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Mine antiuomo: completamente distrutto l'arsenale italiano
Fonte: http://web.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=26980
Vita Non Profit Magazine

di Redazione (redazione@vita.it)

03/01/2003

Come previsto dalla Convenzione di Ottawa, l'Italia ha ultimato la 
distruzione di mine antipersona anticipando la data di scadenza prevista 
per l'ottobre 2003

Come previsto dalla Convenzione di Ottawa, l'Italia ha ultimato la 
distruzione delle scorte delle mine antipersona anticipando la data di 
scadenza per questa attivita' prevista per l'ottobre 2003. Circa ottomila, 
tra mine di addestramento e singole parti, come spolette, contenitori e 
detonatori, oltre ad ottocento mine antiuomo da guerra, continueranno ad 
essere immagazzinate dalle Forze Armate italiane per esigenze legate 
all'addestramento e alla ricerca. L'Italia nel 1997, anno dell'apertura 
alla firma della Convenzione di Ottawa, aveva stoccato nei suoi arsenali 
militari 7 milioni di mine antiuomo. Nello stesso anno, il 29 ottobre 1997 
si approvava la legge 374/97, contenente le Norme per la messa al bando 
delle mine. ''E' la prima bella notizia del nuovo anno - ha affermato Tonio 
Dell'Olio, presidente della Campagna italiana contro le mine - accogliamo 
sempre con grande gioia, passo dopo passo, il concretizzarsi di tanti anni 
d'impegno a favore di questa causa, sperando che l'assunzione di 
responsabilita' dell'Italia e la sua solerzia nell'adempiere gli obblighi 
sottoscritti con il Trattato di Ottawa sia anche d'incoraggiamento a quegli 
Stati che ancora non hanno aderito alla Convenzione di Ottawa come Usa, 
Finlandia, Cina, Russia, Turchia, Egitto'
'. ''Malgrado questi incoraggianti 
risultati - ha aggiunto Tonio Dell'Olio - c'e' ancora molto da fare e sono 
una triste realta' le oltre 20 mila vittime che ogni anno rimangono colpite 
in piu' di 90 Paesi da questi ordigni, anche in tempo di pace. Come 
ripetiamo spesso, le mine non sanno di essere state messe al bando''.
Alla Convenzione di Ottawa hano aderito 146 Stati, 130 dei quali hanno gia' 
ratificato l'accordo recependolo in leggi nazionali, mentre 49 Stati 
mancano ancora all'appello. Tra questi spiccano Usa, Finlandia, Russia, 
India, Pakistan, Israele, Marocco, Turchia, Egitto e Libia. I Paesi 
produttori di mine antiuomo sono 14: Usa, Cuba, Russia, Egitto, Iran, Iraq, 
Burma, Cina, India, Corea del Nord e del Sud, Pakistan, Singapore e Vietnam.

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L'Unità 08.09.2003 
Scalfaro: «Mettono la Costituzione sotto i piedi»
di Simone Collini

 «Mussolini andò al potere nel '22, ma non con la marcia su Roma. Andò al potere nell'assoluto rispetto dello Statuto Albertino. E allora, attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di non vedere». Oscar Luigi Scalfaro ha infiammato la platea della Festa nazionale dell'Unità. Ad invitarlo a Bologna è stato personalmente il segretario Ds Piero Fassino, che lo ha voluto accanto a sé per la giornata dedicata al sessantesimo anniversario dell'8 settembre. E il presidente emerito della Repubblica, che ha accettato «per ragioni di affetto e di amicizia», ha scaldato gli animi dei circa duemila stipati nel Palaconad. Come? Semplicemente ripercorrendo le tappe che hanno segnato la storia d'Italia dal '22 al '45. E però, nel farlo, non nascondendo la sua apprensione per il rischio che la storia si ripeta. Perché oggi, ha detto l'ex capo dello Stato criticando le diverse leggi approvate «per una o due persone», siamo di fronte alla «lacerazione di fondamentali principi giuridici». Perché oggi, ha aggiunto con tono ancora più duro, «si sta mettendo la Costituzione sotto i piedi».

 

A chi gli si è fatto intorno alla fine del dibattito per domandargli se avesse correttamente interpretato il suo intervento, e cioè come un parallelismo tra Mussolini e Berlusconi, Scalfaro non ha risposto direttamente, ma ha detto: «Oggi abbiamo come dei tarli che cercano di erodere questo legno formidabile che è la nostra Storia». E ha poi aggiunto: «Non dico che qui c'è la dittatura. Mi fermo ai fatti». E allora eccoli i fatti elencati dal senatore a vita, dall'alto dei suoi 85 anni (li compie domani), dei quali 58 passati in politica.

I fatti, quelli del Ventennio: «Mussolini andò al potere nel '22. Ma non con la marcia su Roma, che sul piano costituzionale non è esistita. Mussolini andò al potere nel rispetto dello Statuto Albertino». Ha interrotto la lettura storica solo per invitare a fare «attenzione», perché «quando nascono delle cose corrette è sbagliato dire "è nata in modo corretto, quindi andiamo a dormire". E se il giorno quando ci svegliamo non è più corretta?». Chiaro il riferimento a Berlusconi, e a quanti invitano a lasciarlo fare perché regolarmente eletto dai cittadini. Ha ripreso con i fatti: «Nel 1924 viene ucciso Matteotti. Il re tacque». Nessun commento a questo passaggio. Né a quello dopo: «Nel 1930 arriva una disposizione che imponeva a tutti i dipendenti dello Stato di iscriversi al partito fascista». E ancora: «1938: tu sei ebreo? - ha detto puntando il dito indice davanti a sé - non avrai più la pienezza dei diritti. E il re, che aveva taciuto nel '24 e nel '30, firma la legge». È a questo punto che Scalfaro ha di nuovo invitato a fare attenzione: «Attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di nulla, non facciamo finta di non vedere».

Ed è a questo punto che c'è stato il cambio di registro. Sempre di fatti, ha parlato. Ma dei fatti di oggi, delle leggi vergogna, dei ripetuti attacchi contro la magistratura. Poco prima era ricorso al tono ironico, ricordando che lui di professione è stato un magistrato: «Faccio parte dei matti», ha scherzato facendo ben intendere cosa pensi dell'intervista rilasciata da Berlusconi nei giorni scorsi. Frasi dette con tono ironico, all'inizio del suo intervento, quando aveva appena ricevuto in regalo da Fassino una penna Mont Blanc per il suo 85esimo compleanno. E anche con tono scherzoso aveva salutato Sergio Cofferati, seduto in prima fila insieme a tutto lo stato maggiore della Quercia dell'Emilia Romagna: «Tu, caro Cofferati, hai portato nel mondo politico una grande saggezza ed equilibrio. A te che sei matto non te lo potrà mai dire nessuno». Poi, però, il tono è cambiato quando ha iniziato a ripercorrere le tappe del Ventennio, fino all'8 settembre '43 e alla liberazione del 25 aprile '45 (criticando il «revisionismo in malafede» Scalfaro ha detto: «Mi inchino di fronte ai giovani che, schierandosi con la Repubblica sociale, andarono a morire credendo di farlo per la patria. Questo non può però mutare la realtà: erano schierati contro la parte della libertà e della tranquillità del nostro popolo»).

E il tono è rimasto serio quando è passato dalle leggi razziali alle leggi approvate recentemente in Italia, «leggi approvate per una, due o cinque persone», leggi che «sono una lacerazione del principio giuridico dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall'articolo 3 della Costituzione». Il cosiddetto lodo Schifani, ha aggiunto Scalfaro, è stato per giunta votato «come una legge normale e non con le procedure previste per la modifica costituzionale. E questo perché dovevano approvarlo di corsa, altrimenti il processo poteva andare avanti», ha detto senza specificare di quale processo si trattasse, ma facendolo ben intuire. «Questo - ha scandito mentre già tutta la platea esplodeva in un applauso scrosciante - è mettere la Costituzione sotto i piedi». Una Costituzione che oggi è «in sofferenza», perché si stanno attaccando più principi. Ha ricordato l'articolo 3, il presidente emerito della Repubblica, ma anche l'articolo 21, che sancisce il diritto di ognuno ad esprimersi liberamente e ad essere correttamente informato. «Ma ditemi voi - ha chiesto rivolgendosi alla platea - come sono i telegiornali? come sono le notizie?».

I duemila sotto il tendone del Palaconad hanno interrotto spesso con applausi il suo intervento. Ed è stato un boato quando Scalfaro ha attaccato duramente non solo il presidente del Consiglio, ma l'intero schieramento di centrodestra: «Quando mi capita di sentire il premier che dice qualcosa quanto meno irreale, incomincia una catena salmodiante di ogni rappresentante della maggioranza che spiega: non ha voluto dire così, guardate è la sinistra che... Questa - ha concluso con tono duro tra gli applausi - è la salmodia dei servi».

Solo una volta Scalfaro (che ha anche dedicato un passaggio dell'intervento all'unità del centrosinistra: «Solo se si sta uniti si vince») ha citato l'attuale inquilino del Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi. E lo ha fatto con parole di elogio per il comunicato diffuso nel giorno dell'attacco di Berlusconi contro i giudici. Il senatore a vita ha spiegato di aver apprezzato l'intervento di Ciampi perché fatto in riferimento diretto ed esplicito a quella vicenda: «Ho detto altre volte che le prediche apostoliche, chiunque le faccia, non servono a nulla».

Dai toni meno accesi l'intervento di Fassino, concentrato sul tema della Resistenza ma con alcuni riferimenti alla situazione politica di oggi. «In democrazia non ci sono nemici da battere, ma avversari con cui confrontarsi», ha detto il segretario Ds, poi aggiungendo: «Non è inutile ricordarlo nel momento in cui la vita politica è avvelenata dalla demolizione dell'avversario inteso come nemico». Ha poi criticato duramente l'opera di «revisionismo storico» con la quale si cerca di «recidere le radici della nostra storia, che è nata nei 18 mesi delle Resistenza». Ha concluso Fassino tra gli applausi: «La nostra Repubblica nasce e vive perché una generazione ha deciso che nascesse e vivesse. Il Paese fu riscattato da uomini e donne di idee diverse, ma accomunati dai valori antifascisti».

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Fascismo: i numeri della morte
di Michele Sarfatti
Da l'Unità del 13.09.2003
Credo sia opportuno tornare sui numeri delle vittime italiane della Shoah, dato che su l’Unità di ieri le esigenze di spazio hanno compresso i dati da me riferiti. Dunque, la terza edizione 2002 del «Libro della Memoria» di Liliana Picciotto riporta i dati riepilogativi dei responsabili degli arresti di ebrei italiani. Lasciando da parte tutti quei casi per i quali non è stato possibile giungere ad informazioni precise, è accertato che, dei 7.800 ebrei deportati, 2.444 furono arrestati da tedeschi, 1.951 da italiani, 332 da italiani con tedeschi.
Inoltre, dei 322 ebrei uccisi in Italia, 102 furono arrestati da tedeschi, 33 da italiani, 10 da italiani con tedeschi. Sono dati che pesano, per le famiglie delle vittime, per l’ebraismo italiano, per la storia italiana, per la nostra identità nazionale.
Si dirà: ma gli arrestatori italiani non sapevano di Auschwitz. Beh, in tal caso gli italiani soccorritori, gli italiani non ebrei che nascosero gli italiani ebrei rischiando la propria stessa vita, cosa sapevano? Perché agirono così? Erano forse degli imbecilli? O invece erano delle persone che, pur ignorando l’esistenza delle camere a gas, sapevano che il destino degli arrestati era ormai la morte? Questo Paese e chi lo rappresenta si decida: se gli arrestatori italiani erano innocenti, i soccorritori italiani non possono essere definiti «giusti». In realtà i documenti (non quindi le chiacchiere) dell’epoca testimoniano che già prima dell’8 settembre sia nel governo fascista regio, sia tra la popolazione, circolavano notizie concrete sullo sterminio in atto nel resto del continente.
Si dirà: non tutti gli arrestatori sapevano, non tutti conoscevano il destino finale. Sì, concordo. La conoscenza era certamente più precisa via via che si risaliva la scala gerarchica. A capo della quale vi era Mussolini. L’italiano Mussolini. Il Mussolini che avrebbe agito per patriottismo. E che proprio per questo a metà novembre 1943 stabilì pubblicamente che gli ebrei italiani erano «stranieri» e per di più «nemici». Così, arrestare ebrei non voleva più dire arrestare «italiani». In questo senso, è vero che, dal suo punto di vista, il Mussolini che ordinò gli arresti rimase patriota. Come è vero che, dal punto di vista dei veri italiani di oggi, fu un antipatriota. E comunque è evidente che fu uno sporco assassino.
Si dirà: ma i documenti sinora ritrovati testimoniano solo che vi fu un ordine italiano di arresto e internamento degli ebrei, mentre non esiste un documento che testimoni l’ordine di consegna ai deportatori tedeschi. È vero, tale documento non esiste; e di ciò si vantano oggi (non sessanta anni fa!) i «ragazzi di Salò» ancora fascistacci. Ma la storia di quei tempi ci dice altre cose, utili a sciogliere questa impasse documentaria. Primo: non esiste il documento scritto dell’ordine di Hitler (quello concernente lo sterminio paneuropeo); a rigor di logica, gli assolutori di Mussolini dovrebbero assolvere anche il suo collega, e ne deriverebbe che circa sei milioni di ebrei europei avrebbero deciso di suicidarsi collettivamente. Secondo: gli archivi conservano molte proteste inviate dalla Repubblica Sociale Italiana al Terzo Reich su vari argomenti, compresa la richiesta di restituzione dei beni ebraici razziati e incamerati direttamente dai tedeschi; ebbene nessuno storico ha reperito una carta con scritto qualcosa tipo «Caro Adolfo, potresti cortesemente non deportare e comunque non sterminare questi poveri ebrei della mia Italia. Grazie, tuo Benito». Terzo: il campo di Fossoli funzionava a fisarmonica; gli arrestatori italiani lo riempivano di ebrei, i deportatori tedeschi lo svuotavano periodicamente, gli arrestatori italiani lo riempivano di nuovo, eccetera. Per amore degli ebrei uccisi, dell’umanità, della nostra storia, della nostra identità nazionale, chiediamoci: perché diavolo i fascisti continuavano a riempire Fossoli?

 

QUESTIONE “FOIBE”

 

Un articolo del Prof. Angelo Floramo che comparirà domani sul settimanale

friulano "Il Nuovo FVG" ( http://www.nuovofriuli.com/).

Contiene:

- commento introduttivo

- intervista a Claudia Cernigoi, autrice del libro: “Operazione foibe: tra storia e mito”

- intervista a Gabriella Gabrielli, del gruppo Zuf de Zur sull'ultimo album: “Partigiani!”

---

Il 10 febbraio si è celebrato il giorno del ricordo. No, non quello della

memoria (anche se i due lemmi potrebbero sembrare, ai più sprovveduti tra i

lettori, comuni sinonimi); quello c'era già. Ma è una memoria che appartiene

agli altri. Tutti gli altri: gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i

comunisti, i preti rossi, i partigiani.. Un giorno che ogni 27 gennaio

ritorna con il suo corredo dejà vu di filo spinato, stivali, vagoni piombati,

divise a strisce e numeri tatuati sul braccio. Suggestioni belle e pronte,

già divenute immaginario collettivo, tanto da agevolare migliaia di

chilometri di pellicole, documentari, drammi con effetti speciali alla

Steven Spielberg. Senza contare poi che quella giornata la si celebra in

virtù dell'Armata Rossa, che come tutti ben sanno fu il braccio militare

dell'Impero del Male. Furono i ragazzi del generale Zukov infatti ad aprire

i cancelli dei campi. No. Si sentiva proprio il bisogno di qualcosa di

diverso, di "italiano". Di esclusivamente italiano, di "nostro", insomma,

qualcosa da contrapporre alla memoria degli altri. In fondo Auschwitz. non è

un monumento che ci appartiene. Non del tutto, almeno. Come non ci

appartiene San Sabba, quel bubbone così politicamente scorretto che deturpa

nel cuore della Trieste riguadagnata all'Italia il mito degli "italiani

brava gente". Meglio dunque seguire il consiglio del poeta Carolus Cernigoy,

che rivolgendo il pensiero proprio alla Risiera chiedeva ironico ai

Triestini: “Su femo i bravi. / In fondo xe un brusar / ebrei e sciavi.” Gli

altri, appunto. Coloro che ben prima delle leggi razziali varate nel 1938 si

videro negare i diritti più elementari di uomini e cittadini. Chissà se

pensieri simili a questi hanno mosso il ministro Maurizio Gasparri quando ha

patrocinato, voluto, richiesto l'istituzione di una "giornata del ricordo",

ispirato dalla "ferma volontà" di un deputato di Alleanza Nazionale, l'italianissimo

e triestinissimo Roberto Menia, "un autentico patriota che ha voluto con

forza questo gesto di riparazione che il Parlamento ha condiviso e che

finalmente ricolloca nella memoria collettiva pagine di storia a lungo

rimosse", come lo stesso onorevole ha recentemente sottolineato sulle

colonne del "Secolo d'Italia". Il ricordo delle foibe, dell'esodo di

migliaia di istriani, fiumani e dalmati ha perfettamente soddisfatto alla

bisogna. Era già pronto. Quale altra pagina di storia avrebbe mai potuto

coniugare meglio tante ossessioni così care alla Destra come il comunismo, l'orda

slava, l'amor di Patria che si spinge fino all'eroico martirio, il

sacrificio dell'italianità e la subliminale (?) convinzione che in fondo in

fondo il Fascismo ha pur sempre rappresentato (pur con i suoi errori e le

sue manchevolezze) la luce dell'italica virtù contro la barbarie dello

straniero, e dello straniero slavo e comunista in particolare ! Lo sosteneva

anche l'irredentista Ruggero Timeus Fauro, in anni non sospetti (tra il 1911

e il 1915), spiegando che "la lotta nazionale è una fatalità che non può

avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due

razze che si combattono. Se una volta avremo la fortuna che il governo sia

quello della patria italiana, faremo presto a sbarazzarci di tutti questi

bifolchi sloveni e croati"! E la fortuna l'hanno avuta. Esercitandola per

più di vent'anni. Comunque ora l'occasione è finalmente arrivata. Anche noi

italiani abbiamo la nostra giornata del ricordo, guadagnandoci finalmente il

posto tra le vittime degli eccidi. Peccato che sia un ricordo senza memoria.

Se di ricordo si deve parlare infatti, perché non ricordare tutto, fino in

fondo, senza paura ? Davanti ai "martiri delle foibe", in cui la follia

nazionalista fece cadere molti innocenti, si rievochi anche l'incendio del

Narodni Dom di Trieste, nel 1920, o la strage di Strunjan-Strugnano, del

1921, quando i fascisti, tra Isola e Pirano, spararono da un treno in corsa

su di un gruppo di bambini intenti a giocare, uccidendone due, ferendone

gravemente altri cinque. Si ricordi l'allontanamento forzato dagli uffici

pubblici di tutti i dipendenti di etnia slovena e croata in virtù delle

leggi speciali per la difesa dello Stato, varate nel 1926. Non si

dimentichino le umiliazioni subite da coloro che dovettero cambiare nome,

che non poterono più parlare la loro lingua, che videro violentata l'identità

dei loro paesi, in nome dello svettante tricolore. Ricordiamo anche le

deportazioni di massa di civili nei campi fascisti di Rab-Arbe in Dalmazia o

di Gonars, nella pianura friulana. Furono in tanti a non tornare più a casa.

Sull'orlo delle foibe dovremmo avere il coraggio di chiamare per nome, uno

ad uno, tutti gli 11.606 internati croati e sloveni, tra cui moltissime donne

e bambini, morti nei lager italiani tra il 1941 e il 1943. La verità, tutta

la verità, soltanto la verità potrà onorare la Storia. Ma forse il problema

è un altro, e ben lontana dalla verità è la motivazione che sta alla base di

questa "giornata". Perché in fondo tutti questi non sono i "nostri" morti.

Sono i morti degli "altri" e la loro memoria non ci appartiene. Il 10

febbraio, da ieri, è un'esclusiva squisitamente italiana. Parola di

Gasparri. E con parere quasi unanime di tutto il Parlamento italiano. A chi

dunque il ricordo ? A noi !

**************************************************************

Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista pubblicista dal

1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine e oggi dirige il

periodico "la Nuova Alabarda".  Ha iniziato ad occuparsi di storia della

seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha pubblicato per la Kappa Vu

il suo primo studio sulle foibe, “Operazione foibe a Trieste”. In seguito ha

curato una serie di dossier (pubblicati come supplemento alla "Nuova

Alabarda") su argomenti storici riguardanti la seconda guerra mondiale e

sulla strategia della tensione.

Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato “La memoria tradita”, sull'evoluzione del fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano).

Esce proprio in questi giorni “Operazione Foibe. Tra storia e mito”, edito dalla Kappa Vu dell'editrice Alessandra Kersevan.

La monografia, ricchissima di documentazione, è stata presentata a Trieste lo scorso 7 febbraio.

 

La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture,

decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi l'unica

possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia che siano i

documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di ogni colore.

"Operazione Foibe", con i suoi ricchi apparati documentari, si prefigge

questo scopo. E' una ricerca che ha impegnato la Cernegoi per oltre sette anni, sette

anni di meticolose indagini seguite a una prima edizione, già di per sé

estremamente ricca e stimolante. Qual è stata la motivazione che l'ha spinta

(ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso ?

 

“Chi non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in questa

città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì "la più fascista d'Italia".

Quindi devo spiegare che da noi le campagne stampa o campagne politiche

sulla "questione foibe" sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di

esempi: una campagna si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da

contraltare all'istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della

Risiera di San Sabba. In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per

la legge di tutela degli Sloveni in Italia. Otto anni fa, quando per la

prima volta ho iniziato ad occuparmi seriamente di "foibe", era il momento

in cui era iniziata una nuova campagna, questa volta in parte come

 "risposta" di destra al processo Priebke ed in parte, a mio parere, perché

dopo lo sfascio della Jugoslavia c'era chi aveva interesse in Italia a

destabilizzare ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una

situazione proprio tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca,

fu che da polemiche politiche si era passati ad un più alto livello di

scontro, se mi si passa l'espressione: cioè era iniziata un'inchiesta

giudiziaria per i cosiddetti "crimini delle foibe", e questa inchiesta stava

coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a

questo punto decisi che era il caso di fissare dei paletti in merito ai

presunti "crimini delle foibe", dato che non mi sembrava giusto che quelli

che all'epoca, non conoscendoli, mi venne da definire "poveri vecchietti" (e

voglio subito dire che i "poveri vecchietti" che ho conosciuto in seguito a

queste mie ricerche erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie

e di voglia di fare) dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di

inesistenti prove storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi

Papo. Così presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli

"scomparsi da Trieste per mano titina" (sia chiaro che certe terminologie

non mi appartengono, ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata

vigente), per cercare di capire l'entità reale del fenomeno "foibe". In base

a questo è nato il primo "Operazione foibe", che aveva come scopo

essenzialmente quello di spiegare che gli "infoibati" non erano migliaia, né molte

centinaia, nonostante quello che si diceva da cinquant'anni. Per esempio, da

Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero

perché arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento

per militari, o ancora per vendette personali, circa 500 persone, e non le

1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli "infoibati" anche

persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai nazifascismi”.

 

"Tra storia e mito". E' il significativo sottotitolo del suo libro. A

sessant'anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due cose,

o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E' facile per chiunque

voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del mito. Il

recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai Fiction: "Il

cuore nel pozzo", ne è la più evidente dimostrazione. E proprio questa

incerta lettura intorbida la memoria e agevola ogni possibile

strumentalizzazione politica. Accade ancora per Porzus, accade per le foibe

e per molte altre tragedie del Novecento. Perché ? E' forse colpa della

controversa realtà di confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a

passare...e quindi diventa facile occasione di attualizzazione, veicolandola

nei labirinti del dibattito politico?

 

“Sulla questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica.

Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una "questione foibe",

perché le persone che veramente sono morte per essere state gettate nelle

foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia

di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta "Venezia

 Giulia", cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l'Istria e Fiume) di

quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi

morti per mano partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi

fatti si riferiscono a cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i

circa 400 "infoibati" che furono uccisi nell'Istria del dopo armistizio

(settembre '43), non possono che essere inseriti in un contesto di guerra.

Però è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a

politicanti e propagandisti) si sconvolgono all'idea di questi 400 morti,

non battono ciglio di fronte alla notizia storicamente dimostrata che il

ripristinato "ordine nazifascista" in Istria nell'ottobre '43 causò migliaia

di morti, deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di

ogni tipo. È come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di

serie A e istriani di serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia

italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri,

quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa "normale" che

siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.”

 

Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la

"contestualizzazione dei fatti", dalla quale è impensabile prescindere per

tentare almeno di capire il fenomeno nella sua complessità. Come vanno

contestualizzate le foibe? Qual è la chiave per comprenderne i significati

storici, sociali..forse anche antropologici?

 

“Ho già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un "mito", in

quanto il fenomeno in realtà è un "non fenomeno" che è diventato tale a suon

di propaganda. Che questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su

fatti concernenti il confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la

liberazione, ci furono delle vendette contro gli italiani, già occupatori,

che erano stati fatti prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto

niente su questi episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è che

i vari governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza

del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l'espansione ad est,

quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di

territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i

nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un

esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran

Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano,

comunista, e composto da popoli "slavi", considerati "inferiori" dal

nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della

guerra vanno qui inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave.

Grave mi è sembrato però leggere l'Unità (non il Secolo d'Italia o Libero!)

che (cito) parla di "odio degli slavi verso gli italiani", generalizzando un

concetto inesistente con connotazioni oserei dire razziste. Come si può

attaccare la destra xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi

esprimersi in questi termini?”

Quanto alla "contestualizzazione", vorrei dire che è impossibile fare un'analisi

unica di un fenomeno che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da

Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente

fucilati dopo essere stati processati come criminali di guerra;

centocinquanta o duecento sono forse i morti nei campi di internamento per

militari; una cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le

quali si ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e

vendette. Però diciotto di questi "infoibati" erano stati uccisi da un

gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si

può contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco perché

secondo me non si può parlare di "fenomeno" foibe. Quanto ad un'altra

vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si trattò di

repressione politica contro chi poteva creare dei problemi all'instaurazione

di un nuovo stato comunista, secondo il mio parere se fosse stato questo il

motivo delle eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone.

Forse posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia è

solo un'analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno.

Ma teniamo presente che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che

avevano la qualifica di "sciarpa littoria" e veterani della marcia su Roma

erano più di 400; 600 membri contava l'Ispettorato speciale di PS (una

struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione

repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia

non politica, la Milizia territoriale, i funzionari del Fascio che rimasero

al proprio posto. Se si fosse voluto fare un "repulisti" politico, gli

uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.”

 

Su questa tragedia c'è stato un colpevole silenzio della sinistra che

dev'essere “rimosso”. Sono le parole dell'onorevole Walter Veltroni, sindaco

di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di Basovizza.

Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale silenzio (che

non ha riguardato la solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre

di classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non

solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle coscienze

degli italiani il clima politico e culturale che per vent'anni il regime

fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze fisiche e

psicologiche di estrema gravità !

 

 

 

“Io sono dell'opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia

mai parlato prima (cosa che non è vera, visto che di libri - non solo di

propaganda disinformativa, ma anche seri come il primo studio di Roberto

Spazzali, "Foibe un dibattito ancora aperto", uscito nel 1992 - ne sono

usciti molti), questo fatto non può giustificare in alcun modo che adesso se

ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie notizie

della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto ai

crimini commessi dall'Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa

come nei Balcani, fino in Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì

è calato un pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon

documentario di Michael Palumbo, "Fascist legacy" sui crimini di guerra

italiani (e su come i criminali se la sono cavata senza problemi) è stato

"infoibato" dalla RAI che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda,

dopo averlo acquisito. Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di

disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo,

non tanto che Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un

paio di anni fa.”

 

Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona d'alloro

anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque sloveni

fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo sdegno

di Roberto Menia il quale ha affermato che "mentre non vi e' nulla da dire

per ciò che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba di Basovizza e alla

Risiera, anche se fatte con qualche decennio di ritardo, e' evidente che non

possono essere eletti a martiri di una italianità cattiva nel 1930, coloro

che erano dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi

non possono essere contrabbandati per martiri ed e' evidente che Veltroni

sbaglia ed e' sbagliata questa ricostruzione che e' la ricostruzione che

vuol fare la sinistra". Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo detto

fin'ora ?

 

“È un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una

sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima

di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva

"terroristi", io quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo,

per determinare quali fossero effettivamente le loro responsabilità

concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era

contro un regime dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende

avallare come legittimo. Quindi che loro fossero o no "terroristi", secondo

me non ha la minima importanza da un punto di vista storico. Erano degli

antifascisti che lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania

nessuno avrebbe il coraggio di chiamare "terroristi" gli attivisti della

Rosa bianca o Canaris che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi,

il tirannicidio era cosa considerata corretta, in fin dei conti.”

 

Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole che

i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda

antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da parte di

alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle tematiche della

Resistenza. L'auspicio è tuttavia che serva acciocché si affrontino tali

tematiche con il dovuto rispetto storiografico, tenendo conto della

documentazione presentata . E' in fondo questo il valore civile della

Storia, non le pare?

 

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Operazione "Partigiani !" A sessant'anni dalla Liberazione, in epoca di

"memorie deboli" e di revisionismo convinto, esce un disco che raccoglie i

canti della Resistenza. E per di più sono voci che vengono da terre in cui

più feroce, aspro e doloroso fu lo scontro. Le terre del confine, quelle del

Carso Goriziano, dove partigiani italiani, friulani e sloveni combatterono

Assieme, contro i nazifascisti. Gabriela Gabrielli, degli 'Zuf de Zur, è la

voce di questa epica corale, che idealmente si allarga a tutti i luoghi in

cui la scelta difficile e sempre dolorosa di combattere ha privilegiato l'opzione

per la Libertà contro ogni forma di tirannia dell'Uomo sull'Uomo. Ma come

nasce il progetto, cosa vi ha animato ?

 

Questo Cd nasce da un spettacolo musicale intitolato "Le vie dell'Eresia",

messo in scena due anni fa. Si trattava di uno spettacolo che raccoglieva

una serie di testimonianze ai confini fra poesia e musica che raccontavano

la storia della Lotta di Liberazione della nostra città, Gorizia. Un

percorso di giustizia sociale che, partendo dalle memorie di chi aveva

combattuto la guerra di Liberazione nelle formazioni partigiane o che

comunque aveva scelto di  "resistere", voleva riproporre l'attualità di un

messaggio che è innanzitutto insofferenza per l'oppressione e amore per la

libertà.

Da qui l'idea di farne un CD, soprattutto oggi che queste tracce assumono

maggior valore; da un parte inutili, sterili polemiche, dall'altra

indifferenza rispetto alle passate ed alle nuove sofferenze.”

Il vostro lavoro risulta essere anche una fonte documentaria di notevole

pregio, sia per il recupero dei testi e delle musiche, che per la

contestualizzazione dei fatti. Non è solo un'operazione filologica e

storica, ma civile. E' una risposta a quanti oggi propongono letture

"inedite" della Resistenza ?

 

“Siamo felici che tu dia un giudizio così buono sul lavoro che abbiamo fatto,

nato perlopiù da spinte dettate dal cuore senza velleità filologiche

particolari.Ci è costato due anni di fatica, con persone che ci

sconsigliavano di farlo, ritenendola un'operazione musicale e culturale

anacronistica e fuori luogo. Per noi non è stato e non è così, soprattutto

oggi nel clima politico e culturale di basso profilo in cui viviamo. Se

questo nostro lavoro può essere una risposta a tutto questo e in special

modo ad una lettura revisionista della Storia (cosa che da più parti si sta

cercando di fare) non può che farci piacere.”

 

Quello che colpisce maggiormente dall'ascolto e dalla lettura del vostro

album sono proprio i profili intensi delle donne e degli uomini che hanno

combattuto. Oltre ogni possibile retorica ne emergono i tratti, forti e

struggenti, profondamente umani: Friderich Sirok, Goriziano, arrestato a

sedici anni per aver inciso col temperino una falce e martello e mai più

tornato a casa; il comandante "Lauro", che dopo un'azione afferma: "si può

essere in gamba anche senza sparare". Enrichetta, la partigiana "zingara"

morta nell'eccidio di Temnica, sul Carso Triestino..ma dove sono le belve

assetate di strage ? O gli ancor più prosaici rubagalline travestiti da

eroi?

 

“Le figure che compaiono nelle pagine del libretto e di cui si sente l'eco

delle canzoni sono figure che fanno parte della storia di Gorizia e della

storia personale di Mauro Punteri (autore del gruppo): il comandante Lauro

era suo padre, Friderick Sirok, suo zio da parte materna, l'idea era proprio

quella di parlare di persone "normali", uguali a noi, persone normali che ad

un certo punto della loro vita, trovandosi in una situazione di guerra, di

mancanza di diritti, hanno dovuto fare delle scelte. Cosa faremmo noi se ci

trovassimo in una situazione analoga? E' una domanda che non ci sfiora

nemmeno.. e spesso non ci rendiamo conto che in questo stesso momento ci

sono decine e decine di situazioni di guerra nel mondo, e che persone come

noi le stanno provando sulla loro pelle. e non occorre andare tanto lontano.

Non dimentichiamo che solo dieci anni fa, a sette ore di macchina, c'era l'assedio

di Sarajevo.”

 

Il disco è introdotto dalle parole di Giovanni Padoan: "Oggi, rivivere i

fatti della resistenza vuol dire attualizzarli, vivere di memoria non serve".

Sono davvero emblematiche, quasi una risposta al dibattito di questi giorni,

così polemico, così acceso, così poco civile da contrapporre i morti e

rileggere le "memorie" in chiave puramente ideologica. Le canzoni che voi

raccogliete sono la voce di quelle memorie. Sono passati sessant'anni. Cosa

va gridando ancora, quella voce ?

 

“Il significato di questo lavoro sta in due citazioni, che si ritrovano nel

Cd ; la prima la si può leggere nella prefazione a Canti clandestini di

Carolus Cergolj, "oggi i cieli sono puliti, ma non bisogna dimenticare come

certi vorrebbero le lacrime ed il sangue versato per renderli puliti", e

questo è il valore della memoria, che è importante, importantissimo, perché

almeno teoricamente dovrebbe impedirci di ripetere errori del passato.Ma la

memoria da sola non basta, deve essere utilizzata in qualche modo,

altrimenti diventa sterile commemorazione. e qui entrano le parole del

comandante Vanni (Giovanni Padoan, sue sono le parole che aprono il cd):

"vivere solo di memoria non serve. Essere partigiani oggi vuol dire

difendere i diritti, i diritti dell'uomo, i diritti del cittadino, i nostri

come quelli, già calpestati, di tutte quelle persone che vengono da noi

sperando di trovare un futuro migliore. Difenderli con gli strumenti che la

democrazia ci mette a disposizione".

I musicisti lo possono fare con la musica.”

 

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UE: FINI, CROAZIA ENTRERÀ SE COLLABORA SU CRIMINALI GUERRA

 

(ANSA) - TRIESTE, 10 FEB - '' La Croazia avvierà il negoziato per l'

adesione all' Unione Europea, solo se collaborerà con il Tribunale

internazionale dell' Aia per riconsegnare i criminali di guerra '': lo

ha detto il Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, intervenendo a

Trieste, al Teatro Verdi, alle cerimonie per il '' Giorno del Ricordo ''.

Sottolineando che '' non lo ha chiesto solo l' Italia, ma tutti i 25

Paesi dell' Unione '', Fini ha invitato la platea a '' capire e convivere  ''.

Riguardo inoltre alla mancanza di indennizzi per gli esuli

di Istria e Venezia Giulia e Dalmazia, Fini ha sottolineato che '' non

aver trovato un modo per l' indennizzo la dice lunga sull' ignavia che

per anni e' regnata su questa vicenda. E gli amici croati lo sanno ''.

Fini ha poi concluso sottolineando che '' non e' con i rancori che si

costruisce la storia, ma con la verità ''. (ANSA). BUO/MST

10/02/2005 13:59

 

 

REPETITA JUVANT:

 

 

Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia"

Data: Lun 10 Gen 2005  10:15:28 Europe/Rome

Oggetto: [JUGOINFO] Visnjica broj 471

 

 

L'HAN GIURATO

 

 

8 novembre 1992: Gianfranco Fini e' ritratto al fianco di Roberto Menia

(allora segretario della federazione MSI-DN di Trieste) al largo

dell'Istria, nell'atto di lanciare in mare bottiglie tricolori recanti

il seguente testo:

 

<< Istria, Fiume, Dalmazia: Italia!...

Un ingiusto confine separa l'Italia dall'Istria, da Fiume, dalla

Dalmazia, terre romane, venete, italiche.

La Yugoslavia [sic, con la Y] muore dilaniata dalla guerra: gli

ingiusti e vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo del 1975

oggi non valgono più...

E' anche il nostro giuramento:

"Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!" >>

 

Vedi: http://www.cnj.it/immagini/meniafini.jpg

( fonte: redazione de La Nuova Alabarda -

http://www.NuovaAlabarda.tk)

 

Sull'irredentismo di Gianfranco Fini, oggi leader della formazione

nazionalista "Alleanza Nazionale" e Ministro degli Esteri della

Repubblica Italiana, vedi anche:

 

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3522/1/51/

<< Spalato all’Italia, Trieste alla Croazia (18.10.2004).

Reazioni in Croazia alle dichiarazioni del vice premier italiano Fini

su Istria, Fiume e la Dalmazia... >> )

 

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Reduci dalla visione del primo episodio de "Il cuore nel pozzo", ne

scriviamo.

Ci siamo sorbiti gli "italiani brava gente" che sembrano capitati lì

per caso, il repubblichino buono e "pacifista" , i partigiani sadici e

vampireschi, il solito prete, l'uso dei bambini come "scudi umani",

mentre si fa bieca propaganda...

Non una parola sull'italianizzazione forzata, sul razzismo anti-slavo,

sui massacri compiuti dai nazifascisti fino a pochi giorni prima. Tra

questi ultimi non poteva non esserci il personaggio interpretato da

Beppe Fiorello. Ci viene presentato quasi come uno sfollato

post-Armistizio, ma qui non siamo nel '43, siamo nella primavera del

'45. Quindi è un repubblichino. Quando parla dei suoi compagni morti in

azione, a quale azione si riferisce? Rappresaglie? Rastrellamenti?

Incendi di villaggi?

 

E i pochi slavi "buoni"? Le classiche eccezioni che confermano la

regola: buoni *benché* slavi, ma soprattutto: buoni perché

sufficientemente *italianizzati* (cioè, anche se nella fiction non

viene mai detto, *collaborazionisti*: una è la fidanzata del

repubblichino di cui sopra!).

Da questi ultimi, oltre che dal prete, tocca sorbirsi implausibili

pistolotti antirazzisti, come se in quelle terre (nel frattempo annesse

al Reich) nazionalismo e razzismo avessero fatto capolino con la

Resistenza e fossero fenomeni estranei al nazifascismo...

I timori degli antifascisti istriani e delle comunità slovene di qua e

di là dal confine erano pienamente giustificati. Non lo erano invece i

timori di certi figuri della destra, per i quali "Il cuore nel pozzo"

non era abbastanza schierato ed era addirittura eufemistico nel

denunciare i crimini dei partigiani. Costoro non si preoccupino, lo

sceneggiato risponde pienamente alle loro esigenze.

 

[Il regista Alberto Negrin, qualche anno fa, aveva diretto la fiction

su Giorgio Perlasca. Alla luce di quanto ci ammannisce ora, sospettiamo

che l'intento fosse accendere i riflettori sull'occasionale fascista

buono, uno che imboscava i deportandi anziché aiutare a metterli sui

treni, così da aprire la strada a nuove, interessanti riletture. Si

veda la recente dichiarazione del camerata Gramazio, secondo cui

persino Giorgio Almirante - capo-redattore della rivista "La difesa

della razza" - era un salvatore di ebrei.]

 

Le foibe, è palese, vengono usate come "diversivo" da parte della

destra al governo, e per giunta diversivo pre-elettorale, come se a

guidare la GAD o la FED o come cazzo si chiama non ci fosse Prodi bensì

Josip Broz detto "Tito".

Madornali idiozie vengono scritte e ripetute in modo ossessionante,

come quella del "silenzio" su quegli eventi. Accade lo stesso per i

fatti successi più a Ovest, il "Triangolo rosso" etc.: ogni volta si

ricomincia da capo. Complice il Pansa di turno, par sempre di assistere

a una scoperta nuova, anche al trecentesimo libro (scientifico o

sensazionalistico che sia), al cinquantamillesimo scoop, alla

miliardesima puttanata detta in tv.

Tutto questo fingere che a Trieste e in Istria non sia successo nulla

prima del '45 fa venir voglia di rispondere con lo humour nero, come

qualche anno fa "Mladina", la rivista satirica slovena.

 

Estate 2000: "Mladina" mette on line un videogame modellato sul Tetris,

solo che l'ambientazione è l'orlo di una cavità carsica e i mattoncini

da far scendere sono - a scelta - cadaveri di "domobranci" (miliziani

filo-nazisti) o di partigiani titini.

Già questa ironica forma di "par condicio" (in realtà aderente alla

realtà storica, dato che nelle foibe furono gettati *prima* sloveni e

antifascisti e *poi* nazi e collaborazionisti) dovrebbe far drizzare le

orecchie, ma gli italiani che passano di là - su imbeccata di qualche

fascistone giuliano - non sanno lo sloveno né conoscono la storia. La

parola "domobranci" è per loro un mistero.

Il gioco viene scambiato per un attacco all'Italia, all'Italianità e

chi più ne ha più ne metta, anche se in "Fojba 2000" non figurano

italiani: le vittime virtuali - di destra e di sinistra - sono tutte

slave.

 

A rigore, uno che non sappia chi erano i domobranci non dovrebbe avere

il diritto di aprir bocca sulle foibe, tanto meno di scandalizzarsi per

quanto avvenne in quelle zone. Ma questo fa parte del problema: nessuno

sa un cazzo, e chi più apre bocca per darle aria è proprio chi meno sa.

Per farla breve, scoppia un grande scandalo al di qua del confine, e il

bello è che dalla messa on line sono già passati diversi anni. Come

sempre è tutto un cadere dalle nuvole, un finto rimanere a bocca

aperta, un artificioso indignarsi. Il ministro per l'innovazione

tecnologica Lucio Stanca chiede alla Farnesina di "attivare i canali

diplomatici affinché venga posta alle autorità slovene l'esigenza di

oscurare subito l'offensivo e vergognoso gioco". Le autorità slovene,

giustamente, se ne fottono.

 

A sfuggire è il contesto. "Mladina", con pazienza, lo spiega:

"Il gioco rifletteva il clima politico dell'estate del 2000, quando un

esecutivo di centrodestra aveva sostituito il governo di Janez

Drnovsek. Il premier era Andrej Bajuk, sloveno ritornato in patria

dall'Argentina, che non ha mai nascosto le sue simpatie per i

domobranci e l'ostilità per tutto ciò che ricordava l'epoca di Tito.

Il suo governo durò solo sei mesi, nell'ottobre del 2000 fu sconfitto

dalla coalizione di centrosinistra che riportò al governo Drnovsek.

Nella presentazione ci si riferiva, infatti, alle elezioni imminenti.

'Offriamo ai lettori di Mladina un singolare attrezzo di fitness per un

allenamento preelettorale' "

 

Il gioco è qui (per giocare cliccate su "Torej"):

http://www.mladina.si/projekti/igre/fojba2000/

Se invece di giocare on line lo volete scaricare, cliccate qui:

http://www.thekey.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=18

 

Per chi invece non predilige lo humour nero, oppure a integrazione di

quest'ultimo, c'è il bel libro di Claudia Cernigoi, uscito nel 1997 per

le edizioni Kappa Vu di Udine, oggi disponibile gratis on line per

iniziativa dell'editore e dell'autrice.

Si chiama: "Operazione foibe a

Trieste: come si mistifica la storia": http://www.cnj.it/foibeatrieste/

Cernigoi smonta, col metodo e gli strumenti dello storiografo serio, le

leggende, esagerazioni e falsità della propaganda di destra su questo

tema.

 

Chi non ha molto tempo a disposizione può rivolgersi a un testo più

breve (in pdf), un articolo di Federico Vincenti apparso su "Patria

Indipendente" (la rivista ufficiale dell'ANPI) nel settembre 2004:

http://www.anpi.it/patria_2004/08-04/17-18_VINCENTI.pdf

 

Non possiamo competere con la potenza di fuoco di uno sceneggiato

trasmesso in prime time da Rai1. Ma la guerra non è soltanto potenza di

fuoco, meno che meno la guerra culturale.

[tratto da Giap#5, VIa serie - 7 febbraio 2005]

http://www.wumingfoundation.com/

 

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Croazia / Slovenia / “Il cuore nel pozzo”

In merito al film “Il cuore nel pozzo”prodotto da Angelo Rizzoli per RAI FICTION:

 

Comitato contro le falsificazioni storiche (Trieste)

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/altri.htm - falsificazioni

 

Iniziativa dell'Associazione Promemoria su "Il cuore nel pozzo":

Promemoria - Društvo za zašcito vrednot protifašizma in protinacizma

http://www.cnj.it/PARTIGIANI/altri.htm - promemoria

 

Redazione de "La Nuova Alabarda" (Trieste)

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3793

 

Que viva Novak! (La Plebe)

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3798

 

L'intervento di una esule istriana

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4239

 

Foibomania nei media e libri italiani

Intervento del giornalista e scrittore Armando Černjul

http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4233

 

 

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FOIBE: ANTIFASCISTI ISTRIANI CONTRO FILM “IL CUORE NEL POZZO”

 

(ANSA) - (ANSA) - ZAGABRIA, 4 FEB - Gli antifascisti croati dell'Istria

si sono detti oggi amareggiati da come il film “Il cuore nel pozzo”

tematizza la tragedia delle foibe e che domenica e lunedì sarà

trasmesso dalla Rai in occasione del 10 febbraio, “Giornata della

Memoria” dell'esodo. Lo riferisce oggi l'agenzia di stampa 'Hina'. Il

segretario dell'Associazione dei combattenti antifascisti della regione

istriana Tomislav Ravnic ha detto oggi a una conferenza stampa tenuta a

Pola che '' nella lotta antifascista in Istria non e' successo un

crimine organizzato come con il film vogliono far credere i neofascisti

e la destra italiana ''.

Secondo lui il film, firmato dal regista Alberto Negrini e prodotto dalla Rai, ''e' un'immagine distorta e falsa della lotta antifascista in cui gli Slavi vengono dipinti come un popolo genocida, mentre gli italiani sono rappresentati come vittime

dell'espansionismo slavo''.

''Si tratta di una distorsione tendenziosa dei fatti e di un tentativo di revisionismo storico con lo scopo coprire le violenze e le responsabilità del fascismo'', ha aggiunto

Ravinic. ''In ogni conflitto bellico occorrono crimini e muoiono vittime

innocenti, ma nella Resistenza in Istria queste vittime erano solo il

frutto di vendette individuali e non di operazioni pianificate'', ha

voluto precisare il suo punto di vista. Per questa ragione gli

antifascisti istriani protestano contro la messa in onda de “il cuore nel

pozzo”, che, come hanno detto, ''non e' che propaganda diffamatoria con

cui si offende il popolo istriano e che rappresenta una provocazione

politica diretta verso lo stato croato''.

Il vicepresidente dell'associazione istriana, Miljenko Bencic, ha spiegato che

''il movimento partigiano non aveva alcuna ragione per uccidere innocenti, a

differenza del nazifascismo nella cui stessa ideologia e' radicato il

genocidio''. Secondo Bencic ''e' inammissibile che vengano equiparate

le colpe dell’aggressore e della vittima, il fascismo come un'ideologia

criminale e l'antifascismo come una reazione di resistenza di tutto il

mondo democratico''.

Volendo ricordare i crimini commessi dai fascisti italiani in territorio croato, i dirigenti dell'associazione hanno organizzato la prima visione in Croazia del documentario della Bbc, 'L'eredita' fascista'. L'estate scorsa il film 'Il cuore nel pozzo'

aveva scatenato una simile reazione anche in Slovenia: molti lo hanno

definito ''un falsificato della storia''. (ANSA). COR

04/02/2005 19:17

 

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Le foibe viste dalla Croazia

 

07.02.2005    Da Osijek, scrive Drago Hedl.

Dure reazioni in Croazia alla proiezione dello sceneggiato televisivo

"Il cuore nel pozzo", prodotto dalla Rai e dalla Rizzoli audiovisivi.

Secondo il quotidiano di Fiume/Rijeka, “Novi List” , si tratta del peggior

film di propaganda mai realizzato. Questa l'opinione di Furio Radin,

rappresentante della minoranza italiana al Parlamento di Zagabria, e

della Unione dei Soldati Antifascisti. Tace la Zagabria ufficiale.

 

 

"Sporchi e malvagi partigiani di Tito sterminano Italiani innocenti".

Con questo titolo a tutte colonne, il quotidiano di Rijeka (Fiume)

"Novi List" ha pubblicato sabato scorso in terza pagina il servizio di

Elio Velani, corrispondente dall'Italia che, insieme ad alcune migliaia

di rappresentanti della alta società triestina, ha partecipato alla

visione del film "Il cuore nel pozzo" nella sala da concerti

"Tripcovich". Il giornale di Rijeka parla del film come dell'"assalto

alla storia da parte della destra italiana", riportando come il film

"conduce il pubblico italiano negli abissi delle foibe dove la destra

italiana ha trovato il proprio senso più profondo dell'esistenza."

 

Questa è, allo stesso tempo, la reazione più forte che si è potuta

ascoltare in Croazia a proposito del film "Il cuore nel pozzo", una

fiction che descrive le sofferenze dei soldati italiani nella ex

Jugoslavia (in particolare nelle ex repubbliche di Croazia e Slovenia),

dopo la disfatta dell'armata di Mussolini nel corso della seconda

guerra mondiale. La Zagabria ufficiale infatti non ha commentato, il

che è comprensibile dal momento che la leadership del Paese è

totalmente concentrata sul caso del generale Gotovina e sulla ferma

posizione espressa dall'Unione Europea [si noti il ricatto: se reagisci

a "Il cuore nel pozzo" mi oppongo all'accesso nella UE]. Per

Bruxelles, infatti, la data per l'apertura dei negoziati di ingresso

nell'Unione, fissata per il 17 marzo, non verrà rispettata a meno che

il generale croato latitante non compaia davanti al Tribunale dell'Aja

entro quel giorno.

 

Il corrispondente di Novi List descrive il film come "l'esempio

difficile da eguagliare del film di propaganda più brutto, maldestro,

assurdo e inappropriato che sia mai stato fatto", e sostiene che sia

molto peggio dei film simili prodotti in Jugoslavia sui partigiani e le

loro avventure di guerra. "Dopo questo film, apparirà chiarissimo a

tutti cosa intende la destra italiana quando parla della necessaria

revisione degli eventi storici. E' alla stessa destra italiana che va

attribuito il maggiore credito per la produzione di questo film, mentre

la televisione di Stato Rai non ha fatto che dare ascolto ai leader

attuali finanziando servilmente l'intero progetto", afferma Novi List.

 

Il quotidiano sostiene le proprie affermazioni citando un anonimo

giornalista de "Il Messaggero" che, secondo Novi List, dichiara: "Viene

posto un parametro incredibile: le vittime innocenti delle foibe sono

state uccise ancora una volta da questo film". Oltre a questa

citazione, Novi List pubblica anche l'opinione del noto storico

triestino Fulvio Salimbeni che dichiara che si tratta di un "lavoro

vergognoso" e che gli esuli istriani dovrebbero citare in giudizio il

produttore del film per "il totale travisamento della ricostruzione

storica degli eventi."

Tuttavia, sono stati gli stessi esuli, secondo il corrispondente di Novi List, a enfatizzare il significato del film, e sarebbero stati loro i più rumorosi nella sala tra quelli che

gridavano "Hurrah, sono arrivati i nostri", nella scena in cui il giovane soldato italiano Ettore, ritornato dalla Russia, uccide due partigiani [sic!].

 

Se da un lato non ci sono state reazioni a "Il cuore nel pozzo" da parte

della Zagabria ufficiale, la Unione dei Soldati Antifascisti della

Croazia è però intervenuta nel dibattito. Il segretario della sezione

istriana dell'organizzazione, Tomislav Ravnic, ha affermato che gli

antifascisti croati sono sconvolti dal fatto che i media italiani

scrivano che i partigiani uccidevano gli Italiani solo in quanto

Italiani. "Questa è una menzogna – dichiara Ravnic – quando nel 1943

abbiamo catturato 15.800 soldati italiani, non gli è successo nulla.

Avevamo un rapporto umano nei confronti dei prigionieri italiani. E'

per questo che io dico a Berlusconi, a Fini e alla compagnia che

dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che hanno salvato

migliaia di persone. I partigiani non hanno ucciso gli Italiani, ma i

fascisti che sono stati condannati dai Tribunali nazionali."

 

Oggi, tuttavia, nessuno in Croazia nega che ci siano state molte

vittime nel periodo delle foibe. Furio Radin, rappresentante della

minoranza italiana nel Parlamento croato, dichiara: "Non dobbiamo

dimenticare quello che abbiamo dimenticato negli ultimi 60 anni, le

foibe. Ci sono state vittime collaterali, e c'erano naturalmente anche

i fascisti. Resta il fatto che finire la propria vita all'interno di

una caverna non è normale, indipendentemente dal fatto che uno fosse un

fascista oppure no, e bisogna ricavarne un insegnamento affinché una

cosa del genere non possa più ripetersi."

In Croazia si parla solitamente di circa 500, 600 Italiani uccisi nelle foibe, ma il

pubblico conosce anche le fonti italiane  secondo le quali circa 17.000

persone [sic!] sarebbero state gettate nelle foibe.

"Posso affermare che, secondo alcuni storici considerati esperti della materia, circa 5.000 persone sarebbero morte nelle foibe. Il fatto è che la maggior parte

delle foibe era situata nel territorio che ora appartiene alla

Slovenia, anche se ce n'era un numero considerevole anche in Croazia, in Istria", dichiara Furio Radin.

 

Qualche tempo fa, Radin ha proposto la edificazione di un monumento

alle vittime delle foibe in Istria, ma questa idea ha incontrato la

opposizione della Unione dei Soldati Antifascisti. Radin ritiene che

ancora oggi questa questione sia troppo legata alla politica, e

sostiene la necessità di una ricerca della piena verità storica. Non

ritiene, tuttavia, che agli Italiani venga costantemente detto che sono

gli stranieri a dover essere accusati per tutto quello che è accaduto

di sbagliato nella propria storia: "A parte Trieste, il resto

dell'Italia non ha nessuna idea delle foibe, non sanno quello che stava

accadendo durante la seconda guerra mondiale in Istria e Dalmazia, e

non hanno alcun interesse per questa parte della storia", dichiara

Radin.

 

La Croazia ha cominciato a parlare di foibe e di azioni criminali

commesse dai partigiani durante la seconda guerra mondiale solo dopo

l'indipendenza e il riconoscimento internazionale, nel 1992. La destra

ha cercato di abusare di questo fatto storico per presentare l'intero

movimento antifascista come criminale, e per dare una stessa identità

ad antifascismo e comunismo. Negli ultimi anni, tuttavia, l'attuale

sinistra croata ha affermato la necessità di un approccio storico

obiettivo al problema, anche se in realtà nel corso del governo di

sinistra (2000-2003) non sono stati fatti particolari sforzi verso

questo obiettivo.

 

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3870/1/51/

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3873/1/51/ ]

 

La Slovenia e “Il cuore nel pozzo”

 

07.02.2005 - Riportiamo alcune reazioni oltre Adriatico allo

sceneggiato "Il cuore nel pozzo" trasmesso in questi giorni dalla RAI.

Qui di seguito la traduzione di un articolo pubblicato su Vijesti, uno

dei maggiori quotidiani montenegrini. Proprio in Montenegro, tra i

vicoli della città di Kotor, è stata girata la fiction.

 

Dal quotidiano di Podgorica Vijesti, 7 febbraio 2005

Traduzione a cura di Osservatorio sui Balcani

 

 

Il film "Il cuore nel pozzo", la cui prima parte è stata trasmessa ieri

sera dalla televisione di stato italiana RAI, in Slovenia solleva forti

critiche. A queste si è unito il presidente dei veterani antifascisti

sloveni ed ex presidente della assemblea presidenziale repubblicana, quando ancora

esisteva la Jugoslavia, Janez Stanovnik. Ieri sera Stanovnik ha

dichiarato che il film sulle foibe e sulla pulizia etnica subita dagli

Italiani sulla costa slovena, in Istria ed in Dalmazia rappresenta non

solo una falsificazione della verità storica, ma anche l'apice di

un'operazione di "lavaggio del cervello", che, rispetto a questo tema,

si è sviluppata in Italia, e in particolare a Trieste, nel corso degli

anni.

 

Il film "Il cuore nel pozzo" girato l'autunno scorso in Montenegro dal

regista Alberto Negrin, parla di una famiglia italiana dell'Istria al

tempo della Seconda guerra mondiale che rimane vittima dello scontro

etnico al tempo della caduta del fascismo. Il personaggio principale

del film è il bambino Francesco, al quale i partigiani hanno ucciso i

genitori. Particolarmente crudele nella cacciata degli Italiani si

mostra il comandante partigiano Novak, interpretato dall'attore serbo

Dragan Bjelogrlic.

 

In Slovenia negli ultimi mesi ha preso corpo una forte critica al film,

con la tesi che già con la scelta del principale personaggio negativo,

rappresentato da un partigiano sloveno si mostrano gli Sloveni come un

"popolo che attua un genocidio". Si tratta di un sopruso della verità

storica che in Italia viene manipolata dalle forze di destra, alle

quali negli ultimi anni si è piegata anche la sinistra.

 

Tra le valutazioni fatte ci sono state anche quelle che affermano che

si tratta di una "berlusconiana consacrazione postuma di Tito" e che è

una "soap-opera storica", che in modo emotivo tocca un tema sensibile e

mostra nuovamente gli Italiani contro gli Sloveni e i Croati, che nel

film sono rappresentati come "barbari". Stanovnik, ai partigiani

sloveni radunati ad una commemorazione nei pressi di Koper, ha detto

che con il film si prosegue con la costruzione di una falsità storica:

"Vi ricorderete se abbiamo attaccato noi l'Italia o l'Italia ha

attaccato noi. L'Italia attaccò (l'allora) Jugoslavia, e non il

contrario", ha detto Stanovnik, aggiungendo che la riconciliazione e le

relazioni di buon vicinato vanno edificate sulla verità e bisogna

esprimere il dispiacere per gli errori, ma in "modo europeo". Stanovik

ha poi concluso affermando che i dati che in Italia vengono posti in

relazione col numero degli Italiani uccisi e gettati nelle fosse

sarebbero esagerati.

 

*************************************************************

 

--- CILIEGINA ---

 

“Il cuore nel pozzo”: intervista a Leo Gullotta

 

09.02.2005;    scrive Andrea Rossigni.

Non è una ricostruzione storica, ma un'occasione per aprire una

riflessione su di un periodo oscuro. Così "Il cuore nel pozzo", la

controversa fiction sulle foibe prodotta dalla Rai e da Rizzoli

audiovisivi, nelle parole di Leo Gullotta/Don Bruno. L'intervista, in

collaborazione con Radio Onda d'Urto, è stata realizzata prima della

messa in onda del film...

 

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3880/1/51/

 

Un estratto da questa intervista veramente ignobile:

<< ... Non è, e lo risottolineo, non è una ricostruzione storica di quel

momento... potevamo soltanto prenderla da un altro punto di vista. E'

la storia inventata... >>

Certo, inventata a bella posta: infatti è solo la continuazione della

propaganda fascista contro i partigiani che liberarono la Jugoslavia e

l'Italia.

 

******************************************************************

 

 

 

Documento di Claudia Cernigoi, direttrice del periodico “la Nuova Alabarda” di Trieste, in merito al film “Il cuore nel pozzo” prodotto da Angelo Rizzoli per RAI

Fiction, recensito da “nuova unità”, mensile-n.7/2004, ppgg. n.10 e 11.

 

I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor

Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di

fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle

fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole

influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva su argomenti

specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far

passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente.

Ed a questo scopo, un “buono” sceneggiato (adesso lo chiamano “fiction”, che

fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente.

Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come

sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i

brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.

 

Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo

ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi

ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria?

Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra…) uno sceneggiato sulle “foibe”.

Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci

dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista… sarà vero?

Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli Colli che

dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi

spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a febbraio prossimo

venturo?

 

“Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica

nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione…”,

scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di

20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un

massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale:

la pulizia etnica (…) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i

partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia

intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché

oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei

territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un massacro…”.

 

Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad

accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità

belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il

premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della

razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il

regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane,

leggiamo la trama del film.

 

“La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per

mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di

un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di

quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (…);

sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone

mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato

all’orfanotrofio”.

 

L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La

crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo

che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in

uno sloveno così negativo… In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne

alla sofferenza delle violenze etniche”.

 

Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della

giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”:

“Ho cercato di capire, di saperne di più (…) dar voce a una tragedia

dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è

un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”.

 

Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo

film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in

realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una

sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una

vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle

conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che

al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.

Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei

“partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto

storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto

come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei

territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai

stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né

“venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e

nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in

Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8

settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie

nei confronti di esponenti del regime fascista, alla fine del conflitto,

quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio,

non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato

a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non

avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.

 

Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso

strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa

macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo)

l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla

propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano

alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed

“infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte

quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano

i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente

salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio e banalizzazione

storica, allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi

ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va

bene anche per una sui cattivi comunisti?

 

La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un certo

Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico con

questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da quanto

siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici. Ma

se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato

la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che dovrebbe

essergli impedito di proseguire con questo mestiere.

 

Ci chiediamo se sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo

film, che può produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà

sicuramente “luce” su alcunché.

 

Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di

più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che

abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di

fonte “slavocomunista”, come vedremo nelle note) e si riesce a saperne di

più, inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe

istriane.

 

Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente

successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito

di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio

istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un

mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria.

Dai giornali dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la

vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel

contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI,

iniziarono a creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti

massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani.

 

In realtà, dalle “foibe” istriane furono riesumati, stando al cosiddetto

“rapporto” del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su

incarico dei nazifascisti nell’inverno 1943/44 [2], poco più di 200 corpi di

persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta

dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune

cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a

causa dei bombardamenti nazisti). Però basta dare un’occhiata ai giornali

dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di

come l’entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata, per suscitare

orrore e terrore nella popolazione, in modo da renderla ostile al movimento

partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal

titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua

croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato

fondamentalmente su slogan anticomunisti.

 

I contenuti ed i toni di tale mistificazione sono gli stessi che per

sessant’anni abbiamo visto propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia

di infoibati solo perché italiani, vecchi, donne e bambini e persino

sacerdoti”; “infoibati ancora vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è

poi visto che le sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in

realtà criminali di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano

fatto ad altri) e così via. Del resto, dal racconto di Harzarich risulta

chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono

trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente

impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a

torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari

raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad

esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali

tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di

Harzarich.

 

Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da

stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che

nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai

partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò ad

una persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di

Trieste “alcuni documenti che costituiscono una pagina di sanguinosa storia

italiana in questa Provincia (…) trattasi di circa 500 pratiche per

l’ottenimento della pensione alle famiglie dei Caduti delle foibe (…)

corredate di tutti i documenti e contengono gli atti notori che illustrano

lo svolgimento dei fatti” [3].

 

Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre:

“Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle

quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non

possono costituire un atto anti-italiano, ma un atto prettamente antifascista.

Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero

voluto uccidere chi era semplicemente “italiano”, in quel mese avrebbero

potuto massacrare decine di migliaia di persone” [4].

 

Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una “dichiarazione

rilasciata alla fine di gennaio 1944 dal segretario del Partito fascista

repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell’epoca”, senza però

dare ulteriori indicazioni, nella quale “l’alto gerarca”, di cui non fa il

nome, avrebbe affermato che “in Istria finirono infoibate dagli insorti 349

persone, in gran parte fascisti”.

 

Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic,

datata 28/11/44, e redatta per conto dei “servizi d’informazione del

Ministero degli Esteri dello stato croato”, (cioè il governo fantoccio

dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva

avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo

storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni

passi.

“All’inizio a nessun Italiano è stato fatto nulla di male. I partigiani

avevano diramato l’ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno.

Ma, qualche giorno dopo lo scoppio della rivolta popolare, [5] alcuni corrieri a

bordo di motociclette sidecar hanno portato la notizia che i fascisti di

Albona avevano chiamato e fatto venire da Pola i tedeschi in loro aiuto, e

questi avevano aperto il fuoco contro i partigiani. Poco dopo, si è saputo

che i tedeschi erano stati chiamati in aiuto anche dai fascisti di

Canfanaro, Sanvincenti e Parenzo, fornendo loro informazioni sui partigiani.

Rispondendo alla chiamata, è subito arrivata a Sanvincenti una colonna

tedesca (…). Pertanto, partigiani e contadini hanno cominciato ad arrestare ed

imprigionare i fascisti, ma senza alcuna intenzione di ucciderli. I

partigiani decisero di fucilarne soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti

fra questi sono stati salvati grazie all’intervento dei contadini croati e

ancora più dei sacerdoti. (…) Purtroppo quando, alcuni giorni più tardi,

cominciarono ad avanzare i reparti germanici, i partigiani vennero a

trovarsi nell’impaccio, non sapendo dove trasferire i prigionieri fascisti

per non farli cadere nelle mani dei tedeschi. In questo imbarazzo hanno

deciso di ammazzarli. Ne hanno uccisi circa 200 gettandone i corpi nelle

foibe.” [6]

 

Va da sé poi che, quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle

foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò

la “pacificazione” operata dai nazifascisti nei territori da loro “liberati”

dai partigiani.

Scrive, ad esempio, Galliano Fogar [7]:

“Il 7 ottobre (1943, n.d.a.) Berlino annuncia la conclusione dei

rastrellamenti nella regione di Trieste da parte delle truppe tedesche e di

reparti fascisti: sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi. Altri

4.900 sono stati catturati fra cui gruppi di ufficiali e soldati

badogliani”.

Un comunicato del 13 afferma che la “pace” è stata raggiunta

grazie a più di 13mila banditi uccisi o fatti prigionieri... A parte la

gonfiatura propagandistica delle cifre, il numero delle vittime è stato

altissimo e fra esse buona parte è di inermi civili (...)

“L’impeto dei tedeschi è meraviglioso”: commenta il quotidiano triestino “Il Piccolo”.

Raccontando l’odissea di un gruppo di prigionieri liberati dall’intervento

germanico, il cronista rileva che gli scampati, mentre si dirigono verso

Trieste, possono constatare che “ogni casa ha uno straccetto bianco di resa

e tutti i rimasti salutano romanamente chiedendo pietà” (questo si riferisce

alla zona di Pinguente, in Istria, n.d.a.). Dopo il passaggio delle truppe

tedesche, il giornale riferisce che è tornata la tranquillità e giustifica

lo strazio della cittadina di Pisino, osservando che “dure misure sono state

provocate” dalla resistenza dei partigiani. Infatti è stato ucciso anche il

Podestà italiano e di sentimenti fascisti.

 

Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottor Cordovado,

intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive: “Pisino, la capitale

provvisoria del movimento insurrezionale croato, benché abitata da italiani,

è bombardata senza pietà da “Stukas” e cannoni. Molti cittadini sono

mitragliati dai rastrellatori, irritati per un debole tentativo di

resistenza dei partigiani. Vi si insedia temporaneamente il capo della

Polizia, ed SS, Globocnik che decide sulla vita dei prigionieri, quando ne

venivano fatti, ordinando brutali esecuzioni”. “Inoltre, prosegue Fogar, Canfanaro è in parte incendiata ed il parroco è impiccato. A Gimino i tedeschi penetrano in molte case uccidendo vecchi, donne e bambini, incendiando fienili e cantine dove numerosi abitanti hanno cercato scampo e lanciano granate nei cespugli, nei fossi, nei campi, ovunque scorgano dei superstiti”.

 

Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che,

citando nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che “nelle voragini, vecchie cave, ed altre fosse comuni accomunate col nome di foibe

(…) furono gettati anche cadaveri di soldati tedeschi rimasti uccisi negli

sconti del 13 settembre e, alcune settimane dopo, numerosi cadaveri di

partigiani e civili uccisi dai tedeschi e da essi abbandonati per le

campagne”.

Scrive Zic: “Nell’intero comune di Gimino che contava 4.580 anime, hanno ucciso 15

bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i

bombardamenti, in totale 241 persone. (…) Alcuni uomini al di sopra dei 50 anni, che sono stati costretti a trasportare le munizioni dei tedeschi,

hanno raccontato che nell’Istria settentrionale i soldati hanno violentato

ragazze e donne. A Pisino (…) hanno ucciso anche alcuni italiani, fra questi

il podestà e il direttore del Convitto del Ginnasio locale” [9] .

Scotti prosegue citando una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic

ed elenca alcuni nomi, indicati nella relazione Zic nella grafia croata (…);

quasi tutti questi nomi, nella loro variante italianizzata, li ritroviamo in

vari elenchi di persone che sarebbero state massacrate e infoibate dai

partigiani.

Ed ancora: “Il fatto che i tedeschi procedettero a fucilazioni di “ribelli” nelle cave di bauxite, come fecero nei medesimi giorni i partigiani per eliminare i loro prigionieri, è stato “provvidenziale” per la storiografia fascista. Successivamente (…) furono

attribuite ai partigiani pure una parte delle vittime della repressione

tedesca”. [10]

 Scotti prosegue citando vari episodi specifici di feroci

rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione Zic, e conclude:

“All’epoca alcuni degli “studiosi” fascisti che oggi blaterano di “italiani

trucidati dagli slavi”, collaboravano con i tedeschi nel massacro di loro

conterranei, italiani e slavi.”

 

 

 

 

  _____ 

 

[1] “Il Piccolo” di Trieste ed “Il Corriere Istriano”, numeri da ottobre a

dicembre 1943.

 

[2] Dati della “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei

VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, (Archivio IRSMLT n. 346). Questo

testo, che viene comunemente definito “rapporto Harzarich”, non è stato

redatto all’epoca delle riesumazioni, ma due anni dopo, in base a quanto detto

dallo stesso Harzarich agli Alleati.

 

[3] Documento datato 24/4/45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L’Istria e

le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998.

 

[4] “Trieste Sera”, 8/1/49.

 

[5] Il 13 settembre 1943.

 

[6] G. Scotti, “Foibe e fobie”, supplemento al numero 2/1997 del mensile “Il

ponte della Lombardia”. Queste risultanze storiche sono state esposte dallo

studioso anche nel corso del convegno sul tema “La guerra è orrore. Le foibe

tra fascismo, guerra e Resistenza” organizzato da Rifondazione Comunista a

Venezia (13/12/03).

 

[7] G. Fogar, “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del

Bianco 1968, che fa riferimento ad articoli del “Piccolo del 4, 6 e 8/10/43.

 

[8] In Archivio IRSMLT VIII/366.

 

[9] Il podestà e preside era il dottor Vitale Berardinelli. Troviamo qui la

conferma di quanto riportato precedentemente da Fogar nella citazione della

“relazione Cordovado”.

 

[10] G. Scotti, “Foibe e fobie”, cit..

 

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L’intervento di un’esule istriana

 

----- Original Message -----

From: "Luciana Bohne" <lbohne@edinboro.edu>

To: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@tiscali.it>

Sent: Monday, February 07, 2005 8:07 PM

Subject: re: [JUGOINFO] Foibomania nei media e libri italiani

 

 

Sono in completo accordo con il giudizio di Armando Cernjul sulla

"foibomania." Se c'e' stata una persecuzione etnica in Istria

e' stata quella del ventennio fascista e fu lanciata, sostenuta, ed

autorizzata dallo stato italiano fascista, con la piena autorità

di leggi repressive e discriminatorie, con campagne di snazionalizzazione e

rieducazione all'imposto italianismo.

Furono bruciate le camere del lavoro, i centri sociali slavi; fu proibita la

lingua slava anche nelle chiese--come bene documenta Giacomo Scotti in un

recente articolo sul Manifesto.

Scrivo quale nipote di un infoibato. Mio nonno materno, Giovanni Benassi, fu

detenuto dai partigiani e presunto finito in foiba. Non era italiano, però

si dice ancora oggi in paese che era fascista.

Non so a quale grado risalisse la sua colpevolezza, però posso asserire con

tutta fermezza che ne' mia madre ne’ la famiglia fu punita per associazione a

lui--cosa che fecero i nazisti per tutta l'Istria dal 1943 al 1945.

Bruciarono villaggi interi, deportarono famigliari dei partigiani,

rastrellarono indiscriminatamente. Non mi risulta che i partigiani si

comportassero così--non ci sono testimoni di "collective

punishment."

Ah, sì. Uso l'inglese perché scrivo dagli Stati Uniti, dove sono andata a

finire, quando arrivata esule in Italia, la mia famiglia e' stata costretta

ad emigrare, tanto nulla fu l'assistenza di quegli italiani che adesso si

fanno tanto paladini di noi poveri esuli, che allora eravamo solo per loro

poveri ed ingombri slavi.

Uso tutta la mia autorità di nipote di un infoibato istriano per negare ed

accusare la strumentalizzazione della mia tragedia a cause tutte

fasciste, di allora come di adesso, nel momento che riaprono ferite ancora

vive con questa loro cinica ipocrisia nel falsificare il passato nel quale

la loro causa comporta la maggiore colpa. Se non fosse stato per il

fascismo, me ne sarei rimasta a casa mia, avrei goduto una vita tra i miei

campi ed i miei cari, avrei parlato la mia lingua--e non avrei sofferto come

soffro tuttora lo sradicamento di tutto quel retaggio etnico e di identità

che mi apparteneva alla nascita.

Grazie ai partigiani, l'Istria si liberò dei nazisti e dei loro

collaboratori fascisti. Non ci fu un genocidio in Istria se non quello

ideato dai fascisti--che volevano la morte della cultura polilinguistica e

multiculturale istriana.

E che la smettano di riscrivere la storia in nome di coloro che l'hanno

veramente subita e sofferta.

 

Luciana Opassi Bohne

Edinboro, Pennsylvania

 

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<< ...Il film "II cuore nel pozzo" e´ in effetti la continuazione della

propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai

giorni nostri... >>

 

Intervento del giornalista e scrittore Armando Cernjul alla conferenza

stampa della Presidenza dell'Unione delle associazioni dei Combattenti

Antifascisti, convocato a Pola il 4.02.2005.

 

Riassunto dell'ampio testo "Foibomania nei media e libri italiani"

preparato per la tavola rotonda sulle vittime delle foibe.

 

 

Del film italiano "II cuore nel pozzo" del regista Alberto Negrin

prodotto dalla RAI, non posso dir niente perché non l’ho visto. Stando

però a certi articoli apparsi sulla stampa italiana e croata e'

evidente che il film parla dei crimini dei partigiani di Tito e della

riabilitazione del fascismo italiano, temi questi da anni cari al

centrodestra al governo e all’estrema destra. Però questa stessa RAI

negli scorsi 15 anni ha mandato in onda numerose trasmissioni e servizi

nei quali vengono falsificati i fatti storici. Infatti sulle tre reti

di questa TV stataIe, in vari periodi di tempo, sono stati presentati i

crimini nelle foibe commessi, come più volte sottolineato, dai

partigiani di Tito sugli Italiani solo perché erano di nazionalità

italiana, anche se si sa molto bene che nelle foibe finivano Croati,

Sloveni, Tedeschi e altri. In base a queste trasmissioni, nelle foibe

sarebbero stati buttati 3.000, 5.000, 17.000 Italiani...! Dunque alla

RAI o non sanno o non hanno ancora deciso quanta gente sia finita nelle

foibe, poiché tirano in ballo cifre differenti e presentano i

comunisti di Tito e i partigiani come criminali genocidi.

 

Nel contempo non hanno voluto mostrare al pubblico italiano il

documentario "Fascist Legacy", prodotto dalla BBC inglese, nel quale sono

illustrati i massacri commessi dai fascisti italiani, trasmesso due

anni fa dall’emittente televisiva italiana La 7. In base ai dati

trovati nell’archivio delle Nazioni Unite dallo storico Michael

Palumbo, un americano di origini italiane, i fascisti in Jugoslavia,

Albania, Grecia, Etiopia, Libia, Francia e Russia uccisero oltre un

milione di persone. Solo nel territorio dell’ex Jugoslavia ne uccisero

circa 300.000.

 

Il film "II cuore nel pozzo" é in effetti la continuazione della

propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai

giorni nostri. Dapprima si iniziò con articoli su giornali e riviste,

poi, dopo la II guerra mondiale, si passò ai libri per proseguire con

articoli su quotidiani e mensili, nonché con trasmissioni radio e

televisive.

 

Già da diversi anni voglio richiamare l’attenzione sulla foibomania

nei media e libri italiani. Però in Croazia l’argomento non interessa

a nessuno, tranne che ai combattenti antifascisti o a qualche

giornalista. Ciò non deve meravigliare, considerato che il Governo, il

Parlamento e i vertici statali non hanno reagito al varo, un anno fa,

della legge italiana con cui il 10 febbraio e´ stato proclamato

“Giornata del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli

Italiani istriani, fiumani e dalmati.”

 Nella legge si dice, come riporta l’agenzia ANSA, che nelle foibe finirono 17.000 persone. Con queste falsità, hanno tentato di parificare le vittime del nazifascismo in

Istria.

 

Ogni crimine, e così anche quelli delle foibe in Italia e sul suolo

dell'ex Jugoslavia, va condannato. Però i crimini prima di tutto

devono venire accertati da storici obiettivi. Purtroppo, in Italia la

maggioranza di essi falsifica i dati mentre nella ex Jugoslavia e anche

nella Croazia indipendente, non hanno fatto quasi nulla. Pertanto e'

difficile seguire la foibomania in Italia, specie la sua presenza sui

media che e' molto massiccia, mentre le case editrici fanno a gara a

chi stampa più libri sul tema. Inoltre le città, le province, le

regioni e lo stato italiano finanziano le associazioni dei cosiddetti

esuli, che stampano libri e riviste e che hanno pretese verso i

territori croati!

 

Tra i primi autori che dopo la II guerra mondiale hanno scritto dei

crimini nelle foibe c´erano persone nate, o che hanno le radici

nell’odierna Croazia, e che hanno gonfiato i numeri degli infoibamenti.

Essi sono Luigi Papo e il sacerdote Flaminio Rocchi; più

tardi, a loro si sono aggiunti Giorgio Bevilacqua, Marco Pirina e altri.

Papo, vicepresidente dell’Unione degli Istriani a Trieste ed ex

comandante della Guarnigione delle milizie fasciste a Montona, ha

scritto diversi libri e centinaia di articoli firmandosi con vari

pseudonimi. A seconda delle necessità socio-politiche, nelle foibe

gettava 7063, 3739 o addirittura 16.550 vittime. Si tratta dello stesso

Papo che nel 1994, in una trasmissione della RAI, era stato presentato

come testimone di quando, durante la guerra, venivano ammazzati gli

Italiani, e come scrittore ricercatore. Ha dichiarato che in base alle

sue ricerche, dopo il 1 maggio del 1945, nelle foibe erano finiti 3.739

italiani, e, dal 1943 al 1945, tra Trieste e l' Istria 16.550. Piu' tardi

ha cambiato i numeri, affermando che alcuni di essi "sarebbero stati

buttati nelle foibe".

 

Undici anni dopo la RAI realizza il film "Il cuore nel pozzo" che sarà

trasmesso il 6 e il 7 di questo mese sulla prima rete!

 

Uno degli autori più giovani è Marco Pirina, che ha scritto diversi

libri sulle foibe e si dimostra peggior bugiardo del suo "professore"

Papo; sul tema il libro più sporco è intitolato "Genocidio". Si tratta di un

estremista di destra, suo padre era un comandante fascista fucilato

in guerra dai partigiani. Papo e Pirina hanno preparato materiale per

l’atto di accusa a Roma, dove come criminali sono stati accusati gli

antifascisti di Croazia e Slovenia. Papo a Roma era testimone al

processo contro Oskar Piskuli´c, giudicato in contumacia.

 

Va detto che i vertici delle cosiddette associazioni degli esuli, con

l´aiuto del neoirredentismo e della destra al vertice del potere

politico italiano, hanno definito il piano di stampare questi libri in

tiratura limitata. Hanno anche accolto la proposta che bisognava

trovare uno scrittore che "infiammasse" l’opinione pubblica; lo hanno

trovato nel giornalista e scrittore di successo Arrigo Petacco, di cui

l’editore Mondadori (un tassello dell’impero editoriale di Berlusconi)

nel 2002 ha pubblicato il libro "L'esodo degli Italiani d’Istria,

Dalmazia e Venezia Giulia". Il libro ha avuto diverse edizioni e l’autore è stato premiato. Questo é un libro pieno di falsità e

accuse. Cosa dire ancora dell’autore? Per questa occasione è sufficiente affermare che Petacco, servendosi della letteratura di quegli storici e di altri falsificatori, ha scritto che

i partigiani di Tito, tra il 1943 e il 1945, gettarono nelle foibe

migliaia di vittime innocenti, più di tutto Italiani, quindi qualche

tedesco, ustascia, cetnici e Neozelandesi delle unità britanniche. In

base ai suoi scritti nelle foibe istriane sono finiti 10.000, o 20.000

oppure 30.000 persone.

 

L´editore berlusconiano, Mondatori, pubblica il libro di Petacco e nei

giorni scorsi ha stampato un libro sull’esodo e sulle foibe di cui è

autore Gianni Oliva. Allo stesso tempo il premier italiano grida "Mai

più il fascismo e il comunismo", mentre pone in rilievo il dittatore

fascista Mussolini, che secondo lui non avrebbe commesso crimini fuori

dall’Italia.

 

Oltre a ciò, la sinistra italiana, o meglio il centro sinistra, dopo

essersi inchinata ai neofascisti, ha cominciato a inchinarsi anche

dinanzi ai monumenti eretti ai fascisti. E per i crimini delle foibe,

in primo luogo, Croati, Sloveni ed Italiani danno la colpa ai partigiani di Tito.

Ultimamente si fanno sentire certi politici e giornalisti

croati con interventi a favore della gentaglia neofascista e di quanti

vorrebbero riabilitare il nazifascismo.

Da Pola a Fiume, da Zagabria a Zara e Spalato parlano e scrivono contro i combattenti antifascisti come dei peggiori criminali.

Riporterò il caso più fresco. Il critico cinematografico e scrittore Jurica Pavici´c di Spalato, nel magazine del quotidiano "Jutarnji List" ( 22.01.2005), ha pubblicato l'articolo intitolato "Tito ucciso dalle sue armi".

Occupandosi di Tito e di Tudjman, ha scritto tra l'altro: "L’uno e l’altro hanno attuato la

pulizia etnica delle minoranze, Tito degli Italiani e Tedeschi e

Tudjman dei Serbi." E´ chiaro che Pavici´c ha ascoltato l’intervento di

un anno fa al Parlamento croato di Furio Radin (oppure ne ha letto) e

probabilmente non si rende conto di aver scritto falsità e calunnie!!!

Della pulizia etnica a danno degli Italiani, molto prima di Radin e

Pavici´c hanno parlato e scritto anche i politici, scrittori e

giornalisti italiani appartenenti all'estrema destra più radicale.

"During times of universal deceit, telling the truth becomes a revolutionary act."

- George Orwell   …e questo per me è fondamentale! Curzio

 

 

 

 

 

 

 

 

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