| RASSEGNA STAMPA |
Antonio Negri
La guerra imperiale è in corso, si sviluppa e si estende con
continuità e interna coerenza. L’iniziativa americana che ne costituisce il
motore si piega man mano alle condizioni poste dagli altri signori della terra.
Le Nazioni Unite stanno trasformando il proprio ruolo in quello di Senato
dell’Impero. La guerra, come fondamento globale di legittimità e come figura
eminente di esercizio del governo imperiale, sta dunque mostrandosi in tutte le
sue forme, e tanto si estende quanto si estende il potere imperiale. La nuova
dottrina militare, resa pubblica dall’amministrazione americana il 20 settembre
2002, completa il disegno strategico che il gruppo Bush aveva annunciato dal
momento della sua ascesa al potere, ben prima dunque della distruzione delle
Twin Towers: l’affermazione del potere militare senza eguale degli Usa, la conseguente
denuncia dei trattati di reciprocità nucleare e l’avvio unilaterale della
costruzione dello scudo stellare. Dopo l’11 settembre 2001, la campagna
d’Afghanistan ha costituito la prima fase di quella guerra al terrorismo che, a
livello globale, combina azioni di guerra non convenzionale e di guerra
convenzionale, di polizia ad alta intensità e a bassa intensità. Oggi la nuova
dottrina militare pone in termini di buon senso e di elementare autodifesa il
diritto dell’Impero di intervenire contro eventuali nemici prima che la
minaccia si concretizzi. È la teoria della guerra preventiva.
Quella della guerra preventiva non è solo una dottrina militare ma una
strategia costituente dell’Impero. Il documento dell’amministrazione americana
del 20 settembre lo dichiara espressamente: per difendere la libertà e la
giustizia, la democrazia e la crescita economica, contro terroristi e tiranni,
la guerra preventiva è uno strumento necessario e adeguato. E aggiunge: la
guerra preventiva va considerata attuale contro tre “Stati canaglia”: l’Iraq,
l’Iran e la Corea del Nord. Ad alcuni settori dell’opinione pubblica e alle
diplomazie di alcuni paesi è sembrato che la denuncia dell’“Asse del Male”, con
il seguito di esasperate dichiarazioni unilateraliste dei rappresentati della
Casa Bianca e dei loro cani da guardia, avesse sospeso o definitivamente
interrotto il nesso fra dottrina militare e strategia costituente dell’Impero.
In realtà non si è trattato di questo: al contrario, queste dichiarazioni hanno
piuttosto rappresentato l’ “ordine del giorno” attorno al quale si è aperta una
vera e propria discussione costituente fra poteri globali. Nessuna persona
sensata avrebbe infatti mai potuto pensare che Iraq, Iran e Corea del Nord
rappresentassero i problemi fondamentali, meglio, preventivi, per una potenza,
come gli Usa, che veniva affermando un potere militare smisurato dopo la
vittoria sul comunismo internazionale. Ora, la potenza militare americana, che
è assolutamente asimmetrica, deve divenire anche intransitiva, cioè rimanere
superpotenza assoluta, non tanto di fronte alle tre “potenze del Male” quanto a
fronte di ben altre potenze mondiali: l’Asse del male è una metafora per i
grandi problemi che in tre aree strategiche si pongono alla potenza monarchica
degli Stati Uniti d’America alla fine della guerra fredda. In realtà sono
Europa, Russia e Cina a rappresentare i poli problematici del nuovo ordine
globale. Ora, l’Iraq è successiva indicazione del problema europeo (e
subordinatamente, giapponese) presentato sotto il profilo del rifornimento
energetico: senza garanzia di questo, l’economia europea non esiste e chi
controlla il rifornimento energetico ha le mani sull’intero arco delle funzioni
biopolitiche del potere a livello europeo. Quanto all’Iran (cioè il bacino
attorno al Mar Caspio) esso rappresenta il ventre molle dello sviluppo russo.
La Corea del Nord, poi è al mezzo del Mar della Cina. Come si organizza
l’Impero in queste tre zone fondamentali, quale la sua costituzione materiale a
venire, in presenza, oggi, della superpotenza militare americana? Come
garantire preventivamente la supremazia militare della potenza monarchica sul
nuovo ordine imperiale?
Si sa che, nell’Impero, l’esercizio del solo potere militare (meglio, della
sola funzione monarchica) è lungi dall’essere sufficiente a garantire
centralità e stabilità nell’esercizio del potere globale. Inoltre, proprio l’11
settembre 2001 ha mostrato (e con che terribile evidenza!) che gli Stati Uniti
non sono un’isola, sotto nessun aspetto. La crisi economica successiva - non
solo nei suoi aspetti produttivi ma soprattutto in quelli finanziari e monetari
- ha mostrato con durezza che nell’Impero la monarchia non può vivere se non va
d’accordo con l’aristocrazia globale. La guerra che sta svolgendo contiene dunque
nel suo seno la discussione sulla costituzione imperiale, e in particolare, per
quanto riguarda l’Europa, le dimensioni e i ruoli in essa delle aristocrazie
europee. Chirac e Schröder non sono né pacifisti né guerrafondai: stanno
discutendo con Bush della collocazione del capitalismo europeo nella
costituzione imperiale. Le grandi scelte non si fanno sulla guerra al
terrorismo o su quella convenzionale contro i tiranni ma sulle forme di
egemonia e i gradi relativi di potere che le élites capitalistiche americane
e/o europee avranno nell’organizzazione del nuovo ordine mondiale. Le scelte
preventive non riguardano solo la guerra ma soprattutto il predominio dei
mercati e sulle sub-regioni dell’organizzazione imperiale.
Come reagire a questa situazione dal punto di vista della moltitudine? Come
opporre a questo gioco imperiale che è divenuto totalitario e guerresco, la
forza e il desiderio di democrazia? Come evitare la guerra e comunque battersi
contro di essa, lottando così per la democrazia, quella vera delle moltitudini,
sul livello globale?
Due indicazioni possibili, fin da ora. La prima è la scelta del terreno sul
quale lottare. Esso è da subito quello globale. Non c’è possibilità di lottare
contro la costituzione dell’Impero se non muovendosi a livello globale. Il
potere imperiale si distende sulla globalità delle relazioni fra Stati-nazione
e sistemi regionali del potere capitalistico: questi soggetti anno parte, in
maniera più o meno contraddittoria, ma sempre, alla fine, coerente e concorde,
del sistema dello sfruttamento capitalistico. Ora, la resistenza alla guerra
imperiale è possibile solo se si superano le strettoie nazionali e regionali,
solo, quindi, sul terreno globale delle reti di resistenza. I nazionalismi,
anche e soprattutto quelli di sinistra, (frequenti soprattutto nei paesi
ex-coloniali o fortemente dipendenti, come in America Latina), rappresentano un
grosso pericolo, producendo l’illusone che a livello di Stato-nazione si possa
oggi incidere o anche battere il dominio imperiale basato sullo sfruttamento
capitalistico. In realtà ogni forza che agisca a livello globale sarà efficace
solo se si agisce, alla maniera postmoderna, trasversalmente e ovunque.
Considerate ad esempio la maniera nella quale si muovono le due maggiori forze
fondamentaliste: quella sionista e quella islamica. Esse sono reti, presenti
certo su territori specifici, ma soprattutto attive nell’opinione pubblica e
nei corpi elettorali dei grandi paesi capitalisti centrali, nelle reti
dell’informazione e della finanza, eccetera. Non sono questi i terreni che a
noi interessano, noi non siamo fondamentalisti... Ma, una volta appreso che
solo un campo globale rappresenta un adeguato terreno di lotta e di
organizzazione, eccoci a fissare una seconda linea d’azione: quella anticapitalista.
Sua questo terreno, è la social democrazia che si presenta come l’ostacolo e la
mistificazione alla quale resistere. Ma la resistenza deve andare assieme
all’esodo, alla capacità, dunque, non di partecipare (come popoli sottomessi o
masse corporatiste) alla nuova costituzione imperiale, ma quella di opporre la
democrazia della moltitudine (che si basa sull’eccedenza della produzione
intellettuale ed etica del proletariato) alla costituzione globale del
capitale. Alla costituzione imperiale fondata sulla guerra preventiva.
Guerre americane
DOVE VOLANO I LIBERATORS
Maurizio Matteuzzi
Afghanistan 2001? Iraq 2003? Nulla di nuovo
sotto il sole (e le bombe). Cambia il nome, il contenitore teorico: dalla
Sicurezza nazionale alla Guerra preventiva della Strategy for the New American
Century. La sostanza resta la stessa.
Il 4 luglio del 1776, il giorno della dichiarazione di indipendenza americana,
le 13 colonie inglesi del Nord America occupavano 835.0000 chilometri quadrati.
Come hanno potuto arrivare ai 9. 363. 488 chilometri quadrati di adesso?
La Louisiana fu comprata dalla Francia nel 1803, la Florida dalla Spagna nel
1819, l'Alaska dalla Russia nel 1867. Porto Rico fu annesso nel 1898, nel 1900
le isole Hawai furono dichiarate territorio degli Stati Uniti (e nel '59
divennero lo Stato numero 50 dell'Unione), nel 1901 toccò alla Baia di
Guantanamo a Cuba, nel 1903 fu la volta della striscia di terra di 1432 km
quadrati in cui undici anni dopo sarebbe stato inaugurato il canale
interoceanico di Panama.
Ma, oltre che sui territori indiani a ovest delle Montagne rocciose (The Wild
West), era sul Messico che i giovani e aggressivi Stati Uniti d'America avevano
messo gli occhi. Il paese già così lontano da Dio e già troppo vicino agli
Stati Uniti conquistò l'indipendenza dalla Spagna il 28 settembre 1821. Nel
1823 il presidente James Monroe enunciò la famosa parola d'ordine dell'«America
agli americani» ma fin dal 1812 una carta dell'America del Nord includeva i
territori messicani che poi, dopo la messinscena della fatua indipendenza del
Texas (1836) e la guerra preventiva di aggressione al Messico (1846), sarebbero
divenuti tutti parte integrante degli Stati Uniti. Con il trattato di Guadalupe
Hidalgo del 1848, i gringos strapparono al Messico oltre la metà del suo
territorio, più o meno due milioni e mezzo di chilometri quadrati. Che da
allora furono Texas, California, Arizona, New Messico, Nevada, Utah e parte
dello Wyoming.
Quello era solo l'inizio. Gli Stati Uniti d'America hanno nel loro patrimonio
genetico, al di là dell'infinità delle meraviglie reali e presunte che ci
raccontano e ci impongono, il Dna dell'imperialismo e del colonialismo. E della
guerra. «Malefatte croniche o un'impotenza che minacci la società civile
possono richiedere in ultima analisi l'intervento di una nazione progredita.
L'America può essere costretta, nei casi più flagranti, a esercitare i poteri
di una polizia internazionale»: potrebbero essere parole di Gorge W. Bush ma
sono quelle di Teddy Roosevelt e risalgono al 1904. «Signor presidente, non
permetta che una grande impresa come questa sia offuscata dalla legalità»:
potrebbe essere il segretario alla Giustizia John Ashcroft che parla a
proposito della gloriosa `guerra al terrorismo' ma fu il segretario alla giustizia
Philander Knox a pronunciarle nel 1908, in occasione di uno dei tanti
interventi dei marines a Panama (quello del 1989 è stato il nono).
Un professore di geografia dell'università del Wisconsin, Zoltan Grossman, ha
pubblicato uno studio in cui elenca minuziosamente la «lista parziale» degli
interventi militari statunitensi dal 1890 al 2001, «da Wounded Knee
all'Afghanistan». Più di 130. Dal massacro, nel 1890, di 300 pellerossa Lakota
nel Sud Dakota, ai massacri del 2001 di migliaia di Talebani e civili in
Afghanistan. Facendo più e più volte il giro del mondo: dall'Argentina (1890) a
Haiti (1891), dalle Hawai (1893) al Nicaragua (1894), dalla Cina (1894-1895)
alla Corea (1894-1896), dalle Filippine (1898) a Cuba (1898), da Porto Rico
(1898) a Guam (1898), da Samoa (1899) all'Honduras (1903), da Santo Domingo
(1903) al Messico (1916), dalla Russia (1918-1922, «per contrastare i
bolscevichi») alla Jugoslavia (1919, «in favore dell'Italia contro i serbi in
Dalmazia»), dal Guatemala (1920) alla Turchia (1922), dal Salvador (1932)
all'Iran (1946), dall'Uruguay (1947) alla Grecia (1947-1949), dalla Corea
(1950-1953) all'Iran (1953, colpo di Stato contro Mossadeq in favore dello scià
Reza Pahlevi) e al Guatemala (1954, golpe contro il governo Arbenz), dal Libano
(1958) al Vietnam (1960-1975), da Cuba (1961, sbarco alla Baia dei Porci) al
Laos (1962), dall'Indonesia (1965, colpo di Stato contro Sukarno) a Santo
Domingo (1965, golpe contro Juan Bosch), dalla Cambogia (1969-1975) al Cile
(golpe di Pinochet), dall'Angola (1976-1992, in appoggio a Savimbi e al
Sudafrica) al Nicaragua (1981-1990, con i contras per stroncare il governo
sandinista), dal Libano (1982-1984) a Grenada (1983, contro il governo Bishop e
i cubani), dall'Iran (1987, a sostegno dell'Iraq di Saddam) a Panama (1989,
l'operazione Giusta Causa per andare a prendere Noriega), dall'Iraq (1990,
l'operazione Desert Storm contro Saddam) alla Somalia (1992-1994, l'operazione
`umanitaria' Restore Hope), dalla Jugoslavia (1992-1994, blocco della Nato
sulla Serbia) alla Bosnia (1993-1995), da Haiti (1994-1996, per riportare in
carica il presidente Aristide tre anni dopo il golpe militare da loro stessi
fomentato) alla Croazia (1995, bombardamenti sulla Krajina serba), dallo Zaire
(1996, marines in missione `umanitaria' nei campi profughi Hutu) alla Liberia
(1997), dal Sudan (1998, attacco missilistico su una fabbrica farmaceutica
presa per una fabbrica di gas nervino) alla Jugoslavia (1999, bombardamento
della Serbia e `liberazione' del Kosovo), fino all'Afghanistan (ottobre 2001,
dopo l'attacco alle Torri Gemelle di New York). «E la storia continua»,
conclude lo studio del professor Grossman (1).
Che continui è sicuro. È continuata con la guerra preventiva del 20 marzo
all'Iraq di Saddam Hussein e con l'attiva partecipazione al breve golpe dell'11
aprile 2002 contro il presidente Hugo Chávez in Venezuela, e continuerà ancora.
«La guerra dei Trent'anni», hanno detto George Bush e il suo stormo di
superfalchi neo-conservatives. «La quarta guerra mondiale», ha scritto l'ex
capo della Cia James Woolsley. A che servirebbero, se no, i 380 miliardi di
dollari che il presidente Bush ha chiesto e ottenuto dal Congresso per il
bilancio di quest'anno del Pentagono? Perché mai l'iper-potenza americana
toccherebbe il 35% delle spese militari mondiali, il 50% di quelle per la
ricerca e lo sviluppo bellico e il 60% del mercato degli armamenti?
La «lista parziale» elaborata dal professor Grossman è niente se confrontata
con quella di Gore Vidal, scrittore statunitense famoso e critico caustico
della politica imperiale del suo paese. In un saggio scritto a caldo sull'onda
emotiva dell'11 settembre 2001, Vidal afferma che dalla fine della seconda
guerra mondiale, come americani «siamo stati impegnati in quella che il grande
storico Charles A. Beard ha definito una guerra perpetua per la pace perpetua…
Ogni mese c'è un nuovo, orribile nemico da attaccare prima che ci distrugga»
(2), per poi passare a elencare una a una le «operazioni» completate o ancora
in corso. «Il numero di interventi militari contro altri paesi senza essere
stati provocati ammonta a oltre 250 dal '47-48». E conclude che «in queste
svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il
narcotraffico e a volte contro niente di speciale, fra Pearl Harbour e martedì
11 settembre 2001, siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo» (3). Vidal
è estremo come sempre. Ma non è il solo. Nel suo libro ospita anche alcuni
brani («che agli americani non è consentito leggere») di un articolo scritto
dopo l'11 settembre per «The Nation» da Arno J. Mayer, professore emerito di
storia all'Università di Princeton e sopravvissuto ai lager nazisti, che però
la rivista liberal aveva rifiutato (è stato poi pubblicato su «Le Monde»): «A
conti fatti - dice il professore Mayer - dal 1947 gli Stati Uniti sono stati
l'avanguardia e il principale esecutore del terrore preventivo di Stato […].
Oltre ai consueti colpi di Stato durante la guerra fredda, operati in
competizione con l'Unione Sovietica, Washington ha fatto ricorso all'assassinio
politico, a squadroni della morte e a riprovevoli paladini della libertà (fra i
quali bin Laden). Ha orchestrato l'assassinio di Lumumba e di Allende; ha
provato a fare lo stesso con Castro, Gheddafi e Saddam Hussein; ha posto il
proprio veto contro qualunque sforzo di mettere un freno non solo alle
violazioni di accordi internazionali e risoluzioni Onu da parte di Israele, ma
anche al terrore preventivo che questo Stato ha esercitato.» (4) Gli Stati
Uniti di Bush hanno attaccato l'Afghanistan per stanare Osama bin Laden e il
mullah Omar ma finora non li hanno presi. Hanno attaccato l'Iraq per stanare
Saddam Hussein ma finora non l'hanno trovato. Hanno facilmente vinto le guerre
ma hanno distrutto i paesi e seminato tanto odio, specie nell'Islam e in
generale fra «i dannati della terra» che il mondo è oggi assai meno sicuro
rispetto alla minaccia terrorista, mentre sembra incombere quello scontro di
civiltà che si diceva di voler evitare a ogni costo. E l'antiamericanismo
dilaga non solo nel Terzo mondo, in Medio Oriente, in America latina. «How we
got to be so hated?», si chiede sarcasticamente Gore Vidal. Già, come sono
riusciti a farsi odiare tanto?
Una risposta la dà un altro ostinato bastian contrario del panorama
politico-intellettuale americano (e questo è uno dei segnali forti e buoni che
vengono dal `Grande paese'), Noam Chomsky, forse ripetitivo nelle sue analisi
critiche della politica Usa ma rigorosamente implacabile. Cosa né è dei paesi
liberati dai regimi comunisti, terroristi, corrotti, narcotrafficanti,
eccetera, e riportati a forza alla democrazia? «Prendiamo Grenada: - dice
Chomsky (5) - in seguito alla sua liberazione del 1983 (quella che Jeane
Kirkpatrick, rappresentante americana all'Onu, definì un'invasione «di
carattere preventivo») l'isola diventò il maggior destinatario (pro capite) di
aiuti Usa (dopo Israele, che è un caso a parte). L'Amministrazione Reagan volle
che diventasse una vetrina del capitalismo.» In realtà, oltre ai «livelli
record di alcolismo e tossicodipendenza», «l'invasione ha prodotto qualcosa di
positivo», scrive Ron Suskind in un articolo apparso sulla prima pagina del
«Wall Street Journal» con il titolo: Resa sicura dai marines, Grenada adesso è
un paradiso per le banche off-shore. Quel che conta è che per gli Usa, con 118
banche off-shore, una per ogni 64 abitanti, la capitale di Grenada «è diventata
la Casablanca dei Carabi, un rifugio sicuro per il riciclaggio di denaro,
l'evasione fiscale e varie truffe finanziarie». Avvocati, ragionieri e alcuni
uomini d'affari se la passano bene, come, senza dubbio, i banchieri stranieri,
i riciclatori di denaro e i signori della droga, al sicuro dalle grinfie della
tanto reclamizzata `guerra alla droga'».
Grenada è un esempio troppo piccolo e marginale? Forse. Ma non c'è un paese che
in questo mezzo secolo abbia visto l'arrivo dei marines o della Cia - o di
entrambi - che se la passi bene. Non quelli dell'America Centrale dove i
movimenti di liberazione degli anni `80 sono stati spazzati via dal reaganismo;
non quelli dell'America Latina (con l'unica e molto parziale eccezione del
Cile), a cominciare dal Brasile, dove il giorno del marzo '64 in cui i
generali, con il sostegno Usa, rovesciarono João Goulart, l'ambasciatore
americano telegrafò a Washington che il golpe era «una grande vittoria per il
mondo libero», per finire alla Colombia sempre più spesso citata come «il
prossimo Vietnam»; non nelle Filippine o in Indonesia, dove dopo il sanguinoso
golpe del '65 che, con la fattiva partecipazione Usa, rovesciò Sukarno e installò
Suharto, il prestigioso columnist del «New York Times» James Reston scrisse un
articolo intitolato Un raggio di sole sull'Asia; non fra i regimi arabi del
Medio Oriente, sempre più instabili e vassalli, né tanto meno in Libano, dove i
marines intervennero nel '58 a sostegno del falangista cristiano Camille
Chamoun; non nel Congo dove nel '61 fu l'ambasciatore americano Hayes
Timberlake a organizzare (insieme ai belgi) l'assassinio di Patrice Lumumba (6)
e non in Somalia dove nel `92 i marines non portarono alcuna speranza e nel '94
se ne dovettero andare in fretta (Black Hawk Down), lasciandosi dietro un paese
ancor più alla deriva; non nei Balcani e ancor meno in Kosovo dove alla pulizia
etnica anti-albanese dei serbi si è sostituita quella anti-serba degli
albanesi. Per non parlare dell'Afghanistan e dell'Iraq, dove gli esiti
dell'Enduring Freedom e dell'Iraqi Freedom sono sotto gli occhi di tutti quelli
che vogliono vederli, nonostante i generosi sforzi della maggior parte dei
media.
Sembra un paradosso ma non lo è: mai come ora nella storia la presenza militare
degli Stati Uniti è stata così massiccia e globale, eppure mai come ora
l'egemonia americana è così contrastata e il mondo così a rischio. Nonostante
una guerra dopo l'altra l'`asse del male' anziché accorciarsi si allunga sempre
più. Iran, Corea del Nord, ora la Siria, poi Cuba, Libia… La lista d'attesa è
fitta. E, come accadeva nel 1812 per il Messico, negli Stati Uniti circolano
anche carte in cui l'Amazzonia non fa più parte del Brasile e la Patagonia
dell'Argentina.
note:
1 Zoltan Grossman, A Century of Us Military Interventions from
Wounded Knee to Afghanistan,
2 Gore Vidal, La fine della libertà. Verso un nuovo
totalitarismo?, Fazi Editore, p. 25.
3 Gore Vidal, op.cit., p.32.
4 Gore Vidal, op.cit., p. 8.
5 Noam Chomsky, Anno 501, la conquista continua, Gamberetti
Editore, p.115.
6 Angelo Coloni, Breve storia delle aggressioni americane, Bertani
editore, p. 247.
Democrazia imperiale
di Arundhati Roy
L’impero è in marcia. “Democrazia” è il suo nuovo, astuto grido di
battaglia. La ricetta è semplice: far bollire, aggiungere petrolio, poi
bombardare. L’appello di Arundhati Roy alla società civile americana
Internazionale 491, 5 giugno 2003
Il 3 luglio 1988 l’incrociatore lanciamissili Vincennes, di stanza nel Golfo
Persico, abbatté per errore un aereo di linea iraniano uccidendo 290 passeggeri
civili. Quando gli chiesero di commentare l’incidente, George Bush primo, che
all’epoca era impegnato nella campagna elettorale per la presidenza, dichiarò
con sagacia: “Non chiederò scusa a nome degli Stati Uniti. Non mi importa come
sono andati i fatti”. Non mi importa come sono andati i fatti. Una massima
perfetta per il nuovo impero americano. Forse si può aggiungere una piccola variazione
sul tema: i fatti possono andare come vogliamo noi.
Negli Stati Uniti il sostegno dell’opinione pubblica alla guerra contro l’Iraq
si è basato su un cumulo di bugie e sotterfugi, coordinati dal governo e
fedelmente amplificate dai media delle multinazionali. Oltre ai legami
inventati fra Iraq e al Qaeda, c’è stato l’allarme preconfezionato sulle armi
di distruzione di massa irachene. George Bush il piccolo è arrivato al punto di
dire che sarebbe stato “suicida” per gli Usa non attaccare l’Iraq.
Era un allarme con uno scopo preciso. George W. Bush riproponeva una vecchia
dottrina sotto una veste nuova: la dottrina del colpo preventivo, vale a dire
gli Stati Uniti possono fare tutto quello che vogliono, e ormai questo è
ufficiale.
La guerra contro l’Iraq è stata combattuta e vinta e non sono state trovate
armi di distruzione di massa. Neanche la più piccola. Forse ce le dovranno
mettere per scoprirle. E anche in questo caso, i più critici di noi vorranno
sapere perché Saddam Hussein non le ha usate quando il suo paese è stato
invaso. C’è chi chiede: cosa cambia se l’Iraq non aveva armi chimiche e
nucleari? Cosa cambia se non ci sono collegamenti con al Qaeda? Cosa cambia se
Osama bin Laden odia sia Saddam Hussein sia gli Stati Uniti? Bush il piccolo ha
detto che Saddam Hussein era un “dittatore omicida”. Perciò – questo è il
ragionamento – l’Iraq aveva bisogno di un “cambiamento di regime”.
Poco importa se quarant’anni fa la Cia, quando era presidente John F. Kennedy,
contribuì a organizzare un cambiamento di regime a Baghdad. Nel 1963, con un
colpo di stato, in Iraq arrivò al potere il partito Ba’ath. Usando elenchi
forniti dalla Cia, il nuovo regime Ba’ath eliminò sistematicamente centinaia di
medici, insegnanti, avvocati e personaggi politici noti per essere di sinistra.
Nel 1979, dopo una lotta interna al partito, Saddam Hussein diventò presidente
dell’Iraq. Nell’aprile del 1980, mentre Saddam stava massacrando gli sciiti, il
consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski
dichiarò: “Non c’è una sostanziale incompatibilità tra gli interessi degli
Stati Uniti e dell’Iraq”. Washington e Londra appoggiarono Saddam Hussein sia
apertamente sia in segreto. Lo finanziarono, lo equipaggiarono, lo armarono e
gli fornirono materiali che potevano essere usati per scopi civili ma anche per
produrre armi di distruzione di massa.
Sostennero la guerra di otto anni contro l’Iran e il massacro del popolo curdo
con il gas ad Halabja nel 1988. Crimini che quattordici anni dopo sono stati
usati come ragioni per giustificare l’invasione dell’Iraq.
Tecnica efficace
Il punto è: se Saddam Hussein era tanto malvagio da meritare il tentativo di
assassinio più complicato e annunciato della storia, allora sicuramente chi lo
ha sostenuto dovrebbe almeno essere processato per crimini di guerra. Perché
nell’infame mazzo di carte degli uomini e delle donne ricercate non figurano le
facce dei funzionari di governo statunitensi e britannici? Perché quando è in
gioco l’impero, i fatti non contano.
Sì, ma tutto questo fa parte del passato, ci dicono. Saddam Hussein è un mostro
che deve essere fermato. E solo gli gli Stati Uniti possono fermarlo. È una
tattica efficace: si usa l’urgenza morale del presente per oscurare i peccati
diabolici del passato e i terribili piani per il futuro. Indonesia, Panama,
Nicaragua, Iraq, Afghanistan – l’elenco si allunga sempre di più. Anche ora ci
sono regimi brutali che sono finanziati – Egitto, Arabia Saudita, Pakistan,
repubbliche dell’Asia centrale.
L’impero è in marcia, e Democrazia è il suo nuovo, astuto grido di guerra.
Democrazia, consegnata a domicilio dalle bombe a grappolo. La morte è un prezzo
modesto da pagare per assaggiare questo nuovo prodotto: democrazia imperiale
precotta (far bollire, aggiungere petrolio, poi bombardare).
In questi ultimi mesi, mentre il mondo restava a guardare, l’invasione e
l’occupazione americana dell’Iraq sono state trasmesse in diretta tv. Una
civiltà di settemila anni è scivolata nell’anarchia. Prima che la guerra
cominciasse, l’ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria (Orha) ha
inviato al Pentagono un elenco di sedici importantissimi siti da proteggere. Il
museo nazionale era al secondo posto. Eppure il museo non è stato semplicemente
saccheggiato, è stato profanato. Era il custode di un antico retaggio
culturale. L’Iraq come lo conosciamo oggi faceva parte della Mesopotamia. La
civiltà che fiorì sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate produsse la prima
scrittura, il primo calendario, la prima biblioteca, la prima città del mondo
e, proprio così, la prima democrazia. Il re di Babilonia, Hammurabi, fu il
primo a codificare le leggi che regolavano la vita sociale dei cittadini. Era
un codice in cui le donne abbandonate, le prostitute, gli schiavi e persino gli
animali avevano dei diritti. Il codice di Hammurabi segna non solo la nascita
della legalità, ma la prima intuizione del concetto di giustizia sociale. Il
governo statunitense non avrebbe potuto scegliere una terra meno adatta per
inscenare la sua guerra illegale ed esibire il suo grottesco disprezzo per la
giustizia.
L’ultimo edificio nell’elenco dell’Ohra dei sedici siti da proteggere era il
ministero del petrolio. È stato l’unico che ha ricevuto protezione. Forse
l’esercito occupante pensava che nei paesi musulmani gli elenchi si leggessero
al contrario? La sicurezza del popolo iracheno non era affare loro. La
sicurezza dell’eredità culturale irachena o di quel che restava della sua
infrastruttura non era affare loro. Ma la sicurezza dei giacimenti petroliferi iracheni
sì. Certo che lo era. I giacimenti di petrolio sono stati “messi al sicuro”
quasi prima che cominciasse l’invasione.
Tenuta fantasiosa
Il 2 maggio Bush il Piccolo ha aperto la sua campagna elettorale per il 2004
sperando di essere finalmente eletto presidente degli Stati Uniti. Con quello
che probabilmente è stato il volo più breve della storia, un jet militare è
atterrato su una portaerei, la Abraham Lincoln, attraccata vicinissima alla
costa. Tanto vicina che stando all’Associated Press i funzionari
dell’amministrazione hanno ammesso di aver “posizionato questa nave enorme in
modo da fornire la migliore angolazione televisiva al discorso del presidente
Bush, con lo sfondo del mare invece della costa di San Diego”.
Il presidente Bush, che non ha fatto il servizio militare, è emerso sul ponte
con una tenuta fantasiosa – giubbotto militare, stivali da combattimento,
occhialoni da pilota, casco. Salutando i soldati che lo acclamavano, ha
ufficialmente proclamato la vittoria sull’Iraq. È stato attento a dire che si
trattava “soltanto di una vittoria in una guerra al terrorismo… che continua
ancora”.
Era importante evitare un esplicito annuncio di vittoria, perché in base alla
convenzione di Ginevra un esercito vittorioso deve rispettare gli obblighi giuridici
di una forza occupante, una responsabilità di cui l’amministrazione Bush non
vuole farsi carico. E poi, quando le elezioni del 2004 saranno più vicine, per
convincere gli elettori esitanti potrebbe essere necessaria un’altra vittoria
nella “guerra al terrorismo”. La Siria è stata messa all’ingrasso in attesa di
essere uccisa. La distinzione fra campagna elettorale e guerra, fra democrazia
e oligarchia sembra scomparire rapidamente.
Un eufemismo
Secondo un sondaggio dell’istituto internazionale di ricerche Gallup, il
consenso a una guerra condotta “unilateralmente dagli Stati Uniti e dai suoi
alleati” non ha superato l’11 per cento in nessun paese europeo. Ma i governi
di Gran Bretagna, Italia, Spagna, Ungheria e di altri paesi dell’Europa
orientale sono stati elogiati per aver ignorato l’opinione della maggioranza
dei loro cittadini e per aver sostenuto l’invasione illegale. Come si chiama
questo? Nuova democrazia? Come il nuovo Labour della Gran Bretagna?
La democrazia, la vacca sacra del mondo moderno, è in crisi. Ed è una crisi
profonda. In suo nome vengono commessi oltraggi di ogni genere. È diventata
poco più di una parola senza valore, un guscio svuotato di contenuto e
significato. Può essere tutto quello che volete. La democrazia è la puttana del
mondo moderno, disposta a vestirsi, a spogliarsi, disposta a soddisfare
tantissimi gusti, disponibile a farsi usare e abusare.
Le democrazie moderne esistono da abbastanza tempo perché i capitalisti
neoliberali abbiano imparato come rovesciarle. Hanno perfezionato la tecnica di
infiltrarsi negli organi democratici– la magistratura “indipendente”, la stampa
“libera”, il parlamento – e piegarli ai loro scopi. Il progetto di
globalizzazione delle multinazionali ha infranto le regole del sistema. Libere elezioni,
una stampa libera e una magistratura indipendente significano ben poco dopo che
il libero mercato le ha ridotte a merci in vendita al miglior offerente.
La democrazia è diventata l’eufemismo usato dall’impero per parlare del
neocapitalismo liberale. La macchina della democrazia è stata efficacemente
manomessa. Politici, baroni dei media, giudici, lobby aziendali e funzionari di
governo si sovrappongono e si intrecciano in una complessa rete sotterranea che
minaccia la struttura di controlli ed equilibri fra la costituzione, i
tribunali, il parlamento, l’amministrazione e i mezzi di informazione
indipendenti, che costituiscono la base di una democrazia parlamentare. In
molti casi l’intreccio non né complesso né sottile.
Il capo del governo italiano Silvio Berlusconi, per esempio, ha una quota di
controllo in importanti quotidiani, riviste, canali televisivi e case editrici.
Negli Stati Uniti, Clear Channel Worldwide Incorporated è il più grande
proprietario di emittenti radio del paese e controlla più di 1.200 canali. Il
suo direttore generale ha versato centinaia di migliaia di dollari per la
campagna elettorale di Bush. Ha organizzato comizi patriottici in favore della
guerra in tutto il paese e poi ha spedito i suoi inviati a seguirli come se fossero
notizie da prima pagina. L’era della creazione del consenso ha lasciato il
passo all’era della creazione delle notizie.
Presto le redazioni rinunceranno alla finzione e cominceranno ad assumere
direttori di teatro al posto dei giornalisti. Lo show business americano
diventa sempre più violento e bellicoso e le guerre americane diventano sempre
più simili allo show business, e sono già in corso alcuni incroci interessanti.
Il progettista che ha costruito in Qatar il set da 250mila dollari usato dal generale
Tommy Franks per allestire la sala stampa dell’operazione shock and awe ha
costruito anche i set per la Disney, la Metro Goldwyn Meyer e lo show
televisivo della Abc Good Morning America. È un’ironia crudele che gli
Stati Uniti – il paese che vanta i difensori più appassionati della libertà di
parola e (fino a qualche tempo fa) la legislazione più complessa per difenderla
– abbiano ristretto così tanto lo spazio in cui tale libertà può esprimersi. In
modo strano e complesso, le discussioni e il furore che accompagnano la difesa
della libertà di parola in America mascherano la rapida scomparsa di questa
libertà.
L’impero dei media americano è controllato da una minuscola cricca di persone.
Il presidente della commissione federale per le comunicazioni Michael Powell,
figlio del segretario di stato Colin Powell, ha proposto un’ulteriore
deregolamentazione del settore che porterà a una concentrazione ancora
maggiore.
E così eccola – la più grande democrazia del mondo, guidata da un uomo che non
è stato eletto legittimamente. La corte suprema gli ha donato il suo incarico.
Che prezzo ha pagato il popolo americano per questa presidenza illegittima?
Nei tre anni di mandato di George Bush il piccolo l’economia americana ha perso
più di due milioni di posti di lavoro. Spese militari stravaganti, la
privatizzazione dei servizi sociali e le riduzioni fiscali per i più ricchi
hanno provocato la crisi finanziaria del sistema educativo degli Stati Uniti.
Secondo un’indagine del consiglio nazionale sulle legislature statali, gli
stati americani nel 2002 hanno tagliato 49 miliardi di dollari nei servizi
pubblici – sanità, assistenza sociale, sussidi e istruzione. E quest’anno
prevedono di tagliare altri 25,7 miliardi di dollari. Il totale è di 75
miliardi di dollari. La prima richiesta di bilancio di Bush per finanziare la
guerra in Iraq è stata di 80 miliardi di dollari.
E allora chi paga per la guerra? I poveri dell’America. I suoi studenti, i suoi
disoccupati, le sue ragazze madri, i pazienti dei suoi ospedali e della sua
assistenza a domicilio, i suoi insegnanti e gli operatori sanitari. E chi sta
veramente combattendo la guerra? Ancora una volta, i poveri dell’America.
I soldati che si arroventano sotto il sole del deserto iracheno non sono i
figli dei ricchi. Solo uno fra tutti i membri della camera dei rappresentanti e
del senato ha un figlio che combatte in Iraq. L’esercito di “volontari” degli
Stati Uniti in realtà dipende dall’arruolamento di bianchi poveri, neri,
latinoamericani e asiatici che cercano un modo per guadagnarsi da vivere e
farsi un’istruzione. Le statistiche federali rivelano che gli afroamericani
sono il 21 per cento del totale delle forze armate e il 29 per cento
dell’esercito americano. Rappresentano solo il 12 per cento della popolazione. È
paradossale la percentuale sproporzionata di afroamericani nell’esercito e
nelle prigioni. Forse dovremmo giudicarla in modo diverso e considerarla un
esempio di integrazione particolarmente efficace.
Quest’anno sarebbe stato il settantaquattresimo compleanno di Martin Luther
King, e il presidente Bush ha denunciato il programma di affirmative action
a favore dei neri e dei latinoamericani nell’università del Michigan. Lo ha
accusato di essere un elemento di divisione e lo ha definito “ingiusto” e
“incostituzionale”. Il tentativo riuscito di escludere i neri dalle liste di
voto nello stato della Florida in modo che George W. Bush fosse eletto
ovviamente non era né ingiusto né incostituzionale. Immagino che le leggi per
l’integrazione a favore dei ragazzi bianchi di Yale siano sempre giuste e
costituzionali.
I vantaggi della guerra
E così sappiamo chi paga per la guerra. Sappiamo chi la combatte. Ma chi ne
beneficerà? Chi punta ai contratti per la ricostruzione, che secondo alcuni
calcoli valgono fino a cento miliardi di dollari? Potrebbero essere i poveri, i
disoccupati e i malati dell’America? Potrebbero essere le ragazze madri
americane? Oppure le minoranze nere e latinoamericane? L’operazione Iraqi
freedom, ci assicura George W. Bush, serve a restituire il petrolio dell’Iraq
al popolo iracheno. Cioè a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno
attraverso le grandi multinazionali. Come Bechtel, Chevron, Halliburton.
Ancora una volta, c’è un legame stretto fra le leadership delle aziende, dei
militari e del governo. La promiscuità, l’impollinazione incrociata è
scandalosa. Pensate: l’ufficio per la politica della difesa è un gruppo di
nomina governativa che fornisce consulenze al Pentagono. Il Center for public
integrity di Washington ha scoperto che nove dei 30 membri di questo ufficio
sono legati a società che fra il 2001 e il 2002 si sono aggiudicate contratti
per la difesa del valore di 76 miliardi di dollari.
Uno di loro, Jack Sheehan, un generale dei marines in pensione, è
vicepresidente della Bechtel, il gigante internazionale delle costruzioni.
Riley Bechtel, presidente della società, è membro del consiglio per le
esportazioni del presidente. L’ex segretario di stato George Shultz, anche lui
membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Bechtel, è presidente della
commissione consultiva del comitato per la liberazione dell’Iraq. Quando il New
York Times gli ha chiesto se era preoccupato per la possibilità di un conflitto
di interessi, ha detto: “Non mi risulta che la Bechtel ne ricaverebbe vantaggi
particolari. Ma se c’è del lavoro da fare, la Bechtel è il tipo di società che
potrebbe farlo”. Secondo il Center for responsive policy, la Bechtel ha
finanziato la campagna elettorale repubblicana con centinaia di migliaia di
dollari.
Sorveglianza automatizzata
A corollario di questo sotterfugio c’è la legislazione antiterroristica
americana. Il Patriot Act approvato nell’ottobre 2001 è diventato il modello
per analoghe leggi antiterrorismo adottate in tutto il mondo. È stato approvato
dalla camera con 337 voti contro 79. Il New York Times ha scritto che “molti
deputati non hanno potuto discutere veramente e persino leggere il progetto di
legge”.
Il Patriot Act apre un’era di sorveglianza automatizzata e sistematica.
Cancella le distinzioni fra discorsi e attività criminali consentendo di
giudicare gli atti di disobbedienza civile come altrettante violazioni della
legge. Centinaia di persone vengono trattenute per un periodo di tempo
indefinito in quanto “combattenti illegali” (in India sono migliaia. In Israele
attualmente sono detenuti cinquemila palestinesi). I non-cittadini, ovviamente,
non hanno nessun diritto. Si possono semplicemente far “sparire”, come i cileni
ai tempi di un vecchio alleato di Washington, il generale Pinochet. Più di mille
persone, in molti casi musulmani o di origini mediorientali, sono state
arrestate, alcune non hanno neppure avuto diritto a un avvocato. Oltre a pagare
i reali costi economici della guerra, il popolo americano sta pagando per
queste guerre di “liberazione” con le sue stesse libertà. Per gli americani
comuni, il prezzo della “nuova democrazia” in altri paesi è la morte della vera
democrazia in patria.
Nel frattempo l’Iraq viene preparato alla “liberazione” (ma forse intendevano
“liberalizzazione”?). Il Wall Street Journal ha scritto che “l’amministrazione
Bush ha elaborato vasti progetti per ricostruire l’economia irachena sul
modello degli Stati Uniti”. La costituzione dell’Iraq è in rifacimento. Le sue
leggi commerciali, fiscali e le leggi sulla proprietà intellettuale vengono
riscritte per trasformare il paese in un’economia capitalistica di stampo
americano.
Ora che gli atti di proprietà vengono formalizzati, l’Iraq è pronto per la
nuova democrazia.
Dunque, come si chiedeva Lenin: che fare? Potremmo anche accettare il fatto che
non esistono forze militari convenzionali in grado di sfidare con successo la
macchina da guerra americana. Gli attentati terroristici non fanno altro che
offrire al governo statunitense l’opportunità che sta ansiosamente aspettando
per stringere ulteriormente la sua morsa. A pochi giorni da un attacco potete
scommettere che verrebbe approvato un secondo Patriot Act. Opporsi
all’aggressione militare statunitense dicendo che farà aumentare le possibilità
di attentati terroristici è del tutto inutile. Chi abbia letto i documenti
sulla necessità di una guerra all’Iraq scritti nel 1998 dal gruppo
ultraconservatore del Progetto per il nuovo secolo americano può confermarlo.
Il fatto che Washington abbia messo a tacere il rapporto della commissione del
congresso sull’11settembre, secondo cui erano state ignorate le segnalazioni
dei servizi segreti su possibili attentati, conferma anche che, malgrado tutto,
i terroristi e il regime di Bush potrebbero benissimo lavorare insieme.
Entrambi ritengono che i popoli siano responsabili per le azioni dei loro
governi. Entrambi credono nella dottrina della colpa collettiva e del castigo
collettivo. Con le loro azioni si aiutano a vicenda.
Il governo degli Stati Uniti ha già dimostrato in termini inequivocabili la
portata e la misura della sua capacità di aggressione paranoica. Nella
psicologia umana, l’aggressione paranoica di solito è un indice di insicurezza
nervosa. Si potrebbe sostenere lo stesso anche per la psicologia delle nazioni.
L’Impero è paranoico perché ha un ventre molle.
Il suo territorio può essere difeso da pattuglie di frontiera e armi nucleari,
ma la sua economia è ramificata in tutto il globo; e suoi avamposti economici
sono esposti e vulnerabili.
La nostra strategia deve essere quella di isolare le parti funzionanti
dell’impero e disattivarle una a una.
Un’altra sfida urgente è quella di denunciare i mezzi di informazione delle
grandi multinazionali che sono realmente il bollettino padronale. Dobbiamo
creare un universo di informazione alternativa.
La battaglia per riprendersi la democrazia sarà difficile. Le nostre libertà
non ci sono state concesse da nessun governo. Gliele abbiamo strappate noi. E
quando ci rinunciamo, la battaglia per riconquistarle si chiama rivoluzione. È una
battaglia che deve investire continenti e paesi. Non deve avere confini
nazionali ma, se vuole avere successo, deve cominciare qui, in America. L’unica
istituzione più potente del governo statunitense è la società civile americana.
Se vi unirete alla battaglia, non a centinaia di migliaia ma a milioni, sarete
accolti con gioia dal resto del mondo. E vedrete quanto è bello essere gentili
invece che brutali, sicuri invece che spaventati. Trattati con amicizia invece
che isolati. Amati invece che odiati.
Detesto essere in disaccordo con il vostro presidente. Il vostro è sicuramente
un grande paese. Ma voi potreste essere un grande popolo. La storia vi sta
offrendo un’occasione. Coglietela.
Traduzione di Gigi Cavallo
L'impero dei controsensi
di Noam Chomsky
Per Washington il terrorismo è secondario rispetto alla possibilità di
controllare il Medio Oriente
Internazionale 545, 24 giugno 2004
Il mese scorso è stato il primo anniversario dell'annuncio del presidente
George W. Bush sulla vittoria in Iraq: "Missione compiuta".
L'invasione è stata messa in moto dalla dottrina Bush, la "nuova grande
strategia imperiale", come l'ha definita Foreign Affairs, in base alla
quale gli Stati Uniti devono dominare il mondo e distruggere ogni minaccia alla
loro supremazia.
Lasciando da parte quel che accade in Iraq, è forse utile concentrarsi su come
le scelte politiche alla base dell'invasione e dell'occupazione abbiano reso il
mondo un posto molto più pericoloso, e non solo a causa del terrorismo. Il
dipartimento di stato ha appena ammesso che il giudizio diffuso ad aprile
secondo cui il terrorismo si è ridotto – un punto chiave dell'attuale campagna
presidenziale di Bush – era falso. E ha rivelato che "il numero di
incidenti e di vittime è nettamente aumentato".
Per i pianificatori del governo, l'obiettivo più importante non era combattere
il terrorismo ma stabilire basi militari statunitensi in uno stato al centro
delle riserve energetiche del mondo, e prendere così il sopravvento sui rivali.
Zbigniew Brzezinski scrive che il "ruolo dell'America nella sicurezza
della regione" – cioè la sua supremazia militare – "le dà una
capacità d'influenza indiretta ma politicamente cruciale sulle economie europee
e asiatiche, che dipendono anch'esse dalle esportazioni energetiche di quella
zona del mondo" (The National Interest, inverno 2003-2004).
Come Brzezinski sa bene, il problema cardine della supremazia globale Usa è che
Europa e Asia potrebbero muoversi in modo indipendente. Il controllo del Golfo
e dell'Asia centrale diventa così sempre più importante. Il sostegno
angloamericano a Turkmenistan, Uzbekistan e altre dittature dell'Asia centrale
e le manovre per influenzare il percorso di oleodotti e gasdotti fanno parte
dello stesso rinnovato "grande gioco".
Nel frattempo, nei commenti occidentali si dà praticamente per scontato che
l'obiettivo dell'invasione fosse "la visione del presidente" di
portare la democrazia in Iraq. Al contrario, secondo sondaggi occidentali a
Baghdad, una vasta maggioranza degli iracheni ritiene che il motivo che ha
spinto Washington all'invasione era assumere il controllo delle risorse
dell'Iraq e riorganizzare il Medio Oriente secondo gli interessi Usa. Non è
insolito che chi sta dal lato sbagliato del bastone abbia una comprensione migliore
del mondo in cui vive.
Ci sono molti altri esempi che illustrano come Washington consideri il
terrorismo un problema secondario rispetto all'assicurarsi il controllo del
Medio Oriente. Il mese scorso l'amministrazione Bush ha imposto una serie di
sanzioni economiche alla Siria, applicando il Syria accountability act
approvato dal congresso in dicembre: praticamente una dichiarazione di guerra,
a meno che Damasco non obbedisca agli ordini americani.
La Siria resta sull'elenco ufficiale degli stati che appoggiano il terrorismo,
anche se Washington ha riconosciuto che Damasco non promuove il terrorismo da
anni e che anzi ha fornito importanti informazioni su al Qaeda e altri gruppi
islamisti radicali. Gli Stati Uniti si privano così di una buona fonte di informazioni
per raggiungere un obiettivo superiore: un regime che accetti le richieste
israelo-americane.
Tanto per fare un altro esempio: il dipartimento del tesoro statunitense tiene
in piedi un Ufficio per il controllo dei patrimoni stranieri (Ofac) a cui è
affidato il compito di indagare sui trasferimenti finanziari sospetti, una
componente chiave della "guerra al terrore". L'agenzia ha 120
dipendenti e alcune settimane fa ha informato il congresso che, alla fine dello
scorso anno, quattro di loro – solo quattro – erano impegnati a rintracciare il
patrimonio di bin Laden e Saddam Hussein, mentre una ventina era occupata a far
rispettare l'embargo contro Cuba. Perché il tesoro dedica molta più energia a
strangolare Cuba che alla guerra al terrorismo? Resistere efficacemente agli
Stati Uniti è intollerabile ed è giudicata una priorità molto più alta di
combattere il terrore.
La seconda superpotenza
Il fermo rifiuto degli iracheni di accettare le tradizionali "finzioni
costituzionali" ha costretto Washington a cedere gradualmente su diversi
punti. E in questo ha aiutato la "seconda superpotenza", come Patrick
E. Tyler del New York Times ha definito l'opinione pubblica mondiale dopo le
enormi manifestazioni di metà febbraio 2003: il primo caso nella storia di
proteste di massa contro una guerra non ancora ufficialmente scatenata. Questo
cambia la situazione.
Per esempio, se i fatti di Falluja fossero avvenuti negli anni sessanta,
sarebbero stati risolti in quattro e quattr'otto dai B-52. Oggi una società molto
più civile non tollererebbe cose del genere, e questo lascia alle vittime
almeno un certo spazio per difendere una vera indipendenza. È addirittura
possibile che l'amministrazione Bush sia costretta ad abbandonare le sue
ambizioni imperiali sull'Iraq.