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Lettere al Corriere 8-9-2005
Risponde Sergio Romano
Le radici cristiane dell’Europa e l’«Italia
islamica»
Ho letto la sua risposta del 26 agosto al signor
Lauro Gargiulo sul discorso di Marcello Pera al Meeting di Rimini. Credo che
il suo corrispondente ne abbia bene interpretato il pensiero. Pera paventa
il «meticciato culturale» perché potrebbe contaminare l'identità cristiana
dell'Europa. Ricordando che gli ateniesi ricorrevano ai metechi quando ne
avevano bisogno, lei fa presente che noi per molti aspetti, anche se per
ragioni diverse, siamo nelle stesse condizioni. Ma c'è un aspetto che rende
la condizione molto diversa. Allora i metechi ateniesi venivano in maggior
parte dalla Grecia stessa e quindi con lingua, religione e cultura simili se
non uguali, mentre i metechi attuali hanno lingua, religione e cultura ben
diverse dalle nostre. Come dovremo comportarci quando fra 50 anni gli
islamici in Europa saranno il 18,6% della popolazione? E quando fra 100 anni
saranno la maggioranza? Come le ho già scritto, mi fanno più paura gli
islamici moderati e ho paura non per me, ma per i miei figli e soprattutto
per i miei nipoti.
Pasquale Rampazzo,
pasquale.rampazzo@aliceposta.it
Caro Rampazzo, la sua lunga lettera propone altri
punti di discussione, ma il tema della identità cristiana dell’Europa mi è
parso, soprattutto dopo il dibattito sulla costituzione europea e il
discorso di Marcello Pera, quello che maggiormente la preoccupa e che può
interessare i lettori. Le dirò subito, a scanso di equivoci, che
l’insistenza con cui alcuni uomini politici hanno sposato le tesi della
Chiesa cattolica sulle radici cristiane del continente mi è parsa fastidiosa
e fuorviante. Tutti gli studiosi sanno che la Chiesa assunse per molti
aspetti l’eredità dell’Impero romano e riuscì a preservare alcune delle sue
istituzioni. Non vi sarebbe stato un Impero carolingio se il papa Leone III,
nella notte di Natale dell’800, non avesse posato il diadema imperiale sulla
testa di Carlo. Non vi sarebbe stato il regno di Francia se Clodoveo, re dei
Franchi, non si fosse convertito al cattolicesimo. E non esisterebbero le
nazioni dell’Europa settentrionale e orientale, se i missionari non avessero
tracciato sul terreno, con le loro diocesi, i confini degli Stati futuri. Ma
non vi è stata una sola generazione, nella lunga storia d’Europa, in cui
l’identità originaria non sia stata modificata dai commerci, dalle guerre,
dagli scambi umani e culturali con le popolazioni che vivevano al di là dei
vecchi confini dell’Impero romano. Vi è poi un problema di «ortodossia». Se
la cristianità è un valore europeo, chi è autorizzato a definirla, a
proclamarla, a rilasciare brevetti di conformità? La Chiesa romana? I
riformatori cristiani banditi dalla Chiesa? La Chiesa anglicana? I
protestanti? Gli ortodossi? Le sette eretiche e scismatiche? Unita da una
stessa fede, l’Europa è stata spesso sanguinosamente divisa dalle sue
interpretazioni. Se la cristianità è un valore assoluto, come sostengono
apparentemente i paladini delle «radici cristiane», dovremmo forse
cancellare dalla storia d’Europa tutto ciò che è stato fatto contro la
Chiesa o a dispetto della sua volontà? Vi sono stati momenti in cui il
papato ha condannato i suoi critici, ha cercato di proibire la circolazione
delle idee dei dissidenti, ha contrastato l’ascesa di nuovi gruppi sociali,
ha trattato con grande diffidenza tutti i movimenti riformatori che hanno
contribuito a definire il profilo dell’Europa moderna: la gloriosa
rivoluzione inglese, la grande rivoluzione francese, l’alfabetizzazione, il
suffragio universale, il voto alle donne. Gli storici conoscono le
preoccupazioni della Chiesa e possono, ad esempio, comprendere con il
distacco e l’equità dei posteri l’angoscia di Pio IX di fronte alla nascita
dello Stato nazionale italiano. Ma imprigionare l’Europa in una casella
denominata «radici cristiane» mi sembra sbagliato, se non addirittura
pretestuoso. Lei si chiede con preoccupazione, alla fine della sua lettera,
come sarà l’Italia di domani. Le risponderò che condividerei le sue
preoccupazioni se non sapessi quante influenze esterne abbiano contribuito a
modificare nel tempo l’identità della penisola. In un bel libro, qualche
anno fa, Giuseppe Galasso sostenne che nella storia della penisola vi sono
molte Italie. Fra queste vi è certamente anche una Italia islamica di cui la
Sicilia ricorda i benefici e le virtù. Perché dovrei preoccuparmi se ve ne
sarà un’altra in futuro?
Ratzinger
Papa
mediocre
Riflessioni dopo Colonia Liberazione 20.8.2005
Rina Gagliardi
Quasi vent'anni dopo Wojtyla, il papa di Roma ha visitato un
tempio ebraico, quello di Colonia che era stato distrutto dai
nazisti nel 1938, durante la famigerata Krystallnacht. Un gesto
apprezzabile, quello di Benedetto XVI. Una condanna dei crimini
del nazismo, e soprattutto delle risorgenti tentazioni
antisemite, che aiuta l'immagine del «papa tedesco» e fa
giustizia di pregiudizi e sospetti diffusi.
Eppure, anche in questa positiva circostanza di continuità
con il suo precedessore, Joseph Ratzinger ci rinvia una
sensazione di inadeguatezza - la difficoltà di cogliere
un'occasione a suo modo storica, per andare oltre la strada
aperta da Giovanni Paolo II. Magari, per avviarsi a riconoscere
le enormi responsabilità accumulate dalla Chiesa cattolica nella
persecuzione degli ebrei e nell'antisemitismo. Sul versante
storico, invece, il papa si è limitato ad un'allusione alquanto
generica («la storia dei rapporti tra comunità ebraica e
comunità cristiana è complessa e spesso dolorosa», ha detto), e
pochissimo autocritica.
No, non siamo tra quelli che pretendono di spiegare al
pontefice di Roma che cosa deve fare e che cosa deve dire.
Piuttosto, siamo tra i molti che, a quattro mesi dall'inizio del
nuovo pontificato, non riescono a nascondere la loro delusione.
Era lecito aspettarsi, sul soglio di Pietro, una figura
paragonabile a Wojtyla, capace di traghettare il cattolicesimo
nella crisi nel nuovo millennio. Non un progressista, certo, se
mai un «grande reazionario», com'è stato Wojtyla. Non un papa
conciliare, certo, se mai un teologo di spessa densità e
raffinatezza, in grado di trasmettere un messaggio significativo
ai credenti come ai non credenti. Non un religioso moderno, o
aperto ai venti del "nuovo", ma un leader spirituale forte,
ricco di pensiero forte e di verità - della sua verità. Ma
Benedetto XVI, finora, ha disatteso ogni previsione - e ogni
"promessa" politica.
Egli ci appare - ci si consenta l'espressione - come un papa
"svogliato", freddo, talora anche un po' arido: come quando
dichiara che «la Chiesa non è una minestra riscaldata», o come
quando si occupa dei problemi del traffico, o come quando
enfatizza a dismisura la centralità della presenza del
crocefisso negli edifici pubblici.
Si dice che questo low profile sia strettamente legato al
carattere introverso di Joseph Ratzinger, al suo disamore per i
riflettori pubblici, alle sue propensioni più intellettuali che
profetiche. Ma può il capo di un'istituzione millenaria come la
Chiesa cattolica avere così in uggia il rapporto diretto con le
masse, col popolo dei fedeli, con la realtà viva, che è fatta
anche di carne, sangue e passioni? Del resto, in quattro mesi di
pontificato, Benedetto XVI non ha quasi dedicato parola alle
grandi tragedie in corso nel mondo - le guerre, la fame, il
sottosviluppo, l'Iraq, la Palestina, l'Africa. Come se fosse
profondamente disinteressato a tutto ciò che accade. Come se non
avesse nulla da dire. A parte la promozione di un concetto - la
Fede - quasi sempre prospettata in termini siderali, astratti,
autoritari. A parte la visita al Presidente della repubblica,
con relativa, laicissima, rivendicazione di sostegno finanziario
alla Chiesa.
Mentre, insomma, Karol Wojtyla è stato sicuramente un grande
papa - un Grande Profeta reazionario che, in nome della lotta
alla modernità, ha lavorato per il riscatto della Chiesa e per
la causa della pace - Joseph Ratzinger sembra avviarsi sulla
strada della mediocrità. Così forse si spiega la rapidità della
scelta del collegio dei cardinali e del cardinal Camillo Ruini
in particolare: non si voleva un vero successore di Wojtyla, ma
una figura modesta con la quale, almeno per qualche anno, porre
fine al lungo ventennio di monarchia assoluta.
Pontefice di pura transizione ad una storia in cui rischia di
non lasciar traccia, personalità priva di ogni carisma e forse
anche di ogni coraggio, Benedetto XVI ci appare oggi soprattutto
l'espressione della crisi da cui la Chiesa, per ora, non può
uscire. Un po' Celestino V, e un po' don Abbondio. Questo ci
passa il convento.
http://www.liberazione.it/giornale/050820/archdef.asp indietro
Il Manifesto 19.8.2005
Il modello pagano
FILIPPO GENTILONI
Imass-media,
soprattutto italiani, stanno registrando un grande successo nella
Giornata mondiale della gioventù di Colonia, anche al di là di quelle
che l'hanno preceduta. Papa Benedetto si è posto in piena continuità con
il suo predecessore: è inutile, a quanto sembra, rilevare qualche
piccola differenza di impostazione: più popolare Giovanni Paolo II,
leggermente più teologico Benedetto XVI. La sostanza del messaggio è la
stessa e su di essa vale la pena di riflettere. Quale modello di
cristianesimo - meglio di cattolicesimo - le Giornate mondiali della
gioventù vogliono trasmettere al mondo? E quale rapporto fra questo e
gli altri modelli? Ce lo domandiamo anche se è troppo arduo chiedersi
quale sia il modello più vero, più autentico. E quale successo il
modello «giovanile» potrà avere. Non si deve dimenticare, comunque, che
nel cattolicesimo convivono da sempre modelli diversi, anche
contrapposti: non soltanto don Giussani e l'Opus Dei, ma anche Madre
Teresa di Calcutta e padre de Foucauld.
Oggi è tempo di crisi. Pochi fedeli a messa la domenica, poche vocazioni
sacerdotali, morale sessuale dimenticata. E allora i giovani. Con i
mass-media che ne diffondono il messaggio. Un messaggio di vitalità, di
speranza, di coraggio. I giovani di Colonia dicono anche il prevalere
dei nuovi «movimenti» sulle vecchie parrocchie: più attivi, più
entusiasti, soprattutto più giovani. Il messaggio di Colonia non esclude
certamente le verità del Vangelo, ma sottolinea piuttosto la felicità:
quella vita «piena» che solo Cristo potrebbe procurare e che, tutto
sommato, si accorda abbastanza bene con quel capitalismo che sta
trionfando nel mondo, occidentale e non solo.
Ai non cristiani (cattolici) rimarrebbe l'incertezza, e con essa
l'infelicità. E anche l'insuccesso. Un messaggio che non può non
lasciare perplessi, soprattutto in tempi di ecumenismo e di
globalizzazione. D'altronde il vitalismo, nelle sue varie forme, è
sempre stato di matrice più pagana che cristiana. Nel mondo moderno poi
e nella sua cultura, il vitalismo porta la firma più di Nietzsche che di
Kierkegaard o di altri pensatori cristiani.
Il cristianesimo come religione prima di un bambino inerme poi di un
crocefisso si è imposto nel mondo piuttosto come consolazione dei
sofferenti che come bandiera dei vincitori, più come speranza di
un'altra vita che come celebrazione di una vita già vissuta e vincente.
In questo senso le famose beatitudini del vangelo: i poveri, gli
assetati, i perseguitati, gli affamati ...: non i giovani né i baciati
dalla felicità. Perciò possono apparire stonate le immagini del papa che
entra a Colonia su una nave, quasi come nei trionfi degli antichi
imperatori. Era meno peggio il più modesto papa mobile di Giovanni Paolo
II: diceva paura e insicurezza più che trionfo.
È forse apparso a qualcuno quasi significativo quel vento che ha
abbattuto il braccio della grande croce che i giovani portavano come
bandiera della Giornata. Un incidente paradossalmente loquace? Come se
la croce avesse voluto prendersi la sua rivincita.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Agosto-2005/art6.html
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" Il
mistero del male assolve papi e dittatori, che infatti
innominati restano nel discorso di Benedetto XVI."
Manifesto – 20.8.05
Futuro passato – Ida
Dominijanni
«L’elezione di
Joseph Ratzinger a Papa ha segnato per la Germania la fine della Seconda guerra
mondiale e della quarantena seguita al nazismo». Parole del direttore di Die
Zeit, intervistato ieri dall.Avvenire. Conviene meditarle, nel ponderare
guadagni e costi simbolici e politici della storica visita di Benedetto XVI alla
Sinagoga di Colonia, conclusasi con piena soddisfazione della comunità ebraica.
Piena e comprensibile: lì, nel tempio distrutto nella Notte dei cristalli del 9
novembre 1938, di fronte alla madre del rabbino Teitelbaum che tutt.ora porta
sul braccio il marchio del campo di sterminio, il Papa ha pronunciato frasi
solenni. Ha detto che la Shoah fu un crimine inaudito, che non va dimenticato,
che ne va trasmessa la memoria alle giovani generazioni convenute a Colonia. Ha
evidenziato le radici comuni e le differenze da far dialogare fra cristiani ed
ebrei, ha denunciato i segni di risorgente antisemitismo che avvelenano
l.Europa, ha promesso rispetto anche ai musulmani. E ha invitato tutti, su
queste basi, a volgere lo sguardo più avanti che indietro, più verso il futuro
che verso il passato, puntando ai compiti comuni alle due religioni per il
governo della vita e del mondo oggi e domani. Ma il dosaggio del futuro e del
passato, del progetto e della memoria, è sempre incerto e scivoloso quando c.è
di mezzo la colpa della Shoah, e la sua elaborazione in terra tedesca. Sulla
scia di Wojtyla, Joseph Ratzinger definisce lo sterminio «mysterium
iniquitatis», mistero del male, ma la suggestività teologica dell.espressione -
così vicina e così lontana dalla arendtiana e umana banalità del male - non
convince: di ciò che è mistero, non si possono e nemmeno si devono nominare le
responsabilità. Il mistero del male assolve papi e dittatori, che infatti
innominati restano nel discorso di Benedetto XVI. Come pure la scristianizzazione e la paganizzazione della società, poste da Ratzinger
all.origine del precipizio, parificano le colpe dei potenti e dei sudditi, e
sbiancano la coscienza di troppi cattolici che ne furono partecipi. Non a caso,
pur nella dichiarata soddisfazione per la visita, torna insistente nei rabbini
di Colonia la domanda che siano finalmente aperti gli archivi della Chiesa. E
Benedetto XVI, per ora, non risponde. Con l.elezione del Papa tedesco la Seconda
guerra mondiale è finita, nello stesso anno in cui la Germania riunificata ha
potuto celebrare insieme ai vincitori il sessantesimo anniversario della propria
sconfitta. Guardando più avanti che indietro, adesso c.è l.Europa da costruire,
che per Ratzinger o sarà ebraico-cristiana o non sarà. E. in questo segno del
potere che il Papa tedesco e il presidente tedesco possono discutere di dove
vanno il mondo e la Germania, e stringersi fiduciosi la mano.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2005/art5.html
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http://wwww.ansa.it/main/notizie/fdg/200508151850210118/200508151850210118.html
IL PAPA CHIEDE DI NON TOGLIERE I CROCEFISSI DAI LUOGHI
PUBBLICI
CASTELGANDOLFO (ROMA) -
E' importante che Dio "sia visibile nelle case pubbliche
e private,
che sia presente nella vita pubblica con segni della croce". E
anche se la
"società moderna ha creduto che accantonando Dio saremmo
diventati più
liberi" ciò "non è accaduto".
Alla vigilia della Gmg di Colonia, sulla quale ha oggi
invocato la
protezione della Madonna, il Papa ribadisce che "dove scompare
Dio l'uomo
non diventa più grande ma perde la dignità, diventa il frutto di
una
evoluzione cieca e per questo può essere usato e abusato".
Ai temi di riflessione proposti alle centinaia di migliaia
di giovani
che stanno affluendo in Germania per la XX Giornata mondiale
della gioventù,
Benedetto XVI ha oggi aggiunto quello a lui caro della perdita
del senso di
Dio in nome di una libertà che si rivela fallace. "La Madonna -
ha spiegato
celebrando al mattino presto la messa dell'Assunta nella chiesa
parrocchiale
di Castel Gandolfo - non ha avuto paura che Dio potesse
toglierle la
libertà, non ha pensato a un Dio che opprima la nostra vita con
tutti i suoi
comandamenti".
"L'epoca moderna da circa tre secoli - ha aggiunto - ha
creduto che
accantonando Dio e seguendo solo le nostre idee e la nostra
volontà saremmo
diventati veramente liberi". "Ma dove Dio scompare - ha
commentato il Papa -
l'uomo non diventa più grande, perde la dignità di Dio e diventa
frutto di
una evoluzione cieca, può essere usato e abusato, mentre se Dio
è grande,
anche l'uomo è grande". Per questo per Benedetto XVI "é
importante che Dio
sia visibile nelle case pubbliche e private". Se invece manca
Dio, "i
contrasti diventano inconciliabili".
Recitando l'Angelus dalla finestra del palazzo apostolico,
poche ore
più tardi, papa Ratzinger ha invece ricordato che la Madonna
"con il suo
esempio ci incoraggia ad accogliere la volontà di Dio, a non
lasciarci
sedurre dai fallaci richiami di tutto ciò che è effimero e
passeggero, a non
cedere alle tentazioni dell'egoismo e del male che spengono nel
cuore la
gioia della vita".
Ancora all'Angelus il Papa è tornato sulla Gmg, ha
invocato "l'aiuto"
della Madonna "specialmente per i giovani partecipanti alla
Giornata
mondiale delle gioventù. "Allora è già cominciata la Gmg vedo",
ha detto a
braccio di fronte ai gruppi di ragazzi che lo acclamavano nel
cortile di
Castel Gandolfo. "I giovani - ha aggiunto riprendendo il
discorso -
trasferendosi da altre diocesi tedesche dove sono stati ospiti
per alcuni
giorni, oppure provenendo direttamente dai loro Paesi, si
incontrano
quest'oggi a Colonia", e "a Dio piacendo anche io mi unirò a
loro "giovedì
prossimo, per vivere insieme i vari momenti di tale
straordinario evento
ecclesiale". Benedetto XVI ha poi augurato ai partecipanti alla
Gmg di poter
seguire l'esempio dei Magi e di "ripartire per le loro città e
nazioni di
origine con il vivo proposito di testimoniare la novità e la
gioia del
Vangelo"
-
>
> Ecco il testo Giorgio Vilella, segretario dell'Uaar
mandato a giornali ed agenzie di
> stampa:
>
> "L'intervento del papa, un sincero intervento di un tedesco
all'antica,
> sgombra il campo da alcuni equivoci: il crocifisso non è un
simbolo di
> laicità, non è un simbolo universale di pace, non è un simbolo
della
> cultura e della tradizione italiana, ma è un simbolo di Dio,
per la
> precisione del Dio cattolico. E per questo motivo lo vuole in
tutti i
> luoghi pubblici. Peccato che un "simbolo di Dio" affisso in un
edificio
> pubblico contrasti con la laicità dello Stato".
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L'Unità 11 Agosto 2005
Uccidere in nome di Dio
Josè Saramago
Sono assolutamente certo che questo mio
articolo opererà il prodigio di mettere d’accordo,
almeno per una volta, i due fratelli nemici irriducibili
che rispondono al nome di Islam e Cristianesimo, in
particolar modo per la dimensione di universalità a cui
il primo aspira e nella quale il secondo, illusoriamente,
continua a immaginarsi. Nella più benevola delle
reazioni possibili, i benpensanti si lamenteranno che si
tratta di una provocazione inammissibile, di un’offesa
imperdonabile al sentimento religioso dei credenti di
ambo le fedi; nella reazione peggiore (volendo supporre
che non ve ne siano di più negative), mi accuseranno di
empietà.
Non solo. Anche di sacrilegio, blasfemia, profanazione,
irriverenza e chissà quali altri delitti di identico
calibro saranno capaci di inventarsi, e perciò stesso,
forse, meritevole di una punizione che possa servirmi
come castigo per il resto della mia vita. Se io
appartenessi alla comunità dei fedeli, il cattolicesimo
vaticano dovrebbe abbandonare per un momento le solenni
rappresentazioni stile Cecil B. de Mille nelle quali
oggi si compiace, per assumersi lo sgradito compito di
scomunicarmi, quantunque, adempiuta tale incombenza
burocratica, non gliene resterebbe nulla in mano. Al
cattolicesimo scarseggiano ormai le forze per imprese
più temerarie, sempre che i fiumi di lacrime versati per
le sue vittime abbiano, speriamo per sempre, fatto
marcire le cataste di legna della Santa Inquisizione.
Quanto all'islamismo, nella sua moderna versione
fondamentalista e violenta (violenta e fondamentalista
come fu il cristianesimo ai tempi del suo apogeo
imperiale), il suo mandato per eccellenza, ogni giorno
insensatamente proclamato, è «morte agli infedeli»: in
altri termini, mi si passi la traduzione, se non credi
ad Allah non sei altro che un immondo scarafaggio che,
per quanto anch'esso creatura nata dal Fiat divino,
qualsiasi musulmano incline a metodi sbrigativi avrà il
sacrosanto diritto e dovere di schiacciare sotto le
suole delle babbucce con le quali farà il suo ingresso
in quel paradiso di Maometto dove verrà accolto dal
voluttuoso seno delle vergini. Mi sia consentito,
pertanto, riaffermare che Dio, essendo sempre stato un
problema, è ora il problema.
Come qualunque persona alla quale non sia indifferente
la situazione del mondo in cui vive, mi capita di
leggere a proposito delle cause di natura politica,
economica, sociale, psicologica, strategica e finanche
morale dalle quali si presume traggano linfa i bellicosi
movimenti islamisti che stanno seminando
disorientamento, angoscia e terror panico nel cosiddetto
mondo occidentale (sebbene non solo in questo). È
bastato un certo numero di ordigni di potenza
relativamente limitata (ricordiamoci che sono quasi
sempre stati trasportati sul luogo degli attentati per
mezzo di semplici zainetti) per scuotere e produrre
crepe nelle fondamenta della nostra civiltà così
illuminata e per far vacillare le precarie strutture di
sicurezza collettiva innalzate e mantenute con tanta
fatica e dispendio di energie. I nostri piedi, che
credevamo appoggiati sul più resistente degli acciai, si
sono rivelati d'argilla.
È uno scontro di civiltà, dicono. Sarà, ma a me così non
sembra. Gli oltre sette miliardi di abitanti di questo
pianeta, senza eccezione alcuna, vivono in quella che
più correttamente andrebbe definita civiltà del
petrolio, e questo a tal punto che non possono
considerarsene al di fuori neppure coloro che sono privi
del prezioso oro nero. Questa civiltà del petrolio crea
e soddisfa (in maniera diseguale, come sappiamo)
molteplici necessità che riuniscono attorno al medesimo
pozzo arabi e non arabi, cristiani e musulmani, senza
trascurare coloro che, non essendo né l'una né l'altra
cosa, hanno, ovunque si trovino, un'automobile da
guidare, una scavatrice da mettere in marcia, un
accendino da accendere. Questo, evidentemente, non
significa che all'interno di questa comune civiltà del
petrolio non siano riconoscibili gli elementi distintivi
(più che semplici elementi, in certi casi) di civiltà e
culture antiche che oggi si trovano investite da un
processo tecnologico di occidentalizzazione a tappe
forzate, che solo con gran difficoltà è riuscito a
penetrare nella sfera più intima delle abitudini
personali e collettive. Come si usa dire, l'abito non fa
il monaco...
Un'alleanza tra civiltà, la proposta opportunamente
avanzata dal capo del governo spagnolo e che di recente
è stata ripresa dal segretario generale delle Nazioni
unite, potrà rappresentare, nel caso si concretizzi, un
passo importante in quel cammino verso l'attenuazione
delle tensioni internazionali dal quale sembriamo sempre
più lontani, per quanto sarebbe insufficiente sotto ogni
punto di vista se non includesse, come elemento
fondamentale, un dialogo tra le religioni, giacché in
tal caso rimarrebbe esclusa qualsiasi remota possibilità
di un'alleanza... Non sussistendo motivi per temere che
cinesi, giapponesi e indiani, ad esempio, stiano
preparando piani di conquista del mondo attraverso la
diffusione delle loro diverse fedi (confucianesimo,
buddismo, taoismo, scintoismo, induismo) per via
pacifica o violenta, va da sé che quando si parla di
alleanza tra civiltà ci si riferisce in particolare a
cristiani e musulmani, questi fratelli nemici che nel
lungo corso della storia sono andati alternandosi, ora
l'uno ora l'altro, nei tragici e, per quanto si è visto,
immutabili ruoli di carnefice e vittima.
Pertanto, lo si voglia o no, Dio
va visto come problema, come ostacolo sul cammino, come
pretesto per l'odio, come fattore di divisione.
Ma nessuno ha il coraggio di affrontare questa plateale
evidenza in nessuna delle tante analisi sulla questione,
che siano di carattere politico, economico, sociologico,
psicologico o utilitaristicamente strategico. È come se
una sorta di timore reverenziale o di rassegnazione al
"politicamente corretto e stabilito" impedisse
all'analista di turno di capire qualcosa che è presente
nelle maglie della rete e che la trasforma in una trama
labirintica da cui non abbiamo modo di uscire, vale a
dire Dio. Se dicessi a un cristiano o a un musulmano che
nell'universo ci sono oltre 400 miliardi di galassie e
che ciascuna di esse contiene oltre 400 miliardi di
stelle, e che Dio, sia esso Allah o chiunque altro, non
può avere fatto tutto questo, meglio ancora, che non
aveva nessun motivo per farlo, mi risponderebbero
indignati che a Dio e Allah nulla è impossibile.
Eccetto, a quanto si è visto -
aggiungerei io -, portare la pace tra islam e
cristianesimo e, di passaggio, rappacificare la più
disgraziata tra le specie animali, nata, a quanto si
dice, dalla sua volontà (e a sua somiglianza): la specie
umana, giustappunto.
Non vi è amore né giustizia, nell'universo
fisico. E neppure crudeltà. Nessun potere sovrintende ai
400 miliardi di galassie e ai 400 miliardi di stelle che
esistono in ciascuna galassia. Nessuno fa nascere il
sole ogni giorno e la luna ogni notte, neanche quando
non è visibile lassù nel cielo. Messi su questa terra
senza sapere né grazie a chi né il perché, siamo stati
costretti a inventare tutto. Abbiamo inventato anche
Dio, ma Dio non è uscito dalle nostre teste, vi è
rimasto dentro, come sorgente di vita alcune volte, come
strumento di morte quasi sempre. Possiamo dire «questo è
l'aratro che noi abbiamo inventato», ma non possiamo
dire «questo è il Dio che inventò l'uomo che ha
inventato l'aratro». Non possiamo sradicare questo Dio
dalle nostre teste, neppure gli atei possono farlo. Ma
perlomeno discutiamone. Serve a ben poco affermare che
uccidere in nome di Dio significa fare di Dio un
assassino. Agli occhi di coloro che uccidono in suo
nome, Dio non è solo il giudice che assolve, è il Padre
onnipotente che prima ammassò nelle loro teste la legna
dell'autodafè e ora prepara e colloca la bomba.
Discutiamo di questa invenzione, risolviamo questo
problema, riconosciamo quantomeno che esiste. Prima di
diventare tutti pazzi. A meno che - chi può dirlo? - non
sia proprio questa la maniera per non continuare ad
ammazzarci gli uni con gli altri.
Satira preventiva di
Michele Serra
S'avanza la Populorum regressio
Papa Ratzinger in Valle d'Aosta
prepara la prima enciclica. Teologi e allibratori cercano di indovinare
l'argomento trattato
C'è molta attesa per la prima enciclica di papa Ratzinger, in preparazione
in questi giorni di vacanza in Valle d'Aosta. La stesura è stata fin qui
rimandata per problemi tecnici: non si riusciva a trovare un computer
con i caratteri gotici. Con un gesto molto apprezzato in Vaticano, il
Museo Nazionale del Fumetto ha fatto dono al pontefice della speciale
tastiera usata da Bonvi per il lettering di Sturmtruppen, sbloccando la
situazione. Teologi e allibratori, in stretto contatto tra loro, cercano
di indovinare l'argomento trattato. Questi i temi più probabili.
Contro Darwin Una dura confutazione dell'evoluzionismo, però utilizzando
categorie molto innovative: secondo Ratzinger, è la scimmia che discende
dall'uomo, del quale rappresenta il ramo degenere. Alcuni cavernicoli
panteisti, che adoravano cose assurde come le angurie e gli spiedini di
cinghiale anziché il Dio Unico Korkababuk, per punizione divina furono
trasformati in gorilla. Di lì la teoria ratzingeriana del
de-evoluzionismo, che è il contrario esatto del darwinismo: all'alba dei
tempi, l'uomo uscì già a immagine di Dio, in giacca e cravatta e con la
valigetta ventiquattrore, ma poi iniziò a regredire e presto, se non
tornerà sulla retta via, si trasformerà in protozoo o addirittura in
cane pechinese da compagnia, notoriamente l'anello più basso e
detestabile della catena della vita.
Contro il rock È nota l'idiosincrasia di questo Papa per la musica rock,
non per caso smascherata da alcuni demonologhi come veicolo di messaggi
satanici. In un rapporto riservato consegnato a Ratzinger nei mesi
scorsi, si sostiene che ascoltando al contrario il 45 giri di 'Be bop a
Loola' si ode distintamente la frase "se non ti levi immediatamente il
reggipetto, stasera guardo le finali del baseball in tv". In opposizione
a questa moda degenere, il Papa pensa di organizzare un grande Live-Aid
alternativo: 12 ore di canti gregoriani e di cantautori di 'Radio Maria'
in play-back, con raccolta di fondi per annullare il debito dello Ior.
Contro Galileo Anche volendo ammettere che la Terra giri attorno al
Sole, si tratta di decidere se questa evidente stortura vada accettata o
rifiutata. Poiché le Scritture non ne fanno cenno, va rifiutata, e
bisogna vivere "ut Sol gireatur circum Terram", come se il Sole girasse
attorno alla Terra, secondo la definizione di Marcello Pera. Nel nuovo
catechismo verrà introdotto un apposito capitolo sulle conseguenze
dottrinarie che il geocentrismo avrà nell'uso delle creme abbronzanti.
Contro il relativismo etico La nuova enciclica si chiamerà 'Giovedì
gnocchi, venerdì pesce', e si propone di ristabilire l'ordine della
tradizione al disordine del relativismo, a cominciare dal ripristino del
digiuno, del cappello da prete e delle sberle in canonica durante i
corsi per cresimandi. Nuova impostazione anche per il dialogo
interreligioso, al quale Ratzinger tiene moltissimo: gli esponenti delle
altre religioni potranno presentare domanda di conversione all'apposito
sportello, presentandosi ginocchioni sui ceci. Necessario che si
adeguino alle indicazioni di Pera, che si raccomanda di "esistere come
se Dio vivesse".
Sacerdozio femminile La nuova enciclica 'Chi dice donna dice danno'
contiene importanti aperture alle donne. Il ruolo di perpetua verrà
finalmente istituzionalizzato con una investitura religiosa in piena
regola, nella quale il parroco consegnerà alle novizie una ramazza
consacrata e un tegame benedetto. Le donne che considerino ancora
ancillare e subalterno il loro ruolo nella Chiesa latina, e lo ritengano
il frutto di una società patriarcale e maschilista, potranno consolarsi,
come spiega bene Pera, "vivendo come se la Svezia non esistesse".
Contro il marxismo Non si sa ancora se si chiamerà 'Populorum regressio'
o 'De rerum vecchiarum', ma certo conterrà la denuncia delle false
teorie progressiste e la raccomandazione di tornare alla società
tradizionale armoniosamente divisa in classi sociali bene ordinate,
riflesso diretto dell'ordine celeste e della distribuzione delle cabine
sulle navi da crociera. Bisogna vivere, secondo l'accezione di Pera,
"come se il conto in banca esistesse".
Da Espresso Opinioni numero 28 del 2005
____________________________________________________________________________
Pietro Ancona
domenica 10 luglio 2005 12.16 A: ccuaar@yahoogroups.com
abolizione
obiezione di coscienza
Considerata la
pressione crescente della Chiesa sulle categorie professionali dei medici e
dei farmacisti per quanto riguarda aborto e contraccettivi, considerato che
esiste una enorme quantità di ospedali in cui i ginecologi rifiutano
le loro prestazioni per motivi religiosi creando gravissimo disagio sociale,
non sarebbe opportuno studiare un d.d.l. per l'abolizione dell'obiezione di
coscienza nelle pubbliche strutture e per le farmacie mantenendolo nella
privata attività professionale dei medici?
Gli inviti della Chiesa
alla disobbedienza delle leggi non "illuminate" dall'etica
cattolica diventerà sempre più forte nei prossimi giorni.
Anzicchè aspettare
fermi l'offensiva clericale perchè non proponiamo ai deputati laici un
contropiede?
indietro
L'Unità 06.07.2005
L'infibulazione diventa reato, fino a 12 anni per
chi la pratica
di red
La pratica dell'infibulazione diventerà reato e sarà
introdotto nel Codice penale italiano. I genitori delle giovani donne, in
genere africane, che le costringeranno a sottoporsi alla mutilazione genitale
e i medici che la praticheranno rischiano dai 4 ai 12 anni di reclusione. Il
disegno di legge è stato licenziato al Senato, dopo essere passato alla
Camera lo scorso maggio. Ora dovrà affrontare un nuovo passaggio parlamentare
prima della sua entrata in vigore: a Palazzo Madama sono state introdotte
alcune modifiche che dovranno essere rivoltate dall'Assemblea di
Montecitorio. La votazione è stata plebiscitaria ma si sono astenuti i
senatori di Rifondazione Comunista e, a titolo personale, la parlamentare
della Margherita Cinzia Dato. Maggioranza e opposizione, quindi, si sono
ritrovate unite nel votare una legge che inserisce la mutilazione degli
organi genitali femminili nel Codice penale italiano. Respinta invece la
mozione dell'opposizione di centrosinistra che proponeva di concedere il
diritto d'asilo alle donne che rifiutano di sottoporsi a questa pratica
rituale e che quindi devono sottrarsi alla pressione della comunità di
connazionali e della famiglia
Il disegno di legge prevede una
pena massima di 12 anni, aumentata di un terzo se questa pratica viene
compiuta su una minore e in tutti i casi in cui viene eseguita per fini di
lucro. I medici che la praticheranno oltre al carcere rischiano anche la
cancellazione dall'ordine per un massimo di 10 anni. La legge italiana potrà
perseguire i colpevoli anche nel caso in cui l'infibulazione viene eseguita
in un paese straniero. Lo stato italiano si impegna ad avviare una serie di
campagne di informazione rivolte ai cittadini stranieri che vivono nel nostro
paese nel tentativo di sensibilizzare le comunità africane dove
l'infibulazione è ancora una pratica radicata. Si faranno anche degli
interventi nei paesi d'origine attraverso i consolati italiani: chi vuole
raggiungere l’Italia, al momento della concessione del visto, sarà informato
della nuova legge in vigore. Allo stesso modo agiranno gli operatori della
cooperazione allo sviluppo, con un programma di informazione da svolgere
direttamente nei villaggi coinvolti.
Dal 2000 l’Italia è diventata il
primo paese europeo per numero di donne infibulate: se ne contavano dalle 20
alle 30mila, oggi sono diventate 45mila, mentre circa 4mila sono le bambine
che rischiano di esservi sottoposte.
Sulla questione il dibattito
è comunque aperto: molti sostengono che la pratica sia da combattere, in
Italia come in Africa. Altri invece riconoscono nell’infibulazione una sorta
di ritualità che è sbagliato vietare per legge. «Non dobbiamo avere paura -
ha detto il diessino Elvio Fassone - di imporre valori occidentali. Il
diritto all'integrità fisica è un diritto universale». D’accordo nella
sostanza ma partendo da presupposti agli antipodi il leghista Francesco Tirelli,
che ha definito la legge «un primo passo nella lotta contro pratiche che sono
agli antipodi della nostra civiltà». Una voce fuori dal coro quella della
senatrice della Margherita Cinzia Dato: «Prima di approvare una legge così
repressiva - ha detto - dovremmo mettere fuori legge il ricorso alle pratiche
di chirurgia estetica per le minorenni. Anche in questo caso si tratta di
imposizioni violente provenienti da vincoli culturali. Dovremmo fare un esame
di coscienza su aspetti non edificanti della nostra cultura».
http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=43504
indietro
Vecchia e mai
soppressa voglia di Sant'Uffizio
da "la Repubblica.it"
(3 giugno 2005)
Un settimanale conservatore Usa compila la lista dei libri "da
bruciare"
Tra gli scritti dannosi per l'umanità anche i "Quaderni dal
carcere"
Nietzsche, Keynes
e Gramsci
I libri all'indice della destra Usa
di VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON - Non accade spesso, anzi, quasi mai, di trovare seduti
l'uno accanto all'altro in un pantheon dell'infamia e della nocività,
personaggi come Adolf Hitler
e la protofemminista Betty
Friedan, filosofi come il padre del positivismo
Auguste Comte e sessuologi
come Alfred Kinsley,
leader politici come Mao Zedong
e avvocati dei consumatori come Ralph Nader. Ma nell'universo ringhioso e revanscista del
conservatorismo americano, questi personaggi hanno qualcosa di fondamentale
in comune: hanno scritto, tra il XIX e il XX secolo,
secondo una rivista importante della destra americana, "i dieci libri
più dannosi della storia umana", i saggi, i pensieri, i pamphlet che
hanno rovinato il mondo.
Di classifiche, "hit parades", "top
ten", l'America è produttrice ingorda e instancabile, nel bisogno nazionale
di classificare e semplificare la storia in album di figurine, buoni e
cattivi, per capirli meglio. E non sono stati gli americani, paleo, post, neo
conservatori, progressisti o moderati che siano, a
inventare l'idea dei libri da mettere all'indice e quindi, idealmente, da
bruciare. Ma questa summa di scritti
"dannosi" per l'umanità prodotta consultando accademici, autori,
polemisti, uomini e donne di cultura per uno degli organi dei
"con", della destra americana classica, il settimanale Human Events fondato 61 anni or
sono, è la traduzione in termini moderni della vecchia
e mai soppressa voglia di Sant'Uffizio.
E' la prevedibile ma interessante fotografia in
negativo di tutto ciò che terrorizza i conservatori.
E' scontato dunque che l'oscar assoluto degli scritti nocivi sia stato
assegnato dalla giuria di Human Events
a quel Manifesto comunista di Karl Marx e Friederich Engles, dal quale,
avverte con un brivido la motivazione, sgorgò
l'"Impero del Male", l'Unione Sovietica. Per apprezzabile
correttezza politica e per coprirsi le spalle, al secondo
posto viene piazzato, però con meno voti, Mein Kampf di Adolf Hitler, la cui dannosità si manifestò "nella Seconda
Guerra Mondiale e nell'Olocausto".
Così, assolto il dovere della "par condicio",
i commissari della correttezza politica di destra possono poi abbandonarsi
alle loro più sentite idiosincrasie, visto che nei restanti 8 premiati e nei
20 altri libri che hanno ottenuto una "nomination" di pericolosità,
non troveremo più un solo scritto che possa essere caratterizzato come
reazionario, razzista, retrivo o conservatore. Nulla di quanto prodotto
dall'antropologia, dalla politologia, dalla filosofia di destra negli ultimi
due secoli, Mein Kampf a
parte, ha evidentemente fatto danni.
Il Male è tutto nel pensiero di sinistra, qualunque cosa ciò significhi. Il
terzo libro più dannoso della storia è infatti Il
libretto rosso di Mao, ma alle sue spalle i censori
del Sant'Uffizio americano sbandano, pescando anche
oltre gli scaffali più ovvi delle loro fissazioni. Quarto è
infatti il Rapporto Kinsey che i cardinali
laici della destra accusano di avere scatenato il permissivismo sessuale fra
le nuove generazioni.
Quinto è il ponderoso lavoro di John Dewey, massimo filosofo del "pragmatismo",
colpevole di avere teorizzato il libero pensiero piuttosto che l'insegnamento
nozionistico, un'eresia che ha condotto diritta al demonio incarnato, a
quella che la commissione definisce con un brivido la "Clinton Generation". Al sesto posto riaffiora la
politica, di nuovo con il Marx de Il Capitale ma al
settimo arriva prepotente Betty Friedan,
con la sua Mistica della femminilità, che tanti grilli ha messo nella
testolina della remissive casalinghe, amante addirittura, la Friedan,
di un fisico nucleare con simpatie comuniste.
Ecco la prova del grande complotto marx-sessual-eco-femminista. Nel pantheon
degli orrori che hanno rovinato l'umanità, danzano insieme sinistra politica
e femminismo, ricerca scientifica e filosofie troppo pragmatiche (Galileo
capirebbe) o materialiste, che valgono un buon settimo posto ad Auguste Comte, padre del positivismo pur essendo il figlio
degenere (nota la motivazione) di una rispettabile famiglia di cattolici
francesi monarchici. Né poteva mancare alle sue spalle Frederich
Nietzsche, colui che osò
proclamare la "morte di Dio" e morì pazzo. E' nono in classifica
con il suo Al di là del bene e del male. Ma anche
nel mondo apparentemente asettico e meno accaldato della dottrina economica
gli inquisitori della destra americana trovano un libro micidiale, quella
Teoria Generale dell'Occupazione, Interessi e Danaro
di John Maynard Keynes che fu l'embrione dal quale nacque l'esecrata idea
dell'intervento della mano pubblica nel mercato.
Ancora più bizzarro è il catalogo delle "nomination" degli altri
venti libri pericolosi, ma non abbastanza per meritare un posto nei "top
ten". Ci troviamo il Darwin evoluzionista, che i fondamentalisti
cristiani vorrebbero esorcizzare per tornare all'interpretazione letterale
della Creazione, con fango e alito divino. Ci sono l'antropologa Margaret Mead, che si macchiò
di "multiculturalismo" relativista,
studiando con simpatia gli indigeni delle isole Samoa; il tremendo Aurelio Peccei con il suo Limiti della
crescita che scosse il dogma dello sviluppo, l'insidioso Ralph
Nader che svelò gli altarini dell'industria
automobilistica, il filosofo Theodore Adorno, un
altro pericoloso "sinistro" e per di più tedesco. Non c'è
stranamente Marcuse, ma non poteva mancare Freud, terrorista dell'inconscio agli occhi dei cardinali
della destra americana, né Rachel Carson, che con
il suo Primavera silenziosa sparse dubbi eretici sull'agricoltura dei
pesticidi e del Ddt.
Torna il femminismo, perenne spauracchio, col Secondo sesso di Simone de Beauvoir e anche l'Italia ha l'onore di una "nomination"
per dannosità storica con i Quaderni dal carcere di Antonio
Gramsci, quel pericoloso cervello al quale
opportunamente un uomo non nocivo come Mussolini
finalmente impedì di pensare.
Chi volesse consultare il catalogo della grande "revanche"
culturale in atto da parte delle destra americana paleo, post o neo
conservatrice, può farlo via Internet, e fortunatamente gratis, sul sito
della rivista che raccoglie il meglio della intelligentsya
americana di destra, www.humaneventsonline.com.
Naturalmente a proprio rischio e pericolo, esponendosi al danno che autori
come Keynes, Darwin o John
Stuart Mill (c'è anche
lui) possono provocare.
inizio
pagina
2)
Repubblica 2.5.2005 IL COMMENTO
E dopo la provetta
toccherà all'aborto
di EUGENIO SCALFARI
SUA Santità Benedetto XVI, nel primo incontro con la Conferenza episcopale
italiana dell'altro ieri, è intervenuto sul referendum della procreazione
assistita. È intervenuto, come si direbbe in gergo calcistico, a gamba tesa,
quando l'arbitro fischia il fallo per gioco pericoloso. Qui da noi l'arbitro
non esiste da tempo, anzi non è mai esistito da quando
l'Italia si dette una Costituzione repubblicana e costituzionalizzò
(all'articolo 7) i Patti lateranensi e il
Concordato tra lo Stato e la Chiesa.
Il Concordato, stipulato nel 1929 da Mussolini
e da Pio XI, immesso nella nostra Costituzione del 1947 e aggiornato (in
peggio) nel 1984, era considerato fino a qualche tempo fa un testo normativo
finalizzato principalmente a garantire la Chiesa da possibili inframmettenze dello Stato.
Non a caso, negli anni seguiti alla presa di Roma e alla
fine del potere temporale del Papa, lo Stato italiano aveva unilateralmente
emanato la cosiddetta legge delle Guarantigie, che mitigava il regime rigidamente separatista e cavouriano della libera Chiesa in libero Stato.
La Santa
Sede aveva incassato i benefici di
quella legge senza tuttavia dismettere la sua
profonda ostilità nei confronti del regio inquilino del Quirinale
e dei suoi governi massonico-liberali. I portoni
dell'aristocrazia papalina erano rimasti sprangati, il non expedit era ancora operante impedendo ai cattolici
ogni partecipazione alla vita politica del paese.
Passarono gli anni e i decenni. Cadde
l'impedimento politico, nacque - subito dopo la guerra del 1915 - il
Partito popolare di Sturzo. Poi, con l'avvento del
fascismo, maturò il clima concordatario che la Santa Sede aveva
preparato pagando il prezzo dello scioglimento del Partito popolare e
dell'esilio di Sturzo. Con la nascita della
Repubblica e dei governi democristiani il Concordato diventò un labile
confine, in tutto simile alle parole scritte sulla sabbia; per il pochissimo
che esse potevano ancora valere non servirono più a garantire l'autonomia
della Chiesa dallo Stato ma, semmai, qualche brandello di autonomia
dello Stato rispetto al potere dilagante della Chiesa.
L'Italia fu in quegli anni la sede temporale del potere
ecclesiastico, penetrato per delega nei governi, negli enti pubblici, nelle
leggi, nella Costituzione materiale.
Senza che ci fosse neppur bisogno d'una indicazione esplicita d'oltre
Tevere.
Se di tanto in tanto ci fu qualche marginale resistenza in
nome dell'autonomia dei cattolici politicamente impegnati, essa venne da
alcuni di loro, De Gasperi e Moro; ma fu una
resistenza marginale, dovuta a persone di eccezionale
carattere e pagata a caro prezzo. Non tale comunque
da modificare lo status sostanziale di uno Stato che era, anche nell'animo
dei suoi governanti, una provincia vaticana.
Per mantenere indenne quella provincia e
il potere temporale che ne derivava alla Chiesa, il Sacro soglio e le sue
propaggini diocesane non misero mai sotto la ferula della morale cristiana (anzi
cattolica) le malversazioni e la pubblica corruttela che avveniva sotto gli
occhi di tutti fino ad esser diventata sistema di governo e di sottogoverno. Il settimo comandamento mosaico (non rubare) fu come cassato
dalla tavola dei cosiddetti valori, ridotto a mera scelta opzionale da parte
sia dei privati che dei rappresentanti delle
pubbliche istituzioni. Non è mistero per nessuno ed anzi è ormai storicamente
accertato che l'episcopato italiano fu cieco e sordo di fronte al sistema
della pubblica corruttela del quale era perfettamente consapevole e spesso
direttamente beneficiario come accadde, tanto per ricordare un macroscopico esempio, in occasione del vero e proprio
"sacco di Roma" che durò dagli anni Cinquanta a tutti i Settanta,
nel corso dei quali appalti, piani regolatori, aree verdi o di destinazione
estensiva, furono manipolati per favorire ordini religiosi, grandi famiglie
papaline, dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinare, dentro una rete di compiacenze di marca
vaticana che spolparono la città come si spolpano le ossa d'un pollo.
Capisco che si tratta di questioni diverse, unificate però
da un relativismo di valori da far invidia al più relativista dei laici e da
un esplodere di "tutte le voglie dell'io" di fronte alle quali
bisognerebbe almeno arrestarsi a riflettere sul gioco a palla tra i concetti
del Bene e del Male.
* * *
Dicevo che
Benedetto XVI è entrato a gamba tesa nella questione della procreazione
medicalmente assistita. Più ancora di quanto non avesse già fatto il suo
predecessore il quale più e più volte aveva parlato
della necessità di preservare la vita, dell'embrione come persone,
dell'aborto come infanticidio, auspicando buone leggi che incorporassero
questi valori; ma non era mai entrato nella loro casistica attuativa lasciando questa bisogna alle autonome scelte
dei cattolici politicamente impegnati.
Lo stesso cardinal Ruini,
presidente dell'episcopato italiano, le parole "referendum" e
"astensione" non le aveva mai pronunciate.
Allusioni, sì, e sempre più chiare col passar delle
settimane, restando però sul generico e sull'implicito. L'esplicito
l'aveva lasciato ai vari comitati per la vita (quasi che i fautori del
"sì" fossero portatori di morte come i cavalieri dell'Apocalisse) e
al giornale della Cei, al laicato cattolico più
integralista e alla nuova categoria dei "laici devoti": i più
vocianti e più fondamentalisti in questa come in
altre consimili occasioni.
Interrogato poco prima della sua ascesa al pontificato il cardinale Ratzinger,
custode della fede, a proposito dei "laici devoti" aveva preso le
distanze; così pure le aveva prese da quei "cristiani rinati" di
ceppo vetero-presbiteriano che negli Stati Uniti
sono stati e sono il nerbo delle truppe scelte sostenitrici della presidenza Bush.
Proprio sulla base di queste caute
prese di posizione molti esegeti vaticanisti avevano preconizzato un Papa
diverso sia dal cardinale che era stato fino alla vigilia sia del suo
predecessore. Né era stato sottovalutato l'apporto arrivato in conclave fin
dalla seconda votazione da parte dei cosiddetti "martiniani",
al quale Benedetto XVI ha infatti già promesso
maggiore collegialità e più frequenti ricorsi ai sinodi e al Sinodo.
Forse si è perso di vista il fatto che, una volta caduta in
conclave l'ipotesi di un Papa extraeuropeo, tra i papabili in campo era
rimasto, oltre che Ratzinger, lo stesso Ruini, con non poche chance di vittoria per l'ampiezza
delle amicizie con episcopati e cardinali poveri quanto remoti verso i quali la Cei
era stata generosamente vicina valendosi dei
cospicui fondi dell'8 per mille.
Sta di fatto che Ruini non
affrontò la lotta col suo collega Ratzinger. Ma ora gioca le sue carte come leader ecclesiale della
"provincia" italiana. E infatti le sta
giocando. I vescovi sono passati, in tema referendario, dall'implicito
all'esplicito; Ruini ha compiuto lo stesso salto di qualità. Infine il Papa ha varcato anche lui il Rubicone concordatario dicendo ai vescovi: "Prego
per voi e vi ringrazio per quanto state facendo per
illuminare le coscienze con riferimento alla prossima consultazione
referendaria".
Volete dunque un Papa muto? domandano
perentoriamente i giornali neocon.
No, rispondiamo. Vorremmo un Papa che preghi, predichi il
messaggio evangelico e lo diffonda con tutti i mezzi
e la morale che ne deriva ma lasci agli uomini e alle donne, religiosi o non
religiosi, il diritto di decidere in autonomia il loro personale "che
fare".
Si obietta: la
Chiesa suggerisce ma non impone.
Certo.
In un tempo nemmeno lontanissimo la Chiesa suggeriva e anche
imponeva. Poi Wojtyla ha chiesto pubblicamente
perdono per quel passato. In tempo non lontanissimo la Chiesa assumeva come
verità di dottrina argomenti che poi si svelarono
insostenibili. Galileo lo visse sulla propria pelle. Giordano Bruno e
Campanella la pelle ce la lasciarono. Poi Wojtyla ha chiesto perdono, almeno per Galileo.
C'è dunque molto relativismo nelle verità dottrinali predicate dalla Chiesa e ciò che sembrò vero ieri e
l'altro ieri viene considerato oggi colpevolmente sbagliato. Esiste dunque la
possibilità che su fratello embrione la Chiesa cambi opinione tra cinquanta o cent'anni. Ma chi ripagherà
coloro che oggi, costretti dall'obbedienza cattolica, anteporranno il suo
magistero al proprio libero convincimento? E soprattutto
chi ripagherà coloro che, a causa di quelle scelte, vedranno calpestati
diritti inviolabili? I massacrati della notte di San Bartolomeo, le streghe
bruciati dagli Inquisitori del Sant'Uffizio e tutte
le altre migliaia e migliaia di vittime d'una fede
armata e persecutoria, sono morti da un pezzo. La richiesta di perdono
formulata dopo anni e secoli non può avere risposta perché le vittime ormai
sono cenere. Chi le indennizzerà e chi indennizzerà
le possibili vittime del futuro?
* * *
È fin troppo ovvio che il prossimo obiettivo dell'episcopato
italiano e delle forze politiche arruolate al suo
fianco sarà la legge sull'aborto. Sulla base di essa
infatti le donne possono decidere e ottenere l'aborto terapeutico non appena
si accorgano che il feto che portano nel ventre è affetto da grave malattia o
difetto genetico.
Per quanto riguarda la procreazione assistita, di quell'eventuale difetto ci si potrebbe accorgere
attraverso l'esame preventivo dell'embrione, che però è vietato dalla legge 40. Il referendum chiede che quello sciagurato
articolo sia abolito. Ma se non lo sarà per mancanza di validità del
referendum, si dovrà abolire anche l'aborto terapeutico per l'evidente
contraddizione tra i due testi.
Se il fratello embrione merita rispetto, non si capirebbe infatti perché il feto, suo fratello maggiore, possa
esser trattato come immondizia.
Partirà dunque la campagna contro l'aborto, siatene certi.
Con virulenza pari o maggiore di quella attualmente
in corso. E poi partirà anche quella contro il
divorzio.
Adesso smentiscono queste intenzioni. Per ovvie ragioni.
Concentrano la pressione su fratello embrione.
Debbo dire:
Marco Pannella, che in molte questioni sostiene
tesi da me non condivise, ha dimostrato una stoffa di grande attore nel recente
dibattito con Giuliano Ferrara.
Gli ha detto: "Se l'embrione è nostro fratello, avrà
pure un padre. Il padre dell'embrione è senza ombra di
dubbio lo spermatozoo. Chi si masturba fa strage dei padri
dell'embrione. Non si deve dunque vietare e dichiarare punibile chi uccide
per suo piacere i padri dell'embrione?".
Si tratta di una battuta, ma serve
per capire dove si può arrivare quando i concetti vengono usati come clave.
* * *
La posizione di quanti sostengono
il "sì" nel referendum è molto chiara. Si riassume così: l'embrione
è un progetto di persona e non una persona; ha diritto a
un suo status; la legge deve servire a delineare quello status e i diritti
che ne conseguono. Se quei diritti entrano in
conflitto con i diritti di persone già esistenti, cedono il passo a questi,
specie se si tratta dei diritti della donna che col suo corpo consente
all'embrione da lei prodotto insieme all'uomo che le è compagno, di vivere e
di svilupparsi.
Quanto al partito della vita e a quello della morte, questa
divisione di campo tra black and white
è vergognosamente falsa. Chi vota "sì" al referendum vota per
accrescere il numero dei nascituri sani e liberamente voluti e anche per
consentire più ampia e fruttifera ricerca in favore dei malati di oggi e di domani.
Se questo è un partito di morte lo
giudichino i lettori e tutte le persone di retto sentire, non disposte a
portare i cervelli all'ammasso. inizio pagina
.
Intervista a: Margherita Hack
L’Unità
31.05.2005
Vogliono
imporre la morale cattolica a tutti
Con la passione di
sempre, Margherita Hack affronta la questione
referendum. E si indigna: «È una vergogna che la Chiesa interferisca
così nelle questioni dello Stato. Mi sembra che sia anche una violazione del
Concordato. Paradossalmente, c'erano meno interferenze
quando in Italia dominava la
Dc». Ma
l'indignazione della scienziata non finisce qui: «Ancora più vergognoso del
discorso del Papa è il fatto che il presidente del
Senato inviti all'astensione: è gravissimo che la seconda carica dello Stato
chieda ai cittadini di non servirsi dei diritti di cui dispongono».
Cosa voterà il 12 giugno?
Voterò 4 sì perché penso che questa sia una legge retrograda, medievale,
antiscientifica e liberticida. E una legge antiscientifica perché impedisce
la ricerca sulle cellule staminali embrionali che sono le più duttili e quindi quelle su cui puntare per
cercare una possibile cura per malattie gravi come il Parkinson
e l'Alzheimer. È liberticida perché impone molti
divieti alla libertà di coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che
potrebbero usufruire di ciò che la scienza offre loro. Sento discorsi da
Inquisizione. Si parla di diavolo, di pericoli insiti nella scienza. Invece è una cosa esaltante vedere come si comincia a
capire il mistero della vita. E poi ci sono aspetti
della legge davvero retrogradi e assurdi. Il fatto che se la donna non vuole
più impiantare gli ovuli fecondati, lo deve fare lo stesso. Come si fa? La si lega? La si imbavaglia? Oppure il divieto della fecondazione eterologa.
Sembra quasi che si paragoni la fecondazione eterologa
all'adulterio. Quarant'anni fa la donna adultera
finiva in galera, come successe alla Dama bianca di Coppi.
L'uomo invece
commetteva reato solo in caso di concubinaggio
evidente, se lo faceva di nascosto andava tutto bene. Ecco, sento lo stesso
clima. Senza contare che, condannando l'eterologa,
si arriva all'assurda conseguenza che i genitori dei figli adottivi sono da considerare
meno genitori di quelli naturali.
Questa legge è
figlia di un clima antiscientifico?
C'è una tendenza a
demonizzare quello che fa la scienza. E anche una diminuzione di interesse per i suoi risultati. Un
atteggiamento che è frutto anche di una grande ignoranza. Un'ignoranza
che viene coltivata, per la verità. Con la riforma
della scuola, ad esempio, si riducono le ore dedicate alle materie
scientifiche e si va addirittura verso l'abolizione dell'insegnamento della
chimica. Un paradosso, perché la chimica ha un posto
centrale nella tanto vantata innovazione.
Da cos'altro è nata questa legge?
Da un atteggiamento
violento della Chiesa che vuole imporre la morale cattolica a tutti, anche ai
non credenti. E da una pratica di arroganza di
questo governo che si è rifiutato di discutere gli emendamenti alla legge e
non ha ascoltato gli scienziati.
C'è chi dice che siccome il tema del referendum è complicato e non
si capisce niente è meglio astenersi.
Le cose che dice la legge sono talmente assurde che sono comprensibili
a tutti. Impiantare un embrione malato anche senza la volontà della madre,
equiparare i diritti di un embrione a quelli di una persona adulta sono
assurdità tali che anche un bambino lo capisce.
Se questa legge
passerà così com'è ci saranno conseguenze anche per la legge sull'aborto?
Certamente si crea
una contraddizione perché mentre con questa legge si protegge l'embrione,
impedendo anche di vedere se è malato per evitare che non venga
impiantato, con la legge 194 si permette l'aborto di un feto di 12 settimane.
Con l'assurda conseguenza che un feto avrebbe meno anima di
un embrione. Io credo che in realtà questo preluda a mettere in
discussione la 194 che ha avuto il merito di ridurre il numero di aborti e di morti per aborto.
Si è tornati a
parlare di limiti alla scienza. Cosa ne pensa?
Il limite della scienza è che deve agire per il bene degli esseri umani e
non per la loro distruzione. Vale anche per gli scienziati il principio
generale «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».
Ma porre dei divieti alla ricerca non è possibile. Ma la
scienza va avanti malgrado tutto. Giordano Bruno è
morto sul rogo e Galilei è stato costretto ad
abiurare, ma oggi tutti sono convinti che il sole stia
fermo e sia la Terra
a girare. Così anche questi assurdi divieti alla scienza medica dovranno
essere rimossi. Ma, del resto, negli altri paesi la
ricerca sulle staminali embrionali già si fa. Vorrà
dire che resta indietro l'Italia.
È eticamente accettabile la creazione di possibili organi
di ricambio ottenuti clonando cellule di malati?
Se si può guarire
qualcuno, perché non farlo? Altrimenti, dovremmo accettare passivamente tutto
ciò che ci viene dalla vita e dovremmo lasciare che il malato soffra la sua
pena. Se avessimo ragionato così saremmo ancora
all'età della pietra.
Perché bisogna andare a votare?
Perché non possiamo
fare come Ponzio Pilato.
inizio pagina
6)
MARTEDÌ, 31 MAGGIO 2005
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1 - Prima Pagina Repubblica
IL
RACCONTO
Quando contro l´aborto scese in
campo Wojtyla
FILIPPO
CECCARELLI
«È DI
dominio comune che la
Santa Sede ha oggi un potere politico quale da molti secoli
non aveva più – scriveva cinquant´anni
orsono Arturo Carlo Jemolo
nel suo "Chiesa e Stato in Italia"(Einaudi)
– Ma l´era delle masse potrebbe riservare
evoluzioni ancora più impensate del suo potere». A questa specie di laica
profezia viene da pensare a meno di due settimane dal referendum, nel giorno
in cui Benedetto XVI fa ufficialmente il suo ingresso nel secolare polemificio che incessantemente accomuna il romano
Pontefice alla politica italiana.
Paolo VI fece
affondare il governo Rumor, Giovanni Paolo II si lanciò nella campagna
del 1981
Gronchi in ginocchio
Dal divorzio all´aborto i papi nell´arena politica
L´irruenza di Wojtyla, la fermezza di Montini
Il presidente Gronchi
in ginocchio finché il fotografo papale non scattò la foto
Ai tempi di papa Pacelli, il
pontefice non aveva nemmeno bisogno di intervenire
Papa Ratzinger c´è
entrato con garbo e perfino con diplomazia, ma c´è entrato. E lo si capisce dal
frasario che le immancabili reazioni hanno subito innescato: «ingerenza»,
«libertà di parola», «crociata» e così via.
Ai tempi del referendum sull´aborto - era la
primavera del 1981 - Papa Wojtyla fu assai più
deciso e irruento. Per tre volte intervenne
pubblicamente sulla questione. La prima volta, il 22 marzo, davanti a 25mila
persone a piazza San Pietro, si espose in un modo
che più plateale non poteva essere. Dopo aver attaccato duramente l´aborto, menzionò la dichiarazione dei vescovi che anche
allora erano scesi nell´agone
contro la legge. «Faccio mia - disse, e qui si fermò per
due lunghissimi secondi guardando la folla - Faccio mia la loro
sollecitudine pastorale per ogni uomo e per la società intera».
Allora i laici si scaldarono, ma non più di tanto. Ma
appena quattordici giorni dopo, durante l´Angelus,
Giovanni Paolo II ritornò con energia sull´aborto
per negare che si trattasse di un problema privato. Riguardava tutta la
società, e solo la chiesa se ne faceva carico. I socialisti, stavolta, smisero perfino di litigare con il presidente Spadolini
ventilando ripercussioni sul Concordato.
Era quello un riflesso abituale. Ma Wojtyla,
che pochi mesi prima Craxi aveva accusato di
guardare alla realtà italiana «con occhiali polacchi», non
se ne dette per inteso. Così il 10 maggio, davanti a 70
mila persone, alcune delle quali provenivano da una manifestazione del
«Movimento per la vita», pronunciò la sua più vibrante invettiva
referendaria. Scandì dunque: «La
Chiesa considera ogni legislazione favorevole all´aborto procurato come una gravissima offesa dei
diritti primari dell´uomo e del comandamento del
"non uccidere"». Quindi definì «una causa
santa» quanto la Chiesa
andava facendo per assicurare la «santa inviolabilità della vita concepita».
E chissà cosa altro avrebbe ancora detto se, tre giorni dopo, Ali Agca non l´avesse
sottratto ai comizi finali come alle estreme perorazioni apostoliche.
Vale forse la pena di riflettere, semmai, sui risultati di quel referendum
che, combattuto con la speranza di una rivincita sul divorzio, si rivelò in
realtà per la Santa Sede
una terribile e raddoppiatissima sconfitta. In
pratica si chiudeva in via definitiva il ciclo del cattolicesimo maggioritario.
Quale stagione si fosse aperta è già più difficile
da dire: e magari aiuteranno a comprenderlo proprio i risultati dell´imminente referendum. Ma intanto il tema delle
ingerenze dei papi, come quello speculare della loro libertà di espressione nella vita della repubblica, continua a
cambiare rimanendo più o meno lo stesso, comunque lungo un orizzonte che dal
Risorgimento, e forse anche prima, arriva senza cesure di rilievo fino ai
nostri giorni.
Più che i diritti, la storia rispetta i rapporti di forza. Per
cui, senza andare troppo in là, si può dire ad esempio che ai tempi di Pio
XII il pontefice non aveva nemmeno bisogno di interferire, essendo lo Stato
laico ridotto ai suoi minimi termini. «Con Cristo o contro Cristo»
intimava Papa Pacelli: e fu il tempo appunto della
crociata e della scomunica ai marxisti, poi quello dell´operazione Sturzo (che
fece piangere De Gasperi) e perfino quello delle
proteste vaticane per le gambe nude delle ballerine in tv il sabato sera - ne
«L´uomo di fiducia» (Mondadori,
1998) Giorgio Dell´Arti fa raccontare a Ettore Bernabei che si trattò
di una trappola: qualcuno fece trovare un televisore nell´appartamento
papale.
E comunque. Nel 1955 la sottomissione dei governanti
italiani alla Santa Sede ebbe la sua plastica raffigurazione quando il
presidente della Repubblica Gronchi, e il ministro
degli Esteri Martino, che pure era liberale, si recarono in visita in
Vaticano rimanendo ginocchioni - «prostrati al bacio della sacra pantofola»
scrisse Vittorio Gorresio - fino a
quando non furono soddisfatte tutte le esigenze del fotografo
pontificio, commendator Felici.
Si sa: Pio XII era un vero sovrano; Giovanni XXIII invece un autentico
pastore. Dal canto suo Paolo VI conosceva meglio di chiunque altro i
governanti democristiani, per cui certamente
interferì, ma come questi preferivano, secondo logiche oblique e felpate, e
sempre con l´aureo suggello della riservatezza. Con
il che si può dire, e perfino con pacifica
risolutezza, che Papa Montini fermò o meglio fece
fermare candidati al Quirinale (Fanfani
nel 1964); così come affondò o fece affondare governi (Rumor, nel 1969) per
bloccare la legge sul divorzio. E i laici non solo
non lo venivano a sapere, ma nemmeno arrivarono a sospettarlo. Tanto era
democristiano, il Papa, che nemmeno ritenne di intervenire prima del
referendum sul divorzio - su cui peraltro s´impegnò
solo Fanfani. Gli altri avevano imparato perfino a
difendersi dalle intromissioni curiali: «Non conviene lasciarsi deviare o
influenzare, bisogna essere duri è l´unico modo d´agire che capiscono» si legge attribuito a Moro in
quella miniera di ricordi illuminanti che sono le memorie dell´ambasciatore
presso la Santa Sede
Gianfranco Pompei («Un ambasciatore in Vaticano», Il Mulino, 1994). Intanto
il cardinal Benelli, discretamente, protestava per
la proiezione de «I diavoli» di Ken Russel a Venezia; ma altrattanto
riservatamente Emilio Colombo si disperava perché «Il Decamerone»
di Pasolini era anche peggio.
Bene. Wojtyla rovesciò i parametri stessi dell´interferenza. Aveva ben altra missione, del resto, e
planetaria. Una volta il segretario del Ppi
Marini fece baruffa con i vescovi. Glielo andarono a dire: «Ma chi è
questo Marini - rispose lui, sovrappensiero - Io
conosco Martini, il cardinale di Milano, questo Marini non so chi sia». Troppo complicato. Più semplice, in fondo, anche da
laici, soffermarsi oggi sulla visione della cupola di San Pietro, come la
vide Arturo Carlo Jemolo «nel fresco cielo di
giugno, appena lavato dalla pioggia... Breve momento, piccola storia, nel´eterna
storia del rapporto tra umano e divino». inizio pagina
7)
Pietro
Ancona a ccuaar lunedì 30 maggio 2005 13.46
Dopo la
dura presa di posizione del Papa a sostegno della
campagna antivoto referendario del Cardinale Ruini,
mi pare giunto il momento di proporre la convocazione di una Costituente
Nazionale di tutti i partiti e di tutte le associazioni laiche per
l'abolizione del Concordato, dell'8 per mille e dei finanziamenti pubblici
alla Chiesa ed alle strutture cattoliche.
E' giunto il momento di riaprire la questione della
laicità dello Stato Italiano. Se non parte una iniziativa
di ridimensionamento delle pretese clericali sull'Italia, ci ridurremo presto
ad una provincia del Papato.
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(vedi scheda
Benedetto XVI)
Appello per l'aborto
Manifesto 6.10.05
Stiamo tornando al Medioevo
MARGHERITA HACK
Mercoledí 17.08.2005 17:50
Vaticano/ Ratzinger chiede
l'immunità a Bush come capo di stato in un processo per pedofilia
Liberazione 20.8.2005
Ratzinger
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mediocre
Riflessioni dopo Colonia
18/08/2005 ANSA
IL PAPA CHIEDE DI NON TOGLIERE I
CROCEFISSI DAI LUOGHI PUBBLICI
S'avanza la Populorum regressio
Pietro Ancona a ccuaar
Abolizione obiezione
di coscienza
L'Unità 06.07.2005
L'infibulazione
diventa reato, fino a 12 anni per chi la
pratica
Vecchia
e mai soppressa voglia di Sant’Uffizio di
Vittorio Zucconi Repubblica.it"
(3 giugno 2005)
E dopo la provetta
toccherà all'aborto
di Eugenio Scalfari Repubblica 2.5.2005
Intervista a: Margherita
Hack
L’Unità
31.05.2005
Vogliono imporre la morale cattolica
a tutti
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