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vedi Inchiesta_mafia_stato_guerra_ai_magistratii

vedi anche Lirio Abate Indagine esplosiva - Berlusconi e Dell'Utri collusi con la mafia

Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra politica e apparati deviati» «Trattativa? Ci fu qualcosa del genere. 30 giugno 2010

  "Siamo a un passo dalla verità sulla strage di via D'Amelio. E la politica potrebbe non reggerne il peso". 20.7.2010

Pisanu: "La verità sulle stragi non è vicina". Convocato Lari Mercoledí 21.07.2010 15:10

Scarpinato: 100 bocche cucite su Via D'Amelio

testo integrale della relazione della Commissione Antimafia

http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/06/Rel.Stragi-30-giugno-2010.doc

varie strage 2009

"A un passo dalla verità sulle stragi"
I pm sull'attentato di via D'Amelio

I pubblici ministeri di Caltanissetta hanno parlato in commissione Antimafia: si ipotizza il coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato e dei servizi segreti. Il pentito Gaspare Spatuzza starebbe dando un contributo determinante. Ma Pisanu smentisce 

PALERMO - "Siamo a un passo dalla verità sulla strage di via D'Amelio. E la politica potrebbe non reggerne il peso". A 18 anni dall'assassinio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, i magistrati di Caltanissetta Sergio Lari e Nico Gozzo non hanno dubbi. Nonostante i depistaggi, le "amnesie" istituzionali, le false prove e i falsi pentiti, le indagini sono prossime a una svolta. "Il problema - si chiede l'aggiunto Gozzo, ascoltato a lungo, oggi, dalla commissione nazionale Antimafia a Palermo assieme al procuratore Lari - è capire se c'è una politica in grado di raccogliere tutto questo".

Le dichiarazioni dei due pm sono state subito smentite dal presidente dell'Antimafia e senatore, Giuseppe Pisanu. "Dopo aver ribadito che non si può riferire alcunchè dello svolgimento dei lavori della Commissione in seduta segreta - ha detto - nego decisamente che i magistrati di Caltanissetta abbiano dichiarato di essere ad un passo dalla verità sulla strage di Via d'Amelio e che la politica non sarebbe in grado di reggere il peso di tale verità", ha dichiarato. 

Stando però alla versione dei pm di Caltanissetta, il pentito Gaspare Spatuzza starebbe dando un contributo determinante, e soprattutto attendibile, alle indagini sulle stragi del 1992. Le sue testimonianze avrebbero smantellato la vacillante ricostruzione di Vincenzo Scarantino, pentito dalle alterne vicende che potrebbe essere uno dei tasselli del clamoroso depistaggio.

Di questo sono convinti Lari, Gozzo e i sostituti procuratori Nicolò Marino e Giovanni Di Leo. L'audizione, che è stata secretata, si è concentrata sulla svolta investigativa degli ultimi tempi, in base alla quale il procuratore Lari, conversando con i giornalisti prima di essere ascoltato dall'Antimafia, ha detto di trovarsi di fronte a un passaggio cruciale. Il riferimento è alla strage di via D'Amelio, nella quale furono uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta.

Prima di incontrare la commissione guidata da Giuseppe Pisanu, Lari aveva ribadito la convinzione che "non sia stata solo la mafia a volere la strage". Da tempo la Procura di Caltanissetta ipotizza il coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato e dei servizi segreti. E ora Spatuzza avrebbe fornito elementi di riscontro all'impianto investigativo messo a punto dai magistrati.

La lunga audizione del procuratore Lari e dei suoi collaboratori ha toccato anche il tema scottante della "trattativa". Lari ha parlato, incontrando i giornalisti, di "soggetti che, pur avendo dovere di fedeltà verso le istituzioni, hanno tradito questi principi". Gli scenari delineati dai magistrati nisseni lasciano intuire collegamenti opachi e contengono elementi che le indagini stanno approfondendo. Per questo la commissione ha ritenuto opportuno apporre il segreto al contenuto dell'audizione.

(20 luglio 2010) © Riproduzione riservata

http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_21/pisanu-convocazione-lari-stragi-verita-non-vicina_9cf43060-94b8-11df-91c3-00144f02aabe.shtml

Pisanu: «Stragi del '92, verità non vicina»
Lari sarà convocato dall'Antimafia

Il procuratore capo di Caltanissetta chiamato a spiegare le frasi del suo vice, che parlava di svolta nell'inchiesta

Pisanu: "La verità sulle stragi non è vicina". Convocato Lari Mercoledí 21.07.2010 15:10

La politica ha avuto un ruolo nell'ostacolare la ricerca della verità sulle stragi del 1992, ma il nome di Silvio Berlusconi non è mai stato fatto. Lo ha precisato Sergio Lari, il procuratore capo di Caltanissetta, la procura che indaga sulle stragi, dopo le polemiche seguite alle dichiarazioni del suo vice, Domenico Gozzo. Il quale aveva spiegato che «la verità è a un passo» ma si era chiesto se lo Stato sarebbe stato in grado di reggere alla forza d'urto dell'inchiesta. «Lo Stato penso sia in grado - aveva a sua volta risposto -, il problema è se c'è una politica in grado di rispondere a questa verità».

PISANU: LA VERITA' NON E' VICINA - "Sarebbe stato detto che siamo a un passo dalle verita' per la strage di via D'Amelio. Me lo auguro con il cuore. Purtroppo non è così. E' piu' corretto dire che si stanno facendo passi in direzione della verita', ma che siamo lontani dalla verita'". Lo ha detto il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Beppe Pisanu, in una conferenza stampa al termine delle audizioni tenute in prefettura a Palermo da lunedi'.

"Debbo riconoscere - ha aggiunto- che la magistratura palermitana e siciliana e le forze dell'ordine in Sicilia stanno svolgendo un ruolo encomiabile e devono essere sostenuti a ogni modo assicurando loro risorse umane e materiali adeguate all'impegnativo compito che devono svolgere. Purtroppo le Procure in alcuni casi risultano drammaticamente carenti in fatto di organici che a nostro parere devono essere colmati rapidamente e di questa esigenza mi faro' interprete con il ministro Alfano che ha seguito con molta attenzione questi problemi".

"Non mi nascondo -ha detto ancora Pisanu- dietro le contraddizioni che ieri sono state colte da voi tra le affermazioni atttribuite ai magistrati da noi ascoltati e una dichiarazione resa da me. Ribadisco quanto detto cioe' che nel corso delle audizioni, che non posso svelare perche' secretate, nessuno di noi ha avuto la sensazione che la magistratura fosse ad un passo dalla verita', e nessuno di noi ha manifestato la preoccupazione per gli effetti politici che una simile scoperta potrebbe produrre. Ci auguriamo che la verita' venga scoperta al piu' presto e siamo al fianco di coloro che lavorano per accertarla. Poi la politica fara' i conti con questa verita'. Proprio per fugare qualunque ombra -ha cocnluso Pisanu- devo dirvi che il capogruppo del Pdl ha preannunziato richiesta formale di convocazione del procuratore Lari per chiarire il senso delle dichiarazioni attribuite a lui e ai suoi collaboratori, che non hanno trovato riscontro nella lunga e scrupolosa informazione che hanno reso ieri".

LARI CONVOCATO - "Abbiamo convocato il presidente della Regione Lombardo perche', dopo aver sentito i presidenti delle regioni del Sud dove c'e' la piu' alta pecentuale di criminalita' organizzata, si sono verificati ulteriori fatti che necessitano di essere chiariti". Lo ha detto il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Beppe Pisanu, a margine delle audizioni tenute a Palermo http://www.affaritaliani.it/cronache/pisanu-stragi-borsellino-verita210710.html   

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L'analisi sviluppata dal presidente della commissione antimafia Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra politica e apparati deviati» «Trattativa? Ci fu qualcosa del genere. 30 giugno 2010

Nel '92-'93 la democrazia è stata in pericolo». Grasso: servono prove MILANO - «È ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica». È l'analisi sviluppata dal presidente della commissione parlamentare Antimafia Beppe Pisanu nella sua relazione su «I grandi delitti e le stragi di mafia '92-'93», illustrata mercoledì all'organismo di inchiesta che dirige. DEMOCRAZIA IN PERICOLO - Alle spalle delle stragi - afferma Pisanu - si mosse «un groviglio tra mafia, politica, grandi affari, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato. La spaventosa sequenza del '92-'93 ubbidì a una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti». Da un lato ci fu il senso di «smarrimento politico-istituzionale che fece temere al presidente del Consiglio di allora l'imminenza di un colpo di Stato». Dall'altro determinò «un tale innalzamento delle misure repressive che indusse Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e prendere la strada dell'inabissamento. Nello spazio di questa divergenza si aggroviglia quell'intreccio che più volte abbiamo visto riemergere dalle viscere del Paese». Pisanu indica quindi l'orizzonte del dibattito in commissione: «Di fronte a eventi terribili si giustappongono senza mai fondersi tre verità, quella giudiziaria, quella politica e quella storica, che si basano su metodi di ricerca e su fonti diverse con la conseguenza di dare luogo a risultati parziali e insoddisfacenti. La verità politica interessa tutti noi per cercare di spiegare ai nostri elettori quale pericolo ha corso la democrazia in quel biennio e come si è riuscito a evitarlo».

DUE TRATTATIVE - Quindi ha ricostruito dettagliatamente i passaggi degli "omicidi eccellenti" e delle stragi a partire da quella mancata dell'Addaura, dicendo che ormai vi sono notizie «abbastanza chiare» su due trattative: «Quella tra Mori e Ciancimino, che forse fu la deviazione di un'audace attività investigativa, e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, da cui nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato». Citando Falcone, Pisanu ha sostenuto che «non esistono "terzi livelli" di alcun genere capaci di influenzare o addirittura determinare gli indirizzi di Cosa Nostra», e quindi «ipotizzare l'esistenza di centrali del crimine, burattinai e grandi vecchi che dall'alto dettano l'agenda o tirano le fila della mafia, significa peccare di rozzezza intellettuale». Ma dalla storia di quegli anni e dalle esperienze di personaggi politici e giudiziari di prim'ordine, se emerge «l'estraneità del governo alla trattativa» con la mafia, non si può escludere che «qualcosa del genere ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza». Sulla strage di via D'Amelio e sugli sviluppi successivi - ipotizza Pisanu - «la trattativa ebbe un impatto rilevante».

INTERVENTI ESTERNI - «Anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi - si legge ancora nella relazione -. Fin dall'agosto del '93 un rapporto della Dia aveva intravisto e descritto un'aggregazione di tipo orizzontale, in cui rientravano, oltre alla mafia, talune logge massoniche di Palermo e Trapani, gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti. Sulla stessa linea, pur restringendo il campo, il procuratore di Caltanissetta Lari ha sostenuto recentemente che Cosa Nostra non è stata eterodiretta da entità altre, ma che al tavolo delle decisioni si siano trovati, accanto ai mafiosi, soggetti deviati dell'apparato istituzionale che hanno tradito lo Stato con lo scopo di destabilizzare il Paese mettendo a disposizione un know-how strategico e militare». A luglio lo stesso procuratore - spiega Pisanu - aveva anticipato che, dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, «le investigazioni hanno lasciato la pista puramente mafiosa e puntano a scoprire un patto fra i boss di Cosa Nostra e servizi segreti». «Probabilmente - conclude l'ex ministro dell'Interno - Provenzano fu insieme a Ciancimino tra i protagonisti di trattative del genere, mentre Riina ne fu, almeno in parte, la posta. Trattative complesse e a tutt'oggi oscure, nelle quali entrarono a vario titolo, per convergenza di interessi, soggetti diversi, ma tutti dotati di un concreto potere contrattuale da mettere sul piatto. Altrimenti Cosa Nostra li avrebbe rifiutati».

MAFIA E POLITICA - Pisanu ha osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-Stato era l'abolizione dell'articolo 41 bis (carcere duro) e il «ridimensionamento di tutte le attività di prevenzione e repressione». A riscontro cita una «singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del '93, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente». «Cosa Nostra - prosegue - ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica. Bloccato il braccio militare, ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere. Ma dagli anni '90 a oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente un'opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine».

«NARRACCI FORSE INDAGATO» - In particolare nel capitolo dedicato alla strage di via D'Amelio, Pisanu scrive che «le prime indagini avrebbero subito rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della polizia legati ai servizi segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dall'ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all'opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero da un deliberato proposito di depistaggio. Sulla scena, comunque, riappaiono le ombre dei servizi segreti. Prima fra tutte, quella del dottor Lorenzo Narracci a quanto pare indagato a Caltanissetta». Sempre riferendosi all'ex funzionario del Sisde e collaboratore di Bruno Contrada e tuttora in servizio all'Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), Pisanu scrive ancora: «Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino, testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso signor Franco o Carlo», che secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo avrebbe seguito il padre nel corso della «trattativa». La Procura di Caltanissetta non commenta la notizia dell'iscrizione di Narracci nel registro degli indagati, ma fonti giudiziarie citate dall'agenzia Ansa la confermano. L'indiscrezione era stata anticipata il 27 maggio da alcuni organi di stampa che tuttavia non avevano fatto il nome di Narracci.

GRASSO: SERVONO PROVE - «Le teorie sono belle ma nei processi abbiamo bisogno delle prove giudiziarie. Le prove costruite su tante fonti non hanno mai consentito di costruire la prova penale individualizzante in grado di accertare responsabilità». Così il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento sulla relazione di Pisanu, al termine della sua audizione sul ddl intercettazioni alla commissione Giustizia della Camera. L'ex ministro ha replicato di aver «chiarito, fin dalle prime battute della mia relazione, che di fronte a vicende drammatiche e complesse come quelle dei grandi delitti e delle stragi di mafia del 1992-'93, ci sono tre verità diverse, difficili da contemperare: quella giudiziaria, quella politica e quella storica. Come è facile capire, la mia relazione è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie».

Redazione online 30 giugno 2010

http://www.corriere.it/politica/10_giugno_30/pisanu-strage-convergenza_98fe3bbe-8445-11df-a860-00144f02aabe.shtml

 

 2009

E Genchi spara: le stragi decise in Usa  giovedì 17 dicembre 2009

Gioacchino Genchi a ruota libera su stragi del ’92 e presunti contatti tra il senatore Pdl Marcello Dell’Utri e mafiosi. Il consulente informatico di diverse Procure, finito nell’occhio del ciclone per lo scandalo intercettazioni, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio ha esposto la sua teoria sull’origine americana delle stragi del ’92 e del 93. E ha chiamato in causa anche il senatore Pdl: «Ho evidenze – ha detto – di telefonate di Dell’Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all’origine della fondazione di Forza Italia». Genchi, nella stessa intervista, aggiunge che «la mente di Cosa nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del ’92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone. Nell’intervista infine Genchi non esclude la possibilità di «una nuova stagione di stragi». http://www.ilgiornale.it/interni/e_genchi_spara_stragi_decise_usa/17-12-2009/articolo-id=407513-page=0-comments=1   

Grasso al Tg3: "La mafia ricattava lo Stato con le stragi. La morte di Borsellino accelerò la trattativa"18 ottobre 2009

Un'intervista del procuratore antimafia Piero Grasso riapre la vicenda della misteriosa trattativa con Cosa Nostra. "Questa trattativa con la mafia nei primi anni '90 c'è stata - afferma il magistrato al Tg3 - ed anzi Cosa Nostra aveva capito di poter ricattare lo Stato".

Le sue parole rilanciano la polemica esplosa in questi giorni dopo l'arrivo alla Procura di Palermo delle copie di quello che il figlio di Vito Ciancimino assicura essere il "papello" elaborato da Riina per avviare la trattativa tra Stato e mafia.

Dice Piero Grasso: "Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che 'si sono fatti sotto' vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. L'accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni".

Per il procuratore bisogna però contestualizzare la vicenda: "Il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili". La realtà, sostiene Grasso, è che "questo primo contatto ha creato delle aspettative in Cosa Nostra che poi hanno provocato ulteriori conseguenze". 

In ogni caso dopo l’arresto di don Vito Ciancimino e Riina «le stragi prendono un’altra strada, ma continuano. Io ritengo - conclude Grasso - che ci sia sempre un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico».

http://www.unita.it/news/italia/89943/grasso_al_tg_la_mafia_ricattava_lo_stato_con_le_stragi_la_morte_di_borsellino_acceler_la_trattativa

18 ottobre 2009

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19/10/09 “Le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso mi sconvolgono. E mi chiedo anche come può un alto magistrato parlare solo ora della trattativa fra Stato e mafia. E perché anche tutti gli altri, da Martelli a Ferraro a Violante, ne parlano solo ora? Oggi questo confronto fra istituzioni e criminali viene confermato, tutti sapevano. Perché non ne hanno parlato prima?”. Lo dice Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, commentando le dichiarazioni del procuratore della Dna Grasso sulla possibile eliminazione del procuratore aggiunto palermitano per “riscaldare” la trattativa e sul salvataggio di politici da parte di Cosa nostra per portare avanti il confronto con lo Stato leggi tutto l'articolo

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Evviva la Repubblica democratica fondata sulla mafia

Ad apprendere certe rivelazioni, ieri, uno si aspettava che subito sarebbe venuto giù il mondo, che la gente –i cittadini, si sarebbero riversati per le strade furibondi  agitando la propria tessera elettorale per chiedere conto  del maltolto (laddove il  maltolto si chiama sovranità nazionale), che  i propri  politici di riferimento non avrebbero parlato d’altro (il sito di D’Alema è fermo al 3 ottobre, quello di Bersani propone un sondaggio sulla globalizzazione; Fassino è ancora lì folgorato per il Nobel ad Obama, mentre Franceschini dice che oggi andrà da Zoro –coi calzini turchese), che i deputati più temerari si sarebbero     incatenati  agli scranni parlamentari fino a che la verità (tutta la verità, nient’altro che la verità) non fosse uscita fuori, limpidamente, senza omissioni, e  la nazione non fosse stata restituita al rispetto di sé. Invece nulla. Niente di niente. Le pecore sono al pascolo. Siete pregati di non disturbare.

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http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tra-mafia-e-stato/2112777//0

Tra mafia e Stato

di Lirio Abbate
Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l'arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi
 

E' la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: "Eh! Finalmente si sono fatti sotto". Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: "Ah, ci ho fatto un papello così..." e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l'aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del "papello" Brusca le ricorda così: "Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino".

L'uomo che uccise Giovanni Falcone - di cui "L'espresso" anticipa il contenuto dei verbali inediti - sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell'Interno, il politico che avrebbe "coperto" inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L'ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell'Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative".

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al "papello", le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell'Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre '92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché "Mancino aveva preso questa posizione". E quella è la prima e l'ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell'arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.
Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi "facili facili", come l'uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell'incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell'eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell'allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi - e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del "papello" - è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: "Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha "bluffato" con Riina e questi se ne è reso conto, l'ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato". In quel periodo c'erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: "Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?". "Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo", commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: "O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa".
 
Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l'ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell'incontro di Natale '92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: "Ma guarda un po': quando un bugiardo dice la verità non gli credono". La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest'ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l'ex ministro oggi dichiara di non ricordare l'incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno '92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino "per un suo capriccio". Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l'attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio '93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l'ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l'arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: "Siamo a mare", per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver "fatto il bidone". E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L'attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall'ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del '93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell'Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che "venne agganciato ", nella metà degli anni Novanta "il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi".

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: "Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel '94, gli mandammo a dire "Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno", non so se rendo l'idea...". Spiega sempre il pentito: "Cioè sanno quanto era successo già nel '92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del '93". I mafiosi intendevano mandare un messaggio al "nuovo ceto politico ", facendo capire che "Cosa nostra voleva continuare a trattare".
Perché era stata scelta Forza Italia? Perché "c'erano pezzi delle vecchie "democrazie cristiane", del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po' conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un'arma ai nuovi "presunti alleati politici", per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio".

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.
(21 ottobre 2009)
 

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Quello "strano" papello e i misteri sulla trattativa  (http://www.agoravox.it/Quello-strano-papello-e-i-misteri)

Alessandro Tauro

 - Sito Web dell'autore: Il blog di Alessandro Tauro
La consegna del "papello", il manoscritto delle richieste della mafia allo Stato in cambio della cessazione delle stragi, dalle mani di Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo autore del celebre "Sacco", in quelle dei giudici di Palermo è stata la conclusione di un’intera fase di riapertura delle indagini sugli "omicidi eccellenti" del 1992 cominciata nel mese di luglio.

E’ la notizia che tra smentite, conferme, perplessità ed obiezioni possiede il gravoso ed enorme potenziale di riscrivere da capo la storia dei rapporti tra mafia e Stato negli ultimi 25 anni.

La storia chiara, certa, quella immodificabile, serve come punto di partenza per comprendere il senso e l’importanza di un foglio A4 scritto a mano e con un italiano incerto.

Il 30 gennaio 1992 è la data in cui avviene la prima vera dichiarazione di guerra. E’ lo stato a farla, autore il pool antimafia, nelle figure emergenti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, attraverso la condanna definitiva in Cassazione dei membri di Cosa Nostra nel celebre maxi-processo.

Due mesi più tardi, il 13 marzo, la prima risposta a questo gigantesco attacco al potere mafioso, l’apertura della stagione delle stragi: viene assassinato Salvo Lima, capo della corrente andreottiana in Sicilia e sindaco ed europarlamentare in odore di mafia. Per gli inquirenti, ma non solo, l’omicidio è da interpretare come una sentenza di "condanna a morte per tradimento". La pena prevista per gli amici di un tempo che poi voltano le spalle.

Ancora due mesi più tardi, il 23 maggio 1992, l’atto che sconvolgerà i cuori e le coscienze italiane: un tratto dell’A29, tra Carini e Capaci, viene completamente sventrato dall’innesco dell’esplosivo contenuto in un tubo di drenaggio al di sotto della strada. Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e 3 agenti della scorta perdono la vita.

Ancora due mesi più tardi, il 19 luglio, veniva ucciso l’altro illustre giudice dell’antimafia, il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. Nelle menti di tutti la sensazione è la stessa: la mafia sta vincendo la guerra.

tra questi due omicidi che bisogna collocare l’inizio della trattativa tra Stato e Antistato siciliano, una trattativa da sempre rinnegata dall’intero mondo politico, rilanciata per la prima volta dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca nel 1998.
Nel 2001 il pentito Brusca dichiarava: "Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato".

Una trattativa priva di indizi probatori, almeno fino al 14 ottobre scorso, giorno in cui la Procura di Palermo e la stampa italiana hanno potuto osservare per la prima volta il celebre "papello".(http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_15/papello-procura_b3df4306-b9b1-11de-880c-00144f02aabc.shtml)

Una trattativa confermata persino dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, indicati dai pentiti e da Ciancimino Jr. come anello di collegamento tra il mondo mafioso (Salvatore Riina prima e Bernardo Provenzano poi) e quello politico (Vito Ciancimino), seppure in una versione che parla di "finta trattativa" immediatamente arenatasi e generata allo scopo di catturare i latitanti di Cosa Nostra.

Una versione che va a scontrarsi con quella di Massimo Ciancimino, che parla di trattativa effettiva, di incontri ripetuti e di coperture politiche dall’alto (a partire dall’ex ministro dell’interno Nicola Mancino).

Vito Ciancimino non avrebbe mai trattato con due ufficiali dell’Arma senza conoscere le sfere politiche che i due in quel momento rappresentavano. Ce lo dicono il figlio Massimo ed il buon senso.

Nicola Mancino, ministro dell’interno dal 1992, per molto tempo ha negato di aver mai incontrato Borsellino, un incontro datato 1° luglio nell’agenda dell’ex magistrato. Il mancato incontro è confermato dal pentito Gaspare Mutolo, che riporta quanto dettogli quel giorno dallo stesso Borsellino: il giudice incontrò non il ministro, ma il capo della polizia Parisi ed il capo del SISDE Contrada (poi condannato per associazione mafiosa). Tornò visibilmente turbato e preoccupato.
Mancino oggi, dopo 17 anni, ammette l’ipotesi di un incontro sfuggevole in qualche frangente, ma senza scambio di parole. La mutazione della sua versione riguarda anche la trattativa tra Stato e Mafia, passata da un "nessuna trattativa" dei primi anni ad un "rifiuto della trattativa" in questi ultimi mesi.

Claudio Martelli, ministro della Giustizia in quel periodo, afferma oggi, dopo 17 anni dal periodo delle stragi, che Paolo Borsellino era a conoscenza della trattativa tra Stato e Mafia, citando la collaboratrice di Falcone agli affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia Liliana Ferraro che ha confermato l’intera versione.
Con 17 anni e numerose indagini di ritardo. (http://www.youtube.com/watch?v=mn6Lk-Ec-Co)

Luciano Violante, Presidente della Commissione Antimafia dopo le morti di Falcone e Borsellino, per anni ha negato di essere a conoscenza di una qualsiasi trattativa con la Mafia. Oggi, dopo la consegna dei documenti da parte di Ciancimino, ricorda ben 3 incontri con il colonnello Mori e le sue richieste di incontro con Vito Ciancimino, tutte rifiutate dall’allora membro del PDS(http://www.antimafiaduemila.com/content/view/20710/48/)

Questi ultimi due protagonisti sono gli stessi che hanno sollevato profondi dubbi sulla veridicità del "papello". Una sola la motivazione principale, rilanciata in tutti gli organi di stampa: la richiesta dell’abolizione della legge sul 41-bis (il carcere duro) per reati di mafia presente nel papello va a scontrarsi con il fatto che questa legge venne approvata definitivamente solo dopo la morte di Borsellino.
Un aspetto che annullerebbe, quindi, la ricostruzione di Massimo Ciancimino, che data il papello tra le morti dei due giudici, o che annullerebbe il papello stesso. E con esso la veridicità della trattativa.

Una dichiarazione, questa del duo Martelli-Violante, che ha dell’inquietante, soprattutto se fatta da due politici esperti e navigati. Al punto 2 del papello infatti la scritta autografa mostra la dicitura "Annullamento decreto legge 41 bis".
Non vi è scritto "Legge 41 bis" (cioè quello che avrebbe avuto senso scrivere dopo la sua approvazione alle camere il 7 agosto), ma "Decreto Legge 41 bis", indicando quindi che tale papello sia stato scritto proprio nel periodo che intercorre tra l’8 giugno (giorno dell’approvazione in Consiglio dei Ministri) e 7 agosto (giorno dell’approvazione alle camere) e avvalorando ancora di più la versione di Ciancimino e la datazione della trattativa prima dell’omicidio Borsellino.

Perché allora queste dichiarazioni di Martelli e Violante tese a screditare il nuovo documento? Semplice ignoranza dei tempi e della procedura con cui si approvano le leggi?

Perché Martelli ricorda dopo 17 anni che Borsellino era a conoscenza della trattativa?

Perché Mancino dopo 17 anni ammette la possibilità di un incontro sfuggevole con il giudice ucciso e parla di "rifiuto della trattativa"?

Perché Violante sente il bisogno solo 17 anni dopo i due omicidi di riferire dei tentativi di incontro operati da Ciancimino e Mori? Perché non ha sentito il bisogno di riferire tutto questo alle autorità giudiziarie a suo tempo?

Perché proprio adesso il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso conferma l’esistenza di una trattativa con parole che tendono quasi ad una giustificazione della strategia adottata?(http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/mafia-10/grasso-trattativa/grasso-trattativa.html)

In questo continuo altalenante cambio di ricostruzioni e versioni dei fatti, finisce per apparire molto più credibile il figlio di un massimo esponente di Cosa Nostra, condannato per giunta a 5 anni e 4 mesi per riciclaggio, anziché persone di indubbia moralità come il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, l’ex Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e Presidente della Camera Luciano Violante, l’ex Ministro degli Interni e Presidente del Senato Nicola Mancino, l’ex Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli.

Collaboratori di giustizia e pentiti di mafia si dimostrano più utili ed affidabili delle autorità preposte alla lotta contro Cosa Nostra. C’è da chiedersi davvero quale sia lo Stato e quale l’Antistato. E, ancora di più, quale sia il confine tra i due.

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http://www.corriereweb.net/speciali/331-mafia-stato-e-papelli/1321-il-papello-la-trattativa-e-le-stragi.html           

Il “papello”, la trattativa e le stragi

di D.Santoro

La pubbliczione del “papello” contenente le richieste della mafia nella trattativa con lo Stato ha riacceso l’attenzione sui fatti di sangue dei primi anni Novanta.

 Attualmente, il documento consegnato ai pm di Palermo dai legali di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito, è al vaglio della procura di Palermo, che sta cercando di stabilirne la veridicità e la collocazione temporale. In attesa dell’esito dei riscontri, può essere di grande utilità per comprendere le ragioni e gli obiettivi dell’eventuale trattativa tra mafia e Stato inserire quest’ultima nel contesto storico in cui è maturata.

L’inchiesta della procura palermitana ipotizza infatti che il “papello” debba essere fatto risalire al periodo intercorrente tra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e quella di Via d’Amelio (19 luglio 1992). Era quello il periodo della sfida di Cosa Nostra allo Stato, caratterizzata da un’escalation di violenza senza precedenti. La “nazimafia” dei Corleonesi, che dominava incontrastata la Cupola mafiosa dal 1981, anno dell’assassinio del boss Stefano Bontate da parte di Pietro Aglieri probabilmente dietro ordine di Totò Riina, stava disperatamente cercando di reagire ad una situazione politica che, per la prima volta nella storia repubblicana, rischiava seriamente di compromettere il ruolo centrale della mafia nella definizione degli equilibri di potere a livello nazionale.

L’elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, le riforme avviate dal leader russo nella seconda metà degli anni Ottanta, la caduta del Muro di Berlino, l’implosione dell’Unione Sovietica e la conseguente fine della Guerra fredda avevano infatti ridotto notevolmente il capitale geopolitico dell’Italia, sdoganato di fatto i comunisti – che nel frattempo avevano abbandonato il Pci per costituire il Pds – e, in definitiva, reso sostanzialmente inutile il ruolo della mafia quale alleato del Mondo Libero in funzione anticomunista.

Alcune dinamiche di carattere interno, poi, contribuivano a rendere sempre più problematici i rapporti con i referenti politici nazionali. L’esplosione della “primavera di Palermo”, la sentenza del maxi-processo, la sempre maggiore insostenibilità del debito pubblico e l’avanzata elettorale di un movimento secessionista come la Lega Nord fecero sì che i principali leader nazionali – dal presidente del Consiglio e candidato in pectore alla presidenza della Repubblica Giulio Andreotti, al guardasigilli Claudio Martelli – adottassero posizioni tattiche sempre più intransigenti nei confronti della mafia nel tentativo di rifarsi una verginità.

La risposta dei Corleonesi guidati da Totò Riina fu una nuova ondata di terrorismo mafioso, scatenata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo, che ebbe tra le vittime più celebri il “giudice ragazzino” Rosario Livatino (21 settembre 1990) e l’imprenditore Libero Grassi (29 agosto 1991), colpevole di essersi ribellato al racket del pizzo. La conferma da parte della Cassazione della sentenza del maxi-processo (30 gennaio 1992) convinse Riina e i Corleonesi che i loro amici romani li avevano mollati e che dunque fosse necessario mandare loro un messaggio chiaro ed inequivocabile.

Fu così che, il 16 marzo 1992, l’esponente di spicco della corrente andreottiana Salvo Lima fu ucciso a Palermo, in pieno giorno, da un killer della mafia. Sbarrata la strada verso il Quirinale ad Andreotti, i Corleonesi, volendo dimostrare la loro potenza militare, procedettero a realizzare le clamorose stragi di Capaci e Via D’Amelio, a cavallo delle quali sarebbe avvenuta la trattativa tra Stato e mafia per il tramite di Vito Ciancimino, già membro, insieme a Giovanni Goia e Salvo Lima, del “triumvirato dei giovani turchi” protagonista del “sacco di Palermo” e poi sindaco della città.

La trattativa e l’identità di coloro a nome dei quali essa fu condotta costituiscono dunque gli elementi mancanti per collegare i fatti appena descritti con quelli verificatisi nel periodo immediatamente successivo. Nel gennaio del 1993, infatti, Totò Riina, che ha recentemente dichiarato di essere stato oggetto e non parte attiva della trattativa, venne arrestato dopo anni di latitanza talmente protetta da consentirgli di iscrivere i figli alle scuole pubbliche con il proprio nome e di dotarsi di un regolare libretto di lavoro. Arresto che avvenne lo stesso giorno, il 15 gennaio, dell’insediamento di Gian Carlo Caselli alla guida della procura di Palermo. Nel giro di pochi mesi, il successore di Riina ai vertici di Cosa Nostra, Giovanni Brusca, diede il via ad una nuova ondata terroristica. Il 14 maggio ci fu l’attentato a Roma a Maurizio Costanzo; il 27 maggio tre bombe scoppiarono a Firenze in via dei Georgofili e a Roma presso la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giorgio in Velabro; il 15 settembre venne ammazzato il sacerdote di Brancaccio don Giuseppe Puglisi. Infine, nel gennaio 1994 si assistette alla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi.

Sui fatti di cui sopra si possono consultare due libri fondamentali di Giuseppe Carlo Marino, entrambi editi da Newton & Compton: Storia della mafia e I padrini.

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Corsera – 20.10.09

«Provenzano disse sì alla trattativa» - Giovanni Bianconi

PALERMO - Dopo aver ricevuto il papello con le richieste dettate da Totò Riina per far cessare l’offensiva stragista, Vito Ciancimino incontrò l’altro Padrino corleonese: Bernardo Provenzano, col quale l’ex sindaco condannato per mafia aveva un rapporto più stretto. E davanti alle pretese in dodici punti contenute in quel pezzo di carta anche «il ragioniere» di Cosa nostra (o «il trattore», o «il signor Lo Verde» come si presentava a casa Ciancimino) scosse la testa. Erano pretese improponibili, che lo Stato non avrebbe mai accettato, ma per Provenzano la strada della trattativa non andava abbandonata. «Lei ingegnere vada avanti - disse Provenzano a «don Vito», che in realtà era geometra -, e poi vediamo di convincere il pazzo ». Il pazzo era Riina, ma secondo il suo compaesano bisognava ugualmente coltivare il contatto con le istituzioni. Per questo Ciancimino continuò a incontrare i carabinieri, consapevole che dall’altra parte, come interlocutore, non c’era solo il «dittatore» di Cosa nostra, ma anche Provenzano. Il quale avrebbe preso in mano le redini della «trattativa» dopo l’arresto di Riina; forse provocato da lui stesso, come sostiene il pentito Nino Giuffrè. In questa ricostruzione che sta prendendo forma nelle stanze della Procura di Palermo dove viene condotta l’inchiesta sui rapporti tra Stato e mafia nell’estate del ’92 e subito dopo, c’è però un problema che gli stessi magistrati sono consapevoli di dover risolvere quanto prima: l’attendibilità di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco che da circa un anno sta raccontando i retroscena di quella stagione. Tra cui, da ultimo, la storia di Provenzano d’accordo con suo padre sulla «pazzia» di Riina e sui colloqui coi carabinieri. Ieri Ciancimino jr è stato nuovamente ascoltato dagli inquirenti palermitani e di Caltanissetta che indagano sui «mandanti occulti» dell’omicidio Borsellino. Doveva portare l’originale del papello, per con­sentire quegli accertamenti che non si possono fare sulla fotocopia recapitata via fax la settimana scorsa, ma ha di nuovo rinviato. Sostiene di essere «stanco» e di vedere attorno a sé troppe cose che non gli piacciono, Massimo Ciancimino. Da ultimo due persone armate nelle vicinanze della sua casa bolognese che, interpellate dai poliziotti che lo proteggono, hanno mostrato i distintivi da carabinieri sostenendo di essere in servizio al Ros; cioè il Raggruppamento operazioni speciali di cui facevano parte Mario Mori e Giuseppe De Donno, gli ormai ex ufficiali dell’Arma che lo stesso Ciancimino jr tira in ballo per la presunta trattativa avviata tramite suo padre. Il comando provinciale dei carabinieri di Bologna ha però precisato che gli uomini controllati non sono del Ros, e si trovavano in quella zona per attività di polizia giudiziaria che nulla hanno a che fare col figlio dell’ex sindaco mafioso. Le testimonianze del giovane Ciancimino - che su altri aspetti, secondo gli inquirenti, sono state riscontrate - divergono da quelle rese in passato da Mori e De Donno. In particolare su un dettaglio decisivo: la «trattativa» sarebbe iniziata dopo la strage di Capaci (23 maggio ’92) ma prima di quella di via D'Amelio (19 luglio). L’allora colonnello Mori, invece, afferma di essere andato la prima volta da Vito Ciancimino in agosto. È una discordanza molto rilevante perché può ripercuotersi sul movente dell’eliminazione di Paolo Borsellino, alla quale se ne aggiungono altre. Mori e De Donno, ad esempio, hanno sempre negato di aver mai visto il papello o di averne conosciuto il contenuto. E continuano a sostenere che per loro l’ex sindaco era soltanto un confidente dal quale cercavano di avere notizie per la ricerca dei latitanti; per questo non avevano avvertito nessuno dei loro colloqui, nemmeno Borsellino col quale s’erano incontrati per avviare una nuova indagine, ma su questo sono arrivate le smentite dell’ex ministro della Giustizia Martelli e della sua collaboratrice di allora, Liliana Ferraro. Recentemente Agnese Borsellino, vedova del magistrato assassinato, ha riferito ai magistrati di Caltanissetta che suo marito - pochi giorni prima di morire - le confidò di avere dei dubbi sul generale Antonio Subranni, all’epoca comandante del Ros. Ieri il generale ha detto che gli «riesce difficile credere» che la signora Agnese abbia detto qualcosa di simile. E ricorda di aver avuto molti e cordiali incontri col giudice, fino all’ultimo avvenuto il 10 o 11 luglio ’92, una cena, e poi, l’indomani, un viaggio in elicottero da Roma a Salerno.

Corsera – 20.10.09

Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia»

PALERMO - Non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato. Lo ha detto il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, che ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995. GLI INCONTRI - Mori ha spiegato di aver incontrato più volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, ma ha negato che vi sia stata una trattativa sul cosiddetto «papello», le richieste dei boss allo Stato, messe nero su bianco da Totò Riina. «Incontrai più volte Vito Ciancimino e cercai più volte contatti con la commissione Antimafia senza che avessi obbligo di farlo. Proprio gli incontri con Vito Ciancimino furono la prova che una trattativa con Cosa Nostra non ci fu», ha affermato Mori, e ha aggiunto: «Ogni trattativa del genere e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile». L'ex comandante del Ros ed ex capo del Sisde ha parlato a lungo davanti al Tribunale, per rivendicare la correttezza del suo operato. VIOLANTE - Mori ha preso la parola dopo la deposizione dell'ex presidente della Camera ed ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, sentito dai giudici proprio sui contatti che ebbe all'epoca con Mori. L'allora alto ufficiale dei carabinieri aveva informato Violante dell'intenzione di Vito Ciancimino di avere un incontro con la commissione Antimafia. Circostanze che Violante ha sostanzialmente confermato. «Violante ricorda seppur lacunosamente, ma conferma quanto ho detto io. Il mio comportamento fu improntato alla massima trasparenza», ha affermato Mori. Dopo il primo incontro, durante il quale Mori gli disse della volontà di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo, di avere un colloquio, «al secondo appuntamento - ha riferito Violante - il generale Mori (allora vicecomandante del Ros, ndr) mi portò il libro di Vito Ciancimino sulle mafie che io lessi, giudicandolo mediocre e che presi solo come una sorta di segno di disponibilità dell'ex sindaco». Infine, il terzo incontro in cui Violante ribadisce di non avere alcuna intenzione di sostenere colloqui riservati con l'ex sindaco di Palermo. «La chiave che detti alla richiesta di incontro - ha spiegato Violante - fu che visto il momento, era stato appena ucciso Lima, Ciancimino volesse parlare dei rapporti tra andreottiani e mafia o della vicenda relativa alla confisca dei suoi beni che pendeva in appello davanti all'autorità giudiziaria di Palermo». Violante ha poi riferito di avere chiesto a Mori se la procura del capoluogo siciliano fosse stata informata della richiesta di colloquio fatta da Ciancimino «e lui mi rispose di no, perché si trattava di affari politici». Il 29 ottobre, dopo i tre incontri con Mori, Violante informa l'ufficio di presidenza della commissione Antimafia che si sarebbe potuto ascoltare l'ex sindaco perchèé aveva ritrattato le condizioni che aveva posto all'ex presidente della commissione Chiaromonte di essere ripreso, durante l'audizione, dalle televisioni. «L'audizione - ha aggiunto Violante - non si fece perché Ciancimino venne arrestato». GIOVANNI CIANCIMINO - Poi è stata la volta di Giovanni Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. «Venti giorni dopo la morte di Falcone, che per me fu scioccante, andai a trovare mio padre. Mi disse "questa mattanza deve finire". Sono stato contattato da personaggi altolocati per parlare con l'altra sponda. Io sapevo a cosa si riferiva con l'espressione "l'altra sponda": si riferiva alla mafia, parola che davanti a me non pronunciava mai». Giovanni Ciancimino, fratello di Massimo, è un avvocato ed è stato anch'egli sentito dai giudici: «Io restai scioccato, basito e litigammo», ha aggiunto collocando l'episodio tra l'eccidio di Falcone e quello di Borsellino. «Dopo la strage di via d'Amelio - ha continuato - mio padre mi chiamò e mi propose di fare una passeggiata. In auto mi disse, "tu che sei avvocato, cosa è la revisione del processo". Io glielo spiegai. A quel punto aggiunse: "Allora si può fare la revisione del maxi processo!"». Ciancimino ha aggiunto che il padre durante il colloquio tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta arrotolato. Secondo i magistrati si sarebbe trattato del cosiddetto papello con le richieste della mafia allo Stato.

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La “primula nera” che entrò nella trattativa tra Stato e boss
Roberto Pelle
MISTERI. Si chiama Paolo Bellini ed è «lo strano collaboratore dei servizi» a cui fa riferimento il procuratore nazionale della Dna Piero Grasso nel confermare l’esistenza di contatti tra uomini delle istituzioni e capi di Cosa nostra nel 1992.
Si chiama Paolo Bellini il protagonista dell’altra trattativa fra Stato e mafia. è lui lo «strano collaboratore dei servizi » a cui fa riferimento il procuratore nazionale della Dna Piero Grasso quando, nel confermare l’esistenza di contatti fra uomini delle istituzioni e boss di Cosa nostra nel 1992, afferma: «Lo stesso “papello”, di cui si parla tanto, aveva fatto - poco tempo prima - una diversa comparsa in forma minore. Un “papellino”, si legge nelle carte processuali, potrebbe essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al colonnello Mori che nega l’episodio, da uno strano collaboratore dei servizi, e chiedeva l’abolizione dell’ergastolo per i capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente finirono nel nulla perché irrealizzabili ».
 
La vicenda di Bellini, nato a Reggio Emilia, un passato in Avanguardia nazionale, indagato per dieci anni e poi prosciolto nelle inchieste sulla strage alla stazione di Bologna, è ai confini dell’incredibile. Talmente ambigua e avventurosa da essergli valsa il soprannome di “primula nera”, oggi divenuto il titolo di un libro (Giovanni Vignali l’autore, Aliberti l’editore) che ricostruisce la capacità di quest’uomo di entrare e uscire da molti capitoli della storia criminale italiana con un ruolo sempre al limite fra l’infiltrato e il delinquente. Eppure è una vicenda vera, accertata dai magistrati di Firenze che hanno scavato sulle stragi compiute da Totò Riina e i suoi in continente: le esplosioni di Firenze, Milano e Roma nel 1993, che causarono 10 morti e 106 feriti. Esperto di mobili antichi e di opere d’arte, Paolo Bellini aveva conosciuto Antonino Gioè, braccio destro del capo dei capi, a inizio anni 80, per aver condiviso con lui la cella nel carcere di Sciacca.
 
Nel 1991 il killer emiliano (oggi collaboratore di giustizia, dopo avere confessato più di dieci omicidi) ricontattò il capocosca di Altofonte perché lo aiutasse nel suo nuovo lavoro: il recupero crediti. Ma, quasi in contemporanea, la “primula nera” prese contatti anche con il maresciallo Roberto Tempesta, del Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri, che gli chiese di darsi da fare per trovare una serie di quadri rubati alla Pinacoteca di Modena. Bellini accettò l’incarico e tornò a rivolgersi a Gioè, stavolta con ben altro ruolo: ora si qualificava come inviato dell’Arma in cerca di aiuto, negli stessi mesi in cui morivano Falcone e Borsellino. L’uomo d’onore consultò Riina e Brusca e propose al killer emiliano uno scambio: la mafia era disponibile a restituire quadri rubati in cambio di vantaggi carcerari per cinque boss conta prese il bigliettino coi nomi e tornò da Tempesta, prospettandogli il baratto.
 
Ma il maresciallo, intuendo che quella era un’operazione troppo grossa per lui, chiese consiglio proprio all’allora colonnello Mario Mori dei Ros, il quale bocciò l’iniziativa. Bellini con Gioè parlò a lungo di quadri rubati, di monumenti; a un certo punto questi arrivò a minacciarlo: «E se domani non trovaste più la torre di Pisa in piedi, come reagireste? ». L’anno dopo, fra maggio e luglio del 1993, la mafia colpiva l’accademia dei Georgofili, il Padiglione di arte contemporanea, le chiese di S. Giovanni in Laterano e S. Giorgio al Velabro. Ma la “Primula nera” nel frattempo era di nuovo in galera, diventando poco dopo collaboratore della Procura nazionale antimafia retta da Pier Luigi Vigna. Gioè, invece, una volta arrestato, si suicidò in carcere impiccandosi alle grate della cella con i lacci delle scarpe e lasciando una lettera di addio: «Supponendo che Bellini fosse un infiltrato, sarà lui stesso a confermarvi…».
 http://www.terranews.it/news/2009/10/la-“primula-nera”-che-entro-nella-trattativa-tra-stato-e-boss

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Strage di Stato

 ''I mandanti impuniti''. Il video integrale della conferenza 29 luglio 2009 Per tutti coloro che non sono potuti essere presenti alla conferenza “I mandanti impuniti” del 18 luglio '09 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo.

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=18262&Itemid=48

Intanto a Milano è stata riaperta l'inchiesta sulla morte del giudice
Salvatore Borsellino: «Via D'Amelio strage di Stato» - Video: lo scenario
Parla Salvatore, fratello del giudice ucciso 17 anni fa: «Ecco cosa accadde il 19 luglio del 1992»

qui: http://www.corriere.it/cronache/09_luglio_17/borsellino_strage_mafia_1605a66e-729b-11de-a0f6-00144f02aabc.shtml
NOTIZIE CORRELATE
Video 1: lo scenario della strage visto da Salvatore Borsellino (17 luglio 2009)
Video 2: «Paolo seppe della trattativa tra lo Stato e la mafia» (17 luglio 2009)

MILANO - «Vju viniri ‘na cavalleria chistu è mè patri chi veni pi mia! Signuri patri, chi vinistivu a fari? Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari. Signuri patri, aspettatimi un pocu, quantu mi chiamu lu me cunfissuri». A memoria Salvatore Borsellino recita i versi de La baronessa di Carini. La leggenda di Donna Laura Lanza è una storia siciliana i cui luoghi, il sangue, il dolore e il tradimento ricorda le più moderne storie di mafia. Il fratello del giudice Paolo Borsellino promette: «Quando smetterò di lavorare farò il cantastorie». Intanto racconta la storia del fratello: il giudice Paolo Borsellino. E disegna lo scenario di quel maledetto 19 luglio del 1992 a Palermo.
LA RABBIA - Impressionante la somiglianza dell'ingegnere palermitano con il fratello giudice antimafia. Sembrano due gocce d'acqua. Anche la voce sembra uguale. Salvatore, trasferito a Milano ormai da 27 anni, parla per rabbia dal suo studio in un ufficio alla periferia. Siede alla scrivania sotto la famosa foto di Toni Gentile dove Paolo e Giovanni Falcone si parlano sottovoce e sorridono. Dopo anni di silenzio, mantenuto per sette lunghi anni, fino a quando la madre era in vita, Salvatore adesso parla. Anzi si sfoga: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. È per questo è stato ucciso. La strage di via D'Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage dove persero la vita anche i 5 componenti della scorta si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni ormai raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».
LO SCENARIO - E così inizia a sciorinare i dubbi e gli indizi emersi dai processi. Tutto quanto è venuto a galla dai vari processi sparsi in giro per l'Italia di cui i giornali «parlano poco». I punti oscuri. Eccolo il suo scenario. Innanzitutto le omissioni sull'autorizzazione alle auto a posteggiare in via D'Amelio. Poi la telefonata del giudice alla madre che annunciava il suo arrivo in via D'Amelio intercettata dalla mafia. Il ruolo di Bruno Contrada e dei servizi segreti civili presenti a Palermo al momento del botto. L'incredibile sparizione dell'agenda rossa e il ruolo del capitano Angelillo. E, infine l'attacco all'onorevole Nicola Mancino che dice di non aver incontrato l'1 luglio del 1992 il giudice Borsellino: «Una menzogna. Mancino dice addirittura che non conosceva mio fratello. Come faceva il neo ministro dell'interno a non conoscere il giudice presente ai funerali di Falcone e che appariva in tutti i tg nazionali? La verità è che da quell'incontro mio fratello usci sconvolto come testimonia il pentito Gaspare Mutolo».
INCHIESTE RIAPERTE E PAPELLO - Intanto documenti inediti sono stati depositati giovedì da Massimo Ciancimino (figlio di Vito ex sindaco di Palermo in odor di mafia morto alcuni anni fa) ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Il dichiarante ha consegnato al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Nino Di Matteo carte che sarebbero state di suo padre Vito Ciancimino, morto nel 2002. Il verbale di interrogatorio e di acquisizione atti è stato secretato. Nei giorni scorsi Ciancimino jr aveva annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il «papello», il foglio sul quale Totò Riina avrebbe stilato la lista di richieste in favore di Cosa nostra, che sarebbe stata girata ad alcuni uomini delle istituzioni fra le stragi del 1992 di Falcone e Borsellino. Questo documento potrebbe provare l'esistenza di una «trattativa» fra la mafia e una parte delle istituzioni sui quali ha avviato un'inchiesta da diverso tempo la Dda di Palermo e sulla quale ha fornito molte dichiarazioni lo stesso Massimo Ciancimino. Sulla stessa vicenda sarebbe stata avviata un'altra inchiesta dalle procure di Milano e Firenze, legata, in questo caso, alle stragi del 1993. Titolari di questa indagine sono il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, e il sostituto di Firenze Giuseppe Nicolosi che hanno già interrogato più volte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Lo stesso hanno fatto i magistrati di Caltanissetta sull'attentato a Falcone nella villa dell'Addaura. Ma, come sottolinea all'Adnkronos il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, «è una vicenda troppo delicata», quindi «no comment». Lari insieme con i procuratori aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone hanno ascoltato l'ex ministro Vincenzo Scotti e l'ex premier Giuliano Amato per avere informazioni su alcuni agenti dei servizi segreti, ma su uno in particolare. Un uomo sfregiato, con una «faccia da mostro». Non si conosce il suo nome ma si sa che ha il viso deformato. A parlare di lui è stato, di recente, anche Massimo Ciancimino. Ciancimino junior ha spiegato ai magistrati che lo 007 sarebbe stato in contatto con il padre Vito da alcuni anni, fino alla cosiddetta «trattativa» che avrebbe voluto firmare il boss mafioso Totò Riina con lo Stato in cambio dell'abolizione del carcere duro. E proprio a pochi giorni dal 17° anniversario della strage di via D'Amelio il mistero sulla morte del magistrato si infittisce sempre di più.
Nino Luca
17 luglio 2009

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http://www.repubblica.it:80/2009/07/sezioni/cronaca/mafia-8/inchieste-riaperte/inchieste-riaperte.html
 
Ripartono le indagini sulle stragi di mafia. Sullo sfondo dell'intrigo
gli 007: uno di loro era presente in parecchi luoghi dove esplosero le bombe

Falcone e Borsellino, inchieste riaperte
caccia ad un agente segreto sfregiato

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

CALTANISSETTA - Nessuno conosce il suo nome. Tutti dicono però che ha "una faccia da mostro". è un agente dei servizi di sicurezza. Lo cercano per scoprire cosa c'entra lui e cosa c'entrano altri uomini degli apparati dello Stato nelle stragi e nei delitti eccellenti di Palermo.

Diciassette anni dopo si sta riscrivendo la storia degli attentati mafiosi che hanno fatto tremare l'Italia. Ci sono testimoni che parlano di altri mandanti, ci sono indizi che portano alla ragionevole convinzione che non sia stata solo la mafia a uccidere Falcone e Borsellino o a mettere bombe. É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su via Mariano D'Amelio. É stata ufficialmente riaperta l'inchiesta su Capaci. É stata ufficialmente riaperta anche l'inchiesta sull'Addaura, su quei cinquantotto candelotti di dinamite piazzati nel giugno dell'89 nella scogliera davanti alla casa di Giovanni Falcone. Una trama. Una sorta di "strategia della tensione" - questa l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta titolari delle inchieste sulle stragi palermitane - che parte dagli anni precedenti all'estate del 1992 e finisce con i morti dei Georgofili a Firenze e quegli altri di via Palestro a Milano.

Gli elementi raccolti in questi ultimi mesi fanno prendere forma a una vicenda che non è circoscritta solo e soltanto a Totò Riina e ai suoi Corleonesi, tutti condannati all'ergastolo come esecutori e mandanti di quelle stragi. C'è qualcosa di molto più contorto e di oscuro, ci sono ricorrenti "presenze" - indagine dopo indagine - di agenti segreti sempre a contatto con i boss palermitani. Tutti a scambiarsi di volta in volta informazioni e favori, tutti insieme sui luoghi di una strage o di un omicidio, tutti a proteggersi gli uni con gli altri come in un patto di sangue.

I procuratori di Caltanissetta - sono cinque che indagano, il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano Luciani - hanno già ascoltato Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e l'allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all'aprile 1993) Giuliano Amato per avere anche informazioni che nessuno aveva mai cercato. Su alcuni 007. Primo fra tutti quell'agente con la "faccia da mostro".

É uno dei protagonisti dell'intrigo. Un'ombra, una figura sempre vicino e intorno a tanti episodi di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui sa soltanto che ha un viso deformato. In tanti ne hanno parlato, ma nonostante quella malformazione - segno evidente per un facile riconoscimento - nessuno l'ha mai identificato. Chi è? Gli stanno dando la caccia. Sembra l'uomo chiave di molti misteri palermitani.

Il primo: l'attentato del 21 giugno del 1989 all'Addaura. C'è la testimonianza di una donna che ha visto quell'uomo "con quella faccia così brutta" vicino alla villa del giudice Falcone, poco prima che qualcuno piazzasse una borsa sugli scogli con dentro la dinamite. Qualcuno? Sull'Addaura c'è a verbale anche il racconto di Angelo Fontana, un pentito della "famiglia" dell'Acquasanta, cioè quella che comanda in quel territorio. Fontana rivela in sostanza che i mafiosi dell'Acquasanta quel giorno si limitarono a "sorvegliare" la zona mentre su un gommone - e a bordo non c'erano i mafiosi dell'Acquasanta - stavano portando i cinquantotto candelotti sugli scogli di fronte alla casa di Falcone.

Un piccolo "malacarne" della borgata - tale Francesco Paolo Gaeta - assistette casualmente alle "operazioni". Fu ucciso a colpi di pistola qualche tempo dopo: il caso fu archiviato come un regolamento di conti fra spacciatori. Dopo il fallito attentato, a Palermo fecero circolare le solite voci infami: "É stato Falcone a mettersi da solo l'esplosivo". Il giudice, molto turbato, disse soltanto: "Sono state menti raffinatissime". Già allora, lo stesso Falcone aveva il sospetto che qualcuno, dentro gli apparati, volesse ucciderlo.
Ma l'uomo con "la faccia da mostro" fu avvistato anche in un altro angolo di Palermo, un paio di mesi dopo. Un'altra testimonianza. Confidò il mafioso Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio: "Noi sapevamo che c'era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino".

Nino Agostino, ufficialmente agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà "cacciatore" di latitanti, fu ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989. Mai scoperti i suoi assassini. Come non scoprirono mai come un amico di Agostino, il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza (anche lui cacciatore di latitanti) fu strangolato dai boss di San Lorenzo. Una soffiata, probabilmente. Il confidente Ilardo ha parlato anche di lui. E poi ha raccontato: "Io non so per quale ragione i servizi segreti partecipavano a queste azioni... forse per coprire determinati uomini politici che avevano interesse a coprire determinati fatti che erano successi, mettendo fuori gioco magistrati o altri uomini politici che volevano far scoprire tutte queste magagne". Un'altra testimonianza ancora viene da Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto ucciso: "Poco prima dell'omicidio di mio figlio vennero a casa mia a Villagrazia di Carini due uomini che si presentarono come colleghi di Nino, uno aveva un viso orribile...".

L'ultimo a parlare dell'agente segreto con "la faccia da mostro" è stato Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni '70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell'uomo era in contatto con suo padre da anni. Fino alla famosa "trattativa", fino a quell'accordo che Totò Riina voleva raggiungere con lo Stato italiano per "fermare le stragi". Un baratto. Basta bombe se aboliscono il carcere duro e cancellano la legge sui pentiti, basta bombe se salvano patrimoni mafiosi e magari decidono la revisione del maxi processo.

Ma Massimo Ciancimino non ha rivelato solo gli incontri di suo padre con l'agente dal viso sfigurato. Ha parlato anche di un certo "signor Franco" e di un certo "Carlo". Forse non sono due uomini ma uno solo: un altro agente dei servizi. Uno con il quale il vecchio don Vito aveva un'intensità di rapporti lontana nel tempo. "Fu lui - sono parole di Ciancimino jr - a garantire mio padre, rassicurandolo che dietro le trattattive, inizialmente avviate dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, c'era un personaggio politico". Di questo "signor Franco" o "Carlo", Massimo Ciancimino ha fornito ai procuratori indicazioni precise. E anche un'agenda del padre con i loro riferimenti telefonici.

Un ultimo capitolo di questi intrecci fra mafia e apparati è affiorato dalle ultime indagini sull'uccisione di Paolo Borsellino. Un pentito (Gaspare Spatuzza) ha smentito il pentito (Vincenzo Scarantino) che 17 anni fa si era autoaccusato di avere portato in via D'Amelio l'autobomba che ha ucciso il procuratore e cinque poliziotti della sua scorta. "Sono stato io, non lui", ha spiegato Spatuzza, confermando comunque in ogni dettaglio la dinamica dei fatti e svelando che Falcone - prima di Capaci - sarebbe dovuto morire a Roma in un agguato. Le armi, fucili e pistole, a Roma le aveva portate lui stesso. Dopo un anno di indagini i magistrati di Caltanissetta hanno accertato che Gaspare Spatuzza ha detto il vero e Vincenzo Scarantino aveva mentito. Si era inventato tutto. Qualcuno lo aveva "imbeccato". Chi? "Qualcuno gli ha messo in bocca quelle cose per allontanare sospetti su altri mandanti non mafiosi", risponde oggi chi indaga sulla strage.

Un depistaggio con frammenti di verità. Agenti segreti e scorrerie in Sicilia. Poliziotti caduti, omicidi di inspiegabile matrice. Boss e spie che camminano a braccetto. Attentati, uno dopo l'altro: prima Falcone e cinquantaquattro giorni dopo Borsellino. Una cosa fuori da ogni logica mafiosa. La tragedia di Palermo non sembra più solo il romanzo nero di Totò Riina e dei suoi Corleonesi.

(17 luglio 2009)

http://www.livesicilia.it/2009/07/17/stragi-si-riaprono-i-fascicoli-alla-ricerca-di-faccia-di-mostro/   

Stragi, si riaprono i fascicoli Alla ricerca di ‘faccia di mostro’
venerdì 17 luglio 2009 
 
Tutti alla ricerca di ‘faccia di mostro’. Secondo il quotidiano “La Repubblica”, sono stati riaperti i fascicoli delle inchieste sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma anche dell’attentato a Falcone nella sua casa dell’Addaura del 1989. La presenza di questo agente dei servizi segreti, dal volto sfigurato, sarebbe stata notata in diversi capitoli oscuri della storia della lotta alla mafia. Era a Villagrazia di Carini prima della morte dell’agente di polizia Antonino Agostino, impegnato nella caccia ai latitanti. Era all’Addaura, riconosciuto da una signora. Era, comunque, a Palermo, secondo il mafioso-confindente Luigi Ilardo. “Noi sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino” ha detto nel lontano 1995 Luigi Ilardo al colonnello Michele Riccio della Dia, che raccoglieva le sue confidenze. Però, nonostante abbia un viso deformato, non è mai stato identificato.
Intanto il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, allievo prediletto di Borsellino, annuncia a una nota agenzia di stampa che finalmente si stanno schiarendo alcune zone d’ombra riguardo le stragi. A Caltanissetta, i magistrati hanno già ascoltato Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, e Giuliano Amato, presidente del Consiglio, per sapere di più sull’impiego degli agenti segreti.
E in tutto questo, la notte scorsa, qualcuno è entrato nell’ufficio dell’avvocato di Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, che sta rivelando le segreti trattative fra mafia e Stato che vedevano suo padre di mezzo. Niente è stato toccato, nulla è stato rubato. Che stesse cercando il famoso ‘papello’?
Su tutte le novità che stanno venendo fuori potrebbe indagare anche la commissione nazionale Antimafia. “Fino ad oggi l’ordine dei lavori della Commissione antimafia è stato deciso all’unanimità dall’ufficio di presidenza integrato dai capigruppo. Procederemo allo stesso modo e con la consueta disponibilità anche per quanto riguarda le proposte preannunciate dai colleghi della maggioranza e dell’opposizione in ordine alle novità che starebbero emergendo sulle stragi di mafia e sui delitti eccellenti di Palermo” ha detto il presidente Giuseppe Pisanu.

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http://www.siciliainformazioni.com:80/giornale/cronaca/58819/riina.htm

Le stragi di Palermo. Misteri, enigmi,

dubbi, infamie. Giugno 1992, il Diario dell’orrore

  22 luglio 2009 16:29

 Il capo dei capi. Totò Riina, rompe un lungo silenzio e per la strage di Via D’Amelio a Palermo, accusa: Siete stati voi ad ammazzare Borsellino, io non c’entro. Gaspare Spatuzza, uno degli esecutori, prima di lui, aveva aperto la breccia sui mandanti esterni alla mafia. E Massimo Ciancimino, figlio di Vito, aveva rivelato di possedere la prova che la trattativa fra lo Stato e Cosa nostra ci fu, è tutto scritto nell’ormai celebre papello. Tre lettere di Cosa nostra al senatore Marcello dell’Utri ed una lettera anonima inviata al Quirinale nel ’92 dopo la strage di Capaci entrano nelle indagini, o ci ritornano.

La commissione nazionale Antimafia ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sulle stragi.

Che cosa sta succedendo?

I collaboratori di giustizia, part-time e a tempo pieno, come Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, cominciano ad essere presi sul serio, la pista dei mandanti viene seguita con la determinazione di chi è intenzionato ad arrivare fino in fondo, e fa capire di possedere elementi utili per arrivare alla verità.

D’improvviso il cielo si tinge d’azzurro. Le lenzuola bianche divengono agende rosse. E il padrino abiura alla consegna del silenzio per fucilare i suoi accusatori, dicendo di volerlo fare per il gusto della verità; sa di non potere trarre alcun vantaggio dalle sue rivelazioni. O meglio dai suoi messaggi alla giustizia.

In primo piano restano i servizi deviati (ma da chi? E perché), sullo sfondo la gestione del covo di Riina, ripulito con parsimonia e tempi lunghi. Tornano i dubbi sull’esplosivo di Capaci, i sofisticati congegni e la preparazione “militare” dell’attentato. Vengono sottoposte ad accurata revisione le dichiarazioni di Paolo Bersellino, di ritorno da Roma “sconvolto”, e la sua intervista a un giornalista francese in cui si fa cenno allo stalliere di Arcore ed alla sua attività di consegna dei "cavalli" negli alberghi, e non nelle stalle, perché di droga si trattava e non di quadrupedi.

Ma la domanda principe è una sola: perché solo ora? Perché dopo 17 anni vengono fuori argomenti, indizi, piste, disponibilità taciuti così a lungo? E’ un fiorire di illazioni, sospetti, scenari di mistero, nuovi complotti, che richiamano il vecchio ruolo della mafia sempre stabilizzante, e non il contrario. Con un corollario di enigmi irrisolti: chi c’è dietro? Chi, muove le fila? Che cosa c’è in fondo al tunnel?

Ritorna d'attualità un episodio, protagonista Giulio Andreotti, cui fu chiesto dopo l’assassinio di Salvo Lima, perché non avesse partecipato ai funerali celebrati a Palermo. Disse che aveva onorato il suo amico mettendo la firma sul trattato di Maastricht a nome dell’Italia.

Sembrano le parole di un oracolo, perché non avrebbero nulla a che vedere con le indagini, le stragi, la rivoluzione degli anni novanta che decapitò la prima repubblica. Eppure, un senso potrebbero averlo.

Quale? Maastricht dovette segnare il passo a causa delle stragi, due paesi europei bocciarono il trattato impauriti dal terrorismo mafioso.

Pochi giorni dopo la strage di Capaci, chi scrive raccontò le giornate convulse e inquietanti che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e, successivamente, alla tragedia di Via D’Amelio. E’ un diario, pubblicato parzialmente sulla rivista Cronache parlamentari siciliane.

Propongo il diario ai lettori di ItaliaInformazioni e SiciliaInformazioni.

Mi auguro che questa testimonianza possa essere di qualche utilità per la conoscenza degli eventi. Di sicuro lo è per l’autore, che ha vissuto con grande partecipazione emotiva quelle giornate, raccontandole così come ha creduto che si svolgessero.

Molte informazioni sono state raccolte da magistrati e poliziotti. Ciò che racconto è vecchio, ma mantiene l’impronta di quel tempo.

Non ho modificato né cancellato alcunché.

Le parti pubblicate del diario hanno interessato gli inquirenti del tempo seppure marginalmente. Sono stato interrogato. Una esperienza che i giornalisti fanno quando raccontano tutto ciò che sanno. Giusto così.

Infine, il destino ha voluto che un caro amico, il quale mi permise di conoscere particolari inediti su Via d’Amelio, morisse per un malore improvviso. L’episodio mi turbò molto, fui fatalmente indotto a collegare la sua prematura scomparsa alle sue rivelazioni. Una sciocchezza.

L’atmosfera inquietante di quel tempo provocò anche questo. Le onde emotive spengono l’intelligenza.

Giugno 1992, il Diario/1 I giorni della locusta.

L'ispettore Erik Lonrot si era messo a studiare i diversi nomi di Dio per scoprire l'assassino di un rabbino. Giovanni Falcone si era messo a studiare i conti svizzeri per scoprire le trame dei delitti palermitani. Perché allora ricordo Lonrot? Forse perché Borges deve avere avuto in testa uno come Falcone per creare il suo inquisitore più amato e controverso: la faccia schietta e familiare, i baffi ben curati, gli occhi furbi perennemente in movimento e capaci di penetrare i pensieri più nascosti. Un sorriso indecifrabile, riservato, mansueto; un po' di timidezza ma anche il piglio deciso. Umori cangianti, parole essenziali, pensieri appena accennati che costringono indovinare quanto non è stato detto. La consuetudine a voltare le spalle per non trovarsi al cospetto di una persona indesiderata. E la malinconia in agguato di chi sente la realtà avversa.

Non sapremo mai se Giovanni Falcone abbia messo in conto la terribile fine. Se l'abbia messa in conto veramente, dico. Quando mai smise di essere un inquisitore, a dispetto di avvertimenti, minacce, morti ammazzati che gli fecero rotolare tra i piedi?

Nel labirinto della solitudine ci sono tre linee di troppo, disse l'assassino di Lonrot prima di premere il grilletto. La temeraria perspicacia dell'ispettore non impedì l'ultimo crimine - quello compiuto ai suoi danni - ma permise di individuare la segreta morfologia della malvagia serie di delitti. E di considerare per l'ultima volta il problema delle morti simmetriche e periodiche.

Non ho avuto il tempo di raccogliere elementi utili per mettere insieme un ragionamento plausibile. Devo affidarmi a pochi elementi, per giunta tutti da verificare. E tentare di disporli su basi logiche. Il metodo è obbligatorio: eliminare tutte le ipotesi, eccettuata una: quella che i fatti privilegiano. C'è il rischio di sbatter la testa, di prendere abbagli, ma è meglio così che l'indagine a tutto campo, consueta agli inquisitori che la sanno lunga o non sanno nulla.

I fatti, dunque. Sul tavolo di Giovanni Falcone, al ministero di Grazia e giustizia, era arrivato un documento di eccezionale importanza che spiegava le ragioni per le quali l'indagine milanese sulle tangenti richiedeva la rogatoria internazionale allo scopo di leggere alcuni conti correnti aperti nelle banche.

Il documento contiene nomi e numeri di conto? E quali?

«Lo avevo sentito al telefono proprio venerdì mattina e aveva parlato a lungo degli sviluppi della inchiesta», ha detto il sostituto procuratore Antonio Di Pietro.

Sabato alle 18,40 l'agguato mortale: Giovanni Falcone, la moglie Francesca e i tre uomini della scorta muoiono in un attentato al tritolo lungo l'autostrada Punta Raisi-Palermo.

Che cosa si sono detti i due magistrati?

Quali sviluppi avrebbe avuto l'inchiesta?

Lo scambio delle informazioni è avvenuto in un contesto che oggettivamente offre scarse garanzie di riservatezza. Già in passato Giovanni Falcone aveva sperimentato questo tipo di difficoltà. Nel corso di una audizione alla Commissione Antimafia - è il mese di giugno 1989 - riferendo sul fallito attentato all'Addaura (chili di tritolo rimasti inesplosi), Giovanni Falcone suppose che avessero cercato di ucciderlo per le sue indagini sul riciclaggio di narcodollari.

Il 21 giugno del 1989, giorno dell'attentato fallito, si trovavano a Palermo il Procuratore del Canton Ticino Claudia Del Ponte e un suo collega. Nel corso di una cena con Falcone, cena che precedette di alcune ore il deposito di tritolo su un piccolo molo all'Addaura, Claudia Del Ponte espresse il desiderio di recarsi nella villa a mare di Falcone: un appuntamento con la morte, se la borsa al tritolo non fosse stata scoperta dai poliziotti.

I due magistrati svizzeri si trovavano a Palermo per interrogare Leonardo Greco, boss di Bagheria, titolare di un conto di ben 10 milioni di dollari in una banca svizzera a Mendrisio (denaro depositato per conto di alcune famiglie siciliane ed italo americane). E’ una specie di anteprima della strage di Capaci. Ci sono tutti gli elementi essenziali: i santuari svizzeri dell’alta finanza internazionale e delle multinazionali del crimine, il riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite e affidato a un boss siciliano. Perfino l'esplosivo, identico a quello usato sull'autostrada di Punta Raisi. Stavolta, tuttavia, i conti appartengono a importanti uomini d'affari e personalità politiche. Ma solo a loro? La risposta sarebbe stata affidata alle nuove indagini, sulle quali Falcone avrebbe sicuramente mantenuto un ruolo chiave.

Si era sempre comportato da inquisitore, e soprattutto non aveva mai abbandonato la vecchia pista svizzera, quella che nel 1987 aveva consentito di incastrare Vito Ciancimino grazie ad una distinta di accredito di una forte somma trovata in una valigetta di un boss di Cosa nostra (sicura prova dei collegamenti fra il leader politico e la mafia). Da Palermo a Milano, da qui a Lugano corre un filo sul quale si potrebbe dispiegare la strategia «militare» che ha messo a punto l'assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre poliziotti. Nei conti svizzeri protetti dal segreto potrebbero celarsi i nomi di coloro che hanno deciso o finanziato la strage di Capaci. Se così fosse, il potere di cui dispongono i mandanti sarebbe enorme: le informazioni più riservate, il completo controllo del territorio, una struttura logistica quasi perfetta, mezzi e uomini efficienti.

Possibile che non abbiano commesso errori? 

Sono uomini. Implacabili, efficienti ma solo uomini. Per giorni la fiducia nell'errore possibile ha tenuto insieme il filo dei miei pensieri. Non avevo alternative. A dieci giorni dalla strage di Capaci, le notizie, le informazioni e le rivelazioni di pentiti e di amici e colleghi di Giovanni Falcone, si sommano, si elidono, segnalano una pista, un movente. Ma anche il suo contrario. Deve esserci una logica anche in questo intrigo di sentimenti, ragioni, buona e cattiva coscienza che dal giorno dopo stimolano le esternazioni, fanno parlare i collaboratori della giustizia e litigare gli uomini che contano. Deve esserci una misura ai pregiudizi e ai luoghi comuni.

Il delitto perfetto non esiste. Quando l’assassino sfugge alla giustizia, l’inquisitore deve chiedersi dove ha sbagliato. E ricominciare da capo, se necessario. Se la verità è ben nascosta, c'è sempre la realtà del giorno dopo ad offrire uno scenario da esplorare. E’ come toccare gli oggetti senza mai stringerli, ma è meglio che niente.

Ciò che emerge con assoluta chiarezza attraverso la successione degli attentati e delle minacce fatte a Giovanni Falcone, è la permanenza del pericolo. Una sentenza di morte pronunciata da sempre, che cerca il contesto giusto. Non solo il tempo e il luogo, ma anche, come dire, la soglia da non superare. Forse Giovanni Falcone sarebbe rimasto in vita se il rischio fosse rimasto accettabile: il rischio che le sue indagini, le sue iniziative causavano agli assassini.

Il contesto è apparso ottimale il 23 maggio. Gli eventi stavano camminando così velocemente che non è rimasto tempo agli assassini per valutare con il bilancino i pro e i contro dell'azione.

Giovanni Falcone sapeva di vivere «a due pollici» dalla morte. Ripetutamente domanda, come quel personaggio di Rabelais, quanto sia spessa la chiglia della nave sulla quale egli naviga. «Oh, sono tavole molto buone, doppie, spesse due pollici», rassicura il capitano. «Allora», conclude quello «noi siamo a due pollici dalla morte?».

Il contesto, dunque. Paludoso, ambiguo, confuso, eppure, per alcuni versi, semplice, veritiero, plateale. Esso rivela che l'attentato è stato eseguito dalle cosche siciliane. Potrebbero avere ricevuto un mandato. Una specie di contratto, alla stregua dei killer professionisti. Potrebbero avere ricevuto la collaborazione di qualche specialista esterno: l'uomo che ha preparato il congegno. Più che un contratto per uccidere, tuttavia, considero l'incarico, ammesso che vi sia un mandante esterno, il risultato di un accordo, un patto: una specie di joint-venture. L'organizzazione logistica, la rete informativa, le complicità diffuse sono le armi formidabili della mafia, armi che offrono una potenza di fuoco inimmaginabile. Il luogo, quindi, non poteva che essere la Sicilia; ed in Sicilia, la provincia di Palermo; ed in provincia di Palermo, l'area più sicura, il territorio di Capaci.

«Il problema più importante, sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino è di assicurarsi l'impunità. Una costante per la mafia, ma non per il terrorismo... La protezione di Falcone a Palermo era più accurata che a Roma, ma l'omicidio è stato fatto a Palermo perché è un omicidio di mafia... Gli omicidi di mafia non possono farsi fuori, si devono fare dove la mafia controlla il territorio».

Guido Lo Forte, giudice del pool antimafia di Palermo e Francesco Di Maggio, il magistrato che ha lavorato presso l'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, giungono alle stesse conclusioni. «Potevano ucciderlo a Roma con maggiore facilità», osserva Lo Forte. E aggiunge: «Gli omicidi eccellenti si compiono in Sicilia, fa parte del rituale...». Di Maggio ricorda quanto gli riferì Falcone. «Finalmente, dopo anni di vita blindata, mi disse Giovanni, da quando si era trasferito a Roma, poteva fare una vita quasi comune».

Ucciderlo a Roma era, dunque, apparentemente più semplice, ma in realtà infinitamente più rischioso. «La certezza di non rischiare, osserva Borsellino, la si può avere laddove il controllo del territorio è totale».

Convincente, ma non del tutto. Borsellino fa un'acuta distinzione fra le abitudini della mafia e quelle del terrorismo. La mafia non agisce «ovunque», vuole sicurezza; il terrorismo accetta il rischio, ha bisogno di agire laddove ha individuato l'obiettivo da colpire. E, soprattutto, ha bisogno di far sapere. Se la sua azione rimane ignota, l'obiettivo fallisce. Il delitto viene compiuto perché tutti sappiano che il gruppo colpisce quando e come vuole, perché provochi sgomento e dia l'immagine di uno Stato debole, ingovernabile, da buttare giù.

«Abbiamo fatto un regalo di nozze a Salvino Madonia», confida una voce ignota al centralinista del Giornale di Sicilia, la sera del 23 maggio.

Salvino Madonia s'era sposato la mattina dello stesso giorno con Manuela Di Trapani, nelle carceri dell'Ucciardone. I Di Trapani regnano a Capaci e sono associati alla cosca dei Madonia. Possibile che abbiano voluto rivendicare la strage? Per guadagnarci che cosa? Prestigio, autorità, la gratitudine delle famiglie e l'opportunità di «rifarsi» l'immagine dopo i colpi subiti (tre fratelli ed il vecchio Don Ciccio in carcere)?

Salvino è conosciuto come il terrorista ed ha appena divorziato da Mela Flore, brigatista di Barbagia rossa. Fra terrorismo e mafia i confini sono divenuti labili? O le abitudini delle cosche si adattano ai tempi nuovi?

Guai a lasciarsi ingabbiare dagli schemi. In conclusione: Capaci era stata scelta perché offriva garanzie di sicurezza e permetteva di agire in tranquillità sul tratto di autostrada più favorevole: qui l'auto di Falcone e le vetture di scorta sarebbero passate. Con certezza. La distanza da Punta Raisi garantiva un tempo di preparazione sufficiente; ricevuto il messaggio, gli assassini avevano una manciata di minuti a disposizione. Una scelta quasi obbligata.

 

Perché il 23 maggio?

 

I tempi. Perché il 23 maggio? Perché non prima o dopo? E perché non in passato, quando Giovanni Falcone firmava centinaia di mandati di cattura, preparava il maxiprocesso, ispirava le azioni dello Stato contro le cosche, guidava il pool ed era più vulnerabile?

Lascio da parte, per ora le motivazioni di fondo. L'urgenza di colpire è stata spiegata da Paolo Borsellino. «La sua abitudine di venire a Palermo pressoché ogni settimana e sempre durante il week-end si sarebbe interrotta... Francesca, sua moglie, aveva finalmente ottenuto di stare a Roma per un lungo periodo. Non so quanto fosse conosciuta all'esterno questa circostanza, ma qui lo sapevano tutti»-. Qui, dove? Il palazzo di giustizia, l'ambiente che i coniugi Falcone frequentavano, o più genericamente, Palermo?

Il 23 maggio, dunque, poteva costituire l'ultima buona occasione. Se Francesca Morvillo si fosse trasferita a Roma, i ritorni consueti sarebbero finiti e con essi la possibilità di preparare in terra sicura, l'attentato. Questo spiega, tuttavia, l'esigenza operativa, non la sentenza di morte.

Ho provato a fare il censimento dei possibili moventi, annotando anche gli argomenti che non condivido affatto, perché lo scenario che esso dischiude offre per sé utili indicazioni. Descrive «la realtà del giorno dopo». Mi riferisco alle soffiate, alla disinformazione «legittima» degli inquirenti ed a quella interessata dei depistatori. La disinformazione, se riconosciuta, è informazione. Può costituire il filo per uscire dal labirinto delle ipotesi.

Il movente, dunque: la vendetta della mafia, l'interesse manifestato per il riciclaggio del denaro sporco (Svizzera, USA, Russia), le iniziative del governo in campo giudiziario (carcerazione preventiva) e le decisioni della Cassazione (unicità della mafia). Falcone era l'ispiratore della politica giudiziaria del governo; l'anello di collegamento fra i giudici milanesi che si occupano delle tangenti e del riciclaggio del denaro sporco nella Svizzera italiana; l'uomo incaricato di vedere chiaro sul riciclaggio di denaro effettuato da alcune imprese italiane a Mosca; colui che si sarebbe recato negli USA per incontrare Tommaso Buscetta dopo l'omicidio di Salvo Lima.

Falcone aveva convertito i pentiti più autorevoli - Buscetta, Contorno - diventando, in qualche modo, il destinatario dei loro segreti, l'interprete delle loro ambiguità. Aveva reclutato gli «infami», facendone un esercito agguerrito, anche se controverso e odiatissimo fra le cosche perdenti, sopravvissute alla sconfitta del clan Bontade,

Nei trenta giorni che precedettero l'attentato, Giovanni Falcone si occupò di riciclaggio italo-sovietico ed italo-svizzero, dell' omicidio di Salvo Lima, delle tangenti milanesi e di un piano anticrimine.

Chi ha deciso di eliminarlo? La risposta sta nella frenetica attività degli ultimi trenta giorni: i conti in banca, i collaboratori della giustizia, il piano anticrimine, il delitto Lima, la decapitazione della mafia di Castelvetrano.

Il 12 maggio trovò in auto una lettera anonima che lo invitava a non occuparsi di politica. «Fatti il tuo lavoro», è la raccomandazione. Pochi giorni dopo, la rivelazione di un pentito: si prepara un attentato a Paolo Borsellino. Lo uccideranno sull'autostrada Palermo-Trapani.

I due eventi non hanno nulla in comune?

Giovanni Falcone si credeva puro ragionatore, un po' Auguste Dupìn, proprio come l'ispettore Lonrot di Borges, ma v'era in lui, al pari di Lonrot, qualcosa che lo spingeva a rischiare, ad avventurarsi. Le sue analisi erano rigorose, le intuizioni geniali. Ma non sapeva fermarsi: le regole erano sentite come una forma di violenza. Una fede ingenua nel lavoro lo sospingeva più avanti.

Come spiegare, altrimenti, che si sia seduto su un vulcano.

 

«Ho paura», dice Tommaso Buscetta. «Non parlo».

 

«Ho paura», dice Tommaso Buscetta. «Non parlo».

«Paura di che?», gli viene chiesto.

«Non per la mia persona», è la risposta, «ma per i miei amici, i miei parenti...».

Buscetta è una sorta di consulente della giustizia. Nonostante viva sotto falso nome, in un luogo sconosciuto e forse con un volto nuovo, possiede informazioni che gli consentono di sapere. Se non sapesse, non sarebbe giustificata l'iniziativa di incontrarlo. Buscetta conta ancora, mantiene le sue amicizie (è proprio lui a rivelarlo) ed è perciò costantemente informato di ciò che accade in Sicilia.

Non ha parlato? Né con Falcone né con alcun altro? Chi può esserne sicuro?

Buscetta si fida di Falcone. Ha taciuto su Lima? E se Falcone avesse ricevuto una notizia, un indizio da incoraggiarlo ad andare avanti, a cercare fra le carte, o a parlare con qualcuno? Nulla può essere trascurato. Proprio nulla.

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I mandanti impuniti. Il tempo della verità sulle stragi "di Stato"

 http://www.radioradicale.it:80/scheda/283814/i-mandanti-impuniti-il-tempo-della-verita-sulle-stragi-di-stato   

''Impunita' e mafie: una soluzione finale contro lo Stato democratico''

di Vincenzo Iurillo - 8 novembre 2009 L'allarme di Ingroia: "troppa politica neutrale"

"Siamo alla soluzione finale, alla demolizione sistematica non dello Stato di Diritto, ma dello Stato. Punto". Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, il magistrato che indaga sui segreti delle trattative tra mafia e stato (quello con la s minuscola), dice cose drammatiche con voce pacata. È la seconda e ultima giornata di lavori del convegno su "Questione morale e Istituzioni" organizzato dall’europarlamentare dipietrista Luigi de Magistris al Maschio Angioino. E dalla kermesse napoletana, organizzata non a caso nella terra dove da giorni si rincorrono le voci di un provvedimento giudiziario contro il Governatore in pectore del Pdl Nicola Cosentino, si esce con la consapevolezza dell’esistenza di un’emergenza democratica in Italia. Un’emergenza evidente agli occhi dell’Europa, come testimonia l’intervento di Juan Fernando Lopez Aguilar, presidente della commissione Libertà Pubblica al Parlamento Europeo, che si occupa anche di cooperazione giudiziaria tra gli stati membri dell’Ue e tiene sotto osservazione la ‘democrazia mediatica’ imposta da Silvio Berlusconi e dai suoi corifei. "La legittimazione del potere giudiziario - ricorda Lopez Aguilar - dovrebbe essere l’ugua glianza davanti alla legge, la proibizione del privilegio. Ma sappiamo bene che questi principi sono sempre sotto minaccia e mai realizzati pienamente. Colpa del divorzio tra le leggi e i valori che dovrebbero sostenerle". Una perfetta fotografia dell’Italia berlusconizzata. Lopez Aguilar ricorda il "passionale" dibattito in commissione, "non soltanto in lingua italiana", sul pluralismo informativo e sulla libertà d’espressione: "Passionale perché il problema solo a prima vista è un problema italiano. In realtà il retroterra della discussione è molto più profondo e riguarda la tenuta della democrazia, il rischio della sostituzione della democrazia rappresentativa con la democrazia mediatica, la definizione più efficace sotto il profilo politologico delle attuali democrazie avanzate". Ma sono le parole di Ingroia a rotolare come macigni in platea: "In Italia siamo governati da decenni secondo il principio di autoconservazione della classe dirigente, che fa affari con la mafia e ha gli stessi obiettivi della mafia: l’impunità". Da conquistare anche depotenziando gli strumenti di indagine del pubblico ministero. Cominciando, sottolinea Ingroia, che sul tema ha scritto un libro, dal disegno di legge che di fatto eliminerà le intercettazioni. "Non è più il tempo della neutralità - afferma Ingroia - non si può fare la lotta alla mafia solo con la magistratura, bisogna dare maggiore spazio alla società civile". Accende un riflettore su Napoli e sul Sud Rosario Crocetta, già sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd: "È possibile che nella Napoli afflitta dall’emergenza rifiuti e governata da una classe dirigente dedita ai peggiori affari e ai peggiori intrecci con la criminalità organizzata, la questione morale è stata a lungo ridotta a un dibattito sull’e vasione scolastica e sulla devianza criminale minorile"? Crocetta è stato condannato a morte dalla mafia per averla osteggiata e per aver combattuto le imprese edili colluse che si arricchivano grazie alle creste ricavate dall’uso del 'calcestruzzo depotenziato’, un trucco spiegato durante il convegno. A Bruxelles e Strasburgo vive senza scorta e la circostanza lo preoccupa non poco. "Lo trovo singolare in un’Europa che evidentemente ha deciso di non combattere la guerra alle mafie". Marco Cappato (radicali) ha sottolineato "il tentativo perpetuo di smembrare la Costituzione e Alberto Lucarelli, professore di Diritto Pubblico ed esponente di Idv, ha posto l’accento sull’esistenza di una mafia economica che si è impossessata del controllo delle società pubbliche per governarle senza trasparenza e secondo principi lottizzatori". Conclude Antonio Padellaro, direttore de Il Fatto Quotidiano, che a proposito di valori dice: "Fare un giornalismo che racconta le cose che accadono, e non quelle che non accadono, è diventato un atto anomalo. Tra i valori che dovrebbe reggere la nostra società, c’è quello che la menzogna non può essere elevata a verità. Ma nel giornalismo italiano la macchina delle bugie è sempre in moto".

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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http://temi.repubblica.it/micromega-online/mori-e-de-caprio-assolti-per-aver-trattato-con-la-mafia/

Mori e De Caprio, assolti per aver trattato con la mafia di Sandro Provvisionato, da lavocedellevoci.it

Nello scorso numero di questa rubrica, grazie alle preziose quanto oscurate rivelazioni di Nicola Biondo sull'Unità, abbiamo scritto delle nuove, inquietanti acquisizioni della magistratura palermitana sulla cattura di Totò Riina. Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito, l'arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che una sceneggiata, perchè in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, l'altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri 13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta.

Questa importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia, purtroppo non solo ridimensiona l'effettiva portata dell'azione dell'antimafia almeno negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella cattura e soprattutto di cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una simile collaborazione. E ancora conferma il sospetto che aleggia sull'azione di Cosa nostra fin dai tempi delle stragi terroristiche del maggio-luglio 1992: e cioè che dopo le bombe e le autobombe che eliminarono Falcone, Borsellino e altre dieci persone, una vera e propria trattativa si sia aperta tra la mafia e lo Stato italiano.

Nello scorso numero abbiamo citato un processo molto delicato che si svolse tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di favoreggiamento a Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti: Mario Mori, all'epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò Riina, il leggendario "capitano Ultimo" che meritò non solo onori, ma anche una fiction televisiva. L'accusa? Aver ritardato di ben 18 giorni la perquisizione della villa in cui il capo dei capi di Cosa nostra aveva vissuto, consentendo nei fatti che un manipolo di picciotti ripulisse completamente quella residenza, arrivando persino a smurare una cassaforte. Cosa c'era di tanto importante nella villa-covo?

A scanso di equivoci e per completezza, diciamo subito che entrambi gli ufficiali dei carabinieri sono stati assolti "perchè il fatto non costituisce reato". In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito, come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c'era stato dolo nell'azione dei due ufficiali del Ros, anche se si fa preciso riferimento a una trattativa e ai colloqui tra Mori e l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, definiti "iniziative spregiudicate".

Ancor più interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo. E dopo che Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato dell'Unità che avanzavano sospetti proprio su quella mancata perquisizione.

Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005 davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo. Sostengono l'accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Proprio nella prima udienza, a sorpresa, viene chiamata a testimoniare la "pentita" Giusi Vitale la quale afferma: "Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo". Secondo la Vitale, all'interno della villa del capo di Cosa Nostra "c'erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero". La "collaboratrice" riferisce anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un "bene" da Cosa nostra, in quanto all'interno dell'appartamento erano custoditi "numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni".

Nell'udienza del 26 settembre è il magistrato Luigi Patronaggio a gettare nuova luce sulla vicenda. Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il capitano Ultimo chiese ed ottenne dall'allora colonnello Mario Mori di far bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare.
"Fui avvisato dell'arresto di Riina - racconta Patronaggio - direttamente da Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l'operazione, ed era solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del Ros. Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c'era e c'è fiducia totale in De Caprio e Mori e l'indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare. Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa era sotto controllo".

Rispondendo alle domande del pm Ingroia, Patronaggio spiega ancora: "Credevo che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre attività operative". Inoltre la procura, dopo l'arresto di Riina, sollevò alcuni dubbi sull'attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo nell'ambito dell'attività che portò alla cattura del latitante: "Il filmato girato dal Ros davanti all'ingresso del residence in cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell'arresto del latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perchè ad un certo punto del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva".

Nell'udienza del 3 ottobre tocca all'ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, il quale aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: "Eravamo a pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell'arresto. C'era molta concitazione. Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando l'allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare. Sembrava sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di osservazione (cominciato il giorno precedente alla cattura, ndr). Eravamo perplessi, ma stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore. Per questo dicemmo a Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di osservazione avviato dai carabinieri continuasse".

I primi dubbi sulla presenza dell'attività di sorveglianza del covo i magistrati di Palermo li hanno quando apprendono che, nel frattempo, la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli: "Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede spiegazioni. Pensai: "come è possibile? Deve essere passata sotto al naso di qualcuno".

Dopo l'audizione di diversi "pentiti", si arriva al 7 novembre, giorno riservato alla deposizione dell'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: "Non ho ricordi personali di quei periodi. Tutto ciò che posso dire, anche per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in questo dibattimento". Caselli, tuttavia, un ricordo personale lo riferisce. è legato al momento in cui entrò nella villa di Riina: "Ero molto arrabbiato, perchè qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma soprattutto perchè a causa di questo fatto temevo il riesplodere della stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo". E aggiunge: "La Procura era pronta alla perquisizione del complesso residenziale di via Bernini subito dopo l'arresto di Riina. Si decide di cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire l'arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini. Infine, la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione: un fatto, quest'ultimo, dettato da un equivoco, ma anche dall'autonomia decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio".

Il 13 febbraio 2006 è la volta dell'accusa, che chiede la assoluzione di Mori e De Caprio perchè non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia. L'inizio della requisitoria dei pm è fulminante: "Questa vicenda, se avesse un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perchè ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un'operazione di polizia così importante". Per giustificare la loro richiesta di assoluzione i magistrati della procura di Palermo sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra. Il pm conclude la sua requisitoria sostenendo che i due imputati "dovrebbero chiedere scusa ai cittadini italiani". Nella sua replica il pm Ingroia introduce il concetto di "ragion di Stato", a cui aveva già fatto riferimento durante la requisitoria, sostenendo che ancor più dell'assoluzione, la prescrizione sarebbe stata la decisione "più adeguata e più giusta".

Il colpo di scena arriva quasi sul finale: Ingroia rivela ai giudici di avere ricevuto una lettera da parte dell'associazione familiari delle vittime della strage dei Georgofili di Firenze. "Chiedono se la perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina avrebbe potuto evitare le stragi del "93? è una domanda agghiacciante - conclude Ingroia - a cui questo processo non poteva dare una risposta, ma che pesa come un macigno".

Il 20 febbraio 2006 arriva la sentenza. Nelle motivazioni emergono però tanti buchi neri attorno alla mancata perquisizione del covo del capomafia. Secondo i giudici, l'istruttoria dibattimentale non ha chiarito il "lato oscuro" dell'arresto di Riina. E la linea difensiva dei due imputati "è confusa". Inoltre, la tesi di Ultimo, scrivono i magistrati, in cui lo stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai magistrati il rinvio della perquisizione, "è contraddetta" da elementi pratici come il rinvenimento di "pizzini" addosso a Riina nel momento dell'arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva avere altri in casa. Quindi la perquisizione doveva essere fatta senza rinvio.

"Il collegio - si legge nelle motivazioni della sentenza - ritiene di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da dichiararsi ormai prescritto. Tali ragioni di Stato non potrebbero che consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio: e dunque, lungi dall'escludere il dolo della circostanza aggravante, varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di Riina".

Per i magistrati, dunque, "la ragione di Stato verrebbe a costituire il movente dell'azione", e se fosse stato provato dall'accusa, sarebbe stato "capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile". "è palese - spiegano i giudici - che se vi fu ragione di Stato si intese pagare il prezzo dell'agevolazione, per il futuro, delle attività mafiose, pur di incassare l'arresto di Riina, con la piena configurabilità del favoreggiamento aggravato; ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilità penale".

Di quale portata sia stata questa "ragion di Stato" invocata da Ingroia e non riconosciuta dal tribunale di Palermo, è un argomento di cui non sentiremo più parlare. Dal momento che nè la pubblica accusa, nè la difesa hanno fatto ricorso in appello, la sentenza di assoluzione di Mori e De Caprio è da ritenersi definitiva.

(19 ottobre 2009)

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Scarpinato: 100 bocche cucite su Via D'Amelio
Caltanissetta,

Sono un centinaio le persone che nascondono i segreti delle stragi di stampo mafioso dell'inizio degli anni Novanta, secondo Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale di Caltanissetta.

Il magistrato non si sofferma sulle dichiarazioni attribuite ai pm della sua procura, secondo i quali la politica "non è pronta a fronteggiare l'onda d'urto delle nuove verità sulle stragi" ("A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto"), ma, in un'intervista a Marco Travaglio sul 'Fatto quotidiano', spiega il concetto di "sistema criminale" che starebbe dietro quelle stragi.

Si tratta, afferma, di "un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti organi dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all'ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il partito comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del paese con l'avvento delle sinistra al potere (la 'gioiosa macchina da guerra'). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un'articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico.

La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità.

Ma, finora, non parla nessuno". Scarpinato fa un "sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianifica e realizza la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone".

Il magistrato cita i boss mafiosi che si riunirono a fine 1991 in un casale nelle campagne di Enna "per progettare la strategia stragista", i loro collaboratori, l'agenzia di stampa 'Repubblica' vicina a Vittorio Sbardella (nulla a che fare con l'omonimo quotidiano, ndr.), l'ex neofascista Elio Ciolini, la cosiddetta 'Falange armata', coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio. "La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone - afferma Scarpinato - è il segno che su quel segreto imposto il sigillo del potere".