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Liberazione – 10.2.08

 

Quella politica che dialoga con la mafia - Ferdinando Imposimato

La nascita della Sinistra Arcobaleno può segnare un momento importante per la rinascita del Paese con l'apporto decisivo ad una grande mobilitazione democratica rispettosa delle diversità, che rilanci e ponga al centro del programma del centro sinistra il lavoro ed il Mezzogiorno, la lotta alla criminalità e alla corruzione e la moralizzazione della vita pubblica. L'obiettivo prioritario è quello di liberare il lavoro dalla servitù e dalla umiliazione in cui é tuttora costretto, in violazione della Costituzione: "il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro svolto e sufficiente ad assicurare una vita libera e dignitosa" (art 36). Per fare questo bisogna anzitutto eliminare la legge che ancora oggi consente lavoro nero e precariato. Ed intacca la dignità di milioni di lavoratori esposti al ricatto dei padroni esponendoli a gravi rischi per la vita e per la salute. Occorre vincere le resistenze che vengono anche dalla parte più retriva del partito democratico. Per milioni di giovani, extracomunitari, precari, lavoratori che operano in condizioni pericolose, privi di ogni tutela, vittime di un mercato selvaggio, occorre puntare su salari dignitosi, condizioni di sicurezza, un reddito sociale minimo, pensioni adeguate alle esigenze di vita. Sono priorità irrinunciabili per la sinistra. Il Mezzogiorno rivive una condizione drammatica per l'aumento della disoccupazione e l'arroganza della criminalità organizzata, nonostante segnali confortanti che provengono dalla Magistratura antimafia e da imprenditori coraggiosi che si ribellano alle intimidazioni. La delinquenza continua a controllare in modo ferreo l'economia e i servizi a partire dagli appalti delle grandi opere pubbliche e dai rifiuti, un business di milioni di euro che produce devastazione ambientale e corruzione. E minaccia la vita e la salute specie dei più deboli. Il traffico di milioni di rifiuti tossici avviene da sempre con la benedizione di politici corrotti. La mafia e la camorra sono da anni non più "l'antistato" ma, come ebbi modo di scrivere nella relazione antimafia del 1996, una "controparte riconosciuta, accettata, rispettata e temuta dallo Stato". E dopo l'assassinio di Giovanni Falcone, ci fu persino chi al Viminale avrebbe voluto trattare la tregua con Cosa Nostra in cambio di concessioni giudiziarie e benefici carcerari ai mafiosi. Solo la reazione sdegnata delle vittime delle stragi e dei magistrati della Dna fece fallire il dialogo. Restò la vergogna di uno Stato pronto a sorvolare su decine di assassini mafiosi e su stragi di magistrati e uomini delle Forze dell'ordine. Purtroppo ancora oggi i grandi appalti premiano le imprese mafiose colluse con alcune aziende del nord. Come é avvenuto con la Fibe che stipulò un accordo in Campania per lo smaltimento dei rifiuti, con sperpero di milioni di euro, senza risolvere nulla. E con la Calcestruzzi , il cui amministratore delegato é stato arrestato per truffa, frode nelle pubbliche forniture e inadempimento di contratti pubblici; con l'aggravante di avere favorito Cosa Nostra. Ma la Calcestruzzi era già stata indicata da chi scrive in una relazione alla Commissione antimafia come collusa con Cosa Nostra. Lo Sco (servizio centrale operativo della Polizia di Stato) - scrissi nella relazione - ebbe già modo di interessarsi della Calcestruzzi spa fin dal 1993 su incarico della Procura di Palermo per i suoi contatti con Cosa Nostra. Ma addirittura nel 1982 la società ravennate aveva acquistato dal mafioso Antonio Buscemi, rappresentante della famiglia mafiosa "Uditore Passo di Rigano", quote della Cava Occhio spa, che in seguito si trasformò nelle Generale Impianti (relazione antimafia 1996). Per avere scoperto l'intreccio perverso tra Cosa Nostra e grandi appalti di opere pubbliche, secondo il magistrato Luca Tescaroli, sarebbero stati uccisi Falcone e Borsellino, nelle stragi dimenticate di Capaci e di via D'Amelio: essi avevano capito che il cuore dell'intreccio mafia - politica era nel mondo degli appalti e non più nel traffico di droga. Ma la Calcestruzzi ha continuato ad operare come se nulla fosse accaduto, con personaggi come Mario Colombini che, stando ai giudici siciliani, assieme ad altri «predisponeva fraudolentemente ricette di di produzione del calcestruzzo difformi da quelle concordate con contratto, per le commesse relative agli appalti di Porto Isola Gela, Nuovo Palazzo di Giustizia di Gela e autostrada Palermo Messina». L'inerzia dei vari Governi che si sono succeduti dal 1982 ad oggi, rispetto al problema della mafia ed ai suoi legami con imprese coma la Calcestruzzi, ha penalizzato le imprese sane del Sud, mettendo in pericolo la vita dei lavoratori e la democrazia, in una parte cruciale del Paese. Ciò non può più essere tollerato. Su tutto questo la Sinistra deve agire con forza, ispirandosi a Enrico Berlinguer ed alle sue battaglie per la difesa della legalità. In passato, il Pci ebbe un ruolo fondamentale contro la mafia. I parlamentari Pio La Torre e Cesare Terranova e molti sindacalisti della Cgil caddero sotto il piombo di Cosa Nostra. Non solo il Pci pagò: il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, che era democristiano, fu ucciso perché voleva liberare la Regione dal gioco della mafia. Ma fu necessario l'assassinio del generale Dalla Chiesa per costringere il Parlamento a varare la legge antimafia Rognoni-La Torre. Così come nel 1992 furono necessari i massacri di Capaci e di via D'Amelio per ottenere la legge sul 41 bis. La "colpa" di questi martiri della Nuova Resistenza fu di avere progettato e applicato con rigore la legislazione antimafia capace di aggredire i patrimoni mafiosi e di contrastare il connubio tra mafia e politica. Oggi c'é chi, da destra, vorrebbe abrogare quella legge; ed il potere mafioso si è allargato sempre di più a scapito delle imprese sane. Il Governatore della Sicilia è stato condannato per avere aiutato delinquenti comuni legati alla mafia fornendo ad essi notizie segrete . Ma é difeso dal suo partito e dallo stesso Cavaliere come se nulla fosse. La sua annunciata candidatura al Parlamento nazionale sarebbe un'offesa alla memoria di tante vittime di Cosa Nostra. Che esiste è viva e vitale e tarpa le ali alla rinascita del Sud. La recente operazione dell'Fby e della Dna con l'arresto di mafiosi dei clan Gambino ed Inzerillo mi riporta alla memoria le indagini condotte sul caso Sindona con Giovani Falcone contro gli stessi clan mafiosi: che hanno ripreso il loro dominio in America ed in Sicilia, ove vige la pax mafiosa. I dialoghi con questi signori sono da evitare e contrastare con ogni mezzo. Ma c'é da temere che possano riprendere nel caso di vittoria del centrodestra. Sarebbe sbagliato per il Pd sedere allo stesso tavolo con chi collude con la mafia. Ciò equivarrebbe a legittimare come democratica una destra che sulle questioni fondamentali della giustizia, del lavoro e della lotta alla mafia è disponibile al dialogo anche con i boss come Vittorio Mangano e Pippo Calò. E tende a distruggere la democrazia demolendone il suo fondamento: la Costituzione Repubblicana. Contro cui é prevedibile una ripresa della offensiva. Manca una battaglia politica seria ed incisiva, sia da parte della destra che da parte del centro sinistra, per liberare il Sud dal cancro della malavita, in Campania, Sicilia e Calabria. La difesa della legalità è affidata alle forze dell'ordine, mal pagate ed abbandonate a se stesse, ed ai giudici, sempre più soli ed assediati da attacchi trasversali. La loro indipendenza è garanzia per i cittadini e non privilegio dei magistrati. Se perderanno l'indipendenza, i politici collusi dilagheranno e la mafia vincerà definitivamente. Ma la battaglia non può essere solo repressiva. Occorre una forte iniziativa politica che porti alla mobilitazione dei lavoratori. Per il risveglio delle coscienze della società meridionale , sopite dalla tolleranza del governo e dal "dialogo" con la mafia, la Sinistra arcobaleno sembra la sola forza politica in grado di riprendere la guida della lotta alla mafia. Senza incertezze dovute a ragioni tattiche anche da parte di elementi dell'area del centro sinistra. Tra i quali si annidano amici di Cosa Nostra. La lotta deve essere senza quartiere e senza ambiguità. E questo lo può fare solo un nuovo partito della sinistra, erede di quel partito che ebbe in Enrico Berlinguer e Luciano Lama due alfieri irriducibili della lotta alla mafia ed al terrorismo. Ritrovare quelle radici significa ridare speranza a milioni di meridionali Esposti al rischio di un maggiore isolamento per il vergognoso spettacolo dei rifiuti in Campania che accentua le divisioni e gli egoismi regionali. E tradisce quel dovere di "solidarietà politica, economica e sociale", sancito dalla nostra Costituzione. Non credo che queste battaglie si vogliano fare con fermezza e tempestività da parte del Partito democratico, che tace su questioni centrali come lotta alla mafia e questione morale. Il cambiamento dei partiti della Sinistra deve avvenire conservando identità e radici.

 

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/19268/48/

 

LO STATO E' COSA NOSTRA

 

di Ferdinando Imposimato [ 08/09/2009]

 

 

 

 Il filo rosso che lega pezzi dello Stato, servizi e mafie, oggi viene alla luce destando clamore con le rivelazioni di Ciancimino, ma parte da lontano. Imposimato, un protagonista di quegli anni della storia italiana, ripercorre le tappe del patto scellerato.

 

 

Molti anni fa una giornalista americana, Judith Harris, del Reader's Digest, mi chiese quale fosse la differenza tra Brigate rosse e mafia. Senza pensarci due volte risposi: le Br sono contro lo Stato, la mafia e' con lo Stato. E spiegai che la capacita' della mafia e' di intessere legami stretti con le istituzioni - politica, magistratura, servizi segreti - a tutti i livelli. Con le buone o le cattive maniere. Chi resiste, come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, viene eliminato, senza pieta'. Collante tra mafia e Stato e' da sempre la massoneria. Questo sistema di legami, che risale alla strage di Portella delle Ginestre, non si e' mai interrotto nel corso degli anni, anzi si e' rafforzato ed e' diventato piu' sofisticato. Ma molti hanno fatto finta che non esistesse. Complice la stampa manovrata da potenti lobbies economiche.

Da qualche tempo e' affiorato, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, il tema della possibile trattativa avviata da Cosa Nostra tra lo stato e la mafia dopo la strage di Capaci, per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose: questo sarebbe il movente della uccisione di Borsellino. Non ho dubbi che le cose siano andate proprio in questo modo. Ma per capire quello che si e' verificato ai primi anni ‘90, occorre uno sguardo verso il passato. Partendo dall'assassinio di Aldo Moro e da cio' che lo precedette e lo segui'.

Con la riforma del 1977, che istitui' il Sismi ed il Sisde, i primi atti del presidente del consiglio Giulio Andreotti e del ministro dell'interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti di Giuseppe Santovito e Giulio Grassini, due generali affiliati alla P2 di Licio Gelli: che gia' allora era legato a Toto' Riina, il capo di Cosa Nostra. Furono diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina.

I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calo' e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare, assieme al pm Vittorio Occorsio: con lui trattavo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Amedeo Ortolani, figlio di Umberto, uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana, della P2 e del terrorismo nero. Tra gli affiliati alla loggia di Gelli c'era un noto avvocato penalista, riciclatore del denaro dei sequestri, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva dato parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla mafia ed ai servizi segreti. Occorsio, che aveva scoperto l'intreccio tra la strage di Piazza Fontana, l'eversione nera e la massoneria, venne assassinato l'11 luglio 1976. Per l'attentato fu condannato Pier Luigi Concutelli, che risulto' iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Falcone.

La mia condanna a morte fu pronunciata, probabilmente dalla stessa associazione massonica, subito dopo che fui incaricato di istruire il caso Moro, in cui apparvero uomini della mafia guidati da Calo', i capi dei servizi manovrati dalla banda della Magliana e politici amici di Gelli. A raccontarlo al giudice Otello Lupacchini fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non vi aveva fatto rientro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l'Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui aveva partecipato assieme ad Abbruciati, a Edoardo Toscano, ai fratelli Pellegrinetti, a Maurizio Andreucci e a Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlo' «di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato». «Dal discorso si capiva che non si trattava di un'idea estemporanea: era evidente che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l'attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo in cui l'attentato poteva essere realizzato era in prossimita' del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all'istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere». Proseguiva Mancini: «Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l'attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l'impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo “quel cornuto che ci ha portato al processo”. Successivamente, parlando dell'attentato ai danni del giudice Imposimato, Abbruciati mi spiego' che, al di la' delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso “da personaggi legati alla massoneria”, dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi».

In seguito, durante le indagini su Andreotti per l'omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accerto' che alla riunione, nel corso della quale si parlo' dell'attentato alla mia persona, avevano partecipato due uomini dei servizi segreti militari italiani di cui Mancini fece i nomi: essi furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento. In seguito i due mi avvicinarono dicendomi che loro «non c'entravano niente con quella riunione» e che «evidentemente c'era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell'incontro in cui venne annunciata la condanna a morte». Ovviamente non fui in grado di stabilire chi fossero i due agenti dei servizi. Restava il fatto che c'era stato un summit tra agenti segreti e mafiosi per decidere di eliminare, per ordine della massoneria, un giudice che istruiva due processi “scottanti”: quello sulla banda della Magliana e il processo per la strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Moro. Ne' io potevo occuparmi di una vicenda che mi riguardava in prima persona come obiettivo da colpire.

Ma nessuno - tranne Falcone, che seppe, mi sembra da Antonino Giuffre', che Riina aveva avallato l'assassinio di mio fratello - si preoccupo' di stabilire chi dei servizi avesse partecipato al summit in cui era stato annunciato l'imminente assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro. Processo in cui, trenta anni dopo, venne alla luce il ruolo determinante della massoneria, della mafia e della politica.

In quel periodo non mi occupavo solo di sequestri di persona, ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, altro uomo della P2, e dell'assassinio di Vittorio Bachelet, dei giudici Girolamo Tartaglione e Riccardo Palma e, naturalmente, del caso Moro; ed avrei accertato, dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana. Ma tutto questo all'epoca non lo sapevo: la scoperta delle liste di Gelli avvenne nella primavera del 1981. Cio' che e' certo e' che il capo del Sismi, Santovito, piduista, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era vero in tutto e per tutto. Qualcuno voleva evitare che la mia istruttoria su Moro e quella sulla banda della Magliana mi portassero a scoprire il complotto politico-massonico che, con la strumentalizzazione di sanguinari ed ottusi brigatisti, aveva decretato l'assassinio di Moro per fini che nulla avevano a che vedere con la linea della fermezza.

Il disegno di costringermi a lasciare il processo sulla Magliana e quello sulla strage di via Fani riusci', ma non secondo il piano dei congiurati. La mia uccisione non ebbe luogo per le precauzioni che riuscii a mettere in atto, ma nel 1983, nel pieno delle indagini su Moro, venne ucciso mio fratello Franco da uomini della mafia manovrati da Calo': gli stessi che avevano eseguito la vergognosa messinscena del 18 aprile 1978, ossia la morte di Moro nel lago della Duchessa. Era evidente come il Sismi, che si era servito del mafioso Antonio Chichiarelli per preparare il falso comunicato, erano tutt'uno con la mafia, della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del lago della Duchessa, che provoco' una reazione violenta delle Br contro Moro, divenuto “pericoloso”.

A distanza di 30 anni dal processo Moro e di 26 anni dall'assassinio di mio fratello Franco - assassinio che mi costrinse a lasciare la magistratura e tutte le mie inchieste - ho avuto la possibilita' di scoprire quali fossero le ragioni del progetto criminale contro di me: impedirmi di conoscere il complotto contro Moro. Non era una trattativa tra Stato e mafia, ma un vero e proprio accordo tra servizi, mafia e massoneria, che, con la benedizione dei politici, sanci' prima la eliminazione di Moro e poi la mia esecuzione: la quale falli', ma si ritorse contro mio fratello Franco, il quale prima di morire, mi chiese di non abbandonare le indagini. Il risultato fu che dopo quel barbaro assassinio fui costretto ad abbandonare tutte le inchieste sulla mafia e sui legami tra mafia, massoneria e stragismo. E nel 1986 dovetti rifugiarmi alle Nazioni Unite.

Durante le indagini che io conducevo a Roma sul falso sequestro Sindona, Falcone a Palermo per associazione mafiosa, e Turone e Colombo a Milano per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, venne fuori a Castiglion Fibocchi, nella villa di Gelli, l'elenco degli iscritti alla P2. Enorme fu la sorpresa degli inquirenti: comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del Cesis, l'organismo che coordinava i servizi, e di quelli che facevano parte del Comitato di crisi del Viminale. Quel comitato che era stato istituito da Cossiga con l'avallo di Andreotti. Dopo la scoperta, venne decisa dal ministro Virginio Rognoni l'epurazione degli uomini di Gelli dai servizi e dal ministero dell'interno; ma di fatto non fu cosi'. La Loggia del Venerabile mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di accertare la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono, con la complicita' dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici di governo, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi (la vicenda Pollari-Pompa docet) senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe.

Oggi e' riesplosa sulla stampa, per pochi giorni, la storia legata alla morte di Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la sua tragica morte a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni. L'ipotesi investigativa prospetta la possibilita' che Borsellino sia rimasto schiacciato nell'ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in sintonia con la mafia, allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini efferati come la strage di Capaci. Si trattava di una vergogna, un'offesa alla memoria di Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo. Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell'agenda rossa sparita del fratello Paolo, il quale, informato di questa infame proposta, probabilmente ha reagito con sdegno e rabbia: sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.

Ricordo che in quel tragico luglio del 1992, poco prima della strage di via D'Amelio, ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la norma voluta da Falcone, da me e da molti altri magistrati antimafia: la legge sui pentiti e il 41 bis. Nonostante la morte di Falcone, non c'era la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il suo varo. E oggi la si vuole abrogare.

L'aspetto piu' inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio, riconducibile ad attivita' sotto copertura del Sisde, entrato nelle indagini per la stage di via D'Amelio dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera di Gioacchino Genchi. Al numero di quell'ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via D'Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere certo il coinvolgimento di apparati dello Stato.

Tratto da http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=224

 

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