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vedi anche Mafia e politica

L'impunità assoluta

di GIUSEPPE D'AVANZO
Senza alcun dibattito pubblico, le immunità per le oligarchie politiche e le burocrazie dello Stato, che si rendono obbedienti, appaiono il canone che ispira le mosse del governo e la produzione legislativa della maggioranza.

Si fa largo l'idea di "un primato della politica" che vuole rendere indiscutibile, per chi ha il potere, una protezione assoluta nei confronti del controllo di legalità. Ovunque si guardi, si può afferrare la tendenza della politica a costruire schermi, muri, privilegi, autoesenzioni. In una sola giornata, si possono cogliere due segni della pericolosa asimmetria che incuba, nascosta, nel Palazzo. ....

Un disegno di legge, in discussione al Senato (relatore Piero Longo, avvocato di Berlusconi), prescrive ai giudici come valutare le fonti di prova offerte dai "disertori" delle mafie. Se il progetto diventasse legge, le dichiarazioni rese dal coimputato (e da imputati di procedimento connesso) avrebbero valore probatorio "solo in presenza di specifici riscontri esterni".  Anche se il dibattimento riuscisse a raccogliere "riscontri meramente parziali", quelle dichiarazioni sarebbero "inutilizzabili". Sono norme che possono disarticolare annientandole, dal punto di vista giudiziario, le dichiarazioni di quei testimoni dei processi di mafia che impropriamente diciamo "pentiti". Quanti saranno i processi che "moriranno" per infarto legislativo? E che ne sarà della lotta alle mafie, glorificata appena qualche giorno fa dall'intero governo a Reggio Calabria?

Non è una novità che i ricordi, le accuse dei "collaboratori di giustizia" debbano avere verifiche "interne" ed "esterne", conferme "intrinseche e estrinseche", come si dice nel gergo dei legulei. Si sa che non sono sufficienti le dichiarazioni incrociate. Lo ha stabilito, e da tempo, la Corte suprema di Cassazione, chiarendo però che se due "disertori" concordano con una ricostruzione dei fatti, il lavoro del giudice deve accertare "in modo scrupoloso e meditato, l'autonomia di ogni singola collaborazione. In caso di positiva verifica di attendibilità, dalla convergenza delle dichiarazioni devono trarsi tutte implicazioni del caso. Si deve in particolare dedurre l'efficacia di riscontro reciproco delle dichiarazioni convergenti e il consolidamento del quadro di accusa". (Corte Suprema di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 542/2008, sul cosiddetto caso Contrada).


Ora, è fin troppo facile farsi venire cattivi pensieri, in tempi di leggi ad personam. E' fin troppo semplice intuire che la norma contro i testimoni di mafia nasca, d'improvviso e segreta, quando all'orizzonte del processo contro Marcello Dell'Utri appare Gaspare Spatuzza, che non esita a chiamare in causa anche il presidente del Consiglio. Con la nuova legge, anche se Filippo e Giuseppe Graviano avessero confermato in aula il racconto del loro compare, l'intera ricostruzione sarebbe stata inutilizzabile.

Qui però preme rilevare altro, la volontà del legislatore di creare argini così ferrei da impedire e restringere i "naturali" margini di autonomia interpretativa del giudice. Si vieta ogni interpretazione della legge. Si afferma l'idea di un giudice che si conformi rigidamente alla volontà del legislatore anche a costo di accantonare principi costituzionali, ragionevolezza, buon senso, convincimento logico. Affiora una concezione "assolutistica" del "primato della politica" sulla giurisdizione.

La tendenza è ancora più evidente nelle conclusioni del caso Abu Omar. L'uomo, Osama Nasr Moustafà (Abu Omar è il nome religioso), è l'imam nella moschea di viale Jenner a Milano. Ha 39 anni, è egiziano, in Italia è protetto dal diritto di asilo. La Cia lo accusa di essere un "terrorista" di Al Qaeda. E' una cinica astuzia, abituale nella stagione della "guerra al terrore". L'accusa è un modo per dare pressione al povero disgraziato, metterlo con le spalle al muro schiacciato da un'alternativa del diavolo: o collabora con l'intelligence americana e italiana e si fa spia tra i suoi o Cia e Sismi (l'intelligence italiana diretta da Niccolò Pollari) lo incappucciano, lo sequestrano, lo spediscono nella sala di tortura di un carcere nordafricano dove la sua ostinazione a conservarsi "integro" verrà messa alla prova. E' quel che accade all'egiziano. Chi rapisce Abu Omar il 17 febbraio 2002? Un processo a Milano accerta che sono stati agenti della Cia. Che ruolo hanno avuto le barbe finte di casa nostra? Il giudice Oscar Magi ha le idee molto chiare. Scrive, nelle motivazioni, che Niccolò Pollari, il suo staff, i suoi agenti erano a conoscenza dell'azione degli "americani", si sono voltati dall'altra parte e, quando è scoppiata la grana, hanno ostacolo e inquinato le indagini della magistratura. Pollari e i suoi si salvano da una condanna protetti da un segreto di Stato, opposto dai governi Prodi e Berlusconi con un "paradosso logico e giuridico": sul sequestro di Abu Omar non c'è segreto, ma il segreto impedisce di accertare le responsabilità di chi ci ha messo le mani. Il giudice di Milano osserva che l'iniziativa del governo estende "l'area del segreto in modo assolutamente abnorme" trasformando il segreto di Stato "in un'eccezione assoluta e incontrollabile allo stato di diritto".

Un'interpretazione "pericolosa" che, anche in presenza di reati gravissimi (il sequestro di persona lo è), offre alle barbe finte "un'immunità di tipo assoluto non consentita da nessuna legge di questa Repubblica" e affidata all'arbitrio dell'autorità.

Qui è l'arbitrarietà dell'opposizione del segreto di Stato a mostrarci come la giurisdizione sia umiliata da una politica che impone la sua sovranità e con il suo "primato" offre un'impunità di dubbia legittimità costituzionale a burocrati sottomessi e docili.

Il lavoro dei servizi di informazione deve salvaguardare l'indipendenza e l'integrità dello Stato, tutelare lo Stato democratico e le istituzioni che lo sorreggono. Il segreto è lo strumento che consente all'intelligence di difendere gli "interessi supremi". Che sono "l'integrità della Repubblica; la difesa delle Istituzioni; l'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati; la preparazione e la difesa militare dello Stato". Nessuno di questi interessi può essere minacciato dall'accertamento di che cosa è accaduto - e con la responsabilità di chi - quella mattina del 17 febbraio del 2003, a meno di non pensare che diventi legale un sequestro di persona e legittima la violazione della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Il governo ritiene, dunque, che sia nelle sue prerogative anche la tutela di un interesse non "supremo" ma politico disegnando quindi, ancora una volta, una scena che attribuisce una signoria della politica sulla legge. Se ne scorge l'esito. La regola non è più la pubblicità e il segreto, l'eccezione. Al contrario, il segreto diviene (può divenire da oggi) pratica d'uso quotidiano di un presidente del Consiglio che decide, alla luce di un interesse tutto politico, che cosa si può conoscere e che cosa deve restare pubblicamente nascosto.

Il legislatore che, rivendicando un "primato", si cucina per sé e per la sua oligarchia una protezione dalla legalità e un governo che rifiuta di governare in pubblico pretendendo per sé un potere sovrano e segreto non separano soltanto la legittimità dalla legalità, ma anche la democrazia dalla Costituzione. Sembra questo il più autentico focus della stagione che ci attende.  

(Repubblica 02 febbraio 2010)

http://www.repubblica.it/politica/2010/02/02/news/l_impunit_assoluta-2159929/

Nuovo blitz nella maggioranza                                                                          
Arriva la legge anti-pentiti

di LIANA MILELLA                                                                                                                                

ROMA - La fabbrica delle leggi ad personam made in Berlusconi è riuscita a sfornarne un'altra, stavolta addirittura sulla mafia e sui pentiti. Per cancellarne anche l'esistenza e azzerare le loro dichiarazioni. Niente maxi processo di Falcone. Niente Buscetta. Battezzarla anti-Spatuzza o salva Dell'Utri? L'uno e l'altro. Perché il risultato dei due articoli che il senatore Giuseppe Valentino, giusto il relatore del processo breve, ha presentato il 27 novembre a palazzo Madama è sicuramente uno: impedire che i pentiti si riscontrino vicendevolmente.

Tra la fine di ottobre e il 4 dicembre 2009, quando cominciano a circolare le prime indiscrezioni sui verbali di Gaspare Spatuzza che poi depone a Palermo al processo Dell'Utri, sui giornali si scatena il tam tam di una possibile incriminazione per mafia ai danni di Berlusconi. Ed ecco che, in chiave preventiva almeno per lui, successiva ma salvifica per Marcello Dell'Utri, comunque in anticipo rispetto a un'imputazione che in quel momento sembra probabile, la macchina delle leggi salva premier si muove.

Entra in campo il senatore Giuseppe Valentino, calabrese per nascita, di professione avvocato, avverso ai pentiti per via di un'inchiesta che lo coinvolse nel 2004 per voti della 'ndrangheta, ex aennino finiano dato ormai per seguace del Cavaliere, vice di Niccolò Ghedini nella consulta pdl per la giustizia. Si produce in un ddl che a palazzo Madama porta il numero progressivo 1.912, comunicato alla presidenza a fine novembre, e che dal 26 gennaio figura tra quelli che saranno esaminati, discussi, approvati in commissione Giustizia. Due articoli, niente norma transitoria che regola l'applicazione ai processi in corso, ma va da sé che trattandosi di norme più favorevoli per l'imputato non possono che applicarsi immediatamente. Dell'Utri compreso.

Il relatore è Piero Longo, avvocato di Berlusconi assieme a Ghedini. Una scelta che si commenta da sola. Il titolo della proposta, di per sé, pare anonimo: "Modifica degli articoli 192 e 195 del codice di procedura penale in materia di valutazione della prova e di testimonianza indiretta". Sono quelli che regolano per l'appunto i mezzi di prova e stabiliscono quando una testimonianza può avere valore oppure no in un processo. D'ora in avanti, se passa il testo di Valentino, la regola sarà scritta così: "Le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso assumono valore probatorio o di indizio solo in presenza di specifici riscontri esterni".

A Palermo, a Reggio Calabria, a Napoli, quando i magistrati apprendono di una norma del genere entrano in fibrillazione. Perché essa trasforma in perentoria disposizione quanto scrive l'attuale articolo 192, comma 3, del codice di procedura: "Le dichiarazioni sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità". E se è vero che esiste una giurisprudenza ormai acquisita della Cassazione sulla necessità dei cosiddetti "riscontri obiettivi", tuttavia altra cosa è stabilire per legge il valore probatorio "solo" in presenza di "specifici riscontri esterni".

Ma non basta. Perché la legge di Valentino aggiunge altri due commi, il bis e il ter, all'articolo 192. Nel bis è scritto: "Le dichiarazioni di più coimputati o imputati in procedimenti connessi assumono valore probatorio o di indizio ove sussistano le condizioni di cui al comma precedente". Quindi, al di fuori di questa regola, è tutto da buttare via. Ma ecco l'ultima botta, la più micidiale, il comma ter: "Sono inutilizzabili le dichiarazioni anche in caso di riscontri meramente parziali". Vale l'esempio che propone, nell'intervista qui sotto, Gianrico Carofiglio a proposito di un pentito che parla di cinque omicidi. Oggi si può condannare per le prove trovate per i primi quattro e assolvere per l'ultimo. Con le regole di Valentino le rivelazioni del pentito diventeranno carta straccia per tutti.

Non contento, il senatore va avanti e cambia l'articolo 195, allargando ulteriormente le maglie dell'"inutilizzabilità". Se oggi le dichiarazioni di un testimone che ha appreso notizie fondamentali per il processo da un altro si possono sempre usare "salvo che l'esame risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità", da domani solo "l'infermità temporanea" lascerà campo libero. E quindi il poliziotto che raccoglie l'ultimo fiato della vittima di un killer e che fa il nome del suo assassino non potrà darne testimonianza, né tantomeno potrà farlo chi ha raccolto le confidenze di un immigrato che nel frattempo è scomparso nel nulla. Garantismo o morte della giustizia? Il "processo" alla proposta di legge di Valentino è aperto. Ma tutto si può dire tranne che giochi a favore della lotta alla mafia.   (Repubblica 02 febbraio 2010) 

vedi anche Mafia e politica

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 La giustizia e la politica Ciancimino jr attacca Berlusconi sui finanziamenti per Milano2

Il giovane mafioso ha detto che "cosa nostra" ha aiutato il Cavaliere per la realizzazione del piano edilizio. Le sue rivelazioni però contrastano con quelle dei veri boss.

Che cosa sarebbe successo se trent'anni fa Masino Buscetta, «il Boss dei due mondi», avesse raccontato a Giovanni Falcone le fregnacce che da più di un anno Massimo, il figlio di Vito Ciancimino, va raccontando ai pm di tre o quattro Procure della Repubblica italiana e che ieri ha ripetuto per più di cinque ore nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone di Palermo(e non ha finito)? Molto probabilmente sarebbe successo ciò che successe quando un falso «pentito», tale Giuseppe Pellegriti, gli raccontò che il mandante dell'assassinio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella era stato l'onorevole Salvo Lima, capo della corrente andreottiana in Sicilia, e Falcone, invece di arrestare Lima e di avvisare di reato Andreotti, all'epoca presidente del Consiglio, arrestò e incriminò per calunnia Pellegriti e telefonò personalmente ad Andreotti per avvertirlo del complotto ordito contro di lui.

Buscetta fu interrogato da Falcone per tre mesi e per tre mesi non una parola o un nome, una domanda o una risposta, una vaga indiscrezione, uscì dalla stanza degli interrogatori e finì sui giornali (Falcone arrivò a scriversi i verbali personalmente) e per sapere ciò che Buscetta aveva detto bisognò aspettare l'emissione delle centinaia di mandati di cattura con cui Falcone mise in moto il maxi processo. Ciò che Massimo Ciancimino racconta da un anno, domande e risposte, nomi e cognomi, accuse vecchie e nuove, lo si è saputo e lo si sa da prima ancora che avesse cominciato a raccontare, sono sui giornali prima e dopo gli interrogatori, e tra un interrogatorio e l'altro, Ciancimino di persona, prima e dopo gli interrogatori, va a raccontarlo in televisione, arricchendo i particolari e commentandoli, alle volte alla presenza stessa dei magistrati. Ciancimino non parla né da «pentito» nè da semplice testimone, ma nell'anomala condizione di «dichiarante di giustizia».

Da mesi depone e dichiara esplicitamente di avere fatto da «postino» tra il padre, già condannato per mafia, e il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, e nessuno finora lo ha incriminato per associazione mafiosa. Non è sorvegliato intercettato e vigilato, ma è scortato e protetto, e va e viene, in giro per l'Italia e all'estero, con regolare passaporto, dove tra una cena e l'altra a Parigi, preleva da misteriose cassette di sicurezza di varie banche «documenti» (più spesso fotocopie che originali), che sarebbero corpi di reato, e che consegna a rate ai magistrati, possibilmente dopo che sono stati già pubblicati dai giornali. Nè si hanno notizia di iniziative dei magistrati, di richieste di rogatorie e di sequestri di queste misteriose e inesauribili cassette di sicurezze. I magistrati aspettano pazientemente che Massimo Ciancimino dica e, quando non dice, annunzia, che parta e ritorni con qualche pezzo di carta o con qualche fotocopia in più.

Massimo Ciancimino dice che tutto ciò che racconta l'ha saputo dal padre, ma racconta il contrario di quello che il padre ha inutilmente raccontato ai magistrati e di quello che il padre ha lasciato scritto per non averlo potuto raccontare alla Commissione parlamentare antimafia, quella presieduta dall'onorevole Luciano Violante, che il padre non l'ha voluto mai sentire. E nessuno, tra i tanti pm che lo interrogano e lo ascoltano, gli ha mai contestato e gli contesta ciò che il padre ha detto, ha verbalizzato e ha lasciato scritto ed è il contrario di quello che racconta il figlio. Dice che il padre e lui stesso, che al padre faceva solo da autista e che non ha mai potuto assistere a un colloquio del padre, quelli «riservati» di cui pure assicura di sapere tutto, frequentavano ed erano frequentati da misteriosi «agenti» dei servizi segreti, ma dell'unico che riesce a indicare non sa dire nemmeno il nome, nemmeno il nome in codice e da più di un anno i pm non sono riusciti a trovare né Franco né Carlo.

Si ricorda di un giornalista che il padre aveva conosciuto incontrandolo in un albergo di Roma mentre si accompagnava a Leonardo Sciascia e dice di aver saputo dal padre che questo giornalista doveva essere «vicino» ai servizi segreti, e non ricorda che il padre, quando incontrò e conobbe questo giornalista, la prima cosa che gli chiese, come avesse fatto a «incastrare il generale De Lorenzo» e a «sputtanare i servizi segreti italiani». Nelle cinque ore in cui ha deposto in aula ieri Massimo Ciancimino una sola cosa nuova ha aggiunto a quanto va dicendo da più di un anno, e per la verità non è una cosa di poco conto.

Ha detto che a suo tempo la mafia ha finanziato Silvio Berlusconi nella costruzione di Milano 2. E bisogna riconoscere che questa volta ha surclassato i veri mafiosi, i veri boss, e i grandi «pentiti» del passato antico e recente. Francesco Di Carlo aveva rivelato a suo tempo che era stato Stefano Bontate, «il Principe di Villagrazia», il capo della mafia «moderata» a finanziare le televisioni di Berlusconi e gli aveva portato i piccioli di persona e in contanti fino a Milano, ma aveva sbagliato modalità, luoghi e tempi, e non era stato creduto. Più recentemente Gaspare Spatuzza ha raccontato che i fratelli Graviano avevano investito i loro piccioli nella Fininvest, e che in cambio Silvio Berlusconi, non ancora sceso in politica, gli aveva consegnato «l'Italia nelle mani», ma gli stessi Graviano hanno smentito. Massimo Ciancimino non è Buscetta che ha sempre detto di non aver mai saputo niente né di Berlusconi né di Dell'Utri, non è Di Carlo e non è nemmeno Spatuzza, ed è due volte sospetto per questa tardiva rivelazione per l'evidente conflitto di interessi che ne deriverebbe: se fosse vero, a rivendicare la quota capitale e gli interessi per i proventi dell'operazione Milano 2 da Silvio Berlusconi toccherebbe proprio a lui in qualità di erede legittimo di Vito Ciancimino. Siamo a questo punto: non gli basta nemmeno più il tesoro del padre? Repubblica 02/02/2010                                  

Lino Jannuzzi                                                                                    

vedi anche Mafia e politica

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=24676&Itemid=78   

Ciancimino: ''Era Dell'Utri il nuovo referente della trattativa''

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo - 2 febbraio 2010 “La morte di Borsellino segnò il passaggio dalla fase A alla fase B o se preferite l’inizio della seconda trattativa”. Nel secondo giorno di deposizione Massimo Ciancimino riprende il suo racconto dalla sequenza dei dialoghi tra il padre, portavoce di Cosa Nostra e i carabinieri del Ros, portavoce di interessi a tutt’oggi da chiarire.

“Quando ci fu la strage di Via D’Amelio mio padre si sentì responsabile!” – spiega al Tribunale rispondendo alle domande del pm Di Matteo -. Aveva capito che proseguire nella trattativa, anche cercando di ammorbidire le richieste avanzate da Riina, così come gli avevano chiesto il signor Franco e lo stesso Provenzano, aveva avuto un effetto deleterio. Riina infatti aveva approfittato di quella apertura per scatenare il suo delirio di onnipotenza sobillato in questo suo folle progetto da un soggetto o un'entità che don Vito, anni più tardi, parlando con il figlio, aveva chiamato l’Architetto. A quel punto però, secondo quanto riferì a Massimo, il padre decise di prendere in mano la situazione e di agire come avrebbe voluto fin dall’inizio, convinto che non vi era nessuna vera volontà di trattare da parte del capo di Cosa Nostra. Con il solo obiettivo di ottenere benefici carcerari e soprattutto di mitigare le misure di prevenzione Ciancimino decide di convincere Provenzano che la soluzione migliore per tutti, per Cosa Nostra, per Provenzano e per gli eterni equilibri, è sfruttare il canale stabilito con i carabinieri per ricondurre Riina alla ragione, nell’unico modo possibile: togliendolo di mezzo.

 Dopo molti colloqui, prosegue il testimone, necessari per portare il suo compaesano verso una decisione “che non era nella sua natura”, Provenzano acconsente a che il piano di Ciancimino si realizzi. Don Vito quindi ordina al figlio di contattare il capitano De Donno. Il 25 agosto del 1992 riprendono i dialoghi, questa volta con una precisa finalità: consegnare Riina. Il capitano dei carabinieri fa avere al vecchio sindaco tabulati di utenze abitative e soprattutto una serie di mappe della città di Palermo. Massimo le porta al padre che gliene fa fotocopiare solo due, in fogli A3, con la zona che comprende Baida fino a via Leonardo da Vinci. Il giovane Ciancimino parte alla volta di Palermo per consegnarla a Provenzano. E’ lui l’unico in grado di segnare con precisione dove si trova il suo gemello scriteriato che sta rovinando un lavoro di anni. Di tutto questo iter è ovviamente informato anche il signor Franco che come ombra onnipresente segue tutte le manovre. Quando sta per avvenire la consegna delle piantine con tutti i riferimenti però, Don Vito viene arrestato, la motivazione del ripristino della custodia cautelare è la sua richiesta di poter avere il passaporto che fa temere per un suo possibile intento di fuga. Ciancimino chiede dunque spiegazioni a De Donno che però giura di non saperne nulla e promette che avrebbe fatto il possibile per porre rimedio alla situazione.

Qualche giorno dopo Massimo riceve una telefonata dal padre dal carcere tramite il telefono del capitano e gli ordina di consegnare la documentazione a De Donno, cosa che avviene. Dopo poco meno di un mese, il 15 gennaio, Riina viene catturato. Ma, precisa Massimo, gli viene riconosciuto “il valore delle armi”, né la sua famiglia né i suoi documenti vengono toccati. “E’ un segnale, come a far capire a Riina che non si tratta di un vero e proprio tradimento, quanto piuttosto di un atto necessario per tornare al tempo della coabitazione. Quasi un salvarlo da se stesso”. Lasciar partire in tutta calma la famiglia è inoltre un segno di rispetto nei confronti del capo, deposto da cause di forza maggiore, e delle antiche regole di Cosa Nostra ed è soprattutto una clausola che Provenzano e Ciancimino pretendono nel loro accordo con i carabinieri e con il signor Franco. E così in effetti fu. Dal carcere don Vito, ricorda sempre il figlio, osserva il suo piano e ne rivendica la paternità, ma capisce anche di essere stato tradito e scavalcato e che gli è stata tesa una trappola. La richiesta di tornare in possesso del passaporto, sollecitata da Provenzano e garantita dai carabinieri era stato il pretesto della sua detenzione. Un messaggio, a suo avviso, ben chiaro. Solo in tempi recenti, tra il 2000 e il 2002, quando padre e figlio avevano deciso di scrivere un libro su tutti quegli avvenimenti, il potente Ciancimino, ormai vecchio, malato e ridotto su una sedia a rotelle da un ictus invalidante, ha rivelato a Massimo chi era il nuovo referente del patto tra mafia e stato. E il teste, a precisa domanda del pubblico ministero, non ha difficoltà a rispondere con certezza: è Marcello Dell’Utri. E come avviene questo nuovo agghiacciante dialogo? Direttamente. Provenzano parla direttamente con Dell’Utri.

In cambio di un accordo a garanzia della sua latitanza Provenzano si impegna di ricondurre Cosa Nostra nel suo alveo principale, quello degli affari, della politica e dei favori. Ora ci sarebbe da chiarire per conto di chi Provenzano pone come condizione a Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro e a tutta la frangia stragista e vendicativa di spostare gli attentati “in continente”, a Firenze, Roma e Milano, con sempre più evidente fine destabilizzatore. Di questo Massimo Ciancimino non ha parlato, non ancora almeno, a quanto ci è dato sapere. Per quattro ore ha risposto lucidamente a tutte le domande del pm che, ha più volte voluto precisare, prendendosi anche un richiamo dal presidente del Tribunale a non divagare troppo, sono nella maggior parte dei casi relative ai documenti che ha ricevuto in gravosa eredità dal genitore e che ha già prodotto alla Procura di Palermo. L’analisi dei cosiddetti pizzini scambiati tra il padre e Provenzano è iniziata con l’interrogatorio del pm Ingroia e proseguirà il prossimo lunedì 8 febbraio.

 

vedi anche Mafia e politica