| RASSEGNA STAMPA |
Era il 1957, a ……………, nel centro della Sicilia.
Essere illibate fino al matrimonio era una condizione indispensabile,
soprattutto se si apparteneva ad una “buona” famiglia. E le apparenze e i
possibili sospetti contavano quanto e più della verità vera, anzi non c’era
nessuna differenza. Anch’io “avrei voluto i pantaloni”, ma la differenza
tra la gonna e i pantaloni, non era solo formale, era sostanziale. A che
proposito questa premessa?
Mi ero appena laureata e mio padre mi aveva dato il “permesso” di
fare domande di insegnamento solo nei paesi della nostra Provincia. Io ero una
ribelle nata!
Presi la macchina da scrivere di casa e cominciai a scrivere
le varie domande indirizzate in vari paesini del Veneto. Ancora ricordo mio
padre che, alle mie spalle, con tono di voce autorevole (noi figli, parlando di
lui, dicevamo “Giove”), mi dice:”Agordo non è nella nostra provincia.
Sola mia risposta “Lo so”, e continuai a scrivere le mie domande. Mio padre
era anche un uomo straordinario e accettò il fatto e il…rischio! Quale
rischio? La non differenza tra sospetti e verità di cui parlavo prima.
Qualche anno dopo, ebbi un incarico di insegnamento al mio
paese. C’era un consiglio di classe, mi ero allontanata un momentino, il
Preside dice:”Chiamate la Signorina…………” . Un collega, pronto:
“Signorina! E’ stata tre anni fuori!”.
Qualche anno dopo un altro collega si innamorò pazzamente di
me. Ma evidentemente il sospetto lo rodeva. Parlando con lui della mia
esperienza “fuori”, avevo più volte nominato un monaco che avevo conosciuto
nel paesino del Veneto, dove avevo insegnato per tre anni e che era stato in un
certo senso il mio confidente e
consigliere. Padre Gabriele.
Il collega intanto premeva per
venire a fare una richiesta formale di fidanzamento ai miei genitori. Io
prendevo tempo, non ero convinta.
Un giorno lui mi avvicina con aria
misteriosa e contenta; mi porge una lettera e mi dice, felice, -leggila-. Era
una lettera di Padre Gabriele, a cui “l’innamorato” aveva scritto per
chiedere informazioni su di me. Il monaco lo rassicurava dicendo che ero una
ragazza seria e “illibata” . Ai sospetti non solo di amici, parenti, ma di
colleghi e presidi , avrebbe potuto contrappore almeno un certificato
autorevole.
Sei contenta?, mi fa lui; ebbene, quando posso venire a parlare con i
tuoi genitori?
La mia risposta fu pronta:
“Quando anche tu avrai un certificato di verginità da mostrarmi”.