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| RASSEGNA STAMPA |
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CULTURA MAFIOSA E MAFIA lotta agli stereotipi opprimenti |
vedi anche pregiudiziantimeridionali |
Letture consigliate che, per dirla con le parole del sociologo Giovanni Lo Monaco, possono contribuire: "a svelare l’infondatezza di uno stereotipo pernicioso e opprimente come quello che identifica la cultura siciliana con quella mafiosa; identificazione che in mano a mafiosi e collusi è divenuta, all’occorrenza, un conveniente mezzo di banalizzazione del fenomeno criminoso, ma per i siciliani si è trasformata nel tempo in una marcatura negativa, difficile (ma non impossibile) da cancellare."
Scrive la sociologa Alessandra Dino: Su un versante diametralmente opposto si pone il quarto paradigma, che possiamo definire di tipo storico organizzativo. Al suo interno, sarebbe sbagliato parlare di cultura mafiosa come presunta mentalità tipica di uno specifico popolo (nel nostro caso i siciliani). La cultura mafiosa sarebbe, invece, da intendersi come la cultura, l’ideologia tipica di un gruppo di potere, quello mafioso. La mafia utilizzerebbe una strumentale affinità con una certa cultura siciliana per ottenere il consenso di cui ha bisogno. L'approccio culturalista è giudicato erroneo, privo di basi scientifiche e controproducente sul piano del contrasto al fenomeno mafioso (come si fa a sconfiggere una cultura?). La mafia è vista come un’organizzazione criminale interclassista, storicamente radicata e delimitata nel tempo e nello spazio, con solidi agganci nel mondo dell’economia e della politica. Le attività di contrasto, in linea con quest’idea, sono in primo luogo di tipo repressivo. Alessandra Dino La Dino si rifà al pensiero in Salvatore Lupo
Lupo: Essa, (mafia) del resto, ha da sempre strumentalizzato i codici culturali siciliani (S.Lupo, 1993, p. 107) _e quindi il sicilianismo (14),per rafforzare il proprio dominio e per celare la sua reale natura di organizzazione criminale antipopolare, volta esclusivamente all'accrescimento del proprio potere (a discapito di un reale sviluppo economico della Sicilia). leggi
Lupo:L'equazione socio-culturale, ovvero comportamento mafioso = antropologia dei siciliani/meridionali (secondo i classici e diffusi stereotipi), non informa né sulla diffusione del fenomeno mafioso nel passato, né sulla sua pervasività in tempi più recenti. leggi
Lupo ottobre 2001:"Non è vero che l’opinione pubblica sostiene la mafia, nemmeno adesso che in Sicilia si è espressa con un voto così clamoroso, l’opinione pubblica non ritiene piuttosto che la discriminante mafia-antimafia sia così importante da farla schierare su questo problema". Da una intervista a Leoluca Orlando Cosa Nostra sempre più "nostra" 2001
Al convegno studi presso la facoltà di lettere "Cronache di mafia" Salvatore Lupo ha aspramente criticato quella che lui chiama siciliologia e cioè il volere a tutti i costi spiegare la mafia come frutto della cultura dell'isola, una cultura che ammira o accetta o subisce la forza della sopraffazione che i mafiosi esercitano e che arriva a spiegare la mafia come prodotto dell'humus sociale in cui si sviluppa piuttosto che come prodotto degli interessi che in essa (mafia) vivono e creano connivenze nell'ambiente sociale circostante.
Angelo Ficarra La strage di Canicattì del 21 dicembre 1947 Una bellissima pagina di una "straordinaria battaglia di civiltà che in tutta la Sicilia si combatteva per più umane condizioni di lavoro nelle campagne".
Fr. Renda Il movimento contadino siciliano avanguardia di civiltà in La Sicilia degli anni '50 pag.315 consultabile online
Umberto Santino: "Raccontare la storia delle lotte contro la mafia dall'ultimo decennio del XIX secolo ai nostri giorni ci sembra il modo migliore per dare una risposta, più convincente di mille polemiche, a tutte quelle visioni della Sicilia e dell'Italia meridionale legate a schemi teorici tanto gratuiti, in tutto o in parte, quanto fortunati. Pensiamo in particolare al 'familismo amorale' (Banfield), alla concezione della mafia come subcultura condivisa dalla popolazione siciliana (Hess), alla tesi secondo cui il Mezzogiorno sarebbe caratterizzato dall'incivisme, cioè dalla mancanza di strutture della società civile. U. SANTINO, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 15 Introduzione vedi anche S.Lupo
Franchetti
rilevava una contraddizione di fondo
nell'azione dello Stato: "in Sicilia lo Stato si trova in questa dolorosa
condizione, che nell'adempiere al primo dei doveri di uno stato moderno, il
mantenimento, cioè, dell'ordine materiale, esso non difende la Legge, ma le
prepotenze e i soprusi di una parte dei cittadini a danno degli altri.
Difatti, mentre l'azione del Governo è efficacissima e pronta contro i
disordini popolari, rimane miseramente impotente contro quelli i quali, come
il brigantaggio e la mafia, si fondano sopra la classe abbiente, o almeno
sopra la parte dominante di essa" (ibidem, p. 205).
La riprova del comportamento classista dello Stato si avrà negli anni
'90 con la repressione sanguinosa dei Fasci siciliani.
in http://www.centroimpastato.it/publ/online/dizio_istituzionale.php3
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Perché la mafia che dura da qualche secolo, dovrebbe dipendere da codici culturali che invece risalgono a tradizioni millenarie? E perché, ancora, alcune regioni meridionali e non altre, dove pure vigono quegli stessi codici, sono infestate dalla criminalità organizzata? E infine: non è vero che in altre regioni italiane - nelle Marche, in Veneto, in Emilia Romagna - il nucleo familiare è alla base di quella civilizzazione industriale fondata sulle piccole imprese che tanti apprezzamenti riscuote da noi e all' estero? E allora perché la famiglia è risorsa al Centro-Nord e ingombro al Sud? vedi Francesco Erbani
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Il culturalismo finirebbe per offrire una base teorica sufficiente per legittimare il rifiuto di convivere con i "diversi".
Considerando la mafia innanzitutto una mentalità, una cultura, la sua diffusione può essere rappresentata attraverso la dinamica di un contagio di tipo culturale, di cui si farebbero portatori i meridionali. A questo punto perché non difendersi dal contagio con misure neorazziste? Rocco Sciarrone e Le separazioni del culturalismo di Luciano Pellicani
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Una versione aggiornata e più sofisticata di certe teorie razzistiche di tipo culturalista è presente nella letteratura. Mi riferisco, ad esempio, al Desiderio di sonno, di oblio, di immobilità voluttuosa e di morte dei Siciliani di cui scrive Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel romanzo Il Gattopardo. Il protagonista del romanzo spiega al piemontese Chevalley di Monterzuolo cosa vogliono i Siciliani: <<Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare. […… ]. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane..>> Vedi
Origine di uno stereotipo Franchetti: <<Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge uguale per tutti>> Ancora Franchetti: <<..… le condizioni sociali dell’Italia media e superiore […..] appartengono incontestabilmente ad uno stadio di civiltà posteriore in linea di tempo a quello della Sicilia.>> Franchetti non propone per la Sicilia «rimedi» eccezionali, ma, un po’ come Fortuzzi, una diversa forma di governo, lucida e terribile come ogni utopia reazionaria. Sono «i Siciliani d’ogni classe e ceto [...] ugualmente incapaci d’intendere il concetto del Diritto».
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Gli studenti generalmente esprimono un giudizio negativo sulla mafia vedi
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Uno degli stereotipi più longevi "il familismo amorale" tesi dell'antropologo Edward Banfield [1958] sulla base di una ricerca molto poco scientifica Vedi Umberto Santino, Giovanni Lo Monaco e Francesco Erbani
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Affrontando il problema della mafia (....) richiamandosi al carattere dei siciliani si finirebbe per ricorrere (....) a tutte quelle sciocchezze di cui si dilettano i disoccupati mentali.(1) Questo è il punto che ... nell'inchiesta Sonnino del 1876 è stato con serietà e con passione dimostrato: la mafia è un elemento permanente dell'equilibrio politico dello Stato.Ripeto: se non si capisce questo non si capisce niente (Dal discorso di Girolamo Li causi alla Camera in occasione della definitiva approvazione della legge sulla Commissione parlamentare, 29 novembre 1962. in Saverio Lodato e Marco Travaglio Intoccabili pag.30
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"Una delle questioni principali riguarda il modo in cui gli esseri umani sono considerati. Devono essere classificati secondo le tradizioni (in particolare la religione) della comunità in cui sono nati, e questa identità non scelta deve avere la priorità rispetto ad altre affiliazioni riguardanti la politica, la professione, la classe, il genere, la lingua, la letteratura, l’impegno sociale e molte altre? O le persone devono essere considerate sulla base delle loro varie affiliazioni e associazioni, secondo priorità che spetta a loro decidere (assumendosi la responsabilità di una scelta ragionata)?" La nostra umanità condivisa viene pesantemente messa a repentaglio quando le molteplici divisioni presenti nel mondo vengono unificate in un sistema di classificazione dominante, in termini di religione, comunità, cultura, nazione o civiltà Il premio Nobel Amartya Sen vedi qui e qui
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Nasconde un'insidia razzista il considerare gli uomini come prodotto piuttosto che produttori di cultura. Le persone devono essere giudicate e trattate in quanto individui, non in quanto membri di gruppi con caratteristiche collettive. Vedi L'imbroglio etnico in quattordici parole chiave di Gallissot René, Kilani Mondher, Rivera Annamaria e cerca Il malinteso della cultura (url corto http://urlin.it/15595 ); vedi anche "Scontri di civiltà’ e inciviltà dei CPT Intervista ad Annamaria Rivera
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Cultura siciliana e cultura mafiosa Umberto Santino leggi
Quali sono i valori che animano la mafia e quali si contrappongono a questi valori? Luigi M. Lombardi Satriani
Familismo e omertà vedi Salvatore Lupo e (*)
Parliamo di sicilianismo Giuseppina Ficarra
Cultura del popolo siciliano Riflessioni di Giuseppina Ficarra
A proposito del _consenso sociale alle organizzazioni criminali organizzate di Giuseppina Ficarra
Una inchiesta sulle estorsioni da leggere per sfatare certi luoghi comuni Leggi
Francesco Renda Storia della mafia Sigma edizioni 1997
Lotta alla mafia auspicabilmente anche un compito dell’ONU leggi
- il teorema politico di una Sicilia e di un Mezzogiorno posti al di fuori della civiltà moderna e inabilitati a partecipare oltre che alla direzione anche alla dialettica politica del paese si rivelò del tutto inattuale e fuorviante Francesco Renda Storia della mafia leggi
di Fr. Renda vedi anche Capitolo VI I processi Notarbartolo
Renda: "Il problema del rapporto mafia e politica non è un'invenzione di qualcuno. La mafia è mafia perché ha un organico irrinunciabile rapporto con la politica." (op. cit. pag.318)
Renda A proposito dei rapporti mafia-politica
Renda una pagina molto significativa che illustra lo scontro Nord - Sud
Origine di uno stereotipo Franchetti: <<Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge uguale per tutti>>
Francesco Renda op. cit. Pag.164 scrive << Il sicilianismo non era di per sé ideologia mafiosa, ma si prestava ad essere utilizzato in chiave ideologico mafiosa. Sotto il profilo ideologico, nella interpretazione sicilianista della mafia si trovano accomunati campioni dell'antimafia come Napoleone Colajanni, intellettuali di livello nazionale come Mosca, e studiosi di segno sicilianista inconfondibile come Pitrè. Sotto il profilo politico, lo schieramento era diverso. Colajanni, Mosca e Sturzo stavano da una parte, e Pitrè dall'altra>>
Francesco Renda e I ceti dominanti
<<Come conseguenza di tale concezione aberrante, i ceti dominanti siciliani e meridionali vennero considerati così coinvolti con la mafia e il brigantagio da concepire e praticare la lotta alla mafia come lotta coinvolgente anche gli stessi ceti dominanti colpevoli di alimentare e rappresentare sia l’opposizione sociale che l’opposizione politica.>> leggi
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Umberto Santino e il centro Impastato
<<Sotterranee o in superficie, permangono nel resto d’Italia visioni secondo cui mafia, camorra e ’ndrangheta sono specialità regionali; si pensa e si dice, o si pensa e non si dice, che siciliani, calabresi e campani, meridionali in genere "sono fatti così, e non c’è niente da fare", come i sardi sono stati e saranno sempre banditi e sequestratori.
In tale visione non solo non hanno posto le lotte che ci sono state contro la mafia, e non ci si chiede perché non hanno avuto successo, ma non si considera neppure che se il "continente" offre possibilità consistenti a soggetti criminali ci deve essere qualche ragione.>>
vedi http://www.centroimpastato.it/tesauro/stereotipi.htm
e Stereotipi e paradigmi
Umberto Santino L'approccio
culturalista-psicologico, (che) sottolinea la rilevanza dei codici
comportamentali, con particolare riferimento alle implicazioni
psicologiche. Si parla di "cultura mafiosa", di "sentire mafioso", di
"psichismo mafioso", e se gli aspetti culturali hanno indubbiamente un
peso notevole l'insistenza sulle pulsioni inconsce, che sarebbero alla
base della trasmissione dei codici culturali, rischia di riproporre
modelli antropologici di tipo razziale: tutti i siciliani sarebbero
coinvolti, transpersonalmente, cioe' inconsciamente, nella perpetuazione
del sentire mafioso, affermazione che ignora che nella storia della
Sicilia contemporanea ci sono stati movimenti di massa, tra i piu'
grandi e continuativi d'Europa, che si sono scontrati con la mafia
pagando un altissimo costo di sangue. (http://www.centroimpastato.it/publ/online/stereotipi_paradigmi.php3)
Sembrerebbe che prima tutti i siciliani, o quasi, fossero con la mafia,
complici o sudditi della mafia, considerata come l'incarnazione più
congeniale di una "cultura siciliana" monoliticamente "perversa", e che da
qualche anno tutti i siciliani, o quasi, siano contro la mafia, in uno
sforzo di liberazione da un male atavico che somiglia a una sorta di
mutazione antropologica.
In realtà non esiste una cultura siciliana come un blocco compatto e i caratteri che
sono stati indicati come tipici di essa (il familismo, l'onore, la mafiosità
diffusa) sono soltanto degli stereotipi se non vengono analizzati seriamente
e colti all'interno di un contesto articolato e contraddittorio(1). In
Sicilia c'è stata, e c'è, la mafia, e c'è stata, e c'è, la lotta contro la
mafia. E questa lotta non è cominciata solo da qualche anno ma ha più di un
secolo sulle spalle.
Questi dati smentirebbero l'immagine di un'Italia meridionale statica e caratterizzata dall'incivisme Le ricerche degli ultimi anni offrono un quadro diverso, travolgendo lo stereotipo dell'incivisme meridionale
leggi tutto l'articolo: http://www.centroimpastato.it/publ/online/movimenti_sociali.php3
Umberto Santino
Cu vincìu? Ovvero: la Sicilia dopo la disfatta
La domanda ha una risposta fin troppo ovvia: ha vinto, anzi ha stravinto
Totò Cuffaro ... Ma la domanda, che riprende il titolo di un libro di
Liborio Guccione, un protagonista delle lotte contadine degli anni '40 e
'50, vorrebbe andare oltre il voto e mirerebbe a stimolare un'analisi di ciò
che accade in Sicilia volgendo lo sguardo un po' indietro nel tempo.
....... A mio avviso la Sicilia dell'ultimo mezzo secolo è stata percorsa
dall'onda lunga generata da una sconfitta e da un'esclusione. La sconfitta è
quella delle lotte contadine del secondo dopoguerra che, dopo un decennio di
mobilitazioni, si conclusero con l'emigrazione di più di un milione di
persone.
leggi tutto l'articolo
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Umberto Santino «Palermo e la Sicilia hanno bisogno di recuperare la loro identità e la loro storia, che non è il risultato solo di stragi e crimini ma anche delle lotte che le hanno contrastate».(...) E' chiaro come la necessità di elaborare un positivo senso di appartenenza al nostro Meridione imponga la rivalutazione di una storia che spesso è stata quasi dimenticata, che non viene raccontata nei libri di scuola. Nell' immaginario collettivo Calabria e Sicilia sono regolarmente assimilate alla ' ndrangheta e alla mafia, con effetti devastanti nella percezione di sé che si offre alle giovani generazioni. Umberto Santino leggi tutto l'articolo
di Umberto Santino vedi anche Movimento contadino e sindacale e
Contributi determinanti sulla mafia. e ivi punti fondamentali di un atteggiamento antimafia
Augusto Cavadi
La cultura siciliana: indicazioni per una diagnosi
Umberto Santino Lo stereotipo più opprimente: il mito della Sicilia affetta da un sentire e da uno psichismo mafiosi ! !
Rocco Sciarrone Dipartimento di Scienze Sociali Professore associato di Sociologia generale (settore scientifico-disciplinare SPS/07) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino
Se si assume il paradigma interpretativo culturalista, è facile che la spiegazione della diffusione mafiosa venga avanzata sulla base di una variante dell’ipotesi etnica (4). Considerando la mafia innanzitutto una mentalità, la sua diffusione può essere rappresentata attraverso la dinamica del contagio, un contagio di tipo culturale, di cui si farebbero portatori i meridionali. Questa tesi viene espressa in diverse varianti e non manca chi tende a renderla più morbida, dicendosi pronto a riconoscere, per esempio, che non tutti i meridionali sono agenti infettivi. Tali affermazioni, però, hanno il più delle volte un significato che riconferma l’ipotesi etnica, poiché sembra che si riconosca ai meridionali la possibilità di essere semplici portatori sani della malattia. Tale interpretazione si presenta, nella maggior parte dei casi, in modo implicito, camuffata con percorsi analitici complicati
Dal Libro online Mafie vecchie, mafie nuove che si può leggere tutto online qui http://urlin.it/155e6
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Luciano Pellicani, direttore di mondo operaio Le separazioni del culturalismo
Pensando alla scuola di via Quaranta.
"E’ interessante notare che, a
parte alcune manifestazioni di razzismo old style e persino di
razzialismo di chiaro sapore nazista, gli atteggiamenti xenofobi oggi
tendono a presentarsi sotto le vesti del culturalismo.
Il culturalismo è una interpretazione delle differenze di mentalità e di
comportamenti che caratterizzano i vari popoli che si pone in netta
antitesi al razzialismo. Laddove questo assume che l’eredità biologica
condanna i popoli ad essere quello che sono, il culturalismo sottolinea
con il massimo vigore la forza plasmatrice e la cogenza normativa delle
tradizioni. Ne deriva una sorta di determinismo culturale.
Vero è che, mentre la razza è un fattore rigido e immodificabile, la
tradizione è, ex definitione,
una realtà plastica, che può assumere forme diverse e può persino
metamorfizzarsi. Sennonché, dal momento che i mutamenti culturali
veramente significativi si collocano sull’asse della lunga durata, nel
breve periodo le differenze culturali risultano essere non meno rigide
delle (supposte) differenze razziali.
Accade così che, in nome della propria
identità culturale, una determinata collettività può rivendicare il
diritto alla non contaminazione e, pertanto, può esigere che tutti
coloro che sono portatori di atteggiamenti, valori e comportamenti
“altri” siano tenuti a debita distanza […]
Il culturalismo offre una base teorica sufficiente per legittimare il
rifiuto di convivere con i “diversi”
da Jihad: le radici,
di Luciano Pellicani, Luiss University Press, roma, 2004
http://inoz.ilcannocchiale.it/post/1198085.html
Umberto Santino
da Borghesia mafiosa e società contemporanea
Negli
ultimi tempi l'espressione "borghesia mafiosa" è stata rilanciata da qualche
magistrato (in particolare da Pietro Grasso e da Roberto Scarpinato), che
nel corso di indagini ha rilevato la presenza di soggetti del mondo
imprenditoriale e professionale legati ai mafiosi e ne ha tratto l'idea che
c'è una borghesia che si può definire mafiosa, per la consistenza dei
legami, la condivisione di interessi e di comportamenti. Ma le critiche non
sono mancate anche di recente. Salvatore Lupo ha parlato di "suggestione":
"In nessun modo la mafia può essere considerata una classe sociale (e
viceversa) e dunque tale suggestione non aiuta nella necessaria distinzione
tra i vari elementi costitutivi del network mafioso" (Lupo 2004, p.
41). Quindi: il network c'è ma non è analizzabile con la
"suggestione" borghesia mafiosa. Meglio parlare di "richiesta di mafia nella
società italiana", di "bisogno di mafia" (Lupo 2002, p. 505 s.).
Giovanni Fiandaca contesta espressioni come "richiesta di mafia" e "voglia
di mafia", parla di "equivoche metafore", richiama la necessità di "analisi
più puntuali dell'attuale modo di funzionare della politica, dell'economia e
più in generale della società siciliana", ma giudica l'espressione
"borghesia mafiosa" uno "pseudoconcetto comodo proprio per la sua indistinta
genericità e vaghezza". Considera una favola una borghesia "sempre intenta a
ordire trame affaristiche in quei famosi e intramontabili "salotti buoni"
rievocati e ridemonizzati da Leoluca Orlando. Sarà la mia pedanteria
professorale, ma non mi rassegno a considerare strumenti validi di
conoscenza e interpretazione della realtà quelli che non sono altro che
comodi e usurati slogan" (Fiandaca 2005, p. 66).
Ora che il più delle volte si parli di
borghesia mafiosa
in modo generico e onnicomprensivo non ci sono dubbi, ma solo una lettura
preconcetta e frettolosa può scambiare per slogan un'analisi che ha cercato
di leggere la realtà con strumenti complessi e articolati, a fronte di
stereotipi senza nessuna reale funzione conoscitiva eppure recepiti anche
dalla letteratura più accreditata (dalla subcultura senza organizzazione di
Hess alla mafia tradizionale in competizione per l'onore che solo negli anni
'70 scopre la competizione per la ricchezza, di Arlacchi).
Ruolo della violenza privata e sistema relazionale
Con l'espressione "borghesia mafiosa", più che fare riferimento alla
composizione sociale dei gruppi criminali (Franchetti come abbiamo visto
rilevava l'appartenenza alla classe agiata dei capimafia), intendo denotare
due fenomeni:
1) ruolo della violenza privata e dell'illegalità nei processi di
accumulazione e di formazione dei rapporti di dominio e di subalternità;
2) sistema relazionale entro cui si muovono i gruppi criminali organizzati e
senza di cui essi non potrebbero agire o comunque avere il ruolo che hanno
avuto e continuano ad avere.
Riporto
l'ipotesi definitoria
che compendia questi due aspetti e i corollari
che ne discendono:
Mafia è un insieme di gruppi
criminali, di cui la più importante ma non l'unica è Cosa nostra, che
agiscono all'interno di un contesto relazionale, configurando un sistema di
violenza e di illegalità finalizzato all'accumulazione del capitale e
all'acquisizione e gestione di posizioni di potere,
che si avvale di
un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.
(vedi a proposito anche
S. Lupo)
I gruppi criminali hanno composizione transclassista, altrettanto si può
dire del blocco sociale che ruota attorno ad essi, che
percorre trasversalmente il tessuto sociale, dagli strati più svantaggiati a
quelli intermedi e ai più alti, ed è dominato dai soggetti illegali-legali
più ricchi e potenti, definibili come borghesia mafiosa: capimafia,
professionisti, imprenditori, amministratori, politici, che risultano in rapporto
continuativo con i criminali. >>
In Contributi determinanti sulla mafia:
2) i gruppi mafiosi agiscono all'interno di un sistema di relazioni, un blocco sociale che attraversa i vari strati della popolazione (dai ceti popolari legati al contrabbando di tabacchi, allo spaccio di droghe e adaltre attivita', ai ceti piu' alti), al cui interno la funzione di comando e' svolta dai soggetti illegali e legali piu' ricchi e potenti: capimafia, politici, imprenditori, professionisti legati ai mafiosi etc. (quella che chiamo borghesia mafiosa). Questo strato dominante comprende alcune decine di migliaia di persone, mentre il blocco sociale si estende ad alcune centinaia di migliaia;
4
) l'agire mafioso si concreta nella pratica di attività illegali e legali al fine di accumulare ricchezza ed acquisire e gestire posizioni di potere. Questi aspetti economici e politici si saldano con aspetti culturali (per esempio, la legittimità dell'uso della violenza);****
Il Ritorno del Principe di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato
Delitto Notarbartolo alla luce de "Il ritorno del Principe" di Giuseppina Ficarra
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"Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia." On. Napoleone Colajanni 1893
Depretis, alcuni anni prima, (nell’ottica di questi equilibri politici), per mantenere un assetto di potere “che ripartisce le potestà sovrane dello Stato tra borghesia industriale del Nord e classe dirigente meridionale” (Il ritorno del Principe pag. 202), aveva rifiutato di emanare il decreto ministeriale necessario a dare esecuzione all’articolo 7 della legge di Pubblica Sicurezza, con il quale si disponeva che per esercitare la funzione di guardia campestre occorreva avere la fedina penale pulita. Una norma necessaria per contrastare la mafia. A questo proposito scrive Renda (Storia della mafia, pag 125): “Esisteva la legge , ma si faceva in modo che per legge non fosse impedito che il mafioso fosse campiere, curatolo o guardiano”.
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Umberto Santino ("Dal Gattopardo al papello: una lunga storia di patti oscuri" La Repubblica 7nov.2009) "L'Italia scopriva la mafia con il delitto Notarbartolo del primo febbraio 1893 e nonostante l'esito del processo, conclusosi con l'assoluzione del principale imputato, il deputato Raffaele Palizzolo, sono emerse le compromissioni di uomini di potere con la malavita organizzata. Scriveva Napoleone Colajanni: "e' risultato a luce meridiana che polizia, magistratura, autorita' altissime di ogni genere prese nel loro insieme tutto fecero per riuscire all'impunita' del presunto reo, per deviare la giustizia dalla scoperta della verita'".
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"Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).
leggi e ascolta le parole di Falcone e Borsellino
STRAGE DI STATO vedi scheda
Ingroia e Scarpinato Micromega 1/2003 <<E' il cane che si morde la coda, sino a quando, facendosi male (il che avviene quando sotto processo finiscono non più soltanto i "quadri militari" ma anche i colletti bianchi), la riconosce come parte di sé e molla la presa.>>
"la dimensione politica della mafia non è un dato eventuale ed aggiuntivo del fenomeno, ma genetico e strutturale" (ivi)
Ancora Scarpinato Micromega 1/2003 <<Gli osservatori e gli analisti politici ormai denunciano apertamente il pericolo dei cosiddetti Stati mafia. >> e più avanti <<Per restare in tema di interventi sul terreno dei rapporti tra mafia e politica, va rivelato che esiste nel nostro ordinamento un singolare e pericoloso buco normativo. [.......]Non si comprende per quale motivo la presenza di senatori e deputati condannati con sentenza definitiva per gravi reati o sottoposti a misure di prevenzione sia considerata innocua per le Camere elettive nazionali ed invece perniciosa per quelle locali, ivi comprese le comunità montane.>>
Roberto Scarpinato, Un sovversivo quale a volte è stato definito perchè, dice, si "occupa di misfatti che non riguardano i soliti Provenzano di turno, ma i loro eccellenti protettori politici senza i quali questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da più di un secolo" ascolta
Giancarlo Caselli Perchè l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia Melampo 2009 Intervista a che Tempo che fa
Marco Travaglio Minchiate da Annozero 10 dicembre 2009 ( a proposito di Mangano Dell'Utri e Berlusconi ...)
Lirio Abate Indagine esplosiva - Berlusconi e Dell'Utri collusi con la mafia
Ingroia "E il problema sostanziale è che il sistema finanziario ha ben accolto i capitali mafiosi. Gli anticorpi non hanno funzionato. Il sistema economico italiano, oggi, è fortemente pervaso dai flussi di denaro illegali [.......] E un'economia condizionata dalla mafia significa anche una politica incapace di fornire rimedi efficaci" in Lorenzo Coluccini intervista Ingroia 15-05-2009 leggi tutto
Ingroia: video intervento attaccato da Minzolini
Ingroia Mafia tra diritto e politica Di cosa è figlia, si chiede Ingroia, l'alternanza (obiettivamente sconcertante per la pubblica opinione) di decisioni contraddittorie fra loro nei processi cosiddetti ”eccellenti”?
leggi magistrati in prima linea
Renda: "Il problema del rapporto mafia e politica non è un'invenzione di qualcuno. La mafia è mafia perché ha un organico irrinunciabile rapporto con la politica." (op. cit. pag.318)
Leonardo Sciascia ".. la mafia era, ed e' , altra cosa: un "sistema" che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel "vuoto" dello Stato (cioe' quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, e' debole o manca) ma "dentro" lo Stato...". La linea della palma
(da: Agorà I blog del Sole 24ORE) Mafia: la linea della palma si alza (dalla Sicilia a Legnano) Dall’agenda della politica nazionale il tema delle mafie sembra ormai cancellato. L’ultima campagna elettorale ne è stata la dimostrazione: la parola mafia non esisteva né a destra né a sinistra
Un pensiero "sconvolgente" del giudice Luca Tescaroli in Colletti sporchi di Pinotti e Tescaroli a pag. 272:
<<Finora si è parlato di concorso esterno nel reato di associazione mafiosa, ma forse oggi ci si può interrogare se non sia più la mafia che concorre nell'attività delittuosa della politica>>
Umberto Santino ci aveva parlato di <<produzione politica della mafia>>
(Nel 1871 - "Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi.")
Tescaroli Oggi come ieri il gioco grande del potere non può permettersi la verità.
<<Bene quel faticoso cammino si è rotto, così come a partire dal 1987 Giovanni Falcone fu ostacolato nel compimento dell’azione giudiziaria sul versante delle contiguità mafiose, un’azione investigativa diretta ad individuare i mandanti altri che è stata condizionata e rallentata. Oggi come ieri il gioco grande del potere non può consentirsi, non può permettersi la verità. Ancora una volta si è assistito al sistematico, ciclico arretramento dello stato nella lotta alla mafia e ciò è avvenuto proprio quando dalla repressione della mafia militare si è tentato di passare alla repressione della borghesia mafiosa..>> leggi tutto
"Colletti sporchi" ovvero "Alfa e Beta" ovvero "Berlusconi e Dell'Utri" leggi
Si domanda
Giancarlo Caselli:
<<-
perché uno dei punti di forza di Cosa nostra, la sua continuità,
non trova riscontro nell’antimafia, condannata invece a risposte
discontinue, soffocate entro cicli di breve durata?
È successo al pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino. È
successo al pool della Procura di Palermo del “dopo stragi”.
leggi
tutto
Ne Il RITORNO DEL PRINCIPE Roberto Scarpinato a pag.14 scrive:
<<Personaggi come Provenzano, Riina e altri capi sono il sottoprodotto e la replica popolare di questo modo di esercitare il potere. Durano nel tempo non per forza propria, ma perché sono leve necessarie del gioco grande del potere. Quando esauriscono la loro funzione vengono abbandonati al loro destino. Anche dopo continuano tuttavia a svolgere un ruolo essenziale: fungere da parafulmine su cui scaricare tutta la responsabilità del male e da paravento della criminalità del potere.>>
Sempre nel Il Ritorno del Principe leggiamo <<sono le condizioni politiche di sviluppo della democrazia che determinano l'esistenza o meno della mafia a seconda del bisogno di violenza del potere>>
vedi anche di U. Santino: Mafia e politica dalla prima alla seconda Repubblica http://www.centroimpastato.it/publ/online/mafia_e_politica.php3
e Dal Gattopardo al "papello":
una lunga storia di patti oscuri 7 novembre 2009
(Scriveva Napoleone Colajanni: "e'
risultato a luce meridiana che polizia, magistratura, autorita'
altissime di ogni genere prese nel loro insieme tutto fecero per
riuscire all'impunita' del presunto reo,(n.d.r.il
Palizzolo nel delitto Notarbartolo) per deviare la giustizia
dalla scoperta della verita'". ivi)
Giancarlo Caselli Perchè l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia Melampo 2009 Intervista a che tempo che fa
Renda A proposito dei rapporti mafia-politica
Intervista a Nicola Tranfaglia autore di Perché la mafia ha vinto
C'è stata l'avanzata di
quella che nel 1876 Leopoldo Franchetti chiamava "borghesia
mafiosa2'
Si, sullo sfondo della debolezza della tradizione democratica
italiana. Non dimentichiamo che questa debolezza è stata una
delle ragioni di fondo dell'affermazione del fascismo. Le classi
dirigenti italiane hanno dimostrato una forte tendenza
all'illegalità, Gramsci scriveva sul "sovversivismo" delle
classi dirigenti. E una borghesia mafiosa che non ama la
democrazia, né la competizione per merito.
A proposito di Morale e Politica Giuseppina Ficarra leggi
leggi La nascita e l'evoluzione della normativa antimafia
RIVELAZIONI DI MASSIMO CIANCIMINO
Assolutamente da leggere L'Introduzione della storia del movimento antimafia di Umberto Santino
Umberto Santino in Antimafia civile e sociale ricorda come primo esempio di "antimafia civile" intesa come la mobilitazione contro la mafia che vede come attori gruppi di cittadini <<le mobilitazioni contro il delitto Notarbartolo>> http://www.centroimpastato.it/publ/online/dizio_civile.php3
Dopo l'assassinio di Pio La Torre
e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982) il funerale civile svoltosi
in piazza Politeama fu una grande manifestazione popolare,
con la partecipazione di circa 100.000 persone.
Confluiscono due correnti: il movimento pacifista, impegnato
contro l'installazione dei missili Cruise a Comiso, contro i
processi di militarizzazione che investivano pesantemente
l'isola e contro la corsa al riarmo delle due superpotenze, di
cui La Torre era stato uno dei protagonisti, e il nascente
movimento antimafia formato da associazioni, partiti, sindacati,
singoli cittadini che comprendono che con il delitto La Torre la
mafia ha voluto lanciare un pesante messaggio intimidatorio alla
mobilitazione in atto.
Gli atti di nascita formali di questo movimento che ben
presto assume dimensioni nazionali verranno dopo il delitto
Dalla Chiesa (3 settembre 1982): a Palermo si svolgono
un'assemblea nazionale degli studenti (9 ottobre), un'assemblea
e una manifestazione nazionale (15-16 ottobre) organizzate
dai sindacati confederali. (Umberto Santino in
"Antimafia
civile e sociale")
=============================================================================
NOTE
Luigi M. Lombardi Antropologia della mafia
Quali sono i valori che animano la mafia e quali si
contrappongono a questi valori? I valori che la mafia dice di
avere sono quelli della dignità individuale, dell'onore, del
rispetto della "parola": una serie di valori analoghi a quelli della
cultura popolare. Il problema è che, mentre i valori della cultura
popolare sono realmente perseguiti, voluti, come forme di
autorealizzazione, i valori mafiosi sono "detti" per acquisire
consenso, e vengono vissuti in maniera però truffaldina, perché
servono per coprire il comportamento violento.
Quindi abbiamo delle diversità fondamentali, non in ciò che si dice,
ma in ciò che si fa. La mafia, come la camorra e la ndrangheta, è
un'organizzazione di morte, e non di difesa degli oppressi, come
molte volte ama presentarsi
La cultura mafiosa, elaborata nel corso del tempo, è abbastanza similare
e analoga alla cultura popolare. Quindi parlando lo stesso linguaggio
crea consenso, attira consenso, perché si inserisce nello stesso
universo simbolico. Pensiamo alla religiosità dei boss mafiosi di paese
rispetto alla religiosità comune popolare, non mafiosa. Questo crea
consenso.
I valori della famiglia, quali oggi li
intendiamo, sono parte integrante del sistema dei valori mafiosi.
Lo si vede anche nell'uso degli stessi termini: per parlare di clan
mafiosi, si usa molte volte l'espressione "famiglia mafiosa", proprio
perché il legame tra mafiosi è analogo a quello di tipo familiare o
familistico. Molte volte i clan si organizzano proprio su base parentale.
Abbiamo dei clan camorristici e altri clan contrapposti, che tendono a
lottare per la supremazia, l'egemonia, uccidendosi reciprocamente.
La lotta si svolge su basi familistiche, perché l'assoluta fiducia che
ci deve essere tra i componenti dei clan mafiosi è rafforzata
dall'appartenenza allo stesso nucleo familiare.
Vi è una analogia di valori, di meccanismi di solidarietà, tra
l'organizzazione mafiosa e la cultura popolare: la cultura mafiosa
aggiunge però una finalità ulteriore, quella del raggiungimento della
finalità della ricchezza e del potere e del prestigio, a qualsiasi
costo, che invece la cultura popolare non ha.
Luigi M. Lombardi Satriani è
ordinario di Etnologia all'Università "La Sapienza".
leggi tutto l'articolo
***
E a proposito di omertà bisogna dire che "Omertà esiste quando qualcuno omette di comunicare reati all'autorità competente: ma se l'autorità istituzionalmente competente è legata alla mafia, è ovvio che il cittadino si guardi bene dal denunciare un reato mafioso al mafioso! Oppure, pensate che sia sempre facile in Sicilia capire se lo Stato sia con i cittadini, oppure, come spesso è accaduto, sia con la mafia, quand'anche non sia esso stesso mafia in alcuni momenti ed in alcune sue articolazioni." (A.R.) In ogni caso il comune cittadino, oltre ad avere fiducia nello Stato, deve essere disposto a vedere "rivoluzionata" la sua vita (sistema di protezione, ritorsioni mafiose e quant'altro).
| terre_libere_Storia_del_movimento_antimafia_siciliano | http://www.terrelibere.it/storia_antimafia_2.htm |
|
Liberazione – 10.2.08 Quella politica che dialoga con la mafia - Ferdinando Imposimato
|
Condizioni politiche e amministrative della Sicilia
di Leopoldo Franchetti
La storia
come non è mai stata insegnata dal tiranno di turno Cento anni di storia delle lotte popolari contro la mafia leggi siti intrnet : www.societacivile.it, http://www.cuntrastamu.org/mafia/documenti_sen.htm
|
Una tesi oscurantista
che riduce la mafia ad un fenomeno sociologico e antropologico
Dire che la mafia è innanzitutto un fenomeno socio-psicologico è una tesi oscurantista che riduce la mafia ad un fenomeno sociologico e antropologico (molte aree della Sicilia e non).
Non a caso magistrati come Scarpinato, Croce, Tescaroli, Ingroia, per citarne solo alcuni non hanno mai sposato questa tesi che, secondo me, potrebbe essere considerata addirittura controproducente sul piano della lotta alla mafia (come si fa a fare la lotta ad un fenomeno psicologico!). E' così difficile che <<bisogna convivere con la mafia>>, bisogna rassegnarsi!
Nella presentazione del libro La mafia dentro di Girolamo Lo Verso leggiamo:
<<La mafia non è soltanto un fenomeno militare, capace di creare alleanze, di controllare il territorio e l'economia. È innanzitutto un fenomeno socio-psicologico, che è riuscito a far coincidere cultura, comunità, famiglia, individui. E per sconfiggerlo lo Stato deve riuscire a cambiare l'identità, la cultura e il tessuto psicologico di molte aree della Sicilia e non.>>
http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=5017&Tipo=Libro
sfoglia il libro La mafia dentro: http://urlin.it/155b1
http://news2000.libero.it/editoriali/eda30.html (Scopri il boss che c'è in te In Sicilia un'iniziativa di analisi psicanaliticaIl tema mafia visto con un occhio prevalentemente "psicoterapeutico"!
In Sicilia un'iniziativa di analisi psicanalitica
per sradicare la cultura mafiosa
****
Gli studenti generalmente esprimono un giudizio negativo
sulla mafia.
Per il secondo anno consecutivo il centro studi Pio La Torre
ha promosso, con la collaborazione volontaria di dirigenti
scolastici, docenti, studenti e dei componenti il comitato
scientifico, l’indagine sulla percezione del fenomeno mafioso da
parte degli studenti delle scuole medie superiori siciliane. L’esperienza
era stata avviata tre anni fa dai docenti Isabella Albanese
e Fabio D’Agati nel loro liceo con un questionario, da loro elaborato,
che negli anni seguenti, con piccoli adattamenti, è stato
esteso a tutte le scuole aderenti al progetto educativo antimafia
del Centro.
Ringrazio quanti hanno collaborato accomunati dall’impegno etico
e professionale di voler contribuire alla conoscenza del fenomeno
mafioso e offrire, attraverso i risultati dell’indagine, nuovi strumenti
per la sua sconfitta agli educatori, alle famiglie, ai partiti, alle forze
sociali e alle istituzioni.
Il questionario, ampio e complesso (46 domande), ha utilizzato un
campione statistico, scientificamente attendibile, di 2362 partecipanti,
selezionato tra gli studenti delle ultime tre classi di 51 scuole
medie superiori.
I commenti degli esperti danno conto della metodologia seguita e
dei risultati ottenuti. Il campione è stato estrapolato dalle scuole
delle 9 province siciliane, ha interessato tutti gli indirizzi di studi,
escluso quello linguistico, con la prevalenza degli istituti tecnici,
professionali e dei licei psicopedagogici, classici e scientifici.
Gli studenti che hanno partecipato all’indagine hanno un’età
prevalentemente compresa tra 16 e 19 anni, risiedono in 174
comuni della Sicilia, hanno genitori almeno per la metà forniti di
diploma o di laurea (11/12 %). Le loro madri sono in maggioranza
casalinghe (53%) e i loro padri lavorano per il 43,6% nel
settore pubblico, e per il 42,4% nel privato.
Il questionario partiva con una domanda aperta “cosa pensi del
fenomeno mafioso” alla quale ogni studente è stato libero di rispondere
ed esprimere sinteticamente il suo pensiero. Le risposte
sono state interpretate dagli esperti dei quali leggerete,
più avanti, i commenti e le informazioni metodologiche.
A me preme trarre qualche valutazione politica generale.
La prima: gli studenti rispetto alla precedente indagine mostrano
maggiore consapevolezza e conoscenza del fenomeno,
presuntivamente anche grazie al progetto educativo seguito.
La seconda: generalmente esprimono un giudizio negativo
sulla mafia.
La terza: è diffusa la convinzione tra gli studenti che lo Stato
non combatta la mafia e che la politica sia collusa con essa
Vedi
indagine sulla percezione del fenomeno mafioso da parte degli studenti delle scuole medie superiori siciliane in a_sud_europa_anno-3_n-16 e a_sud_europa_anno-3_n-17
____________________________
''Mafiosi eroi o criminali'', l'influenza di cinema e tv sulla percezione mafiosa
26 giugno 2009 14:01
I mass media non farebbero granche' per diffondere una reale coscienza antimafia e alcuni film e fiction tv innescherebbero meccanismi di pericolosa identificazione con i protagonisti raccontati. Scarsa la fiducia nelle istituzioni e rassegnazione sulla realistica possibilita' che la mafia sia estirpata. Sono alcuni dei dati che emergono dal sondaggio effettuato su un campione di studenti di scuola media superiore di Bergamo e di Cinisi (Palermo), presentato oggi in apertura della manifestazione internazionale dal titolo ''Mafiosi eroi o criminali'' in corso fino a domani a Palermo, promossa dalla Fondazione Banco di Sicilia e dal network internazionale ''Images of Justice'', su iniziativa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e del professor Gianni Puglisi.
La ricerca mira a inquadrare il fenomeno ''mafia'' in Italia nel suo rapporto con il mondo della cinematografia, e descrivere il processo attraverso cui, a livello psico-sociale, le sue rappresentazioni mass-mediatiche si traducono in vissuti, opinioni e conoscenze. L'indagine e' stata svolta dal gruppo di ricerca del professor Vincenzo Russo in relazione al progetto-studio su ''Cinema e Mafia'' del critico cinematografico e docente dell'Universita' Iulm, Gianni Canova: il sondaggio investe le modalita' di rappresentazione della mafia nel cinema, partendo dalla considerazione che, soprattutto per i piu' giovani, la conoscenza del fenomeno Mafia rischia di essere profondamente influenzata dalla rappresentazione dei media, e in particolare di quella cinematografica.
L'obiettivo e' stato quello di rilevare il vissuto e le rappresentazioni degli spettatori rispetto alla mafia, stimolati dalla visione del film ''La siciliana ribelle''.
Numerosi i giovani intervistati secondo differenti modalita': a circa 900 ragazzi presenti nelle sale cinematografiche (di cui 600 a Bergamo e 300 a Cinisi, 620 le schede analizzate) e' stato distribuito un questionario, in cui erano contenuti diversi aggettivi opposti (bello-brutto, forte-debole, attivo-passivo, ecc.); venti ragazzi (dieci a Bergamo e altrettanti a Cinisi) sono stati video-intervistati subito dopo la visione del film, mentre un gruppo piu' ristretto di dodici giovani (sei a Bergamo e altrettanti a Cinisi) si sono sottoposti volontariamente a interviste in profondita' (minimo 30 minuti, massimo 1 ora per ciascuna intervista).
Dall'esito del sondaggio, emerge che i ragazzi di Bergamo risultano piu' impegnati, appassionati e desiderosi di sapere, di ricevere informazioni e di manifestare la loro decisione a contrastare il senso di impotenza che spesso accompagna i vissuti sulla mafia. Se da un lato, non hanno conoscenza diretta del problema, ovvero non hanno esperienze culturali o di fatti di mafia direttamente, dall'altro mostrano una comprensione fine e profonda del fenomeno, che per loro non e' soltanto criminalita' ma e' soprattutto un pensiero, un atteggiamento. Gran parte degli intervistati, inoltre, si rende conto della pervasivita' della cultura mafiosa, della sua capacita' di generare ''cultura'' e ''mentalita''' e di quanto questo fenomeno sia ampiamente diffuso non solo nel sud Italia. C'e' da sottolineare che alcune differenze di posizioni espresse possono dipendere anche dall'eta' degli intervistati di Bergamo, leggermente superiore rispetto a quella degli studenti di Cinisi.
Per gli intervistati di Cinisi, la connotazione emotiva e' piu' esplicita: spesso, per descrivere la mafia, ricorrono nelle loro interviste a categorie quali ''lottare'', ''uccidere'', ''paura'', ''combattere'' e ''giusto''. La mafia e' dettagliatamente descritta come un ''fenomeno'' con una chiara connotazione geografica (Sicilia), rappresentato dalla figura-capo del ''mafioso''. I ragazzi di Cinisi mostrano, paradossalmente, un vissuto piu' distante rispetto al tema.
I giovani intervistati a Cinisi descrivono la mafia come un fenomeno ''brutto'', ''cattivo'', ''sgradevole'', mentre dall'altra parte ci sono ''i buoni'', ''la polizia'', ''i magistrati'' e le ''cose belle''. Nelle loro descrizioni, tuttavia, sembra mancare quell'approfondimento razionale o profondita' di sentimento, che consentirebbe loro di parlare di Cosa nostra in maniera piu' dettagliata, personale e sottile: ''La mafia non si puo' descrivere, e' una cosa brutta''.
Esprimendo i propri giudizi sulla mafia, i ragazzi non sembrano fare ricorso ad un sistema di valori assoluto e astratto, ma a categorie di giudizio concrete e ancorate alla realta': ''La mafia e' cattiva perche' non permette (piu') alla Sicilia di crescere economicamente'', ''il mafioso e' cattivo perche' ammazza senza criterio'', ''il mafioso e' debole, perche' e' costretto a vivere nascosto'', ''la mafia e' nata negli anni 60, e' nata con il difendere le persone del paese, poi piano piano ha cominciato con gli appalti, con la droga, con tutte queste cose fino adesso.''
Le differenze fra i due gruppi appaiono ancora piu' evidenti nei giudizi espressi sulla figura del padre della protagonista del film ''La Siciliana ribelle'', che, paradigmaticamente, rappresenta la mafia di altri tempi. In questo caso i ragazzi di Cinisi sembrano essere molto piu' permissivi, quasi giustificando o quantomeno comprendendo il personaggio del padre, che rappresenta la vecchia mafia, quella che proteggeva, aiutava, e per alcuni versi si sostituiva allo Stato nella crescita del territorio.
Questa rappresentazione della differenza tra vecchia e nuova mafia e' invece totalmente assente nell'immaginario dei ragazzi di Bergamo, cosi' come emerge sia dall'analisi quantitativa che dall'analisi delle interviste. Anche per quanto riguarda l'immagine dello Stato che viene fuori dal film preso in esame, i due campioni rispondono in maniera differente.
A Bergamo sembra che lo Stato, almeno quello rappresentato nella pellicola, non sia visto come positivo, ma, come prevedibile, debole, freddo e impotente: uno Stato che soccombe alla mafia e non ha mezzi o strumenti per contrastarla.
Diversa e' l'immagine riportata dai ragazzi di Cinisi, dove invece lo Stato, pur con le sue difficolta', appare in maniera piu' positiva: (so che ci sono delle persone che ci proteggono; i carabinieri, le forze dell'ordine quindi non ho paura;''). Tuttavia e' presente la consapevolezza che anche le istituzioni sono fatte di persone, e quindi possono essere soggette a inquinamenti della criminalita' mafiosa: (''e' da persona a persona; perche' c'e' l'amministratore che e' contro la mafia e' quello che invece viene aiutato'').
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INDICE AUTORI, TESTI CITATI |
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| autore | titolo |
| Amartya Sen | Un nobel e lo scontro di civiltà CORRIERE DELLA SERA 26-02-20 |
| Augusto Cavadi | La cultura siciliana: indicazioni per una diagnosi CDS giuseppe impastato |
| Bassi Cristina | Confcommercio: in aumento le estorsioni, ma solo 5 su cento denunciano Giovedì 20 Settembre 2007 Panorama |
| Dino Alessandra | Dov'è sparita la mafia Segno mensile Palermo – Anno XXXIII – N. 285-286 - Maggio-Giugno 2007 |
| Erbani Francesco | Mezzogiorno di gloria torna il Sud riabilitato Repubblica 10 settembre 1999 pagina 43 |
| Ficarra Angelo | La strage di Canicattì del 21 dicembre 1947 |
| Ficarra Giuseppina | Parliamo di sicilianismo |
| Ficarra Giuseppina | Cultura del popolo siciliano Riflessioni |
| Ficarra Giuseppina | Delitto Notarbartolo alla luce de "Il ritorno del Principe" |
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| Franchetti Leopoldo | Franchetti rilevava una contraddizione di fondo nell'azione dello Stato in Umberto Santino Antimafia istituzionale CDS giuseppe impastato |
| Gaetano Gullo | Mafia: la linea della palma si alza (dalla Sicilia a Legnano) Agorà I blog del Sole 24ORE |
| Gallissot René, Kilani Mondher, Rivera Annamaria | Il malinteso della cultura in L'imbroglio etnico in quattordici parole chiave editore Dedalo |
| Giuseppe Tomasi di Lampedusa | Giuseppe Tomasi di Lampedusa citato in Tra Europa e Indie di quaggiù di Giuseppe Maria Viscardi |
| Leoluca Orlando | Intervista a Leoluca Orlando di Francesco Silvestri Lupo: "Non è vero che l’opinione pubblica sostiene la mafia" |
| Leonardo Sciascia | La linea della palma in Il giorno della civetta L.Sciascia Opere – 1956.1971, p. 479 |
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| Lombardi Satriani Luigi M. | Antropologia della mafia |
| Lupo Salvatore | Storia della mafia Donzelli 2007 Cap. II La rivelazione 4. Sotto la lente di Franchetti Pag. 90, 91 e 92 |
| Lupo Salvatore | Storia della mafia Donzelli 2007 Delitto Notarbartolo Rivolta morale |
| Lupo Salvatore | Storia della mafia Donzelli 2007 google libri |
| Lupo Salvatore | Salvatore Lupo in Rivista di Antropologia 2006 numero VII no equazione socio-culturale, ovvero comportamento mafioso = antropologia dei siciliani |
| Pellicani Luciano | Luciano Pellicani direttore di mondo operaio Le separazioni del culturalismo |
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| Renda Francesco | “il teorema politico di una Sicilia e di un Mezzogiorno posti al di fuori della civiltà moderna …” in Storia della mafia Sigma 1997 pag.23/93/94/95; pag.102 |
| Renda Francesco | Storia della mafia Sigma 1997 Capitolo VI I processi Notarbartolo |
| Renda Francesco | una grande manifestazione antimafia, la prima forse della storia in Storia della mafia Sigma 1997 Capitolo VI I processi Notarbartolo pag.154 |
| Renda Francesco | il sicilianismo in Storia della mafia Sigma 1997 pag.164 |
| Renda Francesco | Origine di uno stereotipo in Storia della mafia Sigma 1997 pag.102 |
| Renda Francesco | A proposito dei rapporti mafia-politica in Storia della mafia Sigma 1997 pag.88 |
| Renda Francesco | Il movimento contadino siciliano avanguardia di civiltà in La Sicilia degli anni '50 pag.315 consultabile online |
| Roberto Scarpinato |
Il ritorno del Principe 2008, Chiarelettere |
| Rocco Sciarrone | Rocco Sciarrone e il paradigma interpretativo culturalista in Mafie vecchie, mafie nuove |
| Santino Umberto | Una storia contro gli stereotipi in Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 15 Introduzione |
| Santino Umberto | Borghesia mafiosa e società contemporanea CSD giuseppe impastato |
| Santino Umberto | Cultura siciliana e cultura mafiosa in Subcultura CSD Giuseppe impastato |
| Santino Umberto | Un museo laboratorio sulla lotta alla mafia Repubblica — 31 ottobre 2006 pagina 16 sezione: PALERMO |
| Santino Umberto | F. Di Maria – (…) G. Lo Verso 1998 in Scienze sociali, mafia e crimine organizzato, tra stereotipi e paradigmi CSD Giuseppe impastato |
| Travaglio Marco | Dopo Tangentopoli, cosi' il Principe si riprese le leggi e ricomincio' come prima L'Unità 2 ottobre 2008 |
| Umberto Santino | delitto Notarbartolo in "Dal Gattopardo al papello: una lunga storia di patti oscuri" La Repubblica cronaca di Palermo, il 7 novembre 2009 |
| Umberto Santino | l'approccio culturalista-psicologico in Stereotipi e paradigmi CDS Giuseppe impastato |
| Umberto Santino | il "paradigma della complessità" in L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997 |
| Umberto Santino | punti fondamentali di un atteggiamento antimafia in Storia del movimento antimafia Editori Riuniti, Roma 2000 |
| Umberto Santino | Scienze sociali, mafia e crimine organizzato, tra stereotipi e paradigmi CDS giuseppe impastato |
| Umberto Santino | cu vincìu? …. ha stravinto Totò Cuffaro in Cu vincìu? Ovvero: la Sicilia dopo la disfatta CDS giuseppe impastato |
| Umberto Santino | Movimento contadino e sindacale CDS giuseppe impastato |
| Umberto Santino | lo stereotipo dell'incivisme meridionale in Movimenti sociali e movimento antimafia CDS giuseppe impastato |
| Umberto Santino | Palermo e la Sicilia hanno vissuto la lotta alla mafia come una Resistenza permanente in Un museo laboratorio sulla lotta alla mafia Repubblica 31 ottobre 2006 |
Dire, poi, che <<l’analisi di Giuseppe di Lello conferma anche una lettura più illuminata del sicilianismo nel caso del delitto Notarbartolo, sicilianismo non “causa di..”, ma “strumento” nelle mani della classe politica di destra, “..funzionale alla sua tenuta”>>, è una battuta stupida ed anche infelice: boutades di questo tipo sono e devono restare sempre estranee al nostro orizzonte culturale, da cui le abbiamo bandite sin dalla nostra prima adolescenza.