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L'Unità 14 novembre 2006 Palestina, D'Alema: «Non si può tacere sull'uccisione dei civili»


 
«Di fronte alle reiterate uccisioni di civili che è, oltre che umanamente inaccettabile, politicamente controproducente penso di avere il diritto-dovere di dirlo». Il ministro degli Esteri D´Alema non ci sta e, da Pechino dove è impegnato in una visita diplomatica, risponde senza usare mezzi termini a chi lo ha accusato di "unilateralismo", di avere una visione della questione mediorientale troppo "filo-palestinese". La polemica è stata innescata dalla pubblicazione di un´intervista all´Unità in cui D'Alema aveva condannato la strage di civili avvenuta a Beit Hanun, nella Striscia di Gaza, ed auspicato un cambio nella politica di Israele.

Da Pechino il vicepremier sottolinea che la linea del Governo italiano non è assolutamente sbilanciata verso la Palestina. Anzi: «Abbiamo applicato l'embargo contro i palestinesi, da questo punto di vista la nostra posizione non è equanime, è dalla parte di Israele - spiega D'Alema - Abbiamo applicato al governo di Hamas, ancorché sia stato democraticamente eletto, l'embargo non abbiamo nessuna relazione con quel governo e non lo abbiamo riconosciuto come interlocutore; quindi è incredibile che si dica "ma come, ve la prendete con Israele e non con Hamas" chi dice queste cose non sa quello che dice, dice una cosa assurda, che dimostra un'assoluta incompetenza della realtà».

D´Alema quindi incalza e ribadisce quanto dichiarato nell´intervista all´Unità a proposito dell´uccisione dei 19 civili nella Striscia di Gaza. E ribadisce la condanna della escalation militare israeliana non solo per "questioni di principio" («il rispetto della vita umana, il fatto che in questo modo si colpiscono civili inermi») ma anche perché «questa strategia risponde a una logica tutta interna a Israele...»: «Di fronte alle reiterate uccisioni di civili che è, oltre che umanamente inaccettabile, politicamente controproducente penso di avere il diritto-dovere di dirlo» ribadisce adesso D'Alema.

Infine, rispondendo alle polemiche (che definisce «artificiose» e «del tutto pretestuose») su una sua presunta "divisione" del mondo ebraico italiano tra democratici e non democratici: «C'è un ambiente più democratico più impegnato nel mondo ebraico che storicamente ha cercato di incoraggiare le leadership israeliane a fare una politica di pace e di dialogo. Il mondo democratico ebraico secondo me lo dovrebbe fare di più».
 
L'Unità 14 novembre 2006 

D´Alema: «Ora l´America fermi Israele»

Umberto De Giovannangeli


 
«Il voto americano segnala il venir meno della fiducia nella guida del Paese. Una sfiducia che investe la Casa Bianca e che segnala al tempo stesso la fine di un ciclo». Il ministro degli Esteri e vicepremier Massimo D´Alema spiega all´Unità le linee della politica estera italiana dopo il voto americano che ha sconfitto la presidenza Bush. Ma a preoccupare il titolare della Farnesina sono soprattutto le notizie che giungono dalla Striscia di Gaza. D´Alema rifiuta di considerare la strage di civili di Beit Hanun un «errore»: «Quello che è accaduto a Beit Hanun - afferma D´Alema - è il tragico sbocco di una politica, di una scelta sbagliata che fonda la sicurezza di Israele sull´uso estremo della forza».

Partiamo dal voto di midterm negli Usa. Qual è il suo giudizio complessivo?
«Il voto americano è un fatto molto rilevante. Ho visto diversi tentativi di sminuirne la portata: un voto atteso, si è scritto, l´alternanza...È vero in parte. Il risultato è andato al di là delle aspettative. È dal 1994 che i Democratici, persino quando hanno avuto la Presidenza, non controllano ambedue i rami del Congresso. Perciò, non una dialettica di alternanza di routine. È un voto di grande portata politica che determina un quadro abbastanza singolare rispetto ad una tradizione americana in cui l´elettorato si era spostato su posizioni conservatrici anche nei momenti in cui la Casa Bianca è stata nelle mani dei Democratici. In questo voto, come è naturale per un grande Paese come l´America, convergono tante motivazioni. Anche qui, noto lo sforzo di una parte di commentatori nel sostenere che non è l´Iraq, sono gli scandali...».

Invece, ministro D´Alema?
«Il voto americano è sempre molto legato alla politica interna, ma in questo frangente si fondono diversi aspetti. E in ogni caso emerge un problema più generale che mi pare consista in un evidente calo della fiducia nella guida del Paese. E in definitiva, anche la questione morale non è disgiunta dall´Iraq. La cosa che fondamentalmente molti oppositori rimproverano a Bush è di avere mentito al Paese per fare la guerra, per motivare un conflitto; di aver creato Guantanamo; di aver stabilito un controllo sulla vita privata dei cittadini. E il voto di midterm segnala una forte domanda di cambiamento».

Alla luce di queste considerazioni sulle ragioni e la portata del voto Usa, quale cambiamento ritiene possibile?
«Naturalmente nel sistema americano, che è molto complesso, la politica la continuerà a fare la Casa Bianca. Una cosa è il senso del voto, un´altra cosa sono gli effetti che il voto potrà produrre. Da questo punto di vista, il biennio di coabitazione tra la maggioranza Democratica al Senato e alla Camera dei Rappresentanti e Bush alla Casa Bianca, si prospetta problematico. L´Europa deve misurare in questo caso opportunità, rischi e accresciuta responsabilità. Non credo che ci si possa aspettare, adesso, che il voto produca un repentino cambiamento generale della politica estera americana, tuttavia esso conferma che l´ondata neoconservatrice, con l´apparato ideologico che ha accompagnato il fondamentalismo neoconservatore, esce battuta da un ciclo elettorale che ha visto la sconfitta di Aznar e quella di Berlusconi, che ha visto il declino di Blair, entrato in crisi proprio sull´Iraq. L´opinione pubblica dei grandi Paesi democratici cerca una nuova politica, un nuovo approccio al grande tema che si è aperto dopo l´11 settembre».


Il «licenziamento» del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld in tutto questo che valore assume?

«Certamente Rumsfeld è stato il più esposto, nel senso di una sua maggiore responsabilità rispetto ad errori e violazioni dei diritti umani. Dovendo pagare un prezzo politico, è anche normale che chi è stato responsabile in prima linea di ciò che l´opinione pubblica respinge, ne prenda atto e si dimetta...».

L´uscita di scena di Rumsfeld è l´ammissione da parte del presidente Bush del fallimento della «strategia» irachena?
«Nella leadership americana, e non solo nell´opinione pubblica. la consapevolezza dello scacco iracheno c´era già. Erano già alla ricerca di una via d´uscita. È chiaro che il risultato elettorale spingerà la Casa Bianca a trovare un compromesso con il Congresso. Il richiamo in servizio di James Baker a cui affidare la ricerca di una "exit strategy" è indicativo dell´ammissione di questo fallimento. Non dimentichiamo che la "guerra preventiva" in Iraq ha diviso Bush figlio da Bush padre, di cui Baker è stato segretario di Stato. D´altro canto, alcuni segnali di un cambiamento della politica estera americana ci sono già stati. Non c´è dubbio che la conduzione dell´iniziativa americana di fronte alla guerra del Libano ha avuto un segno diverso rispetto alle esperienze precedenti».

Adesso il voto americano va proiettato sullo scenario mediorientale; uno scenario sempre più segnato dalla violenza.
«Io non credo che per gli americani sarà molto facile avere un grande cambiamento nella loro politica estera. La situazione dell´Iraq è obiettivamente complessa e non esiste una facile via di uscita. L´unica soluzione è aprire un negoziato con le forze che si oppongono agli americani, in particolare con il mondo sunnita e con una parte del mondo sciita, e cercare di trovare un accordo nazionale che a quel punto isoli il terrorismo di Al Qaeda. Perché il vero problema dell´Iraq è l´accumularsi di tre tipi di violenza, che troppi hanno semplicisticamente etichettato come "Terrorismo". C´è il terrorismo, ma ci sono anche gli insorti e c´è la violenza religiosa. L´unica via è quella di trovare un compromesso nazionale che permetta la creazione di un fronte iracheno per isolare ed espellere il terrorismo qaedista che i è un prodotto di importazione, venuto in Iraq a seguito del conflitto. Il vero grande messaggio di novità che può essere dato al mondo arabo e islamico è un altro; ed è il punto da cui si sarebbe dovuto partire in Medio Oriente...».

Qual è questo punto da cui si sarebbe dovuto partire?
«La questione israelo-palestinese. Penso che sarebbe una scelta lungimirante da parte americana mettere il focus su questo conflitto, considerarlo la priorità dell´azione internazionale. Fin qui l´Amministrazione Bush ha sempre ritenuto che quella fosse una questione su cui non si potevano mettere le mani perché, in sostanza, non si poteva "disturbare" Israele. Ora si tratta di rovesciare la gerarchia dei problemi, considerando che la vicenda irachena è molto complessa e richiede un´azione rinnovata ma di medio periodo, e agendo per voltare pagina con estrema rapidità laddove c´è una emergenza drammatica, pena il rischio di una disgregazione della società palestinese, con effetti di destabilizzazione di tutta l´area. E bisogna agire spingendo Israele...»

Tema sempre delicato e foriero di polemiche.
«La cosa che mi colpisce di più è l´isolamento delle voci ragionevoli, anche rispetto alle grandi comunità ebraiche democratiche. La comunità ebraica americana comincia a dividersi su questo punto, ma ciò non sembra avvenire nel nostro Paese. Penso al dramma di David Grossman: un figlio ucciso in Libano, e lui che afferma che Israele non può più affidarsi in modo esclusivo al mito della potenza militare, all´uso della forza. Ebbene, il fatto che questa coraggiosa asserzione non trovi una eco nel mondo democratico ebraico, ciò non può non porre preoccupanti interrogativi...».

Questo dopo la strage di Beit Hanun.
«C´è chi di fronte a questa tragedia ha parlato di un "errore". Come un "errore"! Quello che è accaduto a Beit Hanun è il frutto di una politica, è lo sbocco di una scelta. Israele ha reagito alla crisi che si è aperta con il rapimento del caporale Shalit con una offensiva militare che ha prodotto 360 morti e 4000 feriti. Hanno bloccato i Territori, impedendo persino l´afflusso di medicinali. Non metto nel conto le persone che sono morte negli ospedali per mancanze di cure. Hanno distrutto le centrali elettriche, i servizi essenziali. A Beit Hanun sono morti 8 bambini in un colpo solo e questo ha fatto notizia, ma giorno dopo giorno ne sono morti 57, di bambini palestinesi, nella indifferenza pressoché totale dell´opinione pubblica internazionale. Oltretutto, la escalation militare è intervenuta anche ad ostacolare l´avvio di un processo politico nuovo tra i palestinesi, perché è evidente che la violenza chiama altra violenza, esplode la rabbia e si finisce per vanificare gli sforzi del presidente Abu Mazen di fare un governo di unità nazionale per indurre Hamas a riconoscere Israele e a riprendere il negoziato. In questo senso, quindi, Beit Hanun rappresenta il risultato di una politica che affida in modo esclusivo all´uso della forza la sicurezza di Israele, una politica sbagliata per questioni di principio - il rispetto della vita umana, il fatto che in questo modo si colpiscono civili inermi - ma anche perché questa strategia risponde a una logica tutta interna a Israele...».

A quale logica interna si riferisce?
«Mi riferisco a un governo indebolito dalla guerra in Libano, incalzato da destra, con l´accusa di non essere stato abbastanza determinato nelle operazioni militari e che per questo colpisce i palestinesi per dimostrare che invece è forte. Io trovo che questa è una spirale politicamente disastrosa».

Come si può intervenire?
«Innanzitutto c´è chi in Israele si oppone a questa politica. Penso ad una parte dello stesso partito laburista, e a settori importanti della società civile. Ma la cosa che mi colpisce è che questi settori più ragionevoli, più moderati della politica israeliana non hanno un adeguato sostegno internazionale da parte del mondo ebraico più democratico. E non si capisce che questa politica della forza è destinata a creare una situazione di patologica insicurezza per Israele. Qualche anno fa non c´era Hamas e non c´era Hezbollah. Tra qualche mese a Gaza non ci sarà più soltanto Hamas, ci sarà il rischio di una infiltrazione anche di Al Qaeda. È inevitabile che senza speranze e sotto il peso di un attacco militare spietato che semina vittime tra i civili, prenda piede una radicalizzazione estrema. Il giorno in cui dovesse cedere anche l´Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, nei Territori ci sarebbero l´anarchia e il terrorismo, e null´altro. Credo davvero che siamo arrivati ad una emergenza rispetto alla quale non è più possibile rimanere con le mani in mano. Bisogna chiedere, e l´Europa deve essere portatrice di questa istanza, che si fermi l´attacco militare israeliano. Si tratta di una richiesta minima, elementare, e al tempo stesso occorre che la Comunità internazionale intervenga attivamente perché si trovi un accordo tra i palestinesi, stimolando anche la classe dirigente palestinese che deve assumersi le proprie responsabilità rispetto al suo popolo. La costituzione di un governo di unità nazionale palestinese è l´unica via per riavviare un percorso negoziale...».

Un percorso con quali tappe ulteriori?
«Una volta dato vita a questo governo, si dovrebbe attivare un meccanismo che passi attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che riprenda la Road Map, dando ad essa una forza giuridica aggiuntiva e accelerandone il processo di attuazione. Ciò che occorre fare è imporre un cessate il fuoco, chiedere la restituzione dei prigionieri, da una parte e dall´altra, inviare una forza di osservatori internazionali e indicare le tappe accelerate di un negoziato che porti ad un accordo di pace globale. E tutto questo dovrebbe essere incardinato in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Decisivo è il fattore-tempo. Io sono dello stesso parere espresso dal re di Giordania Abdallah II: se non si accelera la creazione di uno Stato palestinese, lo Stato palestinese non nascerà più perché ne verranno meno le premesse. C´è rischio di una disgregazione della società palestinese, di una situazione di crescente anarchia nei Territori. Se ciò avvenisse, si determinerebbe non solo un fattore di permanente insicurezza per Israele, ma anche di destabilizzazione per tutto il mondo arabo, con effetti drammatici nei rapporti tra l´Occidente e il mondo islamico, nel senso di un livello di odio anti-occidentale pericoloso per la nostra sicurezza».

In questo quadro resta infiammabile la situazione nel Libano dove opera in ambito Onu il contingente italiano. Corriamo dei rischi?
«In Libano ci sono dei pericoli. E possono diventare molto gravi se la situazione sul fronte israelo-palestinese non fa passi in avanti. Sulla situazione libanese gravano molte incertezze. Innanzitutto un´azione volta a destabilizzare il governo di Fuad Siniora, con il rischio del riaprirsi di un conflitto interno al Libano. I pericoli non riguardano quindi solo la frontiera israelo libanese, dove, comunque, anche qui l´atteggiamento israeliano non ha aiutato la stabilizzazione. Penso alle bombe a grappolo disseminate e ai ripetuti sorvoli dello spazio aereo libanese. Ma dall´altra parte c´è anche una azione di destabilizzazione che viene da forze radicali islamiche e da Paesi vicini come la Siria. Quindi la situazione nel Libano è tutt´altro che pacificata. È una situazione piena di rischi in cui bisogna difendere il governo Siniora e la presenza militare deve necessariamente integrarsi ad un´azione politica. Il nostro contingente fa bene la sua parte. Che non ci sia più la guerra è un buon risultato ma bisogna operare con forza e convinzione per aiutare il Libano a diventare una democrazia normale. Sarebbe molto bene per il Libano ma anche per Israele».


I nostri soldati sono presenti anche in Afghanistan. Ci resteranno?
«Non vedo come si possa andar via dall´Afghanistan in questa situazione e credo che nessuno tra noi voglia il ritorno del regime oscurantista dei Talebani. Detto questo, in Afghanistan ci vuole un forte rilancio dell´iniziativa internazionale, e forse anche di un ripensamento delle linee di azione, potenziando gli aspetti politici, economici e umanitari, dato che sul piano esclusivamente militare è difficile trovare una soluzione alla crisi. Perciò stiamo lavorando a una nuova Conferenza internazionale sull´Afghanistan in grado di coinvolgere anche i paesi della regione. Sabato a Kabul parleremo di questo con le autorità afghane».
 

http://www.zmag.org/Italy/chomsky-invasionelibano.htm

23 Agosto 2006
ZNet

L'invasione israelo-americana del Libano
Le menzogne che mascherano le ragioni del conflitto.

Noam Chomsky

 

Non dobbiamo trascurare i progressi registrati nella lotta alla mentalità imperiale che è così radicata nella cultura e nella morale occidentale al punto di essere inconsapevole. E non dobbiamo dimenticare l'importanza di ciò che ancora deve essere fatto, obbiettivi che devono essere raggiunti con la solidarietà e la cooperazione della gente del Nord e del Sud che spera, un giorno, di poter vedere un mondo più civilizzato e rispettabile. 

Sebbene si presentino molti fattori interessanti, la questione più lampante che si nasconde dietro all'ultima invasione israelo-statunitense del Libano rimane, ritengo, la stessa relativa alle quattro precedenti invasioni: il conflitto tra Israele e Palestina. Nel caso più importante, la devastante invasione israeliana sostenuta dagli Stati Uniti avvenuta nel 1982 è stata apertamente descritta in Israele come una guerra per la Cisgiordania, intrapresa per mettere fine alle inopportune richieste dell'OLP per una soluzione diplomatica (e come secondo fine la volontà da parte di Israele di instaurare un regime clientelare in Libano). Ci sono molti altri esempi. Nonostante il contesto sia sostanzialmente differente l'invasione di Luglio del 2006 ricalca all'incirca lo stesso schema. Tra i principali critici della politica dell'amministrazione Bush l'idea preferita è stata che "abbiamo sempre affrontato il conflitto tra i Israele e i suoi vicini in modo bilanciato ipotizzando che saremmo stati l'elemento catalizzatore per un accordo", ma Bush sfortunatamente ha abbandonato questo atteggiamento neutrale causando grandi problemi agli Stati Uniti (Edward Walker: esperto del medio oriente ed ex-diplomatico, attualmente un moderato). I dati reali raccontano una storia diversa: fatte salve alcune limitate eccezioni, per oltre 30 anni Washington ha unilateralmente bloccato una soluzione diplomatica.

I segni di questo sostanziale rifiuto possono essere rintracciati già dal febbraio del 1971 quando gli egiziani hanno offerto un trattato di pace con Israele che seguiva i dettami della politica statunitense senza dare niente ai palestinesi. Israele comprese che questa offerta di pace avrebbe messo fine alle principali questioni sulla sicurezza, ma il governo decise di rifiutare la sicurezza a favore dell'espansionismo nel Sinai. Washington sostenne l'atteggiamento israeliano, aderendo al principio di Kissinger del "punto morto": forza e non diplomazia. E' stato solo 8 anni dopo, in seguito ad una terribile guerra e a grande sofferenza, che Washington ha deciso di aderire alla richiesta dell'Egitto di un ritiro dai propri territori.

Nel frattempo la questione palestinese aveva assunto una dimensione internazionale, e si era manifestato un ampio consenso a favore di una soluzione che prevedesse due stati da creare su confini precedenti alla guerra del 1967, con alcune eventuali minori modifiche. Nel dicembre del 1975, il consiglio di sicurezza dell'ONU acconsentì a prendere in considerazione la risoluzione proposta dagli "stati arabi interessati", la quale incorporava a sua volta gli assunti della risoluzione ONU 242. Gli USA posero il veto alla risoluzione. La reazione israeliana fu quella di bombardare il Libano, uccidendo oltre 50 persone a Nabatiye, definendo il proprio attacco "preventivo", probabilmente per "prevenire" la sessione ONU che Israele scelse di boicottare.

La sola significativa eccezione a questa politica di rifiuto si ebbe a Taba nel gennaio del 2001 quando i negoziatori israeliani e palestinesi arrivarono ad essere vicini ad un accordo. Ma il primo ministro israeliano Barak mise fine a questi promettenti sforzi quando decise di bloccare i negoziati quattro giorni prima del previsto. Non ufficialmente ma comunque ad alto livello i negoziati continuarono portando all'accordo di Ginevra del 2002, con proposte simili. Venne ben accolto da gran parte del mondo, ma rifiutato da Israele e accantonato da Washington (e di conseguenza dai media e dagli intellettuali statunitensi).

Nel frattempo gli insediamenti e le infrastrutture israeliane (tutto questo sostenuto dagli Stati Uniti) avevano creato già una situazione di fatto finalizzata a minare la potenziale realizzazione dei diritti nazionali dei palestinesi. Durante tutto il periodo di Oslo questi programmi sono andati avanti senza interruzione, in particolare nel 2000: l'ultimo anno di Clinton e Barak. L'eufemismo attuale per questi programmi è "disimpegno" da Gaza e "convergenza" nella Cisgiordania -nella retorica occidentale questo è il coraggioso programma di ritiro dai territori occupati. La realtà come sempre è ben diversa.

Il "disimpegno" è stato apertamente annunciato come un piano di espansione in Cisgiordania. Avendo trasformato Gaza in una zona disastrata, i sensati falchi israeliani hanno compreso che non c'era ragione a lasciare poche migliaia di coloni a occupare terre con scarse risorse obbligando l'esercito israeliano a proteggerli. Era molto più logico spedirli in Cisgiordania e sulle alture del Golan, dove erano stati annunciati nuovi programmi di insediamenti mentre si poteva trasformare Gaza nella "più grande prigione al mondo", come i gruppi israeliani per i diritti umani l'hanno giustamente definita. La "convergenza" in Cisgiordania formalizza questo programma di annessioni, cantonizzazione e detenzioni. Con il decisivo sostegno americano Israele si sta annettendo zone di terra di grande valore nella Cisgiordania e le più importanti risorse disponibili (in gran parte acqua), mentre conduce una politica di edificazione di insediamenti ed infrastrutture che divideranno i ristretti territori palestinesi in cantoni invivibili separati gli uni dagli altri e decide quale disgraziato e misero angolo di Gerusalemme verrà lasciato ai palestinesi Tutte queste zone, con la presa israeliana della valle del Giordano devono essere circondate e qualunque altro accesso palestinese al mondo esterno deve avere una gestione analoga.

Tali programmi sono riconosciuti come illegali, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e, secondo la decisione della Tribunale Internazionale, qualunque parte di muro "che venga costruita per difendere un insediamento è, ipso facto, illegale (giudice statunitense Buergenthal, in una dichiarazione separata). Da qui ne consegue che l'80-85% del muro è illegale, tanto quanto lo è l'intero programma di "convergenza". Ma per un stato che si comporta come un fuorilegge e per i suoi alleati tali questioni sono inezie.

Attualmente gli americani e gli israeliani chiedono che Hamas accetti la proposta fatta a Beirut dalla Lega Araba per una completa normalizzazione delle relazioni con Israele dopo un ritiro che sia approvato a livello internazionale. La proposta è stata accettata da lungo tempo dall'OLP ed è stata formalmente accettata dal "leader supremo" dell'Iran, l'Ayatollah Khamenei. Sayyed Hassan Nasrallah ha chiarito che non farà crollare un tale accordo se verrà accettato dai palestinesi. Hezbollah ha più volte dichiarato di essere disponibile a trattare su queste basi.

Questi fatti sono inaccettabili di conseguenza vengono sostanzialmente nascosti. Quello che vediamo invece è il severo ammonimento degli editori del New York Times ad Hezbollah nel quale dichiarano che l'accettazione formale del piano di pace di Beirut "è il biglietto di ingresso nel mondo reale, un necessario rito di passaggio nel strada che porta da un'opposizione senza regole ad un governo legittimo". Come molti altri, gli editori del NYT omettono di menzionare che gli USA ed Israele hanno rifiutato questa proposta e sono stati gli unici a farlo tra i tanti partecipanti. Ancora più importante, non l'hanno rifiutata solo a livello retorico ma anche in sostanza. Si vede dunque in un colpo solo chi rappresenta "l'opposizione senza regole" e chi è il portavoce. Ma tali conclusioni non possono essere espresse, neanche per gioco, nei circoli delle persone rispettabili.

Il solo significativo sostegno per i palestinesi costretti ad affrontare la distruzione nazionale arriva dagli Hezbollah. Solo per questa ragione Hezbollah deve essere distrutto, esattamente come è accaduto per l'OLP in Libano nel 1982. Ma Hezbollah è radicato troppo profondamente nella società libanese per essere estirpato così di conseguenza anche il Libano deve essere distrutto. Un beneficio atteso dagli Stati Uniti e da Israele è stato quello di rafforzare la credibilità delle minacce contro l'Iran eliminando gli elementi di deterrenza presenti in Libano. Ma niente di tutto questo è andato come programmato. Come in Iraq, e ovunque altrove, gli analisti di Bush hanno provocato catastrofi, anche per gli stessi interessi che rappresentano. Questa è la ragione principale per quale l'amministrazione è stata criticata con tale forza dalle elite politiche dei paesi stranieri, persino prima dell'invasione dell'Iraq.

Sullo sfondo sono presenti le vere questioni di più ampio respiro: assicurarsi la "stabilità" per l'ideologia al potere. "Stabilità" in parole povere significa obbedienza. La "stabilità" è minacciata dagli stati che non rispettano attentamente gli ordini, dai nazionalisti laici, dagli islamici che non sono sotto controllo (al contrario la monarchia saudita, la più antica e valida alleata statunitense, è a posto), etc. Tali forze "destabilizzanti" sono particolarmente pericolose quando questi programmi diventano attraenti anche per altri, in questi casi vengono chiamati "virus" che devono essere eliminati. La "stabilità" viene resa attraente dai fedeli stati clienti. Dal 1967 si è stabilito che Israele potesse assumere questo ruolo, insieme ad altri stati satellite. Israele è divenuta virtualmente una base militare statunitense all'estero ed un centro ad alta tecnologia, la conseguenza naturale del suo rifiuto di sicurezza a favore dell'espansione nel 1971, scelta ripetuta più volte da allora. Questa politica è poco soggetta ad un dibattito interno, indipendentemente da chi detenga il potere al momento. Uno dei più importanti principi di politica estera dalla seconda guerra mondiale viene esteso a tutto il mondo (e al Medio Oriente): assicurarsi il controllo sulle risorse energetiche del Medio Oriente, riconosciute da 60 anni come "formidabili fonti di potere strategico" e "uno dei più grandi premi materiali nella storia del mondo".

La versione occidentale standard afferma che l'invasione nel luglio del 2006 è stata giustificata dal legittimo oltraggio causato dalla cattura dei due soldati israeliani al confine. L'assunto è una cinica menzogna. Gli Stati Uniti ed Israele, e l'occidente in generale, oppongono poche obiezioni alla cattura di soldati, o addirittura all'assai peggiore rapimento di civili (e naturalmente alla loro uccisione). E' stata una pratica consueta messa in atto dagli israeliani in Libano per molti anni e nessuno ha mai suggerito che Israele andasse invasa e in gran parte distrutta. Il cinismo occidentale si è manifestato con una maggior drammatica chiarezza quando la corrente ondata di violenza è esplosa il 25 di giugno in seguito alla cattura da parte di militanti palestinesi di un soldato israeliano, Gilad Shalit. Anche questo ha suscitato grande oltraggio ed ha creato sostegno per l'incremento degli attacchi israeliani su Gaza. La proporzione è rispecchiata nel numero di vittime: a giugno sono morti 36 civili palestinesi, a luglio la cifra è più che quadruplicata superando le 170 unità, di cui molti bambini. L'atteggiamento di oltraggio era, ancora una volta, falso come dimostrato in modo inequivocabile dalla reazione nei confronti del rapimento da parte di Israele di due civili, i fratelli Muamar, appena il giorno prima, il 24. Sono scomparsi nel sistema carcerario israeliano, unendosi alle altre centinaia di persone imprigionate senza accusa e di conseguenza rapite. Ci sono state alcune brevi e limitate citazioni dell'accaduto ma nessuna reazione dato che questi crimini sono considerati legittimi quando portati avanti dal "nostro versante". L'idea che questo crimine possa giustificare un assalto tale ad Israele verrebbe considerato un ritorno al nazismo.

La distinzione è chiara, e familiare in tutto l'arco della storia: per parafrasare Tucidide, i potenti possono fare ciò che vogliono, mentre i deboli soffrono perchè devono.

Non dobbiamo trascurare i progressi registrati nella lotta alla mentalità imperiale che è così radicata nella cultura e nella morale occidentale al punto di essere inconsapevole. E non dobbiamo dimenticare l'importanza di ciò che ancora deve essere fatto, obbiettivi che devono essere raggiunti con la solidarietà e la cooperazione della gente del Nord e del Sud che spera, un giorno, di poter vedere un mondo più civilizzato e rispettabile.