| RASSEGNA STAMPA |
vedi anche Lirio Abate Indagine esplosiva - Berlusconi e Dell'Utri collusi con la mafia
Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra politica e apparati deviati» «Trattativa? Ci fu qualcosa del genere. 30 giugno 2010
"Siamo a un passo dalla verità sulla strage di via D'Amelio. E la politica potrebbe non reggerne il peso". 20.7.2010
Pisanu: "La verità sulle stragi non è vicina". Convocato Lari Mercoledí 21.07.2010 15:10
Scarpinato: 100 bocche cucite su Via D'Amelio
testo integrale della relazione della Commissione Antimafia
varie strage 2009
"A un passo dalla verità
sulle stragi"
I pm sull'attentato di via D'Amelio
PALERMO
- "Siamo a un passo dalla verità sulla strage di via D'Amelio.
E la politica potrebbe non reggerne il peso". A 18 anni
dall'assassinio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua
scorta, i magistrati di Caltanissetta Sergio Lari e Nico Gozzo non hanno
dubbi. Nonostante i depistaggi, le "amnesie" istituzionali, le false
prove e i falsi pentiti, le indagini sono prossime a una svolta. "Il
problema - si chiede l'aggiunto Gozzo, ascoltato a lungo, oggi, dalla
commissione nazionale Antimafia a Palermo assieme al procuratore Lari -
è capire se c'è una politica in grado di raccogliere tutto questo".
Le dichiarazioni dei due pm sono state subito smentite dal presidente
dell'Antimafia e senatore, Giuseppe Pisanu. "Dopo aver ribadito che non
si può riferire alcunchè dello svolgimento dei lavori della Commissione
in seduta segreta - ha detto - nego decisamente che i magistrati di
Caltanissetta abbiano dichiarato di essere ad un passo dalla verità
sulla strage di Via d'Amelio e che la politica non sarebbe in grado di
reggere il peso di tale verità", ha dichiarato.
Stando però alla versione dei pm di Caltanissetta, il pentito Gaspare
Spatuzza starebbe dando un contributo determinante, e soprattutto
attendibile, alle indagini sulle stragi del 1992. Le sue testimonianze
avrebbero smantellato la vacillante ricostruzione di Vincenzo Scarantino,
pentito dalle alterne vicende che potrebbe essere uno dei tasselli del
clamoroso depistaggio.
Di
questo sono convinti Lari, Gozzo e i sostituti procuratori Nicolò
Marino e Giovanni Di Leo. L'audizione, che è stata secretata, si è
concentrata sulla svolta investigativa degli ultimi tempi, in base alla
quale il procuratore Lari, conversando con i giornalisti prima di essere
ascoltato dall'Antimafia, ha detto di trovarsi di fronte a un passaggio
cruciale. Il riferimento è alla strage di via D'Amelio, nella quale
furono uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta.
Prima di incontrare la commissione guidata da Giuseppe Pisanu, Lari
aveva ribadito la convinzione che "non sia stata solo la mafia a volere
la strage". Da tempo la Procura di Caltanissetta ipotizza il
coinvolgimento di pezzi deviati dello Stato e dei servizi segreti. E ora
Spatuzza avrebbe fornito elementi di riscontro all'impianto
investigativo messo a punto dai magistrati.
La lunga audizione del procuratore Lari e dei suoi collaboratori ha
toccato anche il tema scottante della "trattativa". Lari ha parlato,
incontrando i giornalisti, di "soggetti che, pur avendo dovere di
fedeltà verso le istituzioni, hanno tradito questi principi". Gli
scenari delineati dai magistrati nisseni lasciano intuire collegamenti
opachi e contengono elementi che le indagini stanno approfondendo. Per
questo la commissione ha ritenuto opportuno apporre il segreto al
contenuto dell'audizione.
(20 luglio 2010) © Riproduzione riservata
Pisanu: "La verità sulle stragi non è vicina". Convocato Lari Mercoledí 21.07.2010 15:10
La politica ha avuto un ruolo nell'ostacolare la ricerca della verità sulle stragi del 1992, ma il nome di Silvio Berlusconi non è mai stato fatto. Lo ha precisato Sergio Lari, il procuratore capo di Caltanissetta, la procura che indaga sulle stragi, dopo le polemiche seguite alle dichiarazioni del suo vice, Domenico Gozzo. Il quale aveva spiegato che «la verità è a un passo» ma si era chiesto se lo Stato sarebbe stato in grado di reggere alla forza d'urto dell'inchiesta. «Lo Stato penso sia in grado - aveva a sua volta risposto -, il problema è se c'è una politica in grado di rispondere a questa verità».
PISANU: LA VERITA' NON E' VICINA - "Sarebbe stato detto che siamo a un passo dalle verita' per la strage di via D'Amelio. Me lo auguro con il cuore. Purtroppo non è così. E' piu' corretto dire che si stanno facendo passi in direzione della verita', ma che siamo lontani dalla verita'". Lo ha detto il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Beppe Pisanu, in una conferenza stampa al termine delle audizioni tenute in prefettura a Palermo da lunedi'.
"Debbo riconoscere - ha aggiunto- che la magistratura palermitana e siciliana e le forze dell'ordine in Sicilia stanno svolgendo un ruolo encomiabile e devono essere sostenuti a ogni modo assicurando loro risorse umane e materiali adeguate all'impegnativo compito che devono svolgere. Purtroppo le Procure in alcuni casi risultano drammaticamente carenti in fatto di organici che a nostro parere devono essere colmati rapidamente e di questa esigenza mi faro' interprete con il ministro Alfano che ha seguito con molta attenzione questi problemi".
"Non mi nascondo -ha detto ancora Pisanu- dietro le contraddizioni che ieri sono state colte da voi tra le affermazioni atttribuite ai magistrati da noi ascoltati e una dichiarazione resa da me. Ribadisco quanto detto cioe' che nel corso delle audizioni, che non posso svelare perche' secretate, nessuno di noi ha avuto la sensazione che la magistratura fosse ad un passo dalla verita', e nessuno di noi ha manifestato la preoccupazione per gli effetti politici che una simile scoperta potrebbe produrre. Ci auguriamo che la verita' venga scoperta al piu' presto e siamo al fianco di coloro che lavorano per accertarla. Poi la politica fara' i conti con questa verita'. Proprio per fugare qualunque ombra -ha cocnluso Pisanu- devo dirvi che il capogruppo del Pdl ha preannunziato richiesta formale di convocazione del procuratore Lari per chiarire il senso delle dichiarazioni attribuite a lui e ai suoi collaboratori, che non hanno trovato riscontro nella lunga e scrupolosa informazione che hanno reso ieri".
LARI CONVOCATO - "Abbiamo convocato il presidente della Regione Lombardo perche', dopo aver sentito i presidenti delle regioni del Sud dove c'e' la piu' alta pecentuale di criminalita' organizzata, si sono verificati ulteriori fatti che necessitano di essere chiariti". Lo ha detto il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Beppe Pisanu, a margine delle audizioni tenute a Palermo http://www.affaritaliani.it/cronache/pisanu-stragi-borsellino-verita210710.html
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L'analisi sviluppata dal presidente della commissione antimafia Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra politica e apparati deviati» «Trattativa? Ci fu qualcosa del genere. 30 giugno 2010
Nel '92-'93 la democrazia è stata in pericolo». Grasso: servono prove MILANO - «È ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica». È l'analisi sviluppata dal presidente della commissione parlamentare Antimafia Beppe Pisanu nella sua relazione su «I grandi delitti e le stragi di mafia '92-'93», illustrata mercoledì all'organismo di inchiesta che dirige. DEMOCRAZIA IN PERICOLO - Alle spalle delle stragi - afferma Pisanu - si mosse «un groviglio tra mafia, politica, grandi affari, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato. La spaventosa sequenza del '92-'93 ubbidì a una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti». Da un lato ci fu il senso di «smarrimento politico-istituzionale che fece temere al presidente del Consiglio di allora l'imminenza di un colpo di Stato». Dall'altro determinò «un tale innalzamento delle misure repressive che indusse Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e prendere la strada dell'inabissamento. Nello spazio di questa divergenza si aggroviglia quell'intreccio che più volte abbiamo visto riemergere dalle viscere del Paese». Pisanu indica quindi l'orizzonte del dibattito in commissione: «Di fronte a eventi terribili si giustappongono senza mai fondersi tre verità, quella giudiziaria, quella politica e quella storica, che si basano su metodi di ricerca e su fonti diverse con la conseguenza di dare luogo a risultati parziali e insoddisfacenti. La verità politica interessa tutti noi per cercare di spiegare ai nostri elettori quale pericolo ha corso la democrazia in quel biennio e come si è riuscito a evitarlo».
DUE TRATTATIVE - Quindi ha ricostruito dettagliatamente i passaggi degli "omicidi eccellenti" e delle stragi a partire da quella mancata dell'Addaura, dicendo che ormai vi sono notizie «abbastanza chiare» su due trattative: «Quella tra Mori e Ciancimino, che forse fu la deviazione di un'audace attività investigativa, e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, da cui nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato». Citando Falcone, Pisanu ha sostenuto che «non esistono "terzi livelli" di alcun genere capaci di influenzare o addirittura determinare gli indirizzi di Cosa Nostra», e quindi «ipotizzare l'esistenza di centrali del crimine, burattinai e grandi vecchi che dall'alto dettano l'agenda o tirano le fila della mafia, significa peccare di rozzezza intellettuale». Ma dalla storia di quegli anni e dalle esperienze di personaggi politici e giudiziari di prim'ordine, se emerge «l'estraneità del governo alla trattativa» con la mafia, non si può escludere che «qualcosa del genere ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza». Sulla strage di via D'Amelio e sugli sviluppi successivi - ipotizza Pisanu - «la trattativa ebbe un impatto rilevante».
INTERVENTI ESTERNI - «Anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi - si legge ancora nella relazione -. Fin dall'agosto del '93 un rapporto della Dia aveva intravisto e descritto un'aggregazione di tipo orizzontale, in cui rientravano, oltre alla mafia, talune logge massoniche di Palermo e Trapani, gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti. Sulla stessa linea, pur restringendo il campo, il procuratore di Caltanissetta Lari ha sostenuto recentemente che Cosa Nostra non è stata eterodiretta da entità altre, ma che al tavolo delle decisioni si siano trovati, accanto ai mafiosi, soggetti deviati dell'apparato istituzionale che hanno tradito lo Stato con lo scopo di destabilizzare il Paese mettendo a disposizione un know-how strategico e militare». A luglio lo stesso procuratore - spiega Pisanu - aveva anticipato che, dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, «le investigazioni hanno lasciato la pista puramente mafiosa e puntano a scoprire un patto fra i boss di Cosa Nostra e servizi segreti». «Probabilmente - conclude l'ex ministro dell'Interno - Provenzano fu insieme a Ciancimino tra i protagonisti di trattative del genere, mentre Riina ne fu, almeno in parte, la posta. Trattative complesse e a tutt'oggi oscure, nelle quali entrarono a vario titolo, per convergenza di interessi, soggetti diversi, ma tutti dotati di un concreto potere contrattuale da mettere sul piatto. Altrimenti Cosa Nostra li avrebbe rifiutati».
MAFIA E POLITICA - Pisanu ha osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-Stato era l'abolizione dell'articolo 41 bis (carcere duro) e il «ridimensionamento di tutte le attività di prevenzione e repressione». A riscontro cita una «singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del '93, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente». «Cosa Nostra - prosegue - ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica. Bloccato il braccio militare, ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere. Ma dagli anni '90 a oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente un'opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine».
«NARRACCI FORSE INDAGATO» - In particolare nel capitolo dedicato alla strage di via D'Amelio, Pisanu scrive che «le prime indagini avrebbero subito rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della polizia legati ai servizi segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dall'ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all'opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero da un deliberato proposito di depistaggio. Sulla scena, comunque, riappaiono le ombre dei servizi segreti. Prima fra tutte, quella del dottor Lorenzo Narracci a quanto pare indagato a Caltanissetta». Sempre riferendosi all'ex funzionario del Sisde e collaboratore di Bruno Contrada e tuttora in servizio all'Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), Pisanu scrive ancora: «Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino, testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso signor Franco o Carlo», che secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo avrebbe seguito il padre nel corso della «trattativa». La Procura di Caltanissetta non commenta la notizia dell'iscrizione di Narracci nel registro degli indagati, ma fonti giudiziarie citate dall'agenzia Ansa la confermano. L'indiscrezione era stata anticipata il 27 maggio da alcuni organi di stampa che tuttavia non avevano fatto il nome di Narracci.
GRASSO: SERVONO PROVE - «Le teorie sono belle ma nei processi abbiamo bisogno delle prove giudiziarie. Le prove costruite su tante fonti non hanno mai consentito di costruire la prova penale individualizzante in grado di accertare responsabilità». Così il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento sulla relazione di Pisanu, al termine della sua audizione sul ddl intercettazioni alla commissione Giustizia della Camera. L'ex ministro ha replicato di aver «chiarito, fin dalle prime battute della mia relazione, che di fronte a vicende drammatiche e complesse come quelle dei grandi delitti e delle stragi di mafia del 1992-'93, ci sono tre verità diverse, difficili da contemperare: quella giudiziaria, quella politica e quella storica. Come è facile capire, la mia relazione è soltanto politica e non ha la benché minima pretesa di stabilire verità giudiziarie».
Redazione online 30 giugno 2010
http://www.corriere.it/politica/10_giugno_30/pisanu-strage-convergenza_98fe3bbe-8445-11df-a860-00144f02aabe.shtml
Un'intervista del procuratore antimafia Piero
Grasso riapre la vicenda della misteriosa trattativa con Cosa Nostra.
"Questa trattativa con la mafia nei primi anni '90 c'è stata - afferma il
magistrato al Tg3 - ed anzi Cosa Nostra aveva capito di poter ricattare lo
Stato".
Le sue parole rilanciano la polemica esplosa in questi giorni dopo l'arrivo
alla Procura di Palermo delle copie di quello che il figlio di Vito
Ciancimino assicura essere il "papello" elaborato da Riina per avviare la
trattativa tra Stato e mafia.
Dice Piero Grasso: "Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che
'si sono fatti sotto' vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei
confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo.
L'accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere
servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle
istituzioni".
Per il procuratore bisogna però contestualizzare la vicenda: "Il momento era
terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era
iniziata con Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere
degli interlocutori credibili". La realtà, sostiene Grasso, è che "questo
primo contatto ha creato delle aspettative in Cosa Nostra che poi hanno
provocato ulteriori conseguenze".
In ogni caso dopo l’arresto di don Vito Ciancimino e Riina «le stragi prendono un’altra strada, ma continuano. Io ritengo - conclude Grasso - che ci sia sempre un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico».
18 ottobre 2009
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19/10/09 “Le parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso mi sconvolgono. E mi chiedo anche come può un alto magistrato parlare solo ora della trattativa fra Stato e mafia. E perché anche tutti gli altri, da Martelli a Ferraro a Violante, ne parlano solo ora? Oggi questo confronto fra istituzioni e criminali viene confermato, tutti sapevano. Perché non ne hanno parlato prima?”. Lo dice Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, commentando le dichiarazioni del procuratore della Dna Grasso sulla possibile eliminazione del procuratore aggiunto palermitano per “riscaldare” la trattativa e sul salvataggio di politici da parte di Cosa nostra per portare avanti il confronto con lo Stato leggi tutto l'articolo
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Ad apprendere certe rivelazioni, ieri, uno si aspettava che subito sarebbe venuto giù il mondo, che la gente –i cittadini, si sarebbero riversati per le strade furibondi agitando la propria tessera elettorale per chiedere conto del maltolto (laddove il maltolto si chiama sovranità nazionale), che i propri politici di riferimento non avrebbero parlato d’altro (il sito di D’Alema è fermo al 3 ottobre, quello di Bersani propone un sondaggio sulla globalizzazione; Fassino è ancora lì folgorato per il Nobel ad Obama, mentre Franceschini dice che oggi andrà da Zoro –coi calzini turchese), che i deputati più temerari si sarebbero incatenati agli scranni parlamentari fino a che la verità (tutta la verità, nient’altro che la verità) non fosse uscita fuori, limpidamente, senza omissioni, e la nazione non fosse stata restituita al rispetto di sé. Invece nulla. Niente di niente. Le pecore sono al pascolo. Siete pregati di non disturbare.
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di D.Santoro
La pubbliczione del “papello” contenente le richieste della mafia nella trattativa con lo Stato ha riacceso l’attenzione sui fatti di sangue dei primi anni Novanta.
Attualmente, il documento consegnato ai pm di Palermo dai legali di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito, è al vaglio della procura di Palermo, che sta cercando di stabilirne la veridicità e la collocazione temporale. In attesa dell’esito dei riscontri, può essere di grande utilità per comprendere le ragioni e gli obiettivi dell’eventuale trattativa tra mafia e Stato inserire quest’ultima nel contesto storico in cui è maturata.
L’inchiesta della procura palermitana ipotizza infatti che il “papello” debba essere fatto risalire al periodo intercorrente tra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e quella di Via d’Amelio (19 luglio 1992). Era quello il periodo della sfida di Cosa Nostra allo Stato, caratterizzata da un’escalation di violenza senza precedenti. La “nazimafia” dei Corleonesi, che dominava incontrastata la Cupola mafiosa dal 1981, anno dell’assassinio del boss Stefano Bontate da parte di Pietro Aglieri probabilmente dietro ordine di Totò Riina, stava disperatamente cercando di reagire ad una situazione politica che, per la prima volta nella storia repubblicana, rischiava seriamente di compromettere il ruolo centrale della mafia nella definizione degli equilibri di potere a livello nazionale.
L’elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, le riforme avviate dal leader russo nella seconda metà degli anni Ottanta, la caduta del Muro di Berlino, l’implosione dell’Unione Sovietica e la conseguente fine della Guerra fredda avevano infatti ridotto notevolmente il capitale geopolitico dell’Italia, sdoganato di fatto i comunisti – che nel frattempo avevano abbandonato il Pci per costituire il Pds – e, in definitiva, reso sostanzialmente inutile il ruolo della mafia quale alleato del Mondo Libero in funzione anticomunista.
Alcune dinamiche di carattere interno, poi, contribuivano a rendere sempre più problematici i rapporti con i referenti politici nazionali. L’esplosione della “primavera di Palermo”, la sentenza del maxi-processo, la sempre maggiore insostenibilità del debito pubblico e l’avanzata elettorale di un movimento secessionista come la Lega Nord fecero sì che i principali leader nazionali – dal presidente del Consiglio e candidato in pectore alla presidenza della Repubblica Giulio Andreotti, al guardasigilli Claudio Martelli – adottassero posizioni tattiche sempre più intransigenti nei confronti della mafia nel tentativo di rifarsi una verginità.
La risposta dei Corleonesi guidati da Totò Riina fu una nuova ondata di terrorismo mafioso, scatenata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo, che ebbe tra le vittime più celebri il “giudice ragazzino” Rosario Livatino (21 settembre 1990) e l’imprenditore Libero Grassi (29 agosto 1991), colpevole di essersi ribellato al racket del pizzo. La conferma da parte della Cassazione della sentenza del maxi-processo (30 gennaio 1992) convinse Riina e i Corleonesi che i loro amici romani li avevano mollati e che dunque fosse necessario mandare loro un messaggio chiaro ed inequivocabile.
Fu così che, il 16 marzo 1992, l’esponente di spicco della corrente andreottiana Salvo Lima fu ucciso a Palermo, in pieno giorno, da un killer della mafia. Sbarrata la strada verso il Quirinale ad Andreotti, i Corleonesi, volendo dimostrare la loro potenza militare, procedettero a realizzare le clamorose stragi di Capaci e Via D’Amelio, a cavallo delle quali sarebbe avvenuta la trattativa tra Stato e mafia per il tramite di Vito Ciancimino, già membro, insieme a Giovanni Goia e Salvo Lima, del “triumvirato dei giovani turchi” protagonista del “sacco di Palermo” e poi sindaco della città.
La trattativa e l’identità di coloro a nome dei quali essa fu condotta costituiscono dunque gli elementi mancanti per collegare i fatti appena descritti con quelli verificatisi nel periodo immediatamente successivo. Nel gennaio del 1993, infatti, Totò Riina, che ha recentemente dichiarato di essere stato oggetto e non parte attiva della trattativa, venne arrestato dopo anni di latitanza talmente protetta da consentirgli di iscrivere i figli alle scuole pubbliche con il proprio nome e di dotarsi di un regolare libretto di lavoro. Arresto che avvenne lo stesso giorno, il 15 gennaio, dell’insediamento di Gian Carlo Caselli alla guida della procura di Palermo. Nel giro di pochi mesi, il successore di Riina ai vertici di Cosa Nostra, Giovanni Brusca, diede il via ad una nuova ondata terroristica. Il 14 maggio ci fu l’attentato a Roma a Maurizio Costanzo; il 27 maggio tre bombe scoppiarono a Firenze in via dei Georgofili e a Roma presso la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giorgio in Velabro; il 15 settembre venne ammazzato il sacerdote di Brancaccio don Giuseppe Puglisi. Infine, nel gennaio 1994 si assistette alla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi.
Sui fatti di cui sopra si possono consultare due libri fondamentali di Giuseppe Carlo Marino, entrambi editi da Newton & Compton: Storia della mafia e I padrini.
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Corsera – 20.10.09
«Provenzano disse sì alla trattativa» - Giovanni Bianconi
PALERMO - Dopo aver ricevuto il papello con le richieste dettate da Totò Riina per far cessare l’offensiva stragista, Vito Ciancimino incontrò l’altro Padrino corleonese: Bernardo Provenzano, col quale l’ex sindaco condannato per mafia aveva un rapporto più stretto. E davanti alle pretese in dodici punti contenute in quel pezzo di carta anche «il ragioniere» di Cosa nostra (o «il trattore», o «il signor Lo Verde» come si presentava a casa Ciancimino) scosse la testa. Erano pretese improponibili, che lo Stato non avrebbe mai accettato, ma per Provenzano la strada della trattativa non andava abbandonata. «Lei ingegnere vada avanti - disse Provenzano a «don Vito», che in realtà era geometra -, e poi vediamo di convincere il pazzo ». Il pazzo era Riina, ma secondo il suo compaesano bisognava ugualmente coltivare il contatto con le istituzioni. Per questo Ciancimino continuò a incontrare i carabinieri, consapevole che dall’altra parte, come interlocutore, non c’era solo il «dittatore» di Cosa nostra, ma anche Provenzano. Il quale avrebbe preso in mano le redini della «trattativa» dopo l’arresto di Riina; forse provocato da lui stesso, come sostiene il pentito Nino Giuffrè. In questa ricostruzione che sta prendendo forma nelle stanze della Procura di Palermo dove viene condotta l’inchiesta sui rapporti tra Stato e mafia nell’estate del ’92 e subito dopo, c’è però un problema che gli stessi magistrati sono consapevoli di dover risolvere quanto prima: l’attendibilità di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco che da circa un anno sta raccontando i retroscena di quella stagione. Tra cui, da ultimo, la storia di Provenzano d’accordo con suo padre sulla «pazzia» di Riina e sui colloqui coi carabinieri. Ieri Ciancimino jr è stato nuovamente ascoltato dagli inquirenti palermitani e di Caltanissetta che indagano sui «mandanti occulti» dell’omicidio Borsellino. Doveva portare l’originale del papello, per consentire quegli accertamenti che non si possono fare sulla fotocopia recapitata via fax la settimana scorsa, ma ha di nuovo rinviato. Sostiene di essere «stanco» e di vedere attorno a sé troppe cose che non gli piacciono, Massimo Ciancimino. Da ultimo due persone armate nelle vicinanze della sua casa bolognese che, interpellate dai poliziotti che lo proteggono, hanno mostrato i distintivi da carabinieri sostenendo di essere in servizio al Ros; cioè il Raggruppamento operazioni speciali di cui facevano parte Mario Mori e Giuseppe De Donno, gli ormai ex ufficiali dell’Arma che lo stesso Ciancimino jr tira in ballo per la presunta trattativa avviata tramite suo padre. Il comando provinciale dei carabinieri di Bologna ha però precisato che gli uomini controllati non sono del Ros, e si trovavano in quella zona per attività di polizia giudiziaria che nulla hanno a che fare col figlio dell’ex sindaco mafioso. Le testimonianze del giovane Ciancimino - che su altri aspetti, secondo gli inquirenti, sono state riscontrate - divergono da quelle rese in passato da Mori e De Donno. In particolare su un dettaglio decisivo: la «trattativa» sarebbe iniziata dopo la strage di Capaci (23 maggio ’92) ma prima di quella di via D'Amelio (19 luglio). L’allora colonnello Mori, invece, afferma di essere andato la prima volta da Vito Ciancimino in agosto. È una discordanza molto rilevante perché può ripercuotersi sul movente dell’eliminazione di Paolo Borsellino, alla quale se ne aggiungono altre. Mori e De Donno, ad esempio, hanno sempre negato di aver mai visto il papello o di averne conosciuto il contenuto. E continuano a sostenere che per loro l’ex sindaco era soltanto un confidente dal quale cercavano di avere notizie per la ricerca dei latitanti; per questo non avevano avvertito nessuno dei loro colloqui, nemmeno Borsellino col quale s’erano incontrati per avviare una nuova indagine, ma su questo sono arrivate le smentite dell’ex ministro della Giustizia Martelli e della sua collaboratrice di allora, Liliana Ferraro. Recentemente Agnese Borsellino, vedova del magistrato assassinato, ha riferito ai magistrati di Caltanissetta che suo marito - pochi giorni prima di morire - le confidò di avere dei dubbi sul generale Antonio Subranni, all’epoca comandante del Ros. Ieri il generale ha detto che gli «riesce difficile credere» che la signora Agnese abbia detto qualcosa di simile. E ricorda di aver avuto molti e cordiali incontri col giudice, fino all’ultimo avvenuto il 10 o 11 luglio ’92, una cena, e poi, l’indomani, un viaggio in elicottero da Roma a Salerno.
Corsera – 20.10.09
Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia»
PALERMO - Non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato. Lo ha detto il prefetto Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, che ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995. GLI INCONTRI - Mori ha spiegato di aver incontrato più volte l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, ma ha negato che vi sia stata una trattativa sul cosiddetto «papello», le richieste dei boss allo Stato, messe nero su bianco da Totò Riina. «Incontrai più volte Vito Ciancimino e cercai più volte contatti con la commissione Antimafia senza che avessi obbligo di farlo. Proprio gli incontri con Vito Ciancimino furono la prova che una trattativa con Cosa Nostra non ci fu», ha affermato Mori, e ha aggiunto: «Ogni trattativa del genere e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile». L'ex comandante del Ros ed ex capo del Sisde ha parlato a lungo davanti al Tribunale, per rivendicare la correttezza del suo operato. VIOLANTE - Mori ha preso la parola dopo la deposizione dell'ex presidente della Camera ed ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, sentito dai giudici proprio sui contatti che ebbe all'epoca con Mori. L'allora alto ufficiale dei carabinieri aveva informato Violante dell'intenzione di Vito Ciancimino di avere un incontro con la commissione Antimafia. Circostanze che Violante ha sostanzialmente confermato. «Violante ricorda seppur lacunosamente, ma conferma quanto ho detto io. Il mio comportamento fu improntato alla massima trasparenza», ha affermato Mori. Dopo il primo incontro, durante il quale Mori gli disse della volontà di Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo, di avere un colloquio, «al secondo appuntamento - ha riferito Violante - il generale Mori (allora vicecomandante del Ros, ndr) mi portò il libro di Vito Ciancimino sulle mafie che io lessi, giudicandolo mediocre e che presi solo come una sorta di segno di disponibilità dell'ex sindaco». Infine, il terzo incontro in cui Violante ribadisce di non avere alcuna intenzione di sostenere colloqui riservati con l'ex sindaco di Palermo. «La chiave che detti alla richiesta di incontro - ha spiegato Violante - fu che visto il momento, era stato appena ucciso Lima, Ciancimino volesse parlare dei rapporti tra andreottiani e mafia o della vicenda relativa alla confisca dei suoi beni che pendeva in appello davanti all'autorità giudiziaria di Palermo». Violante ha poi riferito di avere chiesto a Mori se la procura del capoluogo siciliano fosse stata informata della richiesta di colloquio fatta da Ciancimino «e lui mi rispose di no, perché si trattava di affari politici». Il 29 ottobre, dopo i tre incontri con Mori, Violante informa l'ufficio di presidenza della commissione Antimafia che si sarebbe potuto ascoltare l'ex sindaco perchèé aveva ritrattato le condizioni che aveva posto all'ex presidente della commissione Chiaromonte di essere ripreso, durante l'audizione, dalle televisioni. «L'audizione - ha aggiunto Violante - non si fece perché Ciancimino venne arrestato». GIOVANNI CIANCIMINO - Poi è stata la volta di Giovanni Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. «Venti giorni dopo la morte di Falcone, che per me fu scioccante, andai a trovare mio padre. Mi disse "questa mattanza deve finire". Sono stato contattato da personaggi altolocati per parlare con l'altra sponda. Io sapevo a cosa si riferiva con l'espressione "l'altra sponda": si riferiva alla mafia, parola che davanti a me non pronunciava mai». Giovanni Ciancimino, fratello di Massimo, è un avvocato ed è stato anch'egli sentito dai giudici: «Io restai scioccato, basito e litigammo», ha aggiunto collocando l'episodio tra l'eccidio di Falcone e quello di Borsellino. «Dopo la strage di via d'Amelio - ha continuato - mio padre mi chiamò e mi propose di fare una passeggiata. In auto mi disse, "tu che sei avvocato, cosa è la revisione del processo". Io glielo spiegai. A quel punto aggiunse: "Allora si può fare la revisione del maxi processo!"». Ciancimino ha aggiunto che il padre durante il colloquio tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta arrotolato. Secondo i magistrati si sarebbe trattato del cosiddetto papello con le richieste della mafia allo Stato.
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La “primula nera” che entrò
nella trattativa tra Stato e boss
Roberto Pelle
MISTERI. Si chiama Paolo Bellini ed è «lo strano collaboratore dei servizi»
a cui fa riferimento il procuratore nazionale della Dna Piero Grasso nel
confermare l’esistenza di contatti tra uomini delle istituzioni e capi di
Cosa nostra nel 1992.
Si chiama Paolo Bellini il protagonista dell’altra trattativa fra Stato e
mafia. è lui lo «strano collaboratore dei servizi » a cui fa riferimento il
procuratore nazionale della Dna Piero Grasso quando, nel confermare
l’esistenza di contatti fra uomini delle istituzioni e boss di Cosa nostra
nel 1992, afferma: «Lo stesso “papello”, di cui si parla tanto, aveva fatto
- poco tempo prima - una diversa comparsa in forma minore. Un “papellino”,
si legge nelle carte processuali, potrebbe essere stato consegnato ai
carabinieri del Ros, al colonnello Mori che nega l’episodio, da uno strano
collaboratore dei servizi, e chiedeva l’abolizione dell’ergastolo per i
capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe
Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente
finirono nel nulla perché irrealizzabili ».
La vicenda di Bellini, nato a Reggio Emilia, un passato in Avanguardia
nazionale, indagato per dieci anni e poi prosciolto nelle inchieste sulla
strage alla stazione di Bologna, è ai confini dell’incredibile. Talmente
ambigua e avventurosa da essergli valsa il soprannome di “primula nera”,
oggi divenuto il titolo di un libro (Giovanni Vignali l’autore, Aliberti
l’editore) che ricostruisce la capacità di quest’uomo di entrare e uscire da
molti capitoli della storia criminale italiana con un ruolo sempre al limite
fra l’infiltrato e il delinquente. Eppure è una vicenda vera, accertata dai
magistrati di Firenze che hanno scavato sulle stragi compiute da Totò Riina
e i suoi in continente: le esplosioni di Firenze, Milano e Roma nel 1993,
che causarono 10 morti e 106 feriti. Esperto di mobili antichi e di opere
d’arte, Paolo Bellini aveva conosciuto Antonino Gioè, braccio destro del
capo dei capi, a inizio anni 80, per aver condiviso con lui la cella nel
carcere di Sciacca.
Nel 1991 il killer emiliano (oggi collaboratore di giustizia, dopo avere
confessato più di dieci omicidi) ricontattò il capocosca di Altofonte perché
lo aiutasse nel suo nuovo lavoro: il recupero crediti. Ma, quasi in
contemporanea, la “primula nera” prese contatti anche con il maresciallo
Roberto Tempesta, del Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri,
che gli chiese di darsi da fare per trovare una serie di quadri rubati alla
Pinacoteca di Modena. Bellini accettò l’incarico e tornò a rivolgersi a Gioè,
stavolta con ben altro ruolo: ora si qualificava come inviato dell’Arma in
cerca di aiuto, negli stessi mesi in cui morivano Falcone e Borsellino.
L’uomo d’onore consultò Riina e Brusca e propose al killer emiliano uno
scambio: la mafia era disponibile a restituire quadri rubati in cambio di
vantaggi carcerari per cinque boss conta prese il bigliettino coi nomi e
tornò da Tempesta, prospettandogli il baratto.
Ma il maresciallo, intuendo che quella era un’operazione troppo grossa per
lui, chiese consiglio proprio all’allora colonnello Mario Mori dei Ros, il
quale bocciò l’iniziativa. Bellini con Gioè parlò a lungo di quadri rubati,
di monumenti; a un certo punto questi arrivò a minacciarlo: «E se domani non
trovaste più la torre di Pisa in piedi, come reagireste? ». L’anno dopo, fra
maggio e luglio del 1993, la mafia colpiva l’accademia dei Georgofili, il
Padiglione di arte contemporanea, le chiese di S. Giovanni in Laterano e S.
Giorgio al Velabro. Ma la “Primula nera” nel frattempo era di nuovo in
galera, diventando poco dopo collaboratore della Procura nazionale antimafia
retta da Pier Luigi Vigna. Gioè, invece, una volta arrestato, si suicidò in
carcere impiccandosi alle grate della cella con i lacci delle scarpe e
lasciando una lettera di addio: «Supponendo che Bellini fosse un infiltrato,
sarà lui stesso a confermarvi…».
http://www.terranews.it/news/2009/10/la-%E2%80%9Cprimula-nera%E2%80%9D-che-entro-nella-trattativa-tra-stato-e-boss
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Strage di Stato
''I mandanti impuniti''. Il video integrale della conferenza 29 luglio 2009 Per tutti coloro che non sono potuti essere presenti alla conferenza “I mandanti impuniti” del 18 luglio '09 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo.
http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=18262&Itemid=48
Intanto a Milano è stata riaperta l'inchiesta
sulla morte del giudice
Salvatore Borsellino: «Via D'Amelio strage di Stato» - Video: lo scenario
Parla Salvatore, fratello del giudice ucciso 17 anni fa: «Ecco cosa accadde
il 19 luglio del 1992»
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(17 luglio 2009)
Stragi, si riaprono i fascicoli Alla ricerca di ‘faccia di mostro’
venerdì 17 luglio 2009
Tutti alla ricerca di ‘faccia di mostro’. Secondo il quotidiano “La
Repubblica”, sono stati riaperti i fascicoli delle inchieste sulle stragi di
Capaci e di via D’Amelio, ma anche dell’attentato a Falcone nella sua casa
dell’Addaura del 1989. La presenza di questo agente dei servizi segreti, dal
volto sfigurato, sarebbe stata notata in diversi capitoli oscuri della
storia della lotta alla mafia. Era a Villagrazia di Carini prima della morte
dell’agente di polizia Antonino Agostino, impegnato nella caccia ai
latitanti. Era all’Addaura, riconosciuto da una signora. Era, comunque, a
Palermo, secondo il mafioso-confindente Luigi Ilardo. “Noi sapevamo che
c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in
posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche
nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino” ha detto
nel lontano 1995 Luigi Ilardo al colonnello Michele Riccio della Dia, che
raccoglieva le sue confidenze. Però, nonostante abbia un viso deformato, non
è mai stato identificato.
Intanto il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia,
allievo prediletto di Borsellino, annuncia a una nota agenzia di stampa che
finalmente si stanno schiarendo alcune zone d’ombra riguardo le stragi. A
Caltanissetta, i magistrati hanno già ascoltato Vincenzo Scotti, ministro
dell’Interno all’epoca dei fatti, e Giuliano Amato, presidente del
Consiglio, per sapere di più sull’impiego degli agenti segreti.
E in tutto questo, la notte scorsa, qualcuno è entrato nell’ufficio
dell’avvocato di Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, che sta
rivelando le segreti trattative fra mafia e Stato che vedevano suo padre di
mezzo. Niente è stato toccato, nulla è stato rubato. Che stesse cercando il
famoso ‘papello’?
Su tutte le novità che stanno venendo fuori potrebbe indagare anche la
commissione nazionale Antimafia. “Fino ad oggi l’ordine dei lavori della
Commissione antimafia è stato deciso all’unanimità dall’ufficio di
presidenza integrato dai capigruppo. Procederemo allo stesso modo e con la
consueta disponibilità anche per quanto riguarda le proposte preannunciate
dai colleghi della maggioranza e dell’opposizione in ordine alle novità che
starebbero emergendo sulle stragi di mafia e sui delitti eccellenti di
Palermo” ha detto il presidente Giuseppe Pisanu.
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http://www.siciliainformazioni.com:80/giornale/cronaca/58819/riina.htm
Le stragi di Palermo. Misteri, enigmi,
dubbi, infamie. Giugno 1992, il Diario dell’orrore
22 luglio 2009 16:29
Il capo dei capi. Totò Riina, rompe un lungo silenzio e per la strage di Via D’Amelio a Palermo, accusa: Siete stati voi ad ammazzare Borsellino, io non c’entro. Gaspare Spatuzza, uno degli esecutori, prima di lui, aveva aperto la breccia sui mandanti esterni alla mafia. E Massimo Ciancimino, figlio di Vito, aveva rivelato di possedere la prova che la trattativa fra lo Stato e Cosa nostra ci fu, è tutto scritto nell’ormai celebre papello. Tre lettere di Cosa nostra al senatore Marcello dell’Utri ed una lettera anonima inviata al Quirinale nel ’92 dopo la strage di Capaci entrano nelle indagini, o ci ritornano.
La commissione nazionale Antimafia ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sulle stragi.
Che cosa sta succedendo?
I collaboratori di giustizia, part-time e a tempo pieno, come Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza, cominciano ad essere presi sul serio, la pista dei mandanti viene seguita con la determinazione di chi è intenzionato ad arrivare fino in fondo, e fa capire di possedere elementi utili per arrivare alla verità.
D’improvviso il cielo si tinge d’azzurro. Le lenzuola bianche divengono agende rosse. E il padrino abiura alla consegna del silenzio per fucilare i suoi accusatori, dicendo di volerlo fare per il gusto della verità; sa di non potere trarre alcun vantaggio dalle sue rivelazioni. O meglio dai suoi messaggi alla giustizia.
In primo piano restano i servizi deviati (ma da chi? E perché), sullo sfondo la gestione del covo di Riina, ripulito con parsimonia e tempi lunghi. Tornano i dubbi sull’esplosivo di Capaci, i sofisticati congegni e la preparazione “militare” dell’attentato. Vengono sottoposte ad accurata revisione le dichiarazioni di Paolo Bersellino, di ritorno da Roma “sconvolto”, e la sua intervista a un giornalista francese in cui si fa cenno allo stalliere di Arcore ed alla sua attività di consegna dei "cavalli" negli alberghi, e non nelle stalle, perché di droga si trattava e non di quadrupedi.
Ma la domanda principe è una sola: perché solo ora? Perché dopo 17 anni vengono fuori argomenti, indizi, piste, disponibilità taciuti così a lungo? E’ un fiorire di illazioni, sospetti, scenari di mistero, nuovi complotti, che richiamano il vecchio ruolo della mafia sempre stabilizzante, e non il contrario. Con un corollario di enigmi irrisolti: chi c’è dietro? Chi, muove le fila? Che cosa c’è in fondo al tunnel?
Ritorna d'attualità un episodio, protagonista Giulio Andreotti, cui fu chiesto dopo l’assassinio di Salvo Lima, perché non avesse partecipato ai funerali celebrati a Palermo. Disse che aveva onorato il suo amico mettendo la firma sul trattato di Maastricht a nome dell’Italia.
Sembrano le parole di un oracolo, perché non avrebbero nulla a che vedere con le indagini, le stragi, la rivoluzione degli anni novanta che decapitò la prima repubblica. Eppure, un senso potrebbero averlo.
Quale? Maastricht dovette segnare il passo a causa delle stragi, due paesi europei bocciarono il trattato impauriti dal terrorismo mafioso.
Pochi giorni dopo la strage di Capaci, chi scrive raccontò le giornate convulse e inquietanti che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e, successivamente, alla tragedia di Via D’Amelio. E’ un diario, pubblicato parzialmente sulla rivista Cronache parlamentari siciliane.
Propongo il diario ai lettori di ItaliaInformazioni e SiciliaInformazioni.
Mi auguro che questa testimonianza possa essere di qualche utilità per la conoscenza degli eventi. Di sicuro lo è per l’autore, che ha vissuto con grande partecipazione emotiva quelle giornate, raccontandole così come ha creduto che si svolgessero.
Molte informazioni sono state raccolte da magistrati e poliziotti. Ciò che racconto è vecchio, ma mantiene l’impronta di quel tempo.
Non ho modificato né cancellato alcunché.
Le parti pubblicate del diario hanno interessato gli inquirenti del tempo seppure marginalmente. Sono stato interrogato. Una esperienza che i giornalisti fanno quando raccontano tutto ciò che sanno. Giusto così.
Infine, il destino ha voluto che un caro amico, il quale mi permise di conoscere particolari inediti su Via d’Amelio, morisse per un malore improvviso. L’episodio mi turbò molto, fui fatalmente indotto a collegare la sua prematura scomparsa alle sue rivelazioni. Una sciocchezza.
L’atmosfera inquietante di quel tempo provocò anche questo. Le onde emotive spengono l’intelligenza.
Giugno 1992, il Diario/1 I giorni della locusta.
L'ispettore Erik Lonrot si era messo a studiare i diversi nomi di Dio per scoprire l'assassino di un rabbino. Giovanni Falcone si era messo a studiare i conti svizzeri per scoprire le trame dei delitti palermitani. Perché allora ricordo Lonrot? Forse perché Borges deve avere avuto in testa uno come Falcone per creare il suo inquisitore più amato e controverso: la faccia schietta e familiare, i baffi ben curati, gli occhi furbi perennemente in movimento e capaci di penetrare i pensieri più nascosti. Un sorriso indecifrabile, riservato, mansueto; un po' di timidezza ma anche il piglio deciso. Umori cangianti, parole essenziali, pensieri appena accennati che costringono indovinare quanto non è stato detto. La consuetudine a voltare le spalle per non trovarsi al cospetto di una persona indesiderata. E la malinconia in agguato di chi sente la realtà avversa.
Non sapremo mai se Giovanni Falcone abbia messo in conto la terribile fine. Se l'abbia messa in conto veramente, dico. Quando mai smise di essere un inquisitore, a dispetto di avvertimenti, minacce, morti ammazzati che gli fecero rotolare tra i piedi?
Nel labirinto della solitudine ci sono tre linee di troppo, disse l'assassino di Lonrot prima di premere il grilletto. La temeraria perspicacia dell'ispettore non impedì l'ultimo crimine - quello compiuto ai suoi danni - ma permise di individuare la segreta morfologia della malvagia serie di delitti. E di considerare per l'ultima volta il problema delle morti simmetriche e periodiche.
Non ho avuto il tempo di raccogliere elementi utili per mettere insieme un ragionamento plausibile. Devo affidarmi a pochi elementi, per giunta tutti da verificare. E tentare di disporli su basi logiche. Il metodo è obbligatorio: eliminare tutte le ipotesi, eccettuata una: quella che i fatti privilegiano. C'è il rischio di sbatter la testa, di prendere abbagli, ma è meglio così che l'indagine a tutto campo, consueta agli inquisitori che la sanno lunga o non sanno nulla.
I fatti, dunque. Sul tavolo di Giovanni Falcone, al ministero di Grazia e giustizia, era arrivato un documento di eccezionale importanza che spiegava le ragioni per le quali l'indagine milanese sulle tangenti richiedeva la rogatoria internazionale allo scopo di leggere alcuni conti correnti aperti nelle banche.
Il documento contiene nomi e numeri di conto? E quali?
«Lo avevo sentito al telefono proprio venerdì mattina e aveva parlato a lungo degli sviluppi della inchiesta», ha detto il sostituto procuratore Antonio Di Pietro.
Sabato alle 18,40 l'agguato mortale: Giovanni Falcone, la moglie Francesca e i tre uomini della scorta muoiono in un attentato al tritolo lungo l'autostrada Punta Raisi-Palermo.
Che cosa si sono detti i due magistrati?
Quali sviluppi avrebbe avuto l'inchiesta?
Lo scambio delle informazioni è avvenuto in un contesto che oggettivamente offre scarse garanzie di riservatezza. Già in passato Giovanni Falcone aveva sperimentato questo tipo di difficoltà. Nel corso di una audizione alla Commissione Antimafia - è il mese di giugno 1989 - riferendo sul fallito attentato all'Addaura (chili di tritolo rimasti inesplosi), Giovanni Falcone suppose che avessero cercato di ucciderlo per le sue indagini sul riciclaggio di narcodollari.
Il 21 giugno del 1989, giorno dell'attentato fallito, si trovavano a Palermo il Procuratore del Canton Ticino Claudia Del Ponte e un suo collega. Nel corso di una cena con Falcone, cena che precedette di alcune ore il deposito di tritolo su un piccolo molo all'Addaura, Claudia Del Ponte espresse il desiderio di recarsi nella villa a mare di Falcone: un appuntamento con la morte, se la borsa al tritolo non fosse stata scoperta dai poliziotti.
I due magistrati svizzeri si trovavano a Palermo per interrogare Leonardo Greco, boss di Bagheria, titolare di un conto di ben 10 milioni di dollari in una banca svizzera a Mendrisio (denaro depositato per conto di alcune famiglie siciliane ed italo americane). E’ una specie di anteprima della strage di Capaci. Ci sono tutti gli elementi essenziali: i santuari svizzeri dell’alta finanza internazionale e delle multinazionali del crimine, il riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite e affidato a un boss siciliano. Perfino l'esplosivo, identico a quello usato sull'autostrada di Punta Raisi. Stavolta, tuttavia, i conti appartengono a importanti uomini d'affari e personalità politiche. Ma solo a loro? La risposta sarebbe stata affidata alle nuove indagini, sulle quali Falcone avrebbe sicuramente mantenuto un ruolo chiave.
Si era sempre comportato da inquisitore, e soprattutto non aveva mai abbandonato la vecchia pista svizzera, quella che nel 1987 aveva consentito di incastrare Vito Ciancimino grazie ad una distinta di accredito di una forte somma trovata in una valigetta di un boss di Cosa nostra (sicura prova dei collegamenti fra il leader politico e la mafia). Da Palermo a Milano, da qui a Lugano corre un filo sul quale si potrebbe dispiegare la strategia «militare» che ha messo a punto l'assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre poliziotti. Nei conti svizzeri protetti dal segreto potrebbero celarsi i nomi di coloro che hanno deciso o finanziato la strage di Capaci. Se così fosse, il potere di cui dispongono i mandanti sarebbe enorme: le informazioni più riservate, il completo controllo del territorio, una struttura logistica quasi perfetta, mezzi e uomini efficienti.
Possibile che non abbiano commesso errori?
Sono uomini. Implacabili, efficienti ma solo uomini. Per giorni la fiducia nell'errore possibile ha tenuto insieme il filo dei miei pensieri. Non avevo alternative. A dieci giorni dalla strage di Capaci, le notizie, le informazioni e le rivelazioni di pentiti e di amici e colleghi di Giovanni Falcone, si sommano, si elidono, segnalano una pista, un movente. Ma anche il suo contrario. Deve esserci una logica anche in questo intrigo di sentimenti, ragioni, buona e cattiva coscienza che dal giorno dopo stimolano le esternazioni, fanno parlare i collaboratori della giustizia e litigare gli uomini che contano. Deve esserci una misura ai pregiudizi e ai luoghi comuni.
Il delitto perfetto non esiste. Quando l’assassino sfugge alla giustizia, l’inquisitore deve chiedersi dove ha sbagliato. E ricominciare da capo, se necessario. Se la verità è ben nascosta, c'è sempre la realtà del giorno dopo ad offrire uno scenario da esplorare. E’ come toccare gli oggetti senza mai stringerli, ma è meglio che niente.
Ciò che emerge con assoluta chiarezza attraverso la successione degli attentati e delle minacce fatte a Giovanni Falcone, è la permanenza del pericolo. Una sentenza di morte pronunciata da sempre, che cerca il contesto giusto. Non solo il tempo e il luogo, ma anche, come dire, la soglia da non superare. Forse Giovanni Falcone sarebbe rimasto in vita se il rischio fosse rimasto accettabile: il rischio che le sue indagini, le sue iniziative causavano agli assassini.
Il contesto è apparso ottimale il 23 maggio. Gli eventi stavano camminando così velocemente che non è rimasto tempo agli assassini per valutare con il bilancino i pro e i contro dell'azione.
Giovanni Falcone sapeva di vivere «a due pollici» dalla morte. Ripetutamente domanda, come quel personaggio di Rabelais, quanto sia spessa la chiglia della nave sulla quale egli naviga. «Oh, sono tavole molto buone, doppie, spesse due pollici», rassicura il capitano. «Allora», conclude quello «noi siamo a due pollici dalla morte?».
Il contesto, dunque. Paludoso, ambiguo, confuso, eppure, per alcuni versi, semplice, veritiero, plateale. Esso rivela che l'attentato è stato eseguito dalle cosche siciliane. Potrebbero avere ricevuto un mandato. Una specie di contratto, alla stregua dei killer professionisti. Potrebbero avere ricevuto la collaborazione di qualche specialista esterno: l'uomo che ha preparato il congegno. Più che un contratto per uccidere, tuttavia, considero l'incarico, ammesso che vi sia un mandante esterno, il risultato di un accordo, un patto: una specie di joint-venture. L'organizzazione logistica, la rete informativa, le complicità diffuse sono le armi formidabili della mafia, armi che offrono una potenza di fuoco inimmaginabile. Il luogo, quindi, non poteva che essere la Sicilia; ed in Sicilia, la provincia di Palermo; ed in provincia di Palermo, l'area più sicura, il territorio di Capaci.
«Il problema più importante, sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino è di assicurarsi l'impunità. Una costante per la mafia, ma non per il terrorismo... La protezione di Falcone a Palermo era più accurata che a Roma, ma l'omicidio è stato fatto a Palermo perché è un omicidio di mafia... Gli omicidi di mafia non possono farsi fuori, si devono fare dove la mafia controlla il territorio».
Guido Lo Forte, giudice del pool antimafia di Palermo e Francesco Di Maggio, il magistrato che ha lavorato presso l'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, giungono alle stesse conclusioni. «Potevano ucciderlo a Roma con maggiore facilità», osserva Lo Forte. E aggiunge: «Gli omicidi eccellenti si compiono in Sicilia, fa parte del rituale...». Di Maggio ricorda quanto gli riferì Falcone. «Finalmente, dopo anni di vita blindata, mi disse Giovanni, da quando si era trasferito a Roma, poteva fare una vita quasi comune».
Ucciderlo a Roma era, dunque, apparentemente più semplice, ma in realtà infinitamente più rischioso. «La certezza di non rischiare, osserva Borsellino, la si può avere laddove il controllo del territorio è totale».
Convincente, ma non del tutto. Borsellino fa un'acuta distinzione fra le abitudini della mafia e quelle del terrorismo. La mafia non agisce «ovunque», vuole sicurezza; il terrorismo accetta il rischio, ha bisogno di agire laddove ha individuato l'obiettivo da colpire. E, soprattutto, ha bisogno di far sapere. Se la sua azione rimane ignota, l'obiettivo fallisce. Il delitto viene compiuto perché tutti sappiano che il gruppo colpisce quando e come vuole, perché provochi sgomento e dia l'immagine di uno Stato debole, ingovernabile, da buttare giù.
«Abbiamo fatto un regalo di nozze a Salvino Madonia», confida una voce ignota al centralinista del Giornale di Sicilia, la sera del 23 maggio.
Salvino Madonia s'era sposato la mattina dello stesso giorno con Manuela Di Trapani, nelle carceri dell'Ucciardone. I Di Trapani regnano a Capaci e sono associati alla cosca dei Madonia. Possibile che abbiano voluto rivendicare la strage? Per guadagnarci che cosa? Prestigio, autorità, la gratitudine delle famiglie e l'opportunità di «rifarsi» l'immagine dopo i colpi subiti (tre fratelli ed il vecchio Don Ciccio in carcere)?
Salvino è conosciuto come il terrorista ed ha appena divorziato da Mela Flore, brigatista di Barbagia rossa. Fra terrorismo e mafia i confini sono divenuti labili? O le abitudini delle cosche si adattano ai tempi nuovi?
Guai a lasciarsi ingabbiare dagli schemi. In conclusione: Capaci era stata scelta perché offriva garanzie di sicurezza e permetteva di agire in tranquillità sul tratto di autostrada più favorevole: qui l'auto di Falcone e le vetture di scorta sarebbero passate. Con certezza. La distanza da Punta Raisi garantiva un tempo di preparazione sufficiente; ricevuto il messaggio, gli assassini avevano una manciata di minuti a disposizione. Una scelta quasi obbligata.
Perché il 23 maggio?
I tempi. Perché il 23 maggio? Perché non prima o dopo? E perché non in passato, quando Giovanni Falcone firmava centinaia di mandati di cattura, preparava il maxiprocesso, ispirava le azioni dello Stato contro le cosche, guidava il pool ed era più vulnerabile?
Lascio da parte, per ora le motivazioni di fondo. L'urgenza di colpire è stata spiegata da Paolo Borsellino. «La sua abitudine di venire a Palermo pressoché ogni settimana e sempre durante il week-end si sarebbe interrotta... Francesca, sua moglie, aveva finalmente ottenuto di stare a Roma per un lungo periodo. Non so quanto fosse conosciuta all'esterno questa circostanza, ma qui lo sapevano tutti»-. Qui, dove? Il palazzo di giustizia, l'ambiente che i coniugi Falcone frequentavano, o più genericamente, Palermo?
Il 23 maggio, dunque, poteva costituire l'ultima buona occasione. Se Francesca Morvillo si fosse trasferita a Roma, i ritorni consueti sarebbero finiti e con essi la possibilità di preparare in terra sicura, l'attentato. Questo spiega, tuttavia, l'esigenza operativa, non la sentenza di morte.
Ho provato a fare il censimento dei possibili moventi, annotando anche gli argomenti che non condivido affatto, perché lo scenario che esso dischiude offre per sé utili indicazioni. Descrive «la realtà del giorno dopo». Mi riferisco alle soffiate, alla disinformazione «legittima» degli inquirenti ed a quella interessata dei depistatori. La disinformazione, se riconosciuta, è informazione. Può costituire il filo per uscire dal labirinto delle ipotesi.
Il movente, dunque: la vendetta della mafia, l'interesse manifestato per il riciclaggio del denaro sporco (Svizzera, USA, Russia), le iniziative del governo in campo giudiziario (carcerazione preventiva) e le decisioni della Cassazione (unicità della mafia). Falcone era l'ispiratore della politica giudiziaria del governo; l'anello di collegamento fra i giudici milanesi che si occupano delle tangenti e del riciclaggio del denaro sporco nella Svizzera italiana; l'uomo incaricato di vedere chiaro sul riciclaggio di denaro effettuato da alcune imprese italiane a Mosca; colui che si sarebbe recato negli USA per incontrare Tommaso Buscetta dopo l'omicidio di Salvo Lima.
Falcone aveva convertito i pentiti più autorevoli - Buscetta, Contorno - diventando, in qualche modo, il destinatario dei loro segreti, l'interprete delle loro ambiguità. Aveva reclutato gli «infami», facendone un esercito agguerrito, anche se controverso e odiatissimo fra le cosche perdenti, sopravvissute alla sconfitta del clan Bontade,
Nei trenta giorni che precedettero l'attentato, Giovanni Falcone si occupò di riciclaggio italo-sovietico ed italo-svizzero, dell' omicidio di Salvo Lima, delle tangenti milanesi e di un piano anticrimine.
Chi ha deciso di eliminarlo? La risposta sta nella frenetica attività degli ultimi trenta giorni: i conti in banca, i collaboratori della giustizia, il piano anticrimine, il delitto Lima, la decapitazione della mafia di Castelvetrano.
Il 12 maggio trovò in auto una lettera anonima che lo invitava a non occuparsi di politica. «Fatti il tuo lavoro», è la raccomandazione. Pochi giorni dopo, la rivelazione di un pentito: si prepara un attentato a Paolo Borsellino. Lo uccideranno sull'autostrada Palermo-Trapani.
I due eventi non hanno nulla in comune?
Giovanni Falcone si credeva puro ragionatore, un po' Auguste Dupìn, proprio come l'ispettore Lonrot di Borges, ma v'era in lui, al pari di Lonrot, qualcosa che lo spingeva a rischiare, ad avventurarsi. Le sue analisi erano rigorose, le intuizioni geniali. Ma non sapeva fermarsi: le regole erano sentite come una forma di violenza. Una fede ingenua nel lavoro lo sospingeva più avanti.
Come spiegare, altrimenti, che si sia seduto su un vulcano.
«Ho paura», dice Tommaso Buscetta. «Non parlo».
«Ho paura», dice Tommaso Buscetta. «Non parlo».
«Paura di che?», gli viene chiesto.
«Non per la mia persona», è la risposta, «ma per i miei amici, i miei parenti...».
Buscetta è una sorta di consulente della giustizia. Nonostante viva sotto falso nome, in un luogo sconosciuto e forse con un volto nuovo, possiede informazioni che gli consentono di sapere. Se non sapesse, non sarebbe giustificata l'iniziativa di incontrarlo. Buscetta conta ancora, mantiene le sue amicizie (è proprio lui a rivelarlo) ed è perciò costantemente informato di ciò che accade in Sicilia.
Non ha parlato? Né con Falcone né con alcun altro? Chi può esserne sicuro?
Buscetta si fida di Falcone. Ha taciuto su Lima? E se Falcone avesse ricevuto una notizia, un indizio da incoraggiarlo ad andare avanti, a cercare fra le carte, o a parlare con qualcuno? Nulla può essere trascurato. Proprio nulla.
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I mandanti impuniti. Il tempo della verità sulle stragi "di Stato"
''Impunita' e mafie: una soluzione finale contro lo Stato democratico''
di Vincenzo Iurillo - 8 novembre 2009 L'allarme di Ingroia: "troppa politica neutrale"
"Siamo alla soluzione finale, alla demolizione sistematica non dello Stato di Diritto, ma dello Stato. Punto". Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, il magistrato che indaga sui segreti delle trattative tra mafia e stato (quello con la s minuscola), dice cose drammatiche con voce pacata. È la seconda e ultima giornata di lavori del convegno su "Questione morale e Istituzioni" organizzato dall’europarlamentare dipietrista Luigi de Magistris al Maschio Angioino. E dalla kermesse napoletana, organizzata non a caso nella terra dove da giorni si rincorrono le voci di un provvedimento giudiziario contro il Governatore in pectore del Pdl Nicola Cosentino, si esce con la consapevolezza dell’esistenza di un’emergenza democratica in Italia. Un’emergenza evidente agli occhi dell’Europa, come testimonia l’intervento di Juan Fernando Lopez Aguilar, presidente della commissione Libertà Pubblica al Parlamento Europeo, che si occupa anche di cooperazione giudiziaria tra gli stati membri dell’Ue e tiene sotto osservazione la ‘democrazia mediatica’ imposta da Silvio Berlusconi e dai suoi corifei. "La legittimazione del potere giudiziario - ricorda Lopez Aguilar - dovrebbe essere l’ugua glianza davanti alla legge, la proibizione del privilegio. Ma sappiamo bene che questi principi sono sempre sotto minaccia e mai realizzati pienamente. Colpa del divorzio tra le leggi e i valori che dovrebbero sostenerle". Una perfetta fotografia dell’Italia berlusconizzata. Lopez Aguilar ricorda il "passionale" dibattito in commissione, "non soltanto in lingua italiana", sul pluralismo informativo e sulla libertà d’espressione: "Passionale perché il problema solo a prima vista è un problema italiano. In realtà il retroterra della discussione è molto più profondo e riguarda la tenuta della democrazia, il rischio della sostituzione della democrazia rappresentativa con la democrazia mediatica, la definizione più efficace sotto il profilo politologico delle attuali democrazie avanzate". Ma sono le parole di Ingroia a rotolare come macigni in platea: "In Italia siamo governati da decenni secondo il principio di autoconservazione della classe dirigente, che fa affari con la mafia e ha gli stessi obiettivi della mafia: l’impunità". Da conquistare anche depotenziando gli strumenti di indagine del pubblico ministero. Cominciando, sottolinea Ingroia, che sul tema ha scritto un libro, dal disegno di legge che di fatto eliminerà le intercettazioni. "Non è più il tempo della neutralità - afferma Ingroia - non si può fare la lotta alla mafia solo con la magistratura, bisogna dare maggiore spazio alla società civile". Accende un riflettore su Napoli e sul Sud Rosario Crocetta, già sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd: "È possibile che nella Napoli afflitta dall’emergenza rifiuti e governata da una classe dirigente dedita ai peggiori affari e ai peggiori intrecci con la criminalità organizzata, la questione morale è stata a lungo ridotta a un dibattito sull’e vasione scolastica e sulla devianza criminale minorile"? Crocetta è stato condannato a morte dalla mafia per averla osteggiata e per aver combattuto le imprese edili colluse che si arricchivano grazie alle creste ricavate dall’uso del 'calcestruzzo depotenziato’, un trucco spiegato durante il convegno. A Bruxelles e Strasburgo vive senza scorta e la circostanza lo preoccupa non poco. "Lo trovo singolare in un’Europa che evidentemente ha deciso di non combattere la guerra alle mafie". Marco Cappato (radicali) ha sottolineato "il tentativo perpetuo di smembrare la Costituzione e Alberto Lucarelli, professore di Diritto Pubblico ed esponente di Idv, ha posto l’accento sull’esistenza di una mafia economica che si è impossessata del controllo delle società pubbliche per governarle senza trasparenza e secondo principi lottizzatori". Conclude Antonio Padellaro, direttore de Il Fatto Quotidiano, che a proposito di valori dice: "Fare un giornalismo che racconta le cose che accadono, e non quelle che non accadono, è diventato un atto anomalo. Tra i valori che dovrebbe reggere la nostra società, c’è quello che la menzogna non può essere elevata a verità. Ma nel giornalismo italiano la macchina delle bugie è sempre in moto".
Tratto da: Il Fatto Quotidiano
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http://temi.repubblica.it/micromega-online/mori-e-de-caprio-assolti-per-aver-trattato-con-la-mafia/
Mori e De Caprio, assolti per aver trattato con la mafia
di Sandro Provvisionato, da
lavocedellevoci.it
Nello scorso
numero di questa rubrica, grazie alle preziose quanto oscurate rivelazioni
di Nicola Biondo sull'Unità, abbiamo scritto delle nuove, inquietanti
acquisizioni della magistratura palermitana sulla cattura di Totò Riina.
Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito,
l'arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che
una sceneggiata, perchè in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da
Bernardo Provenzano, l'altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri
13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta.
Questa
importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come
uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia, purtroppo non
solo ridimensiona l'effettiva portata dell'azione dell'antimafia almeno
negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella
cattura e soprattutto di cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una
simile collaborazione. E ancora conferma il sospetto che aleggia sull'azione
di Cosa nostra fin dai tempi delle stragi terroristiche del maggio-luglio
1992: e cioè che dopo le bombe e le autobombe che eliminarono Falcone,
Borsellino e altre dieci persone, una vera e propria trattativa si sia
aperta tra la mafia e lo Stato italiano.
Nello scorso numero abbiamo citato un processo molto delicato che si svolse
tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di
favoreggiamento a Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti:
Mario Mori, all'epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di
Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde,
e il tenente colonnello Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò
Riina, il leggendario "capitano Ultimo" che meritò non solo onori, ma anche
una fiction televisiva. L'accusa? Aver ritardato di ben 18 giorni la
perquisizione della villa in cui il capo dei capi di Cosa nostra aveva
vissuto, consentendo nei fatti che un manipolo di picciotti ripulisse
completamente quella residenza, arrivando persino a smurare una cassaforte.
Cosa c'era di tanto importante nella villa-covo?
A scanso di equivoci e per completezza, diciamo subito che entrambi gli
ufficiali dei carabinieri sono stati assolti "perchè il fatto non
costituisce reato". In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito,
come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c'era stato dolo
nell'azione dei due ufficiali del Ros, anche se si fa preciso riferimento a
una trattativa e ai colloqui tra Mori e l'ex sindaco di Palermo Vito
Ciancimino, definiti "iniziative spregiudicate".
Ancor più interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di
quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre
richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo. E dopo che
Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione
intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio
Lodato dell'Unità che avanzavano sospetti proprio su quella mancata
perquisizione.
Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005
davanti ai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo. Sostengono
l'accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino. Proprio nella prima
udienza, a sorpresa, viene chiamata a testimoniare la "pentita" Giusi Vitale
la quale afferma: "Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò
Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo". Secondo la Vitale,
all'interno della villa del capo di Cosa Nostra "c'erano documenti che
avrebbero potuto rovinare uno Stato intero". La "collaboratrice" riferisce
anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che
la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un "bene" da
Cosa nostra, in quanto all'interno dell'appartamento erano custoditi
"numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle
istituzioni".
Nell'udienza del 26 settembre è il magistrato Luigi Patronaggio a gettare
nuova luce sulla vicenda. Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i
carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il
capitano Ultimo chiese ed ottenne dall'allora colonnello Mario Mori di far
bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare.
"Fui avvisato dell'arresto di Riina - racconta Patronaggio - direttamente da
Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i
quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l'operazione, ed era
solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del
Ros. Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò
che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c'era e c'è fiducia totale in De
Caprio e Mori e l'indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho
avuto nulla da obiettare. Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione,
facendomi intendere che la villa era sotto controllo".
Rispondendo alle domande del pm Ingroia, Patronaggio spiega ancora: "Credevo
che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre
attività operative". Inoltre la procura, dopo l'arresto di Riina, sollevò
alcuni dubbi sull'attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal
capitano Ultimo nell'ambito dell'attività che portò alla cattura del
latitante: "Il filmato girato dal Ros davanti all'ingresso del residence in
cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell'arresto del
latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e
anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perchè ad un certo punto
del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva".
Nell'udienza del 3 ottobre tocca all'ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò,
il quale aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: "Eravamo a
pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell'arresto. C'era molta
concitazione. Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando
l'allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare. Sembrava
sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato
le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di
osservazione (cominciato il giorno precedente alla cattura, ndr). Eravamo
perplessi, ma stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo
comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore. Per questo dicemmo a
Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la
perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di
osservazione avviato dai carabinieri continuasse".
I primi dubbi sulla presenza dell'attività di sorveglianza del covo i
magistrati di Palermo li hanno quando apprendono che, nel frattempo, la
moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel
covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli:
"Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella
era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali
come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede
spiegazioni. Pensai: "come è possibile? Deve essere passata sotto al naso di
qualcuno".
Dopo l'audizione di diversi "pentiti", si arriva al 7 novembre, giorno
riservato alla deposizione dell'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli
il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: "Non ho ricordi
personali di quei periodi. Tutto ciò che posso dire, anche per evitare
strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in
questo dibattimento". Caselli, tuttavia, un ricordo personale lo riferisce.
è legato al momento in cui entrò nella villa di Riina: "Ero molto
arrabbiato, perchè qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma
soprattutto perchè a causa di questo fatto temevo il riesplodere della
stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo". E
aggiunge: "La Procura era pronta alla perquisizione del complesso
residenziale di via Bernini subito dopo l'arresto di Riina. Si decide di
cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire
l'arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini. Infine,
la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione:
un fatto, quest'ultimo, dettato da un equivoco, ma anche dall'autonomia
decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa
iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio".
Il 13 febbraio 2006 è la volta dell'accusa, che chiede la assoluzione di
Mori e De Caprio perchè non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia.
L'inizio della requisitoria dei pm è fulminante: "Questa vicenda, se avesse
un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perchè ci
sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato
di oscurare un'operazione di polizia così importante". Per giustificare la
loro richiesta di assoluzione i magistrati della procura di Palermo
sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di
dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra. Il pm conclude
la sua requisitoria sostenendo che i due imputati "dovrebbero chiedere scusa
ai cittadini italiani". Nella sua replica il pm Ingroia introduce il
concetto di "ragion di Stato", a cui aveva già fatto riferimento durante la
requisitoria, sostenendo che ancor più dell'assoluzione, la prescrizione
sarebbe stata la decisione "più adeguata e più giusta".
Il colpo di scena arriva quasi sul finale: Ingroia rivela ai giudici di
avere ricevuto una lettera da parte dell'associazione familiari delle
vittime della strage dei Georgofili di Firenze. "Chiedono se la
perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina avrebbe potuto evitare le
stragi del "93? è una domanda agghiacciante - conclude Ingroia - a cui
questo processo non poteva dare una risposta, ma che pesa come un macigno".
Il 20 febbraio 2006 arriva la sentenza. Nelle motivazioni emergono però
tanti buchi neri attorno alla mancata perquisizione del covo del capomafia.
Secondo i giudici, l'istruttoria dibattimentale non ha chiarito il "lato
oscuro" dell'arresto di Riina. E la linea difensiva dei due imputati "è
confusa". Inoltre, la tesi di Ultimo, scrivono i magistrati, in cui lo
stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai
magistrati il rinvio della perquisizione, "è contraddetta" da elementi
pratici come il rinvenimento di "pizzini" addosso a Riina nel momento
dell'arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva
avere altri in casa. Quindi la perquisizione doveva essere fatta senza
rinvio.
"Il collegio - si legge nelle motivazioni della sentenza - ritiene di non
poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di
imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale
responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da
dichiararsi ormai prescritto. Tali ragioni di Stato non potrebbero che
consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la
consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio: e dunque, lungi
dall'escludere il dolo della circostanza aggravante, varrebbero proprio ad
integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo
precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e
cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di
Riina".
Per i magistrati, dunque, "la ragione di Stato verrebbe a costituire il
movente dell'azione", e se fosse stato provato dall'accusa, sarebbe stato
"capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo
riconoscibile". "è palese - spiegano i giudici - che se vi fu ragione di
Stato si intese pagare il prezzo dell'agevolazione, per il futuro, delle
attività mafiose, pur di incassare l'arresto di Riina, con la piena
configurabilità del favoreggiamento aggravato; ma se non vi fu, gli imputati
devono andare esenti da responsabilità penale".
Di quale portata sia stata questa "ragion di Stato" invocata da Ingroia e
non riconosciuta dal tribunale di Palermo, è un argomento di cui non
sentiremo più parlare. Dal momento che nè la pubblica accusa, nè la difesa
hanno fatto ricorso in appello, la sentenza di assoluzione di Mori e De
Caprio è da ritenersi definitiva.
(19 ottobre 2009)
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Sono un centinaio le persone che nascondono i segreti delle stragi di stampo mafioso dell'inizio degli anni Novanta, secondo Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale di Caltanissetta.
Il magistrato non si sofferma sulle dichiarazioni attribuite ai pm della sua procura, secondo i quali la politica "non è pronta a fronteggiare l'onda d'urto delle nuove verità sulle stragi" ("A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto"), ma, in un'intervista a Marco Travaglio sul 'Fatto quotidiano', spiega il concetto di "sistema criminale" che starebbe dietro quelle stragi.
Si tratta, afferma, di "un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti organi dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all'ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il partito comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del paese con l'avvento delle sinistra al potere (la 'gioiosa macchina da guerra'). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un'articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico.
La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità.
Ma, finora, non parla nessuno". Scarpinato fa un "sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianifica e realizza la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone".
Il magistrato cita i boss mafiosi che si riunirono a fine 1991 in un casale nelle campagne di Enna "per progettare la strategia stragista", i loro collaboratori, l'agenzia di stampa 'Repubblica' vicina a Vittorio Sbardella (nulla a che fare con l'omonimo quotidiano, ndr.), l'ex neofascista Elio Ciolini, la cosiddetta 'Falange armata', coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio. "La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone - afferma Scarpinato - è il segno che su quel segreto imposto il sigillo del potere".