di Carmelo R. Viola
Luigi De Marchi, il noto psicologo, autore di varie opere, l’antico amico degli anarchici (a cui, mi pare di ricordare, inviavo anch’io la mia rivista libertaria giovanile “Previsioni” - anni Cinquanta), già mio collega nel Movimento Reichiano di Napoli, dal quale vennero pubblicati Quaderni di costui e del sottoscritto (anni Sessanta-Settanta), me lo ritrovo propagandista del capitalismo fra la parte peggiore dei radicali di Pannella. Ho detto e sottolineo “la parte peggiore”, perché resto del parere che ad ognuno vada riconosciuto il merito delle cause giuste. Pertanto, dico e direi ancora sì alla difesa dei veri diritti civili, in primis del diritto-dovere della ricerca scientifica a fine terapeutico nonostante il veto “inquisitoriale” del potere clericale (che, come il lupo, “perde il pelo ma non il vizio”).
Per ovvia complementarità ho detto e dico no alla pseudo “libertà imprenditoriale” che - seppure malaguratamente prevista dalla parte “autocontradittoria” della Costituzione “fondata sul lavoro” - è solo impresa “predonomica”, alias predatoria, e quindi in conflitto con i diritti civili e la parte positiva della carta costituzionale stessa.
E’ proprio su questo punto cruciale che “il grande” Luigi De Marchi (del cui antisocialismo infantile avevo già avuto sentore) è caduto. Proprio stamani (17 aprile del 2006), a Radio Radicale, ho sentito predicare l’esatto contrario del socialismo da parte di uno che, come psicologo (reichiano, credo) lo dovrebbe sostenere come soluzione insieme naturale e scientifica del “problema del coesistere” della specie umana “adulta”. La quale, nata animale, ha le sue tre età, proprio come un organismo vivente quale è in realtà.
Ebbene, anche lui c’è cascato a testimonianza del potere ipno-subliminale dei resistenti dell’evoluzione della civiltà al servizio dei “signori della refurtiva sociale”: il socialismo sarebbe fallito perché irrealizzabile - e irrealizzabile perché contro natura; anche per lui il solo sistema, capace di produrre ricchezza - e quindi benessere - è l’economia capitalista. Anni di studio non gli sono serviti per scoprire che il capitalismo non è LA economia ma PREDO-nomia (dal significante trasparente ed eloquente); che l’uomo reale è quello che diventa, la natura essendo un valore in incessante “divenienza” - costanti sono solo le pulsioni o motori biologici del comportamento, che fanno i costumi, la storia, la consonanza e l’armonia come la conflittualità e la reciproca distruzione a seconda delle modalità di risposta (varianti) a quelle costanti - ; che la ricchezza è prodotta SOLO dal lavoro (oltreché dalla natura).
Il socialismo, infatti, è anzitutto l’organizzazione sociale del lavoro per la produzione e distribuzione dei beni e dei servizi - possibilmente con una moneta passiva, alias strumentale - indispensabili ad una sana vita di tutti i membri di una comunità. E’ possibile che l’uomo - che è, ripeto, quello che diventa - privato della prospettiva “viziosa” (ma in parte cautelativa per il futuro in un contesto “interpredatorio”) di “arricchirsi” (ovvero di depredare il prossimo al limite delle possibilità), in un contesto socialista, inizialmente produca meno che sotto la sferza di padroni spinti solo e appunto dall’urgenza fisio-patologica di fare profitti parassitari senza misura. I costumi, divenuti parte sostanziale del modus vivendi durante la lunga adolescenza della nostra specie, non si rimuovono - e tanto meno si risolvono - dall’oggi al domani (i tempi biologici sono lunghi), specie se un esperimento etico-socialista è osteggiato dal circostante mondo capitalistico, il quale continua ad agire in tutti i modi possibili per rendere difficile la sopravvivenza di un’isola socialista, non solo con sanzioni economiche (leggi: “predonomiche”) - vedi l’embargo a carico di Cuba e della Corea del Nord, come esempi attuali) - ma anche attraverso una propaganda mediatica (oggi universalmente trasmissibile e incontenibile) atta a far credere ai cittadini di quella società sperimentale che fuori di essa c’è magari il paradiso terrestre!
Il paradiso terrestre c’è - caro Luigi De Marchi -ma solo per i “grossi predatori” (imprenditori industriali, capitani della monetocrazia bancario-borsistica e simili antropozoi - individui dell’adolescenza della specie ovvero della semi-animalità); per gli altri c’è il purgatorio della precarietà e dell’incertezza quando non della disoccupazione e l‘inferno della povertà, della disperazione o di una vecchiaia fatta di elemosina. Luigi De Marchi non si è accorto che laddove (alludo all’ex Urss) - pur tra errori e magari crimini addebitabili agli uomini e NON ai princìpi - s’erano buttate le fondamenta di un impianto socialista (voglio dire di una collettività con partecipazione universale dei prodotti del lavoro secondo equità e bisogno), impianto che andava emendato e non demolito con la minaccia fantasiosa della “guerra stellare” di un Reagan in combutta con la maledizione di un papa polacco per un immenso paese plurietnico “senza Dio” - là, dico, ha fatto irruzione la giungla antropomorfa del sistema neoliberista e filoamericano, così caro alla “seconda personalità” dei vari Pannella.
Il De Marchi non ha imparato a conoscere la vera economia - la grande assente - e, per conseguenza - non ha compreso la natura dell’attuale (dico attuale) pratica predatoria detta “mafia”, di cui scopre una decina di modalità in parallelo con la “morale” islamica, come il maschilismo, la sacralità della famiglia (ovviamente patriarcale), le punizioni mortali dei traditori e delle adultere e l’odiosità degli omosessuali. Ma è ovvio, caro Amico, che qualunque società segreta conservi delle tradizioni di costume delle origini come - nel caso specifico - il giuramento di fedeltà (talora sancito con il sangue), l’omertà, la vendetta e non ultima la possibilità di attentare ai nemici esterni. Ma tutto questo ha solo valore folcloristico e quindi secondario. Quel che conta è che la “mafia” (quale che ne sia l’origine) è in atto - e non da ora - un modo “paralegale” di fare capitalismo ovvero di accumulare ricchezza depredando il prossimo (dal semplice pizzo ai “legali” investimenti in azioni industriali e in borsa con evidente inevitabile collusione con il mondo politico dei padroni esterni, che si “autolegittimano con leggi ad hoc”). Lo Stato borghese è un “potere di servizio” del “potere effettivo” di chi detiene la ricchezza del paese.
Il timore - espresso da Luigi De Marchi - di una possibile commistione quasi esplosiva fra islamici e mafiosi a sèguito dell’attuale flusso immigratorio (che sarebbe comunque da evitare), è del tutto destituito di fondamento scientifico. Tra l’altro, è offensivo per l’islamismo, ridotto alla peggiore delle possibili attuazioni. Il regime del mai troppo demonizzato Saddam Hussein, per esempio, era laico e costumanze primitive dell’Islam non vi avevano più luogo. Ho vissuto ben quattordici anni a contatto con i musulmani: è brava gente. Sono i capi politici che, come ovunque, usano le masse dei semplici o dei credenti per fini criminosi. Non dimentichiamo - è d’obbligo dirlo - che le Crociate, guarda caso contro i fedeli di Allah, venivano organizzate e consumate in nome di Cristo!
La parte strettamente folcloristica della “mafia” (già ridotta) è naturalmente destinata a scomparire: ad una imprenditoria predatoria “paralegale” basta la (semi) clandestinità, del resto da sempre praticata dalle grandi industrie del capitalismo, tanto per fare due esempi, da quella farmaceutica (che gestisce il miserabile “mercato della salute” o della patologia, magari indotta) e quella militare (che studia, occultamente appunto, come meglio distruggere “il nemico del proprio business imperialistico”). La “mafia”, così intesa, imperversa e impazza per il mondo.
Immagino che il De Marchi inneggi agli Usa - e alle loro
imprese criminali e donchisciottesche - dove l’inferno capitalista si fa
beffa di tutte le verità sacrosante sui diritti umani, di cui lo stesso - in
altri tempi e circostanze - si è fatto (e penso si farà ancora) lodevole
promotore. Sic transit gloria mundi.
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Si domanda
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<<-
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discontinue, soffocate entro cicli di breve durata?
È successo al pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino. È
successo al pool della Procura di Palermo del “dopo stragi”.
leggi tutto
Luca Tescaroli Ma è possibile avvicinarsi ai re della mafia? NO
Oggi come ieri il gioco grande del potere non può permettersi la verità.
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La percezione del fenomeno mafioso in Sicilia di Giovanni Lo Monaco
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Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007 Cap. III Culture: dentro e fuori l’organizzazione
Alessandra Dino Culture e mafia vedi A. Dino, S. Lupo, G. Lo Monaco
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G. Pisapia Sicurezza, il decreto discrimina. Le emergenze vere sono altre
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L’Altra Sicilia di Bruxelles interviene con una nota su Una conferenza “seminario” sulla psicologia mafiosa in Sicilia commissionata dal Ministero dell’Università e della Ricerca all’Università di Padova e Palermo
Nucleare Il caso della Francia è, a questo proposito, illuminante
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Allergia fatale: ora tutta l'area che va dal PD a tutta la sinistra è devastata
Si avvicina l'ora delle decisioni di Pietro Ancona
La CGIL firmerà? Il misfatto sarà presto compiuto?
Una lucida analisi della stretta connessione tra
guerra unilaterale e terrorismo
archivio personale testi non pubblicati:
Il dna è sostianzialmente uguale
Di Lello Luigi Giuseppina
Giuseppina a CEcilia
Esperienza fatta a Canicattì fra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei anni ‘60. Luigi Ficarra
CITAZIONI
Francesco Renda Storia della mafia Sigma edizioni 1997 delitto Palizzolo corteo 30 mila persone pag.154; processo alla Sicilia pag.152;Sicilianismo pag. 164
in Mafia e potere a cura di Livio Pepino e Nebiolo EGA editore 2006 Roberto Scarpinato , sfiducia nelle istituzioni pag.103;(1) "ordine reale fondato sul disordine controllato" pag. 106, durante il fascismo e dopo la caduta del fascismo pag.109.
Alessandra Dino
decostruire il pensiero unico destrutturazione delle teorie
ufficiali contro i saperi/poteri ufficiali pag. 150-155;
(1) È possibile che, come è stato recentemente osservato, il piccolo
commerciante estorto si senta un anello debole e isolato a fronte di un sistema
di potere rispetto al quale vi è sempre il sospetto che l’estortore mafioso sia
solo la parte visibile, l’ultimo anello fungibile di una lunga catena che anello
dopo anello, oggi come ieri, conduce nei santuari del potere?
La mafia non é un fenomeno è socio-psicologico ma semplicemente sociale
----Messaggio originale---- Da: luigi.ficarra@alice.it Data: 27-mag- 2009 1.56 AM A: <pietroancona@tin.it> Ogg: R: sotto l'albero di falcone
-L'inizio di un processo non è certamente il suo compimento. - C'è un'indubbia differenza fra la situazione esistente al tempo dell'assassinio di Libero Grassi e quella odierna: allora la Sicindustria, silente tutta la Confindustria, fu oggettivamente complice della mafia, anzi suoi dirigenti dissero, così come si espresse una volta, in un caso analogo, Siso Tortrici, che Libero Grassi era stato un <<minchione>> a non pagare il pizzo. -Oggi i dirigenti della Sicindustria regionali e di importanti province, in cui da molto lungo tempo c'è stata l'egemonia mafiosa, si sono schierati apertamente contro la mafia, ponendosi alla testa della lotta contro il <<pizzo>>. -Ho avanzato un'ipotesi di spiegazione logico-storica dell'inizio di questo fenomeno, che non è né religioso, né morale, ma squisitamente politico. Sconfitto il fronte della sinistra, sia a livello politico che sindacale, il padronato non ha più bisogno della mafia per esercitare in pieno il potere, nei cantieri, nelle fabbriche, nelle campagne, non ha bisogno di tenere a bada i <<garrusi comunisti senza dio, né famiglia, né patria>>. Il comando del capitale è pieno e libero ed il controllo della forza lavoro è quasi totale. -Pessoa diceva: <<è morto un dio, un altro ne è nato, non è venuta la verità, e solo cambiato l'errore>>. Uso questa immagine per dire che solo uno spirito religioso può immaginarsi che, superata storicamente la mafia, come speriamo sia, venga il bene. Specie se tale superamento-negazione, come secondo la mia tesi-ipotesi oggi inizia ad accadere, è generato non da una rivoluzione sociale ma da un processo interno alla stessa società borghese, in cui la mafia per lungo tempo è vissuta in piena simbiosi. Falcone diceva una cosa ovvia, ma espressione di un profondo senso storico materialista, che la mafia ha avuto un'origine storica e verrà storicamente superata, per mutamento interno delle condizioni che l'hanno generata, anche e soprattutto, ripeto, in assenza di una rivoluzione sociale. Pensare, nella situazione data dei rapporti di classe, che l'inizio della fine dell'egemonia mafiosa, coincida con l'iniziale manifestarsi di una palingenesi sociale e culturale, è pura fantasia-bisogno di uno spirito religioso. -Qui richiamo le considerazioni che avanzavo ieri, aggiungendo una esplicitazioni: se la sicindustria, appoggiata in pieno, per i motivi da me nelle precedenti note illustrati, dalla confindustria - cosa che mai c'è stata in tali forme e contenuti in passato -, continuerà ed approfondirà nel tempo la lotta oggi dichiarata contro la mafia, e quindi esprimerà una nuova classe dirigente borghese anche a livello politico, verrà a cadere la circolarità del rapporto mafia-politica, il <<circolo chiuso>> genialmente intuito da Franchetti, la cui tesi è stata ripresa anche dai magistrati Ingoia e Scarpinato. Il quale ultimo, anche se di cultura idealista, ma di robusta intelligenza, suppongo ci dirà più avanti qualcosa sul punto. -In tutte le fasi di transizione, come sappiamo, il vecchio persiste e si manifesta con forza e virulenza, resiste e lotta contro il nuovo che avanza. Consapevoli di ciò, ritengo sia da bandire il discorso che alcuni fanno di voler quasi eternizzare la mafia, ipostatizzandola, come se non fosse un fenomeno storico, ma una categoria dello spirito; e soprattutto occorre saper cogliere le forze dominanti, quelle che segnano un processo, e non quelle marginali, anche se possono esseree sul momento più appariscenti. - Altro errore che bisogna evitare è quello, comune a molti, di pensare che potere e mafia siano la stessa cosa, operando una confusione fra ogni forma di potere e la mafia, in quanto si ritiene che il potere sia in sé male, negatività. (Mi viene di pensare, come immagine, al potere enorme, fascista, diceva Barthes, della lingua). � Da detta confusione discende la omogeneità che alcuni pongono fra potere politico corrotto e potere mafioso: confusione generata da una visione religiosa e non politico-materialista. Come mi insegnava il contadino filosofo di Canicattì, Bordonaro, la prima operazione che bisogna compiere è quella dell'analisi e della distinzione fra generi, specie, e categorie sottostanti, sino a pervenire al fenomeno determinato e concreto di cui si vuole parlare. Altrimenti, mi diceva, si rischia di cadere nella genericità, nell�indistinto, nella chiacchera vuota. -Scrivevo, aderendo ad una tesi che trovo molto fondata sul piano logico-storico, che la mafia ha avuto una necessaria origine nella società e propriamente nel modo di porsi e di operare della classe dirigente e dominante nei secoli scorsi, e si è radicata nel tempo, divenendo necessariamente "cultura" anche in parte non marginale delle classi dominate in senso lato. Giustamente osservi che l'adesione ed il consenso alla "cultura" mafiosa c'è stato essenzialmente nella borghesia degli affari, delle imprese e delle proprietà, cui, certamente d'accordo, dobbiamo aggiungere quella non marginale delle professioni c. d. liberali. Mentre, sottolinei, e concordo, �è' difficile� che i lavoratori subordinati e sfruttati siano mafiosi o abbiano simpatie per la mafia. Io, come tanti altri, anzi come tutti ho l�esperienza diretta del paese in cui son vissuto nella prima parte della mia vita. I braccianti ed i contadini poveri, come il filosofo Bordonaro, erano allora nella stragrande maggioranza comunisti e contro la mafia, che aveva decimato i suoi dirigenti. C�erano però anche dei compagni, non pochi, che avevano un <<riguardo>> nei confronti dei mafiosi, e così pure dei lavoratori che non si dichiaravano politicamente. La borghesia delle professioni e quella commerciale considerava apertamente la mafia un bene, era interna al suo mondo culturale, la riteneva un potere <<giusto>>. Posso elencarti molti nomi di professionisti, negozianti, commercianti, che frequentavano il circolo dei <<negozianti>> e quello di <<compagnia>>, i cui discorsi erano riverenti nei riguardi della mafia, la cui ideologia avevano introiettato. Mio padre, che non avrebbe fatto male ad una mosca ed aveva un senso profondo dell�onestà, trovò naturale fare da compare al capo mafia Calogero Ferro, in occasione del battesimo del suo ultimo figlio, Gioacchino, mio compagno di scuola, e mi raccontò che si era rivolto a lui per acquistare a buon prezzo i gioielli in occasione del suo matrimonio. Sempre mio padre riteneva, come tutti i frequentatori del circolo del negozianti, che Gengo Russo fosse un galantuomo e mi ricordo che si meravigliò moltissimo quando gli dimostrai che era un fior di delinquente. Ricordo pure come era venerato e rispettato a Canicattì, sia da tutti i borghesi che da molti lavoratori, Minico De Caro, uno dei più grossi capi mafia della zona. -Sul rapporto mafia- sbarco degli americani, ha scritto pagine critiche anche Renda. Il quale, nello stesso libro di storia della mafia ci dona delle amenità su un presunto <<capitalismo antico>>, ignorando la critica logico- scientifica fatta da Marx nel Capitale di tale assurda tesi, �Capitale� , che egli dice di avere letto. Sempre Renda ha scritto, come saprai, un�autobiografia, in cui si proclama seguace di Croce, dando una rappresentazione vuota e soprattutto errata del pensiero di Marx. Rappresentazione meritevole di una stroncatura. Un abbraccio