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L'Unità 11 Agosto 2005
 

Uccidere in nome di Dio
 

Josè Saramago


 

Sono assolutamente certo che questo mio articolo opererà il prodigio di mettere d’accordo, almeno per una volta, i due fratelli nemici irriducibili che rispondono al nome di Islam e Cristianesimo, in particolar modo per la dimensione di universalità a cui il primo aspira e nella quale il secondo, illusoriamente, continua a immaginarsi. Nella più benevola delle reazioni possibili, i benpensanti si lamenteranno che si tratta di una provocazione inammissibile, di un’offesa imperdonabile al sentimento religioso dei credenti di ambo le fedi; nella reazione peggiore (volendo supporre che non ve ne siano di più negative), mi accuseranno di empietà.
Non solo. Anche di sacrilegio, blasfemia, profanazione, irriverenza e chissà quali altri delitti di identico calibro saranno capaci di inventarsi, e perciò stesso, forse, meritevole di una punizione che possa servirmi come castigo per il resto della mia vita. Se io appartenessi alla comunità dei fedeli, il cattolicesimo vaticano dovrebbe abbandonare per un momento le solenni rappresentazioni stile Cecil B. de Mille nelle quali oggi si compiace, per assumersi lo sgradito compito di scomunicarmi, quantunque, adempiuta tale incombenza burocratica, non gliene resterebbe nulla in mano. Al cattolicesimo scarseggiano ormai le forze per imprese più temerarie, sempre che i fiumi di lacrime versati per le sue vittime abbiano, speriamo per sempre, fatto marcire le cataste di legna della Santa Inquisizione. Quanto all'islamismo, nella sua moderna versione fondamentalista e violenta (violenta e fondamentalista come fu il cristianesimo ai tempi del suo apogeo imperiale), il suo mandato per eccellenza, ogni giorno insensatamente proclamato, è «morte agli infedeli»: in altri termini, mi si passi la traduzione, se non credi ad Allah non sei altro che un immondo scarafaggio che, per quanto anch'esso creatura nata dal Fiat divino, qualsiasi musulmano incline a metodi sbrigativi avrà il sacrosanto diritto e dovere di schiacciare sotto le suole delle babbucce con le quali farà il suo ingresso in quel paradiso di Maometto dove verrà accolto dal voluttuoso seno delle vergini. Mi sia consentito, pertanto, riaffermare che Dio, essendo sempre stato un problema, è ora il problema.
Come qualunque persona alla quale non sia indifferente la situazione del mondo in cui vive, mi capita di leggere a proposito delle cause di natura politica, economica, sociale, psicologica, strategica e finanche morale dalle quali si presume traggano linfa i bellicosi movimenti islamisti che stanno seminando disorientamento, angoscia e terror panico nel cosiddetto mondo occidentale (sebbene non solo in questo). È bastato un certo numero di ordigni di potenza relativamente limitata (ricordiamoci che sono quasi sempre stati trasportati sul luogo degli attentati per mezzo di semplici zainetti) per scuotere e produrre crepe nelle fondamenta della nostra civiltà così illuminata e per far vacillare le precarie strutture di sicurezza collettiva innalzate e mantenute con tanta fatica e dispendio di energie. I nostri piedi, che credevamo appoggiati sul più resistente degli acciai, si sono rivelati d'argilla.
È uno scontro di civiltà, dicono. Sarà, ma a me così non sembra. Gli oltre sette miliardi di abitanti di questo pianeta, senza eccezione alcuna, vivono in quella che più correttamente andrebbe definita civiltà del petrolio, e questo a tal punto che non possono considerarsene al di fuori neppure coloro che sono privi del prezioso oro nero. Questa civiltà del petrolio crea e soddisfa (in maniera diseguale, come sappiamo) molteplici necessità che riuniscono attorno al medesimo pozzo arabi e non arabi, cristiani e musulmani, senza trascurare coloro che, non essendo né l'una né l'altra cosa, hanno, ovunque si trovino, un'automobile da guidare, una scavatrice da mettere in marcia, un accendino da accendere. Questo, evidentemente, non significa che all'interno di questa comune civiltà del petrolio non siano riconoscibili gli elementi distintivi (più che semplici elementi, in certi casi) di civiltà e culture antiche che oggi si trovano investite da un processo tecnologico di occidentalizzazione a tappe forzate, che solo con gran difficoltà è riuscito a penetrare nella sfera più intima delle abitudini personali e collettive. Come si usa dire, l'abito non fa il monaco...
Un'alleanza tra civiltà, la proposta opportunamente avanzata dal capo del governo spagnolo e che di recente è stata ripresa dal segretario generale delle Nazioni unite, potrà rappresentare, nel caso si concretizzi, un passo importante in quel cammino verso l'attenuazione delle tensioni internazionali dal quale sembriamo sempre più lontani, per quanto sarebbe insufficiente sotto ogni punto di vista se non includesse, come elemento fondamentale, un dialogo tra le religioni, giacché in tal caso rimarrebbe esclusa qualsiasi remota possibilità di un'alleanza... Non sussistendo motivi per temere che cinesi, giapponesi e indiani, ad esempio, stiano preparando piani di conquista del mondo attraverso la diffusione delle loro diverse fedi (confucianesimo, buddismo, taoismo, scintoismo, induismo) per via pacifica o violenta, va da sé che quando si parla di alleanza tra civiltà ci si riferisce in particolare a cristiani e musulmani, questi fratelli nemici che nel lungo corso della storia sono andati alternandosi, ora l'uno ora l'altro, nei tragici e, per quanto si è visto, immutabili ruoli di carnefice e vittima.
Pertanto, lo si voglia o no, Dio va visto come problema, come ostacolo sul cammino, come pretesto per l'odio, come fattore di divisione. Ma nessuno ha il coraggio di affrontare questa plateale evidenza in nessuna delle tante analisi sulla questione, che siano di carattere politico, economico, sociologico, psicologico o utilitaristicamente strategico. È come se una sorta di timore reverenziale o di rassegnazione al "politicamente corretto e stabilito" impedisse all'analista di turno di capire qualcosa che è presente nelle maglie della rete e che la trasforma in una trama labirintica da cui non abbiamo modo di uscire, vale a dire Dio. Se dicessi a un cristiano o a un musulmano che nell'universo ci sono oltre 400 miliardi di galassie e che ciascuna di esse contiene oltre 400 miliardi di stelle, e che Dio, sia esso Allah o chiunque altro, non può avere fatto tutto questo, meglio ancora, che non aveva nessun motivo per farlo, mi risponderebbero indignati che a Dio e Allah nulla è impossibile. Eccetto, a quanto si è visto - aggiungerei io -, portare la pace tra islam e cristianesimo e, di passaggio, rappacificare la più disgraziata tra le specie animali, nata, a quanto si dice, dalla sua volontà (e a sua somiglianza): la specie umana, giustappunto.
Non vi è amore né giustizia, nell'universo fisico. E neppure crudeltà. Nessun potere sovrintende ai 400 miliardi di galassie e ai 400 miliardi di stelle che esistono in ciascuna galassia. Nessuno fa nascere il sole ogni giorno e la luna ogni notte, neanche quando non è visibile lassù nel cielo. Messi su questa terra senza sapere né grazie a chi né il perché, siamo stati costretti a inventare tutto. Abbiamo inventato anche Dio, ma Dio non è uscito dalle nostre teste, vi è rimasto dentro, come sorgente di vita alcune volte, come strumento di morte quasi sempre. Possiamo dire «questo è l'aratro che noi abbiamo inventato», ma non possiamo dire «questo è il Dio che inventò l'uomo che ha inventato l'aratro». Non possiamo sradicare questo Dio dalle nostre teste, neppure gli atei possono farlo. Ma perlomeno discutiamone. Serve a ben poco affermare che uccidere in nome di Dio significa fare di Dio un assassino. Agli occhi di coloro che uccidono in suo nome, Dio non è solo il giudice che assolve, è il Padre onnipotente che prima ammassò nelle loro teste la legna dell'autodafè e ora prepara e colloca la bomba. Discutiamo di questa invenzione, risolviamo questo problema, riconosciamo quantomeno che esiste. Prima di diventare tutti pazzi. A meno che - chi può dirlo? - non sia proprio questa la maniera per non continuare ad ammazzarci gli uni con gli altri.
 
Commento del Dr. Michele Ernandes
 
L'articolo si nota anche perchè chi l'ha pubblicato aveva dimenticato da un po' di tempo che la religione è l'oppio dei popoli.
Non l'ho ancora controllato attentamente, però mi pare che Saramago non parli degli Ebrei. E' vero che in un articolo non si può parlare di tutto, però Dio e Allah corrispondono esattamente a Jahvè, cioè il dio ebraico, o, come dice qualcuno, il dio abramitico. Dio e Allah non sono due divinità diverse:
 secondo coloro che credono nella loro esistenza sono il dio di Abramo. Dio e Allah non sono nomi propri, sono nomi comuni, anzi lo stesso nome comune "dio" detto in due lingue diverse e usato come se fosse un nome proprio.
 Saramago ci fa osservare però che mentre le divinità cinesi, giapponesi,
 indù non cercano di prevaricare gli altri, il dio di Cristiani e Musulmani ha
 assegnato ai propri fedeli il compito di "convertire" tutti: con le buone
 o con le cattive. Si potrebbe osservare che lo stesso dio vorrebbe che gli
 uomini fossero convertiti a due religioni diverse, tutte e due ispirate da
 lui e tutte e due pertanto vere e nello stesso tempo diverse: un tale dio o è schizofrenico o non esiste, direbbe un uomo dotato di un minimo spirito
 critico. Ma c'è di più: lo stesso Dio di cui sopra ha eletto un popolo e
 l'ha fatto diventare speciale, così che questo popolo pretende di fare cose che sarebbero riprovevoli se fatte da qualche altro. Ad esempio colonizzare terre altrui.
Già l'anno scorso, al Congresso dell'UAAR di Firenze, ho proposto che il
 principale obiettivo della critica atea o razionale dovrebbe essere il dio
 di Ebrei, Cristiani e Musulmani. Con semplici argomenti di critica
 storico-letteraria si può mostrare che la promessa ad Abramo della
 proprietà della Terra di Canaan (altrimenti detta Palestina) è stata fatta da uomini in carne ed ossa, che mangiavano e si facevano lavare i piedi (da Abramo).
 Una semplice falsificazione letteraria ha trasformato quegli uomini in
 divinità, anzi nell'unico dio.
 Ovviamente a Cristiani e Musulmani questa spiegazione non piace:
 dovrebbero ammettere infatti di avere per duemila anni scritto trattati esplicativi e colmi di dottrina a commento di un falso letterario! E sullo stesso falso letterario si fonderebbe lo stato d'Israele!
 Sarebbe come ripristinare il regno di Francia e assegnarne il trono a
 qualcuno in base a un romanzo di Dan Brown.
Però siccome questo falso letterario è la fonte ideologica principale dei
 pericoli che corre l'umanità intera, io insisto nel dire che bisogna denunciarlo.
 Michele Ernandes