| RASSEGNA STAMPA |
http://www.terrelibere.org/storia_antimafia_1.htm#cap2
Storia del movimento antimafia siciliano - dai Fasci
siciliani all'omicidio di Carmelo Battaglia
Cento anni di storia delle lotte popolari contro la mafia. Una storia poco o
niente conosciuta, in un testo che - nella versione su carta - supera le 600
pagine. Prima parte e seconda parte. Autrice: Gabriella Scolaro
IL MOVIMENTO CONTADINO E LA LOTTA ALLA MAFIA
b) Il <<Comitato Pro-Sicilia>> e la Sicilia <<contro>>!
Un altro avvenimento politico molto importante, che interessò la Sicilia nei primi anni del Novecento, fu la costituzione del Comitato Pro-Sicilia. Anche questo, come il Progetto Sicilia, può essere considerato una reazione della classe dominante siciliana alla perdita di peso politico in campo nazionale. In questo caso, la reazione assunse i caratteri netti del <<sicilianismo>>.
Il Comitato Pro-Sicilia nacque nell'agosto del 1902, in seguito alla condanna dell'onorevole Raffaele Palizzolo per l'omicidio,di stampo mafioso,del commendatore Emanuele Notarbartolo, assassinato il primo febbraio 1893 su di un vagone ferroviario in corsa sulla linea Termini-Palermo.
Il Notarbartolo era membro di una delle più influenti famiglie aristocratiche siciliane. Sindaco di Palermo dal 1873 al 1876 e direttore generale del Banco di Sicilia dal 1876 al 1890, si era distinto in entrambi gli incarichi per la sua onestà e dirittura morale e per le sue capacità amministrative. Furono proprio queste sue rare qualità a determinarne il triste destino: la cocciuta rettitudine con la quale aveva amministrato l'importante banca pubblica siciliana aveva <<disturbato>> troppi interessi:
"Emanuele Notarbartolo era uomo di specchiata onestà, che aveva diretto (...) con scrupolosa rigidezza e correttezza l'amministrazione del Banco di Sicilia.
Il Notarbartolo non poteva di conseguenza non impegnare un duello all'ultimo sangue con le cosche mafiose interessate al perpetuarsi delle anormalità amministrative che egli voleva stroncare e dalle quali esse traevano cospicui vantaggi" (M. Ganci, 1986, p. 65).
A rappresentare questi interessi nel consiglio di amministrazione dell'istituto di credito era proprio Raffaele Palizzolo, deputato nazionale dal 1882, "creatura del Crispi" (N. Dalla Chiesa, 1976, p. 173), protettore di mafiosi e delinquenti.
In seguito alla pressione "dei più alti notabili della politica siciliana" (N. Dalla Chiesa, 1976, p. 172), il comm. Notarbartolo fu rimosso dall'incarico di direttore del Banco di Sicilia. Ma egli continuava ad essere un personaggio <<scomodo>>, a causa delle irregolarità che era riuscito a scoprire. Così, allorquando si profilò una inchiesta generale sulla situazione delle banche italiane, resasi necessaria dopo la scoperta dei brogli della Banca Romana, la soppressione del commendatore divenne essenziale ed improrogabile.
Il delitto Notarbartolo può essere considerato il primo <<omicidio eccellente>>. Era la prima volta, infatti, che la mafia colpiva così <<in alto>>. Tuttavia, sarebbe stata anche l'unica fino al 1971, cioè fino all'assassinio del procuratore generale Pietro Scaglione:
"Questo delitto segna un salto di qualità, ma per certi versi rimane un picco isolato, un segnale di sviluppi futuri. Per avere la giusta scala di riferimento, si pensi che per più di un secolo la mafia ha ardito colpire così in alto solo in questo caso. Quello di Notarbartolo è il primo dei cadaveri eccellenti, nonché l'ultimo sino alla morte del procuratore generale Pietro Scaglione, e quindi dall'Unità al 1971" (S. Lupo, 1993, p. 68).
L'iter processuale si protrasse per anni ed anni, finché, grazie all'impegno del figlio della vittima, Leopoldo, dell'avvocato di parte civile Giuseppe Marchesano e di Napoleone Colajanni, si raccolsero elementi sufficienti per l'incriminazione di Raffaele Palizzolo quale mandante dell'omicidio.
Ottenuta dalla Camera dei Deputati l'autorizzazione a procedere, il processo ebbe inizio il 9 settembre 1901, presso la Corte d'Assise di Bologna e si trascinò per 195 sedute.
Davanti alla Corte sfilarono, come testimoni, i più importanti esponenti della vita politica ed economica siciliana e "venne fuori tutta la rete di connivenze e di omertà di cui il Palizzolo aveva beneficiato" (F. Renda, 1990b, p. 245).
Tra i nomi di coloro che testimoniarono a favore del Palizzolo risulta anche quello di Ignazio Florio, il quale "pare avesse largamente beneficiato delle irregolarità amministrative del Banco di Sicilia" (N. Dalla Chiesa, 1976, p. 174). La sua deposizione è emblematica in quanto, come generalmente fecero gli altri testi a discolpa del Palizzolo, egli negò l'esistenza della mafia e criticò aspramente l'uso che di questa parola veniva fatto per calunniare la Sicilia! (11).
Il processo Notarbartolo portò alla ribalta nazionale il fenomeno mafioso ed i suoi perversi rapporti con il mondo politico. Gli intellettuali e l'opinione pubblica di tutta Italia seguirono con grande interesse le varie fasi processuali. Ci si rese conto che la mafia non era un problema che riguardava esclusivamente la Sicilia, poiché erano ormai emerse le connivenze e le protezioni di cui essa poteva godere all'interno dell'apparato statale:
"L'opinione pubblica si rendeva conto sia pure non senza difficoltà che la mafia era una questione nazionale; investiva le istituzioni fondamentali del paese; coinvolgeva le responsabilità dei ministeri e dei rappresentanti più qualificati del governo e dello Stato non sempre e non necessariamente di origine siciliana. Perciò, si voleva sapere di più, conoscere meglio" ( F. Renda, 1990a, pp.404-405).
Così, si sviluppò, sulla mafia, un intenso dibattito che trovò spazio sulla stampa isolana e nazionale. Sull'argomento vennero pubblicati anche diversi libri e inchieste, che portarono avanti "la denuncia della mafia come il cancro che corrodeva le più intime fibre della società isolana e nazionale" (F. Renda, 1990a, p. 110) (12).
Anche Luigi Sturzo si occupò della mafia, schierandosi "a fianco di coloro che la denunciavano come un male di eccezionale gravità" (F. Renda, 1990a, p. 372). Egli scrisse un dramma di denuncia, intitolato per l'appunto "La mafia", con il quale cercò di comunicare agli altri "il senso più profondo e significativo del fenomeno" (F. Renda, 1990a, p. 372). Ecco cosa scriveva lo Sturzo - in un articolo apparso il 21 gennaio 1900 su <<La croce di Costantino>>, n. 22 - a proposito del processo Notarbartolo, prima che si giungesse all'incriminazione del Palizzolo e cioè quando si stava tentando di insabbiarlo:
"Chi ha seguito con attenzione il processo, vedrà come anche quest'ultimo fatto è un effetto della mafia, che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve per domani esser servita, protegge per esser protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini creduti fior di onestà ad atti disonorati e violenti" (cit. in F. Renda, 1990a, p. 374).
E' interessante notare che questo brano dell'articolo si sarebbe potuto scrivere anche in anni ben più vicini ai nostri!
Il processo di Bologna si concluse il 31 luglio 1902, con la condanna del Palizzolo a trenta anni di reclusione.
Se la parte più democratica dei siciliani e degli italiani accolse questa sentenza come una dura condanna della mafia, le forze tradizionali siciliane - e cioè gli appartenenti alla classe dominante, che tanto agio avevano avuto nella vita politica isolana e nazionale - reagirono con violenza. Basandosi su di un insensato sillogismo, queste ultime vollero vedere nella condanna dell'onorevole Palizzolo, in quanto mandante di un omicidio mafioso, anche la condanna della Sicilia, poichè questa veniva identificata spesso con la mafia:
"(...)poiché la mafia era e veniva considerata un fenomeno tutto siciliano, la sua condanna suonò anche (o qualcuno tentò o a taluno sembrò che significasse) condanna della Sicilia" (F. Renda, 1990b, p. 245).
Inoltre, da parte dei notabili, si disse che con la sentenza di Bologna a vincere non era stata la giustizia bensì i socialisti ed i radicali.
Così, appena conosciuto il verdetto, "la Sicilia prese fuoco" (M. Ganci, 1986, p. 66). In alcuni importanti negozi di Palermo vennero esposte strisce nere con su scritto <<Lutto cittadino>>. Si indissero dimostrazioni di protesta. Ma soprattutto fu costituito il <<Comitato Pro-Sicilia>>. Questo nacque su iniziativa dell'etnologo Giuseppe Pitré, il quale aveva una concezione folkloristica della mafia:
"La mafia - sosteneva il Pitrè - non è né setta né asssociazione, non ha né regolamenti né statuti, il mafioso non è un ladro, non è un assassino (sic). La mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, d'ogni urto d'interesse e d'idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre" (13).
Secondo lo studioso, la mafia era una cultura, una forma di comportamento, basata su presunti valori siciliani (il senso dell'onore, l'attaccamento alla famiglia ed agli amici, l'orgoglio, il coraggio, la baldanza, la generosità), a volte degeneranti ma pur sempre da rispettare.
Obiettivo ufficiale del Comitato Pro-Sicilia era l'organizzazione di una vasta e vibrante mobilitazione popolare a sostegno dell'on. Palizzolo, ritenuto vittima di un clamoroso errore giudiziario ed emblema della discriminazione in atto, all'interno dello Stato italiano, nei confronti della Sicilia.
Il movimento innocentista voleva, allo stesso tempo, "ributtare le accuse di mafiocrazia mosse alla società siciliana dall'opinione pubblica nazionale" (N. Dalla Chiesa, 1976, p. 173). Ma in realtà, esso rappresentava la "<<riscossa della mafia>>"(F. Renda, 1990a, pp. 381e 397) (questo il parere della stampa settentrionale), ed un estremo tentativo, portato avanti dalla classe dirigente siciliana per: riconquistare l'autorevolezza e il potere di cui, fino a qualche anno prima, essa godeva incontrastata in campo politico; contrastare l'avanzata dei socialisti. (vedi di Fr. Renda in Storia della mafia Sigma edizioni 1997 Cap. VI I processi Notarbartolo)
"Partendo (...) dalla protesta per la condanna del Palizzolo, e strumentalizzando la situazione di scontento largamente diffuso fra le popolazioni isolane, i dirigenti del Pro Sicilia riproposero, all'insegna dell'onore siciliano offeso, l'audace quanto spregiudicato disegno politico, volto a ridare peso e prestigio nazionale alla vecchia aristocrazia isolana esautorata dalle ultime vicende (...)
Come osservava il Cammareri Scurti sull'Avanti!, i notabili di Palermo non erano insorti contro il verdetto di Bologna per i begli occhi di Palizzolo e compagnia, ma perché non volevano che attraverso quel successo così clamoroso il partito socialista in Sicilia riuscisse a svolgere <<una vera e soda azione>>" (F. Renda, 1990a, pp. 389, 394-395).
Basta, del resto, scorrere l'elenco dei partecipanti all'assemblea costitutiva del Comitato per rendersi conto delle intenzioni reazionarie dello stesso. Vi parteciparono: seideputati; numerosi avvocati, professionisti e commendatori; rappresentanti della aristocrazia terriera. Inoltre,si aggregarono ben presto esponenti della destra parlamentare.
Con un'abile operazione politica (facendo leva sul sentimentalismo delle popolazioni oppresse) gli organizzatori del Pro Sicilia riuscirono a far dirottare il tradizionale malcontento delle masse - per le proprie condizioni sociali ed economiche - in direzione della classe politica nazionale e, più in generale, dei settentrionali, colpevoli, tra l'altro, di non riconoscere, anzi di infangare, l'alto valore della civiltà isolana. L'ideologia campanilistica derivante da questa operazione è conosciuta come <<sicilianismo>>:
"Il tema di fondo dell'ideologia sicilianista è indubbiamente il tentativo di proiettare all'esterno dell'isola la responsabilità di sfruttamento e miseria, fissando da una parte il blocco degli stranieri oppressori, dall'altro quello dei siciliani poveri solo perché oppressi: in essi ogni contorno di classe, ogni responsabilità di ceti dirigenti si sfuma fino ad annullarsi" (S. Lupo, 1977, p. 154).
A questa operazione di deresponsabilizzazione dei politicisiciliani - per i gravi problemi che affliggevano l'Isola - e di difesa degli interessi colpiti dal verdetto bolognese, partecipò attivamente la mafia. Essa, del resto, ha da sempre strumentalizzato i codici culturali siciliani (S.Lupo, 1993, p. 107) _e quindi il sicilianismo (14),per rafforzare il proprio dominio e per celare la sua reale natura di organizzazione criminale antipopolare, volta esclusivamente all'accrescimento del proprio potere (a discapito di un reale sviluppo economico della Sicilia).
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Sicilia).
Ritornando al <<Pro-Sicilia>>, grazie all'ideologia sicilianista che lo caratterizzava, esso riuscì a raccogliere vasti consensi anche tra la gente comune. Sedi del Comitato sorsero un pò ovunque in Sicilia, ma soprattutto nel palermitano. Due importanti quotidiani, <<L'Ora>> di Palermo e <<La Sicilia>> di Catania, si fecero portavoce del movimento innocentista.
Tuttavia, nonostante la sua ampiezza e la sua vivacità, il Comitato Pro-Sicilia contò, all'interno dell'Isola, anche numerosi oppositori.
Contro di esso si schierarono, fermamente, i circoli socialisti e radicali, e alcuni giornali popolari, quali <<Il Giornale di Sicilia>> - che si distinse per i suoi coraggiosi articoli contro il Palizzolo e contro la mafia - e il <<Corriere di Catania>>.
Tra le voci più impegnate nella denuncia degli interessi mafiosi e degli intrecci tra mafia e politica, figuravano quelle di Napoleone Colajanni, Giuseppe De Felice Giuffrida e del socialista Giuseppe Marchesano (15),avvocato della famiglia Notarbartolo.
Il Colajanni, che già nel suo saggio "Nel regno della mafia" aveva denunciato gli intrighi che stavano dietro il delitto Notarbartolo, esortava, dalle pagine del <<Corriere di Catania>>, a non cadere nella trappola del sicilianismo: "Ritengo una aberrazione intellettuale e morale confondere la mafia, il processo Palizzolo e la Sicilia" (cit in F. Renda, 1990a, p. 391).
De Felice Giuffrida sottolineava la netta contrapposizione tra sentimento mafioso e sentimento socialista e "rivendicava la funzione antimafiosa del movimento dei Fasci" (F. Renda, 1990a, p. 414). Egli metteva in luce il carattere reazionario del Pro-Sicilia, e ribadiva la necessità di un movimento in antitesi con esso:
"(...)alle lagnanze sterili di chi dorme ed aspetta la manna dal cielo ministeriale, opponiamo la protesta necessaria contro una rappresentanza politica o dormiente o tiepida o incurante, e l'attività energica di chi ha diritti e li fa valere, di chi ha lena e sa agire (...) insomma, alla Sicilia dormiente sotto il sonnifero di un tentativo pro-Sicilia, illogico, palizzoliano, reazionario (...) preferiamouna Sicilia desta, forte, libera e moderna" (16).
A dimostrazione del fatto che accanto ad una Sicilia <<pro-Palizzolo>> vi era anche una Sicilia <<contro>>, basta considerare che nel dicembre 1899, quando ancora non si era arrivati all'incriminazione dell'<<onorevole>>, si costituì a Palermo un Comitato per onorare la memoria di Emauele Notarbartolo "in senso di affermazione dei principi di moralità e di giustizia, e di protesta contro gli autori dell'esecrato delitto" (17).
Il Comitato era composto da cittadini di ogni partito, compreso quello socialista, e alla sua testa vi erano i principi di Trabia e di Camporeale. Venne subito aperta una pubblica sottoscrizione per erigere un busto di marmo alla memoria del Notarbartolo, ed anche per sostenere le spese processuali che il figlio Leopoldo non era in grado di affrontare.
Il 17 dicembre si svolse, su iniziativa dello stesso comitato, un silenzioso corteo di commemorazione, al quale presero parte circa 30.000 persone! (F. Renda, 1990a, p. 109). Questa può essere considerata, a nostro avviso, la prima imponente manifestazione pubblica (di piazza) contro la mafia! Il primo febbraio venne collocato un busto marmoreo nell'atrio del Palazzo delle Finanze.
Ma, purtroppo, a trionfare fu, alla fine, la Sicilia <<pro-Palizzolo>>. L'agitazione Pro-Sicilia assunse una tale dimensione, e poté contare su appoggi e protezioni così forti, che si arrivò all'annullamento - per vizio di forma - della sentenza di Bologna. Il 24 luglio 1904 si celebrò, quindi, presso la Corte di Assise di Firenze, il nuovo processo contro il Palizzolo, che si concluse con la assoluzione per insufficienza di prove!
"Inebriati del successo, oltre che vincere, si volle anche stravincere" (F. Renda, 1990b, p. 246): per riportare a casa il Palizzolo fu noleggiata una nave; all'arrivo a Palermo lo accolse una folla festante.
Passiamo ora ad analizzare i principali fenomeni socio-economici che caratterizzarono la Sicilia nel primo quindicennio del Novecento: l'emigrazione e il cooperativismo agricolo (della prima parleremo, brevemente, qui di seguito; il secondo sarà invece analizzato nei prossimi paragrafi).
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Al seminario Lezioni sul fenomeno mafioso presso l'Università lo storico Salvatore Lupo nel corso della sua interessantissima lezione ha aspramente criticato quella che lui chiama <<siciliologia e cioè il volere a tutti i costi spiegare la mafia come frutto della cultura dell'isola, una cultura che ammira o accetta o subisce la forza della sopraffazione che i mafiosi esercitano e che arriva a spiegare la mafia come prodotto dell'humus sociale in cui si sviluppa piuttosto che come prodotto degli interessi che in essa (mafia) vivono e creano connivenze nell'ambiente sociale circostante.
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http://www.girodivite.it/Il-primo-delitto-eccellente-l.html
Il clima di generale indignazione e di superficiale classificazione nei confronti della Sicilia, che si era instaurato durante i processi portò all’esplosione di vive reazioni di protesta da parte dei siciliani, ma anche di autorevoli intellettuali fra cui Pitrè e De Roberto. Essi, infatti, costituirono un Comitato pro-Sicilia per riscattare l’isola da tali infamie. Quale potè essere il motivo di una simile scelta? Essi, in realtà, volevano riscattare la Sicilia da quell’onta mafiosa che già da processo di Milano era stata attribuita a quel territorio, volevano evitare che il termine “mafia” potesse connotare tutti i siciliani, anche i siciliani onesti. Tali proteste, unite all’interessamento da parte di Cosa Nostra della vicenda Palizzolo, portarono alla inattuazione della sentenza bolognese, la quale venne portata in Cassazione e poi definitivamente annullata con il rinvio alla Corte di Assise di Firenze.
http://www.girodivite.it/Sicilia-il-fastidio-di-certe.html sito di Riccardo Orioles
veemente aggressione verbale, in un ’Maurizio Costanzo Show’ del 1992, di Totò Cuffaro contro Giovanni Falcone, che, a suo dire, avrebbe costruito delle storie per infangare gli uomini politici democristiani siciliani. Sono reazioni e accuse che hanno il sapore velenoso di una logica rovesciata per la quale chi combatte o denuncia le collusioni e i traffici oscuri di certi politici è additato come denigratore della classe dirigente siciliana e della stessa Sicilia. Un precedente di un atteggiamento simile, però pienamente giustificato, si può ritrovare , a cavallo tra Ottocento e Novecento, a proposito delle polemiche che accompagnarono i processi per l’assassinio dell’ex sindaco di Palermo Emanuele Notarbartolo (*) nel quale era implicato come mandante l’on. Raffaele Palizzolo. Fu la prima volta che comparve sui giornali la parola “mafia”. I resoconti giornalistici provocarono nell’opinione pubblica una generale indignazione contro i siciliani, bollati superficialmente come mafiosi. In Sicilia scoppiò un’esplosione di proteste. Fu costituito un Comitato pro-Sicilia,…………………….