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Mine antiuomo: completamente distrutto l'arsenale italiano
Fonte: http://web.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=26980
Vita Non Profit Magazine
di Redazione (redazione@vita.it)
03/01/2003
Come previsto dalla Convenzione di Ottawa, l'Italia ha ultimato la
distruzione di mine antipersona anticipando la data di scadenza prevista
per l'ottobre 2003
Come previsto dalla Convenzione di Ottawa, l'Italia ha ultimato la
distruzione delle scorte delle mine antipersona anticipando la data di
scadenza per questa attivita' prevista per l'ottobre 2003. Circa ottomila,
tra mine di addestramento e singole parti, come spolette, contenitori e
detonatori, oltre ad ottocento mine antiuomo da guerra, continueranno ad
essere immagazzinate dalle Forze Armate italiane per esigenze legate
all'addestramento e alla ricerca. L'Italia nel 1997, anno dell'apertura
alla firma della Convenzione di Ottawa, aveva stoccato nei suoi arsenali
militari 7 milioni di mine antiuomo. Nello stesso anno, il 29 ottobre 1997
si approvava la legge 374/97, contenente le Norme per la messa al bando
delle mine. ''E' la prima bella notizia del nuovo anno - ha affermato Tonio
Dell'Olio, presidente della Campagna italiana contro le mine - accogliamo
sempre con grande gioia, passo dopo passo, il concretizzarsi di tanti anni
d'impegno a favore di questa causa, sperando che l'assunzione di
responsabilita' dell'Italia e la sua solerzia nell'adempiere gli obblighi
sottoscritti con il Trattato di Ottawa sia anche d'incoraggiamento a quegli
Stati che ancora non hanno aderito alla Convenzione di Ottawa come Usa,
Finlandia, Cina, Russia, Turchia, Egitto''. ''Malgrado questi incoraggianti
risultati - ha aggiunto Tonio Dell'Olio - c'e' ancora molto da fare e sono
una triste realta' le oltre 20 mila vittime che ogni anno rimangono colpite
in piu' di 90 Paesi da questi ordigni, anche in tempo di pace. Come
ripetiamo spesso, le mine non sanno di essere state messe al bando''.
Alla Convenzione di Ottawa hano aderito 146 Stati, 130 dei quali hanno gia'
ratificato l'accordo recependolo in leggi nazionali, mentre 49 Stati
mancano ancora all'appello. Tra questi spiccano Usa, Finlandia, Russia,
India, Pakistan, Israele, Marocco, Turchia, Egitto e Libia. I Paesi
produttori di mine antiuomo sono 14: Usa, Cuba, Russia, Egitto, Iran, Iraq,
Burma, Cina, India, Corea del Nord e del Sud, Pakistan, Singapore e Vietnam.
L'Unità 08.09.2003
«Mussolini
andò al potere nel '22, ma non con la marcia su Roma. Andò al potere
nell'assoluto rispetto dello Statuto Albertino. E allora, attenzione ai primi
sintomi. Non facciamo finta di non vedere». Oscar Luigi Scalfaro ha infiammato
la platea della Festa nazionale dell'Unità. Ad invitarlo a Bologna è stato
personalmente il segretario Ds Piero Fassino, che lo ha voluto accanto a sé per
la giornata dedicata al sessantesimo anniversario dell'8 settembre. E il
presidente emerito della Repubblica, che ha accettato «per ragioni di affetto e
di amicizia», ha scaldato gli animi dei circa duemila stipati nel Palaconad.
Come? Semplicemente ripercorrendo le tappe che hanno segnato la storia d'Italia
dal '22 al '45. E però, nel farlo, non nascondendo la sua apprensione per il
rischio che la storia si ripeta. Perché oggi, ha detto l'ex capo dello Stato
criticando le diverse leggi approvate «per una o due persone», siamo di fronte
alla «lacerazione di fondamentali principi giuridici». Perché oggi, ha
aggiunto con tono ancora più duro, «si sta mettendo la Costituzione sotto i
piedi».
A chi gli si è fatto intorno alla fine del dibattito per domandargli se avesse correttamente interpretato il suo intervento, e cioè come un parallelismo tra Mussolini e Berlusconi, Scalfaro non ha risposto direttamente, ma ha detto: «Oggi abbiamo come dei tarli che cercano di erodere questo legno formidabile che è la nostra Storia». E ha poi aggiunto: «Non dico che qui c'è la dittatura. Mi fermo ai fatti». E allora eccoli i fatti elencati dal senatore a vita, dall'alto dei suoi 85 anni (li compie domani), dei quali 58 passati in politica.
I fatti, quelli del Ventennio: «Mussolini andò al potere nel '22. Ma non con la marcia su Roma, che sul piano costituzionale non è esistita. Mussolini andò al potere nel rispetto dello Statuto Albertino». Ha interrotto la lettura storica solo per invitare a fare «attenzione», perché «quando nascono delle cose corrette è sbagliato dire "è nata in modo corretto, quindi andiamo a dormire". E se il giorno quando ci svegliamo non è più corretta?». Chiaro il riferimento a Berlusconi, e a quanti invitano a lasciarlo fare perché regolarmente eletto dai cittadini. Ha ripreso con i fatti: «Nel 1924 viene ucciso Matteotti. Il re tacque». Nessun commento a questo passaggio. Né a quello dopo: «Nel 1930 arriva una disposizione che imponeva a tutti i dipendenti dello Stato di iscriversi al partito fascista». E ancora: «1938: tu sei ebreo? - ha detto puntando il dito indice davanti a sé - non avrai più la pienezza dei diritti. E il re, che aveva taciuto nel '24 e nel '30, firma la legge». È a questo punto che Scalfaro ha di nuovo invitato a fare attenzione: «Attenzione ai primi sintomi. Non facciamo finta di nulla, non facciamo finta di non vedere».
Ed è a questo punto che c'è stato il cambio di registro. Sempre di fatti, ha parlato. Ma dei fatti di oggi, delle leggi vergogna, dei ripetuti attacchi contro la magistratura. Poco prima era ricorso al tono ironico, ricordando che lui di professione è stato un magistrato: «Faccio parte dei matti», ha scherzato facendo ben intendere cosa pensi dell'intervista rilasciata da Berlusconi nei giorni scorsi. Frasi dette con tono ironico, all'inizio del suo intervento, quando aveva appena ricevuto in regalo da Fassino una penna Mont Blanc per il suo 85esimo compleanno. E anche con tono scherzoso aveva salutato Sergio Cofferati, seduto in prima fila insieme a tutto lo stato maggiore della Quercia dell'Emilia Romagna: «Tu, caro Cofferati, hai portato nel mondo politico una grande saggezza ed equilibrio. A te che sei matto non te lo potrà mai dire nessuno». Poi, però, il tono è cambiato quando ha iniziato a ripercorrere le tappe del Ventennio, fino all'8 settembre '43 e alla liberazione del 25 aprile '45 (criticando il «revisionismo in malafede» Scalfaro ha detto: «Mi inchino di fronte ai giovani che, schierandosi con la Repubblica sociale, andarono a morire credendo di farlo per la patria. Questo non può però mutare la realtà: erano schierati contro la parte della libertà e della tranquillità del nostro popolo»).
E il tono è rimasto serio quando è passato dalle leggi razziali alle leggi approvate recentemente in Italia, «leggi approvate per una, due o cinque persone», leggi che «sono una lacerazione del principio giuridico dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall'articolo 3 della Costituzione». Il cosiddetto lodo Schifani, ha aggiunto Scalfaro, è stato per giunta votato «come una legge normale e non con le procedure previste per la modifica costituzionale. E questo perché dovevano approvarlo di corsa, altrimenti il processo poteva andare avanti», ha detto senza specificare di quale processo si trattasse, ma facendolo ben intuire. «Questo - ha scandito mentre già tutta la platea esplodeva in un applauso scrosciante - è mettere la Costituzione sotto i piedi». Una Costituzione che oggi è «in sofferenza», perché si stanno attaccando più principi. Ha ricordato l'articolo 3, il presidente emerito della Repubblica, ma anche l'articolo 21, che sancisce il diritto di ognuno ad esprimersi liberamente e ad essere correttamente informato. «Ma ditemi voi - ha chiesto rivolgendosi alla platea - come sono i telegiornali? come sono le notizie?».
I duemila sotto il tendone del Palaconad hanno interrotto spesso con applausi il suo intervento. Ed è stato un boato quando Scalfaro ha attaccato duramente non solo il presidente del Consiglio, ma l'intero schieramento di centrodestra: «Quando mi capita di sentire il premier che dice qualcosa quanto meno irreale, incomincia una catena salmodiante di ogni rappresentante della maggioranza che spiega: non ha voluto dire così, guardate è la sinistra che... Questa - ha concluso con tono duro tra gli applausi - è la salmodia dei servi».
Solo una volta Scalfaro (che ha anche dedicato un passaggio dell'intervento all'unità del centrosinistra: «Solo se si sta uniti si vince») ha citato l'attuale inquilino del Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi. E lo ha fatto con parole di elogio per il comunicato diffuso nel giorno dell'attacco di Berlusconi contro i giudici. Il senatore a vita ha spiegato di aver apprezzato l'intervento di Ciampi perché fatto in riferimento diretto ed esplicito a quella vicenda: «Ho detto altre volte che le prediche apostoliche, chiunque le faccia, non servono a nulla».
Dai toni meno accesi l'intervento di Fassino, concentrato sul tema della Resistenza ma con alcuni riferimenti alla situazione politica di oggi. «In democrazia non ci sono nemici da battere, ma avversari con cui confrontarsi», ha detto il segretario Ds, poi aggiungendo: «Non è inutile ricordarlo nel momento in cui la vita politica è avvelenata dalla demolizione dell'avversario inteso come nemico». Ha poi criticato duramente l'opera di «revisionismo storico» con la quale si cerca di «recidere le radici della nostra storia, che è nata nei 18 mesi delle Resistenza». Ha concluso Fassino tra gli applausi: «La nostra Repubblica nasce e vive perché una generazione ha deciso che nascesse e vivesse. Il Paese fu riscattato da uomini e donne di idee diverse, ma accomunati dai valori antifascisti».
Fascismo: i numeri della morte
di Michele Sarfatti
Da l'Unità
del 13.09.2003
Credo sia opportuno tornare sui numeri delle vittime
italiane della Shoah, dato che su l’Unità di ieri le esigenze di spazio hanno
compresso i dati da me riferiti. Dunque, la terza edizione 2002 del «Libro
della Memoria» di Liliana Picciotto riporta i dati riepilogativi dei
responsabili degli arresti di ebrei italiani. Lasciando da parte tutti quei casi
per i quali non è stato possibile giungere ad informazioni precise, è
accertato che, dei 7.800 ebrei deportati, 2.444 furono arrestati da tedeschi,
1.951 da italiani, 332 da italiani con tedeschi.
Inoltre, dei 322 ebrei uccisi in Italia, 102 furono arrestati da tedeschi, 33 da
italiani, 10 da italiani con tedeschi. Sono dati che pesano, per le famiglie
delle vittime, per l’ebraismo italiano, per la storia italiana, per la nostra
identità nazionale.
Si dirà: ma gli arrestatori italiani non sapevano di Auschwitz. Beh, in tal
caso gli italiani soccorritori, gli italiani non ebrei che nascosero gli
italiani ebrei rischiando la propria stessa vita, cosa sapevano? Perché agirono
così? Erano forse degli imbecilli? O invece erano delle persone che, pur
ignorando l’esistenza delle camere a gas, sapevano che il destino degli
arrestati era ormai la morte? Questo Paese e chi lo rappresenta si decida: se
gli arrestatori italiani erano innocenti, i soccorritori italiani non possono
essere definiti «giusti». In realtà i documenti (non quindi le chiacchiere)
dell’epoca testimoniano che già prima dell’8 settembre sia nel governo
fascista regio, sia tra la popolazione, circolavano notizie concrete sullo
sterminio in atto nel resto del continente.
Si dirà: non tutti gli arrestatori sapevano, non tutti conoscevano il destino
finale. Sì, concordo. La conoscenza era certamente più precisa via via che si
risaliva la scala gerarchica. A capo della quale vi era Mussolini. L’italiano
Mussolini. Il Mussolini che avrebbe agito per patriottismo. E che proprio per
questo a metà novembre 1943 stabilì pubblicamente che gli ebrei italiani erano
«stranieri» e per di più «nemici». Così, arrestare ebrei non voleva più
dire arrestare «italiani». In questo senso, è vero che, dal suo punto di
vista, il Mussolini che ordinò gli arresti rimase patriota. Come è vero che,
dal punto di vista dei veri italiani di oggi, fu un antipatriota. E comunque è
evidente che fu uno sporco assassino.
Si dirà: ma i documenti sinora ritrovati testimoniano solo che vi fu un ordine
italiano di arresto e internamento degli ebrei, mentre non esiste un documento
che testimoni l’ordine di consegna ai deportatori tedeschi. È vero, tale
documento non esiste; e di ciò si vantano oggi (non sessanta anni fa!) i «ragazzi
di Salò» ancora fascistacci. Ma la storia di quei tempi ci dice altre cose,
utili a sciogliere questa impasse documentaria. Primo: non esiste il documento
scritto dell’ordine di Hitler (quello concernente lo sterminio paneuropeo); a
rigor di logica, gli assolutori di Mussolini dovrebbero assolvere anche il suo
collega, e ne deriverebbe che circa sei milioni di ebrei europei avrebbero
deciso di suicidarsi collettivamente. Secondo: gli archivi conservano molte
proteste inviate dalla Repubblica Sociale Italiana al Terzo Reich su vari
argomenti, compresa la richiesta di restituzione dei beni ebraici razziati e
incamerati direttamente dai tedeschi; ebbene nessuno storico ha reperito una
carta con scritto qualcosa tipo «Caro Adolfo, potresti cortesemente non
deportare e comunque non sterminare questi poveri ebrei della mia Italia.
Grazie, tuo Benito». Terzo: il campo di Fossoli funzionava a fisarmonica; gli
arrestatori italiani lo riempivano di ebrei, i deportatori tedeschi lo
svuotavano periodicamente, gli arrestatori italiani lo riempivano di nuovo,
eccetera. Per amore degli ebrei uccisi, dell’umanità, della nostra storia,
della nostra identità nazionale, chiediamoci: perché diavolo i fascisti
continuavano a riempire Fossoli?
Un articolo del Prof. Angelo Floramo che comparirà domani sul settimanale
friulano "Il Nuovo FVG" ( http://www.nuovofriuli.com/).
Contiene:
- commento introduttivo
- intervista a Claudia Cernigoi, autrice del libro: “Operazione foibe: tra storia e mito”
- intervista a Gabriella Gabrielli, del gruppo Zuf de Zur sull'ultimo album: “Partigiani!”
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Il 10 febbraio si è celebrato il giorno del ricordo. No, non quello della
memoria (anche se i due lemmi potrebbero sembrare, ai più sprovveduti tra i
lettori, comuni sinonimi); quello c'era già. Ma è una memoria che appartiene
agli altri. Tutti gli altri: gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i
comunisti, i preti rossi, i partigiani.. Un giorno che ogni 27 gennaio
ritorna con il suo corredo dejà vu di filo spinato, stivali, vagoni piombati,
divise a strisce e numeri tatuati sul braccio. Suggestioni belle e pronte,
già divenute immaginario collettivo, tanto da agevolare migliaia di
chilometri di pellicole, documentari, drammi con effetti speciali alla
Steven Spielberg. Senza contare poi che quella giornata la si celebra in
virtù dell'Armata Rossa, che come tutti ben sanno fu il braccio militare
dell'Impero del Male. Furono i ragazzi del generale Zukov infatti ad aprire
i cancelli dei campi. No. Si sentiva proprio il bisogno di qualcosa di
diverso, di "italiano". Di esclusivamente italiano, di "nostro", insomma,
qualcosa da contrapporre alla memoria degli altri. In fondo Auschwitz. non è
un monumento che ci appartiene. Non del tutto, almeno. Come non ci
appartiene San Sabba, quel bubbone così politicamente scorretto che deturpa
nel cuore della Trieste riguadagnata all'Italia il mito degli "italiani
brava gente". Meglio dunque seguire il consiglio del poeta Carolus Cernigoy,
che rivolgendo il pensiero proprio alla Risiera chiedeva ironico ai
Triestini: “Su femo i bravi. / In fondo xe un brusar / ebrei e sciavi.” Gli
altri, appunto. Coloro che ben prima delle leggi razziali varate nel 1938 si
videro negare i diritti più elementari di uomini e cittadini. Chissà se
pensieri simili a questi hanno mosso il ministro Maurizio Gasparri quando ha
patrocinato, voluto, richiesto l'istituzione di una "giornata del ricordo",
ispirato dalla "ferma volontà" di un deputato di Alleanza Nazionale, l'italianissimo
e triestinissimo Roberto Menia, "un autentico patriota che ha voluto con
forza questo gesto di riparazione che il Parlamento ha condiviso e che
finalmente ricolloca nella memoria collettiva pagine di storia a lungo
rimosse", come lo stesso onorevole ha recentemente sottolineato sulle
colonne del "Secolo d'Italia". Il ricordo delle foibe, dell'esodo di
migliaia di istriani, fiumani e dalmati ha perfettamente soddisfatto alla
bisogna. Era già pronto. Quale altra pagina di storia avrebbe mai potuto
coniugare meglio tante ossessioni così care alla Destra come il comunismo, l'orda
slava, l'amor di Patria che si spinge fino all'eroico martirio, il
sacrificio dell'italianità e la subliminale (?) convinzione che in fondo in
fondo il Fascismo ha pur sempre rappresentato (pur con i suoi errori e le
sue manchevolezze) la luce dell'italica virtù contro la barbarie dello
straniero, e dello straniero slavo e comunista in particolare ! Lo sosteneva
anche l'irredentista Ruggero Timeus Fauro, in anni non sospetti (tra il 1911
e il 1915), spiegando che "la lotta nazionale è una fatalità che non può
avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due
razze che si combattono. Se una volta avremo la fortuna che il governo sia
quello della patria italiana, faremo presto a sbarazzarci di tutti questi
bifolchi sloveni e croati"! E la fortuna l'hanno avuta. Esercitandola per
più di vent'anni. Comunque ora l'occasione è finalmente arrivata. Anche noi
italiani abbiamo la nostra giornata del ricordo, guadagnandoci finalmente il
posto tra le vittime degli eccidi. Peccato che sia un ricordo senza memoria.
Se di ricordo si deve parlare infatti, perché non ricordare tutto, fino in
fondo, senza paura ? Davanti ai "martiri delle foibe", in cui la follia
nazionalista fece cadere molti innocenti, si rievochi anche l'incendio del
Narodni Dom di Trieste, nel 1920, o la strage di Strunjan-Strugnano, del
1921, quando i fascisti, tra Isola e Pirano, spararono da un treno in corsa
su di un gruppo di bambini intenti a giocare, uccidendone due, ferendone
gravemente altri cinque. Si ricordi l'allontanamento forzato dagli uffici
pubblici di tutti i dipendenti di etnia slovena e croata in virtù delle
leggi speciali per la difesa dello Stato, varate nel 1926. Non si
dimentichino le umiliazioni subite da coloro che dovettero cambiare nome,
che non poterono più parlare la loro lingua, che videro violentata l'identità
dei loro paesi, in nome dello svettante tricolore. Ricordiamo anche le
deportazioni di massa di civili nei campi fascisti di Rab-Arbe in Dalmazia o
di Gonars, nella pianura friulana. Furono in tanti a non tornare più a casa.
Sull'orlo delle foibe dovremmo avere il coraggio di chiamare per nome, uno
ad uno, tutti gli 11.606 internati croati e sloveni, tra cui moltissime donne
e bambini, morti nei lager italiani tra il 1941 e il 1943. La verità, tutta
la verità, soltanto la verità potrà onorare la Storia. Ma forse il problema
è un altro, e ben lontana dalla verità è la motivazione che sta alla base di
questa "giornata". Perché in fondo tutti questi non sono i "nostri" morti.
Sono i morti degli "altri" e la loro memoria non ci appartiene. Il 10
febbraio, da ieri, è un'esclusiva squisitamente italiana. Parola di
Gasparri. E con parere quasi unanime di tutto il Parlamento italiano. A chi
dunque il ricordo ? A noi !
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Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista pubblicista dal
1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine e oggi dirige il
periodico "la Nuova Alabarda". Ha iniziato ad occuparsi di storia della
seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha pubblicato per la Kappa Vu
il suo primo studio sulle foibe, “Operazione foibe a Trieste”. In seguito ha
curato una serie di dossier (pubblicati come supplemento alla "Nuova
Alabarda") su argomenti storici riguardanti la seconda guerra mondiale e
sulla strategia della tensione.
Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato “La memoria tradita”, sull'evoluzione del fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano).
Esce proprio in questi giorni “Operazione Foibe. Tra storia e mito”, edito dalla Kappa Vu dell'editrice Alessandra Kersevan.
La monografia, ricchissima di documentazione, è stata presentata a Trieste lo scorso 7 febbraio.
La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture,
decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi l'unica
possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia che siano i
documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di ogni colore.
"Operazione Foibe", con i suoi ricchi apparati documentari, si prefigge
questo scopo. E' una ricerca che ha impegnato la Cernegoi per oltre sette anni, sette
anni di meticolose indagini seguite a una prima edizione, già di per sé
estremamente ricca e stimolante. Qual è stata la motivazione che l'ha spinta
(ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso ?
“Chi non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in questa
città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì "la più fascista d'Italia".
Quindi devo spiegare che da noi le campagne stampa o campagne politiche
sulla "questione foibe" sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di
esempi: una campagna si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da
contraltare all'istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della
Risiera di San Sabba. In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per
la legge di tutela degli Sloveni in Italia. Otto anni fa, quando per la
prima volta ho iniziato ad occuparmi seriamente di "foibe", era il momento
in cui era iniziata una nuova campagna, questa volta in parte come
"risposta" di destra al processo Priebke ed in parte, a mio parere, perché
dopo lo sfascio della Jugoslavia c'era chi aveva interesse in Italia a
destabilizzare ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una
situazione proprio tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all'epoca,
fu che da polemiche politiche si era passati ad un più alto livello di
scontro, se mi si passa l'espressione: cioè era iniziata un'inchiesta
giudiziaria per i cosiddetti "crimini delle foibe", e questa inchiesta stava
coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a
questo punto decisi che era il caso di fissare dei paletti in merito ai
presunti "crimini delle foibe", dato che non mi sembrava giusto che quelli
che all'epoca, non conoscendoli, mi venne da definire "poveri vecchietti" (e
voglio subito dire che i "poveri vecchietti" che ho conosciuto in seguito a
queste mie ricerche erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie
e di voglia di fare) dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di
inesistenti prove storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi
Papo. Così presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli
"scomparsi da Trieste per mano titina" (sia chiaro che certe terminologie
non mi appartengono, ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata
vigente), per cercare di capire l'entità reale del fenomeno "foibe". In base
a questo è nato il primo "Operazione foibe", che aveva come scopo
essenzialmente quello di spiegare che gli "infoibati" non erano migliaia, né molte
centinaia, nonostante quello che si diceva da cinquant'anni. Per esempio, da
Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero
perché arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento
per militari, o ancora per vendette personali, circa 500 persone, e non le
1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli "infoibati" anche
persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai nazifascismi”.
"Tra storia e mito". E' il significativo sottotitolo del suo libro. A
sessant'anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due cose,
o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E' facile per chiunque
voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del mito. Il
recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai Fiction: "Il
cuore nel pozzo", ne è la più evidente dimostrazione. E proprio questa
incerta lettura intorbida la memoria e agevola ogni possibile
strumentalizzazione politica. Accade ancora per Porzus, accade per le foibe
e per molte altre tragedie del Novecento. Perché ? E' forse colpa della
controversa realtà di confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a
passare...e quindi diventa facile occasione di attualizzazione, veicolandola
nei labirinti del dibattito politico?
“Sulla questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica.
Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una "questione foibe",
perché le persone che veramente sono morte per essere state gettate nelle
foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia
di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta "Venezia
Giulia", cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l'Istria e Fiume) di
quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi
morti per mano partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi
fatti si riferiscono a cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i
circa 400 "infoibati" che furono uccisi nell'Istria del dopo armistizio
(settembre '43), non possono che essere inseriti in un contesto di guerra.
Però è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a
politicanti e propagandisti) si sconvolgono all'idea di questi 400 morti,
non battono ciglio di fronte alla notizia storicamente dimostrata che il
ripristinato "ordine nazifascista" in Istria nell'ottobre '43 causò migliaia
di morti, deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di
ogni tipo. È come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di
serie A e istriani di serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia
italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri,
quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa "normale" che
siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.”
Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la
"contestualizzazione dei fatti", dalla quale è impensabile prescindere per
tentare almeno di capire il fenomeno nella sua complessità. Come vanno
contestualizzate le foibe? Qual è la chiave per comprenderne i significati
storici, sociali..forse anche antropologici?
“Ho già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un "mito", in
quanto il fenomeno in realtà è un "non fenomeno" che è diventato tale a suon
di propaganda. Che questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su
fatti concernenti il confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la
liberazione, ci furono delle vendette contro gli italiani, già occupatori,
che erano stati fatti prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto
niente su questi episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è che
i vari governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza
del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l'espansione ad est,
quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di
territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i
nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un
esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran
Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano,
comunista, e composto da popoli "slavi", considerati "inferiori" dal
nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della
guerra vanno qui inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave.
Grave mi è sembrato però leggere l'Unità (non il Secolo d'Italia o Libero!)
che (cito) parla di "odio degli slavi verso gli italiani", generalizzando un
concetto inesistente con connotazioni oserei dire razziste. Come si può
attaccare la destra xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi
esprimersi in questi termini?”
Quanto alla "contestualizzazione", vorrei dire che è impossibile fare un'analisi
unica di un fenomeno che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da
Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente
fucilati dopo essere stati processati come criminali di guerra;
centocinquanta o duecento sono forse i morti nei campi di internamento per
militari; una cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le
quali si ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e
vendette. Però diciotto di questi "infoibati" erano stati uccisi da un
gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si
può contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco perché
secondo me non si può parlare di "fenomeno" foibe. Quanto ad un'altra
vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si trattò di
repressione politica contro chi poteva creare dei problemi all'instaurazione
di un nuovo stato comunista, secondo il mio parere se fosse stato questo il
motivo delle eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone.
Forse posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia è
solo un'analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno.
Ma teniamo presente che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che
avevano la qualifica di "sciarpa littoria" e veterani della marcia su Roma
erano più di 400; 600 membri contava l'Ispettorato speciale di PS (una
struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione
repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia
non politica, la Milizia territoriale, i funzionari del Fascio che rimasero
al proprio posto. Se si fosse voluto fare un "repulisti" politico, gli
uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.”
Su questa tragedia c'è stato un colpevole silenzio della sinistra che
dev'essere “rimosso”. Sono le parole dell'onorevole Walter Veltroni, sindaco
di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di Basovizza.
Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale silenzio (che
non ha riguardato la solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre
di classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non
solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle coscienze
degli italiani il clima politico e culturale che per vent'anni il regime
fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze fisiche e
psicologiche di estrema gravità !
“Io sono dell'opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia
mai parlato prima (cosa che non è vera, visto che di libri - non solo di
propaganda disinformativa, ma anche seri come il primo studio di Roberto
Spazzali, "Foibe un dibattito ancora aperto", uscito nel 1992 - ne sono
usciti molti), questo fatto non può giustificare in alcun modo che adesso se
ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie notizie
della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto ai
crimini commessi dall'Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa
come nei Balcani, fino in Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì
è calato un pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon
documentario di Michael Palumbo, "Fascist legacy" sui crimini di guerra
italiani (e su come i criminali se la sono cavata senza problemi) è stato
"infoibato" dalla RAI che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda,
dopo averlo acquisito. Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di
disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo,
non tanto che Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un
paio di anni fa.”
Restiamo in tema. Quando l'onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona d'alloro
anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque sloveni
fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo sdegno
di Roberto Menia il quale ha affermato che "mentre non vi e' nulla da dire
per ciò che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba di Basovizza e alla
Risiera, anche se fatte con qualche decennio di ritardo, e' evidente che non
possono essere eletti a martiri di una italianità cattiva nel 1930, coloro
che erano dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi
non possono essere contrabbandati per martiri ed e' evidente che Veltroni
sbaglia ed e' sbagliata questa ricostruzione che e' la ricostruzione che
vuol fare la sinistra". Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo detto
fin'ora ?
“È un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una
sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima
di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva
"terroristi", io quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo,
per determinare quali fossero effettivamente le loro responsabilità
concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era
contro un regime dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende
avallare come legittimo. Quindi che loro fossero o no "terroristi", secondo
me non ha la minima importanza da un punto di vista storico. Erano degli
antifascisti che lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania
nessuno avrebbe il coraggio di chiamare "terroristi" gli attivisti della
Rosa bianca o Canaris che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi,
il tirannicidio era cosa considerata corretta, in fin dei conti.”
Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole che
i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda
antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da parte di
alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle tematiche della
Resistenza. L'auspicio è tuttavia che serva acciocché si affrontino tali
tematiche con il dovuto rispetto storiografico, tenendo conto della
documentazione presentata . E' in fondo questo il valore civile della
Storia, non le pare?
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Operazione "Partigiani !" A sessant'anni dalla Liberazione, in epoca di
"memorie deboli" e di revisionismo convinto, esce un disco che raccoglie i
canti della Resistenza. E per di più sono voci che vengono da terre in cui
più feroce, aspro e doloroso fu lo scontro. Le terre del confine, quelle del
Carso Goriziano, dove partigiani italiani, friulani e sloveni combatterono
Assieme, contro i nazifascisti. Gabriela Gabrielli, degli 'Zuf de Zur, è la
voce di questa epica corale, che idealmente si allarga a tutti i luoghi in
cui la scelta difficile e sempre dolorosa di combattere ha privilegiato l'opzione
per la Libertà contro ogni forma di tirannia dell'Uomo sull'Uomo. Ma come
nasce il progetto, cosa vi ha animato ?
“Questo Cd nasce da un spettacolo musicale intitolato "Le vie dell'Eresia",
messo in scena due anni fa. Si trattava di uno spettacolo che raccoglieva
una serie di testimonianze ai confini fra poesia e musica che raccontavano
la storia della Lotta di Liberazione della nostra città, Gorizia. Un
percorso di giustizia sociale che, partendo dalle memorie di chi aveva
combattuto la guerra di Liberazione nelle formazioni partigiane o che
comunque aveva scelto di "resistere", voleva riproporre l'attualità di un
messaggio che è innanzitutto insofferenza per l'oppressione e amore per la
libertà.
Da qui l'idea di farne un CD, soprattutto oggi che queste tracce assumono
maggior valore; da un parte inutili, sterili polemiche, dall'altra
indifferenza rispetto alle passate ed alle nuove sofferenze.”
Il vostro lavoro risulta essere anche una fonte documentaria di notevole
pregio, sia per il recupero dei testi e delle musiche, che per la
contestualizzazione dei fatti. Non è solo un'operazione filologica e
storica, ma civile. E' una risposta a quanti oggi propongono letture
"inedite" della Resistenza ?
“Siamo felici che tu dia un giudizio così buono sul lavoro che abbiamo fatto,
nato perlopiù da spinte dettate dal cuore senza velleità filologiche
particolari.Ci è costato due anni di fatica, con persone che ci
sconsigliavano di farlo, ritenendola un'operazione musicale e culturale
anacronistica e fuori luogo. Per noi non è stato e non è così, soprattutto
oggi nel clima politico e culturale di basso profilo in cui viviamo. Se
questo nostro lavoro può essere una risposta a tutto questo e in special
modo ad una lettura revisionista della Storia (cosa che da più parti si sta
cercando di fare) non può che farci piacere.”
Quello che colpisce maggiormente dall'ascolto e dalla lettura del vostro
album sono proprio i profili intensi delle donne e degli uomini che hanno
combattuto. Oltre ogni possibile retorica ne emergono i tratti, forti e
struggenti, profondamente umani: Friderich Sirok, Goriziano, arrestato a
sedici anni per aver inciso col temperino una falce e martello e mai più
tornato a casa; il comandante "Lauro", che dopo un'azione afferma: "si può
essere in gamba anche senza sparare". Enrichetta, la partigiana "zingara"
morta nell'eccidio di Temnica, sul Carso Triestino..ma dove sono le belve
assetate di strage ? O gli ancor più prosaici rubagalline travestiti da
eroi?
“Le figure che compaiono nelle pagine del libretto e di cui si sente l'eco
delle canzoni sono figure che fanno parte della storia di Gorizia e della
storia personale di Mauro Punteri (autore del gruppo): il comandante Lauro
era suo padre, Friderick Sirok, suo zio da parte materna, l'idea era proprio
quella di parlare di persone "normali", uguali a noi, persone normali che ad
un certo punto della loro vita, trovandosi in una situazione di guerra, di
mancanza di diritti, hanno dovuto fare delle scelte. Cosa faremmo noi se ci
trovassimo in una situazione analoga? E' una domanda che non ci sfiora
nemmeno.. e spesso non ci rendiamo conto che in questo stesso momento ci
sono decine e decine di situazioni di guerra nel mondo, e che persone come
noi le stanno provando sulla loro pelle. e non occorre andare tanto lontano.
Non dimentichiamo che solo dieci anni fa, a sette ore di macchina, c'era l'assedio
di Sarajevo.”
Il disco è introdotto dalle parole di Giovanni Padoan: "Oggi, rivivere i
fatti della resistenza vuol dire attualizzarli, vivere di memoria non serve".
Sono davvero emblematiche, quasi una risposta al dibattito di questi giorni,
così polemico, così acceso, così poco civile da contrapporre i morti e
rileggere le "memorie" in chiave puramente ideologica. Le canzoni che voi
raccogliete sono la voce di quelle memorie. Sono passati sessant'anni. Cosa
va gridando ancora, quella voce ?
“Il significato di questo lavoro sta in due citazioni, che si ritrovano nel
Cd ; la prima la si può leggere nella prefazione a Canti clandestini di
Carolus Cergolj, "oggi i cieli sono puliti, ma non bisogna dimenticare come
certi vorrebbero le lacrime ed il sangue versato per renderli puliti", e
questo è il valore della memoria, che è importante, importantissimo, perché
almeno teoricamente dovrebbe impedirci di ripetere errori del passato.Ma la
memoria da sola non basta, deve essere utilizzata in qualche modo,
altrimenti diventa sterile commemorazione. e qui entrano le parole del
comandante Vanni (Giovanni Padoan, sue sono le parole che aprono il cd):
"vivere solo di memoria non serve. Essere partigiani oggi vuol dire
difendere i diritti, i diritti dell'uomo, i diritti del cittadino, i nostri
come quelli, già calpestati, di tutte quelle persone che vengono da noi
sperando di trovare un futuro migliore. Difenderli con gli strumenti che la
democrazia ci mette a disposizione".
I musicisti lo possono fare con la musica.”
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UE: FINI, CROAZIA ENTRERÀ SE COLLABORA SU CRIMINALI GUERRA
(ANSA) - TRIESTE, 10 FEB - '' La Croazia avvierà il negoziato per l'
adesione all' Unione Europea, solo se collaborerà con il Tribunale
internazionale dell' Aia per riconsegnare i criminali di guerra '': lo
ha detto il Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, intervenendo a
Trieste, al Teatro Verdi, alle cerimonie per il '' Giorno del Ricordo ''.
Sottolineando che '' non lo ha chiesto solo l' Italia, ma tutti i 25
Paesi dell' Unione '', Fini ha invitato la platea a '' capire e convivere ''.
Riguardo inoltre alla mancanza di indennizzi per gli esuli
di Istria e Venezia Giulia e Dalmazia, Fini ha sottolineato che '' non
aver trovato un modo per l' indennizzo la dice lunga sull' ignavia che
per anni e' regnata su questa vicenda. E gli amici croati lo sanno ''.
Fini ha poi concluso sottolineando che '' non e' con i rancori che si
costruisce la storia, ma con la verità ''. (ANSA). BUO/MST
10/02/2005 13:59
REPETITA JUVANT:
Da: "Coord. Naz. per la Jugoslavia"
Data: Lun 10 Gen 2005 10:15:28 Europe/Rome
Oggetto: [JUGOINFO] Visnjica broj 471
L'HAN GIURATO
8 novembre 1992: Gianfranco Fini e' ritratto al fianco di Roberto Menia
(allora segretario della federazione MSI-DN di Trieste) al largo
dell'Istria, nell'atto di lanciare in mare bottiglie tricolori recanti
il seguente testo:
<< Istria, Fiume, Dalmazia: Italia!...
Un ingiusto confine separa l'Italia dall'Istria, da Fiume, dalla
Dalmazia, terre romane, venete, italiche.
La Yugoslavia [sic, con la Y] muore dilaniata dalla guerra: gli
ingiusti e vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo del 1975
oggi non valgono più...
E' anche il nostro giuramento:
"Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!" >>
Vedi: http://www.cnj.it/immagini/meniafini.jpg
( fonte: redazione de La Nuova Alabarda -
http://www.NuovaAlabarda.tk)
Sull'irredentismo di Gianfranco Fini, oggi leader della formazione
nazionalista "Alleanza Nazionale" e Ministro degli Esteri della
Repubblica Italiana, vedi anche:
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3522/1/51/
<< Spalato all’Italia, Trieste alla Croazia (18.10.2004).
Reazioni in Croazia alle dichiarazioni del vice premier italiano Fini
su Istria, Fiume e la Dalmazia... >> )
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Reduci dalla visione del primo episodio de "Il cuore nel pozzo", ne
scriviamo.
Ci siamo sorbiti gli "italiani brava gente" che sembrano capitati lì
per caso, il repubblichino buono e "pacifista" , i partigiani sadici e
vampireschi, il solito prete, l'uso dei bambini come "scudi umani",
mentre si fa bieca propaganda...
Non una parola sull'italianizzazione forzata, sul razzismo anti-slavo,
sui massacri compiuti dai nazifascisti fino a pochi giorni prima. Tra
questi ultimi non poteva non esserci il personaggio interpretato da
Beppe Fiorello. Ci viene presentato quasi come uno sfollato
post-Armistizio, ma qui non siamo nel '43, siamo nella primavera del
'45. Quindi è un repubblichino. Quando parla dei suoi compagni morti in
azione, a quale azione si riferisce? Rappresaglie? Rastrellamenti?
Incendi di villaggi?
E i pochi slavi "buoni"? Le classiche eccezioni che confermano la
regola: buoni *benché* slavi, ma soprattutto: buoni perché
sufficientemente *italianizzati* (cioè, anche se nella fiction non
viene mai detto, *collaborazionisti*: una è la fidanzata del
repubblichino di cui sopra!).
Da questi ultimi, oltre che dal prete, tocca sorbirsi implausibili
pistolotti antirazzisti, come se in quelle terre (nel frattempo annesse
al Reich) nazionalismo e razzismo avessero fatto capolino con la
Resistenza e fossero fenomeni estranei al nazifascismo...
I timori degli antifascisti istriani e delle comunità slovene di qua e
di là dal confine erano pienamente giustificati. Non lo erano invece i
timori di certi figuri della destra, per i quali "Il cuore nel pozzo"
non era abbastanza schierato ed era addirittura eufemistico nel
denunciare i crimini dei partigiani. Costoro non si preoccupino, lo
sceneggiato risponde pienamente alle loro esigenze.
[Il regista Alberto Negrin, qualche anno fa, aveva diretto la fiction
su Giorgio Perlasca. Alla luce di quanto ci ammannisce ora, sospettiamo
che l'intento fosse accendere i riflettori sull'occasionale fascista
buono, uno che imboscava i deportandi anziché aiutare a metterli sui
treni, così da aprire la strada a nuove, interessanti riletture. Si
veda la recente dichiarazione del camerata Gramazio, secondo cui
persino Giorgio Almirante - capo-redattore della rivista "La difesa
della razza" - era un salvatore di ebrei.]
Le foibe, è palese, vengono usate come "diversivo" da parte della
destra al governo, e per giunta diversivo pre-elettorale, come se a
guidare la GAD o la FED o come cazzo si chiama non ci fosse Prodi bensì
Josip Broz detto "Tito".
Madornali idiozie vengono scritte e ripetute in modo ossessionante,
come quella del "silenzio" su quegli eventi. Accade lo stesso per i
fatti successi più a Ovest, il "Triangolo rosso" etc.: ogni volta si
ricomincia da capo. Complice il Pansa di turno, par sempre di assistere
a una scoperta nuova, anche al trecentesimo libro (scientifico o
sensazionalistico che sia), al cinquantamillesimo scoop, alla
miliardesima puttanata detta in tv.
Tutto questo fingere che a Trieste e in Istria non sia successo nulla
prima del '45 fa venir voglia di rispondere con lo humour nero, come
qualche anno fa "Mladina", la rivista satirica slovena.
Estate 2000: "Mladina" mette on line un videogame modellato sul Tetris,
solo che l'ambientazione è l'orlo di una cavità carsica e i mattoncini
da far scendere sono - a scelta - cadaveri di "domobranci" (miliziani
filo-nazisti) o di partigiani titini.
Già questa ironica forma di "par condicio" (in realtà aderente alla
realtà storica, dato che nelle foibe furono gettati *prima* sloveni e
antifascisti e *poi* nazi e collaborazionisti) dovrebbe far drizzare le
orecchie, ma gli italiani che passano di là - su imbeccata di qualche
fascistone giuliano - non sanno lo sloveno né conoscono la storia. La
parola "domobranci" è per loro un mistero.
Il gioco viene scambiato per un attacco all'Italia, all'Italianità e
chi più ne ha più ne metta, anche se in "Fojba 2000" non figurano
italiani: le vittime virtuali - di destra e di sinistra - sono tutte
slave.
A rigore, uno che non sappia chi erano i domobranci non dovrebbe avere
il diritto di aprir bocca sulle foibe, tanto meno di scandalizzarsi per
quanto avvenne in quelle zone. Ma questo fa parte del problema: nessuno
sa un cazzo, e chi più apre bocca per darle aria è proprio chi meno sa.
Per farla breve, scoppia un grande scandalo al di qua del confine, e il
bello è che dalla messa on line sono già passati diversi anni. Come
sempre è tutto un cadere dalle nuvole, un finto rimanere a bocca
aperta, un artificioso indignarsi. Il ministro per l'innovazione
tecnologica Lucio Stanca chiede alla Farnesina di "attivare i canali
diplomatici affinché venga posta alle autorità slovene l'esigenza di
oscurare subito l'offensivo e vergognoso gioco". Le autorità slovene,
giustamente, se ne fottono.
A sfuggire è il contesto. "Mladina", con pazienza, lo spiega:
"Il gioco rifletteva il clima politico dell'estate del 2000, quando un
esecutivo di centrodestra aveva sostituito il governo di Janez
Drnovsek. Il premier era Andrej Bajuk, sloveno ritornato in patria
dall'Argentina, che non ha mai nascosto le sue simpatie per i
domobranci e l'ostilità per tutto ciò che ricordava l'epoca di Tito.
Il suo governo durò solo sei mesi, nell'ottobre del 2000 fu sconfitto
dalla coalizione di centrosinistra che riportò al governo Drnovsek.
Nella presentazione ci si riferiva, infatti, alle elezioni imminenti.
'Offriamo ai lettori di Mladina un singolare attrezzo di fitness per un
allenamento preelettorale' "
Il gioco è qui (per giocare cliccate su "Torej"):
http://www.mladina.si/projekti/igre/fojba2000/
Se invece di giocare on line lo volete scaricare, cliccate qui:
http://www.thekey.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=18
Per chi invece non predilige lo humour nero, oppure a integrazione di
quest'ultimo, c'è il bel libro di Claudia Cernigoi, uscito nel 1997 per
le edizioni Kappa Vu di Udine, oggi disponibile gratis on line per
iniziativa dell'editore e dell'autrice.
Si chiama: "Operazione foibe a
Trieste: come si mistifica la storia": http://www.cnj.it/foibeatrieste/
Cernigoi smonta, col metodo e gli strumenti dello storiografo serio, le
leggende, esagerazioni e falsità della propaganda di destra su questo
tema.
Chi non ha molto tempo a disposizione può rivolgersi a un testo più
breve (in pdf), un articolo di Federico Vincenti apparso su "Patria
Indipendente" (la rivista ufficiale dell'ANPI) nel settembre 2004:
http://www.anpi.it/patria_2004/08-04/17-18_VINCENTI.pdf
Non possiamo competere con la potenza di fuoco di uno sceneggiato
trasmesso in prime time da Rai1. Ma la guerra non è soltanto potenza di
fuoco, meno che meno la guerra culturale.
[tratto da Giap#5, VIa serie - 7 febbraio 2005]
http://www.wumingfoundation.com/
**************************************************************
In merito al film “Il cuore nel pozzo”prodotto da Angelo Rizzoli per RAI FICTION:
Comitato contro le falsificazioni storiche (Trieste)
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/altri.htm - falsificazioni
Iniziativa dell'Associazione Promemoria su "Il cuore nel pozzo":
Promemoria - Društvo za zašcito vrednot protifašizma in protinacizma
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/altri.htm - promemoria
Redazione de "La Nuova Alabarda" (Trieste)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3793
Que viva Novak! (La Plebe)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3798
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4239
Intervento del giornalista e scrittore Armando Černjul
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4233
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FOIBE: ANTIFASCISTI ISTRIANI CONTRO FILM “IL CUORE NEL POZZO”
(ANSA) - (ANSA) - ZAGABRIA, 4 FEB - Gli antifascisti croati dell'Istria
si sono detti oggi amareggiati da come il film “Il cuore nel pozzo”
tematizza la tragedia delle foibe e che domenica e lunedì sarà
trasmesso dalla Rai in occasione del 10 febbraio, “Giornata della
Memoria” dell'esodo. Lo riferisce oggi l'agenzia di stampa 'Hina'. Il
segretario dell'Associazione dei combattenti antifascisti della regione
istriana Tomislav Ravnic ha detto oggi a una conferenza stampa tenuta a
Pola che '' nella lotta antifascista in Istria non e' successo un
crimine organizzato come con il film vogliono far credere i neofascisti
e la destra italiana ''.
Secondo lui il film, firmato dal regista Alberto Negrini e prodotto dalla Rai, ''e' un'immagine distorta e falsa della lotta antifascista in cui gli Slavi vengono dipinti come un popolo genocida, mentre gli italiani sono rappresentati come vittime
dell'espansionismo slavo''.
''Si tratta di una distorsione tendenziosa dei fatti e di un tentativo di revisionismo storico con lo scopo coprire le violenze e le responsabilità del fascismo'', ha aggiunto
Ravinic. ''In ogni conflitto bellico occorrono crimini e muoiono vittime
innocenti, ma nella Resistenza in Istria queste vittime erano solo il
frutto di vendette individuali e non di operazioni pianificate'', ha
voluto precisare il suo punto di vista. Per questa ragione gli
antifascisti istriani protestano contro la messa in onda de “il cuore nel
pozzo”, che, come hanno detto, ''non e' che propaganda diffamatoria con
cui si offende il popolo istriano e che rappresenta una provocazione
politica diretta verso lo stato croato''.
Il vicepresidente dell'associazione istriana, Miljenko Bencic, ha spiegato che
''il movimento partigiano non aveva alcuna ragione per uccidere innocenti, a
differenza del nazifascismo nella cui stessa ideologia e' radicato il
genocidio''. Secondo Bencic ''e' inammissibile che vengano equiparate
le colpe dell’aggressore e della vittima, il fascismo come un'ideologia
criminale e l'antifascismo come una reazione di resistenza di tutto il
mondo democratico''.
Volendo ricordare i crimini commessi dai fascisti italiani in territorio croato, i dirigenti dell'associazione hanno organizzato la prima visione in Croazia del documentario della Bbc, 'L'eredita' fascista'. L'estate scorsa il film 'Il cuore nel pozzo'
aveva scatenato una simile reazione anche in Slovenia: molti lo hanno
definito ''un falsificato della storia''. (ANSA). COR
04/02/2005 19:17
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07.02.2005 Da Osijek, scrive Drago Hedl.
Dure reazioni in Croazia alla proiezione dello sceneggiato televisivo
"Il cuore nel pozzo", prodotto dalla Rai e dalla Rizzoli audiovisivi.
Secondo il quotidiano di Fiume/Rijeka, “Novi List” , si tratta del peggior
film di propaganda mai realizzato. Questa l'opinione di Furio Radin,
rappresentante della minoranza italiana al Parlamento di Zagabria, e
della Unione dei Soldati Antifascisti. Tace la Zagabria ufficiale.
"Sporchi e malvagi partigiani di Tito sterminano Italiani innocenti".
Con questo titolo a tutte colonne, il quotidiano di Rijeka (Fiume)
"Novi List" ha pubblicato sabato scorso in terza pagina il servizio di
Elio Velani, corrispondente dall'Italia che, insieme ad alcune migliaia
di rappresentanti della alta società triestina, ha partecipato alla
visione del film "Il cuore nel pozzo" nella sala da concerti
"Tripcovich". Il giornale di Rijeka parla del film come dell'"assalto
alla storia da parte della destra italiana", riportando come il film
"conduce il pubblico italiano negli abissi delle foibe dove la destra
italiana ha trovato il proprio senso più profondo dell'esistenza."
Questa è, allo stesso tempo, la reazione più forte che si è potuta
ascoltare in Croazia a proposito del film "Il cuore nel pozzo", una
fiction che descrive le sofferenze dei soldati italiani nella ex
Jugoslavia (in particolare nelle ex repubbliche di Croazia e Slovenia),
dopo la disfatta dell'armata di Mussolini nel corso della seconda
guerra mondiale. La Zagabria ufficiale infatti non ha commentato, il
che è comprensibile dal momento che la leadership del Paese è
totalmente concentrata sul caso del generale Gotovina e sulla ferma
posizione espressa dall'Unione Europea [si noti il ricatto: se reagisci
a "Il cuore nel pozzo" mi oppongo all'accesso nella UE]. Per
Bruxelles, infatti, la data per l'apertura dei negoziati di ingresso
nell'Unione, fissata per il 17 marzo, non verrà rispettata a meno che
il generale croato latitante non compaia davanti al Tribunale dell'Aja
entro quel giorno.
Il corrispondente di Novi List descrive il film come "l'esempio
difficile da eguagliare del film di propaganda più brutto, maldestro,
assurdo e inappropriato che sia mai stato fatto", e sostiene che sia
molto peggio dei film simili prodotti in Jugoslavia sui partigiani e le
loro avventure di guerra. "Dopo questo film, apparirà chiarissimo a
tutti cosa intende la destra italiana quando parla della necessaria
revisione degli eventi storici. E' alla stessa destra italiana che va
attribuito il maggiore credito per la produzione di questo film, mentre
la televisione di Stato Rai non ha fatto che dare ascolto ai leader
attuali finanziando servilmente l'intero progetto", afferma Novi List.
Il quotidiano sostiene le proprie affermazioni citando un anonimo
giornalista de "Il Messaggero" che, secondo Novi List, dichiara: "Viene
posto un parametro incredibile: le vittime innocenti delle foibe sono
state uccise ancora una volta da questo film". Oltre a questa
citazione, Novi List pubblica anche l'opinione del noto storico
triestino Fulvio Salimbeni che dichiara che si tratta di un "lavoro
vergognoso" e che gli esuli istriani dovrebbero citare in giudizio il
produttore del film per "il totale travisamento della ricostruzione
storica degli eventi."
Tuttavia, sono stati gli stessi esuli, secondo il corrispondente di Novi List, a enfatizzare il significato del film, e sarebbero stati loro i più rumorosi nella sala tra quelli che
gridavano "Hurrah, sono arrivati i nostri", nella scena in cui il giovane soldato italiano Ettore, ritornato dalla Russia, uccide due partigiani [sic!].
Se da un lato non ci sono state reazioni a "Il cuore nel pozzo" da parte
della Zagabria ufficiale, la Unione dei Soldati Antifascisti della
Croazia è però intervenuta nel dibattito. Il segretario della sezione
istriana dell'organizzazione, Tomislav Ravnic, ha affermato che gli
antifascisti croati sono sconvolti dal fatto che i media italiani
scrivano che i partigiani uccidevano gli Italiani solo in quanto
Italiani. "Questa è una menzogna – dichiara Ravnic – quando nel 1943
abbiamo catturato 15.800 soldati italiani, non gli è successo nulla.
Avevamo un rapporto umano nei confronti dei prigionieri italiani. E'
per questo che io dico a Berlusconi, a Fini e alla compagnia che
dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che hanno salvato
migliaia di persone. I partigiani non hanno ucciso gli Italiani, ma i
fascisti che sono stati condannati dai Tribunali nazionali."
Oggi, tuttavia, nessuno in Croazia nega che ci siano state molte
vittime nel periodo delle foibe. Furio Radin, rappresentante della
minoranza italiana nel Parlamento croato, dichiara: "Non dobbiamo
dimenticare quello che abbiamo dimenticato negli ultimi 60 anni, le
foibe. Ci sono state vittime collaterali, e c'erano naturalmente anche
i fascisti. Resta il fatto che finire la propria vita all'interno di
una caverna non è normale, indipendentemente dal fatto che uno fosse un
fascista oppure no, e bisogna ricavarne un insegnamento affinché una
cosa del genere non possa più ripetersi."
In Croazia si parla solitamente di circa 500, 600 Italiani uccisi nelle foibe, ma il
pubblico conosce anche le fonti italiane secondo le quali circa 17.000
persone [sic!] sarebbero state gettate nelle foibe.
"Posso affermare che, secondo alcuni storici considerati esperti della materia, circa 5.000 persone sarebbero morte nelle foibe. Il fatto è che la maggior parte
delle foibe era situata nel territorio che ora appartiene alla
Slovenia, anche se ce n'era un numero considerevole anche in Croazia, in Istria", dichiara Furio Radin.
Qualche tempo fa, Radin ha proposto la edificazione di un monumento
alle vittime delle foibe in Istria, ma questa idea ha incontrato la
opposizione della Unione dei Soldati Antifascisti. Radin ritiene che
ancora oggi questa questione sia troppo legata alla politica, e
sostiene la necessità di una ricerca della piena verità storica. Non
ritiene, tuttavia, che agli Italiani venga costantemente detto che sono
gli stranieri a dover essere accusati per tutto quello che è accaduto
di sbagliato nella propria storia: "A parte Trieste, il resto
dell'Italia non ha nessuna idea delle foibe, non sanno quello che stava
accadendo durante la seconda guerra mondiale in Istria e Dalmazia, e
non hanno alcun interesse per questa parte della storia", dichiara
Radin.
La Croazia ha cominciato a parlare di foibe e di azioni criminali
commesse dai partigiani durante la seconda guerra mondiale solo dopo
l'indipendenza e il riconoscimento internazionale, nel 1992. La destra
ha cercato di abusare di questo fatto storico per presentare l'intero
movimento antifascista come criminale, e per dare una stessa identità
ad antifascismo e comunismo. Negli ultimi anni, tuttavia, l'attuale
sinistra croata ha affermato la necessità di un approccio storico
obiettivo al problema, anche se in realtà nel corso del governo di
sinistra (2000-2003) non sono stati fatti particolari sforzi verso
questo obiettivo.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3870/1/51/
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3873/1/51/ ]
07.02.2005 - Riportiamo alcune reazioni oltre Adriatico allo
sceneggiato "Il cuore nel pozzo" trasmesso in questi giorni dalla RAI.
Qui di seguito la traduzione di un articolo pubblicato su Vijesti, uno
dei maggiori quotidiani montenegrini. Proprio in Montenegro, tra i
vicoli della città di Kotor, è stata girata la fiction.
Dal quotidiano di Podgorica Vijesti, 7 febbraio 2005
Traduzione a cura di Osservatorio sui Balcani
Il film "Il cuore nel pozzo", la cui prima parte è stata trasmessa ieri
sera dalla televisione di stato italiana RAI, in Slovenia solleva forti
critiche. A queste si è unito il presidente dei veterani antifascisti
sloveni ed ex presidente della assemblea presidenziale repubblicana, quando ancora
esisteva la Jugoslavia, Janez Stanovnik. Ieri sera Stanovnik ha
dichiarato che il film sulle foibe e sulla pulizia etnica subita dagli
Italiani sulla costa slovena, in Istria ed in Dalmazia rappresenta non
solo una falsificazione della verità storica, ma anche l'apice di
un'operazione di "lavaggio del cervello", che, rispetto a questo tema,
si è sviluppata in Italia, e in particolare a Trieste, nel corso degli
anni.
Il film "Il cuore nel pozzo" girato l'autunno scorso in Montenegro dal
regista Alberto Negrin, parla di una famiglia italiana dell'Istria al
tempo della Seconda guerra mondiale che rimane vittima dello scontro
etnico al tempo della caduta del fascismo. Il personaggio principale
del film è il bambino Francesco, al quale i partigiani hanno ucciso i
genitori. Particolarmente crudele nella cacciata degli Italiani si
mostra il comandante partigiano Novak, interpretato dall'attore serbo
Dragan Bjelogrlic.
In Slovenia negli ultimi mesi ha preso corpo una forte critica al film,
con la tesi che già con la scelta del principale personaggio negativo,
rappresentato da un partigiano sloveno si mostrano gli Sloveni come un
"popolo che attua un genocidio". Si tratta di un sopruso della verità
storica che in Italia viene manipolata dalle forze di destra, alle
quali negli ultimi anni si è piegata anche la sinistra.
Tra le valutazioni fatte ci sono state anche quelle che affermano che
si tratta di una "berlusconiana consacrazione postuma di Tito" e che è
una "soap-opera storica", che in modo emotivo tocca un tema sensibile e
mostra nuovamente gli Italiani contro gli Sloveni e i Croati, che nel
film sono rappresentati come "barbari". Stanovnik, ai partigiani
sloveni radunati ad una commemorazione nei pressi di Koper, ha detto
che con il film si prosegue con la costruzione di una falsità storica:
"Vi ricorderete se abbiamo attaccato noi l'Italia o l'Italia ha
attaccato noi. L'Italia attaccò (l'allora) Jugoslavia, e non il
contrario", ha detto Stanovnik, aggiungendo che la riconciliazione e le
relazioni di buon vicinato vanno edificate sulla verità e bisogna
esprimere il dispiacere per gli errori, ma in "modo europeo". Stanovik
ha poi concluso affermando che i dati che in Italia vengono posti in
relazione col numero degli Italiani uccisi e gettati nelle fosse
sarebbero esagerati.
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--- CILIEGINA ---
09.02.2005; scrive Andrea Rossigni.
Non è una ricostruzione storica, ma un'occasione per aprire una
riflessione su di un periodo oscuro. Così "Il cuore nel pozzo", la
controversa fiction sulle foibe prodotta dalla Rai e da Rizzoli
audiovisivi, nelle parole di Leo Gullotta/Don Bruno. L'intervista, in
collaborazione con Radio Onda d'Urto, è stata realizzata prima della
messa in onda del film...
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3880/1/51/
Un estratto da questa intervista veramente ignobile:
<< ... Non è, e lo risottolineo, non è una ricostruzione storica di quel
momento... potevamo soltanto prenderla da un altro punto di vista. E'
la storia inventata... >>
Certo, inventata a bella posta: infatti è solo la continuazione della
propaganda fascista contro i partigiani che liberarono la Jugoslavia e
l'Italia.
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Documento di Claudia Cernigoi, direttrice del periodico “la Nuova Alabarda” di Trieste, in merito al film “Il cuore nel pozzo” prodotto da Angelo Rizzoli per RAI
I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor
Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di
fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle
fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole
influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva su argomenti
specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far
passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente.
Ed a questo scopo, un “buono” sceneggiato (adesso lo chiamano “fiction”, che
fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente.
Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come
sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i
brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.
Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo
ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi
ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria?
Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra…) uno sceneggiato sulle “foibe”.
Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci
dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista… sarà vero?
Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli Colli che
dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi
spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a febbraio prossimo
venturo?
“Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica
nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione…”,
scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di
20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un
massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale:
la pulizia etnica (…) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i
partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia
intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché
oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei
territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un massacro…”.
Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad
accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità
belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il
premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della
razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il
regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane,
leggiamo la trama del film.
“La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per
mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di
un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di
quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (…);
sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone
mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato
all’orfanotrofio”.
L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La
crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo
che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in
uno sloveno così negativo… In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne
alla sofferenza delle violenze etniche”.
Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della
giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”:
“Ho cercato di capire, di saperne di più (…) dar voce a una tragedia
dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è
un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”.
Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo
film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in
realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una
sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una
vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle
conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che
al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.
Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei
“partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto
storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto
come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei
territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai
stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né
“venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e
nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in
Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8
settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie
nei confronti di esponenti del regime fascista, alla fine del conflitto,
quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio,
non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato
a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non
avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.
Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso
strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa
macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo)
l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla
propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano
alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed
“infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte
quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano
i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente
salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio e banalizzazione
storica, allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi
ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va
bene anche per una sui cattivi comunisti?
La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un certo
Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico con
questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da quanto
siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici. Ma
se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato
la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che dovrebbe
essergli impedito di proseguire con questo mestiere.
Ci chiediamo se sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo
film, che può produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà
sicuramente “luce” su alcunché.
Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di
più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che
abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di
fonte “slavocomunista”, come vedremo nelle note) e si riesce a saperne di
più, inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe
istriane.
Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente
successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito
di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio
istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un
mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria.
Dai giornali dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la
vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel
contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI,
iniziarono a creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti
massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani.
In realtà, dalle “foibe” istriane furono riesumati, stando al cosiddetto
“rapporto” del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su
incarico dei nazifascisti nell’inverno 1943/44 [2], poco più di 200 corpi di
persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta
dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune
cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a
causa dei bombardamenti nazisti). Però basta dare un’occhiata ai giornali
dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di
come l’entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata, per suscitare
orrore e terrore nella popolazione, in modo da renderla ostile al movimento
partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal
titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua
croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato
fondamentalmente su slogan anticomunisti.
I contenuti ed i toni di tale mistificazione sono gli stessi che per
sessant’anni abbiamo visto propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia
di infoibati solo perché italiani, vecchi, donne e bambini e persino
sacerdoti”; “infoibati ancora vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è
poi visto che le sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in
realtà criminali di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano
fatto ad altri) e così via. Del resto, dal racconto di Harzarich risulta
chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono
trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente
impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a
torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari
raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad
esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali
tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di
Harzarich.
Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da
stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che
nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai
partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò ad
una persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di
Trieste “alcuni documenti che costituiscono una pagina di sanguinosa storia
italiana in questa Provincia (…) trattasi di circa 500 pratiche per
l’ottenimento della pensione alle famiglie dei Caduti delle foibe (…)
corredate di tutti i documenti e contengono gli atti notori che illustrano
lo svolgimento dei fatti” [3].
Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre:
quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non
possono costituire un atto anti-italiano, ma un atto prettamente antifascista.
Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero
voluto uccidere chi era semplicemente “italiano”, in quel mese avrebbero
potuto massacrare decine di migliaia di persone” [4].
Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una “dichiarazione
rilasciata alla fine di gennaio 1944 dal segretario del Partito fascista
repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell’epoca”, senza però
dare ulteriori indicazioni, nella quale “l’alto gerarca”, di cui non fa il
nome, avrebbe affermato che “in Istria finirono infoibate dagli insorti 349
persone, in gran parte fascisti”.
Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic,
datata 28/11/44, e redatta per conto dei “servizi d’informazione del
Ministero degli Esteri dello stato croato”, (cioè il governo fantoccio
dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva
avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo
storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni
passi.
“All’inizio a nessun Italiano è stato fatto nulla di male. I partigiani
avevano diramato l’ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno.
Ma, qualche giorno dopo lo scoppio della rivolta popolare, [5] alcuni corrieri a
bordo di motociclette sidecar hanno portato la notizia che i fascisti di
Albona avevano chiamato e fatto venire da Pola i tedeschi in loro aiuto, e
questi avevano aperto il fuoco contro i partigiani. Poco dopo, si è saputo
che i tedeschi erano stati chiamati in aiuto anche dai fascisti di
Canfanaro, Sanvincenti e Parenzo, fornendo loro informazioni sui partigiani.
Rispondendo alla chiamata, è subito arrivata a Sanvincenti una colonna
tedesca (…). Pertanto, partigiani e contadini hanno cominciato ad arrestare ed
imprigionare i fascisti, ma senza alcuna intenzione di ucciderli. I
partigiani decisero di fucilarne soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti
fra questi sono stati salvati grazie all’intervento dei contadini croati e
ancora più dei sacerdoti. (…) Purtroppo quando, alcuni giorni più tardi,
cominciarono ad avanzare i reparti germanici, i partigiani vennero a
trovarsi nell’impaccio, non sapendo dove trasferire i prigionieri fascisti
per non farli cadere nelle mani dei tedeschi. In questo imbarazzo hanno
deciso di ammazzarli. Ne hanno uccisi circa 200 gettandone i corpi nelle
foibe.” [6]
Va da sé poi che, quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle
foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò
la “pacificazione” operata dai nazifascisti nei territori da loro “liberati”
dai partigiani.
Scrive, ad esempio, Galliano Fogar [7]:
“Il 7 ottobre (1943, n.d.a.) Berlino annuncia la conclusione dei
rastrellamenti nella regione di Trieste da parte delle truppe tedesche e di
reparti fascisti: sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi. Altri
4.900 sono stati catturati fra cui gruppi di ufficiali e soldati
badogliani”.
Un comunicato del 13 afferma che la “pace” è stata raggiunta
grazie a più di 13mila banditi uccisi o fatti prigionieri... A parte la
gonfiatura propagandistica delle cifre, il numero delle vittime è stato
altissimo e fra esse buona parte è di inermi civili (...)
“L’impeto dei tedeschi è meraviglioso”: commenta il quotidiano triestino “Il Piccolo”.
Raccontando l’odissea di un gruppo di prigionieri liberati dall’intervento
germanico, il cronista rileva che gli scampati, mentre si dirigono verso
Trieste, possono constatare che “ogni casa ha uno straccetto bianco di resa
e tutti i rimasti salutano romanamente chiedendo pietà” (questo si riferisce
alla zona di Pinguente, in Istria, n.d.a.). Dopo il passaggio delle truppe
tedesche, il giornale riferisce che è tornata la tranquillità e giustifica
lo strazio della cittadina di Pisino, osservando che “dure misure sono state
provocate” dalla resistenza dei partigiani. Infatti è stato ucciso anche il
Podestà italiano e di sentimenti fascisti.
Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottor Cordovado,
intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive: “Pisino, la capitale
provvisoria del movimento insurrezionale croato, benché abitata da italiani,
è bombardata senza pietà da “Stukas” e cannoni. Molti cittadini sono
mitragliati dai rastrellatori, irritati per un debole tentativo di
resistenza dei partigiani. Vi si insedia temporaneamente il capo della
Polizia, ed SS, Globocnik che decide sulla vita dei prigionieri, quando ne
venivano fatti, ordinando brutali esecuzioni”. “Inoltre, prosegue Fogar, Canfanaro è in parte incendiata ed il parroco è impiccato. A Gimino i tedeschi penetrano in molte case uccidendo vecchi, donne e bambini, incendiando fienili e cantine dove numerosi abitanti hanno cercato scampo e lanciano granate nei cespugli, nei fossi, nei campi, ovunque scorgano dei superstiti”.
Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che,
citando nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che “nelle voragini, vecchie cave, ed altre fosse comuni accomunate col nome di foibe
(…) furono gettati anche cadaveri di soldati tedeschi rimasti uccisi negli
sconti del 13 settembre e, alcune settimane dopo, numerosi cadaveri di
partigiani e civili uccisi dai tedeschi e da essi abbandonati per le
campagne”.
Scrive Zic: “Nell’intero comune di Gimino che contava 4.580 anime, hanno ucciso 15
bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i
bombardamenti, in totale 241 persone. (…) Alcuni uomini al di sopra dei 50 anni, che sono stati costretti a trasportare le munizioni dei tedeschi,
hanno raccontato che nell’Istria settentrionale i soldati hanno violentato
ragazze e donne. A Pisino (…) hanno ucciso anche alcuni italiani, fra questi
il podestà e il direttore del Convitto del Ginnasio locale” [9] .
Scotti prosegue citando una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic
ed elenca alcuni nomi, indicati nella relazione Zic nella grafia croata (…);
quasi tutti questi nomi, nella loro variante italianizzata, li ritroviamo in
vari elenchi di persone che sarebbero state massacrate e infoibate dai
partigiani.
Ed ancora: “Il fatto che i tedeschi procedettero a fucilazioni di “ribelli” nelle cave di bauxite, come fecero nei medesimi giorni i partigiani per eliminare i loro prigionieri, è stato “provvidenziale” per la storiografia fascista. Successivamente (…) furono
attribuite ai partigiani pure una parte delle vittime della repressione
tedesca”. [10]
rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione Zic, e conclude:
“All’epoca alcuni degli “studiosi” fascisti che oggi blaterano di “italiani
trucidati dagli slavi”, collaboravano con i tedeschi nel massacro di loro
conterranei, italiani e slavi.”
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[1] “Il Piccolo” di Trieste ed “Il Corriere Istriano”, numeri da ottobre a
dicembre 1943.
[2] Dati della “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei
VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, (Archivio IRSMLT n. 346). Questo
testo, che viene comunemente definito “rapporto Harzarich”, non è stato
redatto all’epoca delle riesumazioni, ma due anni dopo, in base a quanto detto
dallo stesso Harzarich agli Alleati.
[3] Documento datato 24/4/45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L’Istria e
le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998.
[4] “Trieste Sera”, 8/1/49.
[5] Il 13 settembre 1943.
[6] G. Scotti, “Foibe e fobie”, supplemento al numero 2/1997 del mensile “Il
ponte della Lombardia”. Queste risultanze storiche sono state esposte dallo
studioso anche nel corso del convegno sul tema “La guerra è orrore. Le foibe
tra fascismo, guerra e Resistenza” organizzato da Rifondazione Comunista a
Venezia (13/12/03).
[7] G. Fogar, “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del
Bianco 1968, che fa riferimento ad articoli del “Piccolo del 4, 6 e 8/10/43.
[8] In Archivio IRSMLT VIII/366.
[9] Il podestà e preside era il dottor Vitale Berardinelli. Troviamo qui la
conferma di quanto riportato precedentemente da Fogar nella citazione della
“relazione Cordovado”.
[10] G. Scotti, “Foibe e fobie”, cit..
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----- Original Message -----
From: "Luciana Bohne" <lbohne@edinboro.edu>
To: "Coord. Naz. per la Jugoslavia" <jugocoord@tiscali.it>
Sent: Monday, February 07, 2005 8:07 PM
Subject: re: [JUGOINFO] Foibomania nei media e libri italiani
Sono in completo accordo con il giudizio di Armando Cernjul sulla
"foibomania." Se c'e' stata una persecuzione etnica in Istria
e' stata quella del ventennio fascista e fu lanciata, sostenuta, ed
autorizzata dallo stato italiano fascista, con la piena autorità
di leggi repressive e discriminatorie, con campagne di snazionalizzazione e
rieducazione all'imposto italianismo.
Furono bruciate le camere del lavoro, i centri sociali slavi; fu proibita la
lingua slava anche nelle chiese--come bene documenta Giacomo Scotti in un
recente articolo sul Manifesto.
Scrivo quale nipote di un infoibato. Mio nonno materno, Giovanni Benassi, fu
detenuto dai partigiani e presunto finito in foiba. Non era italiano, però
si dice ancora oggi in paese che era fascista.
Non so a quale grado risalisse la sua colpevolezza, però posso asserire con
tutta fermezza che ne' mia madre ne’ la famiglia fu punita per associazione a
lui--cosa che fecero i nazisti per tutta l'Istria dal 1943 al 1945.
Bruciarono villaggi interi, deportarono famigliari dei partigiani,
rastrellarono indiscriminatamente. Non mi risulta che i partigiani si
comportassero così--non ci sono testimoni di "collective
punishment."
Ah, sì. Uso l'inglese perché scrivo dagli Stati Uniti, dove sono andata a
finire, quando arrivata esule in Italia, la mia famiglia e' stata costretta
ad emigrare, tanto nulla fu l'assistenza di quegli italiani che adesso si
fanno tanto paladini di noi poveri esuli, che allora eravamo solo per loro
poveri ed ingombri slavi.
Uso tutta la mia autorità di nipote di un infoibato istriano per negare ed
accusare la strumentalizzazione della mia tragedia a cause tutte
fasciste, di allora come di adesso, nel momento che riaprono ferite ancora
vive con questa loro cinica ipocrisia nel falsificare il passato nel quale
la loro causa comporta la maggiore colpa. Se non fosse stato per il
fascismo, me ne sarei rimasta a casa mia, avrei goduto una vita tra i miei
campi ed i miei cari, avrei parlato la mia lingua--e non avrei sofferto come
soffro tuttora lo sradicamento di tutto quel retaggio etnico e di identità
che mi apparteneva alla nascita.
Grazie ai partigiani, l'Istria si liberò dei nazisti e dei loro
collaboratori fascisti. Non ci fu un genocidio in Istria se non quello
ideato dai fascisti--che volevano la morte della cultura polilinguistica e
multiculturale istriana.
E che la smettano di riscrivere la storia in nome di coloro che l'hanno
veramente subita e sofferta.
Luciana Opassi Bohne
Edinboro, Pennsylvania
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<< ...Il film "II cuore nel pozzo" e´ in effetti la continuazione della
propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai
giorni nostri... >>
Intervento del giornalista e scrittore Armando Cernjul alla conferenza
stampa della Presidenza dell'Unione delle associazioni dei Combattenti
Antifascisti, convocato a Pola il 4.02.2005.
Riassunto dell'ampio testo "Foibomania nei media e libri italiani"
preparato per la tavola rotonda sulle vittime delle foibe.
Del film italiano "II cuore nel pozzo" del regista Alberto Negrin
prodotto dalla RAI, non posso dir niente perché non l’ho visto. Stando
però a certi articoli apparsi sulla stampa italiana e croata e'
evidente che il film parla dei crimini dei partigiani di Tito e della
riabilitazione del fascismo italiano, temi questi da anni cari al
centrodestra al governo e all’estrema destra. Però questa stessa RAI
negli scorsi 15 anni ha mandato in onda numerose trasmissioni e servizi
nei quali vengono falsificati i fatti storici. Infatti sulle tre reti
di questa TV stataIe, in vari periodi di tempo, sono stati presentati i
crimini nelle foibe commessi, come più volte sottolineato, dai
partigiani di Tito sugli Italiani solo perché erano di nazionalità
italiana, anche se si sa molto bene che nelle foibe finivano Croati,
Sloveni, Tedeschi e altri. In base a queste trasmissioni, nelle foibe
sarebbero stati buttati 3.000, 5.000, 17.000 Italiani...! Dunque alla
RAI o non sanno o non hanno ancora deciso quanta gente sia finita nelle
foibe, poiché tirano in ballo cifre differenti e presentano i
comunisti di Tito e i partigiani come criminali genocidi.
Nel contempo non hanno voluto mostrare al pubblico italiano il
documentario "Fascist Legacy", prodotto dalla BBC inglese, nel quale sono
illustrati i massacri commessi dai fascisti italiani, trasmesso due
anni fa dall’emittente televisiva italiana La 7. In base ai dati
trovati nell’archivio delle Nazioni Unite dallo storico Michael
Palumbo, un americano di origini italiane, i fascisti in Jugoslavia,
Albania, Grecia, Etiopia, Libia, Francia e Russia uccisero oltre un
milione di persone. Solo nel territorio dell’ex Jugoslavia ne uccisero
circa 300.000.
Il film "II cuore nel pozzo" é in effetti la continuazione della
propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai
giorni nostri. Dapprima si iniziò con articoli su giornali e riviste,
poi, dopo la II guerra mondiale, si passò ai libri per proseguire con
articoli su quotidiani e mensili, nonché con trasmissioni radio e
televisive.
Già da diversi anni voglio richiamare l’attenzione sulla foibomania
nei media e libri italiani. Però in Croazia l’argomento non interessa
a nessuno, tranne che ai combattenti antifascisti o a qualche
giornalista. Ciò non deve meravigliare, considerato che il Governo, il
Parlamento e i vertici statali non hanno reagito al varo, un anno fa,
della legge italiana con cui il 10 febbraio e´ stato proclamato
“Giornata del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli
Italiani istriani, fiumani e dalmati.”
Nella legge si dice, come riporta l’agenzia ANSA, che nelle foibe finirono 17.000 persone. Con queste falsità, hanno tentato di parificare le vittime del nazifascismo in
Istria.
Ogni crimine, e così anche quelli delle foibe in Italia e sul suolo
dell'ex Jugoslavia, va condannato. Però i crimini prima di tutto
devono venire accertati da storici obiettivi. Purtroppo, in Italia la
maggioranza di essi falsifica i dati mentre nella ex Jugoslavia e anche
nella Croazia indipendente, non hanno fatto quasi nulla. Pertanto e'
difficile seguire la foibomania in Italia, specie la sua presenza sui
media che e' molto massiccia, mentre le case editrici fanno a gara a
chi stampa più libri sul tema. Inoltre le città, le province, le
regioni e lo stato italiano finanziano le associazioni dei cosiddetti
esuli, che stampano libri e riviste e che hanno pretese verso i
territori croati!
Tra i primi autori che dopo la II guerra mondiale hanno scritto dei
crimini nelle foibe c´erano persone nate, o che hanno le radici
nell’odierna Croazia, e che hanno gonfiato i numeri degli infoibamenti.
Essi sono Luigi Papo e il sacerdote Flaminio Rocchi; più
tardi, a loro si sono aggiunti Giorgio Bevilacqua, Marco Pirina e altri.
Papo, vicepresidente dell’Unione degli Istriani a Trieste ed ex
comandante della Guarnigione delle milizie fasciste a Montona, ha
scritto diversi libri e centinaia di articoli firmandosi con vari
pseudonimi. A seconda delle necessità socio-politiche, nelle foibe
gettava 7063, 3739 o addirittura 16.550 vittime. Si tratta dello stesso
Papo che nel 1994, in una trasmissione della RAI, era stato presentato
come testimone di quando, durante la guerra, venivano ammazzati gli
Italiani, e come scrittore ricercatore. Ha dichiarato che in base alle
sue ricerche, dopo il 1 maggio del 1945, nelle foibe erano finiti 3.739
italiani, e, dal 1943 al 1945, tra Trieste e l' Istria 16.550. Piu' tardi
ha cambiato i numeri, affermando che alcuni di essi "sarebbero stati
buttati nelle foibe".
Undici anni dopo la RAI realizza il film "Il cuore nel pozzo" che sarà
trasmesso il 6 e il 7 di questo mese sulla prima rete!
Uno degli autori più giovani è Marco Pirina, che ha scritto diversi
libri sulle foibe e si dimostra peggior bugiardo del suo "professore"
Papo; sul tema il libro più sporco è intitolato "Genocidio". Si tratta di un
estremista di destra, suo padre era un comandante fascista fucilato
in guerra dai partigiani. Papo e Pirina hanno preparato materiale per
l’atto di accusa a Roma, dove come criminali sono stati accusati gli
antifascisti di Croazia e Slovenia. Papo a Roma era testimone al
processo contro Oskar Piskuli´c, giudicato in contumacia.
Va detto che i vertici delle cosiddette associazioni degli esuli, con
l´aiuto del neoirredentismo e della destra al vertice del potere
politico italiano, hanno definito il piano di stampare questi libri in
tiratura limitata. Hanno anche accolto la proposta che bisognava
trovare uno scrittore che "infiammasse" l’opinione pubblica; lo hanno
trovato nel giornalista e scrittore di successo Arrigo Petacco, di cui
l’editore Mondadori (un tassello dell’impero editoriale di Berlusconi)
nel 2002 ha pubblicato il libro "L'esodo degli Italiani d’Istria,
Dalmazia e Venezia Giulia". Il libro ha avuto diverse edizioni e l’autore è stato premiato. Questo é un libro pieno di falsità e
accuse. Cosa dire ancora dell’autore? Per questa occasione è sufficiente affermare che Petacco, servendosi della letteratura di quegli storici e di altri falsificatori, ha scritto che
i partigiani di Tito, tra il 1943 e il 1945, gettarono nelle foibe
migliaia di vittime innocenti, più di tutto Italiani, quindi qualche
tedesco, ustascia, cetnici e Neozelandesi delle unità britanniche. In
base ai suoi scritti nelle foibe istriane sono finiti 10.000, o 20.000
oppure 30.000 persone.
L´editore berlusconiano, Mondatori, pubblica il libro di Petacco e nei
giorni scorsi ha stampato un libro sull’esodo e sulle foibe di cui è
autore Gianni Oliva. Allo stesso tempo il premier italiano grida "Mai
più il fascismo e il comunismo", mentre pone in rilievo il dittatore
fascista Mussolini, che secondo lui non avrebbe commesso crimini fuori
dall’Italia.
Oltre a ciò, la sinistra italiana, o meglio il centro sinistra, dopo
essersi inchinata ai neofascisti, ha cominciato a inchinarsi anche
dinanzi ai monumenti eretti ai fascisti. E per i crimini delle foibe,
in primo luogo, Croati, Sloveni ed Italiani danno la colpa ai partigiani di Tito.
Ultimamente si fanno sentire certi politici e giornalisti
croati con interventi a favore della gentaglia neofascista e di quanti
vorrebbero riabilitare il nazifascismo.
Da Pola a Fiume, da Zagabria a Zara e Spalato parlano e scrivono contro i combattenti antifascisti come dei peggiori criminali.
Riporterò il caso più fresco. Il critico cinematografico e scrittore Jurica Pavici´c di Spalato, nel magazine del quotidiano "Jutarnji List" ( 22.01.2005), ha pubblicato l'articolo intitolato "Tito ucciso dalle sue armi".
Occupandosi di Tito e di Tudjman, ha scritto tra l'altro: "L’uno e l’altro hanno attuato la
pulizia etnica delle minoranze, Tito degli Italiani e Tedeschi e
Tudjman dei Serbi." E´ chiaro che Pavici´c ha ascoltato l’intervento di
un anno fa al Parlamento croato di Furio Radin (oppure ne ha letto) e
probabilmente non si rende conto di aver scritto falsità e calunnie!!!
Della pulizia etnica a danno degli Italiani, molto prima di Radin e
Pavici´c hanno parlato e scritto anche i politici, scrittori e
giornalisti italiani appartenenti all'estrema destra più radicale.
"During times of universal deceit, telling the truth becomes a revolutionary act."
- George Orwell …e questo per me è fondamentale! Curzio