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Lettere al Corriere   8-9-2005

Risponde Sergio Romano

Le radici cristiane dell’Europa e l’«Italia islamica»

Ho letto la sua risposta del 26 agosto al signor Lauro Gargiulo sul discorso di Marcello Pera al Meeting di Rimini. Credo che il suo corrispondente ne abbia bene interpretato il pensiero. Pera paventa il «meticciato culturale» perché potrebbe contaminare l'identità cristiana dell'Europa. Ricordando che gli ateniesi ricorrevano ai metechi quando ne avevano bisogno, lei fa presente che noi per molti aspetti, anche se per ragioni diverse, siamo nelle stesse condizioni. Ma c'è un aspetto che rende la condizione molto diversa. Allora i metechi ateniesi venivano in maggior parte dalla Grecia stessa e quindi con lingua, religione e cultura simili se non uguali, mentre i metechi attuali hanno lingua, religione e cultura ben diverse dalle nostre. Come dovremo comportarci quando fra 50 anni gli islamici in Europa saranno il 18,6% della popolazione? E quando fra 100 anni saranno la maggioranza? Come le ho già scritto, mi fanno più paura gli islamici moderati e ho paura non per me, ma per i miei figli e soprattutto per i miei nipoti.

Pasquale Rampazzo, pasquale.rampazzo@aliceposta.it

Caro Rampazzo, la sua lunga lettera propone altri punti di discussione, ma il tema della identità cristiana dell’Europa mi è parso, soprattutto dopo il dibattito sulla costituzione europea e il discorso di Marcello Pera, quello che maggiormente la preoccupa e che può interessare i lettori. Le dirò subito, a scanso di equivoci, che l’insistenza con cui alcuni uomini politici hanno sposato le tesi della Chiesa cattolica sulle radici cristiane del continente mi è parsa fastidiosa e fuorviante. Tutti gli studiosi sanno che la Chiesa assunse per molti aspetti l’eredità dell’Impero romano e riuscì a preservare alcune delle sue istituzioni. Non vi sarebbe stato un Impero carolingio se il papa Leone III, nella notte di Natale dell’800, non avesse posato il diadema imperiale sulla testa di Carlo. Non vi sarebbe stato il regno di Francia se Clodoveo, re dei Franchi, non si fosse convertito al cattolicesimo. E non esisterebbero le nazioni dell’Europa settentrionale e orientale, se i missionari non avessero tracciato sul terreno, con le loro diocesi, i confini degli Stati futuri. Ma non vi è stata una sola generazione, nella lunga storia d’Europa, in cui l’identità originaria non sia stata modificata dai commerci, dalle guerre, dagli scambi umani e culturali con le popolazioni che vivevano al di là dei vecchi confini dell’Impero romano. Vi è poi un problema di «ortodossia». Se la cristianità è un valore europeo, chi è autorizzato a definirla, a proclamarla, a rilasciare brevetti di conformità? La Chiesa romana? I riformatori cristiani banditi dalla Chiesa? La Chiesa anglicana? I protestanti? Gli ortodossi? Le sette eretiche e scismatiche? Unita da una stessa fede, l’Europa è stata spesso sanguinosamente divisa dalle sue interpretazioni. Se la cristianità è un valore assoluto, come sostengono apparentemente i paladini delle «radici cristiane», dovremmo forse cancellare dalla storia d’Europa tutto ciò che è stato fatto contro la Chiesa o a dispetto della sua volontà? Vi sono stati momenti in cui il papato ha condannato i suoi critici, ha cercato di proibire la circolazione delle idee dei dissidenti, ha contrastato l’ascesa di nuovi gruppi sociali, ha trattato con grande diffidenza tutti i movimenti riformatori che hanno contribuito a definire il profilo dell’Europa moderna: la gloriosa rivoluzione inglese, la grande rivoluzione francese, l’alfabetizzazione, il suffragio universale, il voto alle donne. Gli storici conoscono le preoccupazioni della Chiesa e possono, ad esempio, comprendere con il distacco e l’equità dei posteri l’angoscia di Pio IX di fronte alla nascita dello Stato nazionale italiano. Ma imprigionare l’Europa in una casella denominata «radici cristiane» mi sembra sbagliato, se non addirittura pretestuoso. Lei si chiede con preoccupazione, alla fine della sua lettera, come sarà l’Italia di domani. Le risponderò che condividerei le sue preoccupazioni se non sapessi quante influenze esterne abbiano contribuito a modificare nel tempo l’identità della penisola. In un bel libro, qualche anno fa, Giuseppe Galasso sostenne che nella storia della penisola vi sono molte Italie. Fra queste vi è certamente anche una Italia islamica di cui la Sicilia ricorda i benefici e le virtù. Perché dovrei preoccuparmi se ve ne sarà un’altra in futuro?
 

Ratzinger Papa mediocre                                                                                                           Riflessioni dopo Colonia                                                                                                                   Liberazione 20.8.2005

Rina Gagliardi
Quasi vent'anni dopo Wojtyla, il papa di Roma ha visitato un tempio ebraico, quello di Colonia che era stato distrutto dai nazisti nel 1938, durante la famigerata Krystallnacht. Un gesto apprezzabile, quello di Benedetto XVI. Una condanna dei crimini del nazismo, e soprattutto delle risorgenti tentazioni antisemite, che aiuta l'immagine del «papa tedesco» e fa giustizia di pregiudizi e sospetti diffusi.

Eppure, anche in questa positiva circostanza di continuità con il suo precedessore, Joseph Ratzinger ci rinvia una sensazione di inadeguatezza - la difficoltà di cogliere un'occasione a suo modo storica, per andare oltre la strada aperta da Giovanni Paolo II. Magari, per avviarsi a riconoscere le enormi responsabilità accumulate dalla Chiesa cattolica nella persecuzione degli ebrei e nell'antisemitismo. Sul versante storico, invece, il papa si è limitato ad un'allusione alquanto generica («la storia dei rapporti tra comunità ebraica e comunità cristiana è complessa e spesso dolorosa», ha detto), e pochissimo autocritica.

No, non siamo tra quelli che pretendono di spiegare al pontefice di Roma che cosa deve fare e che cosa deve dire. Piuttosto, siamo tra i molti che, a quattro mesi dall'inizio del nuovo pontificato, non riescono a nascondere la loro delusione.

Era lecito aspettarsi, sul soglio di Pietro, una figura paragonabile a Wojtyla, capace di traghettare il cattolicesimo nella crisi nel nuovo millennio. Non un progressista, certo, se mai un «grande reazionario», com'è stato Wojtyla. Non un papa conciliare, certo, se mai un teologo di spessa densità e raffinatezza, in grado di trasmettere un messaggio significativo ai credenti come ai non credenti. Non un religioso moderno, o aperto ai venti del "nuovo", ma un leader spirituale forte, ricco di pensiero forte e di verità - della sua verità. Ma Benedetto XVI, finora, ha disatteso ogni previsione - e ogni "promessa" politica.

Egli ci appare - ci si consenta l'espressione - come un papa "svogliato", freddo, talora anche un po' arido: come quando dichiara che «la Chiesa non è una minestra riscaldata», o come quando si occupa dei problemi del traffico, o come quando enfatizza a dismisura la centralità della presenza del crocefisso negli edifici pubblici.

Si dice che questo low profile sia strettamente legato al carattere introverso di Joseph Ratzinger, al suo disamore per i riflettori pubblici, alle sue propensioni più intellettuali che profetiche. Ma può il capo di un'istituzione millenaria come la Chiesa cattolica avere così in uggia il rapporto diretto con le masse, col popolo dei fedeli, con la realtà viva, che è fatta anche di carne, sangue e passioni? Del resto, in quattro mesi di pontificato, Benedetto XVI non ha quasi dedicato parola alle grandi tragedie in corso nel mondo - le guerre, la fame, il sottosviluppo, l'Iraq, la Palestina, l'Africa. Come se fosse profondamente disinteressato a tutto ciò che accade. Come se non avesse nulla da dire. A parte la promozione di un concetto - la Fede - quasi sempre prospettata in termini siderali, astratti, autoritari. A parte la visita al Presidente della repubblica, con relativa, laicissima, rivendicazione di sostegno finanziario alla Chiesa.

Mentre, insomma, Karol Wojtyla è stato sicuramente un grande papa - un Grande Profeta reazionario che, in nome della lotta alla modernità, ha lavorato per il riscatto della Chiesa e per la causa della pace - Joseph Ratzinger sembra avviarsi sulla strada della mediocrità. Così forse si spiega la rapidità della scelta del collegio dei cardinali e del cardinal Camillo Ruini in particolare: non si voleva un vero successore di Wojtyla, ma una figura modesta con la quale, almeno per qualche anno, porre fine al lungo ventennio di monarchia assoluta.

Pontefice di pura transizione ad una storia in cui rischia di non lasciar traccia, personalità priva di ogni carisma e forse anche di ogni coraggio, Benedetto XVI ci appare oggi soprattutto l'espressione della crisi da cui la Chiesa, per ora, non può uscire. Un po' Celestino V, e un po' don Abbondio. Questo ci passa il convento. http://www.liberazione.it/giornale/050820/archdef.asp

 

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Il Manifesto 19.8.2005
Il modello pagano
FILIPPO GENTILONI
Imass-media, soprattutto italiani, stanno registrando un grande successo nella Giornata mondiale della gioventù di Colonia, anche al di là di quelle che l'hanno preceduta. Papa Benedetto si è posto in piena continuità con il suo predecessore: è inutile, a quanto sembra, rilevare qualche piccola differenza di impostazione: più popolare Giovanni Paolo II, leggermente più teologico Benedetto XVI. La sostanza del messaggio è la stessa e su di essa vale la pena di riflettere. Quale modello di cristianesimo - meglio di cattolicesimo - le Giornate mondiali della gioventù vogliono trasmettere al mondo? E quale rapporto fra questo e gli altri modelli? Ce lo domandiamo anche se è troppo arduo chiedersi quale sia il modello più vero, più autentico. E quale successo il modello «giovanile» potrà avere. Non si deve dimenticare, comunque, che nel cattolicesimo convivono da sempre modelli diversi, anche contrapposti: non soltanto don Giussani e l'Opus Dei, ma anche Madre Teresa di Calcutta e padre de Foucauld.

Oggi è tempo di crisi. Pochi fedeli a messa la domenica, poche vocazioni sacerdotali, morale sessuale dimenticata. E allora i giovani. Con i mass-media che ne diffondono il messaggio. Un messaggio di vitalità, di speranza, di coraggio. I giovani di Colonia dicono anche il prevalere dei nuovi «movimenti» sulle vecchie parrocchie: più attivi, più entusiasti, soprattutto più giovani. Il messaggio di Colonia non esclude certamente le verità del Vangelo, ma sottolinea piuttosto la felicità: quella vita «piena» che solo Cristo potrebbe procurare e che, tutto sommato, si accorda abbastanza bene con quel capitalismo che sta trionfando nel mondo, occidentale e non solo.

Ai non cristiani (cattolici) rimarrebbe l'incertezza, e con essa l'infelicità. E anche l'insuccesso. Un messaggio che non può non lasciare perplessi, soprattutto in tempi di ecumenismo e di globalizzazione. D'altronde il vitalismo, nelle sue varie forme, è sempre stato di matrice più pagana che cristiana. Nel mondo moderno poi e nella sua cultura, il vitalismo porta la firma più di Nietzsche che di Kierkegaard o di altri pensatori cristiani.

Il cristianesimo come religione prima di un bambino inerme poi di un crocefisso si è imposto nel mondo piuttosto come consolazione dei sofferenti che come bandiera dei vincitori, più come speranza di un'altra vita che come celebrazione di una vita già vissuta e vincente. In questo senso le famose beatitudini del vangelo: i poveri, gli assetati, i perseguitati, gli affamati ...: non i giovani né i baciati dalla felicità. Perciò possono apparire stonate le immagini del papa che entra a Colonia su una nave, quasi come nei trionfi degli antichi imperatori. Era meno peggio il più modesto papa mobile di Giovanni Paolo II: diceva paura e insicurezza più che trionfo.

È forse apparso a qualcuno quasi significativo quel vento che ha abbattuto il braccio della grande croce che i giovani portavano come bandiera della Giornata. Un incidente paradossalmente loquace? Come se la croce avesse voluto prendersi la sua rivincita.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Agosto-2005/art6.html

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   Il mistero del male assolve papi e dittatori, che infatti innominati restano nel discorso di Benedetto XVI."

Manifesto – 20.8.05

 

Futuro passato – Ida Dominijanni

«L’elezione di Joseph Ratzinger a Papa ha segnato per la Germania la fine della Seconda guerra mondiale e della quarantena seguita al nazismo». Parole del direttore di Die Zeit, intervistato ieri dall.Avvenire. Conviene meditarle, nel ponderare guadagni e costi simbolici e politici della storica visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Colonia, conclusasi con piena soddisfazione della comunità ebraica. Piena e comprensibile: lì, nel tempio distrutto nella Notte dei cristalli del 9 novembre 1938, di fronte alla madre del rabbino Teitelbaum che tutt.ora porta sul braccio il marchio del campo di sterminio, il Papa ha pronunciato frasi solenni. Ha detto che la Shoah fu un crimine inaudito, che non va dimenticato, che ne va trasmessa la memoria alle giovani generazioni convenute a Colonia. Ha evidenziato le radici comuni e le differenze da far dialogare fra cristiani ed ebrei, ha denunciato i segni di risorgente antisemitismo che avvelenano l.Europa, ha promesso rispetto anche ai musulmani. E ha invitato tutti, su queste basi, a volgere lo sguardo più avanti che indietro, più verso il futuro che verso il passato, puntando ai compiti comuni alle due religioni per il governo della vita e del mondo oggi e domani. Ma il dosaggio del futuro e del passato, del progetto e della memoria, è sempre incerto e scivoloso quando c.è di mezzo la colpa della Shoah, e la sua elaborazione in terra tedesca. Sulla scia di Wojtyla, Joseph Ratzinger definisce lo sterminio «mysterium iniquitatis», mistero del male, ma la suggestività teologica dell.espressione - così vicina e così lontana dalla arendtiana e umana banalità del male - non convince: di ciò che è mistero, non si possono e nemmeno si devono nominare le responsabilità. Il mistero del male assolve papi e dittatori, che infatti innominati restano nel discorso di Benedetto XVI. Come pure la scristianizzazione e la paganizzazione della società, poste da Ratzinger all.origine del precipizio, parificano le colpe dei potenti e dei sudditi, e sbiancano la coscienza di troppi cattolici che ne furono partecipi. Non a caso, pur nella dichiarata soddisfazione per la visita, torna insistente nei rabbini di Colonia la domanda che siano finalmente aperti gli archivi della Chiesa. E Benedetto XVI, per ora, non risponde. Con l.elezione del Papa tedesco la Seconda guerra mondiale è finita, nello stesso anno in cui la Germania riunificata ha potuto celebrare insieme ai vincitori il sessantesimo anniversario della propria sconfitta. Guardando più avanti che indietro, adesso c.è l.Europa da costruire, che per Ratzinger o sarà ebraico-cristiana o non sarà. E. in questo segno del potere che il Papa tedesco e il presidente tedesco possono discutere di dove vanno il mondo e la Germania, e stringersi fiduciosi la mano.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2005/art5.html

 

 

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  http://wwww.ansa.it/main/notizie/fdg/200508151850210118/200508151850210118.html

      IL PAPA CHIEDE DI NON TOGLIERE I CROCEFISSI DAI LUOGHI PUBBLICI
       CASTELGANDOLFO (ROMA) -
       E' importante che Dio "sia visibile nelle case pubbliche e private,
che sia presente nella vita pubblica con segni della croce". E anche se la
"società moderna ha creduto che accantonando Dio saremmo diventati più
liberi" ciò "non è accaduto".

      Alla vigilia della Gmg di Colonia, sulla quale ha oggi invocato la
protezione della Madonna, il Papa ribadisce che "dove scompare Dio l'uomo
non diventa più grande ma perde la dignità, diventa il frutto di una
evoluzione cieca e per questo può essere usato e abusato".

      Ai temi di riflessione proposti alle centinaia di migliaia di giovani
che stanno affluendo in Germania per la XX Giornata mondiale della gioventù,
Benedetto XVI ha oggi aggiunto quello a lui caro della perdita del senso di
Dio in nome di una libertà che si rivela fallace. "La Madonna - ha spiegato
celebrando al mattino presto la messa dell'Assunta nella chiesa parrocchiale
di Castel Gandolfo - non ha avuto paura che Dio potesse toglierle la
libertà, non ha pensato a un Dio che opprima la nostra vita con tutti i suoi
comandamenti".

      "L'epoca moderna da circa tre secoli - ha aggiunto - ha creduto che
accantonando Dio e seguendo solo le nostre idee e la nostra volontà saremmo
diventati veramente liberi". "Ma dove Dio scompare - ha commentato il Papa -
l'uomo non diventa più grande, perde la dignità di Dio e diventa frutto di
una evoluzione cieca, può essere usato e abusato, mentre se Dio è grande,
anche l'uomo è grande". Per questo per Benedetto XVI "é importante che Dio
sia visibile nelle case pubbliche e private". Se invece manca Dio, "i
contrasti diventano inconciliabili".

      Recitando l'Angelus dalla finestra del palazzo apostolico, poche ore
più tardi, papa Ratzinger ha invece ricordato che la Madonna "con il suo
esempio ci incoraggia ad accogliere la volontà di Dio, a non lasciarci
sedurre dai fallaci richiami di tutto ciò che è effimero e passeggero, a non
cedere alle tentazioni dell'egoismo e del male che spengono nel cuore la
gioia della vita".

      Ancora all'Angelus il Papa è tornato sulla Gmg, ha invocato "l'aiuto"
della Madonna "specialmente per i giovani partecipanti alla Giornata
mondiale delle gioventù. "Allora è già cominciata la Gmg vedo", ha detto a
braccio di fronte ai gruppi di ragazzi che lo acclamavano nel cortile di
Castel Gandolfo. "I giovani - ha aggiunto riprendendo il discorso -
trasferendosi da altre diocesi tedesche dove sono stati ospiti per alcuni
giorni, oppure provenendo direttamente dai loro Paesi, si incontrano
quest'oggi a Colonia", e "a Dio piacendo anche io mi unirò a loro "giovedì
prossimo, per vivere insieme i vari momenti di tale straordinario evento
ecclesiale". Benedetto XVI ha poi augurato ai partecipanti alla Gmg di poter
seguire l'esempio dei Magi e di "ripartire per le loro città e nazioni di
origine con il vivo proposito di testimoniare la novità e la gioia del
Vangelo"

-
>
> Ecco il testo  Giorgio Vilella, segretario dell'Uaar mandato a giornali ed agenzie di
> stampa:
>
> "L'intervento del papa, un sincero intervento di un tedesco all'antica,
> sgombra il campo da alcuni equivoci: il crocifisso non è un simbolo di
> laicità, non è un simbolo universale di pace, non è un simbolo della
> cultura e della tradizione italiana, ma è un simbolo di Dio, per la
> precisione del Dio cattolico. E per questo motivo lo vuole in tutti i
> luoghi pubblici. Peccato che un "simbolo di Dio" affisso in un edificio
> pubblico contrasti con la laicità dello Stato".
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L'Unità 11 Agosto 2005
 

Uccidere in nome di Dio
 

Josè Saramago
 

Sono assolutamente certo che questo mio articolo opererà il prodigio di mettere d’accordo, almeno per una volta, i due fratelli nemici irriducibili che rispondono al nome di Islam e Cristianesimo, in particolar modo per la dimensione di universalità a cui il primo aspira e nella quale il secondo, illusoriamente, continua a immaginarsi. Nella più benevola delle reazioni possibili, i benpensanti si lamenteranno che si tratta di una provocazione inammissibile, di un’offesa imperdonabile al sentimento religioso dei credenti di ambo le fedi; nella reazione peggiore (volendo supporre che non ve ne siano di più negative), mi accuseranno di empietà.
Non solo. Anche di sacrilegio, blasfemia, profanazione, irriverenza e chissà quali altri delitti di identico calibro saranno capaci di inventarsi, e perciò stesso, forse, meritevole di una punizione che possa servirmi come castigo per il resto della mia vita. Se io appartenessi alla comunità dei fedeli, il cattolicesimo vaticano dovrebbe abbandonare per un momento le solenni rappresentazioni stile Cecil B. de Mille nelle quali oggi si compiace, per assumersi lo sgradito compito di scomunicarmi, quantunque, adempiuta tale incombenza burocratica, non gliene resterebbe nulla in mano. Al cattolicesimo scarseggiano ormai le forze per imprese più temerarie, sempre che i fiumi di lacrime versati per le sue vittime abbiano, speriamo per sempre, fatto marcire le cataste di legna della Santa Inquisizione. Quanto all'islamismo, nella sua moderna versione fondamentalista e violenta (violenta e fondamentalista come fu il cristianesimo ai tempi del suo apogeo imperiale), il suo mandato per eccellenza, ogni giorno insensatamente proclamato, è «morte agli infedeli»: in altri termini, mi si passi la traduzione, se non credi ad Allah non sei altro che un immondo scarafaggio che, per quanto anch'esso creatura nata dal Fiat divino, qualsiasi musulmano incline a metodi sbrigativi avrà il sacrosanto diritto e dovere di schiacciare sotto le suole delle babbucce con le quali farà il suo ingresso in quel paradiso di Maometto dove verrà accolto dal voluttuoso seno delle vergini. Mi sia consentito, pertanto, riaffermare che Dio, essendo sempre stato un problema, è ora il problema.
Come qualunque persona alla quale non sia indifferente la situazione del mondo in cui vive, mi capita di leggere a proposito delle cause di natura politica, economica, sociale, psicologica, strategica e finanche morale dalle quali si presume traggano linfa i bellicosi movimenti islamisti che stanno seminando disorientamento, angoscia e terror panico nel cosiddetto mondo occidentale (sebbene non solo in questo). È bastato un certo numero di ordigni di potenza relativamente limitata (ricordiamoci che sono quasi sempre stati trasportati sul luogo degli attentati per mezzo di semplici zainetti) per scuotere e produrre crepe nelle fondamenta della nostra civiltà così illuminata e per far vacillare le precarie strutture di sicurezza collettiva innalzate e mantenute con tanta fatica e dispendio di energie. I nostri piedi, che credevamo appoggiati sul più resistente degli acciai, si sono rivelati d'argilla.
È uno scontro di civiltà, dicono. Sarà, ma a me così non sembra. Gli oltre sette miliardi di abitanti di questo pianeta, senza eccezione alcuna, vivono in quella che più correttamente andrebbe definita civiltà del petrolio, e questo a tal punto che non possono considerarsene al di fuori neppure coloro che sono privi del prezioso oro nero. Questa civiltà del petrolio crea e soddisfa (in maniera diseguale, come sappiamo) molteplici necessità che riuniscono attorno al medesimo pozzo arabi e non arabi, cristiani e musulmani, senza trascurare coloro che, non essendo né l'una né l'altra cosa, hanno, ovunque si trovino, un'automobile da guidare, una scavatrice da mettere in marcia, un accendino da accendere. Questo, evidentemente, non significa che all'interno di questa comune civiltà del petrolio non siano riconoscibili gli elementi distintivi (più che semplici elementi, in certi casi) di civiltà e culture antiche che oggi si trovano investite da un processo tecnologico di occidentalizzazione a tappe forzate, che solo con gran difficoltà è riuscito a penetrare nella sfera più intima delle abitudini personali e collettive. Come si usa dire, l'abito non fa il monaco...
Un'alleanza tra civiltà, la proposta opportunamente avanzata dal capo del governo spagnolo e che di recente è stata ripresa dal segretario generale delle Nazioni unite, potrà rappresentare, nel caso si concretizzi, un passo importante in quel cammino verso l'attenuazione delle tensioni internazionali dal quale sembriamo sempre più lontani, per quanto sarebbe insufficiente sotto ogni punto di vista se non includesse, come elemento fondamentale, un dialogo tra le religioni, giacché in tal caso rimarrebbe esclusa qualsiasi remota possibilità di un'alleanza... Non sussistendo motivi per temere che cinesi, giapponesi e indiani, ad esempio, stiano preparando piani di conquista del mondo attraverso la diffusione delle loro diverse fedi (confucianesimo, buddismo, taoismo, scintoismo, induismo) per via pacifica o violenta, va da sé che quando si parla di alleanza tra civiltà ci si riferisce in particolare a cristiani e musulmani, questi fratelli nemici che nel lungo corso della storia sono andati alternandosi, ora l'uno ora l'altro, nei tragici e, per quanto si è visto, immutabili ruoli di carnefice e vittima.
Pertanto, lo si voglia o no, Dio va visto come problema, come ostacolo sul cammino, come pretesto per l'odio, come fattore di divisione. Ma nessuno ha il coraggio di affrontare questa plateale evidenza in nessuna delle tante analisi sulla questione, che siano di carattere politico, economico, sociologico, psicologico o utilitaristicamente strategico. È come se una sorta di timore reverenziale o di rassegnazione al "politicamente corretto e stabilito" impedisse all'analista di turno di capire qualcosa che è presente nelle maglie della rete e che la trasforma in una trama labirintica da cui non abbiamo modo di uscire, vale a dire Dio. Se dicessi a un cristiano o a un musulmano che nell'universo ci sono oltre 400 miliardi di galassie e che ciascuna di esse contiene oltre 400 miliardi di stelle, e che Dio, sia esso Allah o chiunque altro, non può avere fatto tutto questo, meglio ancora, che non aveva nessun motivo per farlo, mi risponderebbero indignati che a Dio e Allah nulla è impossibile. Eccetto, a quanto si è visto - aggiungerei io -, portare la pace tra islam e cristianesimo e, di passaggio, rappacificare la più disgraziata tra le specie animali, nata, a quanto si dice, dalla sua volontà (e a sua somiglianza): la specie umana, giustappunto.
Non vi è amore né giustizia, nell'universo fisico. E neppure crudeltà. Nessun potere sovrintende ai 400 miliardi di galassie e ai 400 miliardi di stelle che esistono in ciascuna galassia. Nessuno fa nascere il sole ogni giorno e la luna ogni notte, neanche quando non è visibile lassù nel cielo. Messi su questa terra senza sapere né grazie a chi né il perché, siamo stati costretti a inventare tutto. Abbiamo inventato anche Dio, ma Dio non è uscito dalle nostre teste, vi è rimasto dentro, come sorgente di vita alcune volte, come strumento di morte quasi sempre. Possiamo dire «questo è l'aratro che noi abbiamo inventato», ma non possiamo dire «questo è il Dio che inventò l'uomo che ha inventato l'aratro». Non possiamo sradicare questo Dio dalle nostre teste, neppure gli atei possono farlo. Ma perlomeno discutiamone. Serve a ben poco affermare che uccidere in nome di Dio significa fare di Dio un assassino. Agli occhi di coloro che uccidono in suo nome, Dio non è solo il giudice che assolve, è il Padre onnipotente che prima ammassò nelle loro teste la legna dell'autodafè e ora prepara e colloca la bomba. Discutiamo di questa invenzione, risolviamo questo problema, riconosciamo quantomeno che esiste. Prima di diventare tutti pazzi. A meno che - chi può dirlo? - non sia proprio questa la maniera per non continuare ad ammazzarci gli uni con gli altri.

 

Satira preventiva di Michele Serra


S'avanza la Populorum regressio

Papa Ratzinger in Valle d'Aosta prepara la prima enciclica. Teologi e allibratori cercano di indovinare l'argomento trattato


 C'è molta attesa per la prima enciclica di papa Ratzinger, in preparazione in questi giorni di vacanza in Valle d'Aosta. La stesura è stata fin qui rimandata per problemi tecnici: non si riusciva a trovare un computer con i caratteri gotici. Con un gesto molto apprezzato in Vaticano, il Museo Nazionale del Fumetto ha fatto dono al pontefice della speciale tastiera usata da Bonvi per il lettering di Sturmtruppen, sbloccando la situazione. Teologi e allibratori, in stretto contatto tra loro, cercano di indovinare l'argomento trattato. Questi i temi più probabili.

Contro Darwin Una dura confutazione dell'evoluzionismo, però utilizzando categorie molto innovative: secondo Ratzinger, è la scimmia che discende dall'uomo, del quale rappresenta il ramo degenere. Alcuni cavernicoli panteisti, che adoravano cose assurde come le angurie e gli spiedini di cinghiale anziché il Dio Unico Korkababuk, per punizione divina furono trasformati in gorilla. Di lì la teoria ratzingeriana del de-evoluzionismo, che è il contrario esatto del darwinismo: all'alba dei tempi, l'uomo uscì già a immagine di Dio, in giacca e cravatta e con la valigetta ventiquattrore, ma poi iniziò a regredire e presto, se non tornerà sulla retta via, si trasformerà in protozoo o addirittura in cane pechinese da compagnia, notoriamente l'anello più basso e detestabile della catena della vita.

Contro il rock È nota l'idiosincrasia di questo Papa per la musica rock, non per caso smascherata da alcuni demonologhi come veicolo di messaggi satanici. In un rapporto riservato consegnato a Ratzinger nei mesi scorsi, si sostiene che ascoltando al contrario il 45 giri di 'Be bop a Loola' si ode distintamente la frase "se non ti levi immediatamente il reggipetto, stasera guardo le finali del baseball in tv". In opposizione a questa moda degenere, il Papa pensa di organizzare un grande Live-Aid alternativo: 12 ore di canti gregoriani e di cantautori di 'Radio Maria' in play-back, con raccolta di fondi per annullare il debito dello Ior.

Contro Galileo Anche volendo ammettere che la Terra giri attorno al Sole, si tratta di decidere se questa evidente stortura vada accettata o rifiutata. Poiché le Scritture non ne fanno cenno, va rifiutata, e bisogna vivere "ut Sol gireatur circum Terram", come se il Sole girasse attorno alla Terra, secondo la definizione di Marcello Pera. Nel nuovo catechismo verrà introdotto un apposito capitolo sulle conseguenze dottrinarie che il geocentrismo avrà nell'uso delle creme abbronzanti.

Contro il relativismo etico La nuova enciclica si chiamerà 'Giovedì gnocchi, venerdì pesce', e si propone di ristabilire l'ordine della tradizione al disordine del relativismo, a cominciare dal ripristino del digiuno, del cappello da prete e delle sberle in canonica durante i corsi per cresimandi. Nuova impostazione anche per il dialogo interreligioso, al quale Ratzinger tiene moltissimo: gli esponenti delle altre religioni potranno presentare domanda di conversione all'apposito sportello, presentandosi ginocchioni sui ceci. Necessario che si adeguino alle indicazioni di Pera, che si raccomanda di "esistere come se Dio vivesse".

Sacerdozio femminile La nuova enciclica 'Chi dice donna dice danno' contiene importanti aperture alle donne. Il ruolo di perpetua verrà finalmente istituzionalizzato con una investitura religiosa in piena regola, nella quale il parroco consegnerà alle novizie una ramazza consacrata e un tegame benedetto. Le donne che considerino ancora ancillare e subalterno il loro ruolo nella Chiesa latina, e lo ritengano il frutto di una società patriarcale e maschilista, potranno consolarsi, come spiega bene Pera, "vivendo come se la Svezia non esistesse".

Contro il marxismo Non si sa ancora se si chiamerà 'Populorum regressio' o 'De rerum vecchiarum', ma certo conterrà la denuncia delle false teorie progressiste e la raccomandazione di tornare alla società tradizionale armoniosamente divisa in classi sociali bene ordinate, riflesso diretto dell'ordine celeste e della distribuzione delle cabine sulle navi da crociera. Bisogna vivere, secondo l'accezione di Pera, "come se il conto in banca esistesse".

Da Espresso Opinioni  numero 28 del 2005                                                           

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Pietro Ancona domenica 10 luglio 2005 12.16 A: ccuaar@yahoogroups.com                                                        abolizione obiezione di coscienza

 Considerata la pressione crescente della Chiesa sulle categorie professionali dei medici e dei farmacisti per quanto riguarda aborto e contraccettivi, considerato che esiste   una enorme quantità di ospedali in cui i ginecologi rifiutano le loro prestazioni per motivi religiosi creando gravissimo disagio sociale, non sarebbe opportuno studiare un d.d.l. per l'abolizione dell'obiezione di coscienza nelle pubbliche strutture e per le farmacie mantenendolo nella privata attività professionale dei medici?

Gli inviti della Chiesa alla disobbedienza delle leggi non "illuminate" dall'etica cattolica diventerà sempre più forte nei prossimi giorni.

 Anzicchè aspettare fermi l'offensiva clericale perchè non proponiamo ai deputati laici un contropiede?

 Pietro

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L'Unità 06.07.2005
L'infibulazione diventa reato, fino a 12 anni per chi la pratica
di red

 La pratica dell'infibulazione diventerà reato e sarà introdotto nel Codice penale italiano. I genitori delle giovani donne, in genere africane, che le costringeranno a sottoporsi alla mutilazione genitale e i medici che la praticheranno rischiano dai 4 ai 12 anni di reclusione. Il disegno di legge è stato licenziato al Senato, dopo essere passato alla Camera lo scorso maggio. Ora dovrà affrontare un nuovo passaggio parlamentare prima della sua entrata in vigore: a Palazzo Madama sono state introdotte alcune modifiche che dovranno essere rivoltate dall'Assemblea di Montecitorio. La votazione è stata plebiscitaria ma si sono astenuti i senatori di Rifondazione Comunista e, a titolo personale, la parlamentare della Margherita Cinzia Dato. Maggioranza e opposizione, quindi, si sono ritrovate unite nel votare una legge che inserisce la mutilazione degli organi genitali femminili nel Codice penale italiano. Respinta invece la mozione dell'opposizione di centrosinistra che proponeva di concedere il diritto d'asilo alle donne che rifiutano di sottoporsi a questa pratica rituale e che quindi devono sottrarsi alla pressione della comunità di connazionali e della famiglia

Il disegno di legge prevede una pena massima di 12 anni, aumentata di un terzo se questa pratica viene compiuta su una minore e in tutti i casi in cui viene eseguita per fini di lucro. I medici che la praticheranno oltre al carcere rischiano anche la cancellazione dall'ordine per un massimo di 10 anni. La legge italiana potrà perseguire i colpevoli anche nel caso in cui l'infibulazione viene eseguita in un paese straniero. Lo stato italiano si impegna ad avviare una serie di campagne di informazione rivolte ai cittadini stranieri che vivono nel nostro paese nel tentativo di sensibilizzare le comunità africane dove l'infibulazione è ancora una pratica radicata. Si faranno anche degli interventi nei paesi d'origine attraverso i consolati italiani: chi vuole raggiungere l’Italia, al momento della concessione del visto, sarà informato della nuova legge in vigore. Allo stesso modo agiranno gli operatori della cooperazione allo sviluppo, con un programma di informazione da svolgere direttamente nei villaggi coinvolti.

Dal 2000 l’Italia è diventata il primo paese europeo per numero di donne infibulate: se ne contavano dalle 20 alle 30mila, oggi sono diventate 45mila, mentre circa 4mila sono le bambine che rischiano di esservi sottoposte.

Sulla questione il dibattito è comunque aperto: molti sostengono che la pratica sia da combattere, in Italia come in Africa. Altri invece riconoscono nell’infibulazione una sorta di ritualità che è sbagliato vietare per legge. «Non dobbiamo avere paura - ha detto il diessino Elvio Fassone - di imporre valori occidentali. Il diritto all'integrità fisica è un diritto universale». D’accordo nella sostanza ma partendo da presupposti agli antipodi il leghista Francesco Tirelli, che ha definito la legge «un primo passo nella lotta contro pratiche che sono agli antipodi della nostra civiltà». Una voce fuori dal coro quella della senatrice della Margherita Cinzia Dato: «Prima di approvare una legge così repressiva - ha detto - dovremmo mettere fuori legge il ricorso alle pratiche di chirurgia estetica per le minorenni. Anche in questo caso si tratta di imposizioni violente provenienti da vincoli culturali. Dovremmo fare un esame di coscienza su aspetti non edificanti della nostra cultura».

http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=43504

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Vecchia e mai soppressa voglia di Sant'Uffizio     

da "la Repubblica.it" (3 giugno 2005)
Un settimanale conservatore Usa compila la lista dei libri "da bruciare"
Tra gli scritti dannosi per l'umanità anche i "Quaderni dal carcere"
Nietzsche, Keynes e Gramsci
I libri all'indice della destra Usa

di VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - Non accade spesso, anzi, quasi mai, di trovare seduti l'uno accanto all'altro in un pantheon dell'infamia e della nocività, personaggi come Adolf Hitler e la protofemminista Betty Friedan, filosofi come il padre del positivismo Auguste Comte e sessuologi come Alfred Kinsley, leader politici come Mao Zedong e avvocati dei consumatori come Ralph Nader. Ma nell'universo ringhioso e revanscista del conservatorismo americano, questi personaggi hanno qualcosa di fondamentale in comune: hanno scritto, tra il XIX e il XX secolo, secondo una rivista importante della destra americana, "i dieci libri più dannosi della storia umana", i saggi, i pensieri, i pamphlet che hanno rovinato il mondo.

Di classifiche, "hit parades", "top ten", l'America è produttrice ingorda e instancabile, nel bisogno nazionale di classificare e semplificare la storia in album di figurine, buoni e cattivi, per capirli meglio. E non sono stati gli americani, paleo, post, neo conservatori, progressisti o moderati che siano, a inventare l'idea dei libri da mettere all'indice e quindi, idealmente, da bruciare. Ma questa summa di scritti "dannosi" per l'umanità prodotta consultando accademici, autori, polemisti, uomini e donne di cultura per uno degli organi dei "con", della destra americana classica, il settimanale Human Events fondato 61 anni or sono, è la traduzione in termini moderni della vecchia e mai soppressa voglia di Sant'Uffizio. E' la prevedibile ma interessante fotografia in negativo di tutto ciò che terrorizza i conservatori.

E' scontato dunque che l'oscar assoluto degli scritti nocivi sia stato assegnato dalla giuria di Human Events a quel Manifesto comunista di Karl Marx e Friederich Engles, dal quale, avverte con un brivido la motivazione, sgorgò l'"Impero del Male", l'Unione Sovietica. Per apprezzabile correttezza politica e per coprirsi le spalle, al secondo posto viene piazzato, però con meno voti, Mein Kampf di Adolf Hitler, la cui dannosità si manifestò "nella Seconda Guerra Mondiale e nell'Olocausto".

Così, assolto il dovere della "par condicio", i commissari della correttezza politica di destra possono poi abbandonarsi alle loro più sentite idiosincrasie, visto che nei restanti 8 premiati e nei 20 altri libri che hanno ottenuto una "nomination" di pericolosità, non troveremo più un solo scritto che possa essere caratterizzato come reazionario, razzista, retrivo o conservatore. Nulla di quanto prodotto dall'antropologia, dalla politologia, dalla filosofia di destra negli ultimi due secoli, Mein Kampf a parte, ha evidentemente fatto danni.

Il Male è tutto nel pensiero di sinistra, qualunque cosa ciò significhi. Il terzo libro più dannoso della storia è infatti Il libretto rosso di Mao, ma alle sue spalle i censori del Sant'Uffizio americano sbandano, pescando anche oltre gli scaffali più ovvi delle loro fissazioni. Quarto è infatti il Rapporto Kinsey che i cardinali laici della destra accusano di avere scatenato il permissivismo sessuale fra le nuove generazioni.

Quinto è il ponderoso lavoro di John Dewey, massimo filosofo del "pragmatismo", colpevole di avere teorizzato il libero pensiero piuttosto che l'insegnamento nozionistico, un'eresia che ha condotto diritta al demonio incarnato, a quella che la commissione definisce con un brivido la "Clinton Generation". Al sesto posto riaffiora la politica, di nuovo con il Marx de Il Capitale ma al settimo arriva prepotente Betty Friedan, con la sua Mistica della femminilità, che tanti grilli ha messo nella testolina della remissive casalinghe, amante addirittura, la Friedan, di un fisico nucleare con simpatie comuniste.
Ecco la prova del grande complotto marx-sessual-eco-femminista. Nel pantheon degli orrori che hanno rovinato l'umanità, danzano insieme sinistra politica e femminismo, ricerca scientifica e filosofie troppo pragmatiche (Galileo capirebbe) o materialiste, che valgono un buon settimo posto ad Auguste Comte, padre del positivismo pur essendo il figlio degenere (nota la motivazione) di una rispettabile famiglia di cattolici francesi monarchici. Né poteva mancare alle sue spalle Frederich Nietzsche, colui che osò proclamare la "morte di Dio" e morì pazzo. E' nono in classifica con il suo Al di là del bene e del male. Ma anche nel mondo apparentemente asettico e meno accaldato della dottrina economica gli inquisitori della destra americana trovano un libro micidiale, quella Teoria Generale dell'Occupazione, Interessi e Danaro di John Maynard Keynes che fu l'embrione dal quale nacque l'esecrata idea dell'intervento della mano pubblica nel mercato.

Ancora più bizzarro è il catalogo delle "nomination" degli altri venti libri pericolosi, ma non abbastanza per meritare un posto nei "top ten". Ci troviamo il Darwin evoluzionista, che i fondamentalisti cristiani vorrebbero esorcizzare per tornare all'interpretazione letterale della Creazione, con fango e alito divino. Ci sono l'antropologa Margaret Mead, che si macchiò di "multiculturalismo" relativista, studiando con simpatia gli indigeni delle isole Samoa; il tremendo Aurelio Peccei con il suo Limiti della crescita che scosse il dogma dello sviluppo, l'insidioso Ralph Nader che svelò gli altarini dell'industria automobilistica, il filosofo Theodore Adorno, un altro pericoloso "sinistro" e per di più tedesco. Non c'è stranamente Marcuse, ma non poteva mancare Freud, terrorista dell'inconscio agli occhi dei cardinali della destra americana, né Rachel Carson, che con il suo Primavera silenziosa sparse dubbi eretici sull'agricoltura dei pesticidi e del Ddt.

Torna il femminismo, perenne spauracchio, col Secondo sesso di Simone de Beauvoir e anche l'Italia ha l'onore di una "nomination" per dannosità storica con i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, quel pericoloso cervello al quale opportunamente un uomo non nocivo come Mussolini finalmente impedì di pensare.

Chi volesse consultare il catalogo della grande "revanche" culturale in atto da parte delle destra americana paleo, post o neo conservatrice, può farlo via Internet, e fortunatamente gratis, sul sito della rivista che raccoglie il meglio della intelligentsya americana di destra, www.humaneventsonline.com. Naturalmente a proprio rischio e pericolo, esponendosi al danno che autori come Keynes, Darwin o John Stuart Mill (c'è anche lui) possono provocare.


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            2)

                                                                                                          Repubblica 2.5.2005 IL COMMENTO
E dopo la provetta
toccherà all'aborto

di EUGENIO SCALFARI

SUA Santità Benedetto XVI, nel primo incontro con la Conferenza episcopale italiana dell'altro ieri, è intervenuto sul referendum della procreazione assistita. È intervenuto, come si direbbe in gergo calcistico, a gamba tesa, quando l'arbitro fischia il fallo per gioco pericoloso. Qui da noi l'arbitro non esiste da tempo, anzi non è mai esistito da quando l'Italia si dette una Costituzione repubblicana e costituzionalizzò (all'articolo 7) i Patti lateranensi e il Concordato tra lo Stato e la Chiesa.

Il
Concordato, stipulato nel 1929 da Mussolini e da Pio XI, immesso nella nostra Costituzione del 1947 e aggiornato (in peggio) nel 1984, era considerato fino a qualche tempo fa un testo normativo finalizzato principalmente a garantire la Chiesa da possibili inframmettenze dello Stato.


Non a caso, negli anni seguiti alla presa di Roma e alla fine del potere temporale del Papa, lo Stato italiano aveva unilateralmente emanato la cosiddetta legge delle Guarantigie, che mitigava il regime rigidamente separatista e cavouriano della libera Chiesa in libero Stato.

La Santa Sede aveva incassato i benefici di quella legge senza tuttavia dismettere la sua profonda ostilità nei confronti del regio inquilino del Quirinale e dei suoi governi massonico-liberali. I portoni dell'aristocrazia papalina erano rimasti sprangati, il non expedit era ancora operante impedendo ai cattolici ogni partecipazione alla vita politica del paese.

Passarono gli anni e i decenni. Cadde l'impedimento politico, nacque - subito dopo la guerra del 1915 - il Partito popolare di Sturzo. Poi, con l'avvento del fascismo, maturò il clima concordatario che la Santa Sede aveva preparato pagando il prezzo dello scioglimento del Partito popolare e dell'esilio di Sturzo. Con la nascita della Repubblica e dei governi democristiani il Concordato diventò un labile confine, in tutto simile alle parole scritte sulla sabbia; per il pochissimo che esse potevano ancora valere non servirono più a garantire l'autonomia della Chiesa dallo Stato ma, semmai, qualche brandello di autonomia dello Stato rispetto al potere dilagante della Chiesa.

L'Italia fu in quegli anni la sede temporale del potere ecclesiastico, penetrato per delega nei governi, negli enti pubblici, nelle leggi, nella Costituzione materiale.

Senza che ci fosse neppur bisogno d'una indicazione esplicita d'oltre Tevere.

Se di tanto in tanto ci fu qualche marginale resistenza in nome dell'autonomia dei cattolici politicamente impegnati, essa venne da alcuni di loro, De Gasperi e Moro; ma fu una resistenza marginale, dovuta a persone di eccezionale carattere e pagata a caro prezzo. Non tale comunque da modificare lo status sostanziale di uno Stato che era, anche nell'animo dei suoi governanti, una provincia vaticana.

Per mantenere indenne quella provincia e il potere temporale che ne derivava alla Chiesa, il Sacro soglio e le sue propaggini diocesane non misero mai sotto la ferula della morale cristiana (anzi cattolica) le malversazioni e la pubblica corruttela che avveniva sotto gli occhi di tutti fino ad esser diventata sistema di governo e di sottogoverno. Il settimo comandamento mosaico (non rubare) fu come cassato dalla tavola dei cosiddetti valori, ridotto a mera scelta opzionale da parte sia dei privati che dei rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Non è mistero per nessuno ed anzi è ormai storicamente accertato che l'episcopato italiano fu cieco e sordo di fronte al sistema della pubblica corruttela del quale era perfettamente consapevole e spesso direttamente beneficiario come accadde, tanto per ricordare un macroscopico esempio, in occasione del vero e proprio "sacco di Roma" che durò dagli anni Cinquanta a tutti i Settanta, nel corso dei quali appalti, piani regolatori, aree verdi o di destinazione estensiva, furono manipolati per favorire ordini religiosi, grandi famiglie papaline, dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinare, dentro una rete di compiacenze di marca vaticana che spolparono la città come si spolpano le ossa d'un pollo.

Capisco che si tratta di questioni diverse, unificate però da un relativismo di valori da far invidia al più relativista dei laici e da un esplodere di "tutte le voglie dell'io" di fronte alle quali bisognerebbe almeno arrestarsi a riflettere sul gioco a palla tra i concetti del Bene e del Male.
* * *
Dicevo che Benedetto XVI è entrato a gamba tesa nella questione della procreazione medicalmente assistita. Più ancora di quanto non avesse già fatto il suo predecessore il quale più e più volte aveva parlato della necessità di preservare la vita, dell'embrione come persone, dell'aborto come infanticidio, auspicando buone leggi che incorporassero questi valori; ma non era mai entrato nella loro casistica attuativa lasciando questa bisogna alle autonome scelte dei cattolici politicamente impegnati.

Lo stesso cardinal Ruini, presidente dell'episcopato italiano, le parole "referendum" e "astensione" non le aveva mai pronunciate. Allusioni, sì, e sempre più chiare col passar delle settimane, restando però sul generico e sull'implicito. L'esplicito l'aveva lasciato ai vari comitati per la vita (quasi che i fautori del "sì" fossero portatori di morte come i cavalieri dell'Apocalisse) e al giornale della Cei, al laicato cattolico più integralista e alla nuova categoria dei "laici devoti": i più vocianti e più fondamentalisti in questa come in altre consimili occasioni.

Interrogato poco prima della sua ascesa al pontificato il cardinale Ratzinger, custode della fede, a proposito dei "laici devoti" aveva preso le distanze; così pure le aveva prese da quei "cristiani rinati" di ceppo vetero-presbiteriano che negli Stati Uniti sono stati e sono il nerbo delle truppe scelte sostenitrici della presidenza Bush.

Proprio sulla base di queste caute prese di posizione molti esegeti vaticanisti avevano preconizzato un Papa diverso sia dal cardinale che era stato fino alla vigilia sia del suo predecessore. Né era stato sottovalutato l'apporto arrivato in conclave fin dalla seconda votazione da parte dei cosiddetti "martiniani", al quale Benedetto XVI ha infatti già promesso maggiore collegialità e più frequenti ricorsi ai sinodi e al Sinodo.
Forse si è perso di vista il fatto che, una volta caduta in conclave l'ipotesi di un Papa extraeuropeo, tra i papabili in campo era rimasto, oltre che Ratzinger, lo stesso Ruini, con non poche chance di vittoria per l'ampiezza delle amicizie con episcopati e cardinali poveri quanto remoti verso i quali la Cei era stata generosamente vicina valendosi dei cospicui fondi dell'8 per mille.

Sta di fatto che Ruini non affrontò la lotta col suo collega Ratzinger. Ma ora gioca le sue carte come leader ecclesiale della "provincia" italiana. E infatti le sta giocando. I vescovi sono passati, in tema referendario, dall'implicito all'esplicito; Ruini ha compiuto lo stesso salto di qualità. Infine il Papa ha varcato anche lui il Rubicone concordatario dicendo ai vescovi: "Prego per voi e vi ringrazio per quanto state facendo per illuminare le coscienze con riferimento alla prossima consultazione referendaria".

Volete dunque un Papa muto? domandano perentoriamente i giornali neocon.

No, rispondiamo. Vorremmo un Papa che preghi, predichi il messaggio evangelico e lo diffonda con tutti i mezzi e la morale che ne deriva ma lasci agli uomini e alle donne, religiosi o non religiosi, il diritto di decidere in autonomia il loro personale "che fare".
Si obietta: la Chiesa suggerisce ma non impone. Certo.
In un tempo nemmeno lontanissimo la Chiesa suggeriva e anche imponeva. Poi Wojtyla ha chiesto pubblicamente perdono per quel passato. In tempo non lontanissimo la Chiesa assumeva come verità di dottrina argomenti che poi si svelarono insostenibili. Galileo lo visse sulla propria pelle. Giordano Bruno e Campanella la pelle ce la lasciarono. Poi Wojtyla ha chiesto perdono, almeno per Galileo.

C'è dunque molto relativismo nelle verità dottrinali predicate dalla Chiesa e ciò che sembrò vero ieri e l'altro ieri viene considerato oggi colpevolmente sbagliato. Esiste dunque la possibilità che su fratello embrione la Chiesa cambi opinione tra cinquanta o cent'anni. Ma chi ripagherà coloro che oggi, costretti dall'obbedienza cattolica, anteporranno il suo magistero al proprio libero convincimento? E soprattutto chi ripagherà coloro che, a causa di quelle scelte, vedranno calpestati diritti inviolabili? I massacrati della notte di San Bartolomeo, le streghe bruciati dagli Inquisitori del Sant'Uffizio e tutte le altre migliaia e migliaia di vittime d'una fede armata e persecutoria, sono morti da un pezzo. La richiesta di perdono formulata dopo anni e secoli non può avere risposta perché le vittime ormai sono cenere. Chi le indennizzerà e chi indennizzerà le possibili vittime del futuro?
* * *
È fin troppo ovvio che il prossimo obiettivo dell'episcopato italiano e delle forze politiche arruolate al suo fianco sarà la legge sull'aborto. Sulla base di essa infatti le donne possono decidere e ottenere l'aborto terapeutico non appena si accorgano che il feto che portano nel ventre è affetto da grave malattia o difetto genetico.

Per quanto riguarda la procreazione assistita, di quell'eventuale difetto ci si potrebbe accorgere attraverso l'esame preventivo dell'embrione, che però è vietato dalla legge 40. Il referendum chiede che quello sciagurato articolo sia abolito. Ma se non lo sarà per mancanza di validità del referendum, si dovrà abolire anche l'aborto terapeutico per l'evidente contraddizione tra i due testi.

Se il fratello embrione merita rispetto, non si capirebbe infatti perché il feto, suo fratello maggiore, possa esser trattato come immondizia.

Partirà dunque la campagna contro l'aborto, siatene certi.

Con virulenza pari o maggiore di quella attualmente in corso. E poi partirà anche quella contro il divorzio.
Adesso smentiscono queste intenzioni. Per ovvie ragioni.

Concentrano la pressione su fratello embrione.
Debbo dire: Marco Pannella, che in molte questioni sostiene tesi da me non condivise, ha dimostrato una stoffa di grande attore nel recente dibattito con Giuliano Ferrara.

Gli ha detto: "Se l'embrione è nostro fratello, avrà pure un padre. Il padre dell'embrione è senza ombra di dubbio lo spermatozoo. Chi si masturba fa strage dei padri dell'embrione. Non si deve dunque vietare e dichiarare punibile chi uccide per suo piacere i padri dell'embrione?".

Si tratta di una battuta, ma serve per capire dove si può arrivare quando i concetti vengono usati come clave.
* * *
La posizione di quanti sostengono il "sì" nel referendum è molto chiara. Si riassume così: l'embrione è un progetto di persona e non una persona; ha diritto a un suo status; la legge deve servire a delineare quello status e i diritti che ne conseguono. Se quei diritti entrano in conflitto con i diritti di persone già esistenti, cedono il passo a questi, specie se si tratta dei diritti della donna che col suo corpo consente all'embrione da lei prodotto insieme all'uomo che le è compagno, di vivere e di svilupparsi.
Quanto al partito della vita e a quello della morte, questa divisione di campo tra black and white è vergognosamente falsa. Chi vota "sì" al referendum vota per accrescere il numero dei nascituri sani e liberamente voluti e anche per consentire più ampia e fruttifera ricerca in favore dei malati di oggi e di domani.

Se questo è un partito di morte lo giudichino i lettori e tutte le persone di retto sentire, non disposte a portare i cervelli all'ammasso.       inizio pagina
 


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Intervista a: Margherita Hack                                                      

L’Unità 31.05.2005
Vogliono imporre la morale cattolica a tutti

Con la passione di sempre, Margherita Hack affronta la questione referendum. E si indigna: «È una vergogna che la Chiesa interferisca così nelle questioni dello Stato. Mi sembra che sia anche una violazione del Concordato. Paradossalmente, c'erano meno interferenze quando in Italia dominava la Dc». Ma l'indignazione della scienziata non finisce qui: «Ancora più vergognoso del discorso del Papa è il fatto che il presidente del Senato inviti all'astensione: è gravissimo che la seconda carica dello Stato chieda ai cittadini di non servirsi dei diritti di cui dispongono».
Cosa voterà il 12 giugno?
Voterò 4 sì perché penso che questa sia una legge retrograda, medievale, antiscientifica e liberticida. E una legge antiscientifica perché impedisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali che sono le più duttili e quindi quelle su cui puntare per cercare una possibile cura per malattie gravi come il Parkinson e l'Alzheimer. È liberticida perché impone molti divieti alla libertà di coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che potrebbero usufruire di ciò che la scienza offre loro. Sento discorsi da Inquisizione. Si parla di diavolo, di pericoli insiti nella scienza. Invece è una cosa esaltante vedere come si comincia a capire il mistero della vita. E poi ci sono aspetti della legge davvero retrogradi e assurdi. Il fatto che se la donna non vuole più impiantare gli ovuli fecondati, lo deve fare lo stesso. Come si fa? La si lega? La si imbavaglia? Oppure il divieto della fecondazione eterologa. Sembra quasi che si paragoni la fecondazione eterologa all'adulterio. Quarant'anni fa la donna adultera finiva in galera, come successe alla Dama bianca di Coppi.

L'uomo invece commetteva reato solo in caso di concubinaggio evidente, se lo faceva di nascosto andava tutto bene. Ecco, sento lo stesso clima. Senza contare che, condannando l'eterologa, si arriva all'assurda conseguenza che i genitori dei figli adottivi sono da considerare meno genitori di quelli naturali.
Questa legge è figlia di un clima antiscientifico?
C'è una tendenza a demonizzare quello che fa la scienza. E anche una diminuzione di interesse per i suoi risultati. Un atteggiamento che è frutto anche di una grande ignoranza. Un'ignoranza che viene coltivata, per la verità. Con la riforma della scuola, ad esempio, si riducono le ore dedicate alle materie scientifiche e si va addirittura verso l'abolizione dell'insegnamento della chimica. Un paradosso, perché la chimica ha un posto centrale nella tanto vantata innovazione.
Da cos'altro è nata questa legge?
Da un atteggiamento violento della Chiesa che vuole imporre la morale cattolica a tutti, anche ai non credenti. E da una pratica di arroganza di questo governo che si è rifiutato di discutere gli emendamenti alla legge e non ha ascoltato gli scienziati.
C'è chi dice che siccome il tema del referendum è complicato e non si capisce niente è meglio astenersi.
Le cose che dice la legge sono talmente assurde che sono comprensibili a tutti. Impiantare un embrione malato anche senza la volontà della madre, equiparare i diritti di un embrione a quelli di una persona adulta sono assurdità tali che anche un bambino lo capisce.
Se questa legge passerà così com'è ci saranno conseguenze anche per la legge sull'aborto?
Certamente si crea una contraddizione perché mentre con questa legge si protegge l'embrione, impedendo anche di vedere se è malato per evitare che non venga impiantato, con la legge 194 si permette l'aborto di un feto di 12 settimane. Con l'assurda conseguenza che un feto avrebbe meno anima di un embrione. Io credo che in realtà questo preluda a mettere in discussione la 194 che ha avuto il merito di ridurre il numero di aborti e di morti per aborto.
Si è tornati a parlare di limiti alla scienza. Cosa ne pensa?
Il limite della scienza è che deve agire per il bene degli esseri umani e non per la loro distruzione. Vale anche per gli scienziati il principio generale «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».
Ma porre dei divieti alla ricerca non è possibile. Ma la scienza va avanti malgrado tutto. Giordano Bruno è morto sul rogo e Galilei è stato costretto ad abiurare, ma oggi tutti sono convinti che il sole stia fermo e sia la Terra a girare. Così anche questi assurdi divieti alla scienza medica dovranno essere rimossi. Ma, del resto, negli altri paesi la ricerca sulle staminali embrionali già si fa. Vorrà dire che resta indietro l'Italia.

È eticamente accettabile la creazione di possibili organi di ricambio ottenuti clonando cellule di malati?
Se si può guarire qualcuno, perché non farlo? Altrimenti, dovremmo accettare passivamente tutto ciò che ci viene dalla vita e dovremmo lasciare che il malato soffra la sua pena. Se avessimo ragionato così saremmo ancora all'età della pietra.
Perché bisogna andare a votare?
Perché non possiamo fare come Ponzio Pilato.      
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  6)      MARTEDÌ, 31 MAGGIO 2005

Pagina 1 - Prima Pagina Repubblica

IL RACCONTO

Quando contro l´aborto scese in campo Wojtyla

FILIPPO CECCARELLI

«È DI dominio comune che la Santa Sede ha oggi un potere politico quale da molti secoli non aveva più – scriveva cinquant´anni orsono Arturo Carlo Jemolo nel suo "Chiesa e Stato in Italia"(Einaudi) – Ma l´era delle masse potrebbe riservare evoluzioni ancora più impensate del suo potere». A questa specie di laica profezia viene da pensare a meno di due settimane dal referendum, nel giorno in cui Benedetto XVI fa ufficialmente il suo ingresso nel secolare polemificio che incessantemente accomuna il romano Pontefice alla politica italiana.

Paolo VI fece affondare il governo Rumor, Giovanni Paolo II si lanciò nella campagna del 1981
Gronchi in ginocchio
Dal divorzio all´aborto i papi nell´arena politica
L´irruenza di Wojtyla, la fermezza di Montini

Il presidente Gronchi in ginocchio finché il fotografo papale non scattò la foto
Ai tempi di papa Pacelli, il pontefice non aveva nemmeno bisogno di intervenire
Papa Ratzinger c´è entrato con garbo e perfino con diplomazia, ma c´è entrato. E lo si capisce dal frasario che le immancabili reazioni hanno subito innescato: «ingerenza», «libertà di parola», «crociata» e così via.
Ai tempi del referendum sull´aborto - era la primavera del 1981 - Papa Wojtyla fu assai più deciso e irruento. Per tre volte intervenne pubblicamente sulla questione. La prima volta, il 22 marzo, davanti a 25mila persone a piazza San Pietro, si espose in un modo che più plateale non poteva essere. Dopo aver attaccato duramente l´aborto, menzionò la dichiarazione dei vescovi che anche allora erano scesi nell´agone contro la legge. «Faccio mia - disse, e qui si fermò per due lunghissimi secondi guardando la folla - Faccio mia la loro sollecitudine pastorale per ogni uomo e per la società intera».
Allora i laici si scaldarono, ma non più di tanto. Ma appena quattordici giorni dopo, durante l´Angelus, Giovanni Paolo II ritornò con energia sull´aborto per negare che si trattasse di un problema privato. Riguardava tutta la società, e solo la chiesa se ne faceva carico. I socialisti, stavolta, smisero perfino di litigare con il presidente Spadolini ventilando ripercussioni sul Concordato.
Era
quello un riflesso abituale. Ma Wojtyla, che pochi mesi prima Craxi aveva accusato di guardare alla realtà italiana «con occhiali polacchi», non se ne dette per inteso. Così il 10 maggio, davanti a 70 mila persone, alcune delle quali provenivano da una manifestazione del «Movimento per la vita», pronunciò la sua più vibrante invettiva referendaria. Scandì dunque: «La Chiesa considera ogni legislazione favorevole all´aborto procurato come una gravissima offesa dei diritti primari dell´uomo e del comandamento del "non uccidere"». Quindi definì «una causa santa» quanto la Chiesa andava facendo per assicurare la «santa inviolabilità della vita concepita». E chissà cosa altro avrebbe ancora detto se, tre giorni dopo, Ali Agca non avesse sottratto ai comizi finali come alle estreme perorazioni apostoliche.
Vale forse la pena di riflettere, semmai, sui risultati di quel referendum che, combattuto con la speranza di una rivincita sul divorzio, si rivelò in realtà per la Santa Sede una terribile e raddoppiatissima sconfitta. In pratica si chiudeva in via definitiva il ciclo del cattolicesimo maggioritario.
Quale stagione si fosse aperta è già più difficile da dire: e magari aiuteranno a comprenderlo proprio i risultati dell´imminente referendum. Ma intanto il tema delle ingerenze dei papi, come quello speculare della loro libertà di espressione nella vita della repubblica, continua a cambiare rimanendo più o meno lo stesso, comunque lungo un orizzonte che dal Risorgimento, e forse anche prima, arriva senza cesure di rilievo fino ai nostri giorni.
Più che i diritti, la storia rispetta i rapporti di forza. Per cui, senza andare troppo in là, si può dire ad esempio che ai tempi di Pio XII il pontefice non aveva nemmeno bisogno di interferire, essendo lo Stato laico ridotto ai suoi minimi termini. «Con Cristo o contro Cristo» intimava Papa Pacelli: e fu il tempo appunto della crociata e della scomunica ai marxisti, poi quello dell´operazione Sturzo (che fece piangere De Gasperi) e perfino quello delle proteste vaticane per le gambe nude delle ballerine in tv il sabato sera - ne «L´uomo di fiducia» (Mondadori, 1998) Giorgio Dell´Arti fa raccontare a Ettore Bernabei che si trattò di una trappola: qualcuno fece trovare un televisore nell´appartamento papale.
E comunque. Nel 1955 la sottomissione dei governanti italiani alla Santa Sede ebbe la sua plastica raffigurazione quando il presidente della Repubblica Gronchi, e il ministro degli Esteri Martino, che pure era liberale, si recarono in visita in Vaticano rimanendo ginocchioni - «prostrati al bacio della sacra pantofola» scrisse Vittorio Gorresio - fino a quando non furono soddisfatte tutte le esigenze del fotografo pontificio, commendator Felici.
Si sa: Pio XII era un vero sovrano; Giovanni XXIII invece un autentico pastore. Dal canto suo Paolo VI conosceva meglio di chiunque altro i governanti democristiani, per cui certamente interferì, ma come questi preferivano, secondo logiche oblique e felpate, e sempre con l´aureo suggello della riservatezza. Con il che si può dire, e perfino con pacifica risolutezza, che Papa Montini fermò o meglio fece fermare candidati al Quirinale (Fanfani nel 1964); così come affondò o fece affondare governi (Rumor, nel 1969) per bloccare la legge sul divorzio. E i laici non solo non lo venivano a sapere, ma nemmeno arrivarono a sospettarlo. Tanto era democristiano, il Papa, che nemmeno ritenne di intervenire prima del referendum sul divorzio - su cui peraltro s´impegnò solo Fanfani. Gli altri avevano imparato perfino a difendersi dalle intromissioni curiali: «Non conviene lasciarsi deviare o influenzare, bisogna essere duri è l´unico modo d´agire che capiscono» si legge attribuito a Moro in quella miniera di ricordi illuminanti che sono le memorie dell´ambasciatore presso la Santa Sede Gianfranco Pompei («Un ambasciatore in Vaticano», Il Mulino, 1994). Intanto il cardinal Benelli, discretamente, protestava per la proiezione de «I diavoli» di Ken Russel a Venezia; ma altrattanto riservatamente Emilio Colombo si disperava perché «Il Decamerone» di Pasolini era anche peggio.
Bene. Wojtyla rovesciò i parametri stessi dell´interferenza. Aveva ben altra missione, del resto, e planetaria. Una volta il segretario del Ppi Marini fece baruffa con i vescovi. Glielo andarono a dire: «Ma chi è questo Marini - rispose lui, sovrappensiero - Io conosco Martini, il cardinale di Milano, questo Marini non so chi sia». Troppo complicato. Più semplice, in fondo, anche da laici, soffermarsi oggi sulla visione della cupola di San Pietro, come la vide Arturo Carlo Jemolo «nel fresco cielo di giugno, appena lavato dalla pioggia... Breve momento, piccola storia, nel´eterna storia del rapporto tra umano e divino».   inizio pagina

 

7)    

Pietro Ancona a ccuaar lunedì 30 maggio 2005 13.46

 

Dopo la dura presa di posizione del Papa a sostegno della campagna antivoto referendario del Cardinale Ruini, mi pare giunto il momento di proporre la convocazione di una Costituente Nazionale  di tutti i partiti e di tutte le associazioni laiche per l'abolizione del Concordato, dell'8 per mille e dei finanziamenti pubblici alla Chiesa ed alle strutture cattoliche.

 

 E' giunto il momento di riaprire la questione della laicità dello Stato Italiano. Se non parte una iniziativa di ridimensionamento delle pretese clericali sull'Italia, ci ridurremo presto ad una provincia del Papato.

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(vedi scheda  Benedetto XVI)

Appello per l'aborto

 

Manifesto 6.10.05        Stiamo tornando al Medioevo
MARGHERITA HACK
 

 

Mercoledí 17.08.2005 17:50

Vaticano/ Ratzinger chiede l'immunità a Bush come capo di stato in un processo per pedofilia

 

Liberazione 20.8.2005

Ratzinger Papa mediocre                                                                                                           Riflessioni dopo Colonia                                                                                                                  

 

20.8.05   

Futuro passato

Ida Dominijanni

 

l Manifesto 19.8.2005

Il modello pagano
FILIPPO GENTILONI

 

 

18/08/2005 ANSA

 IL PAPA CHIEDE DI NON TOGLIERE I CROCEFISSI DAI LUOGHI PUBBLICI

 

L'Unità 11 Agosto 2005
Josè Saramago

 

 


S'avanza la Populorum regressio

 

 

Pietro Ancona a ccuaar

Abolizione obiezione di coscienza

 

L'Unità 06.07.2005
L'infibulazione diventa reato, fino a 12 anni per chi la pratica

 

Vecchia e mai soppressa voglia di Sant’Uffizio di

Vittorio Zucconi Repubblica.it" (3 giugno 2005)

 

E dopo la provetta
toccherà all'aborto

di Eugenio Scalfari Repubblica 2.5.2005

 

 

Intervista a: Margherita Hack               L’Unità 31.05.2005                  

Vogliono imporre la morale cattolica a tutti

 

Quando contro l´aborto scese in campo Wojtyla

FILIPPO CECCARELLI

Satira preventiva di Michele Serra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                      

 

 

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La Repubblica 22 maggio 2003

"L'aborto è un pericolo
per la pace nel mondo"

ROMA - "L'aborto è il principio che mette in pericolo la pace del mondo". Giovanni Paolo II torna a far sentire la sua voce contro l'interruzione di gravidanza. Lo fa utilizzando le parole di madre Teresa di Calcutta e stabilendo un nesso indissolubile tra "la pace autentica" e "il rispetto per la vita".


(n.d.r. Che ci azzecca l'aborto con la pace? Forse il Papa si è preoccupato di essersi spinto troppo oltre su  questo fronte? O di essersi in qualche modo impegnato con i "cattivi"  pacifisti di sinistra?)