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RASSEGNA STAMPA TERRORISMO
Perché
i palestinesi hanno votato per Hamas
Mi riferisco alla lettera sulle elezioni in
Palestina e alla sua risposta «Politica estera: interesse nazionale
e consenso popolare».
Mi meraviglia che non ci sia alcun accenno al terrorismo praticato
ieri e oggi da Hamas, che rende assolutamente improponibile un
qualsiasi confronto con la Cina o altri Paesi, dittatoriali o meno.
Ogni altra considerazione di ordine politico ed economico non può
prescindere da una realtà basata sull'assassinio di civili
innocenti!
Giuliano Fabrizio ,
giuliano-fabrizio@ fastwebnet.it
Caro Fabrizio, so che che la vittoria di
Hamas nelle elezioni palestinesi ha suscitato l'indignazione e i
timori di una larga parte dell'opinione pubblica occidentale.
L'organizzazione è responsabile di una lunga sequenza di attentati
terroristici e ha uno statuto che nega la legittimità dello Stato
d'Israele. Molti pensano quindi che dovremmo condannare il suo
governo e negare all'Entità autonoma qualsiasi assistenza
finanziaria sino a quando il movimento non avrà rinunciato al suo
programma radicale. Le propongo, tuttavia, di considerare la
questione da un altro punto di vista. A differenza di altre elezioni
dell'area mediorientale (in Egitto e in Iran, ad esempio) quelle
palestinesi non hanno prestato il fianco all'accusa di brogli e
manipolazioni. Ancor prima di manifestare la nostra indignazione per
il risultato dovremmo chiederci quindi perché la maggioranza degli
elettori abbia scelto Hamas. Credo che vi siano alcune ragioni,
strettamente collegate. In primo luogo la politica unilaterale del
governo Sharon ha escluso Mahmud Abbas da qualsiasi negoziato
bilaterale e ha negato al successore di Arafat la possibilità di
rivendicare, di fronte alla società palestinese, il merito di avere
strappato a Israele qualche utile concessione. In secondo luogo
Hamas è un movimento combattente, deciso a utilizzare per i suoi
fini l'arma della violenza; ma non è corrotto, a differenza
dell'apparato di Arafat, ed è anche una organizzazione
assistenziale, responsabile di iniziative che hanno alleviato in
questi anni le disperate condizioni della società palestinese. Chi
ha votato Hamas lo ha fatto, a torto o a ragione, nella convinzione
che il movimento fosse, in quelle circostanze, la sola scelta
possibile. Per l'Europa e gli Stati Uniti le scelte, a questo punto,
sono due. Possiamo sostenere che i palestinesi hanno votato male e
punirli per avere scelto il partito sbagliato negando gli aiuti
economici con cui la comunità internazionale ha contribuito alla
sopravvivenza di una società che vive da sei anni in stato
d'assedio. È quello che hanno fatto sinora Washington e, con qualche
attenuazione, l'Unione Europea. O possiamo fare del nostro meglio
per incoraggiare quei settori di Hamas da cui provengono segnali
interessanti. In un articolo apparso recentemente nella New York
Review of Books («Hamas: the last chance for peace?»,«Hamas, ultima
possibilità di pace?»), Henry Siegman registra questi segnali e
lascia comprendere, tra l'altro, che non è ragionevole chiedere ad
Hamas il riconoscimento dello Stato israeliano nel momento in cui il
governo di Gerusalemme persegue una politica unilaterale, diretta a
ridurre progressivamente l'estensione del futuro Stato palestinese e
la libera comunicazione tra le diverse aree di cui sarà composto.
Aggiungo che Siegman è un esperto di questioni mediorientali al
Council of Foreign Relations, è stato direttore generale del World
Jewish Congress e riflette opinioni che sono diffuse in una parte
della società israeliana. Non è la «voce degli arabi». È la voce di
coloro a cui sembra che la strada imboccata dall'America, dall'Ue e
da chiunque persegua la linea Sharon, non porti da nessuna parte.