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Intervista a Paul Connet

Negli USA e in Germania non li costruiscono più. vedi anche

“Esiste un’alternativa agli inceneritori? Sì, i sistemi meccanico biologici”   leggi

REPUBBLICA AMMETTE: GLI INCENERITORI FANNO STRAGE! di Jacopo Fo

  Costruire a Salerno un termovalorizzatore? Ragioniamoci prima!


1. L’inceneritore è uno sfacelo economico. Senza Cip 6 non se ne farebbero. Dopo che sono stati tolti ai nuovi inceneritori, la gara per completare quello di Acerra è andata deserta e Prodi li ha reintrodotti con un apposito decreto per i tre nuovi impianti previsti in Campania.
2. L’incenerimento è una scelta alternativa alla raccolta differenziata. Se le quantità di rifiuti conferiti a un inceneritore diminuissero e il forno non lavorasse a pieno regime il deficit economico crescerebbe.
3. Ogni mezza parola i politici dicono che dobbiamo stare in Europa. Eppure l’incenerimento è l’opposto delle indicazioni europee sul trattamento dei rifiuti, che prevedono, in ordine: la riduzione, la raccolta differenziata e il riciclaggio, il recupero energetico senza combustione (fermentazione anaerobica della frazione organica), il recupero energetico con combustione.
4. Per la parte indifferenziata residua si può ricorrere al Trattamento Meccanico-Biologico con i suoi vantaggi rispetto all’incenerimento in termini di costi d’investimento, recupero di materia, guadagno economico, impatto ambientale e sulla salute, smaltimento finale dei minimi residui inerti.
5. Le nanopolveri possono essere causa di tumori.
6. L’incenerimento non smaltisce i rifiuti ma li trasforma in fumi nocivi e in polveri tossiche e difficili da smaltire ("Nulla si distrugge e tutto si trasforma" - come ci ricorda la legge di Lavoiser).

 Tratto dall'intervento di Maurizio Pallante pubblicato su www.beppegrillo.it (ANCHE SU http://www.pressante.com/index.php?option=com_content&task=view&id=848&Itemid=34)

Gli inceneritori spuntano nelle Regioni italiane come l’amanita falloide. Svettano da lontano. Oggetti di design. Ci fanno pure le gite scolastiche. Sono i funghi velenosi dei partiti. Non è necessario coglierli per morire. Basta respirarli. Vengono raccomandati in televisione in programmi condotti da presentatori imbelli.
Il partito degli inceneritori è trasversale, ma quello di Casini che ne vuole piazzare quattro nel suo feudo siciliano, è anche ultraterreno, vuole avvicinare all’aldilà tutti i siciliani.
La raccolta differenziata rende inutili gli inceneritori. L’eliminazione degli imballaggi superflui li azzera.
La mappa degli inceneritori sovrapposta alla riduzione dell’aspettativa di vita a causa degli antropogenici PM 2,5 in Italia è illuminante.Più inceneritori, più tumori per tutti.
La mappa permette di fare le "Previsioni del cancro". In Val Padana sono molto alte, diffuse come la nebbia.
(tratto da http://www.beppegrillo.it/ )
 

E gli altri Stati d’Europa e del mondo, come si comportano nei confronti degli inceneritori (o termovalorizzatori) e della diossina?

In Giappone, come già detto, i limiti di rilascio di diossina nell’ambiente sono severissimi.
In Belgio un esperimento scientifico ha dimostrato che lo sviluppo puberale di adolescenti di sesso maschile residenti in un quartiere vicino a due inceneritori è risultato statisticamente più lento (rispetto al gruppo di controllo) e analogamente è stato osservato un ritardato sviluppo del seno nelle ragazze adoloscenti del quartiere vicino agli inceneritori.
Negli Stati Uniti, paese precursore degli inceneritori, già nel 1993 il “Wall Street Journal” avvertiva che l’uso degli inceneritori, per smaltire i rifiuti urbani, era una vero disastro economico per le amministrazioni pubbliche e per i contribuenti.
In Svezia la costruzione degli inceneritori è stata abbandonata a favore della raccolta differenziata dei rifiuti.
62 PAESI DEL MONDO (21 dell’Europa, 18 dell’Asia e Pacifico, 12 dell’Africa, 8 dell’America Latina e 3 del Nord America) hanno aderito all’
Alleanza Globale Contro gli Inceneritori (GAIA).

La Direttiva 2000/76/CE dell’Unione Europea afferma testualmente:
“Misure più restrittive dovrebbero ora essere adottate per la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e le direttive attuali (89/369/CEE) dovrebbero pertanto essere abrogate”. (IN http://www.comitatiscrivia.it/rifiuti15.htm)

 Arch. Ivo Roberto CARBONE - 22 marzo 2007

Presidente dell'Associazione Amici della Terra - Club Cilento

Marco Cattini, uno storico contro i termoinquinatori
Partendo dalla riflessione intellettuale, il professore della Bocconi ha sviluppato una sensibilità ambientale che lo ha portato in prima linea nella battaglia per fermare il raddoppio dell’inceneritore a Modena. Cattini ha sviluppato una forma di ambientalismo che, negli ultimi anni, lo ha sempre più coinvolto, fino a farne il portavoce di “Modena salute e ambiente”, un comitato che si oppone al raddoppio dell’inceneritore del capoluogo emiliano, dove vive. “Li chiamano termovalorizzatori”, sostiene, “ma sarebbe più corretto dire termoinquinatori. Vengono accettati perché si cade in due trappole percettive. La prima è quella dell’invisibilità dell’inquinamento. I fumi emessi da questi impianti a più di 100 gradi di temperatura vengonosparati nell’atmosfera a 1.500-2.000 metri d’altezza. Le sostanze inquinanti, comprese polveri così sottili da non essere trattenute né dai filtri degli impianti, né dai filtri naturali che proteggono i nostri polmoni, ricadono ad ombrello entro un’area del raggio di molti chilometri. Paradossalmente, chi vive nei pressi degli impianti è come nell’occhio del ciclone e la sua salute corre meno rischi di chi abita o lavora entro una vastissima area circostante”.

La seconda trappola è più sottile. “Si pensa che, con un inceneritore che crea energia bruciando rifiuti, si possa trarre ricchezza da sostanze che altrimenti andrebbero occultate nelle discariche. E invece il vantaggio è apparente, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico”, sostiene ancora Cattini. “Dal punto di vista ambientale dopo l’incenerimento rimane da smaltire un volume di ceneri iperinquinanti che, trattate per solidificarle, rappresenta comunque il 30% dei rifiuti bruciati, mentre gli impianti utilizzano e surriscaldano grandi quantità di acqua, che viene poi reimmessa nelle falde. Dal punto di vista economico, la produzione di energia dai rifiuti è conveniente solo in ragione delle sovvenzioni pubbliche. Senza di esse sarebbe più costosa di quella tradizionale”.

Dal semplice compattamento meccanico all’utilizzo di microrganismi che degradano i rifiuti umidi, le soluzioni alternative non mancano, come dimostrano esempi virtuosi in giro per il mondo. E tutti partono da una capillare raccolta differenziata, che può sottrarre allo smaltimento anche l’80% del materiale di scarto, come accade in Svezia. “Nel sistema californiano”, dice il professore di storia, “i cittadini riescono addirittura a farsi pagare dalle imprese di riciclaggio per quanto riescono a differenziare. E si badi che Stati Uniti e Giappone, in passato le nazioni più entusiaste degli inceneritori, non ne costruiscono più da anni e stanno demolendo i più vecchi”.

“Misuriamo le pm10, ma difficilmente le polveri più sottili come quelle degli inceneritori”, spiega, “non perché non siano nocive, anzi lo sono di più perché ci entrano direttamente nel sangue e nelle cellule, ma perché non sappiamo come farlo. E anche per le pm10 non siamo abbastanza determinati. L’Unione europea consente 35 giornate l’anno di superamento dei limiti (e di recente il parlamento europeo le ha portate sciaguratamente a 55!); ebbene, secondo i dati ufficiali di Arpa per l’anno 2004 a Milano si è oscillato fra 98 e 172 superamenti della media giornaliera ammessa come limite. Una recente indagine condotta su 13 città italiane con oltre 200 mila abitanti ha verificato che una morte su dieci degli ultra trentenni si deve agli effetti deleteri delle polveri sottili. Mentre tra gli scienziati cresce la consapevolezza della loro pericolosità, gli amministratori italiani se la cavano pagando le multe previste per gli sfondamenti”. iN http://www.stampa.unibocconi.it/articolo.php?ida=1146&idr=4)

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Anche il comico genovese Beppe Grillo si mobilita contro la costruzione di un inceneritore a Salerno. Si perché lui non li chiama termovalorizzatori, non una mezzi termini. Grillo arriva in città accompagnato da uno scienziato con tanto di studi certificati a livello mondiale per spiegare il suo “NO” anche per la costruzione delle centrali termoelettriche. “L'inceneritore costituisce un grave danno ambientale ed un crimine economico - dice -. Il bilancio energetico di un inceneritore è per natura in passivo. L' unica alternativa è ridurre i rifiuti. Nei paesi del Nord Europa comprano tutto alla spina, dal detersivo all’dentifricio, per questo le cose costano fino ad un decimo”.

Beppe Grillo riempie tutta Piazza Flavio Gioia e spiega in circa due ore di comizio, anche perché si rischia il cancro se sul territorio provinciale si costruisca uno di quegli impianti. Da comico puro sangue ma anche da ambientalista Grillo non manca di punzecchiare ironicamente i salernitani presenti: “Si che state cambiando la città, specie nel Sindaco. Quello che fa eleggere il figlio, il nipote, l’autista e poi torna di nuovo lui…Mi hanno detto - ha continuato Grillo - che volete costruire un porto turistico ogni 50 metri di costa, se arriva uno sceicco può ormeggiare due porti alla volta…”

 La Piazza si riscalda e omaggia il genovese con applausi e scena aperta. Sotto il palco c’è anche il Presidente della Provincia Angelo Villani che poco prima l’aveva ospitato a Palazzo Sant’Agostino. Era stato proprio lui, insieme al Ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ad invitarlo a Salerno. Accolto dal Senatore Marco Pecoraro e dall’Assessore all’Ambiente Paladino, Grillo ha spiegato tutte le sue ragione del “NO” al piano rifiuti in Campania ed al piano energetico nazionale. Ricorda la sua battaglia vinta, vinta, contro la privatizzazione dell’acqua che ha combattuto a Napoli insieme al padre Alex Zanotelli. E ora ha in mento di concludere vittoriosamente anche questa nuovo crociata.

Il comico torna a poi a calcare sulla questione Centrale Termoelettrica: "Sono macchine della morte. Causano tumori e chi dice il contrario dice bugie. Le nanoparticelle che si sprigionano nell’atmosfera dai bruciatori degli inceneritori sono sostante infinitesimali che arrivano nelle cellule causando il cancro. Non esistono filtri per fermarle - dice Grillo che incalza- le polveri sottili sono prodotte anche dalle centrali termoelettriche finanche se alimentate a metano come quella che dovrebbe nascere a Salerno". Grillo è un fiume in piena e per le strade della città raccoglie dossier. è destinatario di confessioni e lamentele ma non si erge a vendicatore: “Sono qui a spese mie, credetemi mi costa, sono genovese. Ma è una battaglia in cui credo”.

E’ tra risate e verità la gente pare dargli ragione, d’altronde è colui il quale ha tirato fuori lo scandalo Parmalat. (tratto da www.salernotizie.it)

DOSSIER RIFIUTI CAMPANIA - LA PEGGIORE DELLE SOLUZIONI POSSIBILI  (http://web.tiscali.it/salernodasalvare/Termovalorizzatore.htm)

 L’avvio della “soluzione finale”: bruciamo tutto

E’ stato recentemente predisposto dal Commissario di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, il bando di gara d’appalto con procedura ristretta accelerata per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani nell'intera regione. Il valore complessivo della gara d’appalto è di 4,5 miliardi di euro (cioè quasi 9.000 miliardi di lire) e consiste in una concessione ventennale in esclusiva. Detto in soldoni, la Regione si prepara cioè a sborsare – nell’arco dei prossimi 20 anni – un massimo di 80 euro per ogni singola tonnellata di rifiuto smaltito. Il totale di rifiuti prodotti in un anno in Campania si aggira attualmente intorno alle 2,8 milioni di tonnellate. E’ comunque importante rilevare che il costo di smaltimento dei rifiuti, ovviamente, non include quello di raccolta e di trasporto degli stessi, che andrà pagato a parte e che da sempre incide sulle tasche dei contribuenti in maniera più gravosa.   

L’appalto è suddiviso in 3 lotti distinti, che comprendono orientativamente Napoli, Caserta e Salerno. Gli oneri di aggiudicazione – cioè le spese che saranno completamente a carico di chi vincerà la gara – prevedono il completamento dell’inceneritore di Acerra (NA), con un investimento ulteriore di 45 milioni di euro, e la realizzazione di 2 nuovi impianti di incenerimento (detti eufemisticamente anche termoutilizzatori o termovalorizzatori): uno a Santa Maria La Fossa (CE) e un altro nel salernitano. In più chi vincerà dovrà subentrare alla Fibe in gran parte degli altri impianti e dei contratti facenti capo a quest’ultima.

Il 4 maggio è scaduto il termine per manifestare interesse alla gara. Hanno aderito 2 cordate distinte. Da un lato l’Asm di Brescia in partnership con l’Unione industriali di Napoli (di cui è presidente Giovanni Lettieri), l’Asìa di Napoli, l’Amsa di Milano e l’Ama di Roma. Dall’altro c’è Veolia Environnement (gruppo Vivendi), il colosso multiutility francese. L’offerta (al ribasso rispetto alla cifra indicata dal bando di gara) dovrà essere presentata entro il 27 giugno. Le buste verranno aperte il 4 luglio. L’aggiudicazione comprende una griglia di parametri, oltre a quello dell’offerta economica migliore. Un massimo di ben 30 punti infatti, sui 100 totali disponibili, andrà alla cordata che dimostrerà le migliori modalità di organizzazione e di gestione del servizio sul territorio. Anche per questo motivo risulta enormemente favorita per l’aggiudicazione finale la cordata guidata dall’Asm e dall’Unione industriali di Napoli.

La futura gestione dei rifiuti in Campania, ad onor del vero, suscita enormi perplessità, e forse ancora maggiori del disastro perpetrato negli ultimi 14 anni. E può anche darsi che tale disastro sia stato in parte voluto per pilotare poi una soluzione finale come quella che si intravede e che, francamente, fa rabbrividire. Ma vediamo più da vicino il perché.

 

Verso un nuovo disastro

La versione ufficiale che si sta facendo strada è che l’intenzione generale sullo smaltimento rifiuti sia quella di contemperare la raccolta differenziata con l’incenerimento dei residui non differenziati. Differenziamo cioè quello che possiamo, il resto lo bruciamo. Ma si tratta di una grossa menzogna, sbugiardabile con appena un po’ di buon senso. La raccolta differenziata è evidentemente in antitesi con la possibilità di ricavare (e rivendere al gestore nazionale) energia elettrica dai rifiuti. E lo è a maggior ragione nel ‘caso’ Campania, se solo facciamo un po’ di conti.

Ad Acerra è prevista infatti la realizzazione di un gigantesco termoutilizzatore, che sarà il più grande d’Europa, con una potenza elettrica di 120MW. A Santa Maria La Fossa e a Salerno gli impianti dovrebbero essere equivalenti, di 70MW ciascuno. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, che l’impianto di Brescia (Asm) è di 84 MW ed è in grado di smaltire oltre 750.000 tonnellate di rifiuti all’anno. In Campania avremo a breve una potenza di oltre 260MW, capace cioè di smaltire – conti e proporzioni alla mano – quasi 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. Vale a dire pressoché l’intero ammontare prodotto annualmente in Campania. La raccolta differenziata risulterà cioè di fatto azzerata, o peggio quanto differenziato – con enorme aggravio di costi per i contribuenti – finirà comunque incenerito. Ma non basta. Senza una vera raccolta differenziata i cittadini resteranno in ogni caso ostaggio degli inceneritori. Non bruciare i rifiuti vorrà dire infatti  ritrovarseli in mezzo alla strada, col trionfo ad ogni pie’ sospinto della facile demagogia interessata all’incenerimento. Chi ospita e subisce i gravosi effetti degli impianti pertanto vivrà perennemente sotto ricatto. La situazione che si prospetta, dunque, è a dir poco inquietante.

Ci sono poi da bruciare anche le ecoballe stipate dalla Fibe. Sarà forse per questo che Giovanni Lettieri, come riportava Il Denaro il 16 maggio scorso, non perde tempo e già propone la costituzione di una nuova holding per realizzare un quarto termoutilizzatore addirittura a Napoli

città. L’impianto viene definito da Lettieri «una risorsa per il territorio e per lo sviluppo». Non è escluso che si prenda di mira l’area industriale di Bagnoli per un quinto impianto. Qualche lettore, a questo punto, comincerà a paventare il rischio che la camorra possa infiltrarsi in un business così vistoso, esteso complessivamente all’intera regione. E che regione… Nessuna paura, comunque. Lo stesso Lettieri chiarisce infatti la spinosa questione con una dichiarazione che ci rende tutti più tranquilli, riportata sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno il 6 maggio scorso. La camorra?

«Non è paragonabile alla mafia perché, a differenza di quest’ultima, non si infiltra negli affari e nelle imprese, ma si limita alle estorsioni».

Renzo Capra, presidente dell’Asm di Brescia, ha recentemente sottolineato lo «scopo etico» che di fatto motiverebbe l’azienda bresciana nel proporsi in Campania. La natura di questo scopo etico è chiarita dallo stesso Capra di fronte allo Commissione bicamerale sul ciclo rifiuti, nel corso della sua audizione tenutasi il 14 settembre 2005, allorché nacque l’accordo con Lettieri e l’Unione industriali di Napoli. «Direi che sul territorio l’attività più delicata e più difficile è proprio la raccolta differenziata piuttosto che la combustione perché, una volta realizzato, l’impianto [l’inceneritore] va avanti per conto suo. Si tratta, comunque, di impianti redditizi». Come volevasi dimostrare. «Produrre energia dall’impianto di Brescia (80MW) con il gas sarebbe stato quattro volte meno costoso. Cosa lo rende allora, dal punto di vista economico, fattibile e conveniente? Il fatto che il combustibile [i rifiuti] non viene pagato da chi lo usa, ma da chi lo fornisce». Cioè sono i cittadini che pagano, come abbiamo visto, per lo smaltimento dei rifiuti. Ma non basta. Prosegue infatti Capra: «L’altro aspetto è quello relativo al CIP 6, o comunque ai certificati verdi, che non sono molto diversi come redditività». Questo è un altro punto fondamentale. Il Decreto Legislativo 79/1999 (Decreto Bersani), integrato col Decreto Ministeriale dell’11 novembre 1999, istituisce i certificati verdi affiancandoli al CIP 6/92, cioè il precedente decreto interministeriale relativo agli incentivi statali sull’energia prodotta da fonti rinnovabili. I certificati verdi, a differenza del CIP 6/92, sono attribuibili non in base a graduatorie, ma a chiunque ne faccia richiesta, per i primi 8 anni di entrata in funzione degli impianti. E qui veniamo al nodo della questione. Nel novero dell’energia ricavata da fonti rinnovabili è inclusa anche quella ottenuta dall’incenerimento rifiuti. Si tratta di una situazione paradossale, che finisce per deprimere di fatto l’espansione delle vere fonti rinnovabili di energia.

Ma quanti soldi pubblici finiscono nelle tasche di chi incenerisce per professione?

Grazie ai certificati verdi e al CIP 6, l’energia prodotta dai rifiuti che finisce sulla rete nazionale viene attualmente pagata dal gestore della rete elettrica nazionale 14 centesimi di euro (279 lire) per KWh (chilowattora), in luogo dei 4 centesimi (87 lire) pagati per l’energia prodotta mediante gas, carbone, olio combustibile. Ben 10 centesimi di differenza per ogni KWh, direttamente a carico dallo Stato. Tutto ciò per i primi 8 anni, come dicevamo. E, poiché un impianto come quello di Brescia (84 MW) produce in un anno circa 500GWh (cioè 500 milioni di KWh), la potenza installata di qui a 4 anni in Campania (260MW) consentirà all’Asm o a chi per lei di intascare – con tutti e 3 gli impianti a regime – fino ad un massimo di 160 milioni di euro di incentivo all’anno, per 8 anni di fila. Ovviamente questa cifra è a parte rispetto al tetto degli 80 euro che la Regione pagherà per “vendere” ogni tonnellata di combustibile agli inceneritori. E, poiché da ogni tonnellata di rifiuti si ricavano in media 640 KWh elettrici (equivalenti a 64 euro di contributo statale), smaltirne ognuna costerà in definitiva al contribuente un massimo di 80 + 64 euro = 144 euro. Alla faccia dello scopo etico. Tra l’altro il solo incentivo disposto mediante il CIP 6 e i certificati verdi permette di ammortizzare, in 8 anni, dall’80% al 100% del costo degli impianti di incenerimento. Capra ammette dinanzi alla Commissione bicamerale: «Senza il CIP 6, o i certificati verdi, difficilmente si potrebbe partire, per cui la Comunità li ha incentivati e li mantiene». L’ultima parte dell’affermazione del presidente dell’Asm però è quantomeno inesatta. L’Unione Europea, infatti, considera rinnovabile soltanto l’energia ottenuta incenerendo biomasse (cioè legno, residui organici, etc.). Il resto, che rappresenta oltre il 60% del totale, non rientra affatto nel computo. Per questo motivo l’Italia è stata oggetto di una procedura di infrazione da parte dell’UE.

Bruciare i rifiuti dunque è un’operazione assai costosa, tenuta in piedi artificialmente dalle vagonate di soldi pubblici che la finanziano. Altro che libero mercato. Evidentemente questo è il modo di imprendere molto caro agli imprenditori italiani. La raccolta differenziata infatti costerebbe assai meno e creerebbe molti più posti di lavoro: non fatevi ingannare dalla demagogia. Lo fa presente in una lettera ai cittadini della Campania anche l’ing. Cerani, bresciano, il quale tra l’altro chiarisce con grande senso civico che la provincia di Brescia è quella che in Lombardia ha il costo pro capite più alto per lo smaltimento dei rifiuti.

Basterebbero queste pur sommarie considerazioni ad evidenziare l’assurdità della politica di incenerire ad ogni costo. Anche senza tener conto dei gravi danni che gli inceneritori causano alla salute dei cittadini.

 

Gli inceneritori: un impatto ambientale devastante

E’ appena il caso di spendere qualche riga su quest’ultimo argomento, l’impatto ambientale degli inceneritori, benché molto sia già stato scritto. Molto è stato scritto, è vero, ma ben poco è transitato al pubblico attraverso i canali consueti, i mezzi di (dis)informazione di massa.

Gli inceneritori emettono dosi massicce di diossina. La diossina ricade sul terreno e viene accumulata dagli esseri viventi nel corso della catena alimentare, addensandosi nei grassi e favorendo l’insorgere di tumori. Non è smaltibile in nessun modo, salvo in un caso: il passaggio diretto di madre in figlio di una quota di diossina nel corso della gravidanza.

I gas che si formano nel corso della combustione dei rifiuti contengono anche altre sostanze chimiche molto pericolose, come furani (PCDFs), cloroformio, policlorobifenili (PCBs), esaclorobenzene (prodotto di degradazione dei PCBs), tetracloroetilene, formaldeide e fosgene e metalli come l’arsenico, il berillio, cadmio, cromo (tutte sostanze cancerogene), più altri metalli pesanti non cancerogeni. I filtri degli impianti abbattono in fase di emissione gran parte di queste sostanze, tuttavia non possono eliminarle tutte.

Circa il 30% del peso iniziale del rifiuto si ritrova poi alla fine del ciclo di combustione sotto forma di ceneri altamente contaminate. Pertanto l’inceneritore non elimina affatto le discariche; anzi, al contrario richiede una discarica speciale per le ceneri residue, ceneri che – come abbiamo già detto – ammontano in peso a circa 300 Kg per ogni tonnellata bruciata.

Un altro grosso problema è rappresentato dalle polveri sottili, particolato PM10, PM2.5 e PM0.1, le quali si formano in grandi quantità durante la combustione di impianti del genere. Un recente studio degli scienziati Gatti e Montanari, commissionato dall’Unione Europea, ha evidenziato in particolare l’estrema pericolosità del particolato PM0.1, nanoparticelle con diametro inferiore al decimillesimo di millimetro, che la normativa europea finora non aveva consideratorilevanti ai fini della valutazione dell'impatto ambientale degli impianti di emissione (turbogas e inceneritori innanzitutto). Con l’ausilio di un microscopio a scansione ambientale i due scienziati hanno invece dimostrato che non non esiste filtro in grado di abbattere il PM0.1. Tale particolato transita anche negli alimenti e non è smaltibile dal corpo umano, entrando nella cellula fino ad intaccare il filamento del Dna. A fronte dello studio Gatti-Montanari, il calcolo del PM2.5 e del PM0.1 emesso verrà con tutta probabilità introdotto nelle normative europee. Risultato: gli inceneritori saranno fuorilegge, salvo proroghe e sanatorie di alcuni anni. Ma fino a quando i cittadini dovranno ancora continuare a “morire a norma di legge”,  tanto per usare le parole di Beppe Grillo?

 

Salerno, ora X

Il terzo lotto della gara d’appalto predisposta dal Commissario di Governo comprende la provincia di Salerno e il Sub Ato 3 di Napoli. Qui faremo riferimento in particolare all’inceneritore da 70MW, da anni il convitato di pietra della politica salernitana. Si tratta però nella circostanza di un impianto enorme, oltre ogni precedente mai previsto per l’area, in grado di smaltire in un anno oltre 650.000 tonnellate di rifiuti. Dal capitolato tecnico del bando di gara a proposito dell’inceneritore leggiamo testualmente: «L’Aggiudicatario provvederà alla individuazione di idoneo sito per la costruzione dell’impianto e procederà a tutti gli adempimenti inerenti la progettazione, la richiesta delle necessarie autorizzazioni nonché ogni altro onere necessario alla realizzazione e funzionamento secondo la normativa di riferimento». «L’impianto di termovalorizzazione deve essere realizzato secondo il progetto tecnico (definitivo) che sarà presentato dall’aggiudicatario entro 180 gg. dalla stipula del contratto a seguito di aggiudicazione». Esso inoltre «deve essere realizzato e deve entrare in funzione entro 48 mesi dalla stipula del contratto per il servizio oggetto della presente gara». Tutto è compiuto e deciso, quindi. Allo scadere dei 20 anni di affidamento in esclusiva, «l’impianto di produzione di energia rimarrà di esclusiva proprietà dall’Aggiudicataria». Inoltre «il mancato rispetto del termine di entrata in funzione dell’impianto di termovalorizzazione comporterà l’applicazione da parte dell’amministrazione appaltante di una penale pari a € 60.000 al giorno per ogni giorno di ritardo. Qualora il ritardo superi i 60 giorni, l’amministrazione appaltante potrà procedere alla risoluzione in danno del contratto». Quanta fretta. «Restano a carico dell’Aggiudicatario le quote di ristoro per i Comuni sede di impianti di termovalorizzazione, di siti di stoccaggio e di discariche», indicate nel capitolato d’oneri in 5,2 euro a tonnellata per il comune sede dell’inceneritore. Una bella fetta di torta. Infine «l'Aggiudicataria solleva l’Amministrazione appaltante da ogni eventuale responsabilità verso terzi comunque connessa all’adeguamento degli impianti di trattamento e smaltimento, alla realizzazione dell’impianto di termovalorizzazione, nonché al funzionamento dell’intero sistema di trattamento e smaltimento dei rifiuti solidi urbani».  (http://web.tiscali.it/salernodasalvare/Termovalorizzatore.htm)

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  «Fate di Napoli una S. Francisco» - Simona Bonsignori

Paul Connet è docente di biochimica alla università St.Lawrence di Canton, nello Stato di New York. Teorico mondiale della strategia «rifiuti zero», ha tenuto conferenze in più di quaranta nazioni mettendo in luce i pericoli sanitari derivanti dall'incenerimento dei rifiuti e illustrando le possibili alternative. Lo abbiamo incontrato appena giunto in Italia in occasione di un tour vorticoso di incontri con i cittadini e gli amministratori locali, il primo dei quali con il presidente-commissario della Regione Lazio, Marrazzo, circa la disastrosa questione di Malagrotta a Roma, la più grande discarica d'Europa, in procedura d'infrazione perché esaurita da anni e oggetto di una class action contro i danni da inquinamento, nella quale è, appunto, in costruzione un inceneritore con recupero energetico (termovalorizzatore è un termine italiano per distrarre dal problema principale). «La ragione per cui vengo spesso in Italia è che ho la speranza che voi abbiate ancora la creatività di Leonardo e Galileo. I rifiuti sono un'invenzione umana quindi l'obiettivo è disegnare i rifiuti fuori dal sistema: una nuova sfida per l'industrial design - spiega Connet - La costruzione di ogni inceneritore, invece, porta indietro di 25 anni il nostro sviluppo. C'è un approccio stupido, avido e infantile allo spreco: come se le risorse e lo spazio fossero infiniti. Così non è. Anche i manager delle corporation, pur avendo il compito di far quadrare il bilancio trimestrale hanno dei figli. Devono convincersi, dunque, che il riciclo e il riutilizzo delle componenti non deteriorate non solo è possibile ma è anche economicamente vantaggioso. La sua è un'ipotesi per il futuro o si tratta di strategie già in atto? Esempi in tal senso non mancano: la Xerox ha un programma di riciclaggio dei materiali di consumo usati, come i toner. Inoltre ha sperimentato che ritirando le vecchie fotocopiatrici e riutilizzano le componenti non usurate ottiene un risparmio di milioni di dollari creando nuovi posti di lavoro. Questa è la grande novità. Indispensabile è, poi, l'investimento in ricerca per arrivare a una progettazione industriale che riduca gli sprechi e studi strategie di riutilizzo. Centri di ricerca mirati dovrebbero sorgere anche vicino alle discariche per studiare i differenti tipi di materiale. Inventare un sistema che cerca di controllare cosa esce fuori da una discarica è l'unico modo per controllare di conseguenza cosa vi entra e tentare di ridurlo. Cosa accade, invece, con l'utilizzo degli inceneritori? L'esatto contrario: tu fissi la quantità di rifiuto e non c'è modo di ridurla. Anzi il business sta nell'aumentare sempre più il tonnellaggio combusto. Gli inceneritori bloccano la via al riuso e alla riduzione. Altrimenti faremo la fine di Tokyo con i suoi 23 inceneritori (loro bruciano tutto) cinque volte tanto la media del mondo occidentale.Quindi non è sufficiente il solo riciclo ma occorre una vera inversione delle politiche di sviluppo industriale, combinata con una riduzione dello spreco consumistico. Un patto tra il cittadino e l'industria vantaggioso per tutti. Vantaggioso perché il ciclo di raccolta differenziata porta il costo a un terzo di quello attuale; perché gli impianti per il riciclaggio hanno una tecnologia meccanica semplice, economica e di rapida realizzazione; perché è un processo che impiega un quarto dell'energia necessaria all'incenerimento, riducendo spreco di risorse ed effetto serra; perché opera risparmi di scala sulla produzione industriale e incremento di posti di lavoro. Questo sistema produce un risparmio energetico che riduce di 46 volte (4.600%) il surriscaldamento globale. Qual è stato il ruolo delle proteste e delle resistenze messe in campo dai cittadini contro soluzioni come gli inceneritori? Determinante perché la pubblica amministrazione va condizionata. E gli Stati Uniti dimostrano che è possibile. Negli Usa l'incenerimento è la tecnologia più impopolare dopo quella nucleare. L'ultimo inceneritore costruito risale al 1995, da quel momento sono state rigettate ben 300 domande di autorizzazione per nuovi impianti. Anche se, attualmente, stanno tornando alla carica. Tuttavia la maggior parte dei rifiuti finisce ancora in discarica e lì hanno molto spazio. Ma a S. Francisco, che paragonerei a Napoli come popolazione (850.000 persone) e struttura (è una città portuale) si è raggiunto in breve tempo un riciclo del 65% con l'obiettivo del 75% nel 2010. La parte residua va ancora in discarica, ma non dimentichiamo che il 25% di quello che l'inceneritore brucia si trasforma in ceneri tossiche che comunque vanno smaltite in discariche speciali. L'emergenza di Napoli (come per ogni altra città) si risolve con un diverso e funzionale rapporto con le aree limitrofe, come è accaduto a San Francisco: la campagna esporta in città il riciclo, dove non è un problema il riutilizzo di carta, vetro, metalli, plastica. La città esporta l'organico compostato per la produzione agricola che viene poi reimportata per il consumo cittadino. Ma in Italia il sostegno economico pubblico va agli inceneritori incentivando, così, le strategie degli imprenditori privati.... Proprio perché l'incenerimento non risolve il problema ma continuerà a riprodurlo, stando il business nella quantità bruciata, l'amara conclusione è che è facile risolvere la crisi dei rifiuti, quello che è difficile (per tutti) è risolvere la crisi della corruzione.

“Esiste un’alternativa agli inceneritori? Sì, i sistemi meccanico biologici”
Il professor Federico Valerio, direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale dell'Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova, spiega perchè sulla questione rifiuti la miglior tecnica per il residuo non riciclabile sia il Trattamento Meccanico Biologico "a freddo" cioè senza combustione.  

ReggioNelWeb.it n. 186 del 12/09/2006

 

Molti lettori hanno inviato mail in redazione chiedendo di approfondire ulteriormente il tema della gestione rifiuti e dell’alternativa agli inceneritori. Abbiamo pubblicato precedentemente le diverse posizioni di politici e amministratori locali sul tema. In questo numero ospitiamo l’opinione dell’esperto, il professor Federico Valerio direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale dell'Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova che ampliamente e dettagliatamente spiega le ragioni a favore di un metodo alternativo agli inceneritori (chiamati in Italia anche “termovalorizzatori”).

 

Il professori Soyez K. e Plickert S., dell’Università di Potsdam (Germania), sembrano non aver dubbi: i trattamenti Meccanico Biologici (MBT) sono tecnologie alternative all’incenerimento dei rifiuti. Questo è quanto affermato nel loro articolo, pubblicato nel 2003, sullo stato dell’arte dei sistemi di pretrattamento meccanico-biologici e sulle potenzialità dei trattamenti biologici dei rifiuti.

E i numeri sembrano dare loro ragione. Il Ministero dell’ambiente tedesco riporta che nel 2005, in Germania, erano operativi 64 impianti MBT con una capacità complessiva di trattamento pari a 6,1 milioni di tonnellate all’anno . Per fare un confronto, la stessa fonte riporta che in Germania, nello stesso anno, erano operativi 73 inceneritori, con una capacità complessiva di 17,8 milioni di tonnellate.

Quindi, se è vero che attualmente la Germania incenerisce più rifiuti di quanti ne bio-stabilizza con sistemi MBT, è anche vero che nel 2001 gli impianti MBT operanti in Germania erano solo 2, con una capacità di trattamento di 1 milione di tonnellate. Il crescente interesse sui sistemi MBT si coglie anche dal crescente numero di pubblicazioni tecniche e scientifiche su questo argomento. Ad esempio, la società di consulenza britannica Juniper ha effettuato un approfondito studio sugli impianti MBT operativi nel mondo e nel 2005 individuava, a livello mondiale, 27 aziende impegnate nella realizzazione di impianti MBT. I paesi di appartenenza di queste aziende sono i più vari: Spagna, Turchia, Australia, Israele, Germania, Olanda, Canada, Italia. Queste 27 aziende, al momento dello studio, avevano realizzato 80 impianti MBT, con una potenzialità complessiva di 8,5 milioni di tonnellate/anno e nei loro programmi c’erano altri 43 impianti da realizzare entro il 2006 che porteranno la capacità di trattamento rifiuti, con i loro 143 impianti MBT, a 13 milioni di tonnellate.

Per dare una dimensione a questo fenomeno citiamo la stessa Juniper che nel 2000, censiva in Europa 269 inceneritori con una capacità di trattamento di 47,3 milioni di tonnellate. Il crescente interesse per i sistemi di trattamento meccanico biologico dei rifiuti, che sta coinvolgendo anche Inghilterra, Stati Uniti, Cina, deriva dall’alta flessibilità di questi impianti, dai tempi di realizzazione estremamente brevi (18-24 mesi), dai costi di investimento e gestione assolutamente competitivi, rispetto alla "termovalorizzazione".

Competitivo rispetto alla "termovalorizzazione" è anche l’impatto ambientale sanitario, intrinsecamente basso negli impianti biologici a “freddo”. La flessibilità riguarda in particolare la possibilità di ottenere diversi risultati, a seconda delle esigenze e della natura degli scarti: produzione di compost di qualità per uso agronomico, inertizzazione della frazione putrescibile e stabilizzazione compatibile con la messa a discarica in sicurezza, produzione di biogas da usare per produrre elettricità e calore o da immettere nella rete di distribuzione del gas, produzione di combustibile da rifiuto utilizzabile in cementifici e centrali termiche, al posto di carbone e coke di petrolio.  

Un ulteriore vantaggio delle tecniche di trattamento biologico è che nei rifiuti urbani, circa il 60% degli scarti tal quali è biodegradabile. Questa frazione è trattabile con le tecniche MBT che, con tecniche aerobiche (insufflazione d’aria) eliminano la frazione putrescibile, ossidata ad anidride carbonica e acqua. Il trattamento anaerobico (in assenza di aria) provvede, se necessario, a trasformare in biogas (in prevalenza metano e anidride carbonica ) la frazione cellulosica più resistente alla bio ossidazione.. La frazione non biodegradabile dei rifiuti urbani è composta da metalli, vetro, ceramiche, recuperabili con sistemi meccanici e magnetici dopo la biostabilizzazione e da circa il 10-15 % in peso di plastiche, anch’esse recuperabili, anche se di qualità probabilmente incompatibile con il riciclo. Ovviamente è solo su questa frazione residuale che è il caso di fare valutazioni per un possibile recupero energetico, se non si è proceduto alla separazione e alla raccolta differenziata delle plastiche al momento dell’uso. Pertanto dopo biostabilizzazione, separati con sistemi meccanici e magnetici vetri e metalli , inviati al riuso e al riciclo, abbiamo da decidere che cosa facciamo di quel poco di plastica avanzata alla raccolta differenziata e della frazione organica inertizzata residuale, la cui composizione chimica è prevalentemente simile a quella del compost.

Per brevità accenniamo ai risultati di studi in merito alla messa a discarica degli scarti della biostabilizzazione e alla produzione sostenibile di biogas. Un problema che è stato sollevato per la messa a discarica del biostabilizzato è che questo può avere un potere calorifico che, in base al Decreto n° 36 del 13 gennaio 2003 lo rende incompatibile con la messa a discarica e quindi costringe al suo incenerimento.Il citato Decreto che recepisce la direttiva 1999/31 si pone l’obiettivo di ridurre il più possibile le ripercussioni negative sull’ambiente delle discariche e “ non ammette a discarica rifiuti con Potere Calorifico Inferiore (PCI) maggiore di 13.000 chilo joule/ chilogrammo, a partire dal 1/1/2007.”

Peraltro lo stesso decreto, all’articolo 7, afferma che” i rifiuti possono essere collocati in discarica solo dopo trattamento” e, è indubbio, che i sistemi MBT siano trattamenti tutt’altro che banali che modificano profondamente la composizione chimica, microbiologica e tossicologica del rifiuto urbano tal quale.

Ma non è necessario imbarcarsi in lunghi e costosi contenziosi con le pubbliche amministrazioni, che sembrano propense a favorire i gestori di inceneritori facendo bruciare loro tutto il bruciabile. Un recente studio tedesco (M. Kuehle-Weidermeier. Landifilling of mechanically-biologically preatreated municipal solid waste) ha dimostrato che per abbassare il potere calorifico del prodotto residuale alla biostabilizzazione, basta setacciarlo con setacci da 60 millimetri.

Tutto quello che passa sotto al setaccio, pari al 91 % della massa trattata, ha un potere calorifico che non raggiunge le 6.000 chilo-joule/chilo e quindi può essere messo tranquillamente a discarica nel pieno rispetto della legge. La frazione che resta sopra il setaccio rappresenta circa il 10% in peso della massa biostabilizzata che, a sua volta, grazie alla bio ossidazione e alla separazione degli inerti si è ridotta di circa il 40% rispetto alla massa iniziale del rifiuto tal quale, prima del trattamento MBT.

In altre parole, da ogni tonnellata di rifiuti tal quale, avanzano circa 60 chili di scarti  ad alto potere calorifico. Il potere calorifico del sopra vaglio è di 13.700 kj/kg, quindi  vantaggioso dal punto di visto energetico, ma, vista la quantità di “combustibile” in gioco ci chiediamo se ci sarà qualcuno disponibile ad accollarsi le spese del loro trasporto e incenerimento, specialmente se, come ci si augura, l’Italia abolirà l’incentivo dei certificati verdi alla elettricità prodotta bruciando rifiuti  in quanto equiparati, per legge, a fonte energetica rinnovabile. A riguardo, sottolineamo il fatto che l’alto potere calorifico della frazione più grossolana del biostabilizzato è in prevalenza attribuibile alla concentrazione, in questa frazione, di plastica , in gran parte sotto forma di fogli e pellicole, e sarà dura sostenere che questa frazione, se usata come CDR o negli inceneritori  possa essere considerata fonte di energia rinnovabile.

Nei trattamenti biologici aerobici la frazione cellulosica (carta, cartone, legno) è poco degradata. Per biodegradare questo tipo di scarto è possibile ricorrere alla fermentazione anaerobica che ha il vantaggio di trasformare questi scarti in biogas, una miscela di metano e anidride carbonica che, opportunamente trattata può essere utilizzata a scopo energetico.  Oggi in Europa si contano circa 3000 impianti di biogas, in gran parte collegati al recupero e all’utilizzo del biogas prodotto dalle discariche.Se nelle discariche la produzione di biogas è un evento collaterale non controllato, molto meglio gestire lo stesso processo in impianti dedicati.Con questa tecnica biologica da una tonnellata di rifiuto urbano, si possono produrre, dopo opportune purificazioni del biogas, da 75 a 90 metri cubi di metano, utilizzabili a scopi energetici, in particolare per la produzione combinata di elettricità e acqua calda per usi industriali o teleriscaldamento.Quando non è conveniente realizzare il teleriscaldamento per condizioni climatiche (inverni miti), lontananza della possibile utilizzazione dal punto di produzione, ostacoli urbanistici a realizzare la rete di distribuzione dell’acqua calda, la produzione di biogas offre un’altra interessante possibilità: dopo opportuna purificazione, inserire il biogas direttamente nella rete di distribuzione del gas di città. L’immissione del biogas trattato nella rete di distribuzione è tecnicamente possibile e già realizzato in Danimarca, Svezia, Svizzera, Olanda. Al momento, l’unico ostacolo al diffondersi di questa pratica è l’elevato  costo di purificazione del gas.

Una soluzione ci sarebbe! Attribuire gli incentivi dei certificati verdi anche al biogas trattato ed immesso in rete, in proporzione all’energia non rinnovabile che l’uso diretto del biogas ci permetterebbe di risparmiare. E’ vero, l’uso del biogas al posto del metano per bollire la pasta e per riscaldare le case non equivale a produrre energia elettrica, ma la fantasia italica che è riuscita ad equiparare i rifiuti a fonti di energia rinnovabile potrebbe anche trovare una soluzione a questo piccolo problema formale.

E questo è un esplicito invito alle attuali forze di governo, in particolare i Verdi e i DS, che dirigono i ministeri competenti e  dai quali ci aspettiamo qualche cosa di intelligente. Peraltro, in questo caso, tutto dovrebbe essere più facile e formalmente corretto. Il biogas è una vera fonte di energia rinnovabile e calore ed energia elettrica rappresentano forme diverse di energia che, non a caso, si possono misurare con le stesse unità di misura. Inoltre per riscaldare l’acqua della pasta e quella della doccia è molto meglio, dal punto di vista ambientale e del risparmio energetico, bruciare direttamente il metano piuttosto che usare lo stesso metano in un generatore a turbogas per produrre elettricità che, a sua volta,  sarà utilizzata per riscaldare la stessa acqua.  E, ne siamo certi, gli Italiani, sarebbero più contenti che i loro soldi, trasformati in certificati verdi, siano utilizzati per incentivare le tecniche di trattamento biologico cosidette "a freddo" piuttosto che i termovalorizzatori.

 

Federico Valerio

Direttore dl Dipartimento di Chimica Ambientale dell'istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro-Genova