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LIBERAZIONE 22.2.2006

L'Islam non è l'aggressore, è l'aggredito. Inciviltà occidentale
di Rina Gagliardi

Domani, dunque, Marcello Pera, seguito da una sfilza di
intellettuali di destra, e sostanzialmente benedetto da Benedetto
XVIesimo, presenterà il suo "Europa, svegliati! ": un vigoroso
appello alla coscienza giust'appunto europea, acciocché difenda le
sue radici giudaico-cristiane dall'attacco islamico e dichiari, a
sua volta, una sorta di "guerra santa" a mezzo Sud del mondo. Sono
posizioni che il presidente del Senato, esponente illustre dei così
detti "atei devoti" e di un vero e proprio
fondamentalismo "occidentalista", porta avanti da un pezzo (anche
qui in buona compagnia, dal Corriere della sera al Foglio, passando
per il Riformista). Ora, però, a rilanciare questa piattaforma
concorrono due eventi: a livello internazionale, le rivolte
fondamentaliste seguite, dal Pakistan alla Libia, alla vicenda delle
vignette blasfeme danesi; al livello più nostrano, o provinciale che
dir si voglia, la campagna elettorale. Tutto concorre, ahimé, alla
crescita dell'estremismo fanatico e delle crociate ideologiche: il
clima si approssima sempre di più a quello scontro frontale delle
civiltà che, a forza di esser nominato o paventato, rischia di
diventare la vera "cifra" della crisi del nostro tempo. E comincia a
non apparire più così paradossale che la seconda carica dello Stato
(sia pure, speriamo, solo per qualche settimana) vesta l'elmetto,
tuoni contro le "imbelli" cancellerie d'Europa, apra il fuoco contro
la politica di "appeasement". Proprio come fossimo nel '38, alla
vigilia dell'aggressione di Hitler all'Europa.
Si rifletta bene sulla campagna attuale, dominata quasi soltanto da
parole di guerra: il richiamo esplicito è al secondo conflitto
mondiale e agli anni torbidi che lo hanno preceduto - il pericolo
evocato del "pacifismo", di una ripetizione del patto di Monaco
(quello che le potenze europee stipularono nel '38 col nazismo,
nella speranza di rinviare la guerra), di una "umiliazione"
crescente dell'Occidente. Sono parole gravissime, irresponsabilmente
provocatorie, ispirate da un insensato bisogno di buttare benzina
sul fuoco. A stare alla lettera di queste dichiarazioni, l'Europa -
o chi per lei - dovrebbe al più presto rompere le relazioni
diplomatiche con i paesi e i governi musulmani, aggredire
militarmente Siria, Iran, Nigeria e magari il Pakistan (per altro
fedele alleato dell'Occidente e segnatamente degli Stati Uniti),
espellere da sé quindici milioni di migranti di religione islamica
che occupano il suo territorio, progettare infine l'attacco "finale"
a un miliardo e trecento milioni di persone: in breve, quel che si
evoca è, né più né meno, una nuova guerra mondiale. Che, a
differenza di quelle che l'hanno preceduta, avrebbe come propri
nemici dichiarati non potenze politiche, non governi, non Stati, ma
popoli interi - e una fede religiosa. Una tale enormità, certo, non
la dice Pera e non la dice (forse) neppure Magdi Allam. Ma in
qualche modo, questa enormità, la fanno balenare - la fanno correre
nei loro scritti, nelle loro interviste, nei loro appelli. Perché?
Perché riscoprono le Crociate, esattamente come l'ex-ministro
Calderoli, nel mondo globalizzato avido di petrolio, di acqua e di
materie prime, dove denaro e business, anche e soprattutto con il
mondo islamico, la fanno da padroni?
Se proviamo a cercare il nucleo di verità che c'è sempre nelle
posizioni altrui, anche in quelle degli avversari, possiamo scoprire
che sì, che c'è qualcosa di cupamente veritiero nei discorsi del
presidente del Senato e dei molti che lo seguono o lo assecondano.
Questo qualcosa è la crisi oramai conclamata della "civiltà
occidentale", del suo modo di produrre, consumare e vivere: un "male
oscuro" che attanaglia l'Europa e l'Occidente. Una paura diffusa, a
volte sotterranea, a volte consapevole. Ma qual è
l'agente "patogeno", il virus che sta producendo questa malattia di
massa? Qui emerge tutta la disonestà intellettuale dei Pera, dei
Quagliarello, degli oscurantisti cattolici: non indagano la
malattia - la crisi - ma parlano di "malocchio" - di minaccia
esterna, da estirpare con la violenza. Proprio come fanno i "maghi"
o i guru di fronte a persone infelici e malcapitate. Proprio come le
classi dirigenti hanno sempre fatto, nella storia, per salvarsi:
buttarla sul capro espiatorio "giusto". Un rituale barbarico, che,
del resto, la civiltà cristiana ha usato molte volte, e con
risultati tragici - come contro gli ebrei, sterminati a milioni non
dai seguaci di Maometto ma dai capi della più grande nazione
cristiana d'Europa.
Noi lo sappiamo bene. Non è l'Islam, ma il capitalismo dell'era
liberista che sta letteralmente divorando la civiltà occidentale, ne
mina le basi strutturali (il lavoro, che non "vale" più nulla), ne
svuota ogni valore condiviso. Noi viviamo in società ancora
relativamente benestanti, ma sempre più disgregate, insicure, che
non promettono futuro - e offrono un presente all'insegna della
precarietà, l'unico Grande Valore che la borghesia ha scoperto e
praticato in questi decenni. Noi, se ancora nutriamo qualche
speranza, la collochiamo ormai "fuori" - fuori da qui, dal dove
siamo, dalle città in cui abitiamo, dai luoghi che percorriamo
abitualmente. La più recente ricerca dell'Eurispes ci dice che un
terzo degli italiani, ma soprattutto la grande maggioranza dei
giovani, vorrebbe andare, appunto, "fuori" - all'estero. Vorrebbe
emigrare, proprio come fanno milioni e milioni di cittadini del Sud
del mondo, alla ricerca di qualcosa che, lì dove sono, non trovano e
non sperano di trovare. Forse qui, in questa vocazione globale
al "fuori", alla migrazione, c'è in nuce anche un sogno nuovo di
libertà, c'è in potenza la nascita di una nuova umanità migrante -
tutta migrante - capace di ridefinire se stessa e un'altra civiltà.
Intanto, però, il segno dominante resta quello della crisi, del
disagio esistenziale, talora della disperazione. Accade così che
questo Occidente che non sa più dove andare scopra, per l'ennesima
volta, il Nemico contro il quale scaricare la sua crisi.
Questo nemico, naturalmente, è oggi l'Islam. L'Islam in quanto tale,
senza più distinzioni tra moderati ed estremisti, tra governi e
popoli, tra le mille e mille confessioni nelle quali si suddivide.
L'Islam di cui l'Occidente ha allevato e foraggiato con cura tutti i
fanatismi e tutti i fondamentalismi - comportandosi da vero
apprendista stregone, dai Talebani ad Hamas, dai waabiti sauditi
agli sciiti irakeni - per vincere le sue guerre, ieri in Afghanistan
contro i russi, oggi contro le oligarchie al potere in Medio
Oriente. L'Islam che è stato, per secoli, parte integrante della
civiltà europea, l'ha contaminata, ne è stato contaminato - ed oggi
viene rappresentato corpo estraneo, alieno, minaccioso. L'Islam
astratto e "memorizzato", che schiaccia popoli e persone su un credo
fanatico e "anticristiano", e non è mai fatto di contesti concreti:
come la colonizzazione italiana della Libia, una ferita mai davvero
cancellata, un esempio feroce e sanguinario di colonizzazione e
oppressione. Ma sulle responsabilità occidentali è silenzio totale:
quelle storiche, e quelle attuali. Quel mix di aggressione
e "miraggi lusinghieri", di oppressione sistematica e spoliazione
identitaria, di neocolonialismo e pelosa "integrazione", che oggi fa
esplodere le masse di questi paesi. Quella arrogante e violenta
pretesa di modellare il pianeta intero su se stessi, come l'export a
viva forza non della democrazia, ma dei suoi simboli e dei suoi riti
formali. Non è l'Islam l'aggressore, ma l'aggredito. E la replica a
cui oggi stiamo assistendo reca - ahimé - il segno profondo
della "inciviltà occidentale" che l'ha alimentata: a forza di rubare
le risorse, di imporre (Fmi) politiche liberiste che provocano per
milioni di persone una condizione di povertà e sofferenza sociale; a
forza di allevare classi dominanti corrotte e\o subalterne, di
vendere armi e strumenti di morte, di far chiudere le scuole
pubbliche laiche, facendo trionfare quelle coraniche; a forza di
devastarlo, questo pezzo di mondo, e alla fine di schernirlo con le
vignette, si poteva pensare che esso non si ribellasse? Non si
facesse conquistare, ahimé, dall'unico valore - il fanatismo
religioso - che sembra il solo a promettere una possibilità di
riscatto? Così la ruota della storia ha ripreso a girare, vorticosa,
verso la catastrofe, verso lo scontro dei fondamentalismi. C'è un
dio pietoso che ci può salvare?
22 febbraio 2006