.
Martin Walzer
Fonte:www.informationclearinghouse.info
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/article11653.htm 2
23.01.06
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1790&mode=&order=0&thold=0
IL PROGETTO DELLA BORSA PETROLIFERA IRANIANA
Postato il Giovedì, 02 febbraio @ 20:00:00 EST
La Borsa petrolifera iraniana accellererà il crollo dell’impero americano.
DI KRASSIMIR PETROV. Ph.D.
I. Economia degli imperi
Ogni stato nazionale impone le tasse ai propri cittadini, mentre ogni impero le
impone agli altri stati nazionali. La storia degli imperi del passato, da quello
greco e romano, a quello ottomano e britannico, ci insegna che il fondamento
economico degli imperi è rappresentato dal sistema di tassazione imposto alle
altre nazioni. Un impero può pretendere la riscossione delle tasse in virtù
della sua maggiore solidità economica e quindi della sua superiore forza
militare. Una parte delle tasse dei sudditi servono a migliorare le condizioni
di vita dell’impero; l’altra parte va a rafforzare il dominio militare
necessario per assicurarsi la riscossione delle tasse.
Nel corso della storia, le tasse imposte alle nazioni sottomesse potevano
prendere forme diverse - di solito si trattava di oro e di argento, laddove
questi metalli erano considerati monete di scambio, ma anche di schiavi, di
soldati, di raccolti, di bestiame, o di altre risorse agricole o naturali, in
base alle esigenze economiche dell’impero e alle possibilità degli Stati
sudditi. Storicamente, la tassazione imperiale è sempre stata di tipo diretto:
lo Stato suddito consegnava i beni economici direttamente all’impero.
Nel 20° secolo, per la prima volta nella storia, l’America è riuscita a tassare
il mondo in modo indiretto, attraverso l’inflazione. A differenza di tutti gli
imperi precedenti, non ha imposto il pagamento delle tasse in modo diretto, ma
ha distribuito la propria valuta fiat [cartamoneta statale non convertibile], il
dollaro statunitense, alle altre nazioni, in cambio di merci, con l’intento di
provocare l’inflazione e la svalutazione di quei dollari e di far corrispondere
poi ad ogni dollaro un numero inferiore di beni economici - la differenza così
ottenuta equivale alla tassa imperiale degli Stati Uniti. Ecco come è avvenuto
tutto ciò.
All’inizio del 20° secolo, l’economia statunitense iniziò a dominare l’economia
mondiale. Il dollaro statunitense era legato all’oro, affinché il prezzo del
dollaro non aumentasse né diminuisse, ma rimanesse corrispondente alla stessa
quantità di oro. La Grande Depressione, con la precedente inflazione
verificatasi dal 1921 al 1929 ed il successivo deficit del governo che aveva
speculato al rialzo, aveva sostanzialmente aumentato la quantità di valuta in
circolazione, rendendo così impossibile la convertibilità dei dollari
statunitensi in oro. Tutto ciò indusse nel 1932 Roosevelt a sganciare il dollaro
dall’oro. Fino ad allora gli Stati Uniti avevano dominato l’economia mondiale,
ma come forza economica e non ancora come forza imperialista. Il valore fisso
del dollaro non avevo permesso agli Americani di trarre vantaggi economici dagli
altri Paesi che venivano riforniti di dollari convertibili in oro.
(L’ ambasciatore del Canada presso gli Stati Uniti,Lester B. Pearson sigla
l’accordo di Bretton Woods - 28 dicembre 1945)
Dal punto di vista economico, l’impero americano è nato con Bretton Woods nel
1945. Non era possibile convertire completamente il dollaro americano in oro, ma
lo si poteva convertire in oro soltanto per i governi stranieri. In tal modo il
dollaro venne riconosciuto come valuta di riserva del mondo. Questo fu possibile
perché durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano fornito i
loro alleati di provviste, richiedendo l’oro come mezzo di pagamento,
accumulando così significative percentuali dell’oro mondiale. Un impero non
sarebbe stato possibile se, dopo l’accordo di Bretton Woods, le riserve di
dollari fossero stati limitate e proporzionate alla disponibilità di oro, in
modo da poter convertire tutti i dollari in oro. Ma la politica “burro e
cannoni” degli anni Sessanta fu di tipo imperialista: le riserve di dollari
vennero incessantemente incrementate per finanziare il Vietnam e il programma
Great Society del presidente Lyndon B. Johnson. La maggior parte di quei dollari
vennero consegnati agli stranieri in cambio di beni economici, senza la
possibilità di poterli poi ripagare per lo stesso valore. L’aumento delle
riserve di dollari da parte degli stranieri con il deficit commerciale
persistente degli Stati Uniti fu l’equivalente di una tassa – più o meno come la
classica tassa dell’inflazione che un Paese impone ai propri cittadini, questa
volta una tassa dell’inflazione che gli Stati Uniti imponevano sul resto del
mondo.
Negli anni 1970-1971 le nazioni straniere pretesero che i loro dollari venissero
convertiti in oro, ma il 15 agosto 1971 il governo degli Stati Uniti venne meno
al pagamento. Mentre la versione ufficiale parlava di "sganciare il dollaro
dall’oro", in realtà il rifiuto di convertire in oro equivaleva ad una
dichiarazione di bancarotta del governo degli Stati Uniti. In pratica gli Stati
Uniti si auto-proclamavano un impero. Essi avevano spillato un’enorme quantità
di beni economici dal resto del mondo, senza avere alcuna intenzione né la
possibilità di restituirli, ed il mondo restava impotente a guardare – il mondo
era stato tassato e non poteva farci niente.
Da questo momento in poi, per sostenere l’impero americano e continuare a
tassare il resto del mondo, gli Stati Uniti dovevano costringere il mondo a
continuare ad accettare i dollari sempre più deprezzati in cambio di beni
economici e far sì che il mondo possedesse un numero sempre crescente di questi
dollari svalutati. Si doveva però dare al mondo una motivazione economica per
far sì che si accumulassero queste riserve di dollari,e la ragione fu il
petrolio.
Nel 1971, man mano che diventava sempre più chiaro che il governo degli Stati
Uniti non sarebbe stato in grado di convertire i suoi dollari in oro, esso
stipulò un accordo inviolabile negli anni 1972-73 con l’Arabia Saudita per
appoggiare il potere della Casa di Saud in cambio della promessa che essi
avrebbero accettato soltanto dollari statunitensi in cambio del loro petrolio.
Anche il resto dell’OPEC seguì l’esempio, accettando soltanto dollari. Dato che
il mondo doveva acquistare il petrolio dai Paesi arabi produttori, ecco quindi
trovata la ragione per indurre a conservare i dollari come moneta di pagamento
per il petrolio. E dato che il mondo aveva bisogno di sempre crescenti quantità
di petrolio ad un prezzo sempre più alto, la domanda mondiale di dollari sarebbe
potuta soltanto aumentare. Anche se non sarebbe stato più possibile convertire i
dollari in oro, adesso essi erano convertibili in petrolio.
La sostanza economica di tale accordo consisteva nel fatto che in tal modo il
dollaro aveva come garanzia il petrolio. Fino a quando le cose sarebbero rimaste
così, il mondo avrebbe dovuto accumulare un numero sempre crescente di dollari,
per poter comprare il petrolio. Fino a quando il dollaro restava l’unica moneta
di pagamento consentita per comprare il petrolio, il suo predominio globale
sarebbe stato assicurato e l’impero americano avrebbe potuto continuare a
tassare il resto del mondo. Se ora, per una qualche ragione, il dollaro perdesse
la garanzia del petrolio, l’impero americano cesserebbe di esistere. Così, la
sopravvivenza dell’impero ha imposto che il petrolio venga venduto soltanto in
cambio di dollari. Inoltre ha preteso che le riserve di petrolio si trovino
distribuite presso stati sovrani tra loro diversi non abbastanza potenti né dal
punto di vista politico né da quello militare tanto da poter esigere monete
diverse per il pagamento del loro petrolio. Se qualcuno richiedesse una diversa
forma di pagamento, lo si dovrebbe persuadere a cambiare idea, sia con la
pressione politica che con i mezzi militari.
Colui che infatti ha preteso di essere pagato in euro per il suo petrolio è
stato proprio Saddam Hussein nel 2000. All’inizio, la sua richiesta era stata
considerata ridicola, poi accolta con noncuranza, ma quando è apparso chiaro che
Saddam faceva sul serio, si è esercitata la pressione politica per fargli
cambiare idea. Quando altri Paesi, come l’Iran, hanno espresso la volontà di
farsi pagare con altre valute, in particolare con l’euro e lo yen, il pericolo
per il dollaro è allora diventato imminente, e si è passati a considerare
un’azione punitiva. La Shock-and-Awe [la strategia militare “colpisci e
terrorizza”] di Bush in Iraq non aveva niente a che vedere con gli armamenti
nucleari di Saddam, né con la difesa dei diritti umani, né col desiderio di
diffondere la democrazia, e neppure con il desiderio di volersi accaparrare i
campi di petrolio; si trattava invece di salvaguardare il dollaro, ergo
salvaguardare l’impero americano. Si trattava di dare un esempio a chiunque
pretendesse il pagamento in valute diverse dal dollaro statunitense, mostrando
come un tal gesto sarebbe stato punito.
In molti hanno criticato Bush per avere mosso guerra contro l’Iraq allo scopo di
conquistare i campi di petrolio iracheni. Ma questi critici non riescono a
spiegare il motivo per cui Bush dovrebbe volere impossessarsi di quei campi – a
lui basterebbe semplicemente stampare dollari senza preoccuparsi di niente ed
usarli per prendersi tutto il petrolio del mondo che vuole. Deve avere avuto
qualche altro motivo per invadere l’Iraq.
La storia insegna che un impero dovrebbe andare in guerra per una delle seguenti
ragioni: (1) per auto-difesa o (2) per ricavare dei benefici dalla guerra;
altrimenti, come Paul Kennedy illustra nella sua opera magistrale The Rise
and Fall of the Great Powers (“Ascesa e declino delle grandi potenze”
Garzanti Libri 1999) , un eccessivo sforzo militare prosciugherebbe le sue
risorse economiche, accelerandone la caduta. Dal punto di vista economico,
affinché un impero intraprenda e conduca una guerra, sulla bilancia i benefici
ottenuti devono avere un peso maggiore rispetto ai costi militari e sociali
richiesti. I benefici ricavabili dai campi di petrolio iracheni difficilmente
valgono i costi a lungo termine di una guerra pluriennale. Invece, Bush deve
essere andato in guerra contro l’Iraq per difendere il suo impero. Infatti,
proprio questo è il caso: due mesi dopo che gli Stati Uniti avevano invaso
l’Iraq, il programma Oil for Food venne terminato, i conti iracheni in euro
vennero cambiati subito di nuovo in dollari ed il petrolio venne venduto ancora
una volta soltanto in dollari statunitensi. Il mondo non poteva più comprare il
petrolio dall’Iraq in euro. La supremazia globale del dollaro venne ancora una
volta ristabilita. Bush scese vittorioso da un caccia dichiarando che la
missione era stata compiuta - egli aveva difeso con successo il dollaro
statunitense, e quindi l’impero americano.
II. La Borsa petrolifera iraniana
Alla fine il governo iraniano ha sviluppato la più potente delle armi “nucleari”
in grado di distruggere velocemente il sistema finanziario su cui sta puntellato
l’impero americano. Quest’arma è la Borsa petrolifera iraniana, la cui apertura
è programmata per il marzo 2006. La Borsa si baserà su un meccanismo del
commercio del petrolio in euro che naturalmente implicherà il pagamento del
petrolio con l’euro. In termini economici, ciò costituisce una ben più grande
minaccia all’egemonia del dollaro rispetto a quella rappresentata da Saddam,
perché in tal modo si permetterà a chiunque desideri o comprare o vendere il
petrolio in euro di effettuarvi le transazioni, raggirando così del tutto il
dollaro statunitense. Se ciò accade, allora è probabile che quasi tutti saranno
desiderosi di adottare il sistema petrolio-euro:
Gli Europei non dovranno più comprare e conservare dollari al fine di
assicurarsi la moneta di pagamento per il petrolio, perché potrebbero pagarlo
con la propria valuta.L’adozione dell’euro per le transazioni del petrolio
fornirà alla valuta europea il prestigio di essere una riserva monetaria, il che
benificerà gli Europei a discapito degli Americani.
I Cinesi ed i Giapponesi saranno particolarmente desiderosi di
adottare il nuovo cambio, perché ciò consentirà loro di diminuire drasticamente
le loro enormi riserve di dollari e di diversificarle con gli euro,
proteggendosi in tal modo dalla svalutazione del dollaro. Una parte di questi
dollari continuerà ad essere da loro conservata; mentre essi potrebbero
benissimo decidere di cestinare una seconda parte delle loro riserve di dollari;
e poi di utilizzare una terza parte dei loro dollari per i futuri pagamenti
senza reintegrare le proprie riserve di dollari, ma accumulando riserve di euro.
I Russi hanno intrinseci interessi economici nell’adozione dell’euro – la
maggior parte dei loro affari commerciali avviene con i Paesi europei, con i
Paesi esportatori di petrolio, con la Cina e con il Giappone. L’adozione
dell’euro privilegerà subito i primi due blocchi di Paesi e col tempo faciliterà
il commercio con la Cina ed il Giappone. Inoltre, a quanto pare, i Russi
detestano conservare i dollari che si stanno deprezzando, dato che hanno di
recente scoperto la loro nuova venerazione per l’oro. I Russi hanno anche
risvegliato il loro nazionalismo, e se abbracciare l’euro significherà sferrare
un duro colpo agli Americani, lo faranno con piacere, compiacendosi di vedere
gli Americani dissanguarsi.
I Paesi Arabi esportatori di petrolio adotteranno con entusiasmo l’euro
come mezzo per diversificare i propri investimenti al posto delle montagne
crescenti di dollari svalutati. Proprio come i Russi, i loro affari commerciali
sono principalmente con i Paesi europei, e quindi preferiranno la valuta europea
sia per la sua stabilità sia per evitare il rischio valuta, per non parlare
della loro jihad contro il Nemico Infedele.
I Britannici saranno gli unici a trovarsi tra l’incudine e il martello. Essi
hanno da sempre una partnership strategica con gli Stati Uniti, ma al tempo
stesso subiscono naturalmente l’attrazione da parte dell’Europa. Finora hanno
avuto molte ragioni per stare dalla parte dei vincitori. Però, vedendo il
proprio partner secolare crollare, resteranno saldi al suo fianco o gli
infliggeranno il colpo di grazia? E poi, non si dovrebbe dimenticare il fatto
che al momento le due principali borse del petrolio sono il NYMEX di New York e
l’International Petroleum Exchange (IPE) [Borsa internazionale del petrolio] di
Londra, anche se entrambi sono in realtà in mano agli Americani. Sembra quindi
più probabile che i Britannici si troveranno ad sprofondare giù insieme con
tutta la barca, perché altrimenti danneggerebbero i loro stessi interessi nella
IPE di Londra e sarebbe per loro come spararsi sui piedi. E’ qui il caso di
notare che nonostante tutta la retorica riguardo alle ragioni per far
sopravvivere la sterlina, è molto più verosimile che il motivo per cui i
Britannici non hanno adottato l’euro sia stato il fatto che gli Americani devono
avere esercitato molte pressioni su di loro per evitarlo: se ciò fosse avvenuto,
l’IPE di Londra sarebbe dovuto passare all’euro, infliggendo così una ferita
mortale al dollaro ed al loro partner strategico.
Ad ogni modo, non importa ciò che i Britannici decideranno, nel caso la Borsa
petrolifera iraniana dovesse prendere velocità, gli interessi in ballo – cioè
quelli degli Europei, dei Cinesi, dei Giapponesi, dei Russi e degli Arabi –
porteranno ad adottare con entusiasmo l’euro, segnando così il destino del
dollaro. Gli Americani non possono permettere che ciò accada, e, se necessario,
useranno tutta una vasta gamma di strategie per fermare od ostacolare l’entrata
in funzione della Borsa:
Il sabotaggio della Borsa – sotto forma di un virus che colpisca i
computer, di un attacco ai network, alle comunicazioni o ai server, di varie
violazioni alle protezioni dei server, o di un attacco del tipo dell’11
settembre ai danni dei servizi principali e di sostegno.
Il colpo di stato – si tratta di gran lunga della migliore strategia a
lungo termine a disposizione degli Americani.
La negoziazione dei termini accettabili e delle limitazioni – ecco
un’altra eccellente soluzione per gli Americani. Naturalmente, un colpo
governativo è chiaramente la strategia preferita, dato che assicurerebbe la
mancata entrata in funzione della Borsa, evitando così del tutto ogni possibile
minaccia agli interessi americani. Ma, nel caso in cui un tentativo di
sabotaggio o di colpo di stato fallisse, allora è chiaro che la negoziazione
sarebbe la seconda migliore opzione a disposizione.
Una risoluzione congiunta di guerra dell’ONU – senza dubbio difficile da
ottenere se si considerano gli interessi di tutti gli altri Stati membri del
Consiglio di Sicurezza. Ovviamente la febbricitante retorica sulle armi nucleari
sviluppate dagli Iraniani serve a preparare la strada per questo tipo di azione.
Un attacco nucleare unilaterale – si tratta di una terribile scelta
strategica per tutte le ragioni connesse alla successiva strategia, la guerra
totale unilaterale. Probabilmente gli Americani si serviranno di Israele per
fare il loro sporco gioco nucleare.
La guerra totale unilaterale – è ovviamente la peggiore scelta
strategica. Innanzitutto, le risorse militari statunitensi sono già state
stremate da due guerre. In secondo luogo, gli Americani continueranno ad
alienarsi le altre nazioni potenti. In terzo luogo, i principali Paesi
possessori di riserve di dollari potrebbero decidere di fare una rappresaglia in
modo silenzioso, cestinando le proprie montagne di dollari, impedendo così agli
Stati Uniti di finanziare ulteriormente le proprie ambizioni militari.
Infine, l’Iran ha alleanze strategiche con altre nazioni potenti che potrebbero
reagire entrando in guerra; a quel che si dice l’Iran ha stretto un’alleanza con
la Cina, l’India e la Russia, nota come lo Shanghai Cooperative Group, chiamata
anche semplicemente Shanghai Coop, ed un patto a parte con la Siria.
Qualunque sarà la scelta strategica adottata, da un punto di vista puramente
economico, nel caso la Borsa petrolifera iraniana dovesse prendere il via, essa
verrà accolta con entusiasmo dalle principali potenze economiche, accelerando la
fine del dollaro. Il crollo del dollaro farà aumentare drammaticamente
l’inflazione negli Stati Uniti, facendo salire i tassi di interesse a lungo
termine statunitensi. A questo punto, la Fed [Federal Reserve: la riserva
federale] si troverà come tra Scilla e Cariddi – tra deflazione e iperinflazione
– presto costretta a fare una scelta difficile: o prendere la “classica
medicina” della deflazione, con cui si alzano i tassi di interesse, portando
così ad una grave depressione economica, al collasso del settore immobiliare e
ad una implosione dei bond, delle azioni e dei mercati derivati, con un crollo
finanziario totale, oppure, come alternativa, seguire la strada di Weimar
dell’inflazione, con la quale si stabilizza il reddito delle obbligazioni a
lungo termine, si sollevano gli elicotteri e si affoga il sistema finanziario
nella liquidità, rilevando numerosi LTCM [Long-term Capital Management hedge
funds: fondi gestione dei capitali a lungo termine] e iperinflazionando
l’economia.
La teoria austriaca dei cicli economici del denaro e del credito ci insegna che
non c’è via di mezzo tra Scilla e Cariddi. Prima o poi, il sistema monetario
dovrà propendere per una o per l’altra di queste vie, costringendo la Fed a fare
la propria scelta. Non c’è alcun dubbio che il Comandante in capo Ben Bernanke,
un noto studioso della Grande Depressione ed un esperto pilota di elicotteri
Black Hawk, sceglierà la via dell’inflazione. “Helicopter Ben” [“Elicottero Ben”
soprannome di Ben Bernanke], immemore dell’America's Great Depression di
Rothbard, ha nondimeno imparato a fondo la lezione della Grande Depressione e
del potere annichilente delle deflazioni. Il maestro gli ha insegnato la panacea
per ogni problema finanziario – l’inflazione, sempre e comunque, accada quel che
accada. Egli ha persino insegnato ai Giapponesi le sue tecniche non
convenzionali ma ingegnose per combattere la trappola della liquidità causata
dalla deflazione. Come il suo mentore, egli ha sognato di lottare contro un
inverno di Kondratieff. Per evitare la deflazione, egli ricorrerà alle rotative
tipografiche del Tesoro; richiamerà tutti gli elicotteri dalle 800 basi militari
statunitensi d’oltreoceano; e, se necessario, monetizzerà tutto ciò che è
possibile. La sua ultima impresa sarà la distruzione iperinflazionistica della
valuta americana, dalle cui ceneri risorgerà la nuova valuta di riserva del
mondo – quella barbara reliquia chiamata oro.
Krassimir Petrov, Ph.D*.
Fonte: www.gold-eagle.com
Link: http://www.gold-eagle.com/editorials_05/petrov011606.html
15.01.06
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PIXEL
Letture consigliate
William Clark "The Real Reasons for the Upcoming War in Iraq"
William Clark "The Real Reasons Why Iran is the Next Target"
*Krassimir Petrov (Krassimir_Petrov@hotmail.com) ha ottenuto il Ph. D.
[Dottorato di ricerca] in Economia presso la Ohio State University ed
attualmente insegna Macroeconomia, Finanza Internazionale ed Econometria presso
l’American University in Bulgaria. Ha intenzione di proseguire la sua carriera a
Dubai o negli Emirati Arabi Uniti.