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           La teoria razziale dell'inferiorità del mezzogiorno      

A quanti volevano demonizzare la società del Mezzogiorno scrive Arturo Labriola "A me pare defezione evidentissima da ogni criterio di materialismo storico il ritenere che delle regioni o delle nazioni prese in blocco possano essere tutte ritenute corrotte o perfette come i popoli eletti e i popoli condannati dal Signore"

  Ecco cosa è il razzismo: una evidentissima defezione  da ogni criterio di materialismo storico! Il razzista oggi sostituisce alla parola razza la parola cultura

Per Gramsci, il partito socialista ha anche commesso il gravissimo errore di aver consentito ad un diffuso pregiudizio contro i meridionali tra la stessa classe operaia del Nord. «E' noto - scriveva Gramsci - quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo dell'Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l'esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede tutto il suo crisma a tutta la struttura "meridionalista" della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano, e i minori seguaci... ancora una volta la "scienza" era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta si ammantava dei colori socialisti, pretendeva di essere la scienza del proletariato.» (3)
A.Gramsci - Quaderni vol. III
 A.Gramsci - Alcuni temi della quistione meridionale
Altrove Gramsci ebbe a dire:

"Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".

Ordine Nuovo" 1920

SALVEMINI[ ... ] Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Carigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici». Cfr. Lettera di G. Salvemini ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911, cit., pp. 478-81.  Lucchese, Salvatore, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini. Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita, 2004

 

 

 

 Una versione aggiornata e più sofisticata di certe teorie razzistiche è presente nella letteratura.

La tesi della scuola antropologica positivistica che attribuiva il basso livello della vita nel mezzogiorno all’inferiorità della “razza” mediterranea  fu condannata giustamente da Salvemini e Gramsci. Luigi Einaudi, riecheggiando il giudizio di Colajanni, ha rilevato:

<<Soltanto una pseudo-sociologia ciarlatanesca può dilettarsi a distinguere due razze in Italia, una votata al progresso e l’altra alla barbarie>>. (Parafrasando possiamo dire che soltanto  una pseudo-sociologia può dilettarsi a distinguere due “culture” in Italia, due culture o peggio ancora due civiltà in Sicilia). Le teorie della scuola antropologica positivistica, ancorché superate hanno lasciato traccia nella coscienza collettiva, favorendo pregiudizi razzistici ieri come oggi.  Non dimentichiamo che una versione aggiornata e più sofisticata di certe teorie razzistiche è presente nella letteratura. Mi riferisco, ad esempio, al desiderio di sonno, di oblio, di immobilità voluttuosa e di morte dei Siciliani di cui scrive Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel romanzo Il Gattopardo. Il protagonista del romanzo spiega al piemontese Chevalley di Monterzuolo cosa vogliono i Siciliani: <<Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare. […… ]. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane..>>

Vedi  Tra Europa e Indie di quaggiù  Di Giuseppe Maria Viscardi

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La razza maledetta Origini del pregiudizio antimeridionale

 

 Il razzismo in italia   Wikipedia


Origine di  uno stereotipo:

di Umberto Santino vedi:

- Il Mezzogiorno tra dominio criminale e progetto di liberazione

- Movimenti sociali e movimento antimafia   http://www.centroimpastato.it/publ/online/movimenti_sociali.php3

-  lotta agli stereotipi   e  l'Introduzione della storia del movimento antimafia di umberto santino

Angelo Ficarra  La strage di Canicattì del 21 dicembre 1947  Una bellissima pagina di una "straordinaria battaglia di civiltà che in tutta la Sicilia si combatteva per più umane condizioni di lavoro nelle campagne".

Margherita Hack Cenni di storia dell’astronomia  di Sicilia  Prefazione  

 

E' sempre il meridionale l’invasore più odiato

Questa volta il nemico è l’insegnante meridionale (e la scuola al Sud è un miracolo) Gennaro Carotenuto

Professore, meridionale, eroe di Francesco Merlo

Io insegnante meridionale nel profondo Nord  di Giuseppina Ficarra

Ancora io insegnante meridionale "Contro la Lega, sciopero politico della scuola" di Giuseppina Ficarra

Federalismo etnico di Pietro Ancona

Sicilia "culla della mafia" di Pietro Ancona

I nati al Nord sono più bravi (anche se non lo sono) di Pietro Ancona

Test Invalsi, i più bravi al Sud ma i dati sono stati "aggiustati"  La Repubblica 11.09.2009

Palermo sarebbe perfetta senza i palermitani di Vincenzo Cacioppo

vedi pure CULTURA MAFIOSA E MAFIA

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Una delle questioni principali riguarda il modo in cui gli esseri umani sono considerati. Devono essere classificati secondo le tradizioni (in particolare la religione) della comunità in cui sono nati, e questa identità non scelta deve avere la priorità rispetto ad altre affiliazioni riguardanti la politica, la professione, la classe, il genere, la lingua, la letteratura, l’impegno sociale e molte altre? O le persone devono essere considerate sulla base delle loro varie affiliazioni e associazioni, secondo priorità che spetta a loro decidere (assumendosi la responsabilità di una scelta ragionata)?  Il premio Nobel Amartya Sen

Attribuire alla “cultura di un popolo” comportamenti negativi, questo è razzismo! Il razzista oggi ha sostituito la parola "razza" con la parola "cultura". Non esistono caratteristiche generali che tipicizzano in negativo una popolazione. Non tutti siamo Brighella, Arlecchino o Pulcinella.

Il paradosso dei paradossi è che hanno inculcato al Popolo Siciliano il pregiudizio razziale su se stesso.

Nasconde un'insidia razzista il considerare gli uomini come prodotto piuttosto che produttori di cultura. Le persone devono essere giudicate e trattate in quanto individui, non in quanto membri di gruppi con caratteristiche collettive.

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Augusto Cavadi La cultura siciliana: indicazioni per una diagnosi

Per parlare della “cultura” del popolo siciliano si parte sempre dal “pro sicilia”  per approdare al concetto di cultura mafiosa sempre presente in gran parte del popolo siciliano da allora fino ai nostri tempi.

Giuseppe Carlo Marino, si serve anche del <<concetto di egemonia di Gramsci, per dar ragione della presenza della cultura mafiosa in parte del popolo siciliano.>>

Ma mai una parola della cultura “socialista”, “civica” di parte del popolo siciliano riferendosi ai Fasci, poi alle lotte contadine del dopoguerra di cui lo stesso Carlo Marino si occupa (La Sicilia della stragi), alla vittoria del “Fronte popolare” in Sicilia nel 1947. "Si ignora che [....] allo scontro con la mafia si sono mossi in Sicilia movimenti di massa tra i più grandi d'Europa [U. Santino 2000a]"

Si potrebbe dire che questa cultura “socialista” “civica” fu stroncata nel sangue, ma soprattutto viene meno per la “ferita” della grande migrazione dei contadini siciliani, circa un milione di persone in due distinti periodi, un quarto della popolazione siciliana!!

Invece niente! Cultura mafiosa dall’800 ad oggi!!! Dimenticando anche il “quasi” plebiscito alle primarie per Rita Borsellino

Frasi storiche:

- "Siamo costretti ad accordare ai siciliani la qualifica di italiani"(Cilindro Montanelli detto Indro)                              

- Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia."
(on. Napoleone Colajanni);
 

-Nel 1871, il presidente Lanza a Rattazzi: “Je ne vous demande qu’un faveur: 
Muselez
(mettete la museruola) le méridionaux. Le danger pour l’Italie est dans le Sud”;

Sciocco complimento « Ma lei non sembra siciliano! »

vedi anche:

 ALLE RADICI  DEL PREGIUDIZIO di Zenone di Elea,  

L’interpretazione razzista della questione meridionale  - 

G. Lo Monaco  --

 definizione di razzismo   

Borboni di Vittorio Messori     

Indiani d'America e briganti meridionali di Lucio Garofalo, 

Augusto Cavadi La cultura siciliana -

Carlo Coppola L'insabbiamento culturale della questione meridionale   - 

La storia come non è mai stata insegnata dal tiranno di turno  

A quale «razza» appartevano gli italiani emigrati in America, a cavallo tra XIX e XX secolo? Erano bianchi o «negri»?  

http://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/05/27/ma-gli-italiani-sono-bianchi/   

vedi anche di Fr. Renda  una pagina molto significativa che illustra lo scontro Nord - Sud

vedi   Note all'articolo di Francesco Merlo  e A proposito del _consenso sociale alle organizzazioni criminali organizzate  di Giuseppina Ficarra

vedi anche   QUANDO IL PREGIUDIZIO DIVENTA RAZZISMO

I Primati dei regni di Napoli e delle due Sicilie

 Numerosi ed efficaci sono i contributi che la Sicilia ha dato, nel corso dei
secoli, al comune progresso

Richiesta di sequestro dei gioielli di casa Savoia e di quant'altro depositati nei forzieri della Banca d'Italia (ruberie a danno del regno delle due Sicilie)

  RISORGIMENTO INSANGUINATO   di Antonella Randazzo   

Alfredo Niceforo (presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia,   scriveva: "La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia, ecc."

Teniamo presente che la pericolosità e la forza delle teorie razziali può essere quella di determinare per difesa e reazione, risposte e sentimenti razzisti.

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La razza maledetta - Un brano  

 
Teti Vito
La razza maledetta
Origini del pregiudizio antimeridionale

1993 pp.254 esaurito 

 
Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento si afferma in Italia la teoria razziale dell'inferiorità del Mezzogiorno. Niceforo, principale divulgatore di questa teoria, si richiamava all'antropologia criminale di Lombroso. La spiegazione razziale dell'inferiorità morale e sociale dei meridionali costituì l'esito più paradossale di una continua e sistematica negazione dell'altro. La teoria della «razza maledetta» fu denunciata da numerosi meridionalisti, in particolare da Napoleone Colajanni, come un «romanzo antropologico» che nasceva come comoda scorciatoia per spiegare differenze e separazioni tra Nord e Sud. Nonostante l'opposizione di numerosi studiosi, la teoria razziale si affermò come linguaggio funzionale all'ideologia dei ceti dominanti italiani e stranieri. Il «romanzo antropologico» influenzò le posizioni di magistrati, medici, psichiatri, uomini politici e, più in generale, l'opinione pubblica del Nord. Esso finì col generare un sentire comune e diffuso, all'origine di stereotipi ancor oggi operanti, come ci mostra la cronaca quotidiana. E alimentò tra i meridionali l'idea pessimistica dell'immutabilità dello stato delle cose, sia atteggiamenti di ostilità nei confronti delle popolazioni del Nord. La pericolosità e la forza delle teorie razziali è appunto quella di determinare comunque, anche per difesa e reazione, risposte e sentimenti razzisti. Nell'aspro dibattito che si svolse in quel periodo tra studiosi di matrice positivista e meridionalisti (qui vengono riproposte le posizioni di Niceforo, Sergi, Colajanni, Rossi, Ciccotti, Lombroso, Salvemini, Fortunato) affiorano termini e problemi che tornano oggi a segnare l'attualità sociale e politica.


Premessa

I libri, si sa, hanno un loro destino e hanno la loro presentazione rituale come se l'autore dovesse affidare ad una bottiglia un messaggio che poi prenderà una strada indipendente dalle sue intenzioni. Le raccolte antologiche - proprio per la "tendenziosità" con cui i brani vengono scelti, tra i tanti possibili, e altri, ugualmente importanti, vengono messi da parte - sembrano maggiormente esporre l'autore al rischio della "arbitrarietà" che presiede a tutti i discorsi, anche i più critici e i più presuntamente "oggettivi". Anche questa raccolta non si sottrae al rituale di un'avvertenza che annuncia il carattere necessariamente indicativo e limitato dei brani proposti. D’altra parte più brani vengono scelti e più si ha la consapevolezza delle esclusioni. Sono tuttavia fiducioso che la scelta dei brani, che è anche esplicitazione di scelte culturali, non abbia intaccato gli intenti informativi e critici del lavoro. Gli scritti sulla teoria raziale dell’inferiorità sociale e morale del Mezzogiorno rispetto al Settentrione d’Italia (opera di famosi e meno noti studiosi della scuola antropologica e criminologica positiva) e quelli di studiosi che a questa teoria si oppongono tenacemente (soprattutto gli appartenenti alla cultura meridionalista) non possono essere compresi, nel loro completo significato e nella loro portata teorico-culturale, se si prescinde dalla problematica meridionalista che si afferma negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, dalla crisi del meridionalismo liberale, dalla storia sociale e politica del paese, che in quel periodo attraversa grandi tensioni e profonde trasformazioni.

 I termini politici e culturali della questione meridionale restano, generalmente, sullo sfondo dei saggi qui presentati e delle note che li precedono. Per essi si rinvia a numerosi lavori, scritti, riflessioni storiche, indicati nel saggio che apre questo volume e nelle note di commento ai brani. Mi è sembrato, inoltre, che l’aspra polemica sulle "due italie" e sulle cause che hanno determinato l’inferiorità del Sud e la superiorità del Nord, attribuite di volta in volta a fattori come la razza, la storia, la geografia, l’ambiente, o a un combinarsi di fattori antropologici e storico-sociali, possa avere un significato attuale anche al di là del periodo storico e del clima politico-culturale in cui ha avuto origine. Il dibattito, attraversato da una forte tensione politica, sui rapporti razza-società, razza-cultura, razza-storia e su quelli storia-società, geografia-cultura, ecc. non può essere comunque separato dalle più generali problematiche filosofiche, scientifiche e ideologiche, portate avanti dalla scuola antropologica positiva.

S’intende, altresì, che il dibattito sull’inferiorità razziale del Mezzogiorno e sulla decadenza della "razza" latina, mediterranea, meridionale non può essere compreso nemmeno a prescinder dalle teorie e dalle ricerche antropologiche sulle razze, sulla loro origine, diffusione, classificazione, che in quel periodo si svolsero in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, o prescindendo dalle acquisizioni della "dorrtina positiva" e soprattutto dalle riflessioni e dalle ricerche dell’antropologia criminale sui "delinquenti nati", che videro impegnati numerosi studiosi in un periodo storico in cui la società italiana era attraversata da gravi "disordini" e la borghesia nazionale aveva bisogno di controllare ed esorcizzare tutte le forme di opposizioni, riconducendole alla "questione criminale". Nelle note di introduzione ai singoli brani ho tentato di segnalare, di volta in volta, i nessi e i legami con le problematiche più vaste e generali. Nella scelta antologica dei brani mi sono soffermato soprattutto sulla "costruzione della psicologia" dei meridionali e dei settentrionali, che in quel periodo prendeva forma nelle posizioni provocatorie dei positivisti e nelle posizioni di reazione e opposizone a queste dottrine. Le contrapposte psicologie delle "due italie", ricondotte, di volta in volta, alla razza, alla storia, al clima, all’economia, ai rapporti sociali, ecc. (e spesso a più fattori contemporaneamente) nascono spesso dalla rielaborazione di una serie di immagini stereotipe e di forme di autorappresentazione, storicamente determinate e consolidate, delle popolazioni delle diverse regioni d’Italia.

    L’invenzione delle "due psicologie", che sovente assumeva contorni polemico-oppositivi nei confronti della mancata unificazione nazionale e conduceva a concezione federalistiche, avrebbe influenzato e condizionato negli anni successivi la mentalità e la cultura dei ceti intellettuali e dominanti e dei ceti popolari del Nord e del Sud. Non è difficile vedere come quei discorsi "scientifici" sulle razze e sulle psicologie, suggeriti dai positivisti, stiano all’origine di pregiudizi, luoghi comuni, divisioni che non tendono a scomparire, ma che anzi, in un contesto profondamente mutato, vengono riproposti in termini nuovi, diversi nella forma, ma non nella sostanza. In quegli anni il dibattito sulla razza e sull’inferiorità del Mezzogiorno venne condotta in un’infinità di saggi, libri, articoli, interventi, a riprova di come esso non rispondesse a una moda, ma a esigenze conoscitive, cariche di un’urgenza politica, sociale, culturale. Ogni riflessione, anche la più banale, non veniva mai separata da proposte concrete, da indicazioni sul "che fare?". L’urgenza e la passione politica spiegano anche il carattere aspre, teso, ironico della polemica.                            Soluzioni radicali, "avanzate", connesse con il nascente movimento socialista, sono presenti anche nelle posizioni dei teorici della razza (Sergi, Lombroso, Niceforo), che oscillano tra un pessimismo coerente con la loro idea della "razza maledetta" e un dichiarato bisogno di vedere trasformate e migliorate le condizioni di quella parte d’Italia, da cui essi spesso provengono. L’idea di progresso e di civiltà che animava i posivisti di quel periodo si rivela, tuttavia, lontana dalle esigenze dei ceti popolari del Sud. Il dichiarato socialismo di tanti studiosi appare più che altro il doveroso tributo a una filosofia "moderna". La sostanziale sfiducia nella possibilità di cambiamento nasceva spesso dall’osservazione di una realtà che appariva disperata, immobile, immodificabile come la razza. E con questa realtà dovevano fare i conti anche quei meridionalisti che, pur lontani da impostazioni razziste, spesso arrivavano a conclusioni pessimistiche a contatto con un ambiente e una società che sembravano, e per molti versi erano, statiche e chiuse.
    I brani antologici abbracciano un arco di tempo molto limitato e vanno dal 1898 (anno di pubblicazione de 'L’Italia barbara contemporanea' di Niceforo) al 1906, anno in cui il libro di Colajanni, 'Latini e anglosassoni. Razze inferiori e razze superiori', che però era già uscito, in prima edizione, nel 1903, e in cui lo studioso risponde agli ultimi lavoro di Sergi e di Niceforo, chiudeva di fatto quel dibattito, che aveva caratterizzato una stagione di crisi e di transizione del meridionalismo e di crisi definitiva della cultura positivista italiana. Il dibattito, come si vedrà, è concentrato nel quadriennio 1898-1901 e particolarmente nel 1898 quando il Pensiero Contemporaneo avvia un’inchiesta sulla questione meridionale, a cui partecipano i maggiori studiosi positivisti e merdionalisti, e che verrà pubblicata, insieme ad altri interventi, da Antonio Renda nel 1900 (di questa inchiesta vengono pubblicati integralmente soltanto gli interventi di Sergi e di Salvemini, ma ad essa farò costante riferimento nelle note introduttive ai singoli brani con l’indicazione: Renda QM).

     I brani sono organizzati, essenzialmente, secondo la loro data di apparizione (non sempre puntualmente rispettata perchè uscivano spesso contemporaneamente), ma montati in maniera tale da dare conto anche dell’intensità e dell’asprezza del dibattito. Due volte s’incontreranno scritti di Niceforo e di Colajanni (il primo è il maggiore assertore e divulgatore della teoria dell’inferiorità razziale del Mezzogiorno, il secondo, figura di primo piano del meridionalismo, il suo più documentato e accanito oppositore) sia per seguire la costante evoluzione della polemica, sia per restituire la complessità, la ricchezza, la tensione del confronto. E’ ovvio che le problematiche affrontate dai singoli studiosi rinviano a un "prima" e un "dopo" del loro pensiero e delle loro impostazioni di cui qui non si è potuto tenere conto se non in minima parte. Nelle note di presentazione dei singoli brani ho tentato di segnalare, di volta in volta, motivi differenti che appaiono legati al dibattito sulla "razza maledetta", ma anche a tematiche meridinalistiche o a questioni proprie della scuola antropologica e dei suoi oppositori.

    Naturalmente autori, diversamente noti, come Sergi, Lombroso, Nicefor, Rossi, Colajanni, Salvemini, Fortunato, Ciccotti che appartengono a pieno titolo alla storia delle idee e della cultura nazionale, qui vengono considerati quasi soltanto in relazione alla loro partecipazione a quel particolare dibattito in quel limitato periodo. Le note di presentazione dei brani rinviano a questioni e a tematiche accennate o trattate nel saggio introduttivo, e spesso sviluppano motivi che non potevano essere affrontati nella loro complessità in un saggio relativamente breve, che conserva una sua autonomia. Nelle note di presentazione fornirò i riferimenti bibliografici completi soltanto quando non sono stati già citati nel saggio introduttivo. Ho preferito non intervenire minimamente sui testi degli autori e mi sono limitato a eliminare qualche nota "superflua" o a integrare qualche riferimento bibliografico incompleto.
Un amicale ringraziamento va a Massimo Cresta e a Marco Bascetta, per i loro costanti suggerimenti e incoraggiamenti. Ringrazio Ida Rende che nel corso di tanti incontri mi ha fornito importanti indicazioni sulla figura di Pasquale Rossi. Ringrazio pure la dott.ssa Cinzia Cassani e il personale della Biblioteca Giustino Fortunato di Roma per la loro costante disponibilità. Desidero esprimere la mia gratitudine a Maria Costanza la cui affettuosità è stata decisiva anche in questa occasione. Un pensiero particolare a Felicia che è stata preziosa con la sua presenza e collaborazione. La mia vicinanza va alle "razze maledette" di ieri e di oggi, a quanti si adoperano perchè la "diversità" diventi elemento di attrazione e non di rifiuto.

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Il razzismo in italia   Wikipedia

A partire dall'unificazione italiana l'establishment politico e culturale italiano influenzato dalle teorie internazionali del razzismo scientifico (vedi articolo nella pagina) del positivismo e dell'eugenetica si orientò verso posizioni razziste e antimeridionali (e molti studiosi meridionali sostennero a loro volta l'anti-meridionalismo). Di questo clima politico e culturale furono artefici tra l'altro le pubblicazioni del criminologo Cesare Lombroso (autore di saggi tendenti a dimostrare l'innata natura criminale dei meridionali e per il quale l'intero popolo del Mezzogiorno assume i connotati del delinquente atavico), le teorie di Giuseppe Sergi, Luigi Pigorini, Alfredo Niceforo (presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia, che scriveva: "La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia, ecc".), di Enrico Ferri (secondo cui "la minore criminalità nell'Italia settentrionale derivava dall'influenza celtica"), Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri, nonché di moltissimi altri magistrati, medici, psichiatri, uomini politici, che influenzarono grandemente l'opinione pubblica italiana e mondiale.

Non furono posizioni isolate, al contrario era la convinzione "scientifica" della quasi totalità degli degli uomini di cultura europei, nonchè dei ceti dominanti e dell'opinione pubblica dell'epoca. Già nel 1876 la tesi razzista fu pienamente avallata dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulla Sicilia che concluse: «la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta». Cioé le stesse caratteristiche "psico-genetiche" che, con lo stesso identico linguaggio, i razzisti di tutto il mondo attribuivano alla cosidetta "razza" nera. E di questo erano "accusati" i mediterranei: di essere "meticci", discendenti di popolazioni preistoriche di razza africana e semitica.

Questo clima determinò tre cose:

1. Subito fin dall'unità fu attuata una politica di tipo coloniale nei confronti del sud (spesso definito nei giornali dell'epoca «Africa italiana»), che ha portato quello che prima dell'unità era lo stato più ricco e sviluppato d'Italia (il Regno delle Due Sicilie) alla povertà quasi assoluta.

2. Il sud fu politicamente abbandonato alla criminalità poiché essa venne considerata inestirpabile, essendo intrinseca a una cultura inferiore e primitiva, frutto di un popolo che essendo "reo" di avere avuto influenze genetiche "negroidi" e semitiche era un popolo di "criminali nati" secondo la terminologia del Lombroso.

3. I governi del regno d'Italia smantellarono le industrie e le infrastrutture del sud per ricostruirle al nord. Questo anche perché si riteneva che i settentrionali, per indole razziale, clima, temperamento e superiore civiltà "bianca" fossero più idonei a comprendere e gestire l'economia della nazione.

L'atteggiamento dello stato italiano, che già nel 1876 accettò la teoria dell'esistenza di almeno due razze in italia: la euroasiatica (padana e "ariana"), la euroafricana (centro-meridionale e "negroide"), contribuì in modo determinante alla nascita di un diffuso razzismo antimeridionale nel nord Italia e in tutto il mondo. Basandosi sulle dichiarazioni degli scenziati italiani gli Stati Uniti d'America hanno dato luogo a forme esplicite di apartheid politico nei confronti dei meridionali (in particolare negli stati del sud degli USA: Alabama, Virginia, ecc.). Più in generale gli immigrati italiani venivano separati al loro arrivo a Ellis Island (New York), i settentrionali venivano fatti sbarcare dal lato riservato ai "bianchi" i meridionali da quello riservato ai "non-whites". Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti nel 1911. Ai siciliani poi, per via della più recente (medioevale) commistione con mori e saraceni, spettava nel profondo sud americano il soprannome di "white niggers" (negri color chiaro) oltre quello di "black dagos" (black = negro & dagos da dagger= accoltellatore) con conseguente apartheid economico, politico e sociale. La loro paga era inferiore a quella dei "neri" e insieme a loro spesso erano linciati per futili motivi: dal 1880 al 1930, secondo i dati ufficiali, il 90% di tutti i linciati "europei" negli USA erano immigrati italiani, meridionali e/o siciliani. Ed erano spesso minacciati dal Ku Klux Klan.

La stessa campagna razzistica si svolse in l'Australia e in altre nazioni di cultura anglosassone, ma non solo. Fino a quando, verso la fine degli anni 1930 in Italia vennero varati provvedimenti, le cosiddette leggi razziali fasciste, principalmente contro le persone di religione ebraica o di origine semitica, a difesa di una presunta "razza italiana". Nel 1938 infatti alcuni scienziati italiani sottoscrissero il Manifesto della razza, noto anche come Manifesto degli scienziati razzisti, il cui testo fu scritto in netta contraddizione con le precedenti teorie, e in esso si volle affermare - per opportunismo politico, dovuto all'alleanza con la Germania - l'esistenza di un'unica ipotetica "razza italiana", interamente ariana.

Il "Manifesto della razza" del fascismo assimilava i popoli latini mediterranei, prima considerati inferiori, a quelli germanici e ariani, facendoli entrambi "puri ariani" e quindi razzialmente superiori a tutti gli altri (semiti, camiti, asiatici, slavi, ecc.). La sua pubblicazione coincise con quella delle leggi razziali in Italia, che furono responsabili della deportazione e uccisione di centinaia di migliaia di ebrei, zingari e appartenenti ad altre etnie. Come effetto grottesco, l'anno dopo la pubblicazione del Manifesto della razza, nel 1940, i meridionali negli USA divennero ufficialmente "whites" (bianchi).

Tuttavia né questo repentino e breve cambiamento, né il successivo capolinea del razzismo scientifico, rigettato come pseudoscienza subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, modificarono la mentalità formatasi in quasi un secolo di propaganda antimeridionale. Forme inconsce e semi-clandestine di razzismo antimeridionale hanno persistito fino ad oggi e sono spesso documentate da denuncie pervenute a livello mondiale. Oggi questo antico razzismo viene in gran parte riattualizzato da alcuni semplicemente sostituendo alla parola "razza" quella di "cultura", "popolo" o "civiltà" e mantenendo intatta la stessa precedente impostazione "pseudo-scientifica".

Secondo alcuni sociologi in Italia a partire dal dopoguerra gli effetti di questa lunga campagna propagandistica avrebbero dato luogo a due psicologie: la prima al nord sarebbe caratterizzata da un diffuso sentimento narcisistico di esagerata autostima (il Nord guida morale d'Italia), la seconda al Sud avrebbe determinato un vasto sentimento fatalista, autocommiseratorio e diffidente nei confronti dello stato.

Nell'ultimo decennio a questo si sono aggiunti fenomeni di avversione contro i popoli semiti (gli arabi) e non cristiani (in particolare musulmani) tra i quali ci sono gli stessi europei, come gli albanesi. Questi atteggiamenti sono facilmente misurabili al nord dove da tempo alcune consistenti minoranze politiche sono tornate a essere aperte sostenitrici di queste antiche teorie pseudoscientifiche e razzistiche che postulavano l'esistenza di civiltà e popoli "superiori". Non sono invece misurabili quantitativamente al sud dove nessuna idea xenofoba ha finora mai raccolto ampi consensi politici.

Il razzismo anti-ebraico, che ha origini storiche e religiose più antiche, secondo molte indagini demoscopiche continua ad esistere in tutta Italia, sebbene in forme meno manifeste.

http://it.wikipedia.org/wiki/Razzismo#In_Italia

 Palermo sarebbe perfetta senza i palermitani di Vincenzo Cacioppo

Ho sentito questa frase migliaia di volte e devo ammettere che rispecchia la realtà.
E sapete perché? Perché i palermitani odiano la propria città, non la accettano, non la conoscono, se ne vergognano. E non sto parlando del “popolino” (termine che uso senza alcuna accezione offensiva, ma solo per fare intendere al lettore di quale parte di popolazione sto parlando) che, con tutti i suoi difetti, riconosce la grandezza di questa città, a modo proprio la apprezza e talvolta crede di non esserne degna.
Parlo proprio di quella fetta di palermitani del ceto medio e medio alto, istruiti o pseudo tali, che viaggia ma non osserva, che vede solo quello che vuole vedere.
Questi palermitani, che siamo noi, hanno avuto inculcato sin da piccoli che tutto quello che viene da fuori è bene, tutto quello che è proprio di questa città, non “serve”. E tutto questo è stato, e lo è tuttora, avallato da anni di televisione nordica che ha convinto l’Italia intera, noi compresi, dell’esistenza di un nord “operoso e civile” ed un sud “retrogrado, ignorante e lavativo”, omettendo però che questo nord è frutto del lavoro di tanti meridionali. (E qui ci vorrebbe un post a parte per approfondire i motivi che hanno portato alla crescita del nord a scapito del sud).

Ci siamo, negli anni, così convinti di essere un popolo di serie C, che crediamo ormai di essere gli unici. Siamo convinti che qualsiasi paese nel mondo, anche l’Africa, sia più civile di noi.
Crediamo che l’inciviltà della gente, le doppie file, le strade sporche, gli scippi, i borseggi, l’abusivismo, la gente “tascia”, la mafia e tutto il peggio che l’uomo può produrre, siano esclusiva di questa città. Ebbene siamo diventanti talmente presuntuosi che niente ci potrà far cambiare idea.
Abbiamo cominciato a viaggiare, non più Roma, Milano o Venezia, ma adesso le nostre mete preferite sono Londra e New York. Ma quanti di noi si soffermano ad osservare, a conoscere realmente le realtà locali, a leggere i loro quotidiani? Pochi, molto pochi. Quello che facciamo realmente è una rapida occhiata ai monumenti principali, e poi subito a fare shopping per poter sfoggiare in patria quello che da noi ancora non c’è, in modo che quando arriverà, possiamo dire che noi lo abbiamo da una vita. Perché? Per i motivi di cui sopra. Ovvero dobbiamo dimostrare a noi stessi che quello che dice la TV è vero. Siamo retrogradi. Ne siamo fermamente convinti.
Stanno per aprire finalmente diversi centri commerciali. Finalmente? Ma a parte la creazione di posti di lavoro, a Palermo ce n’è veramente bisogno? Analizzo meglio il concetto. Faccio il paragone preferito dai palermitani: Palermo e Milano. Chi di voi è stato a Milano e coloro che ci vivono, difficilmente avranno notato che la possibilità di fare acquisti in città è molto scarsa. A parte la zona Duomo con Via Torino ed il Corso Buenos Aires, il resto della città è desolazione. E perfino in corso Buenos Aires i negozi insistono solo in quell’asse, nelle traverse non troverete negozi. Allora si che ha senso creare dei centri commerciali alternativi.
Palermo è un centro commerciale a cielo aperto. Non c’è viale, strada, traversa, vicolo che non abbia negozi.
E allora? Allora senza il centro commerciale ci sentiamo sottosviluppati. Retrogradi.
Retrogradi come la nostra mentalità.
Qualche giorno fa, facendo zapping, mi sono soffermato sulla trasmissione di Rita Dalla Chiesa dove vi era una donna di una certa età che non accettava la corte di un uomo più giovane di lei. La signora Dalla Chiesa ad un certo punto intervista un uomo del pubblico, un siciliano, che asseriva che l’uomo in questione avrebbe dovuto farsi desiderare. La Dalla Chiesa lo apostrofò con la seguente frase: «ecco la solita mentalità meridionale», dando a questa frase un’accezione negativa (poi l’uomo espresse meglio il concetto e la Dalla Chiesa gli diede ragione).
Qual è questa mentalità meridionale così catastrofica per la società?
È quella che la donna deve accudire la famiglia e fare le faccende di casa. L’uomo va a lavorare e porta il pane a casa. Ambedue sono gelosi. Le ragazze non devono uscire da sole e comunque ritirarsi a casa presto. L’onore della famiglia.
No so per voi, ma per me tutto ciò è la trama di tutti i telefilm americani che ho visto finora. Dai Jefferson alla Famiglia Bradford da Tutto in famiglia a La vita secondo Jim per arrivare ai Simpson ed ai Griffin.
Ma allora anche gli americani sono retrogradi, o noi siamo come gli americani? E perché agli americani tutto ciò è permesso e a noi meridionali è contestato?
Siamo sicuri che siamo noi quelli sbagliati?
E allora perché tendiamo sempre più ad assomigliare ai popoli nordici?
Siamo certi di volere ragazzini drogati, violenti, bambine non più tali, rave party, droga, alcol, risse, impiegati imbottiti di birra o aperitivi dopo il lavoro o i suicidi dei giovani norvegesi?
Sì. Vogliamo tutto questo perché ci sentiamo inferiori e perché non vogliamo fare “malafiùra”.
La “malafiùra” è l’ossessione del palermitano. Ed è il più grande paradosso di questa città.
Abbiamo il terrore che qualcuno possa pensare male di noi.
La “malafiùra” parte nell’ambito familiare verso parenti ed amici, si blocca e sparisce verso i concittadini, riprende forza e vigore verso gli stranieri (ovvero tutti quelli che vivono fuori dalla provincia).
Tutti abbiamo letto la lettera di scuse del nostro sindaco ai turisti per le condizioni delle strade ricolme di spazzatura. Devo aggiungere altro?
O l’intervista di qualche anno fa del GdS ad una donna del nord colpita da una masso scivolato da Monte Pellegrino. La cronista domanda se dopo questa disavventura tornerà più a Palermo. La donna risponde di no. Tragedia.
Ma chi se ne frega? Ma se ne stia a casa sua nel civilissimo nord. Qualche anno fa mentre ero a Parigi un siciliano morì in seguito ad uno scippo. Un trafiletto nel giornale locale. Una cosa normale che non meritava approfondimenti.
Noi invece dobbiamo sbandierare ai quattro venti ed a voce alta il peggio di questa città, dobbiamo sbatterlo in prima pagina, farlo conoscere a più gente possibile. Ecco il paradosso della “malafiùra”.
Il resto del mondo lava i panni sporchi in casa propria. Ecco perché quando viaggiamo, a parte i paraocchi che indossiamo, crediamo che tutto sia perfetto.
Siamo bravissimi a denigrare Palermo. È il nostro sport preferito.
Abbiamo una storia che il mondo ci invidia, monumenti spettacolari, il parco pubblico più grande d’Europa, il teatro lirico più grande d’Italia, uno degli orti botanici più importanti del mondo, una spiaggia fantastica, abbiamo la possibilità di andare a mare quando vogliamo, abbiamo menti brillanti, artisti importanti, viali alberati, bei negozi, Monte Pellegrino e chi più ne ha più ne metta.
Tutto questo il palermitano non lo apprezza, molti non lo conoscono neppure, altri credono che comunque quello che c’è nelle altre città è molto meglio. Siamo sempre alla ricerca della perfezione, ma aspettiamo che siano gli altri ad agire per primi. Ma siamo subito pronti a criticare.
Molti di voi adesso diranno che abbiamo, di contro, un’amministrazione pubblica ed un sindaco che hanno ridotto questa città uno schifo.
È vero. Ma ricordatevi che il sindaco è palermitano. Anzi è più palermitano di tutti noi e noi lo abbiamo voluto.
Pertanto una preghiera. Cominciate ad amare questa città, apprezzate quello che c’è di buono, difendetela, prendetevene cura. Allontanate coloro che ne parlano male e la disprezzano solo per il gusto di farlo. Cerchiamo di essere più propositivi e smettiamo di criticare sempre e comunque in maniera disfattista. Uniamoci ed alleamoci per il bene comune che è il grande assente di questa città. Abbiate sempre pensieri positivi e Palermo ce ne sarà grata.

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