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vedi anche Dal conflitto fra guerra e media al conflitto fra guerra e diritto  di Domenico Gallo

Nuovo crimine dell’Italia imperialista Aggressione alla Libia A. C.

 vedi anche SIRIA  Iran   Afghanistan 

  SERVO ENCOMIO Fulvio Grimaldi

Epitaffio a Mu’ammar Gheddafi  e qui

Addio a Mohammar, l’ultimo dei compagni

ASSASSINI

Fulvio Grimaldi Siria, Iran Libia, Italia: grisaglie e jallabieh alla guerra mondiale

Nei tempi della storia, incommensurabilmente piccoli a metro di universo, ma decisivi per il pur breve cammino dell’uomo, della vita, Muammar Gheddafi è immortale. Gheddafi è la Libia. E l’uomo nuovo. Gheddafi è tutti noi in marcia. La comunità degli uomini ha perso un uomo, sottrattogli da ominicchi, ruffiani e quaquaraquà. Ma ha guadagnato una guida nella tempesta. da:

Al Guadalquivir delle stelle di Fulvio Grimaldi

16 cose che i libici non rivedranno mai più

A due anni dalla barbara ucisione di Gheddafi in Libia il popolo insorge in suo nome 
I dubbiosi e  quelli che non avevano capito chi era Gheddafi, riflettano!!!
"Gheddafi è la Libia. E l’uomo nuovo. Gheddafi è tutti noi in marcia. La comunità degli uomini ha perso un uomo, sottrattogli da ominicchi, ruffiani e quaquaraquà. Ma ha guadagnato una guida nella tempesta".

http://www.youtube.com/watch?v=2NDlQw3CuSI&feature=share  e su facebook 

SEMPRE PIÙ LIBICI CHIEDONO IL RITORNO DELLA JAMAHIRIYA (STATO DELLE MASSE) CREATO DA MUAMMAR GHEDDAFI qui

Un anno fa moriva barbaramente trucidato Muammar Gheddafi. nota di Giuseppina Ficarra

 

Libia: premier islamista, se l'Ue interviene useremo la forza  e qui
Il governo islamista che controlla Tripoli e la Tripolitania ad ovest non intende in alcun modo e sotto qualsiasi forma accettare l'eventuale intervento militare che l'Ue si appresta ad effettuare in Libia per bloccare lo trunami di migranti che dalle sue coste parte alla volta dell'Europa. Lo ha dichiarato il premier 'islamista', Khalifa al-Ghweil - a capo di un governo non riconosciuto dalla comunita' internazionale a differenza dei rivali di Tobruk in un'intervista al britannico The Independent in cui ha definito l'approccio dell'Ue simile "alla mentalita' colonialista" dell'Italia nello scorso secolo, "completamente inaccettabile nel mondo moderno"."Non possono venire a controllarci, non possiamo tornare al 1911 (riferimento esplicito all'inizio dell'occupazione italiana, ndr), in cui erano gli stranieri a decidere cosa fare. Abbiamo le capacità di difendere le nostre acque e la nostra terra come abbiamo dimostrato nella nostra storia ed anche durante la rivoluzione" del 2011 che abbatte', con l'aiuto determinante e miope della Nato, Muammar Gheddafi.

 

E a proposito di democrazia diretta invito tutti e soprattuto i grillini a leggere il libro verde!!
http://www.francocenerelli.com/anto.../libroverde/indice.htm

 "I CONGRESSI POPOLARI ED I COMITATI POPOLARI"
http://www.francocenerelli.com/.../libroverde/icongres.htm

 

 

La partecipazione italiana alle operazioni belliche in Libia 2011

La partecipazione italiana alle operazioni belliche in Libia 2016 da il Manifesto

Mai esistito uno Stato in Libia? Manlio Dinucci


Ridicolo pagliaccesco e miserabile  accostamento tra il tramonto di Bossi e quello di Gheddafi. su Liberazione

"La sinistra (eclettica plurale) dopo lunga agonia, è definitivamente morta a Tripoli" Gaspare Sciortino in L'insostenibile adesione della sinistra italiana ed europea all'imperialismo nota pubblicata su fb  il 3 settembre 2011 che è un commento all'articolo del segretario di Rifondazione Comunista di Liberazione il 2 settembre

Il leader libico Muammar Gheddafi ha invitato il popolo palestinese a sollevarsi contro Israele.

Sette punti sulla guerra contro la Libia di Domenico Losurdo27/08/2011

Orwel, la Nato e la guerra contro la Libia di Domenico Losurdo

LA NATO CONTRO LA LIBIA. DA CHE PARTE STANNO I COMUNISTI ? Leonardo Masella. 24 agosto 2011

"i comunisti veri, rivoluzionari, che non hanno paura di andare controcorrente e di stare anche dalla parte dei perdenti, dei bombardati, degli sfruttati, degli oppressi, dei brutti, sporchi e cattivi, stanno dalla parte della Libia di Gheddafi contro l’illegale aggressione guerrafondaia e neocoloniale della Nato" leggi tutto l'articolo.

Tutti quelli che fin'ora hanno continuato ad attaccare Gheddafi é ora che gettino la maschera e si dichiarino soddisfatti dell'esito della guerra, smettendola di dichiararsi, opportunisticamente, contrari ad essa. Non é forse obiettivo principale  dichiarato di Obama e company prendere Gheddafi vivo o morto? G.F.

 

Citazioni del colonnello Gheddafi  (dai "Vuoti di memoria" di Alberto Piccinini) dal blog di Salvatore Lo Leggio    anche qui

 

LIBIA: VERSO LA MORTE DEL CNT.

Egitto Tunisia Libia 

Fulvio Grimaldi: L'invocazione finale a non fare la guerra, suona, una volta che hai concordato sui crimini del giustiziando, come la richiesta al boia di non affilare troppo la lama

tutte le frasi più stupide su Gheddafi  Prodi, lernel, Repubblica,...

FERRERO e la guerra in Libia

Con la scusa delle guerre umanitarie oggi neanche si dichiara più guerra ad uno stato sovrano. I cruise lanciati sulla Libia contengono Uranio impoverito!!!!!

 

....Secondo varie stime, dal 70 all’80 per cento del territorio libico sarebbe ancora controllato dall’esercito e dalle tribù fedeli al colonnello Gheddafi  leggi

I 6 stadi dell’umanitarismo bombardatore

Libia Bugie di guerra Abu Salim di Stefano Zecchinelli

Jamāhīriya libica  . Il libro Verde

USCENTCOM e la guerra informatica contro la Libia (Abu Salim)

Intervista a Gheddafi a “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli

Chossudovsky: Libia, democrazia Nato firmata Al Qaeda

E questo vi sembra un regime sanguinario? Informare per Resistere

J’accuse di Amnesty ai ribelli: «Sono criminali di guerra» Liberazione 18-6-2011 pag.7

La Guerra Segreta della NATO in Libia  by Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, May 24, 2011
L'aggressione dell'OTAN contro la Libia e la posizione della sinistra: Intervista di Fulvio Grimaldi 

Uno straordinario articolo di Fulvio Grimaldi che tocca e spiega magistralmente tutti i punti della questione libica:

La marcia degli ausiliari del né – né  di Fulvio Grimaldi  leggi

Libia: parla l'All African People’s Revolutionary Party   assolutamente da leggere

LA LIBERAZIONE DELLA LIBIA E DELL'ITALIA  straordinario articolo di Pietro Ancona **** ANCHE QUI

Libia, rivoluzione telecomandata 25/03/2011

Libia, Chomsky: "un intervento neo imperiale         

Bombe tricolori su Tripoli di Manlio Dinucci su Il Manifesto del 09/06/2011

ESCALATION MILITARE: "FASE DUE" DELLA GUERRA IN LIBIA Michel Chossudovsky

COME DIVENTARE CANAGLIE: I CRIMINI DI GUERRA DELLA NATO IN LIBIA

Michel Chossudovsky  Le potenze imperialiste e la Libia  su L'ERNESTO 6/2010 del 18/03/2011

LA GUERRA CONTRO LA LIBIA, L’ AGENDA AMERICANA DELLA NATO E LA PROSSIMA GRANDE GUERRA DI PAUL CRAIG ROBERTS

Una guerra che parte da lontano  Il pensiero attuazionista: Jamahiriya libica

I RIBELLI LIBICI DELLA CIA SONO GLI STESSI TERRORISTI CHE HANNO UCCISO TRUPPE STATUNITENSI E TRUPPE NATO IN IRAQ

Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia Golp preparato a Parigi da Mesmari, capo del protocollo del governo Libico

Libia: ribelli pronti esportare petrolio

I serbi sono i maggiori sostenitori di Gheddafi

A quanto pare la rivoluzione in Cirenaica è telecomandata

Troppe menzogne ci stanno raccontando qui il gionalista  Ricucci ce lo ricorda

Gheddafi anche nell'ultimo rapporto dell'ONU era "elogiato"

Un intervento del presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, su Gheddafi e la Libia fine e articolato, pieno di intelligenza politica e di esperienza vissuta  quale non siamo più abituati a sentire dai nostri politici occidentali. Leggi

Gino Strada: ''Resto contrario alla guerra'' - Video - Repubblica Tv - la Repubblica.it

La fabbrica del falso e la guerra in Libia di Vladimiro Giacché su esserecomunisti del 14/05/201

                                                                      

Giù le mani dalla Libia  rivistaindipendenza

La libia aggredita non solo per rubarle il petrolio ma anche l'acqua! 

 I volenterosi puntano al fondo sovrano libico di Manlio Dinucci Il Manifesto del 22/04/2011

 

Persone evidentemente in malafede e comunque ignoranti hanno diffuso l'informazione falsa secondo cui  in cambio di 5 miliardi di euro l'anno Gheddafi si sarebbe assunto il compito di fare il cane da guardia contro l'immigrazione.

A queste persone in malafede consiglio di leggere il

 

"Trattatto di Amicizia, Partenariato e Cooperazione fra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista"

 

Relazioni bilaterali tra Italia e Libia da Wikipedia


LIBIA: BERLUSCONI, NON E' STATA RIVOLUZIONE, INTERVENTO VOLUTO DA FRANCIA (2) SARKOZY AVEVA PAURA CHE ITALIA PRENDESSE GAS E PETROLIO, GHEDDAFI ERA AMATO 11.1.2013 anche qui

 

Fabio Amato le spara grosse: "Nel suo disperato e criminale tentativo di mantenere il potere a tutti i costi, Gheddafi sta giocando le ultime carte della sua storia politica. Contro il suo popolo e contro ogni senso di umanità. Una carta disperata e inutile, che non salverà il suo regime e il suo proposito di continuazione dinastica del potere."

Lenin  e la democrazia  Lettere agli operai d’Europa e d’America nota di G.Ficarra su facebook

http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150446109959605#!/note.php?note_id=10150426242244605

"La sinistra (eclettica plurale) dopo lunga agonia, è definitivamente morta a Tripoli" Gaspare Sciortino

 

Fulvio Grimaldi

CRIMINI NATO-LA VERA INFORMAZIONE! FULVIO GRIMALDI -PARLA DELLA LIBIA.  docufilm

Interviste a Fulvio Grimaldi 2 settembre 2011

Rondini sulla Germania, corvi sulla Palestina (e ratti in Libia e quaquaraquà arcobaleno.

Aquile, bisce e ratti (con noticina su embedded Rai)

Via gli artigli dell'ONU dalla Libia (e un'ammenda)

Orgoglio e pregiudizio

Via gli artigli dell'ONU dalla Libia (e un'ammenda)

Fu vera gloria!   http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/07/fu-vera-gloria.html

DELITTO SENZA CASTIGO? Un appello al mondo  sabato 11 giugno 2011 dal blog di Fulvio Grimaldi

Tripoli, bel suol d’amore   dal blog di Fulvio Grimaldi

NON C'E' PALESTINA SENZA LIBIA, NON C'E' LIBIA SENZA PALESTINA (e ancora Radko Mladic)

L'aggressione dell'OTAN contro la Libia e la posizione della sinistra: Intervista di Fulvio Grimaldi 

DALLA LIBIA CON AMOREFURORE Tra Gheddafi e Mladic, l’onore di Tripoli, il disonore del “manifesto” 28.5.2011

PACIFINTI 13.5.2011

Olocausti utili e olocausti inutili, stupri veri e falsi, necro-orgsami e cecchini Nato
'gna fanno! 30 Aprile 2011

Fatterelli e pensierini giovedì 7 aprile 2011

PERCHI SUONA LA CAMPANA DEI PACIFINTI - IL TRIDENTE AFRICANO lunedì 4 aprile 2011

EFFEMERIDI, tra “rivoluzionari” e “mercenari”  di Fulvio Grimaldi mercoledì 30 marzo 2011

PAZZI SANGUINARI Blog Mondocane di Fulvio Grimaldi  23 marzo 2011

Riflettiamo sulla Libia varie dal Blog Mondocane di Fulvio Grimaldi

DI  FIORE  IN  FIORE  DI STERCO  IN  STERCO  martedì 15 marzo 2011

ALCUNI INTERROGATIVI SULLA GUERRA IN LIBIA di Fulvio Grimaldi

LIBIA, ARRIVANO I LORO. INVECE IN IRAQ,,, martedì 1 marzo 2011

E LUCEAN LE STELLE, TRA BUCHI NERI di Fulvio Grimaldi venerdì 11 marzo 2011

Occhio, la Libia è un'altra cosa di Fulvio Grimaldi

GHEDDAFI E GLI ALTRI   di Fulvio Grimaldi

A proposito di Abu Salim scrive Fulvio Grimaldi: "Nel 1996 gli islamisti tentarono una rivolta con colpo di Stato. Fecero correre la voce che il governo aveva incendiato il carcere di Abu Salim e che bisognava accorrere per salvare i detenuti, quasi tutti fanatici salafiti. Contemporaneamente innescarono una rivolta nel carcere. Intervennero prima i secondini e furono massacrati, poi la polizia. La rivolta fu domata con sei morti della polizia e due dei detenuti. Che, nella pronta interpretazione di Human Rights Watch divennero oltre mille e tali rimasero. Fanno il paio con i curdi "massacrati da Saddam" e con i kosovari albanesi "sterminati da Milosevic", o con i bosniaci di Srebrenica vittime di Mladic".

p.s.
Fathi Terbil è un agente della CIA. Infatti ha incarichi ministeriali nel CNT

da l'Ernesto

 Michel Chossudovsky  Le potenze imperialiste e la Libia  su L'ERNESTO 6/2010 del 18/03/2011

La Libia nomina il sacerdote nicaraguense Miguel D'Escoto suo rappresentante all'ONU di l'Ernesto Online 30/03/2011

Guerra umanitaria e propaganda di guerra varie da L'Ernesto

Libia - Alcune riflessioni di Fosco Giannini su l'Ernesto Online del 27/02/2011

Libia: quello che i media nascondono   di Miguel Urbano Rodrigues trad. di L'Ernesto

digitate su Google: Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia Cia e troverete molti articoli interessanti

La sentenza di Camp Zeist per il processo Lockerbie: una sentenza politica su pressione angloamericana

 Follia razzista e guerrafondaia  21 marzo 2011 Lino Bottaro Leonardo Masella

Una nuova operazione coloniale contro la Libia Domenico Losurdo sabato 19 marzo 2011

Centinaia di militari inglesi in azione da febbraio al fianco dei ribelli - Il Messaggero

Libia: i sogni d'Ottone di Obama, Cameron e Sarkozy  di Filippo Bovo

Tripoli, centomila volontari contro i ribelli      Rainews24  15.03.2011 

Il mondo applaude mentre la CIA affonda la Libia nel caos di David Rothscum - 07/03/2011

Giovani comunisti di Torino 2.0 Il piano della NATO è occupare la Libia  Le Riflessioni del compagno Fidel

FERRERO: CONTRO OGNI GUERRA UMANITARIA IN LIBIA - 25.02.11

La guerra (in)utile - Fabio Amato Liberazione – 23.6.11

fidel castro interviene sulla crisi libica

Un esempio vergognoso di come vengono fabbricate prove false

Morire nel deserto. Il destino degli immigrati espulsi... Giuseppina Ficarra Si tratta di una serie di immagini, poche per la verità, senza nessun riferimento certo tranne che all'ora del giorno. Immagini magari create artificialmente (alcune) che si possono riferire a situazioni diverse da quelle dichiarate dal cronista. Questo non è un modo serio di fare il giornalista. Vergogna!

Varie di Pietro Ancona

La sinistra bertinottiana si è inventata che la geopolitica e la lotta di classe non vanno insieme. Nei fatti debbo stare con gli americani e gli europei che vogliono rapinare i popoli della Libia, dell'Iran e del Venezuela dei loro beni perché sarebbe prioritario il giudizio sui loro regimi su quello dell'imperialismo. Si nega insomma il carattere internazionale della lotta di classe. Inoltre non si tiene conto che pur con aspetti non del tutto condivisibili la Libia ha dato un livello di vita e di sicurezza sociale ai suoi cittadini tra i più alti del mondo, livello che come quello degli irakeni al tempo di Sadam non ci sarà più. L'impero li riporta all'età della pietra perché non ammette la prosperità di civiltà diverse dalla sua....  Pietro Ancona

Le rivoluzioni scippate ed addomesticate  di Pietro Ancona  March 14, 2011

L'Italia colpita assieme a Gheddafi di Pietro Ancona  March 09, 2011

Lettera a Valentino Parlato di Pietro Ancona March 06, 2011 

E' l'ENI l'obiettivo della insurrezione contro Gheddafi? di Pietro Ancona 22.2.11

Il Cappello di Obama (sulla rivoluzione egiziana)  di Pietro Ancona 12.2.11

Un film già visto! La Libia come l'Iran... sabato 26 febbraio 2011

Dalla Libia un duro colpo all'Italia di Pietro Ancona

Gheddafi: ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia... Solo l'amico popolo italiano vuole la pace. nota di Giuseppina Ficarra   (sbagliato giudicare altre forme di governo, di tipo socialista, oggi esistenti nel mondo (Cuba, Libia e pochi altri) con il metro della democrazia)

Dino Greco in Derive & Approdi   Liberazione del27-04-11 a proposito di risoluzione ONU

Fabio Amato e le sue contraddizioni  note di Giuseppina Ficarra

Protocollo tra la Repubblica Italiana e la Gran Gianahiria Araba Libica Popolare Socialista  Protocollo tra la Repubblica Italiana e la Gran Gianahiria Araba Libica Popolare Socialista firmato da Giuliano Amato e dal Segretario del Comitato Popolare Generale per il Collegamento Estero e la Cooperazione Internazionale ...

I satelliti russi: la piazza libica non ha subito alcun raid aereo  di Pino Cabras | www.megachip.info   

 La fine del colonialismo comincia adesso  di Ferhat Mehenni

Bye-bye Mubarak - Michele Giorgio Manifesto 12.2.11

LA STRATEGIA DEL DOMINIO CON IL CONSENSO  Né “rivoluzione islamica” né “ribellione popolare”: L’Egitto marcia verso la “democratizzazione” imperiale USA. 12 febbraio 2011

La gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak - Michele Giorgio Manifesto 11.2.11

«Se se ne va è un sogno, ha vinto il popolo» - Mi.Gio. Manifesto 11.2.11

La «storia è in marcia», ma l'Europa tace - Anna Maria Merlo Manifesto 11.2.11

Tra rivolta e rivoluzione - Nicola Melloni Liberazione 10.2.11

Le donne in Libia, a differenza di tutti gli altri paesi dell'area panaraba, erano ai vertici di tutti i comparti della vita sociale. Guidavano industrie, università, reparti dell'esercito. Avevano ogni sorta di agevolazione all'interno del welfare libico che era anni luce più avanti di quello italiano.

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 Epitaffio a Mu’ammar Gheddafi

Elio Gentilini ha creato un documento

 http://www.facebook.com/groups/174174289334339/#!/notes/elio-gentilini/epitaffio-a-mu%CA%BFammar-gheddafi/10150373670351726

http://www.facebook.com/notes/elio-gentilini/epitaffio-a-mu%CA%BFammar-gheddafi/10150373670351726

è morto il 20 Ottobre 2011, lui che aveva liberato il popolo libico dal giogo della monarchia, dell'arretratezza e del colonialismo è stato brutalmente eliminato senza processo dai sedicenti amanti della libertà, della giustizia e della democrazia, a riprova di quanto potesse essere d'impaccio per quei servi dell'imperialismo e del colonialismo europeo. Questi s...orci insorti, credendo che l'eliminazione di un uomo possa spalancargli la strada verso la conquista e il dominio di un paese, hanno commesso l'ennesimo, grossolano, errore strategico e hanno reso un uomo già grande tra il suo popolo un vero emblema della lotta contro l'imperialismo e martire per l'indipendenza africana. A nulla sono valse le ingiurie, le demonizzazioni, le falsificazioni e mistificazioni dell'informazione occidentale, egli saldo ha guidato il suo popolo fino alla morte, non è fuggito quando ne aveva la possibilità, non si è arreso quando le bombe dilaniarono il suo paese, non ha abbandonato i suoi figli acquisiti libici nonostante la morte dei suoi veri figli, egli è nato ed è morto proprio come un vero beduino, un vero combattente del deserto pronto a sacrificarsi per la sua terra. 

Tutti noi dobbiamo prendere ad esempio Muʿammar Gheddafi, il leone del deserto, che ha guidato verso l'emancipazione e la modernizzazione un paese reso schiavo da anni di colonialismo europeo. Non era solo un patriota che unì il suo paese profondamente diviso da differenze etniche ed economiche abissali, condannato dalle guerre intestine tribali e con differenze tra costa ed entroterra non paragonabili a nessun altro paese se non la Cina di Mao o la Russia di Lenin e Stalin. Anche in questo cammino difficile lui non si è fermato, ha continuato e come vero stratega e amico dei popoli arabi e dell'indipendenza di un continente intero, quello africano, si è battuto per unirli economicamente e politicamente affinché insieme potessero opporsi alle ingerenze degli sfruttatori e moderni negrieri. Chi non riconosce questi meriti a Gheddafi non è solo un falso o un ignorante, è anche un nemico dell'emancipazione di tutti i popoli e amico dello sfruttamento che da secoli viene perpetrato nei continenti arretrati e appositamente mantenuti in queste condizioni, sacrificati in cambio del benessere di quella minoranza europea di cui noi facciamo parte 

Gheddafi nel bene e nel male ha sempre fatto l'interesse del suo popolo, per un simile eroe e liberatore possiamo tralasciare le pecche ideologiche e lodarlo per meriti che nessuno di noi può neanche sognare di raggiungere. Egli è riuscito a realizzare in soli quarant'anni quasi tutti gli obbiettivi che si era prefissato, ha tolto dalle mani straniere le risorse libiche, ha reso fertili zone desertiche incoltivabili, ha dato pari diritti alle donne in una nazione araba, ha reso gratuite scuole ed ospedali, ha resistito ai boicottaggi ed ai sabotaggi occidentali, ha lottato, sempre lottato e per quarant'anni ha sempre vinto e anche la sua morte è stata una vittoria. Si perché Gheddafi è riuscito a trarre una vittoria anche da un apparente sconfitta, è riuscito a diventare un simbolo per tutti i libici di buona volontà e desiderosi di emancipazione dalla schiavitù e dall'aggiogamento occidentale che presto si abbatteranno sul paese, ed ogni rivolta, ogni protesta, ogni lotta in Libia adesso porterà il suo nome ed il suo marchio, il marchio del beduino di Sirte, della guida del popolo libico verso l'indipendenza che è diritto inalienabile di ogni popolo.

Per questo tutti coloro che si ritengono sostenitori della vera libertà di decisione, dell'autodeterminazione dei popoli, della lotta contro l'egemonia occidentale che condanna tutto e tutti alla miseria ed al servaggio devono riconoscere e ammirare ciò che Gheddafi ha rappresentato e rappresenterà sino alla fine dell'oppressioni che ogni popolo potrà mai esercitare su di un altro, e tutti coloro che si ritengono nemici del colonialismo, del vassallaggio moderno, del potere della minoranza sulla maggioranza e dell'oppressore sull'oppresso devono continuare a sventolare la sua bandiera e perpetrare le sue azioni per sconfiggere questi nemici che oggi ci sembrano invincibili ma che non sono altro che tigri di carta.

Tremino gli imperialisti e i loro servi nel ricordarlo e rabbrividiscano al solo pronunciare il suo nome, perché da oggi egli è ufficialmente entrato nei cuori di ogni rivoluzionario e militante della libertà e il suo esempio lo guiderà nel suo operato finché avrà respiro e facoltà di pensiero. Gheddafi è stato ucciso dagli stessi servi della monarchia che lui sconfisse, dalla tribù che prima controllava la Libia dei tempi idrisini e da tutti quei paesi che mai si sono dati pace per non poter affilare i loro artigli e mettere le mani sulla ricca regione africana, forti di una benevolenza e ammirazione per la libertà apparenti, ciechi verso la scontentezza dei loro popoli e imperterriti ad arricchirsi alle spalle di intere masse che da oggi grideranno per ottenere la vera libertà dei popoli sconosciuta anche ai nostri paesi. Gheddafi morendo ha acquistato una forza ed una qualità che da vivo non avrebbe mai potuto ottenere, di questo ringraziamo gli stolti ratti che oggi pensano di aver vinto ma che in realtà hanno segnato la loro condanna e quella di un intero paese, svendendo ciò che per un popolo è più importante sopra ogni altra cosa, l'indipendenza. Il leone non è morto in vano e il suo ruggito continuerà ad echeggiare per il deserto, infondendo speranza in tutti i popoli oppressi di tutti i continenti (primo tra tutti l'Africa) e paura in quelli degli schiavisti moderni.

 

http://russiacommmunity.forumcommunity.net/?t=48335976#lastpost

 

 

 

Addio a Mohammar, l’ultimo dei compagni  pubblicata da Cloro al Clero il giorno venerdì 21 ottobre 2011 alle ore 16.47

http://www.facebook.com/groups/174174289334339/#!/notes/cloro-al-clero/addio-a-mohammar-lultimo-dei-compagni/10150343589003124

Gheddafi è morto, assassinato come un cane da un manipolo di corrotti killer bastardi al soldo NATO.

E’ normale, è già successo con Slobo Milosevic e con Saddam Hussein. Quando un capo di stato (e volutamente non uso il termine dittatore) è amato dai suoi cittadini perchè antepone il loro benessere alle esigenze dei padroni dell’occidente finanziario, guerrafondaio e imperialista, diventa un nemico pubblico. Nel caso di Gheddafi non ci si è limitati alla sola demonizzazione: si è costruito un teatro di menzogne immenso che ha intasato tutti i media internazionali. Mai come in questo caso la guerra mediatica fatta di menzogne grossolane ha agito soprattutto frenando l’appoggio popolare in occidente verso questo capo di stato. Tutti si son bevuti la cazzata del “dittatore” sanguinario quando la Jamariah è stata proprio forse l’unico esempio attuale di democrazia dal basso. E nessuno ha fermato la guerra occidentale che ha devastato con i droni, il fosforo bianco, i gas e l’uranio impoverito un paese innocente e massacrato senza pietà alcuna un intero popolo.

- Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

In Libia c’era il reddito di cittadinanza, non c’era alcun “debito pubblico” da far pagare alla povera gente. C’era la possibilità per le giovani coppie di sposarsi, di avere una casa, di fare l’amore e procreare senza problemi economici. Gheddafi aveva previsto la soddisfazione del popolo come un elemento di peso, rilevante per la politica. Il suo ruolo era tutt’altro che dittatoriale: era il garante della Jamariah, un “presidente della Repubblica” che solo si teneva il privilegio di far fare ai suoi figli i manager del campionato di calcio libico. Ma il potere ce l’avevano funzionari eletti dai comitati di popolo che li controllavano. La corruzione era bassissima e Gheddafi proponeva continuamente leggi per aggirare anche questa poca. Il livello di vita dei libici stava ampiamente superando quello dei paesi occidentali, specialmente degli USA e dei paesi mediterranei d’Europa. Queste statistiche lasciano senza fiato e provengono da una fonte (international human developement) al di sopra di ogni favoritismo per la Libia di Gheddafi.

Sarebbero stati pazzi i libici a rivoltarsi stando cosi le cose. E un uomo che ha dato tutto questo al suo popolo non poteva da un giorno all’altro mettersi a sparargli addosso come han detto i menzogneri mass media d’occidente.

Gheddafi è stato ucciso premeditatamente, come premeditata e preparata da addestratori occidentali è stata questo schifo di guerra.

Perchè, come ci spiega questo bellissimo commentatore afroamericano di cui non conosco il nome, stava lavorando agli “Stati Uniti d’Africa”. Aveva messo 300 milioni di dollari nella costruzione del satellite che ha permesso all’Africa intera ogni tipo di telecomunicazione. Gli altri 200 milioni provenivano dalla colletta degli altri paesi africani. Facendo cio’, Gheddafi ha sottratto a TIM, Vodafone e le altre multinazionali della comunicazione un’ingente fonte di profitto (5 milioni di dollari l’anno).

Obama ha rapinato Gheddafi e i Libici dei soldi depositati nelle banche europee che sarebbero servite a creare strutture politiche, banche d’investimento, leggi e moneta propri degli africani. Progetti a cui gli occidentali non sarebbero potuti accedere e che Gheddafi aveva già cominciato quando nel 2007 fece quest’intervistaa Giovanni Minoli.

Gheddafi voleva liberare l’Africa dalla sua trappola: la trappola della dipendenza, della subordinazione e della schiavitu’ personale che costringe ad immigrare in paesi stranieri e a subire il razzismo e l’umiliazione per il fatto di “essere neri”.

Gheddafi in Libia aveva eliminato il razzismo. Nessuno si sentiva diverso o strano per il fatto di avere una carnagione scura.

Gli schifosi ratti che l’hanno ucciso invece sono razzisti: hanno infierito, si sono accaniti come gli schifosi topi di fogna che sono, proprio sulle genti di colore, che volevano bene al capo di stato come in nessun’altra parte del mondo e sono state trucidate. Massacrati per la loro affezione a Gheddafi: hanno subìto la crudeltà dei ratti mercenari piu’ degli altri.  

La vergogna di questa guerra, il sangue versato, le vite e i sogni distrutti sono la sola eredità che la NATO lascia in questo morente XXI secolo, prima di finire essa stessa sotto i colpi del marciume globalizzato che ha creato, coi suoi droni, con le sue armi illegali usate in spregio ad ogni senso del diritto, con la sua ipocrisia indefinibile in termini umani.

Addio, Mohammar Gheddafi. Solo una giustizia divina potrà riportare armonia dopo la tua uccisione e la tua umanissima esistenza all’insegna dell’amore per il tuo popolo. Come Omar Mukhtar che ha combattuto per 20 anni contro l’ingiustizia coloniale, non sarai dimenticato.



La vergogna di questa guerra, il sangue versato, le vite e i sogni distrutti sono la
sola eredità che la NATO lascia in questo morente XXI secolo, prima di finire essa stessa sotto i colpi del marciume globalizzato che ha creato, coi suoi droni, con le sue armi illegali usate in spregio ad ogni senso del diritto, con la sua ipocrisia indefinibile in termini umani.

 

Addio, Mohammar Gheddafi. Solo una giustizia divina potrà riportare armonia dopo la tua uccisione e la tua umanissima esistenza all’insegna dell’amore per il tuo popolo. Come Omar Mukhtar che ha combattuto per 20 anni contro l’ingiustizia coloniale, non sarai dimenticato.

 

  Intervista a Gheddafi a “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli

http://www.youtube.com/watch?v=7672zJG8k-o

 

 

 

 

 

LA NATO CONTRO LA LIBIA. DA CHE PARTE STANNO I COMUNISTI? Leonardo Masella. 24 agosto 2011

Alla fine dell’800 i civilissimi inglesi, nella guerra coloniale del capitalismo alla ricerca di materie prime da rubare e di schiavi da deportare, invasero e occuparono il territorio degli incivili Zulù. Faccio questo esempio estremo, perché gli Zulù erano una popolazione semi-primitiva, la più lontana dalle nostre concezioni marxiste, che opprimeva a sua volta altre popolazioni con metodi terribili, altro che il regime di Gheddafi ! Gli Zulù si difesero come poterono da quella invasione con archi e frecce contro le armi allora modernissime e potenti dell’esercito inglese, e dettero anche delle sonore lezioni di dignità e di coraggio agli inglesi, che poi però con la forza dei cannoni, col cinismo criminale e anche con l’inganno li sconfissero e stabilirono in Sudafrica la vergogna del regime bianco dell’apartheid.

Domanda: noi comunisti da che parte saremmo stati allora, durante quella guerra? In tutte le guerre coloniali e imperialistiche siamo stati sempre, sempre, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, dalla parte dei popoli africani, molto più “incivili” e contro le potenze europee civilissime, democraticissime, bianche e cristiane, ma che hanno per secoli applicato persino lo SCHIAVISMO agli altri popoli “inferiori” perchè più “incivili”. Siamo sempre stati dalla parte degli indiani e indios d’America contro i colonizzatori inglesi, francesi, spagnoli. Dalla parte dei popoli latinoamericani contro l’oppressore, torturatore, golpista civilissimo nord-americano. Dalla parte degli indiani e dei cinesi contro le civilissime e criminalissime potenze europee sfruttatrici.

Dalla parte degli “incivili” palestinesi, un po’ scuri in faccia e governati da Hamas, contro il civilissimo stato bianco e razzista israeliano. Mettendo in primo piano la contraddizione principale, che è quella dell’oppressione colonialista e imperialista contro il popolo oppresso, colonizzato, occupato, invaso, sfruttato, senza per questo aderire ai regimi sociali o alle culture dei popoli oppressi, a volte lontane anni luce dalla nostra concezione comunista (come era la cultura degli indiani d’America, degli Zulù e come può essere il regime di Gheddafi o quello siriano). Anche oggi, con questa impostazione, i comunisti veri, rivoluzionari, che non hanno paura di andare controcorrente e di stare anche dalla parte dei perdenti, dei bombardati, degli sfruttati, degli oppressi, dei brutti, sporchi e cattivi, stanno dalla parte della Libia di Gheddafi contro l’illegale aggressione guerrafondaia e neocoloniale della Nato, moderna santa alleanza degli Stati imperialisti in declino irreversibile, che vince (per il momento) solo perchè è super-armata di armi modernissime e terrificanti. Leonardo Masella. 24 agosto 2011

 

Bye-bye Mubarak - Michele Giorgio

IL CAIRO - Gioia, felicità, danze, canti, baci, carezze, abbracci, pianti, risate, fuochi artificio, barche sul Nilo. Un fiume di parole non basta a descrivere come milioni di egiziani hanno festeggiato ovunque nel paese il sogno divenuto realtà, l'addio alla presidenza dopo ben trent'anni di Hosni Mubarak, l'unico leader conosciuto da almeno la metà della popolazione. Una festa coinvolgente e colorata che andrà avanti nei prossimi giorni e che sancisce la vittoria della «seconda rivoluzione egiziana», quella dei giovani, nota anche come la «rivoluzione 2.0», come l'aveva battezzata giovedì il blogger Wael Ghonim, tra i primissimi promotori dell'insurrezione contro il faraone del terzo millennio dopo Cristo. «Congratulazioni all'Egitto, il criminale ha lasciato il palazzo», così Ghonim ha salutato, ovviamente su Twitter, l'addio del raìs. Il primo obiettivo è stato raggiunto dal popolo egiziano, ma già si guarda avanti, alla ricostruzione dell'Egitto su nuove basi, politiche ed economiche.

La gioia è proporzionale all'incertezza politica. Siamo ad un passaggio fondamentale della storia del più importante dei paesi arabi, che, peraltro, potrebbe dare il via all'effetto domino tanto evocato in Medio Oriente dopo la rivolta tunisina del mese scorso. Dietro l'angolo forse c'è l'insurrezione di giovani e popoli di altri paesi della regione, dominati come lo sono stati gli egiziani, da regimi oppressivi e, quasi sempre, fedeli esecutori delle politiche degli Stati uniti. Mubarak, lasciando la presidenza ha trasmesso i suoi poteri allo stato maggiore dell'esercito guidato dal generale Mohammed Tantawi, il ministro della difesa. Tantawi è una figura grigia e poco stimata - anche se ieri sera era davanti al parlamento a salutare la folla - che con ogni probabilità sarà soltanto il volto e il portavoce del Consiglio militare supremo dove svetta il capo di stato maggiore, generale Sami Enan, un comandante che piace molto agli Stati uniti e che gode di simpatie anche tra i Fratelli musulmani, per la sua «onestà e rettitudine».

Enan e gli altri generali saranno il presente dell'Egitto, nella speranza che non diventano anche il futuro del paese, violando l'impegno preso di garantire l'avvio di quel processo di riforme democratiche per il quale hanno lottato milioni di egiziani e sono morti oltre 300 manifestanti. «In nome di Allah il misericordioso e il compassionevole: cittadini, durante le difficili circostanze che sta attraversando l'Egitto il presidente Hosni Mubarak ha deciso di lasciare la carica di capo dello Stato e ha incaricato lo stato maggiore delle forze armate di amministrare gli affari del paese. Che Allah possa aiutare tutti». Con queste parole il vicepresidente Omar Suleiman ha annunciato in un brevissimo intervento televisivo l'abbandono del potere da parte del raìs, senza aggiungere alcun dettaglio sul suo futuro personale o quello del premier Ahmed Shafiq. Mubarak, che in un discorso trasmesso giovedì aveva rifiutato di dimettersi, ieri mattina ha lasciato improvvisamente il Cairo per recarsi alla sua residenza di Sharm el Sheikh, nel Sinai, mentre piazza Tahrir si riempiva nuovamente di centinaia di migliaia di dimostranti e altre decine di migliaia di persone circondavano diversi palazzi delle istituzioni, la televisione di stato e si avvicinavano alla residenza del presidente. Alla notizia delle dimissioni la folla ammassata nella piazza Tahrir, epicentro per due settimane delle proteste, è esplosa di gioia. «E' fatta, siamo all'epilogo. Mubarak oggi è a Sharm el Sheikh, domani sarà a Jedda come l'ex presidente tunisino Ben Ali», ripeteva Omar, giunto in piazza Tahrir con la moglie e i due figli per godere di un momento che fino a qualche settimana fa nemmeno osava sognare.

 «Lui non rinunciava alla presidenza ma noi non ci siamo arresi, siamo rimasti qui, certi che presto o tardi avrebbe ceduto», spiegava il dottor Mansour Mahfouz con il camice bianco e un fascia con i colori della bandiera egiziana giunto in piazza assieme ad una nutrita delegazione di medici ed infermieri. Intorno nel frattempo si ballava e cantava, in un tripudio di bandiere egiziane. La gioia dell'annuncio ha cancellato in un attimo la delusione che molti avevano provato dopo la diffusione, in tarda mattinata, del secondo comunicato dei vertici militari, che dava l'idea di un sostegno delle forze armate al raìs contestato da gran parte del paese. «E' la prova che la politica egiziana è controllata da Israele e Stati uniti» aveva commentato con ira un ex deputato dei Fratelli musulmani, Mohammed Ashiyeh. Poi tutti hanno compreso che sono stati i generali a spedire Mubarak in riva al Mar Rosso. «Per noi la vita ricomincia adesso» ha commentato, appena giunto in piazza Tahrir per i festeggiamenti, il premio Nobel per la pace e uno dei leader dell'opposizione egiziana, Mohammed El Baradei. «Il mio messaggio al popolo egiziano è: vi siete guadagnati la libertà, fatene il miglior uso e che Allah vi benedica», ha proseguito El Baradei, un probabile candidato alla presidenza. L'Egitto ora è in mano ai militari che i Fratelli musulmani, principale movimento di opposizione, si sono affrettati ad elogiare per «aver mantenuto le promesse».

 Le incognite però sono tante nonostante l'atteggiamento positivo e vicino alla gente che soldati e ufficiali hanno avuto in questi quindici giorni nei quali hanno presidiato le strade del Cairo e di altre città. Le forze armate non hanno ancora comunicato quale sarà l'iter della transizione. In base all'articolo 84 della costituzione egiziana, in caso di vacanza del potere, la presidenza viene assunta ad interim dal presidente dell'Assemblea del popolo e le elezioni devono venire celebrate entro i successivi 60 giorni. Ma è chiaro che l'esercito non affiderà alcun incarico a Fathi Sorour, speaker di una Assemblea dominata dai deputati del Pnd, il partito di Mubarak, eletta alla fine dello scorso anno tra brogli e frodi senza precedenti, e, quindi, non riconosciuta dal popolo. Fino a ieri il vice-presidente (ed ex capo dei servizi segreti) Suleiman sembrava il più gettonato a guidare il periodo tra il «governo militare» e la nascita di una leadership politica eletta democraticamente. Non piace molto agli egiziani ma Washington e Israele cercheranno di imporlo alla giunta militare che ha preso i poteri, perché è considerato, come dice qualcuno, la «migliore garanzia di stabilità e continuità per l'intera regione». Non è però chiaro se Suleiman goda del pieno appoggio dell'esercito e ierisera circolavano voci, rilanciate dalla Bbc, che anche lui avrebbe rinunciato all'incarico dopo un aspro scontro con i vertici militari. Ieri sera è sceso in campo anche il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, che salutando lo «storico cambiamento» in Egitto e ha invitato al «consenso nazionale» dopo le dimissioni di Mubarak. Egiziano, ex ministro degli esteri, Musa fa parte del Consiglio dei saggi e non nasconde le sue ambizioni presidenziali. Qualsiasi soluzione venga trovata ai piani alti tuttavia verrà respinta dal popolo se non verrà accompagnata dalle riforme annunciate. Gli egiziani in queste due settimane hanno imparato a non avere più paura e non resteranno a guardare di fronte alla nascita di una dittatura militare o di un nuovo regime, simile a quello attuale ma con un nuovo volto.

La gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak - Michele Giorgio Manifesto 11.2.11

IL CAIRO - «Rivoluzione: missione compiuta». La folla ondeggiava e cantava ieri sera mentre in Piazza Tahrir, attraverso Twitter, in omaggio ad una rivolta cominciata in internet, giungevano queste parole scritte da Wael Ghoneim, il cyber-militante simbolo dell'insurrezione arrestato dalla polizia politica e liberato dopo 12 giorni di detenzione. Peccato che il Faraone, che pareva avesse ceduto di schianto dopo 17 giorni di manifestazioni oceaniche, alla fine spiazza tutti e non se ne va. Nonostante i milioni di persone che urlavano un solo slogan: «Hosni Mubarak vattene». Nonostante Obama, che annunciava che «lì si fa la storia». L'uomo che per trent'anni ha avuto il controllo dell'Egitto poggiandosi su un apparato di sicurezza e repressione feroce, che ha consentito il ripetersi di elezioni-farsa, che sognava di passare lo scettro al figlio dando inizio ad una dinastia, ha annunciato la fine dello stato d'emergenza che durava dal 1981, ribadito che rispetterà gli impegni presi e non si ricandiderà, promesso che garantirà lo svolgimento di elezioni libere e ceduto i poteri al suo vice Suleiman. Ma senza cedere ai «diktat» di altri Paesi e con l'avvertenza che «non lascerò mai questa terra». Fino alla tarda serata di ieri il potere appariva saldamente nelle mani del Consiglio militare supremo, che nel suo primo comunicato aveva annunciato di aver preso ad interim i poteri politici e la guida del paese.

Ma nella notte Mubarak ha ribaltato tutto e annunciato in un messaggio televisivo alla nazione il trasferimento delle deleghe a Omar Suleiman, il vicepresidente ed ex capo dei servizi di sicurezza che Stati Uniti e Israele vorrebbero vedere al potere, garante di una transizione «ordinata» che non metta in discussione l'attuale posizione politica e diplomatica dell'Egitto nella regione e verso l'Occidente. Un boato di felicità aveva accolto quella che sembrava essere la fine del regime. Dopo era cominciata la festa. «L'esercito e il popolo sono uniti» hanno urlato alcuni, «viva l'Egitto» altri. Migliaia di egiziani hanno continuano ad affluire verso la piazza simbolo della rivolta presidiata da decine di mezzi corazzati che, almeno fino a tarda sera, non hanno effettuato alcun movimento. «Sono qui perché non voglio perdermi questo momento storico, il momento in cui il presidente lascerà il paese» diceva Alia Mossallam, 29 anni. Khaled e Ammar, amici per la pelle, invece si abbracciavano felici brindando simbolicamente con l'acqua minerale alla fine del regime di Mubarak, costretto a farsi da parte come il tunisino Ben Ali. «This is people power» ripeteva da parte sua un uomo sulla quarantina rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, corretto immediatamente da un ragazzo: «No, questo è il potere dei giovani, dei giovani della rivoluzione».

 La gioia si è trasformata in rabbia immediatamente dopo il discorso di Mubarak. In migliaia hanno preso a lanciare scarpe contro il Faraone in segno di dispregio, si è alzato un coro che chiedeva le dimissioni e sono partite le invocazioni all'esercito ad andare insieme dal raìs per deporlo. Oggi centinaia di migliaia di egiziani continueranno a manifestare, al Cairo e nel resto del paese. La caduta del presidente non è che la prima delle rivendicazioni dei gruppi di giovani e della società civile che hanno guidato la rivolta. La voglia di cambiamento e di giustizia è enorme - tutti chiedono che vengano giudicati e puniti i responsabili della strage di oltre 300 egiziani compiuta da polizia e servizi di sicurezza - ma che difficilmente troverà soddisfazione nel passaggio di poteri al vicepresidente (che Piazza Tahrir non vuole) o nelle strategie dell'esercito, che è uscito definitivamente allo scoperto e potrebbe assumere un ruolo più definito concentrando il potere in una sorta di giunta militare. Il Consiglio militare supremo ha diffuso due comunicati ieri pomeriggio nei quali si è preso carico di «esaminare le misure necessarie per preservare la sicurezza del paese» e «sostenere le legittime richieste della popolazione». Se Suleiman appare il candidato preferito da Washington e Tel Aviv, l'esercito potrebbe non essere d'accordo, preferendo assumere collettivamente la responsabilità del paese o proporre un nuovo candidato. Non va dimenticato che entrambe le parti hanno due efficaci strumenti di pressione: gli aiuti militari statunitensi da una parte e il trattato di Camp David con Israele dall'altra. Di fatto, come si legge sui documenti dei diplomatici americani diffusi da Wikileaks, i comandi militari egiziani considerano gli aiuti un indennizzo dovuto per il rispetto del trattato. Il premier israeliano Netanyahu perciò è stato rapido nel mettere in chiaro già ieri sera cosa si aspetta dal nuovo Egitto che, in sostanza, vorrebbe come quello dominato per trent'anni da Mubarak.

 «Israele desidera stabilità e continuità e che sia preservata la pace, quale che sia il governo al potere», ha detto prima ancora del discorso del presidente sconfitto. Dagli Usa Barack Obama si è sbilanciato poco, limitandosi a ripetere quanto già dichiarato più volte dall'inizio della crisi egiziana. «Siamo testimoni della storia che si schiude - ha detto il presidente Usa - È un momento di trasformazione che sta avvenendo perché il popolo egiziano chiede un cambiamento. Sono i giovani ad essere all'avanguardia. Una nuova generazione, la vostra generazione - ha precisato rivolgendosi agli universitari americani della Northern State University - che vuole che la sua voce sia udita. Vogliamo che questi giovani e tutti gli egiziani sappiano che l'America continuerà a fare ogni cosa che può per sostenere una transizione ordinata e autentica verso la democrazia in Egitto». Belle parole ma la Casa Bianca ha già fatto schierare navi da guerra nel Mediterraneo meridionale, pronte ad intervenire per tenere aperto il Canale di Suez se in Egitto non avverrà la «transizione ordinata». Gli americani sanno bene che buona parte degli 80 milioni di egiziani puntano ad un cambiamento profondo, perché vogliono vivere finalmente un'esistenza decorosa, non più tra gli stenti come hanno dovuto fare sino ad oggi. Accanto alla rivolta di Piazza Tahrir dilagano gli scioperi di lavoratori di ogni settore che ricevono stipendi da fame. Ieri a scioperare sono stati i 62mila autisti di autobus e mezzi di trasporto pubblici. «Non torneremo alla guida sino a quando non verranno accolte le nostre richieste - ha spiegato Wael Riad, un autista - Vogliamo l'aumento immediato dello stipendio, 700 pound al mese (meno di 100 euro) sono una miseria, a stento riusciamo a mangiare».

 Il via libera agli scioperi è stato proprio il governo a darlo, annunciando l'aumento, a partire da aprile, del 15% delle pensioni e dei salari dei dipendenti pubblici. Assecondando i dipendenti statali, principale bacino di consenso, il regime credeva di poter placare il malcontento esploso in rivolta il 25 gennaio. Invece quel provvedimento ha spinto migliaia di egiziani a scendere in strada per reclamare «aumenti per tutti e non per pochi». Faisal, un insegnante, si lamentava ieri per «le ricchezze del presidente». «Noi moriamo di fame e la famiglia Mubarak invece si è arricchita», ha detto l'uomo in riferimento alle notizie circolate nei giorni scorsi sul patrimonio di diversi miliardi di dollari che il raìs e e la sua famiglia avrebbero accumulato in tutti questi anni. Gli scioperi si intensificano ovunque. Ieri 24mila operai della Misr Spinning di Mahallah (Delta), hanno fermato gli impianti della più importante fabbrica tessile del paese, dichiarandosi solidali con la protesta in Piazza Tahrir. Seimila lavoratori sono in sciopero nell'area del Canale di Suez, con grande preoccupazione di Usa e Ue. Ma l'Egitto va ricostruito anche a partire dal rispetto dei diritti umani e politici. Amnesty ha chiesto la fine dei poteri arbitrari delle forze di sicurezza, il rilascio dei prigionieri di coscienza e l'introduzione di garanzie contro la tortura. Parole che, si spera, verranno ascoltate. I dubbi però restano forti. Ieri il Guardian ha riferito la denuncia fatta da attivisti egiziani di centinaia di arresti e torture compiute anche dall'esercito egiziano. Accuse respinte dai comandi militari. Il futuro dell'Egitto è un foglio bianco tutto da scrivere.

 

«Se se ne va è un sogno, ha vinto il popolo» - Mi.Gio. Manifesto 11.2.11

IL CAIRO - «L'avevamo detto che questa era la settimana dell'addio per Mubarak e così è stato. Abbiamo vinto, l'Egitto ha vinto, i giovani hanno vinto». Non riesce a contenere l'entusiasmo Ahmed Maher, uno dei leader del Movimento 6 Aprile che passerà allo storia dell'Egitto per aver guidato la «seconda rivoluzione», divampata il 25 gennaio sull'onda della rivolta tunisina e che ha portato alla fine dei trent'anni di potere assoluto di Hosni Mubarak, il raìs che si considerava un nuovo faraone. Gli abbiamo rivolto qualche domanda nelle fasi concitate, cariche di entusiasmo e tensione, di ieri sera in piazza Tahrir, con un'attenzione particolare al ruolo delle Forze Armate, che di fatto ora sono alla guida del paese. È la vittoria tanto attesa e sognata? Sì, attesa e ottenuta. E' il successo dei tanti giovani che si sono uniti subito a questa battaglia, degli egiziani che non hanno esitato a sfidare un potere che appariva imbattibile. E' la vittoria di coloro che hanno dato la vita per costruire un nuovo Egitto, democratico e moderno. Dei feriti che ancora sono in ospedale. Vi aspettavate proprio ora le dimissioni di Mubarak? Il raìs in fondo appariva sicuro di poter rimanere al suo posto fino al termine del mandato. Invece qui in Piazza Tahrir abbiamo sempre creduto che fosse sul punto di cedere. Di fronte ad una massa di egiziani, sempre più forte e numerosa, non poteva resistere più a lungo. Alla fine anche chi lo ha sempre difeso e appoggiato ha dovuto accettare la realtà e ha preso le distanza dal raìs, lasciando al suo destino. E ora? Ora vogliamo festeggiare il successo che abbiamo voluto e cercato con forza e tanti sacrifici. Il paese deve celebrare la vittoria della seconda rivoluzione. Poi occorrerà procedere velocemente alla ricostruzione dell'Egitto. Le Forze Armate sono scese in campo, contribuendo in modo decisivo a questa svolta eccezionale. Tuttavia non si può fare a meno di considerare che i generali continuano a fare la storia di questo paese. Non vi spaventa tutto questo? Il rapporto tra il popolo e l'esercito è stato sino ad oggi ottimo. I nostri soldati hanno garantito Piazza Tahrir ed evitato il ripetersi degli attacchi della polizia e dei burattini di Mubarak e del suo partito contro la folla pacifica riunita in questo luogo da oltre due settimane. Per questo motivo tutto ci lascia credere che i militari si limiteranno a garantire la pace e la sicurezza del paese e di tutti noi. La gioia che stiamo vivendo è anche la gioia dei soldati che in questo paese sono giovani, parte degli stessi giovani che hanno anticipato in internet la rivoluzione del 25 gennaio guidandola successivamente nelle strade. I prossimi obiettivi della rivoluzione quali sono? Quelli che abbiamo ripetuto tante volte in questi giorni. Gli egiziani chiedono che autorità civili prendano al più presto la guida del paese lasciando tornare le Forze Armate al loro compito naturale, la difesa dell'Egitto dai nemici esterni. Subito dopo vogliono che il paese proceda alla revisione della Costituzione e alla revoca delle leggi d'emergenza (in vigore da trent'anni, ndr). Infine, ma già nei prossimi mesi, dovranno svolgersi elezioni politiche e presidenziali per eleggere un Parlamento e un capo dello Stato che siano finalmente rappresentativi del popolo egiziano. Ma ci aspettiamo anche politiche immediate per affrontare le crisi più gravi del paese, a cominciare dalla disoccupazione giovanile e dalla povertà. Siamo certi che la rivoluzione sarà capace di esprimere i nuovi leader egiziani.

 

La «storia è in marcia», ma l'Europa tace - Anna Maria Merlo

PARIGI - Le notizie in provenienza dall'Egitto si sono accavallate per tutto il pomeriggio di ieri, annunciando il discorso di Hosni Mubarak in serata e un possibile imminente abbandono del rais. E l'Europa? Assente. Restano senza risposta le richieste telefoniche su eventuali reazioni. Sul web, réactions européennes, reactiones europeas, european reactions o Europäische Reaktion non danno nessun risultato. Di Cathy Ashton, l'alta rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, si sono perse le tracce (ma siamo alle soglie del week-end, di solito lascia Bruxelles per la Gran Bretagna con ampio anticipo sul fine settimana). Anche ieri, la prudenza estrema è stata la divisa del vecchio continente, mentre Obama ha fatto una dichiarazione in serata sottolineando che «la storia è in marcia» e la Cia, già nel pomeriggio, annunciava attraverso una dichiarazione del suo direttore, Leon Panetta, le «dimissioni immediate» di Mubarak. Gli Usa hanno contatti sia con il regime che con l'opposizione, anche quella più informale, come i rappresentanti dell'imprenditoria del paese. L'Europa, che non ha saputo prevedere le rivoluzioni arabe, accecata dalla paura dell'immigrazione e dell'islamismo, sta a guardare e aspetta per reagire. La sola proposta è stata, da parte di Bruxelles, di proporre di «rafforzare l'assistenza» all'Egitto, in vista di «una transizione» politica pacifica e «ordinata».

La Commissione europea, senza mai nominare il presidente Mubarak, in questi giorni si è limitata a dire: «chiediamo senza tardare la messa in opera di riforme necessarie, ivi compreso che delle elezioni libere e giuste siano organizzate il più presto possibile». Per il premier britannico David Cameron, «la transizione deve essere rapida, credibile e iniziare subito». La Francia era ieri tutta presa da questioni di politica interna, tra la grande protesta della magistratura contro gli attacchi del presidente Nicolas Sarkozy e uno sciopero nella scuola contro i tagli della spesa. Il presidente in serata era atteso in tv, ma per parlare dei problemi che «interessano la gente».

Secondo il giornalista precelto dal canale Tf1 per condurre la serata, Jean-Pierre Pernaud, «la Tunisia è fuori quadro» (per non parlare dell'Egitto, neppure menzionato). Mercoledì sera, Sarkozy è stato interpellato alla tradizionale cena del Crif, il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia. Il presidente del Crif, Richard Pasquier, ha espresso inquietudine circa i Fratelli musulmani in Egitto, denunciando il fatto che «sotto la bandiera della democrazia e della libertà, si camuffa gente che cerca di distruggere la libertà e la democrazia». Sarkozy se l'è cavata ricordando che «le manifestazioni in Tunisia o in Egitto non hanno gridato "abbasso l'occidente, abbasso l'America, o abbasso Israele". Non hanno propugnato un ritorno al passato di un'età d'oro islamica mitificata.

Non se la sono presa con nessuna minoranza». Sarkozy è nell'imbarazzo, a causa delle rivelazioni sulle ultime vacanze della ministra degli esteri Michèle Alliot-Marie e del primo ministro, François Fillon. La prima, dopo aver proposto il 14 gennaio l'aiuto della polizia francese al presidente Ben Ali, poi fuggito il 17, tra Natale e Capodanno era in Tunisia, dove ha utilizzato due volte (gratis) un aereo del clan Ben Alì proprio mentre la rivoluzione era al culmine. intempestive anche le vacanze di Fillon, che è stato ospitato da Mubarak, assieme alla famiglia, per visitare le vestigia dell'antico Egitto, sempre tra Natale e Capodanno. Nel 2008, Sarkozy aveva proposto a Mubarak la co-presidenza dell'Unione per il Mediterraneo, una nuova struttura volutra dalla Francia per facilitare il «dialogo», che visibilmente non è servita a nulla.

 

Tra rivolta e rivoluzione - Nicola Melloni   Liberazione 10.2.11

Le esplosioni di protesta del Medio Oriente e più in generale del bacino del Mediterraneo riportano la piazza e le masse al centro del panorama politico. Non può essere una sorpresa che queste rivolte avvengano in quei paesi periferici ma non estranei al ciclo di sviluppo capitalista, paesi marcati non solo da regimi politici dittatoriali ed autoritari ma da sperequazioni di reddito inaccettabili. La questione sociale che trent'anni di sbornia neo-liberale ci aveva chiesto di dimenticare è attuale come non mai e dimostra tutti i limiti di un modello di sfruttamento che inevitabilmente pone la questione delle contraddizioni del capitale. Di qui le rivolte per il pane in Algeria e l'effetto domino in Tunisia ed in Egitto, paese che, è vero, continua a crescere in termini di PIL ma è nonostante questo attanagliato da una crisi economica durissima, contrassegnata da massicce fughe di capitali, drastica diminuzione degli investimenti stranieri diretti e calo del turismo. Soprattutto, anche la crescita economica degli ultimi anni non ha portato nessun beneficio alla popolazione, con la cricca di Mubarak in controllo di larghi settori dell'economia e lesta ad appropriarsi dei profitti, immiserendo sempre più la popolazione ed allo stesso tempo cercando di cancellare qualsiasi opposizione politica al regime. In tale contesto hanno preso forza i Fratelli Musulmani che si sono basati su un approccio di tipo mutualistico, come altre organizzazioni musulmane nella regione.

I Fratelli Musulmani creano ospedali e organizzano i sindacati, in molti casi provvedono ad un sistema alternativo di welfare, come in fondo facevano molti gruppi socialisti in Europa tra XIX e XX secolo. Di qui la loro innegabile popolarità - e d'altronde un modello simile ha adottato anche Hamas in Palestina. I Fratelli Musulmani, comunque, nonostante le fobie americane, non sono un gruppo estremista, in molti aspetti simile all'AKP turco (il partito di Erdogan) anche se ovviamente le evoluzioni politiche di una rivoluzione, nel caso questa davvero avvenisse, non si possono mai dare per scontate, come l'Iran insegna. Il punto, naturalmente, è cercare di capire quali siano le relazioni di forza tra i diversi schieramenti, come ci insegnava Antonio Gramsci, schieramenti che contengono le forze del vecchio regime, attori internazionali ed i vari movimenti politici e sociali che sostengono la rivoluzione. La caduta dell'Unione Sovietica, ad esempio, vide il riaffermarsi di quella stessa nomenklatura che doveva essere rimossa dal movimento democratico.

 E il fatidico 1989 nell'Est Europa ha spesso visto emergere il capitale transnazionale come il vero vincitore del cambiamento, mentre in Iran, come detto, la cacciata dello Sha portò ad una vera rivoluzione in cui però i protagonisti finirono per essere i gruppi religiosi e non il movimento socialista che pure era parte integrante delle piazze di Teheran. In breve, la differenza tra rivolta e rivoluzione la si può valutare solamente a cose fatte, cercando di capire chi in effetti risulta vincitore alla caduta del tiranno e se, in effetti, quei famosi rapporti di forza (non solo politici ma anche e soprattutto economici) si sono invertiti a favore delle forze antagoniste. La piazza non deve dimostrare solo la sua forza d'urto, ma anche la sua capacità di farsi classe dirigente. Quel che sta avvenendo in Egitto è, con tutta evidenza, il tentativo di contenere la rivolta, sostituendo Mubarak con Suleiman, ovvero l'uomo forte dell'esercito che diverrebbe il garante dei poteri economici tradizionali e, allo stesso tempo, dei tradizionali alleati dell'Egitto di Mubarak, Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele (tutti preoccupatissimi delle rivolte di piazza, alla faccia della retorica pro-democrazia!).

Un Egitto fedele a Washington è garanzia di stabilità della regione, una stabilità che protegge gli affari delle potenze occidentali nell'area ma, come ormai sempre più spesso, l'orizzonte temporale degli "strateghi" americani ed europei è brevissimo. Il sostegno a governi corrotti e autoritari e alle politiche israeliane di espansione neo-coloniale, insieme alle avventure militari, hanno avuto il solo effetto di medio-termine di esasperare i conflitti, accrescere la povertà e radicalizzare in senso religioso le istanze di cambiamento. La ritirata del socialismo su scala planetaria, purtroppo, ha consegnato le masse a promesse di riscatto sociale di tipo millenaristico e spesso reazionarie, nel Maghreb come in Europa. La crisi del modello di capitalismo occidentale apre nuovi scenari, a cominciare dal sud del mondo che più ha sofferto per le contraddizioni generate dalla mercificazione delle relazioni sociali di questo trentennio neo-liberista. Il problema, pressante ed urgente come non mai, è la capacità di offrire soluzione alternative per rilanciare la lotta e per evitare che la barbarie sia l'unica alternativa al capitalismo.

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Varie di Pietro Ancona

E' l'ENI l'obiettivo della insurrezione contro Gheddafi?   pubblicato anche da L'Ernesto 

 da Pietro Ancona il giorno martedì 22 febbraio 2011 alle ore 16.00

Bisogna capire bene da che cosa è fatta l'insurrezione contro Gheddafi in Libia, quanto c'è di sofferenza popolare e giovanile e quanto di interessi tribali che si sono aggrovigliati con quelli USA e delle multinazionali dell'Energia.

 Quello che è certo è che il metanodotto che porta il gas dall'Algeria alla Libia alla Sicilia è fermo. Non escludo che una vittima designata di questa rivolta sia l'Eni e comunque la politica commerciale autonoma dell'Italia che gli USA hanno "subito" con molti mal di pancia. Il PD maramaldesco farebbe bene a stare più accorto nelle critiche ed a distinguere l'Italia da Berlusconi e la Libia da Gheddafi

  La grandiosa opera di pace del metanodotto, estranea agli interessi delle Sette Sorelle, garantisce energie e benessere da trenta anni all'Italia, all'Algeria, alla Libia. Gli Usa sono stati ostili da sempre.

 La politica fatta dal governo italiano nei confronti della Libia e della Russia è la meno berlusconiana fatta dal Governo Berlusconi. Viene da molto lontano, dalla illuminata apertura terzamondista e pacifista di La Pira e Moro, di Nenni e di Fanfani.

 Gli obiettivi dei rivoluzionari in Libia non sono chiari, non sono stati espressi. L'anelito di libertà e di democrazia si esprime in modi diversi. Certamente non risuonano con chiarezze le richieste della Rivoluzione.Non difendo il regime di Gheddafi ma vorrei capire chi lo sta demolendo. L'Italia rischia di essere travolta non solo da una ondata emigratoria ma dal crollo di suoi fondamentali interessi economici crollo che va a sommarsi alla crisi ed al trasferimento della Fiat in USA ed alla scomparsa della sua industria di base e manifatturiera.

 Anche la pace potrebbe essere travolta da una crisi di tutta l'area del Mediterraneo dentro la quale mimetizzare l'attacco e l'incenerimento dell'Iran e la fine della Palestina.

 Pietro Ancona

 

 sabato 26 febbraio 2011

Un film già visto! La Libia come l'Iran...

A scorrere oggi le immagini delle televisioni, a leggere i giornali compresi quelli di "sinistra" si rivede lo stesso film dei dittatori cattivissimi che opprimono i loro popoli e si dedicano a sadici spargimenti di sangue. Questo film l'abbiamo visto prima e durante la prima guerra dell'Irak (Desert Storm), della guerra per il Kossovo e per la disintegrazione della Jugoslavia, della seconda guerra contro l'Irak alla ricerca di armi di distruzione di massa che non si trovarono mai, della guerra contro l'Afghanistan alla ricerca di Bin Laden e dei terroristi che avrebbero fatto crollare le Torri gemelle, delle manifestazioni in Iran contro Ahmadinjed. C'è una novità importante: alla batteria massmediatica occidentale si sono unite le due emittenti televisive arabe AlJazeera e Al Arabia che hanno assunto il monopolio della informazione di quanto avviene da quelle parti tutto rigorosamente nello interesse dei plurimiliardari feudatari dell'Arabia Saudita e della nuova borghesia "liberista" che in tutto il Nord Africa e nella penisola arabica vorrebbe fare affari con gli occidentali, arricchirsi e che è sempre più insofferente per le quote di reddito che in Iran ed in Libia sono assorbite dal welfare, dai salari e dagli investimenti sociali.

Altre informazioni non possiamo averne. Abbiamo già visto nel 2003 le cannonate del carro armato americano contro le finestre del decimo piano dell'Hotel Palestine Ginevra abitato da giornalisti. Abbiamo visto il terrore sul viso di Giuliana Sgrena ferita e salvata dalla morte dall'eroico Calipari. Ad oggi 400 giornalisti sono stati uccisi nelle zone di guerra. I pochi che riescono a seguire il fronte o lavorano nelle zone occupate debbono essere autorizzati dai Comandi Militari USA ed i loro servizi vengono rigorosamente censurati.-

Tutto quello che abbiamo saputo o che sappiamo delle zone "calde" del pianeta dove gli americani portano la loro "pace" assieme a pacchetti di "diritti umani" viene filtrato dai servizi di informazione. I servizi ammettono soltanto giornalismo "embedded", militante anzi....militarizzato.

Oggi la Stampa di Torino portava a grandissimi titoli questa dichiarazione di Gheddafi: "Chi non è con me deve morire!" frase smentita ieri sera da un giornalista di rai new24 attribuendola ad un errore di traduzione. In effetti Gheddafi ha detto: " Se il popolo non mi vuole, merito di morire!. Nonostante la correzione la frase manomessa è stata riportata da tutta la stampa italiana e credo mondiale e l'intervento di correzione è stato ignorato. Montagna di menzogne si sommano a montagne di menzogne. Alcune di queste sono anche grossolane e ridicole come quella delle fosse comuni che non erano altro che immagini vecchie di un anno del cimitero di Tripoli. Ma la scienza della disinformazione non bada a queste quisquilie. Anche se la notizie è falsa in modo strepitoso viene messa in circolo lo stesso sulla base di un principio di sedimentazione di un linguaggio, di una cultura dell'avvenimento che qui sarebbe troppo lungo discutere. Insomma anche se falsa si incide nella memoria del pubblico.

La rivolta popolare o meglio il golpe contro il despota Gheddavi, è mossa dalle stesse forze che si agitano contro Ahmadinjed e ne reclamano la morte; è la borghesia che vorrebbe fare affari con l'Occidente, arricchirsi e che non sopporta il monopolio statale

sul petrolio e sul metano e vorrebbe che i proventi non fossero tutti investiti in sanità, pensioni, opere pubbliche, salari, scuola...La Libia ha dato sicurezza e benessere a tutti i suoi abitanti e per quaranta anni ha assorbito per quasi la metà della sua popolazione immigrati dai paesi poveri dell'africa. Anche centinaia di migliaia di egiziani lavorano in Libia. E' stato ricordato che il reddito procapite è il più alto dell'Africa, la vita media è di 77 anni pari a tre volte quella africana ed il livello di scolarizzazione assai alto.

Alla insofferenza della borghesia che vorrebbe arricchirsi subito bisogna sommare un dato

regionale e tribale. La Libia è l'unione di tre regioni. La Cirenaica, la Tripolitania ed il Fezzan. La Cirenaica è luogo in cui era radicata la monarchia e non ha mai accettato del tutto di essere governata da Tripoli. Sul risentimento dei cirenaici e sulle pretese della borghesia si è costruito il blocco di forze, sostenuto dagli USA, che forse sta per abbattere Gheddafi.

Purtroppo il regime non ha tenuto conto che 42 anni sono tanti, tantissimi e che il potere si corrompe ed invecchia. Lo stesso Gheddafi è molto invecchiato. Fa impressione vedere che il secondo uomo della Libia è uno dei figli di Gheddafi e che non si vede non emerge un gruppo dirigente che pure c'è stato se ha fatto moderna e forte la Nazione. Oggi il regime non ha una classe dirigente in grado di proporsi e di cimentarsi con il futuro. Questo pesa, pesa l'idea di Gheddafi di sentirsi eterno ed insostituibile se non con qualcuno del suo stesso sangue. Ma i suoi oppositori sono una pure e semplice riedizione del colonialismo e dei suoi ascari che Gheddafi scacciò con la rivoluzione indolore di quaranta anni fa. La libia peggiorerebbe se passasse dalla gestione arcaica del potere di Gheddafi a quella del principe ereditario di re idris e dei petrolieri e generali USA che gli stanno dietro.

Può darsi che diventi un protettorato USA come l'Irak.

Pietro Ancona

21 febbraio 2011

 Dalla Libia un duro colpo all'Italia di Pietro Ancona

Una intensa e martellante campagna propagandistica sta accreditando la menzogna di un leader che massacra il suo popolo con una repressione feroce fatta anche di bombardamenti aerei. Si parla di diecimila morti che naturalmente si attribuiscono a responsabilità di Gheddafi e del suo governo. Una potente e quasi impenetrabile cortina fumogena si è alzata sugli avvenimenti. Filtrano solo le "notizie" confezionate dalla batteria massmediatica occidentale. Gheddafi si trova nella condizione in cui venne a trovarsi Milosovic durante la crisi del Kossovo nella quale fu fatto credere all'opinione pubblica mondiale un genocidio a danno degli albanesi quando invece erano i serbi ad essere rastrellati, uccisi o costretti a scappare dalle loro case. I massmedia arabi più importanti di proprietà dell'Arabia Saudita forniscono la versione quotidiana degli avvenimenti e partecipano attivamente alla congiura mediatica. Gli insorti vengono fatti passare per inermi cittadini amanti della libertà e della democrazia e non viene spiegato come abbiano fatto a conquistare militarmente tante città. Si tratta di un colpo di Stato con epicentro in Cirenaica che è stato minuziosamente preparato dagli USA e da Israele che in questo modo regolano i conti con una realtà nazionale da sempre autonoma e non asservita come la Tunisia, l'Egitto, il Marocco, lo Yemen, la Giordania, agli interessi coloniali e geostrategici dell'Occidente. La posta in gioco è una profonda modificazione degli equilibri politici che non mette in discussione il lager di Gaza e che probabilmente si estenderà al controllo di tutto il Libano. Da questa crisi abilmente manovrata dagli USA esce anche una Italia più debole che dovrà rinegoziare gli accordi sugli approvvigionamenti di gas e di petrolio con i nuovi padroni americani ed i loro prestanomi. L'Italia e la Libia hanno realizzato per tantissimi anni una politica di pace e di cooperazione basata sulla esistenza del metanodotto ideato e concepito in Sicilia dall'Ente Minerario Siciliano a suo tempo proposto come alternativa vincente al trasporto del gas con navi. E' un durissimo colpo alla economia italiana ed alla sua sicurezza energetica. L'Italia uscirà da questa crisi con le ossa rotte. Questa crisi si sommerà alle tante altre che riguardano la nostra industria manifatturiera a cominciare dalla Fiat e renderà assai difficile e problematico il recupero. I guai non arrivano mai da soli!

Non sappiamo quale sarà il destino della Libia e se resterà unita o si frammenterà in due o tre staterelli secondo la tecnica del salame affettato che gli USA praticano con successo da anni a cominciare dalla Corea. Può darsi che Gheddafi non sarà in grado di continuare a controllare la Tripolitania anche perchè ha gestito il governo soltanto in termini familistici e senza proporsi la costruzione di un gruppo dirigente forte e preparato per lo Stato. Gheddafi è anziano e non ha successione dentro l'attuale dirigenza. Ha fatto una politica che ha garantito ricchezza ed indipendenza alla Libia ma non ha curato lo Stato che è sempre stato una specie di masseria. Ma certamente le condizioni del suo popolo sono migliori di quelle che hanno portato alla rivolta i tunisini e gli egiziani. La Libia ha sempre avuto un grande numero di lavoratori stranieri ai quali ha dato da mangiare per tanti decenni ed il reddito dei suoi sei milioni di abitanti è stato di 15 mila dollari contro gli 8 mila della Tunisia, i 4.300 del Marocco ed i 5000 mila dell'Egitto. Certamente ci sono problemi di diseguale distribuzione del reddito e di riforme ma non si può dire che la popolazione libica non abbia fruito dei proventi del petrolio in misura certamente maggiore di quella che gli USA concedono in Iraq. La fine della Libia indipendente si rifletterà sull'Europa che dovrà fare i conti con una nuova situazione per gli approvvigionamenti energetici dal Sud e non è detto che gli USA non preparino un colpo per spezzare le reni alla Russia che non ha voluto fare gestire agli oligarchi integrati nelle multinazionali di Wall Street le sue risorse petrolifere ed i suoi gasdotti.

Tutte le pedine che gli USA muovono sullo scacchiere mondiale sono finalizzate agli interessi particolari del suo imperialismo. Sono tutte pedine.

Non c'è e non ci sarà mai una politica di pace ed Obama non solo non è diverso da Bush nel suprematismo a stelle e strisce ma è ancora più pericoloso per la capacità di manipolazione. Ricordate che fece credere di essere con il Presidente dell'Honduras nello stesso giorno in cui questi veniva rapito da un aereo militare americano! Continua una guerra senza fine in Afghanistan ed a diffondere la favole di AlQaeda e del terrorismo per giustificare il lager e le torture di Guantanamo.

Pietro Ancona

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giovedì 24 febbraio 2011

fidel castro interviene sulla crisi libica

Il petrolio si è trasformato nella principale ricchezza nelle mani delle transnazionali yankee; attraverso questa fonte di energia hanno potuto disporre di uno strumento che ha accresciuto considerevolmente il loro potere politico nel mondo. Fu la loro principale arma quando decisero di liquidare con facilità la Rivoluzione Cubana non appena vennero promulgate le prime leggi giuste e sovrane nella nostra patria: privarla del petrolio.

Su questa fonte di energia si è sviluppata la civiltà attuale. Il Venezuela è stata la nazione di questo emisfero a pagarne il maggior prezzo. Gli Stati Uniti si fecero padroni degli enormi giacimenti di cui la natura aveva dotato questo paese fratello.

Alla fine dell'ultima Guerra Mondiale si iniziò ad estrarre dai giacimenti dell'Iran, come pure da quelli dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e dei paesi arabi situati vicino a quelli, sempre più rilevanti quantità di petrolio. Il consumo mondiale è aumentato progressivamente fino alla favolosa cifra di circa 80 milioni di barili al giorno, compresi quelli che si estraggono nel territorio degli Stati Uniti, a cui si sono ulteriormente sommati il gas, l'energia idraulica e quella nucleare. Fino all'inizio del XX secolo il carbone era stato la fonte fondamentale di energia che aveva reso possibile lo sviluppo industriale, prima che si producessero migliaia di milioni di automobili e motori consumatori di combustibile liquido.

I rifiuti del petrolio e del gas sono associati a una delle maggiori tragedie, assolutamente non risolta, che soffre l'umanità: il cambiamento climatico.

Quando la nostra Rivoluzione vide la luce, l'Algeria, la Libia e l'Egitto non erano ancora produttori di petrolio e gran parte delle sostanziose riserve di Arabia Saudita, Iraq, Iran ed Emirati Arabi dovevano ancora essere scoperte.

Nel dicembre del 1951 la Libia si trasforma nel primo paese africano a conquistare l'indipendenza dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui il suo territorio fu scenario di importanti combattimenti tra le truppe tedesche e quelle del Regno Unito, che diedero fama ai generali Erwin Rommel e Bernard L. Montgomery.

Il 95% del suo territorio è totalmente desertico. La tecnologia ha permesso di scoprire importanti giacimenti di petrolio leggero di eccellente qualità che oggi raggiungono un milione 800 mila barili al giorno e abbondanti depositi di gas naturale. Tale ricchezza le ha permesso di ottenere un'aspettativa di vita che raggiunge quasi i 75 anni, e le più alte entrate pro capite dell'Africa. Il suo arido deserto è ubicato su un enorme lago di acqua fossile, equivalente a più di tre volte la superficie di Cuba, che le ha reso possibile costruire un ampia rete di tubature di acqua dolce che si estende per tutto il paese.

La Libia, che aveva un milione di abitanti al momento dell'indipendenza, ne conta oggi più di 6 milioni.

La Rivoluzione Libica avvenne nel mese di settembre del 1968. Il suo principale dirigente era Muammar-al-Gheddafi, militare di origine beduina, che nella sua prima gioventù si ispirava alle idee del leader egiziano Gamal Abdel Nasser. Non c'è dubbio che molte delle sue decisioni siano da collegarsi ai cambiamenti che si produssero quando, come in Egitto, una monarchia debole e corrotta venne rovesciata in Libia.

Gli abitanti di questo paese hanno millenarie tradizioni guerriere. Si dice che gli antichi libici facevano parte dell'esercito di Annibale quando fu sul punto di liquidare l'antica Roma con la forza che attraversò le Alpi.

Si potrà essere o no d'accordo con Gheddafi. Il mondo è stato invaso da ogni tipo di notizia, specialmente con l'impiego dei mezzi di informazione di massa. Si dovrà aspettare il tempo necessario per conoscere in modo rigoroso quanto ci sia di verità o di menzogna, o il groviglio dei fatti di ogni tipo che, in mezzo al caos, si sono prodotti in Libia. Ciò che per me è assolutamente evidente è che il governo degli Stati Uniti non è assolutamente preoccupato per la pace in Libia, e non esiterà a dare alla NATO l'ordine di invadere questo ricco paese, forse nel giro di poche ore o di pochissimi giorni.

Coloro che con perfide intenzioni hanno inventato la menzogna secondo cui Gheddafi si sarebbe diretto in Venezuela, come hanno fatto la sera di domenica 20 febbraio, hanno ricevuto oggi una degna risposta dal Ministro delle Relazioni Estere del Venezuela, Nicolas Maduro, quando ha dichiarato testualmente che esprimeva “l'auspicio che il popolo libico trovi, nell'esercizio della sua sovranità, una soluzione pacifica alle sue difficoltà, che preservi l'integrità del popolo e della nazione libica, senza l'ingerenza dell'imperialismo...”

Per parte mia, non immagino il presidente libico che abbandona il paese, eludendo le responsabilità che gli vengono addossate, siano o no false in parte o nella loro totalità.

Una persona onesta sarà sempre contro qualsiasi ingiustizia venga commessa con qualsiasi popolo del mondo, e la peggiore, in questo momento, sarebbe quella di stare in silenzio davanti al crimine che la NATO si prepara a commettere contro il popolo libico.

La dirigenza di questa organizzazione bellicista ha fretta di compierlo. E' doveroso denunciarlo!

 

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Giovani comunisti di Torino 2.0
Il piano della NATO è occupare la Libia
Le Riflessioni del compagno Fidel

Il petrolio si è trasformato nella principale ricchezza nelle mani delle grandi multinazionali yankee; grazie a questa fonte d’energia dispongono di uno strumento che ha accresciuto considerevolmente il loro potere politico nel mondo.
È stata la loro principale arma quando hanno deciso di liquidare facilmente la Rivoluzione Cubana appena si promulgarono le prime leggi giuste e sovrane nella nostra Patria: privarla di petrolio.
Su questa fonte d’energia si è sviluppata la civiltà attuale. Il Venezuela è la nazione di questo emisfero che ha pagato il prezzo più alto.
Gli Stati Uniti erano divenuti padroni degli enormi giacimenti la natura ha posto in questo fraterno paese.
Alla fine dell’ultima Guerra Mondiale si cominciarono ad estrarre dai giacimenti dell’Iran, così come da quelli dell’Arabia Saudita, Iraq e dei paesi arabi situati nella zona, maggiori quantità di petrolio.
Questi divennero i principali fornitori.

Il consumo mondiale si elevò progressivamente alla favolosa cifra di, approssimata, 80 milioni di barili al giorno, includendo quelli che si estraggono nel territorio degli Stati Uniti, ed ai a quali ulteriormente si sommarono il gas, l’energia idraulica e quella nucleare. All’inizio del XX secolo, il carbone era stato la fonte fondamentale di energia che rese possibile lo sviluppo industriale, prima che si producessero migliaia di milioni di automobili e di motori che consumano combustibile liquido.
Lo spreco del petrolio e del gas è associato ad una delle maggiori tragedie, irrisolta in assoluto, che l’umanità sta soffrendo: il cambio climatico.

Quando la nostra Rivoluzione è sorta, Algeria, Libia ed Egitto non erano ancora produttori di petrolio, e gran parte delle enormi riserve dell’Arabia Saudita, Iraq, Iran e degli Emirati Arabi Uniti non erano stati ancora scoperti.
Nel dicembre del 1951, la Libia divenne il primo paese africano a conquistare la sua indipendenza dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il suo territorio fu scenario d’importanti combattimenti tra le truppe tedesche e del Regno Unito, che diedero fama ai generali Erwin Rommel e Bernard L. Montgomery.
Il 95 % del suo territorio è totalmente desertico. La tecnologia ha permesso di scoprire importanti giacimenti di petrolio leggero d’eccellente qualità, che oggi raggiungono un milione 800.000 barili al giorno, e abbondanti depositi di gas naturale.
Tale ricchezza le ha permesso di raggiungere una speranza di vita di quasi 75 anni e il più alto ingresso pro capite dell’Africa.
Il suo duro deserto si trova ubicato al di sopra di un enorme lago di acqua fossile, equivalente a tre volte la superficie di Cuba, e questo ha reso possibile la costruzione di una vasta rete di conduzioni di acqua dolce che si estende in tutto il paese.
La Libia, che aveva un milione di abitanti quando conquistò la su indipendenza, oggi conta su circa sei milioni.

La Rivoluzione della Libia avvenne nel mese di settembre del 1969. Il suo principale dirigente fu Muammar al-Gaddafi, militare d’origine beduina che, giovanissimo, s’ispirò nelle idee del leader egiziano Gamal Abdel Nasser. Senza dubbio molte delle due decisioni sono state associate ai cambi che avvennero quando, come in Egitto, una monarchia debole e corrotta fu spazzata via dalla Libia.

Gli abitanti di questo paese hanno millenari tradizioni guerriere. Si dice che gli antichi libici facevano parte del ‘esercito di Annibale, quando fu al punto di liquidare l’antica Roma con le forze che valicarono le Alpi.

Si potrà essere o no d’accordo con Gaddafi. Il mondo è stato invaso con tutti i tipi di notizie, soprattutto quelle dei media di massa dell’informazione.
Si dovrà aspettare il tempo necessario per conoscere con rigore quanto c’è di vero o di falso, o una miscela di fatti di ogni tipo che, in mezzo al caos, si sono prodotti in Libia.
Quello che per me è assolutamente evidente, è che il Governo degli Stati Uniti non sono affatto preoccupati per la pace in Libia, e non vacilleranno nel dare alla NATO l’ordine d’ invadere questo ricco paese, forse in questione di ore o di pochi giorni.
Quello che con perfide intenzioni hanno inventati le falsità che Gaddafi si dirigeva in Venezuela, come hanno fatto nel pomeriggio di domenica 20 febbraio, hanno ricevuto oggi una degna risposta del Ministro degli Esteri del Venezuela, Nicolás Maduro, che ha detto testualmente che sperava "che il popolo della Libia incontri, nell’ esercizio della sua sovranità, una soluzione pacifica alle sue difficoltà, che si preservino l’integrità del popolo e della nazione libica, senza l’ingerenza dell’imperialismo"

Io, da parte mia non immagino il dirigente libico che abbandona il paese, scordandosi delle responsabilità che gli vengono le imputate, siano o no false, in parte o nella loro totalità.

Una persona onesta sarà sempre contro qualsiasi ingiustizia che si commetta con qualsiasi popolo del mondo, e la peggiore di queste, in questo istante, sarebbe stare zitti di fronte al crimine che la NATO si prepara a commettere contro il popolo della Libia.

La cupola di questa organizzazione bellicosa ne ha l’urgenza.
E questo va denunciato!

Fidel Castro Ruz
21 Febbraio del 2011
(Traduzione Gioia Minuti)
Pubblicato da Giovani Comunisti Torino a 10:46

http://giovanicomunistitorino.blogspot.com/2011/02/il-piano-della-nato-e-occupare-la-libia.html    

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I satelliti russi: la piazza libica non ha subito alcun raid aereo  di Pino Cabras | www.megachip.info   

Le immagini del suolo libico, viste dallo spazio russo, smentiscono una delle leggende mediatiche di questi giorni, ossia i bombardamenti aerei sulla folla dei manifestanti. Ci sono ancora organi d'informazione importanti che ripetono questa storia regalando brividi di orrore a milioni di persone. Il pretesto per l’«intervento umanitario» in questi giorni parte sempre dalla traccia di una strage mai vista. I militari russi sostengono che questi ipotetici raid aerei ordinati da Gheddafi contro gli oppositori in piazza non sono invece avvenuti.

Lo affermano addirittura al livello dei capi di stato maggiore riuniti: dalla grande mole di immagini satellitari registrate nel corso della crisi non hanno ricavato una sola traccia dei bombardamenti, gli atroci raid raccontati senza prove da tutto il mainstream occidentale e dalle principali catene televisive arabe L’analisi condotta a Mosca, unitamente alle robuste controprove che sul web hanno subito smontato la bufala delle fosse comuni, getta una luce inquietante sulle manovre - anche mediatiche - intorno alla crisi del regime libico.

La corrispondente di Russia Today Irina Galushko riferisce in particolare che i supposti raid del 22 febbraio su Bengasi e Tripoli, ampiamente enfatizzati da BBC e Al-Jazira, non sono stati registrati dai capi militari che esaminavano le immagini raccolte dai satelliti russi

Va detto che nessuno dubita che le forze fedeli a Gheddafi stiano usando anche bombardamenti aerei nei combattimenti che avvengono su scala militare con i ribelli armati nella parte orientale del paese. Altra cosa è invece ripetere pappagallescamente l’affermazione dei primi giorni della crisi, secondo cui Gheddafi usava uno sbrigativo metodo Guernica contro chi protestava in piazza. La sproporzione fra la diffusione delle voci sui “diecimila morti” e le verifiche sul campo è stata massima.

Forze potenti, all’ombra dei prelibati pozzi di petrolio libico, stanno lottando per piegare gli avvenimenti ai loro interessi. Una crisi dell’Impero – questo è anche l’arco di instabilità che si sta aprendo in Nord Africa – è comunque affrontata con spregiudicatezza imperiale. Conteranno certamente i consiglieri militari già sguinzagliati lungo tutto il mosaico etnico della Libia (chissà quanti di loro sono reduci delle guerre jugoslave degli anni Novanta). E conterà, prima di loro e sopra di loro, l’uso massiccio dei media, scatenati a far lievitare il giusto climax per far accettare le stragi. Quelle vere, quelle delle “guerre umanitarie”.

Libia: i sogni d'Ottone di Obama, Cameron e Sarkozy  di Filippo Bovo

(18.03.2010) Libia: i sogni imperiali di Obama, Sarkozy e Cameron e le "False Flags" in arrivopubblicata da Filippo Bovo il giorno sabato 19 marzo 2011 alle ore 0.58 Riunisco in una sola nota le due precedenti da me scritte tra ieri e stasera.

Libia: i sogni d'Ottone di Obama, Cameron e Sarkozy

Leggo che il Consiglio di Sicurezza ONU ha approvato la cosiddetta "No Fly Zone" su Bengasi e dintorni, proprio quando le truppe di Gheddafi erano ormai sul punto di impadronirsene. Curiosa coincidenza. Ma d'altra parte il governo di Bengasi riceve, attraverso la frontiera con l'Egitto, aiuti militari proprio da inglesi e francesi. Non dimentichiamoci poi di quel pugno di marines inglesi beccati in territorio libico pochi giorni fa. Insomma, i colonialisti inglesi e francesi come al solito bazzicano nei dintorni pronti ad impossessarsi del territorio e del petrolio libici. Vogliono rimetterci le basi e spuntare royalties di favore, e aiutando e corrompendo gli insorti possono riuscirci facilmente. Inoltre puntano anche ai nuovi giacimenti petroliferi del vicino Ciad, che sembrerebbero essere immensi. Con la scusa di far la guerra alla dittatura si punta a ben altro, cioè al vil quattrino, come da che mondo è mondo. Pare però che a Tripoli abbiano già individuato la contromossa con cui bloccare e prendere in contropiede francesi ed inglesi, che si dichiaravano pronti all'attacco già a partire stanotte: la Libia accetterà il "cessate il fuoco" e non ci sarà quindi alcun attacco finale a Bengasi. Ecco che così francesi e inglesi (ma mettiamoci pure gli americani, dacchè la Clinton oggi era a Tunisi a complottare) si ritrovano magicamente privati di ogni giustificazione ad attaccare. Se dovessero farlo nonostante tutto, allora la loro sarebbe soltanto un'azione imperialista, che andrebbe al di fuori di quanto consentito dalla votazione ONU; e pertanto pericolosa e condannabile non solo politicamente ma anche giuridicamente. Della serie: meglio star fermi che non si sa mai. Vedremo un po' cosa ci riserverà il domani.

(17.03.2010)

Libia: "False Flag" in arrivo 

Come scrivevo nella mia precedente nota, il fatto che la Libia abbia dichiarato di voler rispettare il "Cessate il fuoco" priva Francia e Inghilterra di ogni giustificazione ad attaccare l'esercito e le postazioni militari di Gheddafi. E' una buona contromossa del regime libico. Ma se tale contromossa priva inglesi e francesi della loro scusa per attaccare, non li priva invece della loro intenzione d'abbattere Gheddafi per impadronirsi della sovranità territoriale e petrolifera della Libia e dei suoi più stretti alleati (Ciad, Niger, Mali, ecc). Perchè è questo il vero obiettivo della famosa "No Fly Zone" (un mostro giuridico, votato dal Consiglio di Sicurezza ONU, che permette a "chiunque" di intervenire in Libia. Si tratta di un precedente gravissimo che un indomani potremmo vedere applicato altrove, con chissà quali gravi conseguenze: dunque bene ha fatto la Germania ad astenersi, al pari di India, Cina, Brasile e Russia). A questo punto cosa potrebbero fare francesi, inglesi ed americani per poter trovare una nuova giustificazione ad attaccare? La prima cosa che mi viene in mente è un'operazione di cosiddetto "False Flag". Vale a dire che si faranno indossare agli amici di Bengasi le uniforme dell'esercito libico e si dirà che Gheddafi viola il "cessate il fuoco" continuando ad attaccare Bengasi e dintorni. Oppure si userà qualche vecchio Mig con la sua brava coccarda verde della Jamahiriyya libica, guidato da piloti americani, francesi o inglesi, spacciandolo per un aereo dell'aviazione di Gheddafi che viola la "No Fly Zone" attaccando la Cirenaica. Questa è la famosa "False Flag". L'hanno già utilizzata in molte occasioni, per esempio ai tempi della guerra del Kosovo contro la Federazione Jugoslava. Sicuramente gli imperialisti inglesi, francesi e americani lo faranno anche questa volta. E così potranno ingiustamente, nel più totale dispregio della legalità, continuare col loro massacro imperiale e coloniale il cui unico scopo è l'interesse economico (mi auguro che nel 2011 gli ebeti che ancora credono alla favoletta dell'intervento umanitario siano tutti spariti). Dopotutto, se Frattini oggi ha detto che il "cessate il fuoco" non durerà a lungo, è proprio perchè lor signori stanno facendo del loro meglio per sabotarlo: e cosa c'è di meglio del "False Flag" per ottenere tale risultato?

 (18.03.2010)

 

sabato 19 marzo 2011 Una nuova operazione coloniale contro la Libia Domenico Losurdo

Dopo aver bloccato con un veto solitario una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava l’espansionismo coloniale di Israele nella Palestina occupata, ora gli Usa si atteggiano di nuovo a interpreti e campioni della «comunità internazionale». Hanno convocato il Consiglio di sicurezza, ma non per condannare l’intervento delle truppe saudite in Bahrein ma per esigere e infine imporre il varo della «no-fly zone» e di altre misure di guerra contro la Libia.

Peraltro, alcune misure di guerra erano state già intraprese unilateralmente da Washington e da alcuni dei suoi alleati: lo dimostrano l’addensarsi della flotta militare statunitense al largo delle coste libiche e il ricorso al classico strumento colonialista della politica delle cannoniere. Ma Obama non si era fermato qui: più volte nei giorni scorsi aveva intimato minacciosamente a Gheddafi di abbandonare il potere; aveva fatto appello all’esercito libico a inscenare un colpo di Stato. Ma l’aspetto più grave è un altro. Assieme a Gran Bretagna e Francia, gli Usa hanno da un pezzo sguinzagliato i loro agenti per porre i funzionari libici dinanzi a un dilemma: o passare dalla parte dei ribelli oppure essere deferiti alla Corte penale internazionale e trascorrere il resto della loro vita in galera, in quanto responsabili di «crimini contro l’umanità».

Al fine di coprire la ripresa delle più infami pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ma ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» del 1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo pù raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario».

A proposito di rivoltosi. Giorno dopo giorno vengono celebrati quali campioni della democrazia nella sua purezza, ma ecco in che termini la loro ritirata dinanzi alla controffensiva dell’esercito libico è stata raccontata da Lorenzo Cremonesi sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (p. 13): «Nella confusione generale anche episodi di saccheggio. Quello più visibile nell’albergo El Fadeel, dove hanno portato via televisioni, coperte, materassi e trasformato le cucine in pattumiere, i corridoi in bivacchi sporchi». Non sembra essere il comportamento proprio di un movimento di liberazione! Il meno che si possa dire è che la visione manichea dello scontro in Libia non ha alcun fondamento.

Ancora. Giorno dopo giorno vengono denunciate le «atrocità» della repressione in Libia. E ora leggiamo quello che sull’«International Herald Tribune» scrive, a proposito del Bahrein, Nicholas D. Kristof: «Nelle scorse settimane ho visto cadaveri di manifestanti, colpiti a breve distanza con colpi d’arma da fuoco, ho visto una ragazza contorcersi per il dolore dopo essere stata bastonata, ho visto il personale di ambulanze picchiato per aver tentato di salvare manifestanti» E ancora: «Un video dal Bahrein sembra mostrare forze di sicurezza che a pochi metri di distanza colpiscono al petto con un candelotto lacrimogeno un uomo di mezza età e disarmato. L’uomo cade a terra e cerca di rialzarsi. Ed ecco allora che lo colpiscono con un candelotto alla testa». Se tutto questo non bastasse, si tenga presente che «negli ultimi giorni le cose vanno molto peggio». Prima ancora che nella repressione, la violenza si esprime già nella vita quotidiana: la maggioranza sciita è costretta a subire un regime di «apartheid».

A rafforzare l’apparato di repressione provvedono «mercenari stranieri» e «carri armati, armi e gas lacrimogeni» statunitensi. Decisivo è il ruolo degli Usa, come chiarsice il giornalista dell’«International Herald Tribune», riferendo di un episodio che è di per sé illuminante: «Alcune settimane fa il mio collega del “New York Times” Michael Slackman fu catturato dalle forze di sicurezza del Bahrein. Egli mi ha raccontato che esse puntarono le armi contro di lui. Temendo che stessero per sparare, egli tirò fuori il passaporto e gridò che era un giornalista americano. A partire da quel momento l’umore cambiò in modo improvviso; il leader del gruppo si avvicinò e prese la mano di Slackman, esclamando con calore: “Non si preoccupi! Noi amiamo gli americani!”».

In effetti in Bahrein è di stanza la Quinta flotta Usa: Non c’è neppure bisogno di dire che essa ha il compito di difendere o imporre la democrazia: ovviamente, non in Bahrein e neppure nello Yemen, ma soltanto … in Libia e nei paesi di volta in volta presi di mira da Washington.

Per ripugnante che sia l’ipocrisia dell’imperialismo, essa non è un motivo sufficiente per passare sotto silenzio le responsabilità di Gheddafi. Se anche storicamente ha avuto il merito di aver spazzato via il dominio coloniale e le basi militari che pesavano sulla Libia, egli non ha saputo costruire un gruppo dirigente sufficientemente largo. Per di più, ha utilizzato i profitti petroliferi per inseguire improbabili progetti «internazionalisti» all’insegna del «Libro verde», piuttosto che per sviluppare un’economia nazionale, moderna e indipendente. E così è stata persa un’occasione d’oro per mettere fine alla struttura tribale della Libia e al dualismo di vecchia data tra Tripolitania e Cirenaica e per contrapporre una solida struttura economico-sociale alle rinnovate manovre e pressioni dell’imperialismo.

E, tuttavia, da un lato abbiamo un leader del Terzo Mondo che in modo rozzo, confuso, contraddittorio e bizzarro persegue una linea di indipendenza nazionale; dall’altro un leader che a Washington esprime in modo elegante, levigato e sofisticato le ragioni del neo-colonialismo e dell’imperialismo: ebbene, solo chi è sordo alla causa dell’emancipazione dei popoli e della democrazia nei rapporti internazionali, oppure solo chi si lascia guidare dall’estetismo piuttosto che dal ragionamento politico può schierarsi con Obama (e Cameron e Sarkozy)!

Ma poi è realmente elegante e fine Obama che, pur insignito del premio Nobel per la pace, neppure per un attimo prende in considerazione la saggia proposta dei paesi latino-americani, l’invito cioè da Chavez ed altri rivolto alle parti in lotta in Libia perché compiano uno sforzo per la composizione pacifica del conflitto e per la salvezza e l’integrità territoriale del paese? Subito dopo il voto all’Onu, andando oltre la risoluzione appena votata, il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a Gheddafi e ha preteso di lanciarlo in nome della «comunità internazionale». Da sempre l’ideologia dominante rivela il suo razzismo identificando l’umanità con l’Occidente; ma questa volta dalla «comunità internazionale» sono esclusi non solo i due paesi più popolosi del mondo, ma persino un paese-chiave dell’Unione europea. Attegiandosi a interprete della «comunità internazionale», Obama ha mostrato un’arroganza razzista persino peggiore di quella di cui davano prova nel passato coloro che schiavizzavano i suoi antenati.

E’ elegante e fine Cameron che, per sconfiggere l’opposizione interna alla guerra, ripete ossessivamente che essa risponde agli «interessi nazionali» della Gran Bretagna, come se non fossero già chiari gli appetiti per il petrolio libico? Chi non sa che questi appetiti sono diventati ancora più voraci, una volta che la tragedia del Giappone ha gettato un’ombra pesante sull’energia nucleare?

E che dire poi di Sarkozy? Sui giornali si può leggere tranquillamente che egli, oltre che al petrolio, pensa alle elezioni: quanti libici il presidente francese ha bisogno di ammazzare per far dimenticare i suoi scandali e le sue gaffes e assicurarsi così la rielezione?

I giornalisti e gli intellettuali di corte amano dipingere un Gheddafi isolato e incalzato da un popolo coralmente unito, ma chi ha seguito gli avvenimenti non ha avuto difficoltà a rendersi conto del carattere grottesco di questa rappresentazione. Il recente voto al Consiglio di sicurezza ha smascherato un’altra manipolazione, quella che favoleggia di una «comunità internazionale» unita nella lotta contro la barbarie. In realtà, si sono astenuti, esprimendo forti riserve, Cina, Russia, Brasile, India e Germania! I primi due paesi non sono andati oltre l‘astensione e non hanno posto il veto per una serie di ragioni: intanto, non bisogna perdere di vista il fatto che tuttora non è facile e può comportare problemi di vario genere sfidare la superpotenza solitaria. Ma, ovviamente, non si tratta solo di questo: Cina e Russia hanno ottenuto in cambio la rinuncia all’invio di truppe di terra (e di occupazione coloniale); hanno evitato interventi militari unilaterali di Washington e dei suoi più stretti alleati, come quelli messi in atto contro la Jugoslavia nel 1999 e nell’Irak nel 2003; hanno cercato di contenere le manovre dei circoli più aggressivi dell’imperialismo che vorrebbero delegittimare l’Onu e mettere al suo posto la Nato e l’«Alleanza delle democrazie»; per di più si è aperta una contraddizione nell’ambito dell’imperialismo occidentale guidato dagli Usa, come dimostra il voto della Germania.

Con riferimento in particolare a un paese come la Cina diretto da un partito comunista, va osservato che il compromesso che esso ha ritenuto di accettaree non vincola in alcun modo i popoli del mondo. Come ai suoi tempi ha spiegato Mao Zedong, una cosa sono le esigenze di politica internazionale e i compromessi propri di paesi di orientamento socialista o progressista, altra cosa è invece la linea politica di popoli, classi sociali e partiti politici che non hanno conquistato il potere e non sono quindi impegnati nella costruzione di una nuova società. Una cosa è chiara: l’aggressione che si prepara contro la Libia rende più che mai urgente il rilancio della lotta contro la guerra e l’imperialismo.

18 marzo 2011

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Il mondo applaude mentre la CIA affonda la Libia nel caos di David Rothscum - 07/03/2011

Fonte: sitoaurora

Com’era la Libia sotto il governo di Gheddafi? Quanto male ha fatto al popolo? Erano così oppressi così come noi, oggi, accettiamo comunemente come un dato di fatto? Guardiamo ai fatti per un momento.

Prima che il caos scoppiasse, la Libia aveva un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica ceca. Era classificata 61ma. La Libia ha il più basso tasso di mortalità infantile di tutta l’Africa. La Libia aveva la speranza di vita più alta di tutta l’Africa, meno del 5% della popolazione era denutrita. In risposta ai rincari dei prodotti alimentari in tutto il mondo, il governo della Libia ha abolito TUTTE le tasse sul cibo.

Il popolo in Libia era ricco. La Libia aveva il più alto prodotto interno lordo (PIL) a parità di potere d’acquisto (PPA) pro capite, di tutta l’Africa. Il governo ha avuto cura di garantire che tutti, nel paese, condividessero la ricchezza. La Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano di qualsiasi paese del continente. La ricchezza è stata distribuita equamente. In Libia c’era una percentuale di persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà, inferiore ai Paesi Bassi.

Come fa la Libia ad essere così ricca? La risposta è il petrolio. Il paese ha parecchio petrolio, e non consente alle multinazionali straniere di rubarle le risorse mentre la popolazione muore di fame, a differenza di paesi come la Nigeria, un paese che è sostanzialmente gestito dalla Shell. Come ogni altro paese, la Libia soffre di un governo con burocrati corrotti che cercano di ottenere una porzione più grande della torta, a danno di tutti gli altri. In risposta a ciò, Gheddafi ha chiesto che le entrate del petrolio fossero distribuite direttamente al popolo, perché, a suo avviso, il governo non considerava il popolo. Tuttavia, a differenza delle dichiarazioni degli articoli, Gheddafi non è il presidente della Libia. In realtà, non occupa alcuna posizione ufficiale del governo. Questo è il grande errore che le persone fanno. Parlano del dominio di Gheddafi sulla Libia, quando in realtà non c’è, la sua posizione è più o meno cerimoniale. Deve essere paragonato ad uno dei padri fondatori.

Il vero leader della Libia è un primo ministro eletto indirettamente. L’attuale primo ministro è Baghdadi Mahmudi. Definire Gheddafi il leader della Libia, è come dire che Akihito (l’imperatore, NdT) è il leader del Giappone. Contrariamente a quanto i media indicano, le opinioni in Libia variano. Alcune persone supportano Gheddafi, ma non vogliono Mahmudi. Altri non vogliono entrambi. Molti vogliono solo vivere la loro vita in pace. Tuttavia, ci si sforza nel delineare una rivolta popolare contro il presunto leader della Libia, Gheddafi, quando in realtà egli è solo l’architetto del sistema politica corrente della Libia, una miscela di pan-arabismo, socialismo e governo islamico.

Mentre parliamo, i video delle proteste pro-Gheddafi stanno scomparendo da Youtube. “Pro Gaddafi Anti Baghdadi Mahmudi demonstrations“ è andato. “Pro Gaddafi protests in front of Libyan embassy London“ c’è ancora. YouTube normalmente cancella tutti i video contenenti sangue, tranne nel caso della Libia. Vedere i libici che non saltano sul carro del vincitore e vanno nelle strade per sostenere Gheddafi è per i telespettatori apparentemente più traumatizzante che vedere corpi massacrati.

I manifestanti in Libia sono paragonabili ai manifestanti in Egitto e in Tunisia? Niente affatto. La reazione del governo è più violenta, e ovviamente la violenza eccessiva viene utilizzata. Tuttavia guardiamo per un momento le azioni dei manifestanti. L’edificio del Congresso generale del popolo, il parlamento della Libia, è stato incendiato da manifestanti arrabbiati. Questo è paragonabile a dei manifestanti che incendiano Capitol Hill negli USA. Pensate anche solo per un momento che il governo degli Stati Uniti starebbe seduto a guardare i manifestanti incendiare il Campidoglio?

I disordini di oggi non sono opera di giovani secolarizzati che desiderano il cambiamento, o qualcosa di simile a ciò che si è visto in Egitto e Tunisia. Un gruppo che si fa chiamare “Emirato islamico di Barka“, l’antico nome della parte nord-occidentale della Libia, detiene numerosi ostaggi, e ha ucciso due poliziotti. Questo non è uno sviluppo recente. Venerdì 18 febbraio, il gruppo ha rubato 70 veicoli militari dopo aver attaccato un porto e ucciso quattro soldati. Purtroppo, un colonnello si è unito al gruppo e ha fornito loro altre armi. La rivolta è scoppiata nella città orientale di Bengasi. Il Ministro degli Esteri italiano ha sollevato le sue paure su un emirato islamico di Bengasi che si dichiari indipendente.
La risposta è che gli stessi gruppi che gli Stati Uniti hanno finanziato per decenni, stanno ora cercando la loro occasione per ottenere il controllo della nazione. Un gruppo recentemente arrestato in Libia, era composto da decine di cittadini stranieri coinvolti in numerosi atti di saccheggio e di sabotaggio. Il governo libico non ha potuto escludere collegamenti con Israele.

La Gran Bretagna ha finanziato una cellula di Al Qaeda in Libia, nel tentativo di assassinare Gheddafi. Il principale gruppo di opposizione in Libia è oggi il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia. Questo gruppo di opposizione è finanziato dall’Arabia Saudita, dalla CIA, e dall’intelligence francese. Questo gruppo si è unito con altri gruppi di opposizione per diventare la Conferenza Nazionale dell’opposizione libica. E’ stata quest’organizzazione che ha fatto appello alla “Giornata della rabbia“, la quale ha fatto precipitare nel caos la Libia, il 17 febbraio scorso. Lo ha fatto a Bengasi, una città conservatrice che si è sempre opposta al governo di Gheddafi. Va notato che il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia è ben armato. Nel 1996 il gruppo ha cercato di scatenare una rivoluzione nella parte orientale della Libia. Ha usato il Libyan National Army, la divisione armata del NFSL, per iniziare questa rivolta fallimentare.

Perché gli Stati Uniti si oppongono a Gheddafi? E’ la principale minaccia all’egemonia statunitense in Africa, poiché tenta di unire il continente contro gli Stati Uniti. Questo concetto si chiama Stati Uniti d’Africa. In effetti, Gheddafi possiede idee totalmente contrarie agli interessi degli Stati Uniti. Egli accusa il governo degli Stati Uniti della creazione dell’HIV. Sostiene che Israele è dietro l’assassinio di Martin Luther King e del presidente John. F. Kennedy. Dice che i dirottatori del 9/11 furono addestrati negli Stati Uniti. Ha anche invitato i libici a donare sangue per gli statunitensi dopo l’11 settembre. Gheddafi è anche l’ultimo di una generazione di rivoluzionari socialisti moderati pan-arabi ancora al potere, dopo che Nasser e Hussein sono stati eliminati, e la Siria si è allineata con l’Iran.

Gli Stati Uniti e Israele, però, non hanno alcun interesse in un mondo arabo forte. In realtà sembra elementare che il piano sia mettere in ginocchio la Libia attraverso il caos e l’anarchia. Alla fine del 2010, il Regno Unito ancora puntellava il governo libico attraverso una lucrosa vendita di armi. Nulla è una garanzia migliore per distruggere la Libia, di una sanguinosa guerra civile. Il sistema tribale, il quale è ancora forte in Libia, è utile da sfruttare per poter generare una guerra, nella misura in cui la Libia è stata storicamente divisa in vari gruppi tribali.

Anche per questo motivo il governo libico risponde importando mercenari. Le appartenenze tribali vengono prima della fedeltà al governo, soprattutto a Bengasi, e quindi il governo centrale non ha più alcun controllo sulla parte orientale del paese. L’alternativa ai mercenari è un conflitto tra i vari gruppi etnici. Gheddafi ha cercato per 41 anni di rendere il Paese più omogeneo, ma i gruppi di opposizione finanziati dall’estero spingeranno il paese, in poco più di un paio di giorni, a ritornare al 19° secolo, prima che la regione venisse conquistata e unificata dagli europei. La violenza è davvero eccessiva, ma tutti sembrano dimenticare che la situazione non è la stessa in Tunisia ed Egitto. I legami tribali svolgono un ruolo molto importante, e quindi il conflitto sarà purtroppo più sanguinoso.
Si ricordi in ogni momento che la violenta guerra civile libica che si dispiega, non è paragonabile alle rivoluzioni viste in Tunisia e in Egitto. Entrambe queste rivoluzioni hanno coinvolto manifestanti pacifici che soffrivano per la povertà, in opposizione ai loro governi corrotti. Il caos in Libia è costituito da una miscela di conflitti tribali, conflitti per le entrate petrolifere (dal momento che la maggior parte del petrolio si torva a est del paese), degli islamisti radicali contro il sistema di governo di Gheddafi, e di destabilizzazione dall’esterno da parte di gruppi di esiliati finanziati dall’occidente.

Gheddafi ha preso il potere 41 anni fa con un colpo di stato senza spargimento di sangue da un monarca malato e assente per cure mediche. La sua ideologia si basa sulla unificazione e ha tentato di unire pacificamente il suo paese con l’Egitto e la Siria. Ci vorrebbe un miracolo affinché la violenza in atto porti a un unico governo democratico stabile in Libia, con il pieno controllo su tutto il paese. Il paese è grande più del doppio del Pakistan, ma ha 6 milioni di abitanti. Deserti senza fine separano molte delle città della nazione. Semmai dovremmo chiederci quante nazioni saranno frantumate nei prossimi mesi, mentre il mondo applaude.

Fonte: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23474     Traduzione di Alessandro Lattanzio

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    Follia razzista e guerrafondaia  21 marzo 2011 Lino Bottaro Leonardo Masella

« Libia, uranio impoverito nei missili Usa e Gb. …Ci saranno fino a 6000 morti…Napolitano: Non è guerra? Ci dica: dov’è l’interesse nazionale? »Follia razzista e guerrafondaia 21 marzo 2011 | Autore Lino Bottaro |  Leonardo Masella 19 marzo 2011 – http://sitoaurora.splinder.com

E’ veramente sconcertante la follia razzista e guerrafondaia che ha preso gran parte della sinistra italiana. Perchè non è solo una questione di propaganda, di subalternità culturale alle campagne mass-mediatiche televisive. C’è anche questo, ma non solo. Non è solo questione di ingenuità, di pensare che davvero l’interesse della Francia sia di sostenere il popolo libico e non di sostituire l’Italia nel controllo del petrolio libico. Di aver creduto che la Germania avesse riconosciuto negli anni ’90 la secessione della Croazia e della Slovenia per bontà e non per portarle nell’area di influenza del Marco o che la Nato avesse bombardato la Serbia per ragioni umanitarie, che gli Usa avessero fatto la guerra a Saddam Hussein per trovare le armi di distruzione di massa, che gli Usa avessero invaso l’Afghanistan per trovare Bin Laden e non per installarsi militarmente nel cuore dell’Eurasia, ai confini con India, Cina e Russia, eccetera, eccetera.

Non è solo questo, segno che questa sinistra, e non solo quella presente in parlamento, è allo sbando completo e alla mercè di tutte le ideologie capitalistiche, dei Marchionne e dei vari Emilio Fede televisivi. Secondo me non è solo questo. In questi giorni ho sentito emergere anche un vero e proprio razzismo, una sorta di superiorità bianca su un mondo che non è tutto “civile“, bianco e cristiano come quel piccolo manipolo di paesi capitalisti dominatori da secoli del mondo, che ha colonizzato, oppresso, sfruttato, schiavizzato, rapinato a mano armata la stragrande maggioranza del mondo.

Tant’è vero che per giustificare l’ennesima guerra neocoloniale delle potenze europee in concorrenza fra di loro e con gli Usa, si giudica il regime di Gheddafi, “incivile“, africano, con le amazzoni, i cammelli, gli anelli da baciare e quant’altro, e che per questo merita di essere annientato, anche dalla Nato, dagli Usa, dalla Francia, da chiunque! E’ un delirio razziale innanzitutto. Alla fine dell’800 i civilissimi inglesi, nella guerra coloniale del capitalismo alla ricerca di materie prime da rubare e di schiavi da deportare, invasero e occuparono il territorio degli incivili Zulù. Faccio questo esempio estremo, perché gli Zulù erano una popolazione semi-primitiva, la più lontana dalle nostre concezioni marxiste, che opprimeva a sua volta altre popolazioni con metodi terribili, altro che il regime di Gheddafi! Gli Zulù si difesero come poterono con archi e frecce contro le armi allora moderne e potenti dell’esercito inglese, e dettero anche delle sonore lezioni di dignità e di coraggio agli inglesi, che poi però con la forza delle armi e della violenza li sconfissero e stabilirono in Sudafrica la vergogna del regime bianco dell’apartheid.

Noi comunisti da che parte saremmo stati? In tutte le guerre coloniali e imperialistiche siamo stati sempre, sempre, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, dalla parte dei popoli africani, molto più “incivili” e contro le potenze europee civilissime, democraticissime, ma che hanno per secoli applicato persino lo SCHIAVISMO agli altri popoli “inferiori” perchè più “incivili“. Dalla parte degli indiani e indios d’America contro i colonizzatori inglesi, francesi, spagnoli. Dalla parte dei popoli latinoamericani contro l’oppressore, torturatore, nord-americano. Dalla parte degli indiani e dei cinesi contro le civilissime e criminalissime potenze europee sfruttatrici. Dalla parte degli “incivili” palestinesi, un po’ scuri in faccia e governati da Hamas, contro il civilissimo stato bianco israeliano. Mettendo in primo piano la contraddizione principale, che è quella dell’oppressore colonialista e imperialista contro il popolo oppresso, colonizzato, occupato, invaso, sfruttato, senza per questo aderire ai regimi sociali o alle culture dei popoli oppressi, a volte lontane anni luce dalla nostra concezione comunista.

 Senza mai farci bloccare nella lotta contro le occupazioni e le guerre imperialiste dall’analisi dei regimi dei paesi oppressi. Se sulla base della critica e della nostra opposizione all’incivile regime di Gheddafi dovessimo parteggiare con i civili bombardieri francesi, allora non capisco perché critichiamo la “missione” in Afghanistan contro il regime terribile, fanatico, integralista dei Talebani! Altro che bombardamenti sui matrimoni, sui funerali, sui bambini che giocano ci vorrebbero, bisognerebbe raderli a zero e gasarli tutti questi incivili e barbari popoli del mondo, così brutti, sporchi e cattivi, così diversi da noi bianchi, democratici, occidentali, cristiani! E’ veramente sconcertante questa follia razzista e guerrafondaia che sento in giro anche fra di noi, premessa classica per ben più gravi altre tragedie. Fra l’altro faccio notare agli ingenui di sinistra che, come si legge da tutti i giornali, è in corso una guerra commerciale fra l’Italia e la Francia. Tremonti prepara un decreto per impedire la scalata dei francesi in importanti aziende italiane.

C’entra qualcosa questo scontro economico-commerciale fra Francia e Italia con la vicenda libica? E dico di più, che potrà scandalizzare gli ingenui antiberlusconiani e filo-Pd: c’entra qualcosa l’asse Italia-Russia-Turchia sul gasdotto con l’attacco dei mesi scorsi a Berlusconi (la Turchia accetta di far passare il gasdotto South Stream sulle sue acque territoriali e in cambio i russi accettano di partecipare al progetto dell’oleodotto che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo, il tutto con la partecipazione dell’Eni e con la mediazione del governo italiano, cosa che ha irritato molto contemporaneamente gli Usa e Israele)? C’entra qualcosa con la vicenda libica l’asse Usa-Francia contro l’asse Russia-Germania, come è chiaramente emerso nel voto all’Onu (da cui si spiega la posizione della Lega da sempre filo-tedesca e la ritorsione anti-francese di Tremonti)? Questa non è geopolitica astratta, è analisi concreta dei conflitti economici e commerciali fra le diverse potenze capitalistiche, che hanno portato il mondo altre volte a guerre mondiali. Invece non è da marxisti, di qualunque tendenza, ma è proprio da ingenui credere che le potenze capitalistiche come quelle europee o come gli Usa siano interessati ai diritti del popolo libico.

Leonardo Masella, 19 marzo 2011  http://www.stampalibera.com/?p=24305   

 

Il nocciolo della questione . da *L'Humanité .

I capataz della rivolta libica una alleanza in ordine sparso - Pierre Babancey*

Radicata nel feudo di Bengasi, la grande città della Cirenaica che sorge nella Libia dell'est, l'opposizione al regime del colonnello Gheddafi è formata sostanzialmente da tre entità: il Comitato di coalizione, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) e il Consiglio militare. Il primo è composto da membri della cosiddetta società civile: giuristi, avvocati, insegnanti universitari. Il Cnt, come spiega Mohammad Fanouch, direttore della biblioteca di Bengasi, è animato da personalità politiche scelte in modo da rappresentare l'insieme del territorio libico. Infine, come si evince dal nome, il Consiglio militare è formato da ufficiali ed ex ufficiali dell'esercito. Tra questi organismi il più importante è senza dubbio il Cnt che si è riunito ufficialmente per la prima volta lo scorso 5 marzo sotto la direzione di Mustafa Abdujalil, ex ministro della giustizia di Gheddafi. Una scelta che potrebbe apparire insolita; non per Fanouch, secondo cui «Abdujalil ha una storia diversa da quella di Gheddafi con cui ha avuto molti dissidi, anche quando era nel governo. Ha sostenuto la nostra rivoluzione fin dall'inizio ed è la figura più prestigiosa dell'opposizione al regime». La maggior parte dei membri del Cnt agisce sotto anonimato per ragioni di sicurezza: «Le loro famiglie potrebbero avere seri problemi». Il Cnt afferma che il ruolo della gioventù libica è stato determinante per innescare la rivolta ed è per questo che nel suo direttorio ha nominato il giovane avvocato Fathi Terbel. «Il Consiglio è politicamente omogeneo, siamo libici, laici e tra noi non ci sono partiti estremisti. Ad esempio non sono rappresentati i comunisti», afferma il portavoce Mustafa Guiriani. La sede del Consiglio è il palazzo di giustizia di Bengasi, ma solo poche persone possono assistere alle sedute. Il Comitato di coalizione invece funziona come una specie di organo di regolamentazione del Cnt: «Noi assistiamo alle sedute del Cnt e facciamo da tramite con la popolazione», spiega Salwa Boughaghis, anche lei avvocato. Tuttavia non è molto chiaro come il Comitato di coalizione possa influire sugli orientamenti politici del Cnt: «Tre settimane è un tempo brevissimo, non abbiamo organizzato noi questa rivoluzione e non ci sono partiti al nostro interno», si giustifica Salwa Boughaghis. Intanto il Cntha incaricato Mohammed Jibril e Alì al Eisawi per rappresentarlo presso la comunità internazionale. E così Jibril ha così ottenuto un rapido riconoscimento del Cnt da parte del presidente francese Sarkozy; ma Parigi è sola capitale ad averglielo accordato. Perché? Il nocciolo della questione è proprio questo. «Apprezzo molto l'iniziativa di Sarkozy. A mio avvio la Francia e tutti i paesi che ci riconosceranno avranno una priorità nelle future relazioni politiche ed economiche». Poco importa che Sarkozy avesse accolto Gheddafi in pompa magna, siglando diversi contratti (in gran parte militari) con Tripoli e che oggi quelle armi vengono usate contro i giovani libici. «Un mio conoscente di Bengasi ha offerto una villa al presidente francese, in modo che la possa impiegare come ambasciata francese», si rallegra Fanouch. "Nessuna ingerenza straniera nei nostri affari interni", si può leggere su un muro accanto al centro stampa di Bengasi. Uno slogan scritto senz'altro da uno di quelle migliaia di giovani che hanno fatto la rivoluzione contro Gheddafi, e che non sembrano essere presi molto in considerazione dal Cnt. Salwa Boghaghis chiede agli occidentali di «bombardare le infrastrutture di Gheddafi», ma si dice contraria «a ogni intervento di terra». Mentre Guiraiani si spinge oltre: «Vorrei dire a Sarkozy che la Francia ci deve aiutare come fece con il ciad contro la Libia», il riferimento è al "discreto " intervento francese quando tra Djamena e Tripoli soffiavano venti di crisi. E quando Gheddafi non era ancora ridiventato l'amico dell'Occidente.

*L'Humanité

 Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il Libro verde (arabo: الكتاب الاخضر) è un testo pubblicato in lingua araba nel 1975 da Muammar Gheddafi. http://www.francocenerelli.com/antologia/libroverde/indice.htm     

Nel testo Gheddafi espone in maniera succinta la sua visione della democrazia e dell'economia. Rigettando l'insieme dei principi della democrazia liberale, auspica una forma di democrazia diretta basata sui comitati popolari.

Il libro è diviso nelle seguenti partizioni:

Parte politica: l'autorità del popolo

Parte economica: il socialismo

Basi sociali della terza teoria universale

Gheddafi nel testo accusa i sistemi antecedenti di non essere democratici, poiché in questi sistemi al popolo viene concesso solo di eleggere i loro rappresentanti. Questi rimangono distanti e indipendenti nel loro agire; di qui, Gheddafi asserisce che non vi è diretto influsso del popolo sul sistema politico né della democrazia né del comunismo. Quindi fa una proposta di sistema: la partecipazione del popolo al processo politico deve essere assicurato attraverso gli strumenti del "Congresso popolare" e dei "Comitati popolari".

Gheddafi definì la sua come la "Terza teoria universale", che si proponeva come alternativa al capitalismo e al comunismo, nel solco del socialismo arabo. Negli anni successivi, i principi del libro verde saranno messi in pratica nell'organizzazione della Jamāhīriya libica.

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La Libia nomina il sacerdote nicaraguense Miguel D'Escoto suo rappresentante all'ONU di l'Ernesto Online 30/03/2011

su l'Ernesto Online del 30/03/2011

Il governo libico ha nominato Padre Miguel D'Escoto, sacerdote protagonista della Rivoluzione Sandinista e già presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quale suo rappresentante all'ONU.

“Il Comitato Popolare Generale dei Rapporti Esteri e la Cooperazione Internazionale comunica a Vostra Eccellenza che la Jamahiriya ha deciso di nominare il Signor Miguel D'Escoto Brookman, ex Ministro degli Esteri del Nicaragua, come suo rappresentante alle Nazioni Unite a New York”, L'annuncio è stato dato dal ministro degli Esteri della Libia Moussa Kusa, in una lettera inviata al Segretario Generale dell'ONU.

La lettera informa che D'Escoto è autorizzato a parlare a nome del popolo libico davanti agli organi delle Nazioni Unite.

Nella missiva viene precisato anche che la decisione è stata presa dopo che Ali Abdussalam Treki, nominato rappresentante degli interessi libici il 4 marzo, non ha potuto iniziare ad adempiere ai suoi compiti di rappresentante della Libia per il mancato conseguimento del visto di entrata negli Stati Uniti.

Da parte sua, il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega ha chiesto a D'Escoto di accettare la nomina “a rappresentare il popolo e il governo libico nella sua lotta per ristabilire la pace e difendere il suo legittimo diritto a risolvere i suoi conflitti nazionali senza ingerenze esterne”.

“Accettiamo in solidarietà con il grande popolo libico, per ricercare la pace attraverso la giustizia e i metodi pacifici”, ha dichiarato D'Escoto, denunciando il massacro che stanno attuando Stati Uniti, Regno Unito, Francia e gli altri alleati contro la Libia. “E' una violazione del diritto internazionale che non si può far passare”.

Secondo D'Escoto, il presidente statunitense Barack Obama “ha superato il suo predecessore Bush nelle pratiche imperiali utilizzate nella politica estera e rappresenta la peggior minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, che sta conducendo l'umanità ai limiti dell'estinzione”.

 

O.k. da Obama alla guerra segreta di «truppe ombra» - Manlio Dinucci

«Mentre il presidente Obama ha ribadito che nessuna forza terrestre americana partecipa alla campagna di Libia, gruppi di agenti della Cia operano in Libia da diverse settimane»: lo rivela ieri il New York Times. Gli agenti, il cui numero è sconosciuto, sono quelli che «avevano già lavorato alla centrale dell'agenzia spionistica a Tripoli» e altri arrivati più di recente. Gheddafi aveva permesso alla Cia e ad altre agenzie Usa, nel 2003, di operare in Libia per controllare che avesse rinunciato al suo programma nucleare militare e per trasferire fuori dal paese attrezzature e progetti per la bomba.

 Queste stesse agenzie hanno successivamente «riallacciato i loro legami con gli informatori libici», quando «diverse settimane fa, il presidente Obama ha segretamente autorizzato la Cia a fornire armi e altre forme di sostegno ai ribelli libici». I gruppi della Cia - che operano in Libia nel quadro di una «forza ombra» di cui fanno parte agenti britannici e altri, vere e proprie «truppe di terra ombra», in contraddizione con la Risoluzione 1973 - hanno due compiti. Anzitutto «contattare i ribelli per comprendere chi sono i loro leader e gruppi di appartenenza». L'ammiraglio James Stavridis, che comanda le forze Usa e Nato in Europa, ha detto, in una audizione al Senato, che vi sono indizi di una presenza di Al-Qaeda tra le forze anti-Gheddafi. Occorre quindi fornire armi e addestramento ai gruppi affidabili, ossia utili agli interessi degli Stati uniti e dei principali alleati (Francia e Gran Bretagna), escludendo chi non offre sufficienti garanzie. La Francia si è già detta disponibile a fornire armi e per l'addestramento sono già in Libia forze speciali britanniche.

Allo stesso tempo, gli agenti statunitensi e alleati hanno il compito di fornire ai piloti dei cacciabombardieri le coordinate degli obiettivi da colpire, soprattutto nelle aree urbane, che vengono segnalati con speciali puntatori laser portatili. I dati trasmessi dagli agenti vengono integrati con quelli raccolti da aerei spia di diversi tipi (Global Hawk, U-2, Jstars, Rc-135) che da diverse settimane, prima degli attacchi aerei e navali, hanno sorvolato in continuazione la Libia per individuare gli obiettivi. Particolarmente importante è il ruolo dei Global Hawk, gli aerei telecomandati che decollano da Sigonella, le cui informazioni vengono trasmesse al centro di comando.

 Questo invia le coordinate a un aereo Awacs, decollato da Trapani, che le trasmette ai piloti dei cacciabombardieri. Sono pronti a partire anche i Predator, i droni usati in Afghanistan e Pakistan, armati di missili. L'inchiesta del New York Times dimostra quindi che i preparativi di guerra erano iniziati ben prima dell'esplosione del conflitto interno e dell'attacco Usa/Nato, e che le operazioni belliche non sono solo quelle che appaiono ai nostri occhi.

 Se anche l'Italia faccia parte della «forza ombra» che opera in Libia, non si sa. Però il presidente Obama, nell'esprimere al presidente Napolitano e al primo ministro Berlusconi il suo profondo apprezzamento per il «risoluto appoggio alle operazioni della coalizione in Libia», riconosce la «competenza» dell'Italia nella regione. Una indubbia competenza, acquistata da quando un secolo fa, nel 1911, le truppe italiane sbarcarono a Tripoli.

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. L'insostenibile adesione della sinistra italiana ed europea all'imperialismo.

nota pubblicata su fb da Gaspare Sciortino il giorno sabato 3 settembre 2011 alle ore 11.43

Noi eravamo per la trattativa prima della guerra, siamo per la trattativa oggi. Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo. Prendiamo atto che non è così per coloro che hanno fatto l’ennesima guerra umanitaria e la distanza da loro non è solo politica ma anche morale”. Le precedenti parole sono del segretario di Rifondazione Comunista in un articolo pubblicato su Liberazione il 2 settembre. Nell'articolo il segretario di Rifondazione espone anche un punto di vista corretto circa l'ipocrisia della guerra umanitaria in realtà fatta per il puro interesse di impadronirsi del petrolio libico da parte dell'alleanza atlantica così come della resistibile menzogna sottesa alla risoluzione n. 1973 con la quale si dovevano “proteggere i civili. Parla naturalmente anche dell'informazione con l'elmetto e dell'attuale scomparsa del protagonismo dell'Onu nell'attuale frangente delle carneficine compiute dai mercenari della Nato, dopo aver aperto e legittimato lo scenario di aggressione e guerra..

Ma il punto dirimente dell'intero articolo che ne costituisce la sintesi e l'indirizzo politico è il passo finale da me citato. “Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo.”

  Quindi nei fatti Ferrero concorda che era un obbiettivo legittimo costruire, da parte di soggetti terzi, diversi dal popolo libico, una Libia “democratica”. A questo punto l'interventismo della Nato e dei suoi bombardieri potrebbe essere soltanto un incidente di percorso, una contraddizione che poteva essere evitata! Bisognava, in effetti...”liberare la Libia dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarrille !” In questa breve frase è concentrata tutta la miseria del pensiero della sinistra italiana (ma anche europea...leggere analoghi articoli del quotidiano dei comunisti francesi) e la sua perdita di orientamento nell'attuale assetto unipolare del pianeta contrapposto ai nuovi poli emergenti (Cina, India, Venezuela, nonché la vecchia Russia).

Nei fatti si confessa in maniera abbastanza palese l'adesione all'orizzonte euroamericano sia in termini ideologici, cioè i valori della democrazia e dei diritti civili, sia in termini economici il cui grimaldello è proprio la guerra imperialista, della quale però non si accetta l'efferatezza e l'ipocrisia !

Niente male Ferrero!

Adesso credo sia chiaro perchè la sinistra italiana, non ha mosso un dito (con l'onorevole eccezione della piccola area organizzata dell'Ernesto che quantomeno si è spesa in un'opera di controinformazione militante sui social network) prima e durante l'aggressione imperialista. Non a caso anche Ferrara (esponente di una destra antinterventista quantomeno a parole) se ne è accorto dalle pagine del suo quotidiano e ha potuto sbeffeggiare i pacifisti per la loro adesione all'oltranzismo della fazione democratica americana.

Il pacifismo senza se e senza ma di ieri (Iraq, Serbia) che non riusciva a distinguere tra aggressore e aggredito, ma che ad ogni modo portò in piazza centinaia di migliaia di persone si è trasformato in astensionismo critico (né con la Nato né con Gheddafi) circa la contesa geopolitica considerata affare interno agli assetti imperiali.

Nei fatti una posizione “foglia di fico” che nasconde la sostanziale adesione all'orizzonte strategico occidentale e atlantico (in politica non fare equivale ad aderire a qualcosa d'altro!) e l'adesione ad un' indifferenzialismo cinico e neoqualunquista quando, addirittura, non suffragato da analisi sedicente marxista (vedi le risibili produzioni di Antonio Moscato e Sinistra Critica nonché dei sedicenti trotzkisti francesi consulenti di Sarkozy che avvalorano la tesi della rivoluzione Libica e scoprono nientedimeno le magliette di Che Guevara tra i “ribelli”).

Non intendo spendere una parola in questa breve nota circa le ragioni geostrategiche dell'imperialismo nell'attuale fase di drammatica crisi del capitalismo occidentale come foriere dell'ennesimo scenario di aggressione e di guerra di inizio secolo. Presuppongo che i lettori di questa nota siano sufficientemente colti e informati.

Intendo piuttosto focalizzare l'attenzione su alcuni punti che a mio parere sono dirimenti per tutti coloro che vogliono continuare a credere nella possibilità della costruzione di una forza comunista modernamente attrezzata all'attuale fase.

a) la sinistra (eclettica plurale) dopo lunga agonia, è definitivamente morta a Tripoli e non è il caso di riesumarla.

b)I comunisti se vogliono avere un futuro (quantomeno di riorganizzazione nel breve periodo) devono riattrezzarsi sull'analisi di fase del nuovo assetto imperialista, in potenza multipolare, e riscoprire un riposizionamento, momento per momento, a fianco della lotta degli stati sovrani e legittimi aggrediti, abbandonando l'equidistanza pelosa e lo scimmiottamento dei contenuti dell'avversario (...sono dittature, manca la democrazia, non ci sono i diritti civili ...e tutte le altre nobili amenità propagandate dalle tv di Obama e degli sceicchi dell'Arabia Saudita che naturalmente di diritti e democrazia ne fanno un grande esercizio a Guantanamo o nelle bidonville di Detroit oppure nelle repressioni militari nel Golfo Persico e della penisola arabica).

 c) L'imperialismo euroatlantico, nel quale il nostro paese è inserito nel reparto degli ufficiali di complemento senza potere decisionale, insieme all'esercizio della guerra permanente neocoloniale,per l'acquisizione delle fonti d'energia, insieme all'esercizio del banditismo predatorio per la sottrazione dei capitali (vedi fondi congelati della Libia) attua nelle sue cittadelle la definitiva graduale eliminazione dell'anomalia storica dello stato sociale novecentesco. L'avversario è lo stesso in Libia e in Italia.

I pentiti del comunismo novecentesco in servizio permanente effettivo (PD) e i gruppi di opinione delle formazioni democratiche ad essi legate (Di Pietro, Sel, ecc) costituiscono il polo politico che più coerentemente rappresenta il precedente blocco di interessi di cui al punto c. Inoltre costituiscono la punta avanzata e di sfondamento ideologico in seno al conflitto organizzato in funzione di un suo deragliamento verso falsi obbiettivi quali le campagne fintamente moralizzatrici, l'antipolitica, il leaderismo acritico e delegante nonché l'ennesima ristrutturazione delle regole elettive verso la completa blindatura del maggioritario.

d) Paradossalmente la destra presenta delle evidenti fratture al suo interno, sostanziate dall'agitazione dei gruppi di interessi populistico-protezionisti della Lega e dalle lobby che vedevano di buon grado una saldatura con l'asse Berlino-Mosca.

e) E' da rigettare per tutti coloro che ambiscono soltanto a costruire un'opposizione all'imperialismo con base di massa continuare a farneticare di alleanze democratiche (nei fatti con i partiti organizzati e le lobby dell'avversario).

Viceversa va scoperto e sperimentato un percorso inedito di alleanza democratica con tutti coloro che hanno a cuore l'indipendenza politica ed economica dall'imperialismo, secondo percorsi di sganciamento (vedere l'interessante movimento in Grecia rappresentato coerentemente dal KKE) e sollecitando l'aggregazione politica di organismi che abbiano l'obbiettivo della difesa dell'economia nazionale dalla fase predatoria e banditesca dell'imperialismo finanziario.

g) si pone all'ordine del giorno la necessità della ricostruzione del partito comunista, capace di innescare una battaglia di cambiamento radicale rispetto alle attuali linee politiche dei due partiti comunisti esistenti in Italia, per la riunificazione, sconfiggendo al loro interno le illusioni del radicalismo post-moderno manovrato dall'imperialismo. E' necessario ricostruire interesse nel paese circa la trasformazione radicale in senso socialista come obbiettivo attuale e risposta alla crisi del capitalismo euroatlantico.

gaspare sciortino 3/9/11

http://lnx.paoloferrero.it/blog/?p=3877

 http://www.facebook.com/#!/note.php?note_id=10150305209947579

un commento di G.F.

Giuseppina Ficarra  (.....), a me sembra che fin'ora la vera e sostanziale differenza di pensiero è stata tra quelli che hanno praticato un: <<astensionismo critico (né con la Nato né con Gheddafi)>> anche con il silenzio e la latitanza qui su fb e chi invece come me, come Gaspare e molti altri l'abbiamo criticato e abbiamo avuto il coraggio di sostenere apertamente Gheddafi appoggiandoci anche (io l'ho fatto) a giornalisti come Fulvio Grimaldi che vedi caso improvvisamente non è solo un giornalista, ma uno "antipatico"!!
Pur di giustificare la posizione nè nè voluta e praticata fin da subito (*)da Ferrero SEGRETARIO del prc (anche da altri partiti cosiddetti di estrema sinistra) tutti i compagni "seguaci" o con tessera o hanno continuato ad attaccare Gheddafi (2° nè) o sono stati latitanti. Questo è il punto della discussione, il nocciolo che racchiude in se tutte le disquisizioni che volete, più o meno colte, più o meno astruse. Il punto Sciortino l'ha posto e poi, solo poi, discute di comunismo e comunisti.
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(*) Paolo Ferrero: VOGLIAMO DENUNCIARE LA SITUAZIONE CHE C'È IN LIBIA, SITUAZIONE INACCETTABILE CON UN MASSACRO DI UN DITTATORE CHE STA MASSACRANDO IL SUO POPOLO, CHE HA DICHIARATO GUERRA AL SUO POPOLO E VOGLIAMO DENUNCIARE LA CONNIVENZA DEL GOVERNO ITALIANO CHE PER GIORNI E GIORNI È STATO AD ASPETTARE SE PER CASO GHEDDAFI CE LA FACEVA A CHIUDERE TUTTO CON UN PO' DI SANGUE SENZA DIRE NULLA  (Ferrero ha continuato su questa linea imperterrito nonostante le ammissioni, seppur tardive,di Fabio Amato che alla fine
riconosce (dopo avere detto altro) che qualcuno  ha fabbricato "mostri alla bisogna" che aiutassero ad addolcire l'amaro boccone alle opinioni pubbliche occidentali, )


Ecco cosa ha fatto la sinistra (definitivamente morta a Tripoli ) criticata da Sciortino:
costruire mostri per appoggiare "da sinistra" una guerra imperialista  (vedi FERRERO e la guerra in Libia)

http://www.facebook.com/#!/note.php?note_id=10150319263394605   

Un commento di Gaspare Sciortino:Penso che non sia neanche tempo di inutili e sterili contrapposizioni. E' la drammaticità della crisi dei comunisti (nella drammatica crisi del sistema imperiale euroatlantico votato alla guerra permanente) che lo impone. In una certa misura sono d'accordo con Leonardo quando dice che è fuorviante pensare ad una base sana contrapposta ad un gruppo dirigente ideologicamente corrotto ed ambiguo. In realtà quel gruppo dirigente è parte, come la sua base, della stessa crisi. Così come è vero , d'altronde, che esiste un gruppo cosidetto dirigente (o parte di esso) impermeabile a qualsiasi sollecitazione diversa dall'acquisizione dello strapuntino parlamentare che deve essere perseguito a qualsiasi costo. Ed è vero inoltre che esistono migliaia di compagni e centinaia di circoli dei due partiti, nonchè compagni senza tessera, che sono sicuramente cooptabili in un percorso di ricostruzione e di reinvenzione dei paradigmi teorico politici. Il Problema è fare incontrare queste parti "sane" contemporaneamente all'esercizio della critica per l'espulsione degli agenti dell'avversario in seno all'organizzazione da ricostruire (...uso una terminologia d'altri tempi ma penso mi abbiate capito). Il percorso a suo tempo iniziato dai Comunisti 2.0 (dialetticamente interno -esterno) mi pare al momento, in attesa di meglio e del maturare della crisi, quello più adatto alla bisogna. Tale percorso non è che all'inizio. nessuno sa quali possono essere gli sviluppi futuri. Si tratta solamente di "mettersi in marcia" . A tal proposito sollecito l'incontro per aree geografiche.
04 settembre alle ore 13.49

da The Anti-Empire Report  28 marzo 2011

La Libia e il Santo Triumvirato  di William Blum

 Sono veramente difficili da pronunciare le parole “guerra civile”. La Libia è impegnata in una guerra civile.

Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la NATO, il Santo Triumvirato, stanno intervenendo, sanguinariamente, in una guerra civile. Per detronizzare Muammar Gheddafi.

All’inizio, il Santo Triumvirato parlava di imporre solo una “no-fly zone”. Dopo aver ottenuto il sostegno di organismi internazionali su questa intesa, il Santo Triumvirato ha immediatamente dato inizio allo scatenamento della guerra  contro le forze militari libiche, e contro chi si trovava loro vicino, giorno dopo giorno. Nel mondo del commercio questo viene definito “specchietto per le allodole.”

Il delitto di Gheddafi? Non essere mai stato abbastanza rispettoso del Santo Triumvirato, che non riconosce alcun potere superiore, e manovra le Nazioni Unite per i propri interessi, confidando sul fatto che la Cina e la Russia sono tanto smidollate ed ipocrite al pari di Barack Obama.

L’uomo a cui il Triumvirato consentirà di sostituire Gheddafi dovrà essere più rispettoso!

E allora, chi sono i buoni? I ribelli libici, ci è stato detto. Quelli che vanno in giro picchiando e uccidendo i neri africani sul presupposto che costoro sono tutti mercenari di Gheddafi. Qualcuna delle vittime potrebbe effettivamente avere fatto parte di un battaglione dell’esercito del governo libico, o potrebbe non esserlo stato. Negli anni ‘90, in nome dell’unità pan-africana, Gheddafi ha aperto le frontiere a decine di migliaia di Africani sub-sahariani, perché vivessero e lavorassero in Libia. La qual cosa, insieme con la sua precedente visione pan-araba, non gli ha fatto conquistare punti di merito dal Santo Triumvirato. I dirigenti delle grandi imprese presentano lo stesso problema quando i loro dipendenti vogliono costituirsi in sindacato.

O forse dovremmo tenere ben presente che Gheddafi è fortemente anti-sionista?

Qualcuno sa che tipo di governo i ribelli vorrebbero instaurare? Il Triumvirato non ne ha idea. In che misura il nuovo governo darà corpo all’influenza islamica, in totale contrapposizione all’attuale governo secolare? Quali forze jihadiste potrebbero scatenarsi? (E queste forze effettivamente esistono nella parte orientale della Libia, dove si concentrano i ribelli.) Verrà mantenuta la gran parte dello stato sociale che Gheddafi ha costruito usando i soldi del petrolio? Il sistema economico oggi gestito e regolato dallo Stato verrà privatizzato? Chi finirà per possedere il petrolio della Libia? Il nuovo regime continuerà a investire i proventi del petrolio libico in progetti di sviluppo nell’Africa sub-sahariana? Consentirà l’imposizione nel territorio di una base militare degli Stati Uniti e le esercitazioni NATO? Quanto tempo ci servirà per scoprire che i “ribelli” sono stati istigati e armati dai servizi segreti del Santo Triumvirato?

 Negli anni ‘90, Slobodan Milosevic di Jugoslavia era ritenuto colpevole di “crimini” del tutto simili a questi di Gheddafi. Il suo paese veniva comunemente indicato come quello degli “ultimi comunisti d’Europa”. Il Santo Triumvirato lo ha bombardato, lo ha arrestato e lasciato morire in carcere. Il governo libico, non bisogna dimenticarlo, fa riferimento a se stesso come la Grande Jamahiriya Libica Araba Socialista Popolare.  La politica estera degli Stati Uniti non si è mai troppo discostata da quella della Guerra Fredda.

Dobbiamo ricordare e considerare con attenzione la “no-fly zone” imposta sull’Iraq dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna (costoro falsamente asserivano essere stati delegati a questo dalle Nazioni Unite), che ha avuto inizio nei primi anni ‘90 ed è durata oltre un decennio. Era in realtà una licenza per bombardamenti molto frequenti e per ammazzare cittadini iracheni; fiaccare l’Iraq in preparazione dell’invasione a venire.

La forza di invasione, con la scusa della “no-fly zone”, in Libia ogni giorno sta uccidendo persone, e non se ne vede la fine, fiaccando il paese per il cambiamento di regime. Chi nell’universo mondo può contrapporsi al Santo Triumvirato? In tutta la storia del mondo si è mai visto un tale potere e tanta arroganza?

E, a proposito, per la decima volta!, Gheddafi non ha effettuato il bombardamento del volo PanAm 103 nel1988. [1]

Barack, “per un premio della pace ucciderei”, Obama

C’è qualcuno che sta tenendo il conto? Io lo sto facendo. Con la Libia sono sei i paesi contro i quali  Barack H. Obama ha scatenato una guerra nei 26 mesi di sua amministrazione. (A chi contesta il fatto che far cadere bombe su un paese popolato sia un atto di guerra, vorrei chiedere cosa ne pensa del bombardamento giapponese di Pearl Harbor.)

Ora, il primo presidente nero degli Stati Uniti sta invadendo l’Africa.

C’è qualcuno a sinistra che pensa ancora che Barack Obama costituisce una sorta di miglioramento rispetto a George W. Bush? Probabilmente pensano ancora così due categorie: 1) quelli a cui il colore importa di molto, 2) quelli che sono impressionati dalla capacità di mettere insieme frasi ben costruite e grammaticalmente corrette. Certamente, questo non ha molto a che fare con l’intelligenza o la perspicacia.

Obama ha detto tante cose, che, se pronunciate da Bush, avrebbero provocato lo sgranamento dei bulbi oculari, risatine soffocate, e articoli ironici  nelle colonne e nelle trasmissioni del sistema dell’informazione.

Come quella che il presidente ha ripetuto in diverse occasioni, quando esercitava pressioni per mettere sotto inchiesta Bush e Cheney per crimini di guerra, in falsetto con “Io preferisco guardare avanti piuttosto che indietro.” Immagine di un imputato convenuto dinanzi a un giudice, che chiede di essere dichiarato innocente per tali motivi. Questo rende semplicemente non pertinenti le leggi, l’applicazione della legge, il crimine, la giustizia, e la verità.

Obama ha perfino motivato la scusa di non perseguire coloro che hanno preso parte alle torture: “costoro hanno solo eseguito degli ordini.” Questo uomo “istruito”non ha mai sentito parlare del processo di Norimberga, in cui questa linea di difesa è stata sommariamente respinta? Per sempre, si presumeva!

Proprio 18 giorni prima della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, Obama dichiarava: “A proposito, risulta che oggi le piattaforme petrolifere generalmente non provocano versamenti in mare. Sono tecnologicamente molto avanzate.” (Washington Post, 27 maggio 2010) Immaginate se questo l’avesse detto George W., e le reazioni conseguenti.

Ai primi di marzo, Obama affermava: “Tutte le forze che stiamo vedendo all’opera in Egitto sono forze che ovviamente dovrebbero essere allineate con noi, dovrebbero essere allineate con Israele.” [2] Immaginate se Bush avesse lasciato intendere questo – che gli Arabi che manifestavano in Egitto contro un uomo che riceveva miliardi di dollari in aiuti statunitensi, tra cui i mezzi per reprimerli e torturarli, dovevano “ovviamente” essere allineati con gli Stati Uniti e - Dio ci aiuti – con Israele.

Una settimana dopo, il 10 marzo, il portavoce del Dipartimento di Stato P.J. Crowley comunicava ad un forum a Cambridge, Massachusetts, che il trattamento applicato dal Dipartimento della Difesa all’eroe di Wikileaks Bradley Manning in un carcere della Marina era “assurdo, controproducente e stupido.” Il giorno dopo, al nostro presidente “cervellone” veniva richiesto di commentare Crowley. La Grande Speranza Nera replicava: “In effetti ho chiesto al Pentagono se le procedure che sono state messe in atto rispetto a questa detenzione siano o no appropriate, e se incontrino i nostri standard di base. Mi hanno assicurato che lo sono.”

Giusto, George! Volevo dire Barack. Come se Bush avesse chiesto a Donald Rumsfeld se qualcuno tenuto in custodia dagli Stati Uniti veniva torturato in qualche parte del mondo. Poteva allora indire una conferenza stampa come ha fatto Obama, per annunciare la felice notizia – “No! Gli Stati Uniti non torturano!” Per solo questo, ci sarebbe ancora da ridacchiare.

Obama chiudeva la sua osservazione con: “Non posso entrare nei dettagli rispetto ad alcune delle loro preoccupazioni, che giustamente hanno a che fare con la sicurezza e il bene del soldato semplice Manning.”[3]

Ah sì, certo, Manning è stato torturato per il suo bene. Per favore, qualcuno mi faccia ricordare- Georgie Boy (di Arancia meccanica) si sarebbe mai abbassato ad utilizzare questa assurdità particolare per giustificare l’inferno della prigione di Guantanamo?

Ma Barack Obama non è preoccupato per l’insulto ai diritti umani di Bradley Manning, per il quotidiano logoramento della stabilità mentale di questo giovane uomo coraggioso? La risposta alla domanda è “No!” Il presidente non è disturbato da queste cose.

 

Come faccio a saperlo? Perché Barack Obama non si preoccupa per nulla, fino a che può gioire di essere il presidente degli Stati Uniti, mangiare i suoi hamburger, e giocare alla sua pallacanestro. Lo ripeto ancora una volta ciò che ho scritto nel maggio 2009:

“Il problema, temo questo sempre di più, è che l’uomo in realtà non crede fermamente in nulla, di certo non entra in questioni controverse. Ha imparato molto tempo fa come assumere posizioni che evitano le controversie, come esprimere opinioni senza prendere chiaramente le parti, come parlare con eloquenza senza in realtà dire nulla, come lasciare le teste dei suoi ascoltatori piene di frasi stereotipate commoventi, di luoghi comuni e di slogan.”

E questo ha funzionato. Oh, come ha funzionato! Cosa potrebbe accadere ora, dopo aver raggiunto la presidenza degli Stati Uniti, per indurlo a cambiare il suo stile?

Ricordate che nel suo libro, “L’audacia della speranza”, Obama ha scritto: “Io mi offro come uno schermo bianco su cui le persone di tendenze politiche le più diverse proiettano i loro punti di vista.” Obama è un prodotto di marketing. Egli è il primo esempio di prodotto, “proprio come visto in TV”.

Lo scrittore Sam Smith recentemente ha scritto che Obama è il presidente Democratico più conservatore che abbiamo mai avuto. “In tempi passati, ci sarebbe stato solo un epiteto per lui: Repubblicano.”

Infatti, se John McCain avesse vinto le elezioni del 2008, e poi avesse fatto nello stesso modo tutto ciò che Obama ha esattamente fatto, i liberali sarebbero infuriati  per tali politiche terribili.

Credo che Barack Obama sia una delle cose peggiori che siano mai capitate alla sinistra usamericana. I milioni di giovani che giubilanti lo hanno sostenuto nel 2008, e i numerosi  sostenitori più anziani, avranno bisogno di un lungo periodo di ricupero prima di essere pronti ad offrire ancora una volta il loro idealismo e la loro passione sull’altare dell’attivismo politico.

Se non vi piace come le cose sono risultate, la prossima volta cercate di scoprire esattamente cosa il vostro candidato intende quando parla di “cambiamento”.

Caro Signore, per favore salvaci dal Santo Impero Repubblicano

 Glenn Beck, Sarah Palin, Mike Huckabee, John Boehner, e molti altri Repubblicani spesso hanno difficoltà a parlare di questioni nazionali o estere, senza introdurre la religione nel complesso delle circostanze.

Per esempio, lo speaker della Camera dei Rappresentanti John Boehner, in un recente intervento al convegno nazionale delle organizzazioni di radio e telediffusioni religiose,  ha dichiarato che il debito nazionale statunitense è un “pericolo per la morale”. Il Washington Post (5 marzo 2011) ha riferito che “Boehner ha messo in evidenza che questa crisi tributaria ha bisogno di persone che si mettano a pregare in ginocchio.”

Il rappresentante del Texas Joe Barton ha giustificato la sua opposizione al controllo dei gas che producono l’effetto serra, perché “non si può mettere sotto controllo Dio.”

Il senatore dell’Arizona Jon Kyl ha accusato il leader democratico al Senato Harry Reid, di “mancare di rispetto ad una delle due più sacre festività per i Cristiani” per avere considerato di tenere il Congresso in sessione durante il periodo natalizio.

Il rappresentante dello Iowa Steve King ha paragonato i Democratici a Ponzio Pilato, il proconsole di Roma che aveva sentenziato per la crocifissione di Gesù. [4]

E il senatore della Carolina del Sud Jim DeMint ha recentemente dichiarato: “Più grande diventa il governo, più piccolo diventa  Dio. ... L’America opera, la libertà opera, quando le persone hanno quel giroscopio interno che è messo in moto dalla fede in Dio e dal credere nella Bibbia. Una volta che ci si allontana da tutto ciò, non si ha più la capacità di vivere come una persona libera, senza il controllo esterno di un governo autoritario. L’ho detto spesso e io ci credo: più grande diventa il governo, più piccolo diventa  Dio. Quando le persone diventano più dipendenti dal governo, meno dipendono da Dio.” [5]

Così, nel vano tentativo di illuminare il calibro di questi stimati membri repubblicani del Congresso, mi sento in dovere di precisare quanto segue:

“Il giorno 4 novembre 1796, veniva concluso a Tripoli [Libia] un “Trattato di pace e di amicizia tra gli Stati Uniti d’America e il Bey e i cittadini Berberi di Tripoli”.

L’articolo 11 del Trattato comincia: “Poiché il governo degli Stati Uniti d’America non è in alcun senso fondato sulla religione cristiana ...”  Inoltre bisogna rilevare: l’articolo VI, sezione II, della Costituzione degli Stati Uniti afferma: “La presente Costituzione e le leggi degli Stati Uniti che seguiranno nel rispetto di questa, e tutti i trattati stipulati o da stipulare da parte degli Stati Uniti, in base alle loro competenze, costituiranno la Legge suprema del Paese; e i giudici di ogni Stato saranno tenuti a uniformarvisi, quali che possano essere le disposizioni contrarie previste dalla Costituzione o dalle leggi di qualsiasi singolo Stato.”

Il credo dei fondatori degli Stati Uniti non era né il Cristianesimo né la laicità, ma la libertà religiosa.

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, un leader talebano ha dichiarato che “Dio è dalla nostra parte, e se la gente del mondo cerca di appiccare il fuoco all’Afghanistan, Dio ci proteggerà e ci aiuterà.” [6]

“Con o senza religione, le persone buone faranno cose buone e le persone cattive faranno cose cattive, ma se persone buone fanno cose cattive – la causa di questo è la religione!” - Steven Weinberg, Premio Nobel per la fisica.

I cattivi soggetti

Ho scritto in molte occasioni sull’ODE degli Stati Uniti - Officially Designated Enemies – sui Nemici Designati Ufficialmente:  Mahmoud Ahmadinejad, Hugo Chávez, Fidel Castro, Daniel Ortega, Hasan Nasrallah, Muammar Gheddafi, e altri.

Una volta che il governo degli Stati Uniti d’America indica apertamente che un certo leader straniero non fa parte dei Buoni Soggetti, che non crede che l’Usamerica sia un dono di Dio all’umanità, e che lui non è disposto a permettere che il suo paese diventi uno stato cliente obbediente, il sistema dei mezzi di informazione degli Stati Uniti raccoglie e mette in evidenza tutto questo, e si prende la briga di denigrare la persona in ogni occasione. (Se qualche lettore conosce delle eccezioni a questa regola, sarei interessato a recepire queste informazioni.)

Juan Forero è stato a lungo corrispondente dall’America Latina per il Washington Post, e anche per la National Public Radio. Ho preso l’abitudine di inviare lettere al Post sottolineando come Forero distorceva i fatti ogni volta che scriveva su Hugo Chávez, errori di omissione aggravati da errori di commissione, errori su mandato. Nessuna è stata mai pubblicata, così ho cominciato a inviare le mie missive direttamente a Forero.

Una volta ha effettivamente risposto dicendo che lui era d’accordo (o quasi) con me sui punti che avevo sollevato e lasciava intendere che avrebbe cercato in futuro di evitare errori simili. In realtà, in seguito, ho registrato per un breve periodo qualche miglioramento, poi è tornato tutto come prima.

Durante i disordini attuali in Libia scriveva: “Chavez ha affermato che ‘era una grande menzogna’ che le forze di Gheddafi avevano aggredito i civili.” [7] Bene, come si può pensare che Hugo Chávez possa considerare il mondo tanto stupido? Tutti abbiamo visto e letto di attacchi di Gheddafi contro i civili. Ma se per contro andiamo ad analizzare la dichiarazione originale in spagnolo si ottiene un’immagine più esauriente e diversa. Secondo il documento in lingua spagnola dell’United Press International (UPI), Chávez aveva dichiarato che il conflitto in Libia era una guerra civile e coloro che venivano attaccati non erano dei semplici manifestanti o civili, facevano parte della fazione avversa in questa guerra civile, cioè , erano combattenti. [8]

 

Al Jazeera in America

Le rivolte in Nord Africa e nel Medio Oriente hanno dato un grande impulso ad al Jazeera, il network televisivo con sede a Doha, in Qatar. Fino a poco tempo fa, gli Statunitensi evitavano la stazione televisiva; veniva subito associata con il Medio Oriente e i Musulmani, e ovviamente si faceva riferimento subito a terrorismo e a “terroristi”, e certamente ogni Usamericano ben consapevole sapeva che la stazione poteva essere non tanto imparziale quanto CBS, CNN, NPR o Fox News.

La stazione aveva buoni motivi per sentirsi non accetta  perfino nella sua sede negli Stati Uniti, terra di dieci milioni di pazzi (molti di questi svolgono pubbliche funzioni). Occupa sei piani in un edificio per uffici nel centro di Washington, DC, ma il suo nome non compare nelle targhe guida del palazzo.

Ma ora il sistema dei media degli Stati Uniti tiene in considerazione e fa riferimento ad al Jazeera English, mostrando i loro notiziari filmati.  Molti progressisti, compreso il sottoscritto, hanno iniziato a guardare la stazione, preferendola a quelle del sistema dei media statunitensi. In generale, le notizie sono più di sostanza, gli ospiti sono quasi sempre più o meno progressisti, e non ci sono annunci pubblicitari. Tuttavia, più guardo queste trasmissioni e più mi rendo conto che i presentatori e i corrispondenti dell’emittente non sono necessariamente così permeati da vedute progressiste, come dovrebbe essere.

Un esempio calzante fra i molti che avrei potuto citare:

il 12 marzo il corrispondente di al Jazeera Roger Wilkinson stava informando sul processo a Cuba di Alan Gross, l’Usamericano arrestato dopo aver distribuito apparecchiature elettroniche a cittadini cubani.

Gross era entrato a Cuba come turista, ma in effetti si trovava a Cuba per conto di Development Alternatives Inc. (DAI), un’impresa privata che collabora con l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID), una divisione del Dipartimento di Stato. Gross era quindi un agente segreto sotto copertura di un governo straniero.

Wilkinson segnalava questa vicenda molto controversa, con tutto il falso candore e la distorsione del sistema dei media negli Stati Uniti. Egli menzionava fra le righe, quasi di soppiatto, che il governo cubano cerca di controllare Internet. Da questo, cosa si può concludere, se non che i funzionari cubani vogliono nascondere alcune informazioni ai loro cittadini?

Proprio come il sistema dei media negli Stati Uniti, Wilkinson non ha fornito alcun esempio di qualche sito Internet bloccato dal governo di Cuba, per il semplice motivo, forse, che non esistono siti bloccati. Qual è la terribile verità che i Cubani potrebbero apprendere se avessero pieno accesso ad Internet?

Ironicamente, è il governo degli Stati Uniti e le multinazionali statunitensi che contrastano questo accesso ad Internet, per motivi politici e per una politica dei prezzi dei loro servizi non alla portata dei mezzi di Cuba. È per questo che Cuba e Venezuela stanno costruendo la propria connessione via cavo sottomarino.

Wilkinson riferiva sul programma dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID) di “promozione della democrazia”, ma non accennava al fatto che nel mondo di AID e delle organizzazioni private in rapporti con essa – incluso il datore di lavoro di Gross - questo termine è il codice per significare “cambio di regime”.

AID ha da tempo un ruolo sovversivo negli affari mondiali. Ecco l’esternazione di John Gilligan, direttore della AID durante l’amministrazione Carter: “Ad un certo punto, molte organizzazioni che facevano riferimento alla AID sono state infiltrate da cima a fondo con personale della CIA. L’idea era quella di inserire personale operativo in ogni tipo di attività che avevamo all’estero, di ogni genere, governativo, di volontariato, religioso.” [9]

L’AID non è stata l’unica, ma una delle molte istituzioni dipendenti dagli Stati Uniti che per più di 50 anni sono state impegnate a sovvertire la rivoluzione cubana. È per questo che possiamo formulare la seguente equazione: gli Stati Uniti stanno al governo cubano come al Qaeda sta al governo usamericano. Le leggi di Cuba, che si occupano di attività tipicamente svolte da organizzazioni del calibro di AID e DAI,  riflettono questa storia. Non è paranoia, mania di persecuzione! Invece, si tratta di auto-conservazione. Discutere di un caso come quello di Alan Gross senza considerare questa equazione, è un grave difetto dell’analisi giornalistica e politica.

Speriamo che il caso Gross servirà a moderare la natura degli sforzi degli Stati Uniti in favore della “promozione della democrazia” a Cuba.

La politica di Washington - e quindi la politica della Gran Bretagna - nei confronti di Cuba è sempre derivata principalmente dal desiderio di impedire all’isola di diventare un buon esempio per il Terzo Mondo di un’alternativa al capitalismo. Ma i leader occidentali in realtà non capiscono, o non osano capire, quali sono le motivazioni di persone come i dirigenti cubani e i loro seguaci.

Ecco qui uno dei cablogrammi di Wikileaks dall’Ambasciata degli Stati Uniti, il 25 marzo 2009 - William Hague, l’allora deputato conservatore britannico e ministro degli Esteri ombra, forniva all’Ambasciata usamericana a Londra un rapporto sulla sua recente visita a Cuba: Hague “affermava che era un poco sorpreso che la dirigenza cubana non sembrava essere in movimento verso un modello cinese di una maggiore apertura economica, ma erano ancora piuttosto dei ‘rivoluzionari romantici’.”

Nella sua conversazione con il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez, “la discussione si era orientata su contenuti di ideologia politica, e Hague esprimeva il concetto che le persone in Gran Bretagna erano più interessate allo shopping che all’ideologia”. [Mio caro, quale splendida difesa amena del modo di vita occidentale. Regni la Britannia! Dio benedica l’America!] Hague poi riferiva che “Rodriguez appariva sprezzante di questo concetto e ribadiva che uno aveva bisogno di fare shopping solo per comprarsi da mangiare e qualche libro buono.”

Il Giappone è stato devastato da un terremoto e dallo tsunami. L’America è stata devastata a causa del profitto.  

Christine Todd Whitman, direttrice e amministratrice dell’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) di George W. Bush, parlando di come l’industria nucleare apprendeva e faceva tesoro da ogni precedente incidente o disastro nucleare, dichiarava: “È più sicuro che lavorare in un negozio di alimentari”. La Whitman è ora co-presidente della Coalizione per l’Energia Pulita e Sicura dell’industria nucleare. [10]

Note

  1. killinghope.org/bblum6/panam.htm 
  2.  4 marzo 2011, Democratic Party function, Miami, FL, CQ Transcriptions 
  3. Los Angeles Times, 11 marzo 2011 
  4. Per questo e per i due esempi precedenti, vedi : "Jim DeMint's Theory Of Relativity: 'The Bigger Government Gets, The Smaller God Gets'", Think Progress, 15 marzo 2011 Fox News Sunday, 9 dicembre 2010 
  5. Washington Post, 19 settembre 2001 
  6. Washington Post, 7 marzo 2011 
  7. UPI Reporte LatAm, 4 marzo 2011 (per avere il testo inviatemi una email) George Cotter, "Spies, strings and missionaries", The Christian Century (Chicago), 25 marzo 1981, p.321 
  8. "Former EPA chief: Nuke crisis 'a very good lesson'", Politico, 14 marzo 2011 

http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=4483         

  

Libia, rivoluzione telecomandata 25/03/2011

Rivelazioni sul coinvolgimento dei servizi segreti francesi nella pianificazione delle rivolte anti-Gheddafi e sulla presenza in Cirenaica di forze speciali angloamericane fin dalle prime fasi della ribellione, se non da prima

Se non fosse per l'aspro scontro diplomatico in atto tra Italia e Francia sulla Libia, difficilmente saremmo venuti a conoscenza degli imbarazzanti retroscena della 'rivoluzione libica' pubblicati ieri dalla stampa berlusconiana, che dimostrano come la rivolta popolare contro Gheddafi sia sta orchestrata da Parigi fin dallo scorso ottobre.

Il quotidiano Libero, citando documenti riservati dell'intelligence francese (ottenuti dai servizi italiani) e basandosi su notizie pubblicate dalla newsletter diplomatica Maghreb Confidential, racconta come l'uomo più fidato del Colonnello, il suo responsabile del protocollo Nouri Mesmari (nella foto con Gheddafi), lo abbia tradito rifugiandosi a Parigi lo scorso 21 ottobre.

Lì, nel lussuoso hotel Concorde Lafayette, questo inquietante personaggio ha ripetutamente incontrato i vertici dei servizi francesi, fornendo loro informazioni politiche e militari utili per rovesciare il regime libico e contatti libici fidati per organizzare una rivoluzione.

In base a queste indicazioni, il 18 novembre agenti francesi al seguito di una missione commerciale a Bengasi hanno incontrato il colonnello dell'aeronautica Abdallah Gehani, pronto a disertare. Gheddafi scopre qualcosa e dieci giorni dopo chiede alla Francia di arrestare Mesmari, ma lui chiede asilo politico e continua a tessere le sue trame.

Il 23 dicembre arrivano a Parigi altri tre libici: Faraj Charrant, Fathi Boukhris e Ali Ounes Mansouri, ovvero al futura leadership della rivoluzione libica. Mesmari, sempre sorvegliato/protetto dai servizi francesi, si incontra con loro in un lussuoso ristorante degli Champs Elysèe.

Subito dopo Natale arrivano a Bengasi i primi ''aiuti logisitici e militari'' francesi.

A gennaio Mesmari, soprannominato dagli 007 francesi 'Wikileak' per tutte le informazioni che rivela, aiuta Parigi a predisporre i piani della rivolta assieme al colonnello Gehani. Ma i servizi segreti libici scoprono le intenzioni di quest'ultimo e lo arrestano il 22 gennaio.

Qui finiscono le rivelazioni di Libero, ma cominciano quelle sull'arrivo di commando di forze speciali britanniche e statunitensi a Bengasi.

Tra il 2 e il 3 febbraio, secondo ''informazioni raccolte in ambienti ben informati'' dal blog Corriere della Collera (dell'analista politico Antonio De Martini, ex responsabile del movimento repubblicano 'Nuova Repubblica'), uomini delle Sas e delle Delta Force sarebbero giunti in Cirenaica per inquadrare e addestrare i futuri ribelli. 

Il 17 febbraio scoppia la rivolta in Cirenaica.

Secondo fonti di stampa vicine ai servizi segreti israeliani e pachistani, una settimana dopo, nelle notti del 23 e 24 febbraio, sbarcano a Bengasi e a Tobruk centinaia di soldati delle forze speciali britanniche, statunitensi e anche francesi per aiutare i rivoltosi a sostenere la dura reazione militare del regime di Gheddafi: i gruppi ribelli vengono organizzati in unità paramilitari e addestrati all'uso delle armi pesanti catturate dai depositi governativi.

La consistente presenza di forze militari inglesi in Cirenaica fin dalle prime fasi della rivolta anti-Gheddafi (almeno da fine febbraio) verrà successivamente confermata dal giornale britannico Sunday Mirror.

I primi di marzo, secondo il settimanale satirico francese Le Canard enchainé, i servizi segreti francesi della Dgse hanno fornito ai ribelli libici un carico di cannoni da 105 millimetri e batterie antiaeree camuffato come aiuto umanitario e accompagnato da addesratori militari.

I mesi di pianificazione portata avanti dall'intelligence francese e il tempestivo, se non preventivo, sostegno militare anglo-americano-francese sul terreno, gettano nuova luce sulla natura della 'rivoluzione libica'.

http://it.peacereporter.net/articolo/27597/Libia%2C+rivoluzione+telecomandata 

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LA GUERRA CONTRO LA LIBIA, L’ AGENDA AMERICANA DELLA NATO E LA PROSSIMA GRANDE GUERR 

 DI PAUL CRAIG ROBERTS

globalresearch.ca

Negli anni ’30 gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda definirono la linea d’azione della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico cospirando contro il Giappone. I tre governi si appropriarono dei conti bancari nei loro paesi che il Giappone usava per pagare le importazioni e sospesero al Giappone le forniture di petrolio, gomma, stagno, ferro ed altre materie prime. Pearl Harbor fu la risposta giapponese?

Ora Washington ed i suoi burattini della NATO stanno usando la stessa strategia contro la Cina.

Le proteste in Tunisia, Egitto, Bahrain e Yemen si sono sollevate dalla gente che manifestava contro i governi tiranni fantocci di Washington. Tuttavia, le proteste contro Gheddafi, che non è un burattino dell’Occidente, sembrano essere state organizzare dalla CIA nella parte orientale della Libia, dove si trova il petrolio e dove la Cina ha investimenti energetici sostanziali.

Si ritiene che l’80% delle riserve di petrolio libiche siano situate nel bacino della Sirte nella Libia orientale, ora controllata dai ribelli sostenuti da Washington. Dal momento che il 70% del PIL della Libia è prodotto dal petrolio, una buona ripartizione della Libia lascerebbe impoverito il regime di Gheddafi con base a Tripoli. (http://www.energyinsights.net)

Il People’s Daily Online del 23 marzo ha riportato che la Cina ha 50 progetti su larga scala in Libia. Lo scoppio delle ostilità ha sospeso questi progetti ed ha provocato l’evacuazione dal paese di 30.000 lavoratori cinesi. Le compagnie cinesi riportano che si aspettano la perdita di centinaia di milioni di yen.

La Cina sta facendo affidamento sull’Africa, specialmente sulla Libia, l’Angola e la Nigeria, per soddisfare i suoi futuri bisogni energetici. In risposta all’impegno economico cinese con l’Africa, Washington sta impegnando militarmente il paese con il Commando Africa degli USA (AFRICOM) creato dal presidente George W. Bush nel 2007. 49 stati africani si sono accordati per partecipare con Washington all’AFRICOM, ma Gheddafi ha rifiutato, creando così un secondo motivo per Washington di mirare alla presa di controllo sulla Libia.

Un terzo motivo per mirare al paese è che la Libia e la Siria sono gli unici due paesi con accesso al Mediterraneo che non sono sotto il controllo di Washington. Suggestivamente, le proteste si sono accese anche in Siria. Per qualsiasi cosa possano pensare i siriani del loro governo, dopo aver visto il destino dell’Iraq ed ora quello della Libia è improbabile che i siriani si prepareranno per un intervento militare americano. Sia la CIA che il Mossad sono noti per l’uso di social network per fomentare le proteste e per diffondere disinformazione. Questi servizi di intelligence sono i probabili cospiratori che i governi siriano e libico incolpano per le proteste.

Colto di sorpresa dalle proteste in Tunisia ed Egitto, il governo di Washington si è reso conto che le proteste potevano essere usate per rimuovere Gheddafi e Assad. La scusa umanitaria per l’intervento in Libia non è credibile considerando il via libera di Washington all’esercito saudita per soffocare le rivolte nel Bahrain, casa base della Quinta Flotta degli USA.

Se Washington riuscisse a rovesciare il governo di Assad in Siria, la Russia perderebbe la sua base navale mediterranea nel porto siriano di Tartus. Quindi, Washington ha molto da guadagnare se riesce ad usare il mantello della ribellione popolare per espellere sia la Cina che la Russia dal Mediterraneo. Il mare nostrum di Roma diventerebbe il mare nostrum di Washington.

“Gheddafi se ne deve andare” ha dichiarato Obama. Quanto passerà prima di poter sentire anche “Assad se ne deve andare”?

La stampa americana ammaliatrice sta lavorando al fine di demonizzare sia Gheddafi che Assad, un oculista tornato in Siria da Londra per guidare il governo dopo la morte del padre. L’ipocrisia passa inosservata quando Obama chiama Gheddafi e Assad dittatori. Dall’inizio del 21° secolo, il presidente americano è stato un Cesare. Sulla base di niente più che un promemoria del Dipartimento di Giustizia, George W. Bush è stato dichiarato essere al di sopra della legge ufficiale degli USA, della legge internazionale e del potere del Congresso fin quando ha giocato il ruolo del comandante in capo nella “guerra al terrore”.

Obama Cesare ha fatto un passo avanti rispetto a Bush. Ha impegnato gli USA in guerra contro la Libia senza neanche far finta di chiedere l’autorizzazione del Congresso. Questa è un reato meritevole di impeachment, ma un Congresso impotente non è capace di proteggere il suo potere. Accettando le richieste dell’autorità esecutiva, il Congresso ha acconsentito al Cesarismo. Il popolo americano non ha più potere sul suo governo di quanto ne abbiano i popoli dei paesi governati da dittatori.

La ricerca di Washington dell’egemonia globale sta portando il mondo verso la Terza Guerra Mondiale. La Cina non è meno orgogliosa del Giappone degli anni ’30 ed è improbabile che si sottometterà ai maltrattamenti ed al controllo di quello che la Cina considera come l’Occidente decadente. Il risentimento della Russia per il suo accerchiamento militare sta crescendo. L’arroganza di Washington potrebbe portare ad un fatale errore di calcolo.

Paul Craig Roberts

Fonte: www.globalresearch.ca

Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24146

4.04.201

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALE

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8150&mode=flat&order=0&thold=-1

 

  Trattatto di Amicizia, Partenariato e Cooperazione fra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista

PREAMBOLO

La Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, qui di seguito denominati “le Parti", consapevoli dei profondi legami di amicizia tra i rispettivi popoli e del comune patrimonio storico e culturale;

decise ad operare per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilita, in particolare nella regione del Mediterraneo;

impegnate, rispettivamente, nell'ambito dell'Unione Europea e dell'Unione Africana nella costruzione di forme di cooperazione ed integrazione, in grado dì favorire l'affermazione della pace, la crescita economica e sociale e la tutela dell'ambiente;

ricordando l'importante contributo dell'Italia al fine del superamento del periodo dell'embargo nei confronti della Grande Giamahiria;

 tenendo conto delle importanti iniziative già realizzate dall'Italia in attuazione delle precedenti intese bilaterali; 

esprimendo la reciproca volontà di continuare a collaborare nella ricerca, con modalità che saranno concordate tra le Parti, riguardante i cittadini libici allontanati coercitivamente dalla Libia in epoca coloniale;

 ritenendo di chiudere definitivamente il doloroso "capitolo del passato", per il quale l'Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana, con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali e sottolineando la ferma volontà di costruire una nuova fase delle relazioni bilaterali, basata sul rispetto reciproco, la pari dignità, la piena collaborazione e su un rapporto pienamente paritario e bilanciato; esprimendo, pertanto, l'intenzione di fare del presente Trattato il quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale "speciale e privilegiato", caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione;

hanno convenuto quanto segue:

Capo I - PRINCIPI GENERALI

Articolo 1

Rispetto della legalità internazionale - Le Parti, nel sottolineare la comune visione della centralità delle Nazioni Unite nel sistema di relazioni internazionali, si impegnano ad adempiere in buona fede agli obblighi da esse sottoscritti, sia quelli derivanti dai principi e dalle norme del diritto Internazionale universalmente riconosciuti, sia quelli inerenti al rispetto dell'Ordinamento Internazionale.

Articolo 2

Uguaglianza sovrana - Le Parti rispettano reciprocamente la loro uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all'indipendenza politica. Esse rispettano altresì il diritto di ciascuna delle Parti di scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale.

Articolo 3

Non ricorso alla minaccia o all'impiego della forza - Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all'impiego della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica dell'altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite,

Articolo 4

Non ingerenza negli affari interni

-1) Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell'altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.

-2) Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l'Italia non userà, ne permetterà l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l'Italia.

Articolo 5

Soluzione pacifica delle controversie - In uno spirito conforme alle motivazioni che hanno portato alla stipula del presente Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, le Parti definiscono in modo pacifico le controversie che potrebbero insorgere tra di loro, favorendo l'adozione di soluzioni giuste ed eque, in modo da non pregiudicare la pace e la sicurezza regionale ed, internazionale.

Articolo 6

Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali - Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo 

Articolo 7

Dialogo e comprensione tra culture e civiltà - Le Parti adottano tutte le iniziative che consentano di disporre di uno spazio culturale comune, ispirandosi ai loro legami storici ed umani. Le iniziative suddette si ispirano ai principi della tolleranza, della coesistenza e del rispetto reciproco, della valorizzazione e dell'arricchimento del patrimonio comune materiale e immateriale nel contesto bilaterale e regionale.

Capo II - CHIUSURA DEL CAPITOLO DEL PASSATO E DEI CONTENZIOSI

Articolo 8

Progetti infrastrutturali di base  

-1) L'Italia, sulla base delle proposte avanzate dalla Grande Giamahiria e delle successive discussioni intervenute, si impegna a reperire i fondi finanziari necessari per la realizzazione di progetti infrastrutturali di base che vengono concordati tra i due Paesi nei limiti della somma di 5 miliardi di dollari americani, per un importo annuale di 250 milioni di dollari americani per 20 anni.

-2) Le aziende italiane provvederanno alla realizzazione di questi progetti previo un comune accordo sul valore dì ciascuno.

-3) La realizzazione di questi progetti avverrà nell'arco di 20 anni secondo un calendario temporale che verrà concordato tra le due Parti, libica ed italiana.

-4) I fondi finanziari assegnati vengono gestiti direttamente, dalla Parte italiana.

-5) La Grande Giamahiria rende disponibili tutti i terreni necessari per l'esecuzione delle opere senza oneri per la Parte italiana e le aziende esecutrici.

-6) La Grande Giamahiria agevola la Parte italiana e le aziende esecutrici, nel reperimento dei materiali accessibili in loco e nell'espletamento di procedure doganali e di importazione esentandole dal pagamento di eventuali tasse. I consumi di energia elettrica, gas, acqua e linee telefoniche saranno pagati con l'esenzione delle tasse.

Articolo 9

Commissione Mista

 -1) E' istituita una Commissione Mista paritetica, costituita da componenti designati dai rispettivi Stati. La Commissione Mista individua le caratteristiche tecniche dei progetti dì cui al precedente Articolo e stabilisce l'arco temporale complessivo e le cadenze di realizzazione dei progetti, nel quadro degli importi di ordine finanziario contenuti nello stesso articolo.

-2) La Gran Giamahiria si impegna a garantire, sulla base di specifiche intese a trattativa diretta con società italiane, la realizzazione in Libia, da parte delle stesse, di importanti opere infrastrutturali, progetti industriali ed investimenti. I progetti vengono realizzati ai prezzi da concordare fra le Parti. Queste imprese, secondo le consuetudini esistenti, contribuiscono in maniera volontaria alle opere sociali ed alla bonifica ambientale nelle zone ove realizzano i loro progetti.

La Gran Giamahiria si impegna, inoltre, ad abrogare tutti i provvedimenti e le norme regolamentari che imponevano vincoli o limiti alle sole imprese italiane.

-3) La Commissione Mista individua, su proposta della Parte libica, le opere, i progetti e gli investimenti di cui al paragrafo 2, indicando per ciascuno tempi e modalità di affidamento e di esecuzione.

-4) La conclusione ed il buon andamento di tali intese rappresentano le premesse per la creazione di un forte partenariato italo-libico nel settore economico, commerciale, industriale e negli altri settori ai fini della realizzazione degli obiettivi indicati in uno spirito di leale collaborazione.

-5) La Commissione Mista ha il compito di verificare l'andamento degli impegni di cui all'Articolo 8 e al presente Articolo e redige un processo verbale periodico che faccia stato degli obiettivi raggiunti o da raggiungere in relazione agli obblighi assunti dalle Parti contraenti.

-6) La Commissione Mista segnala ai competenti Uffici degli Affari Esteri delle due Parti eventuali inadempienze, proponendo ipotesi tecniche di soluzione.

 Articolo 10

Iniziative Speciali - L'Italia, su specifica richiesta della Grande Giamahiria, si impegna a realizzare le Iniziative Speciali sotto riportate a beneficio del popolo libico. Le Parti concordano l'ammontare di spesa complessivo per la realizzazione di tali iniziative ed affidano ad appositi Comitati Misti la definizione delle modalità di esecuzione delle stesse ed il limite di spesa annuale da impegnare per ognuna di esse ad eccezione delle borse di studio di cui al punto b).

-a) La costruzione in Libia di duecento unità abitative, con siti e caratteristiche da determinare di comune accordo.

-b) L'assegnazione di borse di studio universitarie e post-universitarie per l'intero corso di studi a un contingente di cento studenti libici, da rinnovare al termine del corso di studi a beneficio di altri studenti. Con uno scambio di lettere si precisa il significato di rinnovare, per assicurare la continuità.

-c) Un programma di cure, presso Istituti specializzati italiani, a favore di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine, che non possano essere adeguatamente assistite presso il Centro di Riabilitazione Ortopedica di Bengasi realizzato con i fondi della Cooperazione italiana,

-d) Il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi che, sulla base della vigente nominativa italiana, ne abbiano diritto,

-e) La restituzione alla Libia di manoscritti e reperti archeologici trasferiti in Italia da quei territori in, epoca coloniale: il Comitato Misto di cui all'articolo 16 del presente Trattato individua i reperti e i manoscritti che saranno, successivamente, oggetto di un atto normativo ad hoc finalizzato alla loro restituzione.

Articolo 11

Visti ai cittadini italiani espulsi dalla Libia - La Grande Giamahiria si impegna dalla firma del presente Trattato a concedere senza limitazioni o restrizioni di sorta ai cittadini italiani espulsi nel passato dalla Libia i visti di ingresso che gli interessati dovessero richiedere per motivi di turismo, di visita o lavoro o per altre finalità.

Articolo 12

Fondo sociale

-1) La Grande Giamahiria si impegna a sciogliere l'Azienda Libico-Italiana (ALI) e a costituire contestualmente il Fondo Sociale, utilizzando i contributi già versati dalle aziende italiane alla stessa.

-2) L'ammontare del Fondo Sociale sarà utilizzato per le finalità che sono state previste al punto 4 del Comunicato Congiunto italo-libico del 4 luglio 1998 per avviare la realizzazione delle Iniziative Speciali, di cui all'articolo 10 lettere b) e c) del presente Trattato, fino a concorrenza di tale ammontare. In particolare, potranno essere finanziati progetti di bonifica dalle mine e valorizzazione delle aree interessate, programmai di cura in favore di cittadini libici danneggiati dallo scoppio delle mine, nonché altre iniziative a favore dei giovani libici nel settore della formazione universitaria e post-universitaria, sino ad esaurimento del credito del Fondo Sociale. Quindi continuerà il finanziamento dalla Parte italiana, in attuazione del Trattato.

-3) A tal fine, è istituito un Comitato Misto paritetico per la gestione dei Fondo Sociale secondo le modalità previste dal Comunicato Congiunto.

-4) Definite le modalità di gestione dell'ammontare già costituito del Fondo Sociale e le iniziative da finanziare, le due Parti considerano definitivamente esaurito il Fondo Sociale.

Articolo 13

Crediti

-1) Per quanto riguarda i crediti vantati dalle aziende italiane nei confronti di Amministrazioni ed Enti libici, le Parti si impegnano a raggiungere con uno scambio di lettere una soluzione sulla base del negoziato nell'ambito del Comitato Crediti.

-2) Con il medesimo scambio di lettere, le Parti si impegnano a raggiungere una soluzione anche per quanto riguarda gli eventuali debiti di natura fiscale e/o amministrativa di aziende italiane nei confronti di Enti libici.

CAPO III - NUOVO PARTENARIATO BILATERALE

Articolo 14

Comitato di Partenariato e consultazioni politiche

 -1) Le due Parti imprimono nuovo impulso alle relazioni bilaterali politiche, economiche, sociali, culturali e scientifiche ed in tutti gli altri settori, con la valorizzazione dei legami storici e la condivisione dei comuni obiettivi di solidarietà tra i popoli e di progresso dell'Umanità.

 -2) Nel desiderio condiviso di rinsaldare ì legami che le uniscono, le due Parti decidono la costituzione di un Partenariato all'altezza del livello di collaborazione e coordinamento cui ambiscono sui temi bilaterali e regionali e sulle questioni internazionali di reciproco interesse. A tale scopo, le due Parti decidono quanto segue:

-a) una riunione annuale del Comitato di Partenariato, a livello del Presidente dei Consiglio dei Ministri e del Segretario del Comitato Popolare Generale, da tenersi alternativamente in Italia e in Libia;

-b) una riunione annuale del Comitato dei Seguiti, a livello del Ministro degli Affari Esteri e del Segretario del Comitato Popolare Generale per il Collegamento Estero e la Cooperazione Internazionale, da tenersi alternativamente in Italia e in Libia, con il compito di seguire l'attuazione del Trattato e degli altri Accordi di collaborazione, che presenterà le proprie relazioni al Comitato di Partenariato. Qualora una delle Parti ritenga che l'altra Parte abbia contravvenuto ad uno qualsiasi degli impegni previsti dal presente Trattato, richiederà una riunione straordinaria del Comitato dei Seguiti, per un esame approfondito e al fine di trovare una Soluzione soddisfacente.

-c) il Comitato di Partenariato adotta tutti i provvedimenti necessari all'attuazione degli impegni previsti dal presente Trattato e le due Parti si adoperano per la realizzazione dei suoi scopi;

-d) lo svolgimento di regolari consultazioni tra altri rappresentanti delle due Parti.

-3) Il Ministro degli Affari Esteri e il Segretario del Comitato Popolare Generale per il Collegamento Estero e la Cooperazione Internazionale, ricevuta la segnalazione di cui all'Articolo 9 comma 6, si adoperano per definire una soluzione adeguata.

Articolo 15

Cooperazione negli ambiti scientifici - Le due Parti intensificano la collaborazione nel campo della scienza e della tecnologia e realizzano programmi di formazione e di specializzazione a livello post-universitario. Favoriscono a tal fine lo sviluppo di rapporti tra le università e tra gli Istituti di ricerca e di Formazione dei due Paesi. Sviluppano ulteriormente la collaborazione nel campo sanitario e in quello della ricerca medica, promuovendo i rapporti tra enti ed organismi dei due Paesi.

Articolo 16

Cooperazione culturale

-1) Le due Parti approfondiscono i tradizionali vincoli culturali e di amicizia che legano i due popoli ed incoraggiano í contatti diretti tra enti ed organismi culturali dei due Paesi. Sono altresì facilitati gli scambi giovanili e i gemellaggi tra città ed altri enti territoriali dei due Paesi.

-2) Le due Parti danno ulteriore impulso alla collaborazione nel settore archeologico. In tale ambito è altresì esaminata, da un apposito Comitato Misto, la problematica concernente la restituzione alla Libia di reperti archeologici e manoscritti.

Le due Parti collaborano anche ai fini della eventuale restituzione alla Libia, da parte di altri Stati, di reperti archeologici sottratti in epoca coloniale.

-3) Le due Parti agevolano, sulla base della reciprocità, l'attività rispettivamente dell'Istituto Italiano di Cultura a Tripoli e dell'Accademia Libica in Italia.

-4) Le due Parti concordano sulla opportunità di rendere le nuove generazioni sempre più consapevoli delle conseguenze negative generate dalle aggressioni e dalla violenza e si adoperano per la diffusione dì una cultura ispirata ai principi della tolleranza e della collaborazione trai Popoli.

Articolo 17

Collaborazione economica e industriale

-1) Le due Parti promuovono progetti di trasferimento di tecnologie e di collaborazione industriale, con riferimento anche a iniziative comuni in Paesi terzi.

-2) Sviluppano la collaborazione nei settori delle opere infrastrutturali, dell'aviazione civile, delle costruzioni navali, del turismo, dell'ambiente, dell'agricoltura e della zootecnia, delle biotecnologie, della pesca e dell'acquacoltura, nonché in altri settori di reciproco interesse, favorendo in particolare lo sviluppo degli investimenti diretti.

-3) Esse sostengono le PMI e la costituzione di società miste.

-4) Le due Parti si adoperano per concordare entro breve una Intesa tecnica in materia di cooperazione economica, scientifica e tecnologica nel settore della pesca e dell'acquacoltura e favoriscono Intese analoghe tra altri Enti competenti dei due Paesi.

Articolo 18

Collaborazione energetica

-1) Le due Parti sottolineano l'importanza strategica per entrambi i Paesi della collaborazione nel settore energetico e si impegnano a favorire il rafforzamento del partenariato in tale settore.

-2) Attribuiscono particolare rilievo alle energie rinnovabili ed incoraggiano la cooperazione tra enti ed organismi dei due Paesi, sia sul piano industriale che su quello della ricerca e della formazione.

Articolo 19

Collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all'immigrazione clandestina

-1) Le due Parti intensificano la collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all'immigrazione clandestina, in conformità a quanto previsto dall'Accordo firmato a Roma il 13/12/2000 e dalle successive intese tecniche, tra cui, in particolare, per quanto concerne la lotta all'immigrazione clandestina, i Protocolli di cooperazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007.

-2) Sempre in tema di lotta all'immigrazione clandestina, le due Partì promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche. Il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due Parti chiederanno all'Unione Europea di farsene carico, tenuto conto delle Intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la 'Commissione Europea.

-3) Le due Parti collaborano alla definizione di iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell'immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori.

Articolo 20

Collaborazione nel settore della Difesa

-1) Le due Parti si impegnano a sviluppare la collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, anche mediante la finalizzazione di specifici Accordi che disciplinino lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari nonché l'espletamento, di manovre congiunte.

-2) Si impegnano altresì ad agevolare la realizzazione. di un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari.

-3) In tale ambito, l'Italia sosterrà nelle sedi internazionali la richiesta della Libia di indennizzi per i danni subiti da propri cittadini vittime dello scoppio delle mine e per la riabilitazione dei territori danneggiati, con tutti gli Stati interessati.

Articolo 21

Collaborazione nel settore della non proliferazione e del disarmo

Le due Parti si impegnano a proseguire e rinsaldare la collaborazione nel settore del disarmo e della non proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei relativi vettori e ad adoperarsi per fare della Regione del Mediterraneo una zona libera da tali armi, nel pieno rispetto degli obblighi derivami dagli Accordi e Trattati internazionali in materia.

Articolo 22

Collaborazione parlamentare e tra Enti locali - Le due Parti favoriscono lo sviluppo di rapporti tra il Parlamento italiano ed il Congresso Generale del Popolo della Grande Giamahiria, nonché tra gli Enti locali, nella consapevolezza della loro importanza per una più intensa ed approfondita conoscenza reciproca.

Articolo 23

Disposizioni finali

-1) Il presente Trattato, nel rispetto della legalità internazionale, costituisce il principale strumento di riferimento per lo sviluppo delle relazioni bilaterali. Esso è sottoposto a ratifica secondo le procedure costituzionali previste dall'ordinamento di ciascuna delle Parti ed entra in vigore al momento dello scambio degli strumenti di ratifica.

-2) Il presente Trattato sostituisce il Comunicato Congiunto del 4 luglio 1998 e il Processo verbale delle conclusioni operative del 28 ottobre 2002, che pertanto cessano di produrre effetti.)

-3) A partire dal corrente anno, il giorno del 30 Agosto viene considerato, in Italia e nella Grande Giamahiria, Giornata dell'Amicizia italo-libica.

-4) Il presente Trattato può essere modificato previo accordo delle Parti. Le eventuali modifiche entreranno in vigore alla data di ricezione della seconda delle due notifiche con le quali le Parti si comunicano ufficialmente l'avvenuto espletamento delle rispettive procedure interne.

 I volenterosi puntano al fondo sovrano libico di Manlio Dinucci Il Manifesto del 22/04/2011

L'obiettivo della guerra in Libia non è solo il petrolio, le cui riserve (stimate in 60 miliardi di barili) sono le maggiori dell'Africa e i cui costi di estrazione tra i più bassi del mondo, né il gas naturale le cui riserve sono stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Nel mirino dei «volenterosi» dell'operazione «Protettore unificato» ci sono anche i fondi sovrani, i capitali che lo stato libico ha investito all'estero.
I fondi sovrani gestiti dalla Libyan Investment Authority (Lia) sono stimati in circa 70 miliardi di dollari, che salgono a oltre 150 se si includono gli investimenti esteri della Banca centrale e di altri organismi. Ma potrebbero essere di più. Anche se sono inferiori a quelli dell'Arabia Saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si sono caratterizzati per la loro rapida crescita. Quando la Lia è stata costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre.
In Italia, i principali investimenti libici sono quelli nella UniCredit Banca (di cui la Lia e la Banca centrale libica possiedono il 7,5%), in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%): questi e altri investimenti (tra cui il 7,5% dello Juventus Football Club) hanno un significato non tanto economico (ammontano a circa 4 miliardi di euro) quanto politico.
La Libia, dopo che Washington l'ha cancellata dalla lista di proscrizione degli «stati canaglia», ha cercato di ricavarsi uno spazio a livello internazionale puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Stati uniti e l'Unione europea hanno revocato l'embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però creato un nuovo meccanismo di potere e corruzione, in mano a ministri e alti funzionari, che probabilmente è sfuggito in parte al controllo dello stesso Gheddafi: lo conferma il fatto che, nel 2009, egli ha proposto che i 30 miliardi di proventi petroliferi andassero «direttamente al popolo libico». Ciò ha acuito le fratture all'interno del governo libico.
Su queste hanno fatto leva i circoli dominanti statunitensi ed europei che, prima di attaccare militarmente la Libia per mettere le mani sulla sua ricchezza energetica, si sono impadroniti dei fondi sovrani libici. Ha agevolato tale operazione lo stesso rappresentante della Libyan Investment Authority, Mohamed Layas: come rivela un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks, il 20 gennaio Layas ha informato l'ambasciatore Usa a Tripoli che la Lia aveva depositato 32 miliardi di dollari in banche statunitensi. Cinque settimane dopo, il 28 febbraio, il Tesoro Usa li ha «congelati». Secondo le dichiarazioni ufficiali, è «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», che Washington tiene «in deposito per il futuro della Libia». Servirà in realtà per una iniezione di capitali nell'economia Usa sempre più indebitata. Pochi giorni dopo, l'Unione europea ha «congelato» circa 45 miliardi di euro di fondi libici.
L'assalto ai fondi sovrani libici avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell'Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattuttto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell'agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.
Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall'Unione africana: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Lo sviluppo di tali organismi permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, strumenti del dominio neocoloniale, e segnerebbe la fine del franco Cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi. Il congelamento dei fondi libici assesta un colpo fortissimo all'intero progetto. Le armi usate dai «volenterosi» non sono solo quelle dell'operazione bellica «Protettore unificato».

 vedi anche   Relazioni bilaterali tra Italia e Libia da Wikipedia

 

                                                 ****

Dino Greco in Derive & Approdi   Liberazione del27-04-11:
"E' noto che la discutibilissima risoluzione che autorizza l'abbattimento dei caccia di Gheddafi che dovessero sorvolare i cieli della Cirenaica altro non è che una foglia di fico, lì posta per coprire, come si è subito visto, un intervento di ben altre dimensioni e che la giustificazione addotta - la protezione della popolazione civile - si è rivelata una volgare bugia."
 

Dichiarazione di R R

 

 

 

 

Un anno fa moriva barbaramente trucidato Muammar Gheddafi.


“E’ morto il 20 Ottobre 2011, lui che aveva liberato il popolo libico dal giogo della monarchia, dell'arretratezza e del colonialismo è stato brutalmente eliminato senza processo dai sedicenti amanti della libertà, della giustizia e della democrazia, a riprova di quanto potesse essere d'impaccio per quei servi dell'imperialismo e del colonialismo europeo”. Da
Epitaffio a Muammar Gheddafi”
(1)

 

Non.era.un..dittatore. come. l’Occidente  democratico, esportatore di “democrazia” si ostina con disprezzo a chiamarlo affinché la guerra, oltre che giusta, diventi anche “santa”.

  
In Wikipedia  si legge:                                                  
“Per quarantadue anni è stato la massima autorità del proprio paese, fino alla sua deposizione da parte del Consiglio nazionale di transizione (CNT) durante la Guerra civile libica del 2011, senza ricoprire stabilmente alcuna carica ufficiale ma fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida e Comandante della Rivoluzione della Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare”.(2)


Non era neanche un capitalista filo imperialista


Chi si accinge a scrivere la storia dalla parte dei vincitori, per distruggere moralmente la Guida della Rivoluzione della Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare, si premura infatti di farci sapere:

 

“quanto importanti e lucrosi siano stati i contratti conclusi con Tripoli tra il 2004 e il 2010 da British Petroleum, Exxon Mobil, Halliburton, Chevron, Conoco, Marathon Oil e da giganti del complesso militare-industriale yankee quali Raytheon, Northrop Grumman, Dow Chemical, Flour, Generai Dynamics.” (da Il cuneo rosso n.1  luglio 2012).


Questi  “storici” embedded  non ricordano che lo stesso Lenin con la fine della guerra civile, per procedere verso il socialismo  e ridare fiato all'economia non aveva disdegnato di ristrutturare le aziende anche con la collaborazione del capitalismo mondiale.
(3)

E’ quello che ha fatto per un certo periodo la Libia stretta dall’embargo per ridare fiato alla propria economia a tutto   vantaggio di uno dei welfare più alti conosciuti.


La domanda è: quando mai gli USA hanno fatto la guerra ad un dittatore capitalista filo imperialista?

 

Ma ad un antimperialista e filopalestinese SI!

E Gheddafi   antimperialista e filopalestinese  lo era!

Ecco un suo Intervento alla Tv libica – 1985 
il manifesto” 27 agosto 2011

Tripoli, 17 apr - Il colonnello Muammar Gheddafi ha parlato iersera alla televisione libica. Dopo un saluto alle popolazioni arabe, Gheddafi ha chiesto alla nazione araba di interrompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.  [……] Gheddafi ha poi detto: «Allah è il più grande. Più grande dell'America, più grande del patto Nato.  La grandezza, qui, è di un piccolo stato che fronteggia da solo le flotte americane e nordatlantiche. […..] «Noi in Libia lavoriamo per unificare la nazione araba e per liberare l'intera Palestina. »
Ansa-Jana, 17 aprile 1986 (4)

 

E a proposito di “democrazia”:

per Gheddafi il Parlamento italiano   commise un crimine autorizzando i bombardamenti sulla Libia. "Ma - disse - ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia, né tanto meno la democrazia.   Solo l'amico popolo italiano vuole la pace".

 

Ricordo che nel libro verde Gheddafi aveva esposto  la sua visione della democrazia e dell'economia. Rigettando l'insieme dei principi della democrazia liberale, auspicava una forma di democrazia diretta basata sui comitati popolari.

Gheddafi nel testo accusava i sistemi antecedenti di non essere democratici, poiché in questi sistemi al popolo viene concesso solo di eleggere i loro rappresentanti. Questi rimangono distanti e indipendenti nel loro agire; di qui, Gheddafi asserisce che non vi è diretto influsso del popolo sul sistema politico né della democrazia né del comunismo. Quindi fa una proposta di sistema: la partecipazione del popolo al processo politico deve essere assicurata attraverso gli strumenti del "Congresso popolare" e dei "Comitati popolari".

 Gheddafi definì la sua come la "Terza teoria universale", che si proponeva come alternativa al capitalismo e al comunismo, nel solco del socialismo arabo. Negli anni successivi, i principi del libro verde vennero messi in pratica nell'organizzazione della Jamāhīriya libica.)

 

Quest’uomo il 20 ottobre del 2011 è stato barbaramente trucidato perché non “parlasse” più, perché fosse cancellato dalla storia.

 

             Cito da “Perché anonimo siciliano” di Angelo Ficarra (6):

 

           “Condannati ad essere cancellati dalla storia. Cancellati loro e le loro idee. Condannati perché hanno osato dire di no e perciò eretici. Rimossi per accreditare più facilmente la vulgata, lo stereotipo con cui hanno diffuso la menzogna che gli ha consentito di costruire il loro potere”.

 

Giuseppina Ficarra

          

p.s. dedicato a quanti pensavano che “la costruzione di una Libia democratica - senza il dittatore Gheddafi - fosse un obiettivo legittimo”.

 https://www.facebook.com/notes/giuseppina-ficarra/il-20-ottobre-di-due-anni-fa-moriva-barbaramente-trucidato-muammar-gheddafi/10151938783084605?comment_id=229301334&notif_t=like

Note:

(1) Epitaffio a Muammar Gheddafi
http://russiacommmunity.forumcommunity.net/?t=48335976#lastpost

(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Mu%27ammar_Gheddafi
(3) Lenin e la democrazia Lettere agli operai d’Europa e d’America http://www.facebook.com/notes/giuseppina-ficarra/lenin-e-la-democrazia-lettere-agli-operai-deuropa-e-damerica/10150426242244605     

(4) http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2011/09/citazioni-del-colonnello-gheddafi-dai.html      
(5).https://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150186272819605#!/note.php?note_id=10150177725484605

(6) Perché anonimo siciliano di Angelo Ficarra http://anonimosiciliano.wordpress.com/   


Scheda curata da me sulla Libia e Gheddafi:
http://www.spazioamico.it/Egitto,_Tunisia_Libia.htm     

Un commento controverso di Antonio Ortoleva  alla nota:
 

  • Antonio Ortoleva quindi per tenere a bada l'imperialismo (e la cina?) e garantire i servizi sociali essenziali bisogna tollerare una democrazia popolare fasulla e un sistema poliziesco e autoritario come quello che sosteneva gheddafi...
  • Giuseppina Ficarra Antonio Ortoleva ti risulta che qualcuno abbia detto le sciocchezze che dici tu: "quindi per tenere a bada l'imperialismo ....... bla bla bla"?
  • Giuseppina Ficarra Leggi meglio quello che gli altri scrivono in modo che i tuoi "qundi" abbiano un senso logico!!!
  • Antonio Ortoleva "sciocchezze" mi pare un po' troppo, frase ingiuriosa, aspetto le scuse e pensare che avevi appena detto di essere per la libertà di opinione, in questi termini di apertura mentale, preferisco ritirarmi dal dialogo
  • Giuseppina Ficarra Antonio Ortoleva, qui l'opinione non c'entra. C'entra la comprensione di un testo scritto. Nessuno ha detto nulla che possa farti ribadire e concludere "logicamente" che "QUINDI (congiunzione conclusiva) per tenere a bada l'imperialismo (e la cina?) e garantire i servizi sociali essenziali bisogna tollerare una democrazia popolare fasulla". Considerare sciocchezze le cose dette da qualcuno fa parte della libertà di opinione.
    Le scuse casomai le aspetto io per avere tu travisato, magari volutamente, il discorso, in modo irrisorio!
  •   

                                        ****

     

    ESCALATION MILITARE: "FASE DUE" DELLA GUERRA IN LIBIA
    Postato il Sabato, 04 giugno @ 16:45:15 CDT di supervice

    del Prof. Michel Chossudovsky
    Global Research

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8397&mode=flat&order=0&thold=-1   

    Una nuova fase della guerra si sta svolgendo in direzione di un processo di escalation militare e dell'atterraggio finale di commandos USA-NATO sulle coste della Libia.
    Uno spiegamento senza precedenti di potenza navale nel Mediterraneo è in corso.

    La Super portaerei USS George HW Bush, la nave più avanzata nell'arsenale navale statunitense, insieme al suo gruppo d'assalto e gruppo vettore è entrata nel Mediterraneo, fino ad unirsi con la Sesta Flotta a Napoli.

    La portaerei USS George HW Bush (CVN77) è la più grande nave da guerra del mondo: ". Quattro ettari e mezzo di spazio sul suo ponte di volo, che la rende in grado di ospitare 90 aerei ed elicotteri. Ospita 5.500 elementi di equipaggio". Dotata di sofisticati sistemi di guerra elettronica, è la "base militare mobile" più grande del mondo (Manlio Dinucci, "Boots on the Ground": Sarkozy e Cameron si preparano a sbarcare in Libia, Global Research, 31 maggio 2011).

    Il Gruppo d'Assalto della portaerei USS George HW Bush è stato inviato nel suo "viaggio inaugurale" nell'area di operazioni navali della Sesta Flotta, vale a dire il Mediterraneo. E' stato "certificato pronto per le operazioni di combattimento" un mese prima dell'inizio della guerra in Libia. (USS George H.W. Bush Strike Group Certified Combat Ready, 21 febbraio 2011)

    Ridurre il nemico alla totale Sottomissione

    "Freedom at Work" è il "logo umanitario" della USS George HW Bush

    Le dimensioni della Super-portaerei USS George HW Bush, i suoi sistemi avanzati di armi, le sue capacità distruttive, per non parlare del suo costo, sono l'espressione pura e semplice delle ambizioni imperiali impazzite dell'America. Sotto la dottrina "Shock and Awe", la USS George H. W. Bush è destinata a stupire e ridurre il nemico in totale sottomissione.

    Escalation militare

    Dall'inizio della guerra il 19 marzo, sono state condotte circa 10.000 missioni. La NATO riconosce un totale di 9.036 missioni, tra cui 3.443 missioni d'attacco in un periodo di due mesi (31 marzo 2011-31 maggio 2011).

    Con lo spiegamento della USS George HW Bush e del suo Carrier Strike Group insieme ad altre navi da guerra alleate, si sta aprendo una nuova fase della guerra.

    Le operazioni militari non sono più limitate ad una campagna di bombardamento ad alta quota, dove gli obiettivi da colpire sono "pre-approvati" e pianificati in anticipo. E' previsto l'impiego di elicotteri e operazioni aeree a bassa quota. Queste ultime sono per supportare lo spiegamento dei commandos USA-NATO e delle forze ribelli a terra.

    L'HMS Ocean britannica schierata al largo di Cipro, è attrezzata come portaelicotteri, per gli elicotteri Apache.

    Gli Apache partirebbero dalla HMS Ocean, la più grande nave da guerra della Gran Bretagna. A metà maggio, al largo della costa di Cipro si sono svolte esercitazioni navali con la partecipazione di navi da guerra della marina britannica e olandese e con la HMS Ocean che giocava un ruolo centrale come portatore di elicotteri. "L'esercitazione includeva esercitazioni di difesa aerea e tiro in diretta in mare con esercitazioni anfibie nelle acque costiere".

    A sua volta, la Francia ha confermato che avrebbe dispiegato i suoi elicotteri da combattimento Tiger.

    Possiamo quindi aspettarci nelle settimane a venire un importante cambiamento nella natura delle operazioni militari; l'invio di commandos a sostegno delle operazioni di terra, con elicotteri e aerei schierati a bassa quota giocano un ruolo importante. (Questi voli a bassa quota non si limiterebbero ai droni Predator).

    La natura delle operazioni di volo diventeranno, pertanto, più mirate. L'obiettivo dichiarato è di "portare la campagna aerea più vicina al terreno". La Superportaerei USS GNWB e il suo gruppo d'attacco giocheranno un ruolo chiave nell'attuazione della fase successiva della guerra.

     

                                                                 ****

    Le contraddizioni di Fabio Amato note di Giuseppina Ficarra

    1) 23/2/2011 Afferma che si tratta di  la rabbia, soprattutto giovanile  e speranza di libertà

    Gli scappa una affermazione a dir poco insostenibile: “  La carneficina che le forze armate fedeli al regime del colonnello Gheddafi stanno perpetrando in Libia ha dei complici politici evidenti: Silvio Berlusconi e il suo zelante portavoce Ministro degli Esteri Frattini.”

    2) 21 Marzo 2011

    Dice: “Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso, sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l'India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un'astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze “

     

    Amato prende atto  quindi che la guerra ha lo scopo di sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili .  Ma non era il popolo che aspira alla democrazia, non era rabbia giovanile?  O esistono queste fazioni armate da altri paesi o non esistono e si tratta solo di giovani in rivolta e disarmati di cui Gheddafi sta facendo carneficina.

      Il 3/3/2011 dice che  

     “La Libia sta sprofondando di in ora in una guerra civile. Le divisioni fra clan e tribù, quelle geografiche e quelle politiche interne allo stesso regime sono fra le cause del conflitto in corso.” Ma non si trattava giovani in rivolta?

    =============================================

    Nord Africa, nulla sarà più come prima

    di Fabio Amato 23/02/2011

    La rivoluzione del nord Africa travolge la Libia e il suo ultraquarantennale leader Gheddafi. Le notizie che arrivano dal paese nordafricano, frammentate e dall'unica fonte che non è stata oggetto della censura del regime, Al Jazeera, parlano di una carneficina e di una violenza inaudita nella repressione. L'uso dell'aviazione contro i manifestanti a Tripoli avrebbe prodotto oltre mille morti. La rivoluzione nordafricana non si ferma, e travolge anche quello che veniva considerato come uno dei regimi più stabili, grazie ai dividendi della rendita petrolifera ed energetica, che hanno reso la Libia uno dei paesi con dati macroeconomici e di reddito fra i più alti del continente africano e dell'area. Non basta questo dato a placare la rabbia, soprattutto giovanile, che ha travalicato la cirenaica e la ribelle Bengasi per arrivare nel cuore del potere del regime di Gheddafi, Tripoli. La crisi e le riforme neoliberali comunque applicate anche dalla Libia in questi anni, insieme alla concentrazione nelle mani del clan vicino al Colonnello di gran parte delle ricchezze, hanno creato sacche grandi di malcontento e rabbia. Rabbia unita alle domande e speranza di libertà dall'oppressiva macchina poliziesca, dalla censura e dalla grottesca idea della successione dinastica dell'oramai anziano leader che hanno come protagonisti anche in Libia le giovani generazioni.

    Nel suo disperato e criminale tentativo di mantenere il potere a tutti i costi, Gheddafi sta giocando le ultime carte della sua storia politica. Contro il suo popolo e contro ogni senso di umanità. Una carta disperata e inutile, che non salverà il suo regime e il suo proposito di continuazione dinastica del potere.

    Una carta il cui esito potrebbe essere quello di far sprofondare il paese in una guerra civile dagli esiti catastrofici. Già pezzi dell'esercito e della diplomazia si sono uniti alle proteste e alle rivolte.

    Anche se è complesso prevedere quali saranno le evoluzioni delle rivoluzioni arabe, è bene ricordare come altri paesi ne siano contagiati, come il Marocco, lo Yemen, il Barhein, crediamo che se anche le transizioni saranno gestite dalle forze armate, e che nel breve periodo esse garantiranno una continuità perlomeno formale nella collocazione geopolitica dei paesi del sud del mediterraneo, i movimenti sociali che sono esplosi avranno conseguenze durature, apriranno scenari di cambiamento impensabili fino a poco tempo fa. Tutto il quadro mediorientale ne uscirà ridisegnato. Le ipocrisie e la politica dei due pesi e delle due misure applicata dall'imperialismo e dall'occidente in questi anni avranno vita breve. Lo abbiamo già scritto a proposito di Tunisia ed Egitto, lo ribadiamo oggi. Nulla potrà tornare come prima. Il risveglio delle masse arabe rappresenta una tappa storica, paragonabile, come ha scritto Valli su Repubblica, a quello che accadde nel 1848 in Europa.

    Un'Europa, quella attuale, le cui responsabilità sono grandi nell'aver in questi anni fatto fallire l'ipotesi euro mediterranea, nell'essere stata semplice spettatrice o esecutrice dei voleri di Washington, e nell'aver limitato la sua azione politica a garantirsi liberalizzazioni dei mercati e risorse energetiche, mantenendo al potere, con la scusa della minaccia islamica, regimi indifendibili, che hanno represso, vale la pena ricordarlo, anche tutte le forze progressiste, democratiche e fra queste quelle comuniste, di quei paesi. Ora si trova del tutto impreparata difronte alle conseguenze che i cambiamenti in corso porteranno.

    Occorre però soffermarsi su quello che l'Italia ha fatto e detto in questi giorni. La carneficina che le forze armate fedeli al regime del colonnello Gheddafi stanno perpetrando in Libia ha dei complici politici evidenti: Silvio Berlusconi e il suo zelante portavoce Ministro degli Esteri Frattini. Le loro tardive condanne servono oramai a ben poco. Il loro silenzio prima, le allucinanti e vergognose dichiarazioni di sostegno durante l'esplosione della rivolta e della sanguinosa repressione, rimarranno tra le pagine più vergognose della triste storia del berlusconismo e dei suoi ultimi giorni a cui assistiamo. Berlusconi non disturba Gheddafi mentre massacra il suo popolo, perché teme che quello che travolge oggi i suoi amici del sud del Mediterraneo, possa molto presto travolgere anche lui e porre fine alla sua squallida stagione politica.

    in data:23/02/2011

    http://www.liberazione.it/rubrica-file/Nord-Africa--nulla-sar--pi--come-prima---LIBERAZIONE-IT.htm

     LA SCELLERATA RISOLUZIONE ONU CHE PORTA ALLA GUERRA     Fabio Amato    

     21 Marzo 2011 16:29 

     Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è pronunciato a favore dell'istituzione della No fly zone sulla Libia e dell'autorizzazione all'uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.

    Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell'Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.

    Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell'aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.

    Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso, sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l'India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un'astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze. Sia chiaro a tutti che i diritti umani e le giuste aspirazioni dei giovani libici alla democrazia e a liberarsi dal regime non c'entrano nulla con la decisione di Parigi e Londra, seguite a ruota dal sempre più deludente Obama, di attivare l'intervento militare.

    Chi sarà in futuro a decidere quali violenze contri i civili sono accettabili o meno saranno solo e sempre le superpotenze militari imperialiste e occidentali. E lo faranno con il sostegno del sistema di informazione mondiale che selezionerà alla bisogna chi e come andrà bombardato, chi potrà o meno rimanere al potere.

    Chi stabilisce, infatti, che si decide di bombardare la Libia, mentre si consente all'Arabia Saudita di inviare truppe per sedare le proteste nel vicino Bahrein, mentre si lascia il presidente dittatore da trentadue anni dello Yemen, Abdullah Saleh, sparare da giorni sulla folla che ne chiede a gran voce e da tempo le dimissioni? Si arriva al paradosso che la petromonarchia del Qatar, anch'essa impegnata nel reprimere le proteste del Bahrein con il suo esercito, ha allo stesso tempo annunciato che invierà i suoi caccia per la democrazia in Libia.

    Tutto ciò dimostra solo come nel caso libico si è da subito tentato di intervenire militarmente per interessi geopolitici.

    Qual è infatti la razionalità politica di tale scelta? Semplice.

    Come sempre, ciò che muove gli eserciti non sono le intenzioni umanitarie, ma ben altre ragioni e motivazioni. Seguite il petrolio, il gas e i dollari e troverete la risposta.

    Per ciò che riguarda la Francia e la sua frenesia di menar le mani si segua, oltre alla via del petrolio, quella dell'uranio che alimenta le sue centrali nucleari e quelle che vende per il mondo.

    Il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal governo libico forse lascia del tempo per cercare di evitare la tragedia di una guerra nel mediterraneo. Temiamo duri poco. Sarà cercato in ogni modo un pretesto per giustificare comunque l'attacco, ora che una parvenza di legittimità internazionale è stata data dalla sciagurata risoluzione 1973.

    L'Onu, che dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, in questo caso ha varato una decisione che potenzialmente potrebbe allargarlo e diffondere la guerra. Una decisione quindi si storica, ma per stupidità. Una stupidità alla quale, naturalmente, non si sottrae il governo italiano, pronto a dare basi uomini e mezzi all'impresa. In buona compagnia del Pd - già d'altronde in prima fila nelle guerre umanitarie del passato - che condivide apertamente tale scelta.

    Mentre la situazione in Libia stava precipitando, solo alcuni paesi progressisti dell'America latina hanno avanzato, invece di minacce e proclami, una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto capace di scongiurare la guerra civile e l'intervento esterno. Questa proposta è rimasta colpevolmente abbandonata. Se vi sono ancora degli spiragli per evitare il peggio vanno usati ed agiti fino in fondo. Serve da subito una mobilitazione del popolo della pace per fermare la macchina da guerra che sta scaldando i suoi motori. Serve scendere subito in piazza contro la guerra e per chiedere che l'Italia rimanga fuori da questa nuova e sciagurata avventura bellica. Noi ci saremo.

     

    E' il tempo della politica, non delle bombe

     Liberazione 3/3/2011  Fabio Amato

    La Libia sta sprofondando di in ora in una guerra civile. Le divisioni fra clan e tribù, quelle geografiche e quelle politiche interne allo stesso regime sono fra le cause del conflitto in corso. Divisioni che evidenziano tanto il fallimento del regime e del suo tentativo di costruzione di uno stato nazione, quanto il suo collasso secondo quelle che erano e restano le prevalenti strutture sociali che regolano la società libica, ovvero quelle di appartenenza tribale e di clan. Le ultime notizie che arrivano dal Paese, oltre a raccontare l'esodo dei profughi egiziani e tunisini, parlano di un Gheddafi che ostenta sicurezza, sfida i suoi oppositori interni ed internazionali e sferra una controffensiva con le forze a lui leali per riconquistare città in mano ai ribelli. Dato troppo presto per spacciato, anche grazie ad un fuoco di fila mediatico che ha avallato delle vere e proprie fanfaluche, quali quelle di una Tripoli prossima a cadere nelle mani degli insorti, il raìs ostenta sicurezza e minaccia, accusa, come il Ministro Maroni, Al Qaeda e le potenze occidentali ed estere di essere dietro la rivolta. Si tratterebbe di un caso alquanto curioso di convergenze parallele. Mentre l'assemblea delle Nazioni Unite e il suo consiglio di sicurezza prendono posizioni di condanna dell'azione repressiva del regime, le potenze imperialiste si dividono sul da farsi. Ma quello che finora è emerso è una preoccupante e netta propensione a voler intervenire militarmente nella contesa. Un'avventura militarmente e politicamente folle, che malgrado sembri allontanarsi per la sua problematicità, solletica diversi , dai mai domi neocons statunitensi fino al Primo ministro britannico, forse ansioso di rimettere le mani sul petrolio libico. E' questo che preoccupa più di ogni altra cosa le cancellerie di mezzo mondo. Chi controllerà il petrolio e il gas di quel paese. E questo spiega anche il perché di tanta attenzione e solerzia nel prepararsi anche all'opzione militare.

    Il Governo Italiano, senza colpo ferire, è passato nel giro di pochi giorni dal tacito sostegno a Gheddafi a megafono delle potenze angloamericane. Una inversione di rotta che dimostra l'assenza di una strategia politica, l'assoluta inadeguatezza politica e di autorevolezza per poter tentare di giocare un ruolo nella crisi libica. L'unica preoccupazione della squalificata compagine di governo italiana è oggi quella di assecondare le paure dell'esodo dei profughi e di utilizzare a fini interni l'emergenza umanitaria.

    La rivolta contro Gheddafi e il suo regime personal-clanistico, pur nella sua particolarità, è anch'essa frutto delle sommosse e delle rivoluzioni che coinvolgono tutta l'area sud del mediterraneo e i paesi del medio oriente e del golfo persico. Le sue ragioni sono sacrosante.


     

    ONORE AL VERO: IMPORTANTE AMMISSIONE DI FABIO AMATO

    Fabio Amato riconosce (dopo avere detto altro) che qualcuno  ha fabbricato "mostri alla bisogna" che aiutassero ad addolcire l'amaro boccone alle opinioni pubbliche occidentali,  Ma ciò non ha indotto il segretario Ferrero  a fare un passo indietro rispetto alle dichiarazioni   all'inizio (e anche dopo: cerca Ferrero in questa pagina)
    (
    http://www.youtube.com/watch?v=Ux7-5BXTUO4) in cui a proposito della Libia parlava del MASSACRO DI UN DITTATORE CHE HA DICHIARATO GUERRA AL SUO POPOLO.

    La guerra (in)utile - Fabio Amato Liberazione – 23.6.11

    Un decennio di guerre umanitarie, democratiche, libertarie, preventive: tutta retorica.
    La guerra (in)utile - Fabio Amato

    Il titolo non inganni. Siamo sempre e ostinatamente contrari alla guerra. Quella alla Libia come quella in Afghanistan. Ma visto che in questi anni l'imperialismo e le agenzie informative al suo servizio, quelle che fabbricano mostri alla bisogna (sia ben inteso, riconoscere il ruolo di queste agenzie nella campagna mediatica per giustificare le guerre non significa fare dei loro obiettivi dei santi) si sono ben esercitate nell'affiancare aggettivi che aiutassero ad addolcire l'amaro boccone alle opinioni pubbliche occidentali, ne proponiamo uno noi: la guerra "utile". Utile per i pescecani che si azzanneranno per spartirsi le ricchezze della Libia; utile per i signori della guerra che in Afghanistan hanno fatto fortune sulla pelle dei civili vittime dei bombardamenti Nato o degli attentati; utile all'industria militare statunitense e mondiale, con i profitti che salgono e le commesse in armamenti che crescono in tutto il mondo. In Afghanistan, fino ad oggi, gli Stati Uniti hanno speso oltre 190 miliardi di dollari. E i costi aumentano. L'Italia, che con il governo Berlusconi ha aumentato la sua presenza, circa 700 milioni di euro all'anno. Utile per i narcotrafficanti di tutto il globo e per chi ne amministra le finanze. Utile a pochi quindi, disastrosa per molti. Per le popolazioni civili, che rimarranno per anni contaminate dall'uranio impoverito delle bombe. Per quei paesi che non vedranno mai la ricostruzione, ma la spoliazione delle loro risorse e la distruzione delle loro società. Sulla Libia siamo stati fra i pochi che sin dall'inizio si sono opposti senza esitazione a qualsiasi intervento armato, denunciando tutta la strumentalità dell'ipocrita e illegittima risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu con la quale Francia, Usa, Gb e Italia al seguito, hanno potuto dare inizio ai bombardamenti su Tripoli. Lo scrivemmo allora, ed oggi tutto ciò è di una evidenza cristallina. La guerra in Libia non ha nulla a che fare con i diritti umani o la protezione dei civili. La guerra in Libia è un'operazione neocoloniale finalizzata alla rapina delle risorse energetiche, finanziarie e naturali di quel paese. Tutti i tentativi che in questi mesi sono stati tentati di evitare o di porre fine alla guerra civile e di produrre un'ipotesi di uscita negoziale dallo stallo militare di cui sono vittime in primis i civili, sono stati boicottati o ignorati. Ultimo in ordine di tempo quello dell'Unione africana attraverso il Presidente Sudafricano Zuma. La vicenda afgana è altrettanto evidente. Quando 10 anni fa ci opponevano all'intervento armato e alla guerra, sostenuta allora sull'onda emotiva della tragedia dell'11 Settembre, venivamo accusati, noi e il movimento pacifista, di voler lasciare l'Afghanistan ai talebani, se non addirittura, i più facinorosi fra i guerrafondai, arrivavano ad accusarci di essere sostenitori del terrorismo. Bin Laden, che doveva essere preso in quel paese, come sappiamo, invece che in Afghanistan è stato ucciso in Pakistan, decennale alleato dell'imperialismo Usa. Pochi giorni fa inoltre è stato rivelato dall'ex capo della Cia e Ministro della difesa di Bush anche di Obama, Robert Gates, che gli Stati Uniti hanno iniziato colloqui con i Talebani. Ovvero si torna al punto di partenza. E come si spiegano allora dieci anni di guerra? Le migliaia di vittime? E i diritti delle donne? Quelli valgono solo quando servono. In Arabia saudita, il regime più retrivo e reazionario del mondo, un sistema feudale e barbaro, le donne non possono neanche guidare. Ma per gli Stati Uniti sono, insieme ad Israele, l'alleato chiave nella regione. E quindi lì non esistono diritti umani da far valere, ne democrazie da esportare. Lo stesso valeva d'altronde per i talebani stessi, creatura inventata e foraggiata dagli Usa negli anni 80 e 90, riconosciuta e sostenuta nei primi anni al potere, e poi, quando questa si è rivolta contro, sono diventati il nemico perfetto, con cui di nuovo ora trattare. Tra vecchi amici un accordo alla fine crediamo si troverà. Tutta la retorica al servizio di un decennio di guerre umanitarie, democratiche, libertarie, preventive, alcune continuate ed altre addirittura iniziate da improbabili premi Nobel per la pace, si disvela per quella che è. Propaganda al servizio degli interessi economici e politici delle potenze imperialiste. Per questo crediamo che sia venuto il tempo per tutti di fare i conti con la realtà. Lo è soprattutto per chi in nome della fedeltà atlantica ha sostenuto il coinvolgimento italiano in queste guerre. Sbagliate tanto quanto quella all'Iraq. Chiediamo a tutte le forze della Sinistra di dirlo insieme. Ritiriamo le truppe dall'Afghanistan. Fermiamo la guerra alla Libia. Impegniamoci affinché l'Italia non sia più la portaerei della Nato nel Mediterraneo, evitando in futuro di partecipare a nuove e sciagurate guerre, per quanto umanitarie, democratiche, o non so in quale altro modo verranno presentate. Se non ora, quando?

    Liberazione – 23.6.11

    a proposito di Fabio Amato vedi anche (*)

                                                -------------

    Rifondazione e la guerra in Libia

    LIBIA: FERRERO, PARTECIPEREMO A MANIFESTAZIONE ROMA

    http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12084&catid=39&Itemid=68

    21/02/2011 15:27 | POLITICA - INTERNAZIONALE

    Voglio esprimere la piena solidarietà al popolo libico in rivolta per la
    democrazia e la libertà. Con questo spirito stiamo partecipando alla
    manifestazione indetta per oggi alle 12 davanti all’ambasciata libica da
    esponenti della comunità libica in Italia e tutt’ora in corso. E’ una
    vergogna che il governo italiano non faccia nessuno pressione al fine di
    fermare la repressione in Libia. Evidentemente gli affari con Gheddafi di
    Berlusconi sono stati migliori del previsto

    http://www.youtube.com/watch?v=Ux7-5BXTUO4

     
    Abbiamo organizzato con i cittadini libici presenti a Roma, domani alle 15 davanti all’ambasciata libica di via Nomentana, una manifestazione che chiede la finedella criminale repressione attuata contro la popolazione. Manifestiamo per la libertà e la democrazia e chiediamo un impegno all’Italia e all’Europa sulla cooperazione internazionale con tutti i paesi del Nord africa che stanno scalzando le dittature.
    https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10150103086229194&id=88466229193   
     
    www.youtube.com

    Paolo Ferrero: VOGLIAMO DENUNCIARE LA SITUAZIONE CHE C'È IN LIBIA, SITUAZIONE INACCETTABILE CON UN MASSACRO DI UN DITTATORE CHE STA MASSACRANDO IL SUO POPOLO, CHE HA DICHIARATO GUERRA AL SUO POPOLO E VOGLIAMO DENUNCIARE LA CONNIVENZA DEL GOVERNO ITALIANO CHE PER GIORNI E GIORNI È STATO AD ASPETTARE SE PER CASO GHEDDAFI CE LA FACEVA A CHIUDERE TUTTO CON UN PO' DI SANGUE SENZA DIRE NULLA

    Pietro Ancona Libia febbraio 2011 Un feroce colpo di Stato organizzato minuziosamente dalla Cia e dal Mossad per restaurare in Libia la Monarchia di Re Idrissi con rivoltosi armati fino ai denti viene spacciato per pacifica dimostrazione di inermi cittadi...ni contro il tiranno Gheddafi. Se Gheddafi resiste in tripolitania,organizzerann​o due stati come hanno fatto in tutto il mondo in Sud Sudan, in Vietnam, in Corea, in Yemen, etc..... Il megafono è fornito dei plurimiliardari dell'Arabia Saudita con la televisione che diffonde menzogne AlJazeera...23 febbraio alle ore 20.15  

    Paolo Ferrero La Libia è in Nord Africa e in nord africa sta succedendo qualcosa in termini di ribellione di massa. Cos'è, la CIA o il Mossad dappertutto o solo in LIBIA? Come direbbe Totò, ma mi faccia il piacere!

    http://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=201697483190465&id=88466229193   

     http://www.facebook.com/?&sk=inbox&action=read&tid=zAbagfFT6d5V9PK3vOsdlg&mid=4989775G5be06a4dG28aaa22G0&bcode=N3xiysMt&n_m=giuseppina.ficarra%40tin.it#!/permalink.php?story_fbid=201697483190465&id=88466229193   

    http://vodpod.com/watch/5646000-paolo-ferrero-sulla-libia

    Ferrero  chiede che il governo italiano si faccia sentire seriamente contro il governo libico, mentre  fino adesso gli ha retto il bordone e poi che l'Italia e l'Europa decida immediatamente di intervenire e proponga un piano di cooperazione economica con i paesi del Nord africa etc.

    ______________________________

    FERRERO: CONTRO OGNI GUERRA UMANITARIA IN LIBIA - 25.02.11 - 25.02.11  (ma continua a parlare di massacri......)

    http://www.youtube.com/watch?v=wnOroiRdqKY

       In queste ore in Libia stanno continuando i massacri, noi speriamo che finiscano il prima possibile, che Gheddafi se ne vada, che il popolo libico possa decidere del suo futuro.......

    Noi siamo contro Gheddafi, perchè il popolo libico possa decidere  del proprio futuro; siamo totalmente contrari a qualsiasi idea che dalla caduta di Gheddafi possa derivare un intervento militare....... che ricostituisca un protettorato...

    commento di Giuseppina Ficarra: "che Gheddafi se ne vada, che il popolo libico possa decidere del suo futuro" sono gli obiettivi dichiarati della guerra di Obama e company

    su fb: marzo 2011
    La repressione che le truppe del Colonnello Gheddafi stanno praticando in Libia contro la parte del popolo libico che è insorto è inaccettabile e tipica di un regime reazionario. Abbiamo giustamente protestato contro l'ipotesi di interventi militari occidentali in Libia e proposto la trattativa ma protestiamo parimenti contro questa inaccettabile repressione.
    Pietro Ancona Non è repressione ma difesa della Libia come Allende difese il Cile dai generali felloni venduti a Kissinger. Il grande Gheddafi che in 42 anni ha reso prospero il suo popolo e dato da mangiare a tre milioni di immigrati si sta difendendo valorosamente da un gruppo di facinorosi addestrati dal Pentagono e dal Mossad sostenuti da migliaia di contractors infiltrati a bengasi attraverso l'Egitto. Viva la gloriosa lotta del popolo libico che a differenza di quello irakeno forse non soccomberà all'artiglio sanguinario della Mafia delle multinazionali e degli USA scrocconi delle risorse dei popoli del mondo.
    E' stupefacente che i comunisti italiani non spendano una parola per i giovani del Bahrain aggrediti dalle forze armate saudite e degli emirati arabi accorsi per difendere i miliardari che affamano il paese....

    _____________________________________

    Paolo Ferrero e la NATO ( Segretario del PRC ha dichiarato) :

    E' una vergogna senza precedenti quella che sta accadendo in Libia dove i caccia della Nato stanno ancora bombardando città dove c'è la popolazione civile. Questa guerra, inaugurata sotto le insegne dell'intervento a difesa dei civili si è trasformata nel suo opposto, con gli aerei della NATO che bombardano ancora al di fuori di ogni mandato e con il rischio concreto di un bagno di sangue nelle città di Sirte e Bani Walid. Ancora più grave ed il silenzio assordante dell'Onu che dovrebbe invece intervenire chiedendo una tregua, della politica italiana ed europea, e dei grandi media. Dove sono finiti oggi i sponsor della guerra intrapresa per difendere i civili dai massacri?

    -- Ufficio stampa Prc-SE

     

     Libia, sui massacri silenzio bipartisan - Paolo Ferrero

    La Libia è lo specchio del degrado delle classi dirigenti a livello mondiale. L'Onu qualche mese fa ha benedetto la guerra dando il via libera ai bombardamenti contro Gheddafi. Lo ha fatto violando la sua carta costitutiva, che la obbligava ad aprire una trattativa tra le parti. Contravvenendo ai suoi scopi e ai suoi principi l'Onu ha accettato il fatto compiuto della guerra ovviamente in nome di scopi umanitari: fermare i massacri. Adesso che la guerra è stata vinta dalla parte appoggiata dai bombardieri, cosa fa l'Onu? Nulla. In Libia sono in corso vendette e man mano che il conflitto procede cambia il suo scopo. Adesso veniamo a sapere che il problema è uccidere Gheddafi e che per ottenere questo obiettivo il conflitto può proseguire e con esso la distruzione e gli ammazzamenti. Cosa ha da dire su questo l'Onu? Nulla. E le nazioni occidentali che hanno bombardato, cosa fanno? I più furbi e scaltri, come la Francia, hanno organizzato una Conferenza che dietro le belle dichiarazioni di principio è finalizzata unicamente alla spartizione del bottino di guerra. Al padrone di casa andrà la fetta più grande delle forniture petrolifere: gli altri sono in fila per prendere o difendere.

      E' il caso del governo italiano che, confermando il detto "Francia o Spagna purché se magna", dopo l'ennesima giravolta sta cercando di mantenere con i nuovi padroni i contratti che aveva con i vecchi. Ovviamente chi è interessato a fare buoni accordi per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi o di gas naturali non può certo mettersi a fare le pulci se viene compiuta qualche strage di troppo o se la guerra assume un profilo diverso da quella con cui era cominciata. C'è un che di disgustoso in questa distanza tra le roboanti dichiarazioni umanitarie che hanno giustificato l'intervento militare e il totale disinteresse concreto per la vita delle persone che viene dimostrato oggi. Vite umane in cambio di petrolio, questo è il mercanteggiamento in corso oggi a Parigi. Per quanto riguarda l'Italia le responsabilità di questa situazione non riguardano solo il governo. Coinvolgono l'opposizione parlamentare - Pd in primis - e coinvolgono il Presidente della Repubblica. Che cosa ha da dire oggi Giorgio Napolitano di fronte ai massacri in corso in Libia e alla palese assenza di una soluzione politica che la nostra carta Costituzionale fissa come il punto fondante dei rapporti internazionali? Nulla.

    Il silenzio bipartisan sulla questione umanitaria si sostanzia della condiscendenza bipartisan dei mass media: i morti non fanno più scandalo, non fanno più inorridire il civilissimo occidente, sono derubricati a dato sociologico, insito nella fisiologia del conflitto. Come il neoliberismo anche i morti diventano un fenomeno naturale, che "non merita due parole su un giornale". Questa situazione è destinata ad aggravarsi decisamente: il Cnt ha fatto un ultimatum e tra una settimana comincerà a bombardare la città di Sirte. La città è piena di civili e questo vuol dire che ci sarà un altro massacro. Il Cnt inoltre ha affermato che non vuole osservatori internazionali nemmeno disarmati perché in Libia non sarebbe in corso una guerra civile ma semplicemente un processo di liberazione dal tiranno. L'azione del Cnt in Libia è destinata quindi a produrre un massacro di dimensioni ben maggiori di quello che ha originato il conflitto. Nessuno potrà dire che non sapeva. Né l'Onu, né il governo, né il Presidente della Repubblica, né il Pd. Siamo ancora in tempo a fermare questo massacro ma per questo servono gesti chiari e decisi. Noi eravamo per la trattativa prima della guerra, siamo per la trattativa oggi. Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica - senza il dittatore Gheddafi e le sue camarille e senza diventare un protettorato dei bombardatori - sia l'unico obiettivo legittimo. Per questo chiediamo una cosa sola: la cessazione immediata dei bombardamenti e l'apertura di una trattativa per porre immediatamente fine al conflitto. E chiediamo al governo italiano e al Presidente della Repubblica di porre fine unilateralmente alle azioni militari e di imporre una trattativa.  Liberazione – 2.9.11 

    http://lnx.paoloferrero.it/blog/?p=3877   

    vedi commento del compagno Gaspare Sciortino su questo articolo:

    "La sinistra (eclettica plurale) dopo lunga agonia, è definitivamente morta a Tripoli" Gaspare Sciortino in L'insostenibile adesione della sinistra italiana ed europea all'imperialismo nota pubblicata su fb  il 3 settembre 2011 che è un commento all'articolo del segretario di Rifondazione Comunista su Liberazione il 2 settembre

     

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    Su Liberazione dell' 8-4-2011

    nell’articolo «La primavera araba andrà avanti malgrado quello che succede in Libia»

    Guido Caldiron intervista Tahar Ben Jelloun

    - In questo contesto in Libia si è sviluppato l'intervento internazionale che è stato presentato come un appoggio alla rivolta e un tentativo di fermare Gheddafi. In molti credono però che nessuna azione armata possa servire davvero a fermare una guerra e a costruire la pace. Cosa ne pensa?

    -Se devo essere sincero credo che in realtà l'intervento sia stato tardivo, nel senso che le armate di Gheddafi dovevano essere fermate prima che spargessero tanto sangue. In ogni caso, a mio giudizio, questo intervento era assolutamente necessario perché credo che se si fosse lasciato Gheddafi libero di fare ciò che voleva avremmo assistito a vere e proprie stragi.. (………) l'intervento "umanitario" è stato del tutto improvvisato e accompagnato da molti errori dell'Europa: penso però sia lo stesso servito a salvare molte vite umane.
                                                 
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    Libia caccia ai migranti, impiccagioni ed esecuzioni sommarie

     J’accuse di Amnesty ai ribelli:

    «Sono criminali di guerra»

    Ieri Hillary Clinton denunciava gli «stupri usati da Gheddafi come arma di guerra». Ma l’ong smentisce: «Non c’è nessuna prova o testimonianza»

    Daniele Zaccaria «I diplomatici di Bengazi continuano a pensare che le forze fedeli a Gheddafi siano formate da mostri, mentre considerano i ribelli del Cnt delle persone magnifiche, ma le cose non stanno esattamente così». Il report di Donatella Rovera, “inviata” di Amnesty International in Cirenaica per tre mesi, ci racconta un conflitto molto diverso da quello descritto da gran parte dei media occidentali. Un conflitto in cui la propaganda incrociata avvolge i fatti in una cortina di falsità in cui delitti e repressioni sono prerogativa naturale di entrambi gli schieramenti. E’ proprio su questi fatti che si infrange la vacua retorica dell’Onu e la rappresentazione manichea con cui viene quotidianamente raccontata la guerra libica. D’altra parte per giustificare la missione della Nato bisognava convincere l’opinione pubblica internazionale che nel Mediterraneo sta andando in scena l’ennesimo capitolo dell’eterna lotta tra il bene il male. Va da sé che le avanzate del deserto delle truppe lealiste, l’assedio di Misurata, la battaglia di Ajdabiya hanno dato luogo a autentici massacri di civili: «le forze di Tripoli hanno sparato più volte e in modo indiscriminato sui civili inermi, hanno bombardato diverse città dell’est, estorcendo confessioni con la forza e realizzando esecuzioni sommarie», spiega Rovera, la quale denuncia anche l’impiego di bombe a frammentazione e di mine antiuomo, armi bandite da tutte le convenzioni internazionali. Ma il numero delle vittime non corrisponde ai catastrofici bilanci annunciati nelle prime settimane: «A Bengazi si è parlato inizialmente di duemila morti in realtà ne abbiamo recensiti tra 100 e 110, la stessa proporzione si può applicare anche ad altre città». Persino le terribili accuse rilanciate ieri dalla segretaria di Stato Hillary Clinton, che parla di «stupri usati da Gheddafi come arma di guerra» non trovano riscontro nel report di Amnesty. «Se ne è parlato molto, ma finora non abbiamo raccolto alcuna prova o testimonianza diretta di questi stupri». Peccato che i giornali on line di mezzo mondo riportavano a titoli cubitali e con dovizia di particolari le parole di Clinton, ignorando o quasi il rapporto dell’organizzazione umanitaria. Specularmente, in pochi hanno illuminato le numerose zone d’ombra in cui agiscono le milizie del Cnt. In special modo la condizione di terrore in cui vivono le decine di migliaia di migranti subsahariani, assimilati sempre più spesso ai mercenari filo-lealisti. «Gli immigrati centroafricani stanno subendo attacchi atroci e inammissibili e le autorità politiche del Cnt hanno la grave responsabilità di aver creato nella popolazione la psicosi mercenari. Molti di essi sono stati linciati senza alcun motivo, altri sono stati impiccati nelle piazze pubbliche, altri ancora ritrovati cadaveri ai bordi delle strade con le mani legate e una pallottola nel cranio», continua Donatella Rovera descrivendo i dettagli di questa assurda caccia alle streghe che si sta abbattendo sui lavoratori subsahariani. Oltre alle purghe contro i migranti ci sono diversi crimini di guerra commessi contro i soldati di Gheddafi catturati in battaglia, prigionieri che in teoria avrebbero dovuto essere arrestati, ma che in più di un’occasione hanno subito esecuzioni sommarie: «Abbiamo recensito decine di casi del genere anche se il Cnt condanna formalmente queste pratiche a causa della cattiva pubblicità ora deve assumersi le proprie responsabilità ed intervenire». L’ultimo passaggio del report è un appello alle potenze occidentali: «Americani ed europei hanno deciso di sostenere i ribelli del Cnt e di entrare in guerra, è giunto il momento di esercitare la loro influenza per far cessare questi crimini». 

     Liberazione 18 giugno 2011 pag.7

     http://lettura-giornale.liberazione.it/a_giornale_index.php?DataPubb=18/06/2011

                                                       ___________________________

    (*) Giuseppina - Fabio Amato

    http://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10150431741018412&id=74452363411
    Profilo di Fabio Amato · Bacheca di Giuseppina ,.-

    Scrive Ramon nell'articolo citato: in Libia non c’è stata, come in Tunisia e in Egitto, una rivolta popolare spontanea provocata dalla crisi bensì un’insurrezione a base territoriale (quanto ispirata e fomentata da potenze straniere e da un parte dello stesso regime libico si vedrà presto) guidata dall’ex ministro della giustizia di Gheddafi e da un tale Mahmud Jibril.

     

    ANPI Libia: un intervento nei limiti Onu
    “L’ANPI, in relazione agli eventi tragici che in questo momento stanno colpendo la Libia e alle iniziative militari in corso, rifiuta il ricorso alla guerra in ogni forma, quale modalità di soluzione delle controversie internazionali”.
    La posizione dell’Associazione partigiani è stata ribadita dal presidente nazionale Raimondo Ricci in una dichiarazione in cui si sottolinea tuttavia che “in considerazione della risoluzione adottata dall’ONU che ha giustificato l’intervento militare limitato esclusivamente alla difesa delle popolazioni  in rivolta contro un potere assoluto e dittatoriale che le sta massacrando,  sia da condividere il suddetto intervento nei limiti e con le finalità espressamente e specificamente approvate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU”.
    “L’ANPI - ha inoltre aggiunto Raimondo Ricci - invita i governi dei Paesi che hanno posto a disposizione le proprie forze militari, ad attuare gli interventi nel più rigoroso rispetto della risoluzione ONU e con la precipua e fondamentale attenzione alla tutela della vita e della integrità delle popolazioni nella speranza che le ragioni del buon senso e dell’equilibrio consentano al più presto di convenire tutte le parti al tavolo delle trattative”.

     

    L'insostenibile adesione della sinistra italiana ed europea all'imperialismo. pubblicata da Gaspare Sciortino il giorno Sabato 3 settembre 2011 alle ore 11.43 ·

    “Noi eravamo per la trattativa prima della guerra, siamo per la trattativa oggi. Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo. Prendiamo atto che non è così per coloro che hanno fatto l’ennesima guerra umanitaria e la distanza da loro non è solo politica ma anche morale”. Le precedenti parole sono del segretario di Rifondazione Comunista in un articolo pubblicato su Liberazione il 2 settembre. Nell'articolo il segretario di Rifondazione espone anche un punto di vista corretto circa l'ipocrisia della guerra umanitaria in realtà fatta per il puro interesse di impadronirsi del petrolio libico da parte dell'alleanza atlantica così come della resistibile menzogna sottesa alla risoluzione n. 1973 con la quale si dovevano “proteggere i civili. Parla naturalmente anche dell'informazione con l'elmetto e dell'attuale scomparsa del protagonismo dell'Onu nell'attuale frangente delle carneficine compiute dai mercenari della Nato, dopo aver aperto e legittimato lo scenario di aggressione e guerra..

    Ma il punto dirimente dell'intero articolo che ne costituisce la sintesi e l'indirizzo politico è il passo finale da me citato. “Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo.”

    Quindi nei fatti Ferrero concorda che era un obbiettivo legittimo costruire, da parte di soggetti terzi, diversi dal popolo libico, una Libia “democratica”. A questo punto l'interventismo della Nato e dei suoi bombardieri potrebbe essere soltanto un incidente di percorso, una contraddizione che poteva essere evitata! Bisognava, in effetti...”liberare la Libia dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarrille !” In questa breve frase è concentrata tutta la miseria del pensiero della sinistra italiana (ma anche europea...leggere analoghi articoli del quotidiano dei comunisti francesi) e la sua perdita di orientamento nell'attuale assetto unipolare del pianeta contrapposto ai nuovi poli emergenti (Cina, India, Venezuela, nonché la vecchia Russia).

    Nei fatti si confessa in maniera abbastanza palese l'adesione all'orizzonte euroamericano sia in termini ideologici, cioè i valori della democrazia e dei diritti civili, sia in termini economici il cui grimaldello è proprio la guerra imperialista, della quale però non si accetta l'efferatezza e l'ipocrisia !

    Niente male Ferrero!

    Adesso credo sia chiaro perchè la sinistra italiana, non ha mosso un dito (con l'onorevole eccezione della piccola area organizzata dell'Ernesto che quantomeno si è spesa in un'opera di controinformazione militante sui social network) prima e durante l'aggressione imperialista. Non a caso anche Ferrara (esponente di una destra antinterventista quantomeno a parole) se ne è accorto dalle pagine del suo quotidiano e ha potuto sbeffeggiare i pacifisti per la loro adesione all'oltranzismo della fazione democratica americana.

    Il pacifismo senza se e senza ma di ieri (Iraq, Serbia) che non riusciva a distinguere tra aggressore e aggredito, ma che ad ogni modo portò in piazza centinaia di migliaia di persone si è trasformato in astensionismo critico (né con la Nato né con Gheddafi) circa la contesa geopolitica considerata affare interno agli assetti imperiali.

    Nei fatti una posizione “foglia di fico” che nasconde la sostanziale adesione all'orizzonte strategico occidentale e atlantico (in politica non fare equivale ad aderire a qualcosa d'altro!) e l'adesione ad un' indifferenzialismo cinico e neoqualunquista quando, addirittura, non suffragato da analisi sedicente marxista (vedi le risibili produzioni di Antonio Moscato e Sinistra Critica nonché dei sedicenti trotzkisti francesi consulenti di Sarkozy che avvalorano la tesi della rivoluzione Libica e scoprono nientedimeno le magliette di Che Guevara tra i “ribelli”).

    Non intendo spendere una parola in questa breve nota circa le ragioni geostrategiche dell'imperialismo nell'attuale fase di drammatica crisi del capitalismo occidentale come foriere dell'ennesimo scenario di aggressione e di guerra di inizio secolo. Presuppongo che i lettori di questa nota siano sufficientemente colti e informati.

    Intendo piuttosto focalizzare l'attenzione su alcuni punti che a mio parere sono dirimenti per tutti coloro che vogliono continuare a credere nella possibilità della costruzione di una forza comunista modernamente attrezzata all'attuale fase.

    a) la sinistra (eclettica plurale) dopo lunga agonia, è definitivamente morta a Tripoli e non è il caso di riesumarla.

    b)I comunisti se vogliono avere un futuro (quantomeno di riorganizzazione nel breve periodo) devono riattrezzarsi sull'analisi di fase del nuovo assetto imperialista, in potenza multipolare, e riscoprire un riposizionamento, momento per momento, a fianco della lotta degli stati sovrani e legittimi aggrediti, abbandonando l'equidistanza pelosa e lo scimmiottamento dei contenuti dell'avversario (...sono dittature, manca la democrazia, non ci sono i diritti civili ...e tutte le altre nobili amenità propagandate dalle tv di Obama e degli sceicchi dell'Arabia Saudita che naturalmente di diritti e democrazia ne fanno un grande esercizio a Guantanamo o nelle bidonville di Detroit oppure nelle repressioni militari nel Golfo Persico e della penisola arabica).

    c) L'imperialismo euroatlantico, nel quale il nostro paese è inserito nel reparto degli ufficiali di complemento senza potere decisionale, insieme all'esercizio della guerra permanente neocoloniale,per l'acquisizione delle fonti d'energia, insieme all'esercizio del banditismo predatorio per la sottrazione dei capitali (vedi fondi congelati della Libia) attua nelle sue cittadelle la definitiva graduale eliminazione dell'anomalia storica dello stato sociale novecentesco. L'avversario è lo stesso in Libia e in Italia.

    I pentiti del comunismo novecentesco in servizio permanente effettivo (PD) e i gruppi di opinione delle formazioni democratiche ad essi legate (Di Pietro, Sel, ecc) costituiscono il polo politico che più coerentemente rappresenta il precedente blocco di interessi di cui al punto c. Inoltre costituiscono la punta avanzata e di sfondamento ideologico in seno al conflitto organizzato in funzione di un suo deragliamento verso falsi obbiettivi quali le campagne fintamente moralizzatrici, l'antipolitica, il leaderismo acritico e delegante nonché l'ennesima ristrutturazione delle regole elettive verso la completa blindatura del maggioritario.

    d) Paradossalmente la destra presenta delle evidenti fratture al suo interno, sostanziate dall'agitazione dei gruppi di interessi populistico-protezionisti della Lega e dalle lobby che vedevano di buon grado una saldatura con l'asse Berlino-Mosca.

    e) E' da rigettare per tutti coloro che ambiscono soltanto a costruire un'opposizione all'imperialismo con base di massa continuare a farneticare di alleanze democratiche (nei fatti con i partiti organizzati e le lobby dell'avversario).

    Viceversa va scoperto e sperimentato un percorso inedito di alleanza democratica con tutti coloro che hanno a cuore l'indipendenza politica ed economica dall'imperialismo, secondo percorsi di sganciamento (vedere l'interessante movimento in Grecia rappresentato coerentemente dal KKE) e sollecitando l'aggregazione politica di organismi che abbiano l'obbiettivo della difesa dell'economia nazionale dalla fase predatoria e banditesca dell'imperialismo finanziario.

    g) si pone all'ordine del giorno la necessità della ricostruzione del partito comunista, capace di innescare una battaglia di cambiamento radicale rispetto alle attuali linee politiche dei due partiti comunisti esistenti in Italia, per la riunificazione, sconfiggendo al loro interno le illusioni del radicalismo post-moderno manovrato dall'imperialismo. E' necessario ricostruire interesse nel paese circa la trasformazione radicale in senso socialista come obbiettivo attuale e risposta alla crisi del capitalismo euroatlantico.

    gaspare sciortino 3/9/11

    http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150305209947579   

    https://www.facebook.com/note.php?note_id=10150305209947579   

    Di seguito l'articolo di Ferrero su Liberazione:

    http://lnx.paoloferrero.it/blog/?p=387  http://lnx.paoloferrero.it/blog/?p=3877   

    commento su fb li 20.1.2013  anche qui

    Gaspare Sciortino l'articolo è vecchio (febbraio 2011) e fermo restando l'analisi complessiva che ritengo ancora valida (tranne a rimarcare maggiormente l'assoluta dipendenza dei subdominanti europei prevalenti Inghilterra, Germania, Francia dalle strategie della potenza predominante ovvero gli USA) vorrei sottolineare alcuni aggiustamenti ti tiro. 1. Non credo più nella possibilità della costruzione di una forza "comunista" in Italia senza correre il rischio di riprodurre l'ennesima aggregazione di imbroglioni. Mi attesterei piuttosto nella necessità della costruzione di un luogo politico di riunione di tutti i soggetti che hanno capito che il problema è quello dello sganciamento dalla UE, dagli USA e dal suo blocco militare. 2. vedrei con estremo favore la saldatura di un asse tra l'Italia e quei paesi Europei che capiscono che con gli USA non c'è futuro rivolta alla costruzione di una forte relazione politica con l'est europa e le economie emergenti.
  • Gaspare Sciortino Insomma, la battaglia principale all'ordine del giorno è quella nazionalitaria ovviamente secondo criteri socialisti...
  • Gaspare Sciortino inoltre...studiando più a fondo i doc. politici del KKE sono convinto, a causa della loro analisi politica legata a paradigmi di un marxismo che capisce quasi nulla di Marx e Lenin, ovvero visti come dogmi piuttosto come metodo, sono convinto che non andranno da nessuna parte e non faranno alcuna rivoluzione in Grecia.

  • http://www.facebook.com/giuseppina.ficarra/posts/121024418070664   

    Citazioni del colonnello Gheddafi (dai "Vuoti di memoria" di Alberto Piccinini)

    dal blog di Salvatore Lo Leggio http://salvatoreloleggio.blogspot.com/    

    Dai “Vuoti di memoria”, la rubrica di citazioni che sul “manifesto” ottimamente cura Alberto Piccinini, per salvarci dall’amnesia e dalle crisi d’identità, ho ripreso questi due brani, assai lontani nel tempo l'uno dall'altro, del colonnello Gheddafi, l'uno e l'altro trascelti nel mese di agosto scorso. Le logiche che il capo libico segue mi appaiono molto lontane da quelle dominanti in Occidente, ma non mi sembra affatto il matto che raccontano. (S.L.L.)

    "Reagan" (Intervento alla Tv libica – 1985)

    Tripoli, 17 apr - Il colonnello Muammar Gheddafi ha parlato iersera alla televisione libica. Dopo un saluto alle popolazioni arabe, Gheddafi ha chiesto alla nazione araba di interrompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Egli ha plaudito alla posizione dei paesi arabi che hanno manifestato contro l'aggressione. Ed ha detto che ciò da corpo, fattivamente, all'unità araba. Gheddafi ha poi detto: «Allah è il più grande. Più grande dell'America, più grande del patto Nato. La grandezza, qui, è di un piccolo stato che fronteggia da solo le flotte americane e nordatlantiche. Noi in Libia - ha sottolineato - non abbiamo ordinato di uccidere nessuno, e non siamo responsabili delle operazioni avvenute in Europa od altrove». «Noi in Libia lavoriamo per unificare la nazione araba e per liberare l'intera Palestina e non siamo né degli assassini né terroristi come asserisce Reagan». Egli ha aggiunto: «E' Reagan l'infanticida. E' lui che ha mandato i suoi aerei per distruggere le nostre case, le nostre scuole, le nostre fattorie ed ammazzare i nostri bambini e le nostre donne. Noi non lasceremo il nostro lavoro per realizzare l'unità della nazione araba e non ci spaventeranno le incursioni degli aerei di Reagan, che delira per folle violenza». Il colonnello Gheddafi ha poi elogiato la posizione della Francia che ha rifiutato l'uso del proprio spazio aereo agli aerei americani che hanno attaccato il popolo arabo libico. (Ansa-Jana, 17 aprile 1986)

    “il manifesto” 27 agosto 2011

    Auguriamo (Intervento all’Università La Sapienza di Roma, 2009)

    Supponiamo che facciano una legge sul trattamento da riservare agli immigrati: tutto il popolo italiano studierà la legge seduto su delle sedie. Questi sono i congressi del popolo. E ogni congresso esprimerà la propria opinione sulla legge che sta esaminando. Poi tutti i delegati di questi congressi giungeranno a Roma, ci saranno 2.000 persone e ognuno porterà l'opinione del suo congresso espressa durante la discussione. Poi vengono formulate queste opinioni insieme per farne uscire un'unica legge dove vengono osservate e tenute in considerazione le opinioni di tutto il popolo. (...) L'alternanza del potere vuol dire che c'è della gente che si prende e si trasmette il potere tra di loro. Se ci fosse democrazia non ci sarebbe un'alternanza di potere. La democrazia significa il popolo che detiene il potere. Come fa a consegnarlo a uno? Il popolo reale ha il potere. È per la democrazia popolare diretta. Come potrebbe eleggere delle persone perché lo governassero? Qualsiasi popolo che sia giunto al potere come lo è il popolo libico non lo cederà assolutamente. Il popolo libico è ormai arrivato alla fine del cammino, ossia l'esercizio della democrazia popolare diretta. Auguriamo che la raggiungano anche il popolo italiano e gli altri popoli del mondo. (Muhammar Gheddafi, discorso all'Università La Sapienza, Roma, 12 giugno 2009)

    “il manifesto” 25 agosto 2011

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    L'anti-Nato di Chavez e Gheddafi Nasce la "Sato": patto fra Africa e America Latina su strategia militare, finanza e energia

    L’anti-Nato si chiama Sato e a fondarla sull’Isola Margarita sono stati Muammar Gheddafi e Hugo Chavez. Il nome nasce dalla mente del leader libico, intenzionato a creare una «Nato del Sud» fondata sull’alleanza strategica fra la maggioranza delle nazioni dell’America Latina e dell’Africa, ovvero le due sponde dell’Atlantico del Sud. Il vero motore dell’iniziativa è però il presidente venezuelano, che ha già fatto capire che cosa ha in mente siglando una raffica di patti di cooperazione energetica con Sud Africa, Mauritania, Namibia, Niger, Sudan e Capo Verde. Al summit sull’Isola Margarita erano presenti circa 60 capi di Stato e di governo che, nella dichiarazione finale co-redatta da Gheddafi e Chavez, si sono impegnati a realizzare la «Sato» procedendo a tappe accelerate su tre binari paralleli: cooperazione strategico-militare, accordi bancari-finanziari e progetti comuni nel settore dell’energia e delle miniere. È la nuova frontiera della partnership Sud-Sud, una riedizione rafforzata del fronte dei non allineati che negli Anni 60 ebbe per protagonisti l’egiziano Nasser, lo jugoslavo Tito e l’indiano Nehru. Ciò che distingue la «Sato» è la volontà di portare da subito la sfida alle maggiori potenze industriali reduci dal G20 di Pittsburgh. «Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza da Stati Uniti e Unione Europea, al fine di coronare l’autodeterminazione dei popoli» promette Gheddafi, mentre il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, identifica il primo strumento di lotta: «I nostri 60 Paesi riuniti sommano la maggior riserva di acqua dolce del Pianeta, ci chiamano Paesi poveri ma in realtà siamo molto ricchi, se ne accorgeranno presto». Sugli aspetti strategici, Gheddafi e Chavez garantiscono che «la Sato porterà più sicurezza della Nato», perché «l’emisfero settentrionale del Pianeta vive in una situazione di costante paura a causa del terrorismo che le maggiori potenze hanno creato da sole». Fra i soci fondatori del nuovo club c’è anche l’ultraottantenne Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe colpito dalle sanzioni dell’Onu e in cerca di un rapido riscatto: parla di «nuovo orizzonte per le relazioni internazionali» grazie a «un’alleanza contro l’imperialismo che ha i numeri per farsi rispettare anche nella battaglia per la riforma del Consiglio di Sicurezza».

    http://www.lastampa.it/2009/09/30/blogs/finestra-sull-america/l-anti-nato-di-chavez-e-gheddafi-Bxe0XL7Vp7vJCqaRAi5EWL   

     

    Una volta Chávez disse di Gheddafi: «È per la Libia quello che Bolivar è per il Venezuela».

    Per Chavez, Gheddafi "è stato un lottatore lungo tutta la sua vita" e gli Stati Uniti ed i loro alleati europei "stanno incendiando il mondo".

    "Un grande rivoluzionario, un grande combattente e ora un martire" con queste parole il presidente venezuelano Hugo Chavez ha voluto ricordare la figura del leader libico Muhammar Gheddafi, ucciso dagli insorti ieri nella città di Sirte dove si stava nascondendo. Il presidente venezuelano ha voluto collegare la fine del presidente ad un avvertimento agli Stati Uniti d'America: "questa storia in Libia sta appena iniziando, perché lì c'è un popolo, c'è dignità. L'impero Usa non potrà dominare il mondo" ha concluso il presidente Chavez.

    http://it.peacereporter.net/articolo/31144/Libia,+reazioni+dal+mondo.+Chavez%3A+%27Gheddafi+un+rivoluzionario,+adesso+martire%27

    Meno male che era una guerra umanitaria

    (Editoriale da Liberazione di venerdì 2 settembre 2011)

    La Libia è lo specchio del degrado delle classi dirigenti a livello mondiale. L’ONU qualche mese fa ha benedetto la guerra dando il via libera ai bombardamenti contro Gheddafi. Lo ha fatto violando la sua carta costitutiva, che la obbligava ad aprire una trattativa tra le parti. Contravvenendo ai suoi scopi e ai suoi principi l’ONU ha accettato il fatto compiuto della guerra ovviamente in nome di scopi umanitari: fermare i massacri. Adesso che la guerra è stata vinta dalla parte appoggiata dai bombardieri, cosa fa l’ONU? Nulla. In Libia sono in corso vendette e man mano che il conflitto procede cambia il suo scopo. Adesso veniamo a sapere che il problema è uccidere Gheddafi e che per ottenere questo obiettivo il conflitto può proseguire e con esso la distruzione e gli ammazzamenti. Cosa ha da dire su questo l’ONU? Nulla. E le nazioni occidentali che hanno bombardato, cosa fanno? I più furbi e scaltri, come la Francia, hanno organizzato una Conferenza che dietro le belle dichiarazioni di principio è finalizzata unicamente alla spartizione del bottino di guerra.
    Al padrone di casa andrà la fetta più grande delle forniture petrolifere: gli altri sono in fila per prendere o difendere. E’ il caso del governo italiano che, confermando il detto “Francia o Spagna purché se magna”, dopo l’ennesima giravolta stanno cercando di mantenere con i nuovi padroni i contratti che avevano con i vecchi. Ovviamente chi è interessato a fare buoni accordi per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi o di gas naturali non può certo mettersi a fare le pulci se viene compiuta qualche strage di troppo o se la guerra assume un profilo diverso da quella con cui era cominciata.

    C’è un che di disgustoso in questa distanza tra le roboanti dichiarazioni umanitarie che hanno giustificato l’intervento militare e il totale disinteresse concreto per la vita delle persone che viene dimostrato oggi. Vite umane in cambio di petrolio, questo è il mercanteggiamento in corso oggi a Parigi.

    Per quanto riguarda l’Italia le responsabilità di questa situazione non riguardano solo il governo. Coinvolgono l’opposizione parlamentare – PD in primis – e coinvolgono il Presidente della Repubblica. Che cosa ha da dire oggi Giorgio Napolitano di fronte ai massacri in corso in Libia e alla palese assenza di una soluzione politica che la nostra carta Costituzionale fissa come il punto fondante dei rapporti internazionali? Nulla. Il silenzio bipartisan sulla questione umanitaria si sostanzia della condiscendenza bipartisan dei mass media: i morti non fanno più scandalo, non fanno più inorridire il civilissimo occidente, sono derubricati a dato sociologico, insito nella fisiologia del conflitto. Come il neoliberismo anche i morti diventano un fenomeno naturale, che “non merita due parole su un giornale”.

    Noi eravamo per la trattativa prima della guerra, siamo per la trattativa oggi. Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo. Prendiamo atto che non è così per coloro che hanno fatto l’ennesima guerra umanitaria e la distanza da loro non è solo politica ma anche morale. http://lnx.paoloferrero.it/blog/?p=3877   
     

     

    A due anni dalla barbara ucisione di Gheddafi in Libia il popolo insorge in sui nome 
    I dubbiosi e  quelli che non avevano capito chi era Gheddafi, riflettano!!!
    "Gheddafi è la Libia. E l’uomo nuovo. Gheddafi è tutti noi in marcia. La comunità degli uomini ha perso un uomo, sottrattogli da ominicchi, ruffiani e quaquaraquà. Ma ha guadagnato una guida nella tempesta".