| RASSEGNA STAMPA |
Gino Strada: uccidere per garantire il tenore di vita degli occidentali?
Il Manifesto 9 settembre 2004
RAPIMENTI, SERVIZI, GUERRA
Noi pacifisti
nell'inferno di Baghdad
Tre
ipotesi per spiegare l'operazione che ha portato al sequestro delle due
italiane e dei due iracheni. Come si risponde? Come si ridà
la parola al popolo dell'arcobaleno? Non con l'unità nazionale, la stessa che
ci ha portato in guerra con la menzogna dell'aggettivo «umanitaria»
GINO STRADA
L'ultima puntata dell'orrore iracheno - il rapimento di
operatori umanitari - pone domande non più eludibili. Servono analisi e
proposte: dobbiamo capire e agire, e in fretta. L'ultimo rapimento di Baghdad
non è stato un fatto «occasionale», favorito da circostanze, da occasioni che
lo hanno reso possibile. E' stato preparato, organizzato, premeditato, voluto.
Perché? E' possibile che Simona Torretta e Simona Pari siano state rapite in quanto italiane. Nel settembre del 2002 venne lanciata
in Italia la campagna «Fuori l'Italia dalla guerra». Si disse, allora, che il
ripudio della guerra sarebbe stato un atto di etica e di civiltà, oltre che di
rispetto per
Oppure il senso dell'ultimo odioso atto è un altro? In Cecenia, nel paese che «l'amico Vladimir» ha ridotto a un
cumulo di macerie il governo russo decise alcuni anni fa di non volere
testimoni scomodi, possibili fonti di informazioni sgradite. L'assassinio di
sei operatori umanitari della croce rossa internazionale - freddati nel sonno a
Grozny con pistole col silenziatore - ebbe l'effetto
di far evacuare dalla Cecenia tutte le organizzazioni
umanitarie. Obiettivo raggiunto. E se così fosse anche ora? Se questa fosse la
strategia prodotta dagli ultimi eventi, dal rapimento dei due giornalisti
francesi, dall'assassinio di Enzo Baldoni? Non ci
sarebbe da stupirsi. Chi fa il tiro a segno sui civili, chi spiana villaggi con
le bombe, chi ha creato Abu Ghraib
(e Guantanamo) non vede certo di buon occhio la
presenza in Iraq di operatori di pace, né di giornalisti che non siano embedded. Rendere la loro scomoda presenza sempre più a rischio, perfino
eliminarla: può essere benissimo l'obiettivo dell' «amico George»,
come lo è stato per l'amico Vladimir. «Non disturbate il manovratore». E via
tutti. E' successo in Cecenia, è successo in
Afghanistan, e lo stesso tentativo potrebbe essere in atto in Iraq. Ciò
implicherebbe, naturalmente, dirette e pesanti responsabilità dei servizi Usa e
probabilmente anche dei paesi che sostengono l'aggressione statunitense,
inglesi e italiani in prima fila. Nel mondo dei servizi segreti, chi fa che
cosa e chi sta con chi non è mai chiaro. Ne sia dimostrazione il fatto che
tutti i servizi si vantano di avere confidenti informatori e spie nel campo
avverso, il che vuol dire che sono tutti
permeabili, manovrabili.
Ma c'è anche un'altra ipotesi. Che il tiro a segno e il
rapimento di persone di pace siano, semplicemente, un altro sintomo -
gravissimo e con prognosi infausta - del cancro della guerra. Altro che civiltà
e democrazia: quello cui stiamo assistendo in Iraq è un tragico e deprimente esempio
di barbarie. E' una guerra dove opera, con significativa frequenza, anche il
terrorismo kamikaze. Se ne parla comunque
troppo poco, e non a caso. Non si tratta di un elemento «tecnico» - chi non ha
a disposizione aerei senza pilota, finisce col fare da pilota a una cintura
imbottita. C'è molto di più. C'è la decisione in molti di considerare la
propria vita «a perdere», di uccidersi mentre uccide. Quando si arriva a quel
punto, quando non si ha più alcun rispetto per la propria vita, perché dovrebbe
interessare il destino di chiunque altro? Quella che si innesca è allora una
catena di disumanità, ferocia, odio. Ogni chiave di lettura ha un senso, e
forse non c'è una ragione soltanto. Per certo,
lo scenario che abbiamo davanti é agghiacciante. Siamo entrati in un tunnel: ci
ritroviamo in mezzo a una guerra pericolosissima che la maggior parte dei
cittadini non vuole per molte ragioni, per esempio perché è un film già visto e
non a lieto fine. Invece noi, oggi, ci siamo dentro, ci ha portato il «club degli
amici».
Non sono stati i soli, purtroppo. A favore della aggressione
all'Afghanistan votò oltre il 90% dei parlamentari, e ancora oggi alcuni leader
di coloro che si preparano - o aspirano - a governare (il termine «opposizione»
mi sembra davvero fuori luogo) rivendicano la giustezza di quella decisione.
Prima di questo governo di centrodestra, ci aveva portato in guerra il governo
di centrosinistra. E in un modo ancora più devastante, se non altro per le
coscienze. Siamo stati trascinati in una guerra «umanitaria». Non si è trattato
solo di una menzogna volgare; la teoria della guerra umanitaria di dalemiana memoria è la più vigliacca espressione di
razzismo. Perché autorizza in nome dei diritti umani a uccidere altri esseri
umani considerati evidentemente inferiori, visto che non si pensa a proteggere
i loro diritti umani, primo tra tutti quello
di essere vivi e di restarci il più a lungo possibile. Una volta
formulata e praticata, la «guerra umanitaria» è una rottura con il pensiero
sociale e civile degli ultimi due secoli, e trova compimento e sviluppo nella
«guerra preventiva». Se è lecito uccidere per i diritti umani, perché non farlo
per gli interessi nazionali o per garantire il tenore di vita dei cittadini
Usa? Anche interessi nazionali e tenore di vita sono, in fondo, «diritti
umani». E se è lecito ammazzare, perché aspettare? Lo si faccia il prima
possibile, nel modo (per loro) più indolore ed efficiente.
Uniti nel portarci in guerra. E oggi uniti «contro il
terrorismo». Uniti nel raccontarci la bugia più grande, che la guerra sia
qualcosa di diverso dal terrorismo, e il terrorismo dalla guerra. La chiamano
«unità nazionale». La definirei piuttosto una sintonia di casta, come successe
ai tempi della guerra contro l'Afghanistan. Il paese invece, i cittadini, sono
perlopiù da un'altra parte, non credo proprio siano d'accordo sull'essere in
guerra. Ma è la casta a decidere. Nel nostro paese c'è ormai così poca
democrazia che nessuno pensa di consultare i cittadini sulla decisione più
importante che pone a rischio la loro stessa vita: la guerra o la pace. Come la
pensano gli italiani? Perché non ce lo chiedono? Sarebbe semplice ma non credo
succederà, la casta non ama rischiare brutte sorprese.
Il movimento per la pace è chiamato oggi a un compito decisivo:
elaborare nuove forme di organizzazione dei cittadini e nuove strategie, perché
in Italia possa tornare a crescere la democrazia, si rispetti
|