| RASSEGNA STAMPA |
La teoria razziale dell'inferiorità del mezzogiorno
A quanti volevano demonizzare la società del Mezzogiorno scrive Arturo Labriola "A me pare defezione evidentissima da ogni criterio di materialismo storico il ritenere che delle regioni o delle nazioni prese in blocco possano essere tutte ritenute corrotte o perfette come i popoli eletti e i popoli condannati dal Signore"
Ecco cosa è il razzismo: una evidentissima defezione da ogni criterio di materialismo storico! Il razzista oggi sostituisce alla parola razza la parola cultura
"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".
Ordine Nuovo" 1920
SALVEMINI[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81. Lucchese, Salvatore, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini. Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004
Una versione aggiornata e più sofisticata di certe teorie razzistiche è presente nella letteratura.
La tesi della scuola antropologica positivistica che attribuiva il basso livello della vita nel mezzogiorno all’inferiorità della “razza” mediterranea fu condannata giustamente da Salvemini e Gramsci. Luigi Einaudi, riecheggiando il giudizio di Colajanni, ha rilevato:
<<Soltanto una pseudo-sociologia ciarlatanesca può dilettarsi a distinguere due razze in Italia, una votata al progresso e l’altra alla barbarie>>. (Parafrasando possiamo dire che soltanto una pseudo-sociologia può dilettarsi a distinguere due “culture” in Italia, due culture o peggio ancora due civiltà in Sicilia). Le teorie della scuola antropologica positivistica, ancorché superate hanno lasciato traccia nella coscienza collettiva, favorendo pregiudizi razzistici ieri come oggi. Non dimentichiamo che una versione aggiornata e più sofisticata di certe teorie razzistiche è presente nella letteratura. Mi riferisco, ad esempio, al desiderio di sonno, di oblio, di immobilità voluttuosa e di morte dei Siciliani di cui scrive Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel romanzo Il Gattopardo. Il protagonista del romanzo spiega al piemontese Chevalley di Monterzuolo cosa vogliono i Siciliani: <<Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare. […… ]. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane..>>
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La razza maledetta Origini del pregiudizio antimeridionale
Il
razzismo in italia Wikipedia
di
Umberto Santino
Origine di uno
stereotipo:
- Il Mezzogiorno tra dominio criminale e progetto di liberazione
- Movimenti sociali e movimento antimafia http://www.centroimpastato.it/publ/online/movimenti_sociali.php3
- lotta agli stereotipi e l'Introduzione della storia del movimento antimafia di umberto santino
Angelo Ficarra La strage di Canicattì del 21 dicembre 1947 Una bellissima pagina di una "straordinaria battaglia di civiltà che in tutta la Sicilia si combatteva per più umane condizioni di lavoro nelle campagne".
E' sempre il meridionale l’invasore più odiato
Questa volta il nemico è l’insegnante meridionale (e la scuola al Sud è un miracolo) Gennaro Carotenuto
Io insegnante meridionale nel profondo Nord di Giuseppina Ficarra
Ancora io insegnante meridionale "Contro la Lega, sciopero politico della scuola" di Giuseppina Ficarra
Federalismo etnico di Pietro Ancona
Sicilia "culla della mafia" di Pietro Ancona
I nati al Nord sono più bravi (anche se non lo sono) di Pietro Ancona
Test Invalsi, i più bravi al Sud ma i dati sono stati "aggiustati" La Repubblica 11.09.2009
Palermo sarebbe perfetta senza i palermitani di Vincenzo Cacioppo
vedi pure CULTURA MAFIOSA E MAFIA
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Una delle questioni principali riguarda il modo in cui gli esseri umani sono considerati. Devono essere classificati secondo le tradizioni (in particolare la religione) della comunità in cui sono nati, e questa identità non scelta deve avere la priorità rispetto ad altre affiliazioni riguardanti la politica, la professione, la classe, il genere, la lingua, la letteratura, l’impegno sociale e molte altre? O le persone devono essere considerate sulla base delle loro varie affiliazioni e associazioni, secondo priorità che spetta a loro decidere (assumendosi la responsabilità di una scelta ragionata)? Il premio Nobel Amartya Sen
Attribuire alla “cultura di un popolo” comportamenti negativi, questo è razzismo! Il razzista oggi ha sostituito la parola "razza" con la parola "cultura". Non esistono caratteristiche generali che tipicizzano in negativo una popolazione. Non tutti siamo Brighella, Arlecchino o Pulcinella.
Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.
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Augusto Cavadi La cultura siciliana: indicazioni per una diagnosi
Giuseppe Carlo Marino, si serve anche del <<concetto di egemonia di Gramsci, per dar ragione della presenza della cultura mafiosa in parte del popolo siciliano.>>
Ma mai una parola della cultura “socialista”, “civica” di parte del popolo siciliano riferendosi ai Fasci, poi alle lotte contadine del dopoguerra di cui lo stesso Carlo Marino si occupa (La Sicilia della stragi), alla vittoria del “Fronte popolare” in Sicilia nel 1947. "Si ignora che [....] allo scontro con la mafia si sono mossi in Sicilia movimenti di massa tra i più grandi d'Europa [U. Santino 2000a]"
Si potrebbe dire che questa cultura “socialista” “civica” fu stroncata nel sangue, ma soprattutto viene meno per la “ferita” della grande migrazione dei contadini siciliani, circa un milione di persone in due distinti periodi, un quarto della popolazione siciliana!!
Invece niente! Cultura mafiosa dall’800 ad oggi!!! Dimenticando anche il “quasi” plebiscito alle primarie per Rita Borsellino
Frasi storiche:
- "Siamo costretti ad accordare ai siciliani la qualifica di italiani"(Cilindro Montanelli detto Indro)
- Per combattere e
distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di
essere il re della mafia."
(on. Napoleone Colajanni);
-Nel
1871, il presidente Lanza a Rattazzi: “Je ne vous demande qu’un faveur:
Muselez (mettete la museruola) le méridionaux. Le danger pour l’Italie
est dans le Sud”;
Sciocco complimento « Ma lei non sembra siciliano! »
vedi anche:
ALLE RADICI DEL PREGIUDIZIO di Zenone di Elea,
L’interpretazione razzista della questione meridionale -
G. Lo Monaco --
Indiani d'America e briganti meridionali di Lucio Garofalo,
Augusto Cavadi La cultura siciliana -
Carlo Coppola L'insabbiamento culturale della questione meridionale -
La storia come non è mai stata insegnata dal tiranno di turno
http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/05/27/ma-gli-italiani-sono-bianchi/
vedi anche di Fr. Renda una pagina molto significativa che illustra lo scontro Nord - Sud
vedi Note all'articolo di Francesco Merlo e A proposito del _consenso sociale alle organizzazioni criminali organizzate di Giuseppina Ficarra
vedi anche QUANDO IL PREGIUDIZIO DIVENTA RAZZISMO
I Primati dei regni di Napoli e delle due Sicilie
Richiesta di sequestro dei gioielli di casa Savoia e di quant'altro depositati nei forzieri della Banca d'Italia (ruberie a danno del regno delle due Sicilie)
RISORGIMENTO INSANGUINATO di Antonella Randazzo
Alfredo Niceforo (presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia, scriveva: "La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia, ecc."
Teniamo presente che la pericolosità e la forza delle teorie razziali può essere quella di determinare per difesa e reazione, risposte e sentimenti razzisti.
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I termini politici e culturali della questione meridionale restano, generalmente, sullo sfondo dei saggi qui presentati e delle note che li precedono. Per essi si rinvia a numerosi lavori, scritti, riflessioni storiche, indicati nel saggio che apre questo volume e nelle note di commento ai brani. Mi è sembrato, inoltre, che l’aspra polemica sulle "due italie" e sulle cause che hanno determinato l’inferiorità del Sud e la superiorità del Nord, attribuite di volta in volta a fattori come la razza, la storia, la geografia, l’ambiente, o a un combinarsi di fattori antropologici e storico-sociali, possa avere un significato attuale anche al di là del periodo storico e del clima politico-culturale in cui ha avuto origine. Il dibattito, attraversato da una forte tensione politica, sui rapporti razza-società, razza-cultura, razza-storia e su quelli storia-società, geografia-cultura, ecc. non può essere comunque separato dalle più generali problematiche filosofiche, scientifiche e ideologiche, portate avanti dalla scuola antropologica positiva.
S’intende, altresì, che il dibattito sull’inferiorità razziale del Mezzogiorno e sulla decadenza della "razza" latina, mediterranea, meridionale non può essere compreso nemmeno a prescinder dalle teorie e dalle ricerche antropologiche sulle razze, sulla loro origine, diffusione, classificazione, che in quel periodo si svolsero in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, o prescindendo dalle acquisizioni della "dorrtina positiva" e soprattutto dalle riflessioni e dalle ricerche dell’antropologia criminale sui "delinquenti nati", che videro impegnati numerosi studiosi in un periodo storico in cui la società italiana era attraversata da gravi "disordini" e la borghesia nazionale aveva bisogno di controllare ed esorcizzare tutte le forme di opposizioni, riconducendole alla "questione criminale". Nelle note di introduzione ai singoli brani ho tentato di segnalare, di volta in volta, i nessi e i legami con le problematiche più vaste e generali. Nella scelta antologica dei brani mi sono soffermato soprattutto sulla "costruzione della psicologia" dei meridionali e dei settentrionali, che in quel periodo prendeva forma nelle posizioni provocatorie dei positivisti e nelle posizioni di reazione e opposizone a queste dottrine. Le contrapposte psicologie delle "due italie", ricondotte, di volta in volta, alla razza, alla storia, al clima, all’economia, ai rapporti sociali, ecc. (e spesso a più fattori contemporaneamente) nascono spesso dalla rielaborazione di una serie di immagini stereotipe e di forme di autorappresentazione, storicamente determinate e consolidate, delle popolazioni delle diverse regioni d’Italia.
L’invenzione delle "due psicologie", che
sovente assumeva contorni polemico-oppositivi nei confronti
della mancata unificazione nazionale e conduceva a concezione
federalistiche, avrebbe influenzato e condizionato negli anni
successivi la mentalità e la cultura dei ceti intellettuali e
dominanti e dei ceti popolari del Nord e del Sud. Non è
difficile vedere come quei discorsi "scientifici" sulle razze e
sulle psicologie, suggeriti dai positivisti, stiano all’origine
di pregiudizi, luoghi comuni, divisioni che non tendono a
scomparire, ma che anzi, in un contesto profondamente mutato,
vengono riproposti in termini nuovi, diversi nella forma, ma non
nella sostanza. In quegli anni il dibattito sulla razza e sull’inferiorità
del Mezzogiorno venne condotta in un’infinità di saggi, libri,
articoli, interventi, a riprova di come esso non rispondesse a
una moda, ma a esigenze conoscitive, cariche di un’urgenza
politica, sociale, culturale. Ogni riflessione, anche la più
banale, non veniva mai separata da proposte concrete, da
indicazioni sul "che fare?". L’urgenza e la passione politica
spiegano anche il carattere aspre, teso, ironico della polemica. Soluzioni radicali, "avanzate", connesse con il nascente
movimento socialista, sono presenti anche nelle posizioni dei
teorici della razza (Sergi, Lombroso, Niceforo), che oscillano
tra un pessimismo coerente con la loro idea della "razza
maledetta" e un dichiarato bisogno di vedere trasformate e
migliorate le condizioni di quella parte d’Italia, da cui essi
spesso provengono. L’idea di progresso e di civiltà che animava
i posivisti di quel periodo si rivela, tuttavia, lontana dalle
esigenze dei ceti popolari del Sud. Il dichiarato socialismo di
tanti studiosi appare più che altro il doveroso tributo a una
filosofia "moderna". La sostanziale sfiducia nella possibilità
di cambiamento nasceva spesso dall’osservazione di una realtà
che appariva disperata, immobile, immodificabile come la razza.
E con questa realtà dovevano fare i conti anche quei
meridionalisti che, pur lontani da impostazioni razziste, spesso
arrivavano a conclusioni pessimistiche a contatto con un
ambiente e una società che sembravano, e per molti versi erano,
statiche e chiuse.
I brani antologici abbracciano un arco di tempo molto limitato e
vanno dal 1898 (anno di pubblicazione de 'L’Italia barbara
contemporanea' di Niceforo) al 1906, anno in cui il libro di
Colajanni, 'Latini e anglosassoni. Razze inferiori e razze
superiori', che però era già uscito, in prima edizione, nel
1903, e in cui lo studioso risponde agli ultimi lavoro di Sergi
e di Niceforo, chiudeva di fatto quel dibattito, che aveva
caratterizzato una stagione di crisi e di transizione del
meridionalismo e di crisi definitiva della cultura positivista
italiana. Il dibattito, come si vedrà, è concentrato nel
quadriennio 1898-1901 e particolarmente nel 1898 quando il
Pensiero Contemporaneo avvia un’inchiesta sulla questione
meridionale, a cui partecipano i maggiori studiosi positivisti e
merdionalisti, e che verrà pubblicata, insieme ad altri
interventi, da Antonio Renda nel 1900 (di questa inchiesta
vengono pubblicati integralmente soltanto gli interventi di
Sergi e di Salvemini, ma ad essa farò costante riferimento nelle
note introduttive ai singoli brani con l’indicazione: Renda QM).
I brani sono organizzati, essenzialmente, secondo la loro data di apparizione (non sempre puntualmente rispettata perchè uscivano spesso contemporaneamente), ma montati in maniera tale da dare conto anche dell’intensità e dell’asprezza del dibattito. Due volte s’incontreranno scritti di Niceforo e di Colajanni (il primo è il maggiore assertore e divulgatore della teoria dell’inferiorità razziale del Mezzogiorno, il secondo, figura di primo piano del meridionalismo, il suo più documentato e accanito oppositore) sia per seguire la costante evoluzione della polemica, sia per restituire la complessità, la ricchezza, la tensione del confronto. E’ ovvio che le problematiche affrontate dai singoli studiosi rinviano a un "prima" e un "dopo" del loro pensiero e delle loro impostazioni di cui qui non si è potuto tenere conto se non in minima parte. Nelle note di presentazione dei singoli brani ho tentato di segnalare, di volta in volta, motivi differenti che appaiono legati al dibattito sulla "razza maledetta", ma anche a tematiche meridinalistiche o a questioni proprie della scuola antropologica e dei suoi oppositori.
Naturalmente autori,
diversamente noti, come Sergi, Lombroso, Nicefor, Rossi,
Colajanni, Salvemini, Fortunato, Ciccotti che appartengono a
pieno titolo alla storia delle idee e della cultura nazionale,
qui vengono considerati quasi soltanto in relazione alla loro
partecipazione a quel particolare dibattito in quel limitato
periodo. Le note di presentazione dei brani rinviano a questioni
e a tematiche accennate o trattate nel saggio introduttivo, e
spesso sviluppano motivi che non potevano essere affrontati
nella loro complessità in un saggio relativamente breve, che
conserva una sua autonomia. Nelle note di presentazione fornirò
i riferimenti bibliografici completi soltanto quando non sono
stati già citati nel saggio introduttivo. Ho preferito non
intervenire minimamente sui testi degli autori e mi sono
limitato a eliminare qualche nota "superflua" o a integrare
qualche riferimento bibliografico incompleto.
Un amicale ringraziamento va a Massimo Cresta e a Marco Bascetta,
per i loro costanti suggerimenti e incoraggiamenti. Ringrazio
Ida Rende che nel corso di tanti incontri mi ha fornito
importanti indicazioni sulla figura di Pasquale Rossi. Ringrazio
pure la dott.ssa Cinzia Cassani e il personale della Biblioteca
Giustino Fortunato di Roma per la loro costante disponibilità.
Desidero esprimere la mia gratitudine a Maria Costanza la cui
affettuosità è stata decisiva anche in questa occasione. Un
pensiero particolare a Felicia che è stata preziosa con la sua
presenza e collaborazione. La mia vicinanza va alle "razze
maledette" di ieri e di oggi, a quanti si adoperano perchè la
"diversità" diventi elemento di attrazione e non di rifiuto.
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Il razzismo in italia Wikipedia
A partire dall'unificazione italiana l'establishment politico e culturale italiano influenzato dalle teorie internazionali del razzismo scientifico (vedi articolo nella pagina) del positivismo e dell'eugenetica si orientò verso posizioni razziste e antimeridionali (e molti studiosi meridionali sostennero a loro volta l'anti-meridionalismo). Di questo clima politico e culturale furono artefici tra l'altro le pubblicazioni del criminologo Cesare Lombroso (autore di saggi tendenti a dimostrare l'innata natura criminale dei meridionali e per il quale l'intero popolo del Mezzogiorno assume i connotati del delinquente atavico), le teorie di Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Alfredo Niceforo (presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia, che scriveva: "La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia, ecc".), di Enrico Ferri (secondo cui "la minore criminalità nell'Italia settentrionale derivava dall'influenza celtica"), Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri, nonché di moltissimi altri magistrati, medici, psichiatri, uomini politici, che influenzarono grandemente l'opinione pubblica italiana e mondiale.
Non furono posizioni isolate, al contrario era la convinzione "scientifica" della quasi totalità degli degli uomini di cultura europei, nonchè dei ceti dominanti e dell'opinione pubblica dell'epoca. Già nel 1876 la tesi razzista fu pienamente avallata dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulla Sicilia che concluse: «la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta». Cioé le stesse caratteristiche "psico-genetiche" che, con lo stesso identico linguaggio, i razzisti di tutto il mondo attribuivano alla cosidetta "razza" nera. E di questo erano "accusati" i mediterranei: di essere "meticci", discendenti di popolazioni preistoriche di razza africana e semitica.
Questo clima determinò tre cose:
1. Subito fin dall'unità fu attuata una politica di tipo coloniale nei confronti del sud (spesso definito nei giornali dell'epoca «Africa italiana»), che ha portato quello che prima dell'unità era lo stato più ricco e sviluppato d'Italia (il Regno delle Due Sicilie) alla povertà quasi assoluta.
2. Il sud fu politicamente abbandonato alla criminalità poiché essa venne considerata inestirpabile, essendo intrinseca a una cultura inferiore e primitiva, frutto di un popolo che essendo "reo" di avere avuto influenze genetiche "negroidi" e semitiche era un popolo di "criminali nati" secondo la terminologia del Lombroso.
3. I governi del regno d'Italia smantellarono le industrie e le infrastrutture del sud per ricostruirle al nord. Questo anche perché si riteneva che i settentrionali, per indole razziale, clima, temperamento e superiore civiltà "bianca" fossero più idonei a comprendere e gestire l'economia della nazione.
L'atteggiamento dello stato italiano, che già nel 1876 accettò la teoria dell'esistenza di almeno due razze in italia: la euroasiatica (padana e "ariana"), la euroafricana (centro-meridionale e "negroide"), contribuì in modo determinante alla nascita di un diffuso razzismo antimeridionale nel nord Italia e in tutto il mondo. Basandosi sulle dichiarazioni degli scenziati italiani gli Stati Uniti d'America hanno dato luogo a forme esplicite di apartheid politico nei confronti dei meridionali (in particolare negli stati del sud degli USA: Alabama, Virginia, ecc.). Più in generale gli immigrati italiani venivano separati al loro arrivo a Ellis Island (New York), i settentrionali venivano fatti sbarcare dal lato riservato ai "bianchi" i meridionali da quello riservato ai "non-whites". Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti nel 1911. Ai siciliani poi, per via della più recente (medioevale) commistione con mori e saraceni, spettava nel profondo sud americano il soprannome di "white niggers" (negri color chiaro) oltre quello di "black dagos" (black = negro & dagos da dagger= accoltellatore) con conseguente apartheid economico, politico e sociale. La loro paga era inferiore a quella dei "neri" e insieme a loro spesso erano linciati per futili motivi: dal 1880 al 1930, secondo i dati ufficiali, il 90% di tutti i linciati "europei" negli USA erano immigrati italiani, meridionali e/o siciliani. Ed erano spesso minacciati dal Ku Klux Klan.
La stessa campagna razzistica si svolse in l'Australia e in altre nazioni di cultura anglosassone, ma non solo. Fino a quando, verso la fine degli anni 1930 in Italia vennero varati provvedimenti, le cosiddette leggi razziali fasciste, principalmente contro le persone di religione ebraica o di origine semitica, a difesa di una presunta "razza italiana". Nel 1938 infatti alcuni scienziati italiani sottoscrissero il Manifesto della razza, noto anche come Manifesto degli scienziati razzisti, il cui testo fu scritto in netta contraddizione con le precedenti teorie, e in esso si volle affermare - per opportunismo politico, dovuto all'alleanza con la Germania - l'esistenza di un'unica ipotetica "razza italiana", interamente ariana.
Il "Manifesto della razza" del fascismo assimilava i popoli latini mediterranei, prima considerati inferiori, a quelli germanici e ariani, facendoli entrambi "puri ariani" e quindi razzialmente superiori a tutti gli altri (semiti, camiti, asiatici, slavi, ecc.). La sua pubblicazione coincise con quella delle leggi razziali in Italia, che furono responsabili della deportazione e uccisione di centinaia di migliaia di ebrei, zingari e appartenenti ad altre etnie. Come effetto grottesco, l'anno dopo la pubblicazione del Manifesto della razza, nel 1940, i meridionali negli USA divennero ufficialmente "whites" (bianchi).
Tuttavia né questo repentino e breve cambiamento, né il successivo capolinea del razzismo scientifico, rigettato come pseudoscienza subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, modificarono la mentalità formatasi in quasi un secolo di propaganda antimeridionale. Forme inconsce e semi-clandestine di razzismo antimeridionale hanno persistito fino ad oggi e sono spesso documentate da denuncie pervenute a livello mondiale. Oggi questo antico razzismo viene in gran parte riattualizzato da alcuni semplicemente sostituendo alla parola "razza" quella di "cultura", "popolo" o "civiltà" e mantenendo intatta la stessa precedente impostazione "pseudo-scientifica".
Secondo alcuni sociologi in Italia a partire dal dopoguerra gli effetti di questa lunga campagna propagandistica avrebbero dato luogo a due psicologie: la prima al nord sarebbe caratterizzata da un diffuso sentimento narcisistico di esagerata autostima (il Nord guida morale d'Italia), la seconda al Sud avrebbe determinato un vasto sentimento fatalista, autocommiseratorio e diffidente nei confronti dello stato.
Nell'ultimo decennio a questo si sono aggiunti fenomeni di avversione contro i popoli semiti (gli arabi) e non cristiani (in particolare musulmani) tra i quali ci sono gli stessi europei, come gli albanesi. Questi atteggiamenti sono facilmente misurabili al nord dove da tempo alcune consistenti minoranze politiche sono tornate a essere aperte sostenitrici di queste antiche teorie pseudoscientifiche e razzistiche che postulavano l'esistenza di civiltà e popoli "superiori". Non sono invece misurabili quantitativamente al sud dove nessuna idea xenofoba ha finora mai raccolto ampi consensi politici.
Il razzismo anti-ebraico, che ha origini storiche e religiose più antiche, secondo molte indagini demoscopiche continua ad esistere in tutta Italia, sebbene in forme meno manifeste.
http://it.wikipedia.org/wiki/Razzismo#In_Italia
Palermo sarebbe perfetta senza i palermitani di Vincenzo Cacioppo
Ho sentito
questa frase migliaia di volte e devo ammettere che rispecchia la realtà.
E sapete perché? Perché i palermitani odiano la propria città, non la accettano,
non la conoscono, se ne vergognano. E non sto parlando del “popolino”
(termine che uso senza alcuna accezione offensiva, ma solo per fare intendere al
lettore di quale parte di popolazione sto parlando) che, con tutti i suoi
difetti, riconosce la grandezza di questa città, a modo proprio la apprezza e
talvolta crede di non esserne degna.
Parlo proprio di quella fetta di palermitani del ceto medio e medio alto,
istruiti o pseudo tali, che viaggia ma non osserva, che vede solo quello che
vuole vedere.
Questi palermitani, che siamo noi, hanno avuto inculcato sin da piccoli che
tutto quello che viene da fuori è bene, tutto quello che è proprio di questa
città, non “serve”. E tutto questo è stato, e lo è tuttora, avallato da anni di
televisione nordica che ha convinto l’Italia intera, noi compresi,
dell’esistenza di un nord “operoso e civile” ed un sud “retrogrado, ignorante e
lavativo”, omettendo però che questo nord è frutto del lavoro di tanti
meridionali. (E qui ci vorrebbe un post a parte per approfondire i motivi che
hanno portato alla crescita del nord a scapito del sud).
Ci siamo, negli anni, così convinti di essere un popolo di serie C, che crediamo
ormai di essere gli unici. Siamo convinti che qualsiasi paese nel mondo, anche
l’Africa, sia più civile di noi.
Crediamo che l’inciviltà della gente, le doppie file, le strade sporche, gli
scippi, i borseggi, l’abusivismo, la gente “tascia”, la mafia e tutto
il peggio che l’uomo può produrre, siano esclusiva di questa città. Ebbene siamo
diventanti talmente presuntuosi che niente ci potrà far cambiare idea.
Abbiamo cominciato a viaggiare, non più Roma, Milano o Venezia, ma adesso le
nostre mete preferite sono Londra e New York. Ma quanti di noi si soffermano ad
osservare, a conoscere realmente le realtà locali, a leggere i loro quotidiani?
Pochi, molto pochi. Quello che facciamo realmente è una rapida occhiata ai
monumenti principali, e poi subito a fare shopping per poter sfoggiare in patria
quello che da noi ancora non c’è, in modo che quando arriverà, possiamo dire che
noi lo abbiamo da una vita. Perché? Per i motivi di cui sopra. Ovvero dobbiamo
dimostrare a noi stessi che quello che dice la TV è vero. Siamo retrogradi. Ne
siamo fermamente convinti.
Stanno per aprire finalmente diversi centri commerciali. Finalmente? Ma a parte
la creazione di posti di lavoro, a Palermo ce n’è veramente bisogno? Analizzo
meglio il concetto. Faccio il paragone preferito dai palermitani: Palermo e
Milano. Chi di voi è stato a Milano e coloro che ci vivono, difficilmente
avranno notato che la possibilità di fare acquisti in città è molto scarsa. A
parte la zona Duomo con Via Torino ed il Corso Buenos Aires, il resto della
città è desolazione. E perfino in corso Buenos Aires i negozi insistono solo in
quell’asse, nelle traverse non troverete negozi. Allora si che ha senso creare
dei centri commerciali alternativi.
Palermo è un centro commerciale a cielo aperto. Non c’è viale, strada, traversa,
vicolo che non abbia negozi.
E allora? Allora senza il centro commerciale ci sentiamo sottosviluppati.
Retrogradi.
Retrogradi come la nostra mentalità.
Qualche giorno fa, facendo zapping, mi sono soffermato sulla trasmissione di
Rita Dalla Chiesa dove vi era una donna di una certa età che non accettava la
corte di un uomo più giovane di lei. La signora Dalla Chiesa ad un certo punto
intervista un uomo del pubblico, un siciliano, che asseriva che l’uomo in
questione avrebbe dovuto farsi desiderare. La Dalla Chiesa lo apostrofò con la
seguente frase: «ecco la solita mentalità meridionale», dando a questa frase
un’accezione negativa (poi l’uomo espresse meglio il concetto e la Dalla Chiesa
gli diede ragione).
Qual è questa mentalità meridionale così catastrofica per la società?
È quella che la donna deve accudire la famiglia e fare le faccende di casa.
L’uomo va a lavorare e porta il pane a casa. Ambedue sono gelosi. Le ragazze non
devono uscire da sole e comunque ritirarsi a casa presto. L’onore della
famiglia.
No so per voi, ma per me tutto ciò è la trama di tutti i telefilm americani che
ho visto finora. Dai Jefferson alla Famiglia Bradford da Tutto in famiglia a La
vita secondo Jim per arrivare ai Simpson ed ai Griffin.
Ma allora anche gli americani sono retrogradi, o noi siamo come gli americani? E
perché agli americani tutto ciò è permesso e a noi meridionali è contestato?
Siamo sicuri che siamo noi quelli sbagliati?
E allora perché tendiamo sempre più ad assomigliare ai popoli nordici?
Siamo certi di volere ragazzini drogati, violenti, bambine non più tali, rave
party, droga, alcol, risse, impiegati imbottiti di birra o aperitivi dopo il
lavoro o i suicidi dei giovani norvegesi?
Sì. Vogliamo tutto questo perché ci sentiamo inferiori e perché non vogliamo
fare “malafiùra”.
La “malafiùra” è l’ossessione del palermitano. Ed è il più grande paradosso di
questa città.
Abbiamo il terrore che qualcuno possa pensare male di noi.
La “malafiùra” parte nell’ambito familiare verso parenti ed amici, si blocca e
sparisce verso i concittadini, riprende forza e vigore verso gli stranieri
(ovvero tutti quelli che vivono fuori dalla provincia).
Tutti abbiamo letto la lettera di scuse del nostro sindaco ai turisti per le
condizioni delle strade ricolme di spazzatura. Devo aggiungere altro?
O l’intervista di qualche anno fa del GdS ad una donna del nord colpita da una
masso scivolato da Monte Pellegrino. La cronista domanda se dopo questa
disavventura tornerà più a Palermo. La donna risponde di no. Tragedia.
Ma chi se ne frega? Ma se ne stia a casa sua nel civilissimo nord. Qualche anno
fa mentre ero a Parigi un siciliano morì in seguito ad uno scippo. Un trafiletto
nel giornale locale. Una cosa normale che non meritava approfondimenti.
Noi invece dobbiamo sbandierare ai quattro venti ed a voce alta il peggio di
questa città, dobbiamo sbatterlo in prima pagina, farlo conoscere a più gente
possibile. Ecco il paradosso della “malafiùra”.
Il resto del mondo lava i panni sporchi in casa propria. Ecco perché quando
viaggiamo, a parte i paraocchi che indossiamo, crediamo che tutto sia perfetto.
Siamo bravissimi a denigrare Palermo. È il nostro sport preferito.
Abbiamo una storia che il mondo ci invidia, monumenti spettacolari, il parco
pubblico più grande d’Europa, il teatro lirico più grande d’Italia, uno degli
orti botanici più importanti del mondo, una spiaggia fantastica, abbiamo la
possibilità di andare a mare quando vogliamo, abbiamo menti brillanti, artisti
importanti, viali alberati, bei negozi, Monte Pellegrino e chi più ne ha più ne
metta.
Tutto questo il palermitano non lo apprezza, molti non lo conoscono neppure,
altri credono che comunque quello che c’è nelle altre città è molto meglio.
Siamo sempre alla ricerca della perfezione, ma aspettiamo che siano gli altri ad
agire per primi. Ma siamo subito pronti a criticare.
Molti di voi adesso diranno che abbiamo, di contro, un’amministrazione pubblica
ed un sindaco che hanno ridotto questa città uno schifo.
È vero. Ma ricordatevi che il sindaco è palermitano. Anzi è più palermitano di
tutti noi e noi lo abbiamo voluto.
Pertanto una preghiera. Cominciate ad amare questa città, apprezzate quello che
c’è di buono, difendetela, prendetevene cura. Allontanate coloro che ne parlano
male e la disprezzano solo per il gusto di farlo. Cerchiamo di essere più
propositivi e smettiamo di criticare sempre e comunque in maniera disfattista.
Uniamoci ed alleamoci per il bene comune che è il grande assente di questa
città. Abbiate sempre pensieri positivi e Palermo ce ne sarà grata.