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I dannati di Guantanamo

La Repubblica - 13 luglio 2003                           (vedi anche http://urlin.it/1072f  Guantanamo galleggianti 2 giugno 2008)

Viaggio all'interno di Camp Delta tra i 680 "presunti terroristi" rinchiusi nella base americana a Cuba
Gabbie, Corano e disperazione ecco i dannati di Guantanamo
I detenuti non possono parlare, non sanno nulla del loro destino "Sono solo terroristi catturati in battaglia"
di CARLO BONINI


GUANTANAMO - Lo chiamano Camp Delta. È un immenso specchio rifrangente di metallo, filo spinato e cemento. Un sarcofago schiacciato su mille stie di ferro che segregano 680 prigionieri di 42 paesi dalle 17 lingue e i 23 dialetti. Ha ingoiato i dannati di "X Ray", il vecchio campo "raggi X", perché se ne diluisse il ricordo, fino a spegnerlo. Almeno così speravano al Pentagono. In ceppi, il 2, il 28 e il 29 aprile del 2002, hanno trascinato i prigionieri nelle loro nuove gabbie a soli duecento metri dal mare. Senza spiegargli che non lo avrebbero mai visto, né sentito. Perché a "Camp Delta", l'Oceano non è né un suono né un odore né un colore.
Se il campo non fosse annunciato da una serpentina tra barriere respingenti e garitte di guardia mangiate dalla salsedine, da un cartello che paradosso vuole sia un omaggio alla libertà (Camp Delta. Onore alla difesa della libertà) e se non fosse per quel luccichio di metallo che lo avvolge in una bolla di fuoco a 40 gradi, ci sbatteresti contro senza immaginare quel che nasconde.
Sì, perché il sarcofago, con i suoi terrapieni, corridoi, cunicoli, è avvolto lungo l'intero perimetro da un'interminabile banda di un nylon spesso e pesante, color verde bottiglia. Impenetrabile allo sguardo. Di chi è fuori, di chi è dentro.
Il maggiore John Van Natta, aspetta al "Sally gate 8", la porta di ingresso numero 8. E' il responsabile di questo termitaio di metallo. Lo chiamano "il dottore". Non per una laurea in medicina, ma per un phd in "scienza della carcerazione". Per il suo mestiere da civile, prima che da riservista lo richiamassero sulla baia: direttore del "Miami county correctional facility", penitenziario di massima sicurezza a nord di Indianapolis. E' un omone dai modi gentili Van Natta e una passione rivelatrice, con cui intrattiene l'interlocutore mentre si sollevano una decina di chiavistelli, si schiudono due porte ad apertura controllata e con loro la "bandana" di nylon. Sa, amo collezionare uccelli esotici. Ne ho in gabbia cinquanta coppie. Li tengo in due grandi voliere in giardino...Quando non lavoro, mi rilassa guardarli. A lei piacciono gli uccelli?.
Il filo spinato è un'unica avvolgente spirale. Che corre sopra la testa, lungo palizzate alte dieci metri. Che obbliga il cammino. Per questo chiamano il Campo "the Wire", il filo. Van Natta: Faccia attenzione... No, non è elettrificato. A casa mia sì che l'ho elettrificato, ma qui non c'è bisogno...Prego, entri pure. Benvenuto a Camp Delta. Ah, mi raccomando se qualche detenuto le rivolge la parola si giri dall'altra parte. Sono molto furbi. Hanno capito che ogni tanto arrivano dei giornalisti e provano a mandare dei messaggi...È incredibile, ma molti di loro parlano un ottimo inglese.
Dal "blocco 1", devono averlo sentito. Uno dei disperati intona una nenia che trova compagni lungo strada. In una delle gabbie si fa il verso: Eeeengliiish... Eeeeengliiish.... Due fantasmi in tuta arancione schiacciano il volto contro le stie di acciaio, fino a segnarsi la fronte. Ne stringono la trama, lasciando gonfiare le dita che la afferrano. Guardano fissi nel vuoto. Mostrano un sorriso immoto. Da prede stordite. Van Natta accelera il passo. Prego...Prego, venga avanti. Nessun contatto con i detenuti. Abbiamo fatto cinquanta passi. Forse meno. Alle nostre spalle si sono richiuse le porte e la banda di plastica che impedisce lo sguardo. Ma è come se avessimo fatto chilometri.
Il perimetro esterno è lì, dietro di noi, ma non se ne avvertono più i rumori. Il mare è ancora più vicino, di fronte a noi, ma ancora la "bandana" ne impedisce lo sguardo e ne filtra l'odore. Siamo al centro di un reticolo di 19 blocchi di detenzione rettangolari da 48 stie ciascuno. Divisi in tre campi (1, 2, 3), numerati in ordine di costruzione e accomunati da un unico indice di sorveglianza, "massimo". Anche loro fasciati allo sguardo. Perché da un blocco all'altro non ci si possa né vedere, né sentire.
Il camminamento di ghiaia tra i blocchi riflette il calore. Il "dottor" Van Natta rassicura. Vedrà, ora che entriamo nel blocco sentirà che fresco.... Ancora un chiavistello. E una vampata insopportabile. Anche Van Natta, ora, è una maschera di sudore. Indicando il soffitto di cemento armato da cui sbuca un generoso bocchettone orientato ad intercettare la brezza che soffia dal mare e urta il sarcofago, spiega: In questa zona abbiamo celle vuote e dunque non è attivato il sistema di ventilazione forzata. Ma dove sono occupati i bracci, vento ce n'è...certo, non è l'aria condizionata. Ma, insomma, si può stare.
Sarà. Dove certo non si può proprio stare è nelle stie di acciaio temperato che dovrebbero far dimenticare X Ray. La società Halliburton, general contractor di cui il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney è stato un tempo amministratore delegato, ha incassato dal Pentagono 9 milioni e 700 mila dollari per cancellare con le nuove celle di "Camp Delta" la conca della vergogna. Ma gli ingegneri della segregazione non sono stati generosi. Van Natta annuncia compiaciuto che, ora, ogni detenuto ha il suo bagno, la sua acqua corrente, il suo materassino di preghiera. E invita quindi a verificare di persona entrando in una delle tante gabbie vuote.
Certo, non c'è paragone con gli uomini ridotti conigli sotto il sole di "X Ray". Ma le stie sono rimaste tali. Sigillate alla sommità da un pesante coperchio di cemento e acciaio. Aperte allo sguardo su tutti e quattro i lati, anche se protette da una rete metallica più spessa. Identiche nelle dimensioni. Due metri e mezzo di profondità per 1,8 di larghezza.
Il letto, murato a mezza altezza sul lato sinistro della cella impedisce qualsiasi movimento trasversale. Il cesso alla turca a settanta centimetri dalla testa del letto e il lavandino a poco più di ottanta, si mangiano quel mezzo metro di lunghezza che consentirebbe al detenuto di andare almeno oltre i due passi. Ma sì, conviene Van Natta. Quando il detenuto è in cella può solo sdraiarsi sul letto. Un Corano agganciato alla rete metallica. Un tappetino di preghiera sotto il letto, i libri in distribuzione nei bracci (Ne sono stati ordinati di nuovi per 65 mila dollari qualche settimana fa), gli scacchi o la dama. Anche se non si capisce bene con chi dovrebbe giocare, visto che è da solo. Magari con il suo vicino di stia. Ammesso che il suo sguardo riesca a penetrare oltre la rete. E poi, può pregare quando vuole, chiosa Van Natta. Anche oltre le cinque volte comandate dal Corano. Guardi cosa abbiamo fatto verniciare a fuoco ai piedi di ogni letto. Una freccia nera rivolta alla Mecca. 12.793 chilometri, avverte l'epigrafe.
Il cibo è religiosamente corretto. Arriva congelato da Norfolk una volta ogni 15 giorni, viene scaldato e servito tre volte al dì (6.30; 11.30; 20.00), ingrassa i corpi (mediamente 6 i chili di peso guadagnato per ogni detenuto). Anche perché, persino nei giorni del digiuno di fede, qualcosa nelle stie arriva comunque, per regolamento. Le razioni K dell'esercito da 3 mila calorie. Nelle loro tre varietà: Burrito, Tortellini al formaggio, Pasta in salsa Alfredo. Intrugli sotto vuoto dalla vaga consistenza e mortificante allusività alla cucina italiana. Scadenza, 2006.
Le tute sono rimaste le stesse. Arancioni. E la dotazione individuale (infradito, asciugamani, due coperte, cuscino, spazzolino, saponetta, copricapo per la preghiera) si è arricchita di short. Il sistema di punizioni o incentivi (dipende da dove lo si guardi) ha invece ora una sua scientificità. I grandi spazi di "Camp Delta" (320 celle sono vuote in attesa di impiego), la diversificazione in 19 blocchi dei 680 disperati che li popolano hanno mosso la fantasia della segregazione. Van Natta ancora lui ne illustra il meccanismo con un qualche compiacimento per la sua semplicità ed efficacia. Ha un phd in "scienza della carcerazione", ma quel che sta andando a spiegare è né più e né meno che il sistema italiano del "bonus malus" nelle assicurazioni delle autovetture. State a sentire.
Esistono quattro livelli di detenzione. Al "livello uno" si gode del massimo dei vantaggi. Si può andare a fare l'aria tre volte la settimana per trenta minuti. Che diventano quaranta con i cinque di doccia e i cinque di barba che seguono. Al "livello due", i minuti per ogni "aria" diminuiscono. Lo stesso al "tre". Al "livello quattro" si può uscire al passeggio solo 2 volte. Dunque, solo due docce e solo due barbe. Chiaro. Chi si comporta come si deve, può godere di una spianata di cemento armato al termine del braccio chiusa da gabbie sui quattro lati. E qui, da solo, può correre o dare calci a un pallone (Sapesse quanto sono bravi a giocare, chiosa Van Natta). Ma ecco il "bonus malus".
A Guantanamo ogni detenuto entra al "livello tre di privilegio". Se per trenta giorni consecutivi non commette infrazioni, scende di un livello. Diciamo al due. Ma se durante i trenta giorni del due, viola una delle regole del campo, sale di due livelli. E piomba al 4. Proprio come le assicurazioni. Fai un incidente e ti ritrovi su di due classi.
Le regole di cui parla Van Natta, all'osso, sono cinque: Non rifiutare il cibo; non gridare; non insultare i secondini; non provare ad affrontarli fisicamente, non investirli con getti d'acqua o con secrezioni corporee: urina, feci, saliva. Semplice, mi pare.
"Camp Delta" non è solo un esperimento di segregazione. È un fotogramma della segregazione nella segregazione. Un cozzo di culture. È Fargo contro Khost. Jacksonville contro Kabul. Lo capisci sulle panche dell'Ocean Galley, "La terrazza sul mare", un pallone di cemento armato all'esterno del Campo dalla foggia architettonica curiosamente esotica, con oblò sul mare e aria condizionata che sa di unto. E' la mensa dove, quando "smontano" dai turni di otto ore, si rifugiano gli "Mp". I poliziotti militari. Se preferite, i secondini.
Alle 11.30 e alle 18.30, il pranzo e la cena, li trovi chini sui loro sandwich, sui loro hamburgher, sulle ali di pollo fritte. E scopri che a Guantanamo, una scheggia di Islam è segregata e sorvegliata dalla profonda provincia americana.
Non un solo secondino è militare di carriera. Sono riservisti strappati al ventre dell'America. Alle linee delle fabbriche. Alle casse degli shopping mall. Otto mesi nei bracci di Guantanamo per "servire nella Guerra al Terrorismo", sentirsi degli orgogliosi "veterani", mettere in banca un pugno di mensilità che aiuti ad andare avanti. Lonnie Morren ha 21 anni. Arriva da un paesone del Michigan. Racconta: Faccio il fabbro. Hai presente le sedie da giardino? Quelle delle case come si deve. Insomma, mi chiamano e mi ritrovo qui. Incredibile! A sorvegliare dei veri terroristi. Magari tra di loro c'è qualcuno dell'11 settembre... voi giornalisti ne sapete niente? Lo chiedo perché noi non sappiamo come si chiamano quelli dentro le gabbie.
Nei bracci, nessuno chiama i disperati con il loro nome. A "Camp Delta" gli uomini sono numeri. Quelli della loro cella. E come numeri sono riconosciuti e ricordati da chi li sorveglia. Ti potrei dire che il 7 è un osso duro. O che il 18 sono due giorni che non parla, spiega Lonnie facendosi serio. Chiede: Ci sono italiani?. Sì, almeno otto.
L'ultimo identificato dagli uomini dell'intelligence, che interrogano in parallelepipedi di cemento armato senza finestre a ridosso del Campo, si chiama Lufti Bin Alì. E' del 1964 ed è nato in Tunisia. Era stato arrestato a Bologna nel '97 perché sospettato di essere membro del Gia. Quindi se ne erano perse le tracce.
Lonnie si fa curioso e come lui il commilitone che gli siede accanto: David Romleski, 24 anni, da Colombia, South Carolina, riservista e operaio in una fabbrica di componenti elettrici. Anche lui ha voglia di parlare: Io mi infilo i guanti la mattina, metto una striscia adesiva a coprire il mio nome sulla mimetica e quando quelli devono uscire, li vesto con il "tre pezzi". Sai no cos'è il tre pezzi? Quando li leghiamo con un'unica catena alle caviglie, alla cintola, alle mani. Non capisco l'arabo, ma so che mi insultano. Anche perché quando vogliono chiedermi qualcosa mi parlano in inglese. E' vero, è vero, interrompe Lonnie. Una volta mi hanno chiesto in inglese di fargli sentire Elvis Presley. Anche quando chiedono aiuto, gridano in inglese...Quando capita che... insomma, è noto, quando capita che tentino di ammazzarsi. Quando si appendono alle grate delle loro stie. Con un asciugamano annodato alla bell'e meglio. Per farla finita con il sarcofago senza tempo.
E' accaduto ventotto volte, annota algida la contabilità ospedaliera del campo. Ventotto volte con diciotto individui. Perché qualcuno ci ha provato più di una volta. Il capitano medico Kelleher, direttore dell'ospedale da campo, ne parla con una qualche laconicità. Sono stati tutti soccorsi per tempo e si sono ripresi, spiega. Uno solo non ha ancora recuperato del tutto. Per qualche mese è rimasto attaccato alla macchina della rianimazione e quindi a quella dell'alimentazione forzata. Ora parla e cammina. Certo, ha difficoltà a tenere in mano una tazza....
La depressione conviene l'ufficiale medico è il virus di "Camp Delta". Lo staff di psichiatri è passato da 3 a 30. I detenuti sotto osservazione sono 90, e almeno la metà di loro assume regolarmente farmaci. Il maggiore Van Natta, che lo ascolta, annuisce: I detenuti non sanno né come, né quando, né se usciranno mai dalle loro gabbie. E questo è un problema. E' il problema di Guantanamo. Che aumenta la loro aggressività. Verso gli altri e verso se stessi. Ma non è affar mio. Stiamo combattendo una guerra al terrorismo. E comunque qualcosa stiamo facendo.
Un blocco di minima sicurezza, "Campo 4". Dove le tute sono bianche e le celle non sono singole, ma dormitori. Dove si pranza insieme all'aperto e l'aria si fa sulla ghiaia, non sul cemento. Chi passa di lì è a un passo da casa. Dal rimpatrio. Da quando la baia dei dannati ha aperto le sue gabbie sono tornati a casa in 42. Altrettanti lascia intendere il portavoce della base, il colonnello Barry Johnson potrebbero tornare nei prossimi mesi. Tra loro, verosimilmente, i quattro minori che alloggiano a "Camp Iguana".
Una finestra di umanità nell'universo concentrazionale di Guantanamo. Un appartamento di colore bianco ad un chilometro dal campo. Niente filo spinato, niente gabbie. Un salotto, quattro poltrone, una tv, un frigo, una cucina, due stanze da letto e un televisore. Di più, un simulacro di prato che si affaccia sulla scogliera. Almeno loro, i "ragazzi", l'Oceano lo possono vedere, sentire, annusare. Possono lasciarsi accarezzare dalla libertà. (1 -continua)

(Repubblica - 13 luglio 2003)

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      da l'Unità del 11.10.2003

      Italia - La maschera e il potere
di Vincenzo Consolo

Prósopon era per i greci la maschera teatrale ed era anche il modo d’esser visti dagli altri. Voglio quindi credere che da questo termine, dal suo ambivalente significato possa esser nata l’idea «teatrale» nel filologo Luigi Pirandello, che da quella classica parola sia germinato il suo drammatico mondo: il dramma dell’essere e dell’apparire, della realtà e della finzione, della vita e della forma, dello smarrimento dell’io, della perdita dell’identità.
E credo anche che la rappresentazione di personaggi, di «maschere» Pirandello l’abbia vista nella sua città, in quella che era stata la greca Akragas, la latina Agrigentum e l’araba Gergent, ridotta infine nel gran borgo di minatori, di proprietari di miniere e di commercianti di zolfo che era la Girgenti del suo tempo. Credo che Pirandello abbia visto quella rappresentazione nella centrale via Atenea, angusto e affollato teatro, ribalta e platea, passaggio obbligato, temuto e ambito dove i borghesi s’incontrano, si guardano e si spiano, recitano e ascoltano, si scrutano e si analizzano. I popolani - le famiglie dei picconieri e dei carusi delle zolfare - restavano naturalmente fuori da quel teatro, essi vivevano la loro grama vita nel sobborgo di Ràbato, nei quartieri della Biberìa e del Pojo. Credo ancora che il teatro scoperto da Pirandello in quell’angoscioso, torturante cunicolo dell’agrigentina via Atenea lo si poteva vedere, fino a una cinquantina di anni orsono, in ogni viuzza o piazza di borgo e di cittadina di questo nostro Paese. Un Paese, sappiamo, di chiusure comunali e campanarie, un Paese dalle varie «lingue» e dai vari costumi, ma un Paese dalla comune arretratezza, ignoranza, dai comuni vizi. L’antica, aulica Italia insomma, con le sue romantiche rovine di fori e teatri, di colossi e di templi, viveva, come Agrigento, in un infinito crepuscolo. Crepuscolo rischiarato prima della abbagliante luce del Rinascimento, poi dai nobili bagliori del Risorgimento, ma ripiombata, subito dopo l’Unità, nel suo crepuscolo e nella sua continua decadenza. È ancora Pirandello, un Pirandello diciannovenne, che scrive al suo amico poeta di Piana degli Albanesi Giuseppe Schirò: «La mia patria se la mangiano i cani... Ed io che ne sento ancora la tradizione storica civile e artistica, io odio l’Italia d’oggi, personificata nel suo re galantuomo e imbecille, che siede su un trono merdoso innalzato sui sacri cadaveri per civile ristorazione!». E sembra che Antonio Tabucchi abbia letto questa lettera di Pirandello allo Schirò nell’affermare su questo giornale (5 ottobre 2003) che l’Italia di oggi, governata dalla coalizione berlusconiana, con tutto quanto ne consegue, vale a dire con la continua, pervicace demolizione dei principi della democrazia, l’Italia di oggi non è più un «Paese alla deriva. È una fogna a cielo aperto». Io non sono d’accordo con Tabucchi. Per me l’Italia berlusconiana non è una fogna a cielo aperto. È invece una immensa discarica di rifiuti tossici. Ma, nell’affermare questo, ho il dovere di spiegare perché, sia pure sinteticamente, e con ordine.
Per spiegare devo però tornare all’inizio di questo mio scritto, ritornare al «mio» Pirandello. Il quale, con la sua metafora letteraria, con il suo «relativismo», non è rimasto certo chiuso, lui, nelle angustie delle stradine, delle piazzette e dei salottini italici, ma come tutti i grandi scrittori del Novecento, come Kafka, Musil, Proust o Mann, ha rappresentato la crisi della borghesia dell’Occidente, ha messo in luce le allarmanti crepe, le voragini aperte nella fittizia solidità della crosta borghese ottocentesca, ha svelato la nevrosi di quella borghesia, lo smarrimento, la follia. E ha profetizzato quindi i disastri, le tragedie che ne sarebbero derivati sul piano della Storia.
Noi, restando nei confini del Belpaese, diciamo che cinquant’anni fa qui avveniva una rivoluzione: l’avvento della televisione. Succedeva allora che il teatro pirandelliano di personaggi e di maschere, di attori che erano contemporaneamente spettatori, quel teatro «dialettico» che si svolgeva all’aperto, alla luce del sole, divenne improvvisamente un monologo assiomatico, perentorio, impositivo, un teatro di soli personaggi (la parola prósopon si riduceva all’unico significato di maschera, non si articolava più in prósopsis, nel modo in cui gli altri ci vedono). E si svolgeva quel teatro al chiuso, nel buio del tubo catodico, nell’oscurità di ogni casa. Insomma, la maschera televisiva trasformava il telespettatore in un soggetto di assoluta, passiva ricettività; con le sue immagini, inchiodava alla immobilità (immobilità del corpo e della mente) contemporaneamente milioni e milioni di persone. Non eravamo più al dramma (che viene dal greco drào, che significa fare, agire), ma nella stasi, nella pietrificazione della maschera/medusea, prefigurazione della stasi metafisica di cui parla Campanella. Ecco, con queste affermazioni si rischia di apparire passatisti, vecchi conservatori che non accettano il nuovo, i progressi scientifici e le mirabolanti invenzioni tecnologiche. Non è così. Dico - e credo che sia chiaro a tutti - che la macchina, lo strumento è in sé neutro, è innocente. Il televisore, e così anche il frigorifero, è un elettrodomestico innocente, come direbbe Eduardo. È la persona che usa lo strumento, che lo «comanda» (non certo quella che manovra il telecomando) che diventa responsabile, e spesso colpevole, spesso criminale. Nel suo frigorifero, un Jack lo Squartatore potrebbe infilarci tocchi di carne umana; chi ha il potere di usare la televisione (la Rai, ad esempio) può far diventare quello televisivo uno strumento demenziale, osceno, volgare.
Cinquant’anni fa nasceva dunque in Italia la televisione. Nasceva dopo sette anni di governo democristiano e agli albori della nostra ripresa economica, del nostro famoso miracolo economico, della nostra rapida, profonda mutazione sociale, antropologica, culturale. E in quell’indizio dell’era televisiva entrava facilmente, nella gestione dello strumento, una cultura parrocchiale, sì, ma, vivaddio (è il caso di dirlo) con principi etici ed estetici. Vi entrava anche la cultura umanistica (grazie a molti intellettuali - scrittori critici letterari filosofi - che vi lavorarono); vi entrava una finalità pedagogica, didattica. Cominciarono allora ad affievolirsi nel nostro Paese le varie «lingue», i dialetti vale a dire, e nacque quindi, dopo secoli, con soddisfazione di Umberto Eco e di Tullio De Mauro, «la nuova lingua italiana come lingua nazionale», quella lingua analizzata, e ironizzata, da Pasolini nel saggio del 1964 Nuove questioni linguistiche.
La seconda rivoluzione (fatale e permanente) avvenne nel nostro Paese nel 1984, anno in cui viene data a Mediaset del gruppo Fininvest, di proprietà di un imprenditore di nome Silvio Berlusconi, la concessione di canali televisivi. Televisione commerciale, quella di Mediaset, con funzione assolutamente commerciale, di imbonimento per il consumo di cose, di merci. Tutto quindi là, dall’informazione agli spettacoli, era in funzione pubblicitaria. Tutto quindi diveniva esteriorizzazione, scenografia, finzione, mistificazione, menzogna, impostura. Il prosopon, la maschera, si trasformava in mascàra, in belletto, cerone, tintura, trucco...
Ora sappiamo, e amaramente constatiamo, che quella funzione mercantile e pubblicitaria della Fininvest, di Mediaset o Publitalia o come caspita si chiama, con il partito di Forza Italia si è trasferita dalla merce alla politica. Il padrone di Mediaset, ora presidente del Consiglio, e la sua coalizione di Governo controllano ormai tutte (tranne forse una) le reti televisive italiane, private e pubbliche. La cosiddetta legge Gasparri, quando sarà definitivamente approvata e promulgata, darà il sigillo di legalità a un vero e proprio golpe mediatico, legittimerà l’imposizione della pietra tombale sul pluralismo dell’informazione, sulla libertà di stampa, che significa libertà di opinione e di espressione.
Dicevo sopra di questa Italia di oggi come immensa discarica di rifiuti tossici, i quali sono, è chiaro, i messaggi televisivi. La tossicità dei rifiuti ha già contaminato, dal 1984 a oggi, più della metà della popolazione di questo Paese. Vediamo ogni giorno il suo degrado morale e culturale, la sua alienazione, la sua violenza, il suo disprezzo delle regole del vivere civile, del convivere umano. Un’Italia di oggi che ci appare, come appariva allora a Pirandello, «odiosa».
E con Pirandello vogliamo concludere, col quale abbiamo incominciato, con una citazione da quel grande suo romanzo di delusione e di amarezza che è I vecchi e i giovani. «Dai cieli d’Italia, in quei giorni, pioveva fango, ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava da per tutto (...) Diluviava fango; e pareva che tutte le cloache della città si fossero scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida alluvione di melma...».
Credo che quello che piove oggi dai cieli d’Italia non sia fango - inerte, come allora per le truffe parlamentari e gli scandali bancari. Credo che quello nostro d’oggi sia un fango radioattivo, contaminante, terribilmente rovinoso, letale.

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L'Unità 18.09.07

Migrazione, la civiltà come arte della fuga

Vincenzo Consolo


 
Addio città

un tempo fortunata, tu di belle

rocche superbe; se del tutto Pallade

non ti avesse annientata, certo ancora

oggi ti leveresti alta da terra.


(Euripide: «Le Troiane»)



Presto, padre mio, dunque: sali sulle mie spalle,

io voglio portarti, né questa sarà fatica per me.

Comunque vadan le cose, insieme un solo pericolo

una sola salvezza avrem l’uno e l’altro. Il piccolo

Iulio mi venga dietro, discosta segua i miei passi la sposa


(Virgilio: «Eneide»)



Questi versi di Euripide e di Virgilio vogliamo dedicare ai fuggiaschi di ogni luogo, agli scampati di ogni guerra, di ogni disastro, a ogni uomo costretto a lasciare la propria città, il proprio paese e a emigrare altrove. Sono dedicati, i versi, agli infelici che oggi approdano, quando non annegano in mare, sulle coste dell’Europa mediterranea, approdano, attraverso lo stretto di Gibilterra, a Punta Carmorimal, Tarifa, Algesiras; approdano, attraverso il canale di Sicilia, nell’isola di Lampedusa, di Pantelleria, sulla costa di Mazara del Vallo, Porto Empedocle, Pozzallo...

La storia del mondo è storia di emigrazione di popoli - per necessità, per costrizione - da una regione a un’altra. Nel nostro Mediterraneo, nella Grecia peninsulare, gli Achei lì emigrati nel XIV secolo a.C. danno origine alla civiltà micenea che soppianta la civiltà cretese, che a sua volta viene offuscata dalla migrazione dorica nel Peloponneso. Con questi greci cominciò, nel XXII secolo a.C. la grande espansione colonizzatrice nelle coste del Mediterraneo - in Cirenaica, nell’Italia meridionale (Magna Grecia), in Sicilia, Francia, Spagna. La colonizzazione greca in Sicilia, dove vi erano già i Siculi, i Sicani e gli Elimi, avvenne con organizzate spedizioni di emigranti, di fratrie, comunità di varie città - Megara, Corinto, Messane... - che sotto il comando di un ecista, un capo, tentavano l’avventura in quel Nuovo Mondo che era per loro il Mediterraneo occidentale. In Sicilia fondarono grandi città come Siracusa, Gela, Selinunte, Agrigento, convissero con le popolazioni già esistenti, assunsero spesso i loro miti e riti, stabilirono pacifici rapporti, per molto tempo, con la fenicia Mozia e con l’elima Erice.

Ma non vogliamo qui certo fare - non sapremmo farla - la storia dell’emigrazione nell’antichità. Vogliamo soltanto dire che l’emigrazione è fra i segni più forti - oltre quelli delle guerre, delle invasioni - della storia.

Segno forte l’emigrazione, della storia italiana moderna.

«Dall’Unità d’Italia (1860) non meno di 26 milioni di italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro Paese. È un fenomeno che, per vastità, costanza e caratteristiche, non trova riscontro nella storia moderna di nessun altro popolo». Questo scrive Enriquez Spagnoletti, in un numero speciale dedicato all’emigrazione, nella rivista Il Ponte, rivista fondata da Piero Calamandrei.

Sull’emigrazione nel Nuovo Mondo esiste, sappiamo, una vasta letteratura storico-sociologica, documentaria, ma anche una letteratura letteraria. Il racconto Dagli Appennini alle Ande, del libro Cuore di Edmondo De Amicis, è il più famoso. E anche, dello stesso autore, Sull’Oceano. Meno famoso è invece il poemetto Italy di Giovanni Pascoli; Sacro all’Italia raminga ne è l’epigrafe.

A Caprona, una sera di febbraio,

gente veniva, ed era già per l’erta,

veniva su da Cincinnati,
Ohio.

Vi si narra, nel poemetto, di una famigliola toscana, della Garfagnana, che ritorna dall’America per la malattia della piccola Molly. Nella poesia compare - ed è la prima volta nella letteratura italiana - il plurilinguismo: il garfagnino dei nomi, lo slang della coppia e l’inglese della bambina.

Non era allora solo nelle Americhe l’emigrazione, essa avveniva anche, e soprattutto dal Meridione d’Italia, dalla Sicilia, nel Magreb, in Tunisia particolarmente. Questa emigrazione comincia nei primi anni dell’Ottocento, ed è di fuoriusciti politici. Liberali, giacobini e carbonari, perseguitati dalla polizia borbonica, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli: «Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti». In Tunisia si fa esule anche Garibaldi.

La grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento per la crisi economica che colpì le regioni meridionali. Si stabilirono, questi emigranti sfuggiti alla miseria, alla Goletta, a Biserta, Susa, Monastir, Mahdia, nelle campagne di Kelibia di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Alla Goletta, a Tunisi, in varie altre città dell’interno, v’erano popolosi quartieri chiamati «Piccola Sicilia» o «Piccola Calabria». Si aprirono allora scuole, istituti religiosi, orfanotrofi, ospedali italiani. La preponderante presenza italiana in Tunisia, sia a livello popolare che imprenditoriale, fece sì che la Francia si attivasse con la sua sperimentata diplomazia e con la sua solida imprenditoria per giungere nel 1881 al trattato del Bardo e qualche anno dopo alla Convenzione della Marsa, che stabilivano il protettorato francese sulla Tunisia. La Francia cominciò così la politica di espansione economica e culturale in Tunisia, aprendo scuole gratuite, diffondendo la lingua francese, concedendo, su richiesta, agli stranieri residenti, la cittadinanza francese. Frequentando le scuole gratuite francesi, il figlio di poveri emigranti siciliani Mario Scalesi divenne francofono e scrisse in francese Les poèmes d’un maudit, fu così il primo poeta francofono del Magreb.

Anche sotto il Protettorato l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna (vediamo come la storia dell’emigrazione, nelle sue dinamiche, negli effetti, si ripete). Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vice presidente della Camera dei deputati. Visita le regioni dove vivono le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: «Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi alla vostra sorte».

La fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nell’Italia dell’industrializzazione, del cosiddetto miracolo economico, della crisi del mondo agricolo e insieme della nuova emigrazione di braccianti dal Sud verso il Nord industriale, del Paese e dell’Europa, quella fine degli anni Sessanta segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia. Segna l’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra.

Di siberie, di campi di lavoro, di mondi concentrazionari, di oppressione di popoli a causa di regimi totalitari o coloniali sono stati i tempi da poco trascorsi. Tempi vale a dire in cui l’umanità, per tre quarti, è stata prigioniera, incatenata all’infelicità. E le siberie hanno fatto sì che il restante quarto dell’umanità, al di qua di mura o fili spinati, vivesse felicemente, nello scialo dell’opulenza e dei consumi si alienasse. Ma dissoltesi idolatrie e utopie, crollati i colonialismi, abbattute le mura, recisi i fili spinati, sono arrivati i tempi delle fughe, degli esodi, da paesi di mala sorte e mala storia, verso vagheggiati approdi di salvezza, di speranza. Ed è il presente - un presente cominciato già da parecchi anni - un atroce tempo di espatri, di fughe drammatiche, di pressioni alle frontiere del dorato nostro «primo» mondo, di movimento di masse di diseredati, di offesi, di oltraggiati.

Da ogni Est e da ogni Sud del mondo, da afriche dal cuore sempre più di tenebra, da sudameriche di crudeltà pinochettiane si muovono oggi i popoli dei battelli, dei gommoni, delle navi-carrette, dei containers, delle autocisterne, carovane di scampati a guerre, pulizie etniche, genocidi, fame, malattie. Fugge tutta questa umanità dolente ed è preda ancora dei criminali del traffico, di vite umane, sparisce spesso nei fondali dei mari, nelle sabbie infuocate dei deserti, come detriti di una immane risacca finisce sopra scogli, spiagge desolate o anche fra i vacanzieri stesi al sole per abbronzarsi. Non vogliamo andare lontano, non vogliamo dire del muro di acciaio eretto al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, ma dire di qua, del confine d’acqua che separa l’Europa da ogni Sud del mondo, dire del Mediterraneo e della bella Italia, del suo Adriatico e del suo Canale di Sicilia.

Tante e tante volto le carrette di mare provenienti dall’Albania, dalla Tunisia o dalla Libia, carrette stracariche di disperati, si sono trasformate in bare di ferro nei fondali del mare, bare di centinaia di uomini, di donne, di bambini, a cui, come all’eliotiano Phlebas il Fenicio, «una corrente sottomarina / spolpò l’ossa in dolci sussurri». E finiscono anche i corpi degli annegati nelle reti dei pescatori siciliani... E si potrebbe continuare con le cronache di tragedie quotidiane, di una tragedia epocale che riguarda i migranti, le non-persone che cercano di entrare nella vecchia Italia, nella vecchia Europa della moneta unica, delle banche e degli affari. Vecchia soprattutto l’Italia per una popolazione di vecchi. «Ci troviamo oggi tra un mare di catarro e un mare di sperma» ha detto icasticamente il poeta Andrea Zanzotto. E la frase-metafora vuole dire di quanto ciechi noi siamo a voler continuare a sguazzare nel nostro mare di catarro e a voler scansare quel mare di vitalità che è arricchimento: fisiologico economico, culturale, umano... Scansare o eludere quell’incontro o incrocio di etnie, di lingue, di religioni, di memorie, di culture, incrocio che è stato da sempre il segno del cammino della civiltà. Respingiamo l’emigrazione dal terzo o quarto mondo erigendo confini d’acciaio con leggi e decreti, come la vergognosa legge italiana sull’emigrazione che porta il nome dei deputati di estrema destra Bossi e Fini, insorgendo con nuovi e nefasti nazionalismi, con stupidi e volgari localismi, con la xenofobia e il razzismo, con la cieca criminalizzazione del diseredato, del diverso, del clandestino.

A partire dal 1968, sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle coste italiane. Approdano soprattutto in Sicilia, a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia.

In una notte di giugno dell’827 d.C., una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Magrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara. Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta l’isola, da occidente fino a oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. I Musulmani in Sicilia, dopo le depredazioni e le espoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera, desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. Rifiorisce l’agricoltura, la pesca, l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande che si opera durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Il grande storico dell’800 Michele Amari ci ha lasciato La storia dei Musulmani di Sicilia, scritta, dice Vittorini, «con la seduzione del cuore».

Il ritorno infelice è il titolo del saggio del sociologo Antonino Cusumano, in cui tratta dell’emigrazione magrebina in Sicilia, a partire dal 1968, come sopra dicevamo.

Sono passati quarant’anni dall’inizio di questo fenomeno migratorio. Da allora, nessuna previsione, nessuna progettazione, nessun accordo fra governi, fino a giungere all’emigrazione massiccia, inarrestabile di disperati che fuggono dalla fame e dalle guerre, emigrazione che si è cercato di arginare con metodi duri, drastici, violando anche quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo.

Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di detenzione nei cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea, che sono dei veri e propri lager, di fronte a ribellioni, fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame e gesti di autolesionismo, si rimane esterrefatti. Ci tornano allora in mente le parole che Braudel riferiva a un’epoca passata: «In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari».
 


 

 

 

 

L'Unità 27-09-2002                                Dedicato ai morti per acqua                                

di Vincenzo Consolo

 

 Non si finisce più di contare i morti, i clandestini annegati che giorno dopo giorno emergono dai fondali renosi del mare che bagna le coste meridionali di Sicilia, i cadaveri che le onde ributtano sulle spiagge dai nomi di una classicità scaduta da tempo immemorabile - Porto Empedocle, Baia Dorica, Costa Ellenica - cadaveri sulla sabbia come detriti di una immane risacca.

Sono vittime, questi poveri cristi fuggiti da Liberie, Tunisie, Algerie, Marocchi, Iraq o Palestine, prima che dei mercanti di vite umane, della nostra opulenza, della nostra arroganza, della nostra empietà e ferocia, della nostra ottusa indifferenza.

Eppure, da quelle plaghe siciliane in cui oggi si raccattano cadaveri, e così dalla Calabria, dalla Sardegna, sono partite in passato masse di diseredati per raggiungere il Maghreb. Anche loro clandestini, anche loro sfruttati dai boss mafiosi, anche loro che s’avventurano su carrette di mare, loro che in quel periglioso Canale perivano nei naufragi. Ma in Tunisia questi nostri clandestini, questi nostri emigranti trovarono accoglienza, lavoro, speranza; si stabilirono nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia, nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911, le statistiche davano una presenza italiana ufficiale di 90mila unità.

Nel 1914, Andrea Costa, vicepresidente della Camera, visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Dice, in un discorso ai lavoratori: «Ho visitato la Tunisia da un capo all’altro; sono stato tra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella loro viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte». È a partire dal 1968 che avviene l’inversione di rotta: tunisini, algerini, marocchini cominciano ad approdare sulle nostre coste. Approdano soprattutto i tunisini a Trapani e si sparpagliano per le campagne, si stanziano nell’antico quartiere arabo di Mazara del Vallo, la città dove nell’827 erano approdati i loro antenati per la conquista della Sicilia. Il sociologo di Mazara, Antonino Cusumano, ha scritto il libro Il ritorno infelice su questa emigrazione di tunisini in Sicilia.

Emigrati da una Tunisia lontana da quella striscia costiera delle vacanze «esotiche» di noi europei, da quell’anello di lussuosi alberghi, di Abu Nuwas, di proprietà degli Emirati Arabi. Emigrati contadini che il fallimento della riforma Rigenerazione del suolo, ha buttato nella miseria; emigrati braccianti, pescatori, minatori che l’odierna politica di Ben Alì relega al di sotto di un livello di sopravvivenza.

Mi trovavo, nel giorno del naufragio di Porto Empedocle, dei 27 morti liberiani, a pochi chilometri da quel mare, a Palma di Montechiaro, il paese fondato nel ’600 dai principi di Lampedusa, i «gattopardi» DI Giuseppe Tomasi. Ma il paese anche, quello, che Danilo Dolci scelse nel 1960 come paese simbolo di depressione, miseria, per un convegno sulle condizioni di vita e di salute in zone arretrate della Sicilia occidentale. Fra studiosi, politici, parteciparono a quel convegno Carlo Levi, Paolo Sylos Labini, Tommaso Fiore, Girolamo Li Causi, Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta.

Mi trovavo dunque a Palma di Montechiaro per un convegno su madre Francesca Saverio Cabrini, la santa degli emigranti, colei che operò negli Stati Uniti e in Sudamerica fra i nostri poveri emigrati laggiù. Nel 1879, Giustino Fortunato così scriveva: «Con lo sviluppo dell’emigrazione meridionale negli Stati Uniti, il sistema di mediazione esercitato dale agenzie per mezzo dei “notabili” diventa un efficace strumento per esportare nelle Little Italy d’oltre oceano le forme di sfruttamento camorristico o mafioso (...) Spesso infatti i boss italo-americani sono in contatto diretto con gli agenti italiani, i quali procurano contemporaneamente passeggeri alle compagnie di navigazione e manovali alle imprese americane».

I naufraghi di Scoglitti speravano, con la falsa notizia, con l’inganno della «sanatoria» della nuova legge italiana sull’immigrazione, di poter andare a lavorare, come loro molti connazionali, nelle imprese ragusane delle serre, in quegli immensi labirinti di calore e di veleni che sono i campi coperti di plastica. Non ce l’hanno fatta, sono rimasti al di qua delle serre, riversi in quelle dune di sabbia, dette «macconi», di spiagge chiamate aulicamente Baia Dorica e Costa Ellenica. Là, coperti da teli, in attesa dei pietosi raccattacadaveri.

A questi naufraghi, ultime, ennesime vittime dell’attuale nostro mondo crudele, vogliamo dedicare come fosse un «requiem», i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot.

Fleba il Fenicio, morto

da quindici giorni,

Dimenticò il grido dei gabbiani

e il flutto profondo del mare,

E il guadagno e la perdita.

Una corrente sottomarina

Gli spolpò le ossa in sussurri.

Mentre affiorava e affondava

Traversò gli stadi

della maturità e della gioventù

Entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,

o tu che volgi la ruota

e guardi

nella direzione del vento,

Pensa a Fleba, che un tempo è

stato bello e ben fatto al pari di te.

 

Liberazione – 2.12.04

 

Ci mancano la penna e la spada di Sciascia - di Vincenzo Consolo
«Chi sei?» domanda Danilo Dolci a Leonardo Sciascia durante il dibattito tenutosi al circolo culturale di Palermo il 15 aprile 1965. E Sciascia risponde: «Sono un maestro delle elementari che si è messo a scrivere libri. Forse perché non riuscivo ad essere un buon maestro delle elementari. Questa può essere una battuta, ma per me è una cosa seria». No, non è una battuta, perché sappiamo dalle sue "cronache scolastiche", pubblicate nel 1955 nel numero 12 di Nuovi Argomenti, la malinconia, la pena, lo smarrimento e l'indignazione per le condizioni di quei suoi alunni di 5ª elementare, alunni poveri, figli di contadini e zolfatari. Pena e indignazione per le condizioni di Racalmuto, della Sicilia di allora e di sempre, sfruttata e umiliata dai "galantuomini", oppressa dalla mafia. Inadeguato, inincisivo come si sente nell'insegnare, si mette a scrivere (ma Sciascia aveva già pubblicato, le Favole della dittatura nel 1950 e La Sicilia, il suo cuore nel 1952) e scrivere per lui, impugnare la penna, è come impugnare la spada, l'affilata, lucida e luminosa spada della ragione per dire, denunciare e quindi combattere i mali della società, le ingiustizie, le offese all'uomo, alla sua dignità. Aveva scritto Sciascia, nella premessa a Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato nel 1956, parlando del suo paese, di Racalmuto: «La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice - basta un colpo di penna - come dicesse un colpo di spada - e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l'ingiustizia e il sopruso. Paolo Luigi Courier, vignaiolo della Turenna e membro della legion d'onore, sapeva dare colpi di penna che erano colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna…», e ribadisce, nella conversazione con Dolci: «Io concepisco la letteratura come una buona azione. Il mio ideale letterario, la mia bibbia è Courier, l'autore dei libelli. Courier definì il libello una buona azione…». Anch'io "in effetti non ho scritto che libelli". Il libello o pamphlet. E siamo nel '65, quando già Sciascia aveva pubblicato vari libri di narrativa, fra cui Gli zii di Sicilia, Morte dell'inquisitore, Il giorno della civetta, Il consiglio d'Egitto. Ma libello, dice, nel senso di buona azione, di impegno civile, vale a dire, sia in campo narrativo che in campo saggistico o giornalistico. Dice, ancora in quell'incontro con Dolci: «Ho scritto libri di storia locale, in un certo modo, nel tentativo di raggiungere un pubblico anche popolare. Cosa che parzialmente mi è riuscita. E' il mio impegno - ormai è diventato quasi ridicolo parlare di impegno - ma io continuo a ritenermi uno scrittore impegnato. Perché fin quando c'è una realtà che si deve mutare, pena proprio la morte, come il caso nostro della Sicilia, io ritengo che esiste l'impegno dello scrittore». Scrittura narrativa, dunque, e scrittura libellistica, e scrittura saggistica e scrittura giornalistica. E in tutte le scritture Sciascia ha come principio, come cifra stilistica la chiarezza. «Il problema della chiarezza è per me come se lo può porre un giornalista, non come se lo può porre un letterato». E qui, in tema di chiarezza, di scrittura chiara ed estremamente comunicativa, siamo nel problema dello stile. Scrive Roland Barthes ne Il grado zero della scrittura: «Lo sconfinare dei fatti politici e sociali nel campo di coscienza della letteratura, ha prodotto un nuovo tipo, diciamo, di scrittore situato a metà strada tra il militante e lo scrittore vero e proprio (…). Nel momento in cui l'intellettuale si sostituisce allo scrittore, nelle riviste e nei saggi nasce una scrittura militante interamente liberata dallo stile e che è come il linguaggio professionale della "presenza"». E ancora: «Nelle scritture intellettuali si tratta di scritture etiche, in cui la coscienza di chi scrive trova l'immagine confortante di una salvezza collettiva». Ora, crediamo che la distinzione barthiana tra scrittore e intellettuale la si possa applicare a tanti scrittori, a partire dall'Emile Zola del "caso Dreyfus", ma nel caso di Sciascia non è possibile vedere quella dicotomia. Perché in Sicilia, in Italia, i fatti politici e sociali sconfinano con una tale irruenza, costanza e urgenza nella coscienza della letteratura che non è più possibile, per uno scrittore come Sciascia, praticare una lingua, uno stile per la scrittura narrativa e un altro per la scrittura di "presenza" o militante. «Sono le grandi cose da dire che fanno la lingua» afferma Sciascia. E anche: «Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono». La ragione che dalla buia miniera di Racalmuto, dalla Sicilia, lo porta alla luce di quella regione, di quella città dove la lingua ha avuto la sua più alta e limpida declinazione, a quelle rive dell'Arno in cui Manzoni volle sciacquare i panni. Manzoni fino ai rondisti. «Debbo confessare che proprio dagli scrittori "rondisti" - Savarese, Cecchi, Barilli - ho imparato a scrivere. E per quanto i miei intendimenti siano maturati in tutt'altra direzione, anche intimamente in me restano tracce di tale esercizio» scrive il Nostro nella prefazione alla seconda edizione del '67 de Le parrocchie di Regalpetra. La fiorentina lingua dei rondisti, sì, ma scavalcando poi le Alpi e trovando più robusta consistenza in quella lingua "geometrizzata", come la definisce Leopardi, che è il francese, la lingua dei suoi illuministi, degli amati Diderot, Voltaire e Courier, la lingua del suo "adorabile" Stendhal. Scrive Italo Calvino a Sciascia in data 26 ottobre 1964 (la lettera è pubblicata nel numero 77 della rivista francese L'Arc, dedicato a Sciascia): «Tu sei molto più rigoroso "filosofo" di me, le tue opere hanno un carattere di battaglia civile che le mie non hanno mai avuto, esse hanno una univocità che è loro propria nel pieno del pamphlet. (…) Ma tu hai, dietro di te, il relativismo di Pirandello, e Gogol tramite Brancati, e, continuamente tenuta presente, la continuità Spagna-Sicilia. Una serie di cariche esplosive sotto i pilastri dello spirito filosofico. Io m'aspetto sempre che tu dia fuoco alle polveri, le polveri tragico-barocco-grottesche che tu hai accumulato. E questo potrà difficilmente prodursi senza una esplosione formale, della levigatezza della tua scrittura». Ma mai e poi mai Sciascia avrebbe dato fuoco alle polveri, avrebbe fatto esplodere il suo stile, la sua lingua illuministico-comunicativa. Poiché polveri, esplosioni e tragici continui crolli, caligini e disordini erano già nella realtà storico-sociale della Sicilia, dell'Italia; libertà e giustizia erano in quelle realtà continuamente offese, offeso era il cittadino, l'uomo nei suoi diritti, nella sua dignità. E allora Sciascia, tagliente penna-spada, con quella limpida, luminosa lingua "geometrizzata" scrisse i suoi romanzi, racconti, pamphlet, articoli di giornale, con la barthesiana scrittura di "presenza" o militante. I fatti poi, i fatti siciliani, italiani erano (e, ahinoi, sono tuttavia, direbbe Manzoni) così gravi e urgenti da spingere Sciascia a scrivere, a intervenire sulle pagine dei giornali, a spingerlo a dire, a denunziare, a indicare là dove un male civile era in atto o avrebbe potuto manifestarsi. Ma in lui gli interventi giornalistici erano anche occasione di ripercorrere la storia, rivisitare episodi, indicare personaggi, libri, autori che quegli episodi ci fanno capire, di cui ci indicano la soluzione.

Già, da anni lontani, dalla metà degli anni Quaranta, Sciascia comincia a scrivere sui giornali, sulla Sicilia del popolo e quindi sul Corriere del Ticino, la Gazzetta del Mezzogiorno, sul Corriere della Sera, La Stampa, oltre che su varie riviste italiane e straniere. Ma il suo rapporto più assiduo, costante e, direi, più connaturale, è stato con il giornale L'Ora. Inizia nel 1955, con un articolo su Micio Tempio, la collaborazione, se pure saltuaria, con quel glorioso giornale di frontiera. Ma è dal '64 al '67 che Sciascia tiene su quel giornale la rubrica settimanale Quaderno. E' il nuovo direttore del giornale, Vittorio Nisticò, approdato a Palermo nel 1955, per restare alla direzione di quel giornale fino al '75, a invitare Sciascia, tramite Gino Cortese e Mario Farinella, a collaborare col giornale. E lo farà, Sciascia, fino agli ultimi suoi anni, fino a dettare alla figlia, poco prima di morire, una nota su G. A. Borgese. La grande firma di Sciascia si affiancava nella gloriosa storia dell'Ora, fondato nel 1900 da Ignazio Florio e diretto da Vincenzo Morello (Rastignac), a quella di Verga, Capuana, Borgese, Rosso di San Secondo, Serao, Scarfoglio, Brocca, Di Giacomo, Guglielminetti, Oietti; e, alla grande firma di Sciascia, si affiancavano firme di scrittori e intellettuali a lui vicini: Guttuso, Caruso, Addamo, Renda, Mack Smith, Sapegno, Sanguineti, Lanza Tomasi, Franco Grasso, Dolci, Giarrizzo, Pantaleone, lo stesso che qui vi parla, ed altri ed altri ancora; per non dire di intellettuali entrati come giornalisti a L'Ora: Farinella, Cimino, Saladino, Perriera, Nicastro e altri. Il rapporto più stretto, più assiduo di Sciascia con L'Ora è stato, come dicevo, attraverso la rubrica settimanale Quaderno, che va dal 24 ottobre 1964 al 27 giugno 1967. Rubrica poi raccolta in volume, pubblicato nel '91 dalla stessa editrice L'Ora. Nella introduzione da me scritta per quel volume, definivo Sciascia "scrittore di pensiero", in contrapposizione a quello scrittore di sentimento che era Verga. E l'uno e l'altro quindi, con due visioni del mondo e con due stili, con due lingue diverse: l'uno, ripetiamo, con una chiara ed estremamente comunicativa lingua "centrale" o illuministica; l'altro con un italiano "irradiato di dialettalità", come l'ha definito Pasolini. L'uno con una lingua articolata, dialettica; l'altro con una lingua chiusa, circolare, come di versetti biblici o sure del Corano. E, cosa più importante, dietro Sciascia e Verga vi erano due biblioteche. Dietro Sciascia vi furono quei dieci importanti libri in cui s'imbatté nella sua infanzia, e quindi la sterminata biblioteca del suo vasto, inesauribile sapere. E per cui la lineare chiara scrittura di Sciascia, aveva in sé delle vaste e profonde risonanze; era la sua, in modo esplicito o implicito una scrittura palinsestica (di riscrittura egli parlava). In Verga, invece, non c'era nessuna biblioteca (ci poteva essere, sì, Zola o Flaubert), c'era solo in lui la memoria di Acitrezza o di Vizzini, la memoria dei proverbi e dei modi di dire siciliani che egli traduceva appena in italiano. 1) La Spagna, innanzitutto. La Francia, abbiamo detto, nel pensiero, ma, com'egli ha scritto, "La Spagna nel cuore". La Spagna della Guerra civile, la Spagna di Cervantes e di Unamuno, quella dei poeti della generazione del '27, antologizzati da Gerardo Diego, di Lorca, di Alberti, di Guillèn, Cernuda, Machado, Salinas, Aleixandre, Alonso… La Spagna di Manuel Azaña, l'ultimo presidente della repubblica spagnola, l'autore de La veglia a Benicarlò, che Sciascia aveva tradotto e introdotto per Einaudi. La Spagna ancora di Hemingway e di Malraux, della città martire di Guernica e di Picasso, dell'architetto Gaudì e di Robert Capa, della sconfitta dell'esercito fascista italiano a Guadalajara. Spagna e quanto di Spagna, attraverso lo schema del grande storico Américo Castro, è rimasto in Sicilia. Rimasto nella sua storia, nei costumi, nel modo di essere. Rimasto in quell'atroce fenomeno dell'Inquisizione. Inquisizione che è sì quella del Santo Uffizio a Palermo, del suo carcere qui, in questo palazzo dello Steri, dei messaggi degli inquisiti, dei Palinsesti del carcere.
Quella Spagna e quella Sicilia di dolore e di orrore da cui sono scaturiti i racconti L'antimonio, Morte dell'inquisitore, Il Consiglio d'Egitto. Si chiude sì il Santo Uffizio a Palermo e il suo carcere, il giorno 27 marzo 1782, viene abbattuto "l'orribile mostro", come scrive il marchese Caracciolo al suo amico D'Alambert, ma le inquisizioni e le carceri continuano in Italia e nel mondo, là dove impera il "sonno della ragione" e si commettono ludibri, oscene vergognose violenze di uomini contro altri uomini. Di questo parlano, per esempio, le pareti delle carceri naziste o staliniste le carceri di via Tasso a Roma, così le pareti delle carceri argentine o cilene o greche, delle dittature dei colonnelli o di Pinochet; così oggi, in questo 2004, e ancora con maggior ludibrio parlano le pareti delle carceri americane in Iraq, di Abu Ghraib e quelle di Guantanamo. E, a proposito dell'Inquisizione a Palermo, Sciascia scrive ancora sul Quaderno del 21 novembre 1964: «Il 19 agosto del 1593 incappò foco a due dammusi di polveri» nel castello a mare di Palermo: «et essendo vicine le carceri, tutte le scacciò». Tra quei prigionieri di Castellamare perirono Argisto Giuffredi, autore di quel libretto (che precorre Beccaria) contro la tortura e la pena di morte intitolato Avvertimenti Cristiani, e il poeta Antonio Veneziano, che, nei bagni di Algeri, aveva conosciuto e stretto amicizia con Cervantes. Tanti, tanti sono i tempi svolti da Sciascia in quei 125 articoli, scritti tra il '64 e il '67 per Quaderno. Articoli che prendono spunto di volta in volta da fatti di cronaca - di mafia soprattutto -, da letture, viaggi, incontri, accadimenti politici, polemiche. Fra queste ultime vogliamo ricordare quella del 27 febbraio col giornalista de L'Avanti! Fidia Sassano. Il quale rimproverava a Sciascia di essere pessimista nei confronti del futuro della Sicilia, nonostante la miracolosa scoperta del petrolio in Sicilia, la presenza del "colosso europeo" del petrolchimico di Priolo, Melilli, Gela. E dice Sassano a Sciascia «Questi benedetti letterati!». Ma benedetto letterato non era Sciascia allora, lo è stato invece, e ci dispiace dirlo, Vittorini, che in quel "petrolio siciliano" aveva visto il risveglio e il riscatto dei siciliani ed era stato indotto a scrivere Le città del mondo, uscito postumo. Del disastro, dello sfacelo di quell'utopia industriale che era stato il petrolio siciliano, Sciascia ne vede profeticamente, il fallimento, così come profeticamente vede il fallimento del Psi, il Partito socialista italiano, cui Fidia Sassano appartiene. Quel partito socialista che alla sua fine, come frutto avvelenato, ci avrebbe lasciato in eredità un uomo e un partito: Berlusconi e Forza Italia, del cui potere o strapotere tutti soffriamo e di cui ci vergognamo. Scriveva Sciascia: «Sassano appartiene a quella categoria di socialisti che io chiamo soddisfatti: talmente soddisfatti che dalle loro soddisfatte viscere si possono trarre auspici non del tutto rassicuranti per il nostro immediato e lontano avvenire». Potrei ancora dire d'altri temi e d'altri spunti. Dire che questo illuminista interviene sempre là dove la ragione è offuscata, la libertà conculcata, il cittadino, l'uomo offeso. Ed è certo che la sua "conversazione" sempre dalla Sicilia parte e alla Sicilia si riduce, a quest'isola che duole al siciliano Sciascia, a questa Regione in cui i siciliani onesti si ritrovano sempre "con la faccia per terra", quei siciliani di "alta dignità e di tenace concetto" che non hanno meritato tutti i malgoverni locali e nazionali del passato, non meritano quelli nefasti e vergognosi di oggi, a Palermo e a Roma. Ci è mancato dal 1989 e ci manca ancora oggi e ogni giorno di più uno scrittore e un intellettuale come Leonardo Sciascia. Ci manca la sua penna, la sua spada. Come ci è mancata e ci manca quella di un suo confrère, di Pier Paolo Pasolini, il Pasolini delle Lucciole, del Palazzo, il Pasolini corsaro e luterano. Luterano come Sciascia, come pochi altri in questo Paese segnato da sempre da viltà e conformismo. Nel deserto e nella malinconia di questo nostro attuale Paese, di questo nostro contesto occidentale, ci conforta sapere che è stato qui con noi, per noi, un uomo come Leonardo Sciascia. Ci conforta sapere che possiamo tornare a rileggere le sue forti e luminose parole.