| RASSEGNA STAMPA | PRESENTAZIONI |
RASSEGNA STAMPA TERRORISMO
PalestinaLibera - voce di ISM (International Solidarity Movement) Italia
http://www.ism-italia.it
Il 18 novembre a Roma manifestazione nazionale per la Palestina
http://www.forumpalestina.org/news/2006/Novembre06/18-11-06ManifestazioneNazionalePalestina.htm
ISM-Italia
Dichiarazione di adesione alla manifestazione di Roma del 18 novembre 2006
Gli avvenimenti di questo orribile 2006 in Medio Oriente confermano la
convergenza sempre
piu' stretta dei progetti USA-UE con quelli dello Stato di Israele.
L’aggressione israeliana al Libano, concordata e sostenuta dal governo americano
con la
complicita' attiva dei governi europei e quella passiva dei governi arabi 'moderati',
e'
stata una tappa ulteriore della guerra iniziata in Afghanistan e proseguita in
Iraq,
della pulizia etnica in Palestina iniziata nel 1947, e' stata una tappa verso la
guerra
che ora minaccia Iran e Siria.
L’obiettivo e' quello di spezzare la volonta' di resistenza dei popoli che si
oppongono
alla realizzazione dei progetti di controllo strategico della regione e di
espropriazione
delle sue risorse.
Un obiettivo perseguito con ogni mezzo:
* la ferocia della guerra post-fordista e nanotecnologica(1)
* la distruzione sistematica delle risorse e delle infrastrutture
* il boicottaggio economico e finanziario
* l’uso scientifico della menzogna mediatica
* l’applicazione ipocrita e sistematica di due pesi e di due misure (il
cosiddetto
'double standard')
Il progetto di dominio non ha ottenuto i successi sperati, e dichiarati con
eccessivo
anticipo(2), le forze di occupazione sono impantanate sia in Irak che in
Afghanistan,
l’esercito israeliano si e' scontrato con una resistenza popolare inattesa in
Libano, la
popolazione palestinese non accetta, malgrado mesi di blocco politico economico
e la
brutalita' senza precedenti dell’escalation militare, di cedere al ricatto della
fame e
del terrorismo israeliano e mostra di non voler rinunciare ai suoi diritti
nazionali
legittimi.
Ma la posta in gioco per l’Occidente e per lo Stato di Israele e' tale che la
guerra
totale condotta contro i popoli non si arrestera' a causa delle difficolta'
incontrate.
In questa situazione e' nostro dovere, morale e politico, sostenere senza
esitazioni e
senza riserve, la resistenza dei popoli aggrediti.
Come ha scritto Ilan Pappe, 'Solo due movimenti in questa area resistono contro
Israele e
gli USA. Tristemente per le persone di sinistra, come me, non vengono dalla
'nostra
scuola', ma noi dobbiamo avere rispetto per la loro determinazione e per la loro
volonta'
nel resistere alla occupazione e alla colonizzazione. Questi movimenti sono
Hamas and
Hizbollah'(3).
Abbiamo costituito ISM-Italia nel gennaio del 2006 a partire dalla
constatazione non
solo delle 'reticenze' assai diffuse a sostenere i diritti storici dei
Palestinesi, il
diritto al ritorno dei profughi, il diritto a resistere all’occupazione e alla
colonizzazione sionista della Palestina, ma anche del rifiuto di aderire
all’appello
della societa' civile palestinese del 9 luglio 2005 al boicottaggio,
disinvestimenti e
sanzioni contro lo stato israeliano e alle richieste nello stesso senso dei
dissidenti
radicali israeliani.(4)
A marzo, dopo i fatti di Gerico, ISM-Italia aveva espresso profonda meraviglia e
preoccupazione per le reiterate prese di posizione dei partiti maggiori del
centro-sinistra e il silenzio delle grandi organizzazioni sindacali, che hanno
di fatto
cancellato dalla loro agenda il problema Palestina, facendo proprie le equazioni
'Israele = democrazia' e 'Palestinesi = terrorismo + fondamentalismo
islamico',
passando da una ambigua posizione di equidistanza a una posizione di netto
appoggio allo
Stato di Israele e denunciava l’emersione in modo preoccupante di un
inquinamento
prodotto, anche a sinistra, dalle teorie dei neocons
americani e l’emergere di una
strisciante cultura neocoloniale, di una deriva a destra pericolosa perche'
alimenta
indirettamente quello stesso 'scontro di civilta'' che a parole tutti sembrano
deprecare.
Se e' doveroso fare i conti con la crisi del pacifismo 'prêt a' porter', occorre
anche
avere l’onesta' intellettuale di riconoscere che la crisi non risparmia nessuno.
Gli scarsissimi, se non nulli, risultati politici ottenuti stanno a dimostrarlo.
Vanno anche riconsiderate le forme di azione: le marce, le veglie per la pace,
gli
appelli, il sovrapporsi disordinato di 'campagne' non sembrano avere alcuna
efficacia per
promuovere una alternativa.
Sempre a marzo ISM-Italia aveva sostenuto che solo un insieme di atti
individuali di
responsabilita' morale e politica puo' portare alla definizione di un movimento
di
solidarieta' con la lotta di liberazione nazionale palestinese, nuovo nelle
indicazioni
politiche, - denunciare, per impedirla, la pulizia etnica in corso - nuovo nelle
pratiche
operative, diffuse negli spazi della cittadinanza e continue nei tempi
dell’impegno,
nuovo perche' rinuncia ad ogni delega ad organizzazioni la cui ambiguita' ha
avuto e ha
effetti negativi e paralizzanti.
Affermazione che ISM-Italia estende a tutti i campi di mobilitazione.
ISM- Italia rinnova il suo impegno a:
* organizzare la partecipazione italiana alla campagna di boicottaggio
internazionale di
Israele
* contribuire alla partecipazione italiana alle campagne dell'ISM in Palestina
* promuovere l'informazione sulla situazione palestinese
Con queste motivazioni ISM-Italia aderisce alla manifestazione di Roma del 18
novembre
2006 indetta da Forumpalestina.
ISM-Italia, 3 novembre 2006
(1) 'In una guerra di questo tipo (quelle in Libano, a Gaza e in Cisgiordania,
nda), e'
necessario poter utilizzare una tecnologia completamente nuova, come la
nanotecnologia –
una nuova dimensione, e non semplicemente un miglioramento delle tecnologie
esistenti',
'Upgrading war, privatizing peace' di Shimon Peres, Haaretz 31 08 06
(2) 'Mission accomplished', ebbe a dire G.W.Bush il 2 maggio 2003 dalla tolda
della
Abraham Lincoln al largo del Golfo Persico, una portaerei spinta da due reattori
nucleari. Ma nel solo mese di ottobre sono morti in Iraq 105 soldati americani
mentre il
numero totale dei morti della coalizione e' di 3.058. I morti iracheni, che come
e' noto
non si contano ma si 'stimano', secondo una ricerca recentissima, supererebbero
i 600.000.
(3)
http://www.socialistworker.co.uk/article.php?article_id=9307
(4) Come ha scritto sempre Ilan Pappe: 'Nothing apart from pressure in the from
of
sanctions, boycott and divestment will stop the murdering of innocent civilians
in the
Gaza Strip. There is nothing we here in Israel can do against it. Brave pilots
refused to
partake in the operations, two journalists – out of 150 – do not cease to write
about it,
but this is it. In the name of the Holocaust memory, let us hope the world will
not allow
the genocide of Gaza to continue', 'Genocide in Gaza' di Ilan Pappe, The
Electronic
Intifada, 2 September 2006.
Come ha scritto Gideon Levy: 'La stessa cosa e' vera per i pochi attivisti per
la pace
che ancora riescono a muoversi per i territori, per protestare e offrire
assistenza alle
vittime dell’occupazione all’interno di organizzazioni come l’International
Solidarity
Movement (ISM) – che Israele combatte rendendo impossibile ai suoi membri
l’entrata
attraverso i propri confini. Sarebbe stato meglio se gli israeliani si fossero
mobilitati
per combattere al posto loro. Ma eccetto alcuni pochi e modesti gruppi, non vi
e' alcuna
protesta in Israele e nessuna reale mobilitazione. E cosi' non rimane altra
speranza che
l’aiuto del resto del mondo. Il mondo puo' aiutare Israele, in modo limitato, a
salvarsi
da se stessa. In una situazione in cui i Governi occidentali di fatto sostengono
il
perdurare dell'occupazione, anche se si dichiarano contrari, questo ruolo passa
alle
organizzazioni della societa' civile. Quando un gruppo di avvocati americani,
ebrei
inclusi, si appellano al boicottaggio della societa' Caterpillar, i cui
bulldozer hanno
raso al suolo interi quartieri a Khan Yunis e Rafah, dovrebbero essere
ringraziati per
questo', Con un po’ di aiuto da fuori di Gideon Levy, Haaretz 2006 06 04
UNA APPENDICE NECESSARIA
Israele Libano: la cartina di tornasole del 'movimento per la pace e contro la
guerra'
Non e' possibile non dire della situazione che si e' determinata con le prese di
posizione del cosiddetto 'movimento per la pace e contro la guerra' che sembra
avere in
realta' l’unica preoccupazione di proteggere lo Stato sionista evitando di
confrontarsi
con la realta', quella di uno Stato le cui fondamenta posano sulla pulizia
etnica dei
Palestinesi(5) , la conquista territoriale e il dominio economico e militare dei
paesi
vicini e il cui solo obiettivo e' la guerra permanente contro i popoli arabi.
Al posto di un sostegno alla resistenza, la solidarieta' si e' ridotta a un
atteggiamento
di comprensione compassionevole per i Palestinesi vittime degli eccessi
dell’occupante
israeliano nei territori occupati nel 1967 e alla stucchevole riproposizione,
malgrado il
tragico fallimento degli accordi di Oslo, dell’invito a ritornare a dei
negoziati con
precondizioni da rispettare solo da parte palestinese (roadmap, per non parlare
dei/delle
nostalgici/che residui/e degli 'accordi di Ginevra'), come unica via possibile
per una
pace giusta tra Israeliani e Palestinesi.
Invece di comprendere la lezione dell’escalation di Israele nella sua
guerra permanente
contro i popoli della regione, il movimento ha avuto come preoccupazione
principale
quella di limitare le critiche nei riguardi dello Stato d’Israele,
accontentandosi di
ipocrite affermazioni governative sulla sua 'risposta sproporzionata'.
Non e' stata una risposta ma un attacco. 'Sproporzionato'? Quale aggettivo sara'
usato
nel caso qualcuno vorra' utilizzare armi atomiche 'tattiche'?
Questo contesto politico, controllato dai filosionisti dell’Unione e dalle
organizzazioni
loro sodali, e' evidentemente incapace di prendere una qualsiasi iniziativa di
ampiezza
tale da combattere seriamente lo stato terrorista israeliano.
Si puo' essere contro (ma non troppo!) la guerra in Iraq e favorevoli alla
'missione
militare di pace' in Afghanistan?
Si puo' essere contro (ma non troppo!) la guerra in Iraq e sostenere che bisogna
'Salvare
Israele', 'aggredito' dagli Hizbullah?
Dal 14 marzo 2006, il giorno dell’attacco israeliano alla prigione di Gerico, il
segretario del FPLP, Ahmet Saadat, e' sequestrato in una prigione israeliana con
altri
9.000 palestinesi. Da mesi decine di parlamentari palestinesi, fra cui il
presidente del
Consiglio legislativo e alcuni ministri sono detenuti illegalmente.
Nessuna iniziativa e' stata presa dai partiti presenti nel Parlamento italiano,
il
Presidente della Camera e' in silenzio istituzionale, nessuna misura di
ritorsione e'
stata adottata nei confronti delle istituzioni, della collettivita' e dei
politici
israeliani con i quali si promuovono nuove collaborazioni e scambi.
Le recenti iniziative, la mostra Israele Arte e vita 1906 – 2006 organizzata a
Milano da
Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano con l’alto patrocinio del
Presidente
della Repubblica e la presenza, alla Biennale di Venezia, di un padiglione
israeliano
dedicato anche ai monumenti ai caduti delle guerre israeliane, ne sono la
plateale
conferma.
Il tragico isolamento imposto al Popolo palestinese rende ancor piu'
sconcertante questa
situazione.
Nessuno a livello istituzionale ha messo in discussione l’accordo di
cooperazione
militare, un progetto del governo Berlusconi, a suo tempo votato anche da DS e
Margherita.
Nessuno si e' mosso, a livello istituzionale, affinche' il governo di Hamas,
democraticamente eletto, ottenesse il riconoscimento internazionale invece del
boicottaggio piu' feroce.
'Come medico, piango ogni volta che un paziente muore. Ma so che questo fa parte
della
nostra vita. La medicina moderna non puo' curare tutti. Ma assistere alla morte
di un
malato di una malattia curabile, per mancanza di medicine o di elettricita' e'
una
sofferenza che soltanto ora sto imparando a sopportare. … Vedo pazienti malati
di cancro
morire perche' manchiamo di medicine per curarli e Israele proibisce loro di
viaggiare
all’estero per cure. Vedo pazienti per le dialisi diventare sempre piu' malati
poiche'
non abbiamo elettricita' per le macchine di dialisi dopo che Israele ha
bombardato
l’unica centrale elettrica di Gaza. Soffro nel vedere diminuire le forniture del
mio
ospedale che non possono essere reintegrate a causa della chiusura e della crisi
finanziaria. Sento l’artiglieria Israeliana o le mitragliatrici e so che il mio
ospedale
sara' invaso da feriti gravi, uomini, donne e bambini, che hanno un
disperato bisogno di
aiuto medico che noi non possiamo piu' offrire.
Gli amici della mia giovane figlia sono terrorizzati di lasciare le loro case.
Sono
traumatizzati dai bombardamenti Israeliani e dal timore di poter diventare
le vittime
innocenti del giorno.'(6)
Il 18 febbraio e il 18 marzo 2006 si sono tenute a Roma due manifestazioni.
Il Forumpalestina ne ha indetta una per il 18 novembre sempre a Roma.
Il cosiddetto 'movimento per la pace e contro la guerra' ne ha indetta, subito
dopo, una
seconda a Milano lo stesso giorno, il 18 novembre 2006.
Un segno triste del degrado morale, culturale e politico, un segno tristissimo
di questi
tempi oscuri.
(5) Sulla pulizia etnica della Palestina vedi i numerosi articoli di Ilan Pappe
(http://www.ilanpappe.org/) e il suo
recente 'The ethnic cleansing of Palestine',
Oneworld 2006
(6) Strangolare Gaza non rendera' piu' sicura Israele Mona El-Farra, IMEU,
Oct 30, 2006
Nota
Questa dichiarazione e' il risultato di numerosi contributi diretti e indiretti.
Alcuni, come quelli di Mona El-Farra, Gideon Levy e Ilan Pappe, sono indicati
nel testo e
nelle note.
Sono stati anche citati un premio Nobel per la Pace (!) e un presidente
americano.
Un contributo importante di analisi lo dobbiamo a una recente dichiarazione del
MSRPP
(Mouvement de Soutien a' la Re'sistance du Peuple Palestinien).
ISM- Italia info at ism-italia.it www.ism-italia.it under construction
ISM-Italia e' il gruppo di supporto italiano dell’ISM.
L’International Solidarity Movement (ISM www.palsolidarity.org) e' un movimento
palestinese impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando i metodi e i
principi
dell’azione-diretta non violenta. Fondato da un piccolo gruppo di attivisti nel
2001,
ISM ha l’obiettivo di sostenere e rafforzare la resistenza popolare assicurando
al popolo
palestinese la protezione internazionale e una voce con la quale resistere in
modo
nonviolento alla schiacciante forza militare israeliana di occupazione.
Amici israeliani, uscite dal ’900
- Ali Rashid
Il fallito attacco israeliano al Libano del luglio scorso condivide con gli
attentati dell’11 settembre una caratteristica, vale a dire la capacità di
rendere il Medio Oriente, se non il mondo intero, completamente diverso rispetto
al passato. L’attacco fu pensato come operazione di soccorso e salvataggio dopo
il palese fallimento in Iraq di una guerra preventiva e permanente, che avrebbe
dovuto far nascere il nuovo Medio Oriente all’insegna del dominio americano e
della centralità di Israele nella regione. Ma l’operazione si è presto
trasformata nel lungo e inesorabile declino di tale dominio e nella riduzione
del peso e delle prospettive del ruolo israeliano. Una situazione surreale, dove
l’abbondanza e la capacità distruttiva degli armamenti sono un fatto evidente,
ma è altrettanto evidente l’inefficacia di tali mezzi nel tentativo di
assicurarsi il dominio e il controllo. Una situazione nuova, alla quale le
cancellerie non riescono ad abituarsi perché rimangono fedeli ai manuali e agli
strumenti di analisi in dotazione, antico retaggio delle guerre coloniali e
della guerra fredda, incapaci di capire ciò che sta emergendo (il ”nemico”)
dalle ceneri di un equilibrio ormai obsoleto, tenuto in vita con la forza e con
interventi esterni e destinato a scomparire. Per le cancellerie, prigioniere dei
loro pregiudizi e di una presunta superiorità qualitativa, è iniziato un periodo
di infinite sorprese, a partire dagli avvenimenti del Libano, dove si è data per
scontata una vittoria militare schiacciante da parte di Israele seguita da una
sistemazione delle cose il cui scopo era non cambiare nulla. Una dimostrazione
di questo è la rapida evoluzione della stessa Conferenza di Roma, tramutata in
una missione internazionale che oggi lascia i protagonisti in preda al panico,
perché i fatti hanno preso una direzione opposta rispetto a quella prevista e
vengono messe a nudo l’incapacità di lettura e l’approssimazione dell’agire
della diplomazia, anche di quella italiana. Una strategia di lungo respiro in
Medio Oriente non doveva essere immaginata schiacciata sul sostegno partigiano
al governo Siniora, un governo il cui tempo è chiaramente scaduto dopo il
fallimento dell’intervento militare israeliano e il ritiro della componente
sciita. Un governo che ha perso la sua legittimità, sancita dalla costituzione e
dall’accordo di Taef, quando tutti i ministri sciiti si sono dimessi da un
governo che è arrivato ad essere compiacente nei confronti dell’aggressione
israeliana nel tentativo di trarne un vantaggio per azzerare il ruolo di
Hezbollah e disarmare le sue milizie, in perfetto accordo con il disegno
americano rispetto a tutta la regione. Se da un lato le cancellerie mostrano
preoccupazione per le sorti del governo libanese, dall’altro continuano a negare
il riconoscimento al governo palestinese, quello sì assolutamente legittimo, che
è pur stato eletto democraticamente e continua a mantenere la sua maggioranza
nel parlamento e in seno alla società. Il disorientamento dell’intellighenzia
occidentale, che negli anni ha influito in modo determinante sulla politica da
adottare verso il Medio Oriente, oggi produce un totale smarrimento nella
gestione della questione iraniana, nella selezione di amici e nemici, e, visto
che ormai la guerra non è più un giocattolo, anche nella definizione di una
strategia di uscita dall’Iraq. Gli unici ad avere una visione chiara sono gli
israeliani e i filoisraeliani, che cercano di coinvolgere sempre di più l’Europa
insieme agli Stati Uniti, visto che non sono più in grado di farlo da soli, in
una guerra ancora più allargata, proponendo la necessità di attaccare le
installazioni nucleari iraniane come unica via d’uscita. La proposta ripete
quindi il modello di guerra permanente su scala più grande e ripropone la
strategia utilizzata per 60 anni contro i palestinesi e i paesi confinanti.
Questa tesi non viene più vista come una scorciatoia, non solo in Europa ma
anche in ambienti importanti negli Stati Uniti, e questo obbliga tutti a
elaborare una nuova concezione e a rivedere termini come stabilità, sicurezza ed
eventuale “nuovo Medio Oriente”. La nuova concezione non offre espedienti
grossolani ma riporta tutti a riconsiderare una rigorosa applicazione del
diritto e della legalità internazionali. In questo contesto una risposta alla
comunità internazionale rispetto alla questione nucleare iraniana non può
prescindere da un Medio Oriente senza armi nucleari e di distruzione di massa né
da una soluzione della questione palestinese che preveda il riconoscimento
dell’esistenza di un’occupazione israeliana che viola i diritti nazionali e
politici del popolo palestinese, diritti da ripristinare e affermare senza
cadere nella trappola dei due pesi e due misure. Anche il tentativo di creare
una coalizione di governi cosiddetti moderati, fino a ieri considerati
antidemocratici, per alimentare una guerra regionale contro l’Iran non appare
consistente, è una scelta di cui il tempo dimostrerà l’inefficacia, perché quei
governi sono ancora più deboli del governo Siniora, almeno eletto
democraticamente. Tutti questi elementi sono stati chiariti con grande lucidità
nel discorso di Franco Giordano in parlamento alla fine di luglio e forse è ora
che il governo, oltre ad ascoltare il parere dei grandi opinionisti che non
hanno più nulla da dire sul piano internazionale, basti pensare alla conferenza
organizzata nei giorni scorsi dalla Aspen a Roma, ascolti anche gli alleati di
governo e ogni tanto dia un’occhiata anche a "Liberazione".
Gli Usa raddoppiano l'arsenale in Israele
-
Manlio Dinucci
«Il senato e la camera dei rappresentanti hanno approvato il raddoppio degli
arsenali statunitensi in Israele»: lo comunica l'agenzia israeliana Ynetnews del
gruppo Yedioth (12 dicembre). In questi depositi il Pentagono conserva armi ed
altri equipaggiamenti militari, del valore di 100 milioni di dollari, da usare
in Medio Oriente «in caso di emergenza». Ma, «in caso di emergenza, anche
Israele è autorizzato a usare questi arsenali». Ora essi saranno raddoppiati
come capacità e, grazie a un finanziamento di 200 milioni di dollari, «riempiti
di nuovo». Perché riempiti di nuovo? Perché «gran parte delle armi e degli
equipaggiamenti statunitensi depositati in Israele l'anno scorso è stata usata
questa estate per combattere la guerra in Libano».La decisione di raddoppiare
questi arsenali, comunicata dall'agenzia israeliana alla vigilia della visita a
Roma del primo ministro Ehud Olmert, coinvolge anche l'Italia. Come documenta
l'organizzazione statunitense Global Security, il 31° squadrone munizioni che
opera a Camp Darby, la base logistica dell'esercito Usa tra Pisa e Livorno, «è
responsabile del maggiore e più disseminato arsenale di munizioni convenzionali
delle forze aeree Usa in Europa, consistente in 21 mila tonnellate collocate in
Italia, e di due depositi classificati situati in Israele». Questi e altri
arsenali statunitensi in Israele, gran parte dei quali è stata usata per la
guerra contro il Libano, sono dunque una sorta di succursale di Camp Darby. Ciò
conferma quanto abbiamo affermato lo scorso luglio, cioè che gran parte delle
bombe e dei proiettili che facevano strage di civili in Libano era «made in Usa»
e proveniva o comunque era transitata da Camp Darby. E, poiché ora il raddoppio
e il riempimento degli arsenali Usa in Israele saranno effettuati dal 31°
squadrone munizioni, sarà sempre questa base Usa in Italia a svolgere un ruolo
chiave. Ma non è solo questo il modo in cui l'Italia viene coinvolta nel
sostegno militare a Israele. La Legge 17 maggio 2005 n. 94 ha infatti
istituzionalizzato il memorandum d'intesa per la cooperazione nel settore
militare e della difesa, firmato dai due governi nel 2003 e successivamente
ratificatoanche da quello israeliano. Esso prevede una serie di attività
congiunte, tra cui «importazione, esportazione e transito di materiali
militari», «organizzazione delle forze armate» e «scambio di dati tecnici,
informazioni e hardware» militari. In tal modo l'Italia contribuisce, con
ricerche ed alte tecnologie, anche al potenziamento dell'arsenale nucleare
israeliano, l'unico in Medio Oriente, di cui lo stesso Olmert ha ammesso
l'esistenza dichiarando, in una intervista alla televisione tedesca, che l'Iran
aspira ad «avere armi nucleari, come America, Francia, Israele e Russia» (The
Jerusalem Post, 11 dicembre). Per di più l'Italia svolge un ruolo di primo piano
nella crescente integrazione delle forze armate israeliane nel quadro della
Nato. In base a un accordo stipulato lo scorso ottobre, navi da guerra
israeliane partecipano all'operazione marittima Nato «Active Endeavour» per
«combattere il terrorismo nel Mediterraneo». La squadra navale Nato, in cui sono
inserite le unità israeliane, è comandata da un ufficiale italiano, a sua volta
agli ordini dell'ammiraglio statunitense che comanda il Joint Force Command Nato
di Napoli, in cui è inserito anche un ufficiale di collegamento israeliano, e
allo stesso tempo le Forze navali Usa in Europa. In tal modo le forze navali
israeliane, che insieme a quelle aeree e terrestri hanno pochi mesi fa
martellato il Libano facendo strage di civili, vengono integrate nella
operazione Nato che dovrebbe «combattere il terrorismo nel Mediterraneo». Il
«ruolo autonomo» dell'Italia e dell'Europa nella missione Unifil viene così
vanificato. A pattugliare le acque libanesi e del Mediterraneo orientale sono
ora, insieme alle nostre navi da guerra, anche quelle di una delle due parti
belligeranti, tra le quali l'Unifil a comando italiano dovrebbe svolgere un
ruolo equidistante di interposizione.
Olmert-Prodi, intesa «perfetta»
-
Michelangelo
Cocco
Roma Il tour de force romano di Ehud Olmert è stato un successo: al Vaticano
prima, poi a Villa Madama e infine al Quirinale, il premier israeliano in mezza
giornata ha ottenuto l'appoggio del governo italiano su alcune delle questioni
che più dividono il Medio Oriente: presa d'atto del congelamento del processo di
pace con i palestinesi, «sì» alle sanzioni all'Iran, «nì» all'isolamento della
Siria. Risposte che lo hanno soddisfatto a tal punto che l'ex sindaco di
Gerusalemme, dopo 50 minuti di faccia a faccia con il Presidente del Consiglio,
ci ha tenuto a rimarcare: «Non è un segreto che avevamo ottimi rapporti con il
governo precedente, ma Prodi è da sempre un amico di Israele». La missione in
Europa dell'ex sindaco di Gerusalemme, di cui quella romana ha rappresentato la
seconda tappa, non era delle più facili. Travolto in Germania da quella che a
Tel Aviv hanno definito «la gaffe nucleare» (a una televisione tedesca ha
ammesso implicitamente che lo Stato ebraico possiede armi atomiche), Olmert è
riuscito a conquistarsi il pieno appoggio del governo del cancelliere Angela
Merkel sulla questione delle sanzioni all'Iran. Francia, Germania e Gran
Bretagna hanno presentato al Consiglio di sicurezza una bozza di risoluzione in
otto pagine che - escludendo l'uso della forza militare - prevede punizioni per
chi cooperi con il regime degli ayatollah nello sviluppo di tecnologia nucleare
a fini di guerra. E Prodi ieri si è dichiarato in sintonia con questo approccio.
Dopo essersi detto «sdegnato» per la recente conferenza di Tehran sull'Olocausto
e aver ricordato che dal primo gennaio 2007 l'Italia farà parte (in qualità di
membro non permanente, senza diritto di veto, ndr) del Consiglio di sicurezza,
il Professore ha dichiarato che «le sanzioni all'Iran dovranno essere mirate al
nucleare, per evitare che Tehran si doti di armi atomiche». Olmert ha
ringraziato Prodi per il suo contributo alla risoluzione 1701 che ha sancito la
tregua tra Israele e Libano dopo la guerra di quest'estate. Sulla Siria, l'altro
stato che una serie di pensatoi (non ultimo l'International crisis group)
giudicano fondamentale recuperare al dialogo con l'Occidente per interrompere la
spirale di guerra in Medio Oriente, il governo ha mostrato molta prudenza.
«Siamo impegnati in una difesa intransigente dei princìpi - ha detto Prodi in
conferenza stampa -. Bisogna difendere l'indipendenza del Libano e aiutare il
governo Siniora a superare questo periodo di difficoltà». «Anche su questo siamo
completamente d'accordo - gli ha risposto Olmert -. Nessun dialogo con uno stato
che non è disposto al dialogo». In realtà più volte negli ultimi mesi Damasco ha
rivolto aperture a Tel Aviv sul processo di pace e le alture del Golan, occupate
da Israele. Al ministro degli esteri, Massimo D'Alema, che pure nei giorni
scorsi aveva caldeggiato l'idea di un rapido disgelo nei confronti dei due
regimi mediorientali, dopo un incontro con Olmert, in serata non è rimasto che
commentare: «In questo caso conta l'opinione israeliana. Non posso decidere io».
Ma è sull'occupazione dei Territori palestinesi che il Professore sembra essere
stato più timido. Prodi la chiama «la politica dei piccoli passi», ritiene «che
non sia realistico un processo di pace subito, ma che si possa cominciare da
Gaza», limitandosi a ridurre le chiusure del valico di Rafah (l'unica porta con
il mondo esterno per i palestinesi della Striscia, ndr). È a questo punto che
Olmert ha ricordato che «prima di essere eletti primi ministri eravamo già amici
ed elaborammo assieme l'accordo di associazione d'Israele all'Unione europea». E
ha ringraziato ripetutamente Prodi, augurandosi che il prossimo Consiglio
europeo faccia propria la posizione italiana: non è il momento di processi di
pace. In Piazza Santi Apostoli, davanti allasede dell'Ulivo, i pacifisti hanno
manifestato e chiesto la fine del boicottaggio internazionale del governo di
Hamas e la sospensione dell'accordo di cooperazione militare Italia-Israele.
Forum Palestina, Cobas, Comunisti italiani s'aspettavano dal centro-sinistra
un'inversione di tendenza rispetto all'appiattimento sulle posizioni americane
mostrate dall'ex premier Berlusconi, ma si dichiarano delusi. In mattinata, nel
corso dell'incontro con Benedetto XVI, erano «stati toccati i temi della pace in
Medio Oriente e le questioni riguardanti la situazione della comunità cattolica
in Israele», secondo il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede. «Ho
invitato il Papa a venire in Israele - ha poi dichiarato Olmert - e lui mi ha
dato la sua disponibilità di principio, anche se la questione dei tempi sarà
stabilita più tardi».