vedi Roberto Scarpinato Interventi
vedi anche interpellanza al Ministro della Giustizia
e Antonio Ingroia: video intervento attaccato da Minzolini
Nell'articolo "Un programma per la lotta alla mafia" di Ingroia (*) e Scarpinato Micromega 1/2003 si legge: <<E' il cane che si morde la coda, sino a quando, facendosi male (il che avviene quando sotto processo finiscono non più soltanto i "quadri militari" ma anche i colletti bianchi), la riconosce come parte di sé e molla la presa.>>Come uscire da tale aporia? La soluzione sembrerebbe affidata solo ad una lenta evoluzione sociale, a meno che la complessità e l’imprevidibilità del reale non sortisca la sorpresa di operare un saltum nel continuum storico.
A questo punto viene citata questa frase di Umberto Santino in Mafia e politica dalla prima alla seconda Repubblica:
<<La mafia come gruppo criminale e con il blocco sociale di cui fa parte è insieme produttrice e prodotto della politica, cioè determina o contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorse, ma assieme a questa produzione mafiosa della politica si può parlare di una produzione politica della mafia per tutte quelle forme con cui le istituzioni contribuiscono a sostenere e a sviluppare le attività mafiose.>> http://www.centroimpastato.it/publ/online/mafia_e_politica.php3
La stessa cosa aveva detto il Franchetti nel 1876 (n.d.r. Si può leggere per intero online Franchetti Condizioni politiche ed amministrative della Sicilia 1876 qui: http://urlin.it/16959 )
Scarpinato nell'articolo citato scrive: “Paradossalmente il punto in
cui la riflessione per l’elaborazione del programma dovrebbe prendere il suo
avvio – il rapporto mafia e politica – è anche quello in cui, a muoversi sul
piano di una rigorosa aderenza alla realtà, la riflessione dovrebbe concludersi
a causa di un’intima contraddizione sistemica che ha reso sinora il problema
irrisolvibile. Tale contraddizione potrebbe formularsi nei seguenti termini :
se il fenomeno mafioso è espressione sistemica della “polis”, come può la
“polis” estirpare tale fenomeno senza contraddire se stessa?>>. E per
chiarire quanto detto Scarpinato riporta in nota al suo articolo un passo della
famosa relazione Franchetti del 1876: “Questa
facilità alla violenza nella classe che è fondamento di tutte le relazioni
sociali in Sicilia, fa sì che non solo essa non possa usare la forza, che sola
avrebbe, di distruggere l’autorità materiale e morale della classe facinorosa (cioè
della mafia), e d’impedire in generale l’uso della violenza, ma ancora
ch’essa sia cagione diretta per cui la pubblica sicurezza persista nelle sue
condizioni attuali”. --- “La forza – continua Franchetti – che deve dar
la prima spinta al mutamento di queste condizioni deve dunque essere
assolutamente estranea alla società siciliana, e deve venir da fuori:
deve essere il governo”. – “Ma – rileva ancora
Franchetti – il governo appoggiandosi, …. come avremo luogo di dimostrarlo, principalmente
su quella classe dominante stessa, si trova in posizione singolare. Da un lato
il suo fine più immediato ed importante è di sopprimere la violenza;
dall’altro, per i principi che lo informano, si regge sulla classe dominante; e
l’adopera come consigliera e in gran parte come strumento nella legislazione e
nella pratica di governo. Di modo che ha in mano dei mezzi che sono in
contraddizione col suo fine, e conviene che rinunzi o al suo fine, o all’aiuto,
e all’appoggio della classe dominante. Non avendo rinunciato a questo, ha, per
necessità, sacrificato quello”. “Dunque – conclude Franchetti – nelle
presenti condizioni di fatto e coll’attuale sistema di governo che si appoggia
sulla classe dominante, la cagione prima e il fondamento, non dell’esistenza,
ma della persistenza delle condizioni della pubblica sicurezza in Palermo e
dintorni, è la parte diretta e indiretta che ha in queste condizioni la classe
dominante” .
A questo punto Scarpinato dice: <<Sull’esattezza clinica e sulla perdurante attualità mutatis mutandis, della diagnosi del Franchetti concordava il lucidissimo Leonardo Sciascia, il quale di suo aggiungeva che ogni anno che passava la linea della palma, cioe the sicilian way of live risaliva sempre più verso il Nord, pronosticando una sorta di sicilianizzazione della vita politica nazionale.
=======================
sintesi dell’articolo apparso su Micromega,
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/5208/
Un programma per la lotta alla mafia di Ingroia e Scarpinato Micromega
1/2003
Se si vuole sconfiggere
la mafia, e non conviverci, è necessario affrontare innanzitutto le sue
relazioni pericolose con la politica e l’economia, creare un Testo unico della
legislazione antimafia, stanziare fondi adeguati e rafforzare indipendenza e
autonomia della magistratura.
di Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato
Premessa
La storia della lotta dello Stato italiano alla mafia potrebbe riassumersi come
una storia punteggiata da alcune battaglie vittoriose contro i suoi quadri
militari e, tuttavia, destinata a rovesciarsi in sistematica sconfitta,
suscettibile di travolgere i successi precedenti trasformandoli in illusorie
vittorie di Pirro, non appena si osi affrontare il nemico sul terreno che
costituisce il segreto della sua forza e della sua irredimibilità: il
rapporto mafia-politica.
Qualsiasi programma che si prefigga di estirpare la mafia non può dunque che
porre al primo punto l’elaborazione di tecniche di intervento per recidere
definitivamente tale rapporto. Come è stato infatti osservato, la dimensione
politica della mafia non è un dato eventuale ed aggiuntivo del fenomeno, ma
genetico e strutturale. Sino a quando questo
problema sarà eluso, non vi è da farsi illusioni di sorta. Il massimo che si
può ottenere è di calmierare la violenza mafiosa in modo che non superi il
livello di guardia mettendo in crisi la stessa sopravvivenza del sistema di cui
è espressione, come da ultimo accadde negli anni 1992 e 1993. L’omicidio di
Salvo Lima nel marzo del 1992 è il culmine del fallimento storico di una classe
dirigente che, aperto il vaso di Pandora della violenza mafiosa, non è più
riuscita nel decennio di dominio corleonese a governare politicamente le
dinamiche, rischiando così di restarne stritolata.
[…]
Interventi finalizzati ad incidere sul rapporto mafia-politica
[…] Allo stato la strada della realtà sembra invece essere quella ingegnosa di
abolire uno dei due termini del binomio mafia-politica, cancellando la mafia a
colpi di legislazione lungo un trend di più ampio respiro che passa
dall’illegalità garantita all’illegalità legalizzata.
In questa direzione sono stati fatti passi da gigante.
La recente riforma della legge sui collaboratori di giustizia ha sortito
l’effetto di ridurre ai minimi termini il fenomeno della collaborazione; lo
stillicidio di riforme processuali introdotte ha contribuito ad impantanare le
indagini e a trasformare il processo in una arena gladiatoria ove si opera una
selezione darwiniana destinata a premiare i potenti ed i furbi (e quanto a
potenza e furbizia i mafiosi ed i loro complici non sono secondi a
nessuno); la legge sul rientro dei capitali illegali all’estero in combine con
i condoni fiscali, la <<deregulation penale>> introdotta per i
reati di falso in bilancio e dei colletti bianchi, il passo di tartaruga
legislativamente imposto alle indagini da compiersi all’estero tramite
rogatoria costituiscono nel loro insieme una mazzata per le già difficili
indagini sul riciclaggio in una fase storica in cui il processo di
finanziarizzazione dei capitali mafiosi celebra i suoi fasti; la reintroduzione
del legittimo sospetto (programmatico nei confronti di giudici scomodi) apre
nei processi di mafia scenari da far incrociare le dita affidandosi alla
provvidenza; il calcolato strangolamento delle risorse da destinare
all’amministrazione della giustizia (cosiddetto management dell’inefficienza),
affida al volontarismo di pochi testardi (o peggio accaniti?) la responsabilità
ed il peso schiacciante di assicurare comunque l’efficienza della risposta
giudiziaria.
Basta ancora poco ed il gioco è fatto.
Occorre allora percorrere il processo inverso, e come punto di partenza
andrebbe azzerato o resettato tutto il complesso di disposizioni normative che
in questi anni, in nome di un malinteso garantismo, ha certamente reso sempre
meno efficace l’azione giudiziaria di contrasto alla mafia, ritagliando sempre più
ampie zone di immunità per condotte funzionali all’irrobustirsi del potere
mafioso. Demolire per ricostruire le fondamenta di una legislazione antimafia
davvero efficace.
Il primo inderogabile punto di un programma serio di lotta alla mafia dovrebbe,
quindi, consistere, prima ancora che in una parte costruens, in una parte
destruens: un bel tratto di penna su tutte le leggi sopra menzionate e su molte
altre meno note, cancellandole dall’ordinamento o provvedendo ad una loro
profonda revisione.
[…]
Tenuto poi conto che è in via di elaborazione la nuova Costituzione europea e che si sta portando a compimento il processo di integrazione, sarebbe tempo di affrontare in sede di Parlamento europeo il problema degli interventi politici ed istituzionali (ivi compreso come extrema ratio il commissariamento europeo) nei confronti degli Stati membri i cui vertici dovessero risultare in collegamento diretto o indiretto con la criminalità organizzata o subire forme di condizionamento.
Ad appositi organismi europei potrebbe poi essere demandato un potere sostitutivo di intervento in caso di inerzia dei vertici dei paesi membri per lo scioglimento di consigli regionali, comunali o provinciali inquinati da interferenze mafiose.
Il problema tra l’altro assume particolare pregnanza in considerazione del progressivo allargamento della Comunità europea ad altri Stati. Gli osservatori e gli analisti politici ormai denunciano apertamente il pericolo dei cosiddetti Stati mafia. Con tale espressione si indicano gli Stati interessati da un duplice fenomeno: le connessioni tra organizzazioni criminali e istituzioni rappresentate da uomini incriminati per corruzione o per mafia, e l’uso, continuativo o frequente, di pratiche criminali da parte delle istituzioni stesse. (7)
(7) Cfr. sul punto U. Santino, op. cit. il quale nell’interrogarsi se le analisi degli Stati mafia possano estendersi anche all’Italia attuale: “In Turchia attualmente sono al governo uomini che hanno fatto parte della banda politico-criminale dei Lupi grigi e ciò accade in un paese che fa parte della Nato e bussa alla porta dell’Unione europea.
Per l’Italia il quadro che abbiamo tracciato presenta molti elementi che inducono a pensare che ci t6roviamo di fronte ad una forma di potere in cui l’illegalità viene rovesciata in legalità e questo va oltre la collusione di qualche politico con qualche boss o la commissione di uno o più reati da parte da parte di singoli rappresentanti delle istituzioni”. Cfr sul tema più ampiamente AA.VV., “Gli Stati mafia”. Quaderni speciali di Limes, maggio 2000.
Per
restare in tema di interventi sul terreno dei rapporti tra mafia e politica, va
rivelato che esiste nel nostro ordinamento un singolare e pericoloso buco normativo.
L’art.58
del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (decreto
legislativo 267 del 18 agosto 2000) prevede che coloro i quali hanno riportato
condanne definitive per alcuni reati tra i quali il delitto previsto
dall’art.416 bis codice penale (associazione mafiosa) o ai quali è stata applicata,
con provvedimento definitivo, una misura di prevenzione, non possono essere
candidati alle elezioni provinciali, comunali e circoscrizionali e non possono
comunque ricoprire le cariche di presidente della provincia, sindaco, assessore
e consigliere provinciale e comunale, presidente e componente del consiglio
circoscrizionale, presidente e componente del consiglio di amministrazione dei
consorzi, presidente e componente dei consigli e delle giunte delle unioni di
comuni, consigliere di amministrazione e presidente delle aziende speciali e
delle istituzioni di cui all’art.114, presidente e componente degli organi
delle comunità montane.
L’eventuale elezione o nomina di coloro che hanno riportato condanna definitiva
per i reati predetti o sono stati sottoposti a misure di prevenzione è nulla.
[…] Tale limitazione dell’elettorato passivo nonché la sanzione di nullità
dell’elezione sono previste solo per le elezioni locali.
Non si
comprende per quale motivo la presenza di senatori e deputati condannati con
sentenza definitiva per gravi reati o sottoposti a misure di prevenzione sia
considerata innocua per le Camere elettive nazionali ed invece perniciosa per
quelle locali, ivi comprese le comunità montane.
Sicché, al
fine di garantire un’omogeneità legislativa in questa delicata materia a tutti
i livelli dell’organizzazione dello Stato e di immunizzare i vertici
istituzionali da contaminazioni mafiose, sarebbe sufficiente introdurre la
seguente norma:
<<Non possono essere candidati alle elezioni politiche e non possono
comunque ricoprire le cariche di senatore e deputato coloro che rientrano nelle
fattispecie disciplinate dall’art.58, comma 1, lettera a), b), c), d) ed e) del
Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali.
Coloro che siano stati eletti deputato o senatore e che ricadano nelle
fattispecie disciplinate dal citato art.58, decadono dalla carica e sono
sostituiti secondo le norme elettorali vigenti>>.
Ma non basta colmare questa evidente lacuna. La politica non può e non deve
limitarsi a recepire decisioni giudiziarie ormai definitive. La giusta
rivendicazione del <<primato della politica>> deve tradursi in un
autentico <<passo avanti>> che, in questo settore, non può
significare altro che un pieno recupero del concetto di <<responsabilità
politica>>. […] Quando emerge l’esistenza di rapporti
<<compromettenti>> di un uomo politico con mafiosi acclarati, si
mette in moto un meccanismo che in un modo o in un altro riesce a raggiungere
sempre l’effetto di <<dribblare>> il problema della responsabilità
politica. Nella migliore delle ipotesi (sempre più rara), il mondo politico si
disimpegna (<<lasciamo che la giustizia faccia il suo corso>>)
subordinando il problema della valutazione della responsabilità politica
all’esito dell’accertamento di quella penale con sentenza definitiva. Si viene
così a stabilire un’indebita equivalenza tra tipi di responsabilità che hanno
presupposti, ambiti ed effetti assolutamente eterogenei. Nella peggiore delle
ipotesi (divenuta ormai una costante), si carica a testa bassa la magistratura
per il semplice fatto di avere avviato un procedimento penale nei confronti di
un uomo politico, accusando i magistrati di voler fare politica
strumentalizzando il processo penale. Nell’uno e nell’altro caso ove –
poi – il processo si concluda con un’assoluzione, il politico assolto viene
elevato sugli altari come un <<martire della giustizia di parte>>,
anche se gli stessi giudici che lo hanno assolto hanno ritenuto oggettivamente
provati fatti, circostanze e rapporti compromettenti con mafiosi che in altre
democrazie sarebbero idonei a determinare l’immediata espulsione o
emarginazione dal circuito politico-istituzionale del soggetto assolto in sede
penale. Infine, se pure si perviene ad una sentenza di condanna, se ne azzera la
refluenza sul piano della responsabilità politica, squalificandola come frutto
di un accanimento persecutorio di parte. Le condanne definitive dunque non
incidono per nulla sulla carriera degli interessati ma anzi spesso ne agevolano
il cursum honorum. […] Si potrebbe allora elaborare un vero e proprio
<<codice di comportamento>> dell’uomo politico rispetto alla mafia,
le cui violazioni, accertate da un organismo politico, comportino appunto
sanzioni politiche. Se, ad esempio, dovesse risultare accertato che il politico
X ha chiesto o consapevolmente accettato l’appoggio elettorale del mafioso Y, o
se addirittura la sua elezione risultasse – anche in parte – frutto
dell’accordo elettorale con un mafioso conclamato, o che egli ha posto in
essere atti di evidente favoritismo nei confronti di soggetti mafiosi, ciò di
per sé potrebbe non essere penalmente rilevante, ma non può essere considerato
politicamente indifferente.
[…] Ebbene, se si fissassero alcune ferree regole di comportamento di questo
genere, se si attribuisse la competenza a giudicare tali comportamenti ad
organismi politici (che potrebbero essere la commissione parlamentare Antimafia
o altri organismi collegiali appositamente costituiti, veri e propri giurì, sul
modello di quelli spesso utilizzati per analoghe vicende negli Usa), se
venissero introdotte sanzioni per ogni violazione al <<codice di
comportamento>> (che potrebbero andare fino alla sospensione e – nei casi
più gravi – alla <<destituzione>> dalle cariche pubbliche in quel
momento rivestite), si colmerebbe una grave lacuna, evidenziando lo scarto
abissale che vi è fra il penalmente rilevante ed il totalmente irrilevante.
Inoltre si sgraverebbe la magistratura da compiti di supplenza che le sono
stati scaricati addosso, attribuendole una sorta di competenza esclusiva per
individuare e reprimere tutti i casi di collusione politico-mafiosa.
Sul piano, poi, del vero e proprio controllo di legalità da parte della
magistratura, occorrerebbe una revisione degli strumenti penali attualmente a
disposizione, dimostratisi inadeguati.
Andrebbe innanzitutto modificato l’art.416 ter del codice penale, reato creato
ad hoc per sanzionare i rapporti collusivo-elettorali fra politici e mafiosi,
che non è stato però quasi mai applicato perché richiede la prova di un fatto
che nella prassi non si verifica mai o quasi, e cioè che il politico – in
cambio dell’appoggio elettorale - offra al mafioso somme di denaro.
Siccome, invece, sono ben altri i corrispettivi normalmente offerti dal
politico, e cioè provvedimenti ed interventi politici che favoriscano la mafia,
andrebbe punita l’ipotesi in cui il politico prometta <<denaro o altre
utilità>>. […]
La creazione di un Testo unico della legislazione antimafia
Ma queste nuove norme andrebbero inserite in un nuovo corpus normativo. Per
realizzare, infatti, una <<rifondazione>> organica della
legislazione antimafia occorre anche un’opera di coordinamento e di
razionalizzazione dei brandelli di legislazione antimafia varata <<a
strappi>> nei momenti di emergenza conseguenti a questo o a
quell’omicidio eccellente, a questa o a quella strage. Va pensato un vero e
proprio Testo unico della legislazione antimafia, e cioè un sistema normativo
<<speciale>>, modellato sulle specificità del fenomeno mafioso e
dei procedimenti penali per fatti di mafia, e quindi strutturato secondo lo
schema del cosiddetto <<doppio binario>>, differenziato per i
processi di mafia.
[…] Nell’ambito del diritto penale processuale, occorrerebbe - in primo
luogo – affrontare la questione dei tempi eccessivamente lunghi di formazione
del giudicato (introducendo un consistente filtro per i giudizi di
impugnazione) e scongiurare il rischio di facili scarcerazioni degli imputati
di mafia per decorrenza dei termini di custodia cautelare (in particolare, inserendo
meccanismi di assunzione della prova che accelerino i tempi del dibattimento;
allungando i termini di carcerazione nella fase dibattimentale; prevedendo
l’applicazione della custodia cautelare subito dopo la condanna di primo
grado). Andrebbe abolito ogni formalismo che nulla aggiunge in termini di
effettive garanzie per l’imputato ed invece appesantisce i tempi del
procedimento (anche abolendo alcune norme varate negli ultimi anni, ed anche
nella scorsa legislatura, come alcune disposizioni contenute nella legge
Carotti).
Per una maggiore efficienza delle indagini andrebbe consentita, quanto meno per
i procedimenti penali per i reati più gravi (a cominciare da quelli di mafia),
l’acquisizione dei dati di traffico telefonico anche al di là del limite dei
cinque anni, limite attualmente imposto dalla legislazione in materia di
privacy, che così finisce per porre un termine di prescrizione estremamente
breve anche per le indagini sui fatti più gravi.
Naturalmente, all’interno del nuovo Testo unico prenderebbero posto tutte le
altre norme di settore, a cominciare – ad esempio – da quelle su testimoni e
collaboratori di giustizia, che dovrebbero modificare drasticamente molte
disposizioni contenute nella legge approvata nel 2001, quanto meno laddove rischiano
di avere un effetto disincentivante della collaborazione con la giustizia dei
cittadini-vittime e dei mafiosi-dissociati. […] Quanto al mafioso-collaborante,
accanto al minimo di pena da scontare in carcere - già previsto - deve essere
introdotto un margine contenuto fra minimo e massimo della pena, di modo che il
collaborante possa conoscere, fin dal momento iniziale della sua
collaborazione, l’effettivo sconto di pena di cui ha diritto di usufruire.
Andrebbe inoltre certamente abolito (o prorogato almeno fino ad un anno) il
termine massimo di sei mesi entro il quale il collaborante deve, secondo la
legge vigente, riferire tutti i fatti di maggior rilievo. E tornare ad
intervenire sulla normativa applicativa del principio del cosiddetto
<<giusto processo>>, prevedendo che il collaborante, una volta che
ha accettato di rispondere all’autorità giudiziaria, non possa più avvalersi
della facoltà di non rispondere, cosicché allorquando dovesse sottrarsi
all’esame incrociato nel dibattimento venga severamente sanzionato penalmente e
sia consentito alle parti di contestargli le dichiarazioni già rese per indurlo
a rispondere.
E’ auspicabile, inoltre, che sia rafforzata l’autonomia degli organismi
preposti alla protezione ed alla sicurezza del collaborante, anche a maggiore
tutela del medesimo.
E quindi:
a) istituzione di una authority indipendente, svincolata dal
potere esecutivo, al posto dell’attuale commissione centrale di protezione
presieduta da un sottosegretario del ministero dell’Interno;
b) formazione di un <<corpo professionale>>
autonomo e specializzato per la protezione di testimoni e collaboranti, sul
modello dei <<Marshall>> americani.
Altre misure
e politica delle risorse
Va colmata una grave lacuna dell’intervento statale, introducendo nuove ed
urgenti misure per contrastare l’infiltrazione mafiosa nell’economia.
La materia delle misure di prevenzione deve essere profondamente riformata: la
disciplina del sequestro e della confisca, che risale alla legge Rognoni-La
Torre del 1982, va adeguata rispetto agli attuali sistemi di reinvestimento dei
capitali della mafia. Necessitano strumenti più agili, che consentano controlli
ed interventi davvero penetranti sulle partecipazioni societarie di origine
sospetta e sui conseguenti condizionamenti mafiosi. […] Occorre una
semplificazione delle procedure di confisca dei beni mafiosi e di riconversione
degli stessi per destinazioni socialmente utili. […] In materia di appalti, va
inasprita la sanzione, attualmente del tutto inadeguata, prevista per i reati
contestabili in caso di manipolazione di pubblici appalti. Attualmente il reato
di <<turbata libertà degli incanti>> è punito con la reclusione
fino a due anni, mentre – ad esempio – per il furto pluriaggravato la pena
prevista arriva fino a dieci anni: dunque, lo scippo di una borsa è sanzionato
assai più gravemente del furto di milioni di euro che si realizza mediante la
manipolazione dei pubblici appalti! […]
Ma un progetto di riforma non può avere buone speranze di riuscita se non viene
accompagnato da una intelligente gestione delle risorse. Intelligente gestione
delle risorse significa innanzitutto rilanciare una politica di investimenti
per la giustizia e la lotta alla mafia. Non si può pensare di contrastare la
mafia senza uomini e mezzi, sottoponendo a continui <<tagli di
bilancio>> i settori maggiormente interessati dalla lotta alla mafia.
Quando vengono a mancare perfino i fondi per la retribuzione delle ore di
lavoro <<straordinario>> per gli appartenenti alle forze
dell’ordine o per la carta di computer e fotocopiatrici o per il carburante
delle auto di servizio; quando gli strumenti a disposizione della polizia
giudiziaria e della magistratura sono sempre più esigui, e tecnicamente
obsoleti di fronte ad una criminalità sempre più evoluta, viene da pensare che
anche questi siano concreti elementi indicatori della volontà di convivere con
la mafia piuttosto che contrastarla. […] Bisogna con urgenza provvedere al
potenziamento degli organismi giudiziari e degli organi di polizia specializzati
nelle indagini di criminalità organizzata:
a) rafforzare la direzione investigativa Antimafia
(sottoposta invece negli ultimi anni ad un processo di progressivo
impoverimento di uomini, mezzi e competenze), ed istituire organismi di polizia
a competenza esclusiva su settori che richiedono alta specializzazione, anche
utilizzando e potenziando gli organismi già esistenti;
b) potenziare le procure distrettuali Antimafia nelle zone ad
alta densità mafiosa, con costituzione (soltanto in queste zone) di uffici
separati dalle procure ordinarie e dotati di un adeguato organico di magistrati
altamente specializzati.
D’altra parte non è concepibile un’efficace politica di <<investimenti
antimafia>> concentrata soltanto sul versante repressivo, che non sia
indirizzata anche verso altri settori <<nevralgici>>, per incidere
sulle <<radici>> del fenomeno mafioso: dai finanziamenti dei
progetti di educazione alla legalità per le scuole (sul modello di quelli
attuati in questi anni da Libera), a quelli finalizzati ad incentivare le
iniziative dell’imprenditoria più sana al di fuori di ogni condizionamento
mafioso e politico-clientelare.
Naturalmente, poi, tutte queste proposte hanno un indispensabile presupposto
per essere efficaci: che venga tutelata, anzi rafforzata l’autonomia e
l’indipendenza della magistratura.
Sintesi dell’articolo apparso su Micromega, n.1, gennaio-febbraio, 2003.
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Liberazione, 15 maggio 2009 «Il controllo mafioso del territorio e delle coscienze può essere vinto»
Lorenzo Coluccini intervista Antonio Ingroia
Il contrasto alla criminalità organizzata non è fatto solo di grandi indagini contro le organizzazioni criminali che occupano il nostro territorio. E' fatto anche dalla lotta per la legalità portata avanti dagli atteggiamenti quotidiani dei singoli cittadini. La saldatura tra questi due mondi è rappresentata dai circuiti "dell'altra economia", dove ora si sente sempre più pressante il bisogno di risposte politiche. Alla festa organizzata a Pisa dalla Rete dell'economia solidale (Res) era presente il procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, accanto a Dino Greco, direttore di Liberazione e ad Andrea Di Stefano, direttore di Valori. Il segnale che è arrivato dal pubblico è stato di profonda voglia di "distanziarsi" dalla corruzione che sta pervadendo nei suoi centri decisionali il sistema italiano e la richiesta di indicazioni politiche.
Procuratore Ingroia, può dirci a che punto siamo nel contrasto alla criminalità organizzata? Per chi come me vive questa battaglia dalla parte della legalità, ci sono elementi di ottimismo, ma anche fosche previsioni. La speranza di una ritirata di Cosa Nostra e delle altre organizzazioni mafiose nasce dal fatto che oggi rispetto a vent'anni fa in Sicilia il controllo del territorio da parte della malavita è in parte scemato. La battaglia contro il controllo mafioso del territorio e delle coscienze può essere vinta. Ed è la società civile che ci segnala questo cambiamento di rotta. Associazioni come "I ragazzi di Locri" o "Addio Pizzo" sono iniziative importanti, ma soprattutto significative di un nuovo atteggiamento. Nel 1991 fu ucciso l'imprenditore Libero Grassi dal piombo mafioso, ma, me lo lasci dire, perché venne isolato dall'atteggiamento passivo della Confindustria e della Confcommercio che non gli diedero appoggio. Oggi il racket è ancora presente, ma, anche se numericamente non è la maggioranza, un'agguerrita parte di imprenditori non tollera più il ricatto del pizzo. Sta venendo meno la "fiducia" nella cieca osservanza alle condizioni imposte dalla mafia e questo i boss lo sanno e cominciano a temerne le conseguenze.
E le fosche previsioni invece? Le fosche previsioni producono invece sconforto. Perché, citando Sciascia e Camilleri, "la linea della palma è comunque salita". Purtroppo sul territorio nazionale non esistono più zone franche esenti dalla presenza mafiosa. Anzi, la criminalità organizzata ha da anni varcato i confini nazionali e dimostra tracotanza e spavalderia nella proprie azioni: la strage di Duisburg in Germania, ne è la testimonianza. Le cause sono molte, una però è certamente rintracciabile nell'aver considerato la mafia per decenni come mera questione meridionale, mentre era già nazionale e ora internazionale.
Per quanto riguarda invece l'aspetto finanziario? Su questo punto c'è da dire che ci troviamo di fronte ad un processo di finanziarizzazione della mafia già avanzato. Falcone lo aveva profetizzato sul finire degli anni '80, quando disse "la mafia è entrata in borsa". E il problema sostanziale è che il sistema finanziario ha ben accolto i capitali mafiosi. Gli anticorpi non hanno funzionato. Il sistema economico italiano, oggi, è fortemente pervaso dai flussi di denaro illegali. Ha ragione il Presidente Napolitano quando dice che bisogna stare attenti, perché alla luce dei fatti, specialmente in tempi di crisi, quei proventi illeciti possono divenire funzionali al salvataggio di attività economiche, che poi vengono gestite direttamente dalla malavita. Purtroppo questa permeabilità del sistema finanziario è anche frutto della convenienza. E un'economia condizionata dalla mafia significa anche una politica incapace di fornire rimedi efficaci. Aggiungo anche, però, che non vedo in questo momento in Parlamento forze politiche, specie in quelle nella cui storia è rintracciabile la volontà di lotta al fenomeno mafioso, un concreto impegno in tal senso protratto nel presente. Segno che anche in quei partiti tradizionalmente più reattivi nel contrasto al crimine organizzato si stia invece diffondendo una disattenzione generalizzata.
In sintesi, possiamo affermare che ad una crisi dell'ala militare mafiosa corrisponde oggi il successo della strategia finanziaria malavitosa? Proprio così. Non più stragi né omicidi, ma è una mafia degli affari quella degli anni 2000. E questa dimensione imprenditoriale - finanziaria ha fatto passare l'idea di una mafia più "accettabile". Paradossalmente oggi la criminalità organizzata è più "civile", si è imborghesita, non spara quasi più. Sono la società e la politica ad essersi "mafiosizzate" assumendo comportamenti mafiosi; un esempio è la ricerca costante di impunità.
Che fare quindi per invertire la rotta procuratore? La battaglia è dura, ma non è senza speranza se viene combattuta anche dalla società civile. Usando una metafora calcistica è necessario che i cittadini non siano solo spettatori della partita tra legalità e illegalità, è auspicabile che scendano in campo. Nel quotidiano di ognuno non essere mai giocatori ma delegare sempre agli altri i propri propositi reca in sé il rischio di favorire personalismi, individualismi, "granchi", simulatori. E in questa battaglia c'è bisogno di gente onesta e determinata, pronta a mettere in fuori gioco i simulatori, i falsi disinteressati. 15/05/2009
http://wai.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed278/pdfbt11.pdf
Atti Parlamentari - 7894 - Camera dei Deputati
XIV LEGISLATURA - ALLEGATO B AI RESOCONTI - SEDUTA DELL’11 MARZO 2003
Interrogazione a risposta scritta
GIUSTIZIA
Interpellanza urgente
(ex articolo 138-bis del regolamento):
I sottoscritti chiedono di interpellare il
Ministro della giustizia, per sapere - premesso
che:
nella rivista MicroMega n. 1/2003, da
pag. 186 a pag. 200, e` stato pubblicato un
articolo a firma Antonio Ingroia e Roberto
Scarpinato, dal titolo “Un programma per
la lotta alla Mafia” ;
nel paragrafo intitolato: “Interventi
finalizzati ad incidere sul rapporto mafia politica”,
discettando sulle infiltrazioni
mafiose, gli autori del saggio si esprimono
così testualmente: “se dovesse prestarsi
fede alle tesi ricorrenti secondo cui la
democrazia consiste nella dittatura della
maggioranza aritmetica..”, ed ancora piu`
avanti: “Per salvare la democrazia da se
Atti Parlamentari - 7895 - Camera dei Deputati
XIV LEGISLATURA - ALLEGATO B AI RESOCONTI - SEDUTA DELL’11 MARZO 2003
stessa, la moderna ingegneria istituzionale
colloca dunque in alcuni snodi strategici
delle clausole “salvavita” che sospendono o
relativizzano il dogma del consenso, disinnescandone
il suo potenziale effetto entropico
ed autodissolutorio “; etc .................