| RASSEGNA STAMPA |
Letture consigliate che, per dirla con le parole del sociologo Giovanni Lo Monaco, possono contribuire: "a svelare l’infondatezza di uno stereotipo pernicioso e opprimente come quello che identifica la cultura siciliana con quella mafiosa; identificazione che in mano a mafiosi e collusi è divenuta, all’occorrenza, un conveniente mezzo di banalizzazione del fenomeno criminoso, ma per i siciliani si è trasformata nel tempo in una marcatura negativa, difficile (ma non impossibile) da cancellare."
Salvatore Lupo Storia della mafia Donzelli 2007
Cap. II La rivelazione 4. Sotto la lente di Franchetti Pag. 90, 91 e 92
In verità tale articolazione di poteri risulta così chiaramente definita solo nella provincia di Palermo, dove infatti si concentrano i fenomeni più clamorosi; mentre Franchetti afferma che il «comportamento mafioso» attiene a questa come alle altre province «criminali», nonché a quelle «tranquille» della Sicilia orientale. Si tratta di un punto arduo del suo ragionamento. L’asserita consequenzialità tra il prerequisito culturale e lo strapotere dei malfattori viene infatti messa in discussione dal confronto tra le due sezioni dell’isola; (n.d.r. vedi nel merito Francesco Erbani) e resta da spiegare la ragione per cui nella Sicilia orientale la classe dominante avrebbe saputo «conservare preziosamente il monopolio della forza ed impedire fino adesso che la dividessero con lei, servendola, dei facinonosi venuti su dalle classi infime della società>>, cioè i bravi originariamente al servizio del potere feudale e poi autonomizzatisi da esso. Non sembra infatti che qui i proprietari mostrino un’attitudine militare maggiore di quelli del Palermitano18 ; né il nostro autore è disposto ad ammettere che nel Siracusano o nel Catanese si sia realizzato un migliore raccordo tra Stato e società, ovvero un’egemonia sociale basata non solo sulla forza. La sua rinuncia a spiegare la diffusione zonale di mafia e brigantaggio con le differenze socio-economiche tra le varie aree, ad esempio con il diverso impatto del latifondo (ben presente invece a Sonnino) o con la tradizione delle città demaniali, appare paradossale per un intellettuale così attento alle modalità della disgregazione del sistema feudale. Ma il paradosso è, appunto, solo apparente.
Franchetti lavora a una costruzione intellettuale che, come spesso accade, è grande perché unilaterale se non faziosa. In essa la mafia deve apparire l’elemento rivelatore, allarmante e ributtante, di un contesto sociale tutto inadatto ai principi liberali sui quali il mondo civile si basa. In questo egli si palesa sino in fondo epigono della vecchia destra la quale, pur predicando la teoria del «discentramento amministrativo» e dell’autogoverno dei proprietari, aveva preferito il centralismo perché convinta dell’immaturità delle classi dirigenti, specialmente meridionali19; immaturità ancor più evidente nel 1874-75, il momento in cui queste pretendono una piena partnership nel governo della nazione. L’Inchiesta rappresenta dunque la riproposizione ad altro livello dell’operazione fatta con le leggi di Ps. Solo che Franchetti non propone per la Sicilia «rimedi» eccezionali, ma, un po’ come Fortuzzi20, una diversa forma di governo, lucida e terribile come ogni utopia reazionaria. Sono «i Siciliani d’ogni classe e ceto [...] ugualmente incapaci d’intendere il concetto del Diritto». Essi vanno trattati come malati che si lamentano ma che «non si rendono conto del come e del perché» del loro male; infatti non possono «intendere il fine ultimo dei provvedimenti presi o da prendersi». Lo Stato non deve utilizzare nessuno dei canali di comunicazione che offre questa società infetta: a nessun livello il suo personale va reclutato tra i siciliani, e naturalmente, per «portare la Sicilia alla condizione di un popolo moderno>», il governo non deve «in niun caso» tenere conto dei desideri, delle proposte, soprattutto delle proteste dell’opinione pubblica e dei deputati isolani.21
Questi presunti «rimedi» rischiano di lasciare la discussione al livello del giugno ‘75. In Sicilia, la Risposta all’orrendo libello di Leopoldo hanchetti22 non può essere che ostile, e non solo per spirito conservatore o per adesione ai «valori» della cultura mafiosa, ma
anche perché l’evidente intenzionalità politica dell’autore appare la conclusione dell’ormai lunga vicenda di strumentalizzazione del fatto criminale messa in opera dalla Destra. Chi comincia a riflettere sul problema della mafia rischia di trovarsi travolto dalla super-irrorazione ideologica del tema, come accade al delegato di polizia Giuseppe Alongi che, esponendo le sue idee a un pretore, si sente rimproverare come seguace del «romanzo fantastico» di Franchetti, che invece è a lui perfettamente ignoto. Eppure in alcuni momenti l’analisi di Franchetti si avvicina a quella di Tajani, ad esempio nel riconoscere che i sistemi alla Albanese minano alla base la credibilità di istituzioni già così mal acclimatate. Però i due accentuano diversamente il discorso a seconda dell’intenzione politica. Il primo sostiene che si tratta di un cedimento dell’etica statuale alla nefasta influenza della collettività regionale donde la via d’uscita irrealisticamente giacobina di una rinuncia al rapporto con essa; per il secondo la mafia, nemico pericoloso ma che si può battere, diventa invincibile in quanto strumento di regime. Franchetti vede l’infezione originare dalla società., Tajani dalla politica.
La situazione si evolve in maniera opposta a quella auspicata da Franchetti. Cade la destra, va al potere una sinistra proprietaria e meridionale che realizza una prima omologazione tra le sezioni regionali della classe dirigente al di là delle fratture post-risorgimentali. Il Mezzogiorno trova il suo Stato. In particolare per il ceto politico siciliano si inaugura un periodo di influenza che toccherà il suo punto più alto a partire dal 1887 con l’assunzione della presidenza de Consiglio da parte del leader della democrazia isolana dall’imprese garibaldina in poi, Francesco Crispi. Ma il punto di svolta, anche nella nostra vicenda, si realizza nel ‘76 con la prevedibile rinuncia del nuovo governo Depretis a far uso della legge di Ps. Nel corso del l’anno, però, l’ordine pubblico nella Sicilia occidentale subisce un nuovo deterioramento, addirittura con complicazioni internazionali dovute al rapimento del mercante inglese Rose ad opera di Antonino Leone, erede di don Peppino il lombardo nei Gotha banditesco. Il ministro dell’interno Nicotera, uno dei leader della sinistra meridionale, chiama allora un suo fido, Antonio Malusardi, alla prefettura :
Palermo (dicembre 1876).
Cap. III 6 Culture: dentro e fuori l’organizzazione pag.163
<<Invece io credo che esista un’ideologia mafiosa che riflette i codici culturali ma soprattutto per deformarli, riappropriarsene, farne un complesso di regole tese a garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, la sua coesione, la sua capacità di trovare consenso, di incutere terrore all’interno e all’esterno>>.
Rispetto ai processi contro gli stoppagghieri e gli Amoroso, il processo Palizzolo-Notarbartolo segna un enorme progresso per la concatenazione logica dei fatti, per la scomparsa delle più evidenti aporie nella costruzione dell’accusa in casi di mafia. Stupito che a Bologna non si sia andati ad una assoluzione per insufficienza di prove, il corrispondente del «Times» scrive che «i giurati sembrano aver basato il loro verdetto sulle impressioni generali [...] più che su questo o su quel fatto particolare»1. E le «impressioni generali» sono quelle suscitate dall’unico dato certo a Milano e a Bologna (ma ormai non così bruciante a Firenze): il ruolo delle istituzioni nella manovra tendente a coprire Palizzolo e più in generale nella genesi e nel perdurare del fenomeno mafioso; un ruolo denunciato dall’accusa e non più, strumentalmente, dalla difesa dei Marinuzzi e dei Gestivo. Il grande delitto getta un fascio di luce, come già aveva fatto la svolta politica del 1875-76. Colajanni col suo fortunato pamphlet Nel regno della mafia ricostruisce una vicenda nella quale, partendo dal Risorgimento, i governi della destra e della sinistra si pongono su una linea di desolante continuità con quelli più recenti. Anche questo viene dal dibattito. Si veda la reazione scandalizzata del pubblico a Bologna di fronte alla rivelazione delle trattative tra Palizzolo e Malusardi-Nicotera nel 1877: «Queste elezioni fatte tenendo sospesa sul capo dei candidati la spada di Damocle dell’ammonizione, gettano una ben trista luce sui candidati da una pane, ma dall’altra anche sull’opera del Governo»
2. La responsabilità delle istituzioni è presente persino nelle opere dei due funzionari Cutrera e Alongi, stampate o ristampate in questo periodo, e ricche di altre notazioni di grande interesse. Sui quotidiani escono molti articoli tra i quali uno, del «Giornale di Sicilia», che merita di essere collocato tra la migliore saggistica sul tema: vi si denuncia il carattere fazionario del rapporto cosche-polizia, gli Albanese, i Bardesono, i Lucchesi che si sono serviti «di una pane della mafia per scoprire le marachelle dell’altra»; si conclude che nell’agro palermitano le «relazioni segrete» tra «guardiani, curatoli e simile gente» configurano «una vastissima organizzazione»3. E' il tema, come sappiamo, del Rapporto San giorgiPerò la confusione dei linguaggi rimane grande:
In occasione del processo Palizzolo, In Assise come sulla stampa e persino
in Parlamento, le definizioni di mafia pullularono moltiplicandosi in modo
1 Art. del 1° Agosto 1902 ib CS, 2-3 agosto 1902.
2 Cs, 2-4 ottobre 1901.
3 La mafia: sua natura e sue manifestazioni cit.
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meraviglioso, andando dalla più completa negazione di ogni contenuto antigiuridico all’affastellamento di tutto e di tutti, cosicché per gli uni la mafia e i mafiosi non esistono, per gli altri la Sicilia e i siciliani tutti non sono che un covo e un pugno di mafiosi4.
In effetti, ogni acquisizione conoscitiva rimane affogata e come nascosta all’interno di un dibattito politico-giornalistico caotico e incontinente, da un lato incapace di delimitare l’argomento, dall’altro troppo avido di spiegazioni sulla natura della mafia.
E' il tipo di domanda che nelle tre tappe del processo viene posta dai giudici «continentali» a moltissimi testi, così come negli anni precedenti se l’erano sentita porre gli intervistati dalle commissioni parlamentari. E la questione da proporre a un demopsicologo, cioè a un etnologo, esperto per definizione delle peculiarità, delle «credenze» e dei «pregiudizi» del popolo siciliano. A Bologna Giuseppe Pitrè, chiamato a discolpa, ribadisce che la parola mafia stava anticamente ad indicare il concetto di «bellezza, graziosità, eccellenza nel suo genere», nei tempi moderni passa ad indicare «la coscienza, talora esagerata, della propria personalità, della propria superiorità, della propria dignità, la quale non si rassegna a sopraffazioni di sorta» e può «portare alla delinquenza»5. Pitrè tende a identificare un costume dei siciliani, originariamente positivo e in questo senso rivendicabile come a suo tempo aveva fatto il deputato Morana: «Se per mafia [si] intendesse la gente che non è disposta a subire i soprusi, le violenze, le offese [...] maffiosi sono tutti in Sicilia»6. Con Franchetti (mutatis mutandis) Oriani invece pensa che tutti gli isolani siano irrecuperabili alla civiltà, cioè mafiosi. La terza posizione, intermedia, è ancora quella rudiniana espressa da Mosca con la sua distinzione tra delinquenza e «spirito di mafia» stavolta simpatico anziché benigno, ma sempre generalmente diffuso nell’isola. Le tre teorie, e in particolare le due estreme, sono singolarmente coincidenti in quanto presuppongono che la mafia non sia altro rispetto alla cultura regionale e rappresenti un fenomeno non limitabile, di per sé non conoscibile, praticamente invincibile anche perché l’identificazione fa di tutti i siciliani, quanto meno per logica reazione, i difensori della mafia stessa: è lo schema dei movimenti tipo «Pro-Sicilia»
4 Alongi, La mafia cit., p. 112.
5 In «L’Ora» e in GDS, 31 marzo, 1° aprile 1902. Corsivi miei.
6 APCD, Sessione dcl 1874-75, Discussione cit. tornata del 7 giugno, p. 3966.
7 Mosca, Che cosa è la mafia cit. Al proposito R. Salvo, Mosca, la mafia e il caso Palizzoio, in «Nuovi quaderni del Meridione», 1982, pp. 233-45.
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Nella sua arringa di Bologna, Marchesano definisce Pitrè «ottimo folklorista, ma pessimo testimone. Interrogato sulla mafia, invece di dire quello che essa è, ha detto quale è l’origine della parola». In effetti questo rifarsi a una mafia originariamente benigna sempre presupposta, mai vista in atto, questa ricerca continua della definiziòne come ecceitas del fenomeno da studiarsi in pieghe profonde (e insondabili) della psicologia sociale, rappresenta un terreno terribilmente scivoloso. Una silloge delle innumerevoli citazioni delle poche pagine dedicate da Pitrè alla mafia proporrebbe una mappa attendibile degli ingenui e dei collusi dalla fine del secolo scorso a oggi, i quali tutti non si accorgono (o fingono di non accorgersi) del carattere palesemente apologetico e depistante di quelle considerazioni, i quali tutti credono (o fingono di credere) di essere davanti alla fonte oggettiva sulla cultura dei siciliani. Esistono peraltro elementi molto concreti per giudicare della posizione dell’etnologo: la sua stretta collaborazione in consiglio comunale e alla guida di enti e opere pie con Palizzolo, «vero gentiluomo, [.. .J correttissimo e onesto amministratore»; il suo rifiuto dell’invito governativo a candidarsi nel collegio palizzoliano di Palazzo reale; la partecipazione attiva, anche in veste di ideologo, al «Pro-Sicilia».
9Tra un significato antico e positivo e un significato nuovo — volgare e impreciso che potrebbe indicare qualcosa di negativo — Pitrè si riferisce a un quid imperscrutabile («è quasi impossibile il definirlLo]»)
10, non differenziandosi dunque molto dagli imputati e dagli avvocati difensori nei processi di mafia, i quali tutti sostengono di non sapere cosa la parola voglia indicare. E la risposta data dal Carmelo Mendola membro della cosca Amoroso al magistrato che gli chiede se appartenga alla mafia: «Non so che significa»11. Lo scambio di battute apparirà rivelatore a Hess che lo porrà in epigrafe al suo libro, a Sciascia che più volte lo richiamerà 12: il mafioso non saprebbe
8 Marchesano, Processo eh., p. 29L
9 Cfr. rispettivamente la citata deposizione di Bologna; la testimonianza della figlia in G.
Bonomo, Pitrè, la Sicilia e i siciliani, Palermo 1898, p. 345; le opere citate di Barone e Renda.
Si veda anche Pitr’e, Per la Sicilia, in cm, 7-8 agosto 1902.
10 Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi eh., p. 289.
11 ProcessoArnoroso, p. 39.
12 In L Sciascia, A futura memoria, Milano 1989. Peraltro Hess attribuisce per errore ia frase all’imputato Minì; Sciascia, aggiungendo un equivoco all’altro, afferma che «Mini [sic!J sta per Tizio; un Tizio medio o grosso mafioso’,: tipica proiezione verso un empireo simboJico di fatti e persone molto ben identificabili (Hess, Mafia cit., e ivi la prefazione di Sciascia, p. vi).
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effettivamente cosa la mafia sia, rappresentando la legalità per i siciliani un concetto astratto, portato di uno Stato del tutto estraneo, ed essendo quello che noi chiamiano mafioso l’unico possibile modello di comportamento in questa società. Del resto non si tratta del solo caso nel quale gli inquisiti del processo Amoroso appaiono come sostenitori un po’ estremisti delle teorie socio-antropologiche, ad esempio sul familismo dei meridionali. Quando gli vien chiesto se i membri della cosca siano suoi amici, Caravello risponde: «Io sono amico soltanto di mia moglie e dei miei figlioli [...j fuori non conosco nessuno»; davanti a una domanda sui suoi odi «di partito» Emanuele Amoroso afferma: «Il mio partito sono mia moglie e i miei figli». Su questa linea gli imputati finiscono con l’esagerare contrapponendo la famiglia «vera» (il nucleo dei conviventi) a quella di sangue, come quando uno degli Amoroso ostenta una totale mancanza di rapporti coi fratelli perché non si creda che egli possa meditare la vendetta contro i Badalamenti assassini di un altro suo fratello13
Hess ha interpretato una fonte tremendamente intenzionale qual è quella giudiziaria come se essa potesse rispecchiare la cultura «dei siciliani», non venendogli in mente che i siciliani possano dire, o non dire, a seconda delle convenienze: convenienze politico-ideologiche (o di altro genere?) per Pitrè, disperato tentativo di salvarsi per i protagonisti di un processo destinato a concludersi con tante condanne a morte. Quando Giuseppe Amoroso, zio degli imputati, rivela circostanze che accusano costoro dell’assassinio di suo figlio (loro cugino), l’imputato Emanuele Amoroso lo sfida a giurare sull’anima del padre il quale rappresenta l’ascendente comune della vittima e dei sospetti assassini. Il presidente, perplesso, osserva: «Qui non vi è che un solo giuramento, quello previsto dalla legge», ma l’avvocato Marinuzzi insiste: «quello non va per il caso [...] perché il volgo non vi crede», finché si fa giurare il teste come richiesto dalla difesa
14. Per Hess questa sarebbe la riprova della distanza socio-culturale che separa lo Stato dai siciliani, della «lacuna tra socialità e morale statale» che genera il comportamento mafioso15. A me invece pare si tratti di un’abile messa in scena di Marinuzzi, tendente a costruire davanti agli occhi dei giurati (e forse dello stesso teste) l’immagine dei suoi difesi come personaggi ingiustamente
13Processo Amoroso, rispettivamente pp. 34, 69, 30.
14Processo Amoroso, p. 120.
15 Hess, Mafia cit., p. 44.
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accusati, che credono nei medesimi valori familistici della gente comune e che quindi non possono essere i feroci assassini a sangue freddo di un loro stretto congiunto. Ma è chiaro che tale strumentalizzazione della cultura tradizionale può confondere le idee ad un sociologo tedesco solo attraverso una complessa mediazione colta, nella quale proprio Pitrè ha un ruolo centrale e che la cultura avvocatizia isolana contribuisce a diffondere.
Questa cultura si propone principalmente di occultare sotto il dato folklorico quello assòciativo, una «chimera, un sogno dell’alterata fantasia di un delegato», il «quid misterioso», la «coda posticcia» denunciata dai difensori degli stoppagghieri e degli Amoroso16. La lotta tra le cosche viene ridotta a inimicizia di famiglie, in un mondo artatamente dipinto come primitivo nel quale agiati trafficanti come gli Amoroso sono fatti passare per «volgo», un Fontana che commercia in agrumi da un continente all’altro per analfabeta
17. Svanito l’effetto del grande scandalo, la percezione della mafia si assesterà su questo piano folklorico e tradizionale perdendosi tra l’altro il collegamento con il grande tema degli scandali bancari che per un attimo aveva dato al fenomeno una dimensione ben altrimenti «moderna» e pericolosa.Intuendo il vantaggio che la discussione sull’essenza della mafia dà alla difesa, Marchesano apre la sua arringa dichiarando di voler parlare solo di specifici comportamenti criminali; proposito che però non mantiene sino in fondo:
Cos’è oggi la mafia? Una organizzazione, come taluni credono, con capi e sotto capi? No. Ciò non esiste se non nei sogni di qualche questore. Dunque, non è questo la mafia, ma un sentimento naturale, uno spontaneo concerto, una solidarietà che riunisce tutti i ribelli alle leggi della società civile E...]. Le cosche hanno tra loro un vincolo ideale, l’interesse comune, ed in comune i protettori18
Qui i dati portati dalla questura, che pure per la parte civile è stata preziosissima alleata, sono quasi ridicolizzati; l’interrelazione tra le cosche viene ridotta alla sola comunanza di protettori; si ricorre a concetti di non grande valore euristico quali il «sentimento naturale». Ricalcando la vecchia e superficiale definizione di Bonfadini, Marchesano svaluta il poderoso lavoro di documentazione sulle connessioni
16Arringa Lucifora, in ASPA, GQ, b. 7, arringa Cuccia, in Processo Amoroso, p. 250.
17 Tesi smontata da Marchesano, Processo cit., pp. 69-70.
18 Marchesano, Processo cit., pp. 294-5.
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tra fatti e persone compiuto da lui stesso e da Sangiorgi, dal quale ben altro si desume che lo «spontaneo concerto». Ancora una volta la stiategia processuale porta a semplificare senza ottenere alla fine il risultato. Pitrè e Palizzolo perdono la battaglia, ma si preparano a vincere la guerra: la mafia non sarebbe «setta né associazione», non avrebbe «regolamenti né statuti» , essa si identificherebbe in un comportamento e in una cultura. Invece io credo che esista un’ideologia mafiosa che riflette i codici culturali ma soprattutto per deformarli, riappropriarsene, farne un complesso di regole tese a garantire la sopravvivenza dell’organizzazione, la sua coesione, la sua capacità di trovare consenso, di incutere terrore all’interno e all’esterno.
I canti carcerari esprimono disprezzo per «l’omu chi parra assai», il quale «cu la sò stissa vucca si disterra»20. Rosario La Mantia viene rinnegato persino dalla sua famiglia. La qualifica di spia, ‘nfami, cascittuni, rappresenta un pesante fardello per chi ne viene colpito e insieme una giustificazione per chi uccide, dunque si presta a essere utilizzata come un’arma nella lotta di fazione: assassinando Damiano Sedita, gli Amoroso esclamano: «ha finito di avere il porto d’armi franco dalla polizia»; Cusumano viene definito «infame spia». L’organizzazione decreta il boicottaggio dei borgatari contro la Di Sano, bettoliera e presunta informatrice, prima di attentare alla sua vita. Accusando Filippo Siino di essere «gettato con la quistura» Giuseppe Biondo fa solo «quello che doveva fare per comandare lui»21, cioè squalificare l’avversario di fronte a un’opinione pubblica formata da cagnolazzi e fiancheggiatori. L’omertà, intesa come ripulsa «morale» nei confronti del ricorso al sistema legale, rappresenta forse un valore generale, un modello ideale di comportamento delle popolazioni siciliane e in particolare del vasto universo criminale; certo non è una guida per l’azione dei mafiosi, i quali come abbiamo più volte visto collaborano quando e come ad essi conviene. Non si dimentichi che l’organizzazione deve mediare tra Stato e criminali, e dunque essere credibile verso l’uno e verso gli altri. L’autorità spesso sa chi sono gli autori dei reati perché i mafiosi parlano senza alcun pregiudizio ideologico, anche se non si espongono testimoniando in tribunale: è da qui, non da una generica società, che proviene la supercitata «voce
19 Pitrè, Usi e costumi, usanze e pregiudizi cit., II, p. 292.
20 "L’uomo che parla molto si rovina con la sua stessa bocca".
21 È l’opinione del cit. anonimo, p. I.
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pubblica.. C’è poi il caso del mafioso perdente che si rivolge alla polizia per aiuto e protezione, ottenendo magari un passaporto per l’America come accade al castaldo Santo Vassallo condannato a morte per tradimento dai suoi compagni di cosca; però nella fattispecie il poveraccio viene inseguito fino a New Orleans e assassinato22. I Vassallo, o peggio, i La Mantia e i D’Amico, minacciano di lasciare la cosca in balia delle tendenze collaborazioniste dei suoi membri e dei suoi nemici. Alla «propalazione» che mette in pericolo l’esistenza stessa dell’organizzazione si risponde col terrore, sicché ognuno calcoli la probabilità di rappresaglie anche a grandi distanze di spazio e di tempo. Come sostiene Sangiorgi, «tutti, dai più agiati proprietari ai più povri contadini, dalle notabilità alle più oscure individualità, tacciono perché temono»23, ma il fatto già sottolineato che non tutti costoro temano la stessa sanzione, la morte, dà al precetto rivolto verso il mondo dei facinorosi diversa efficacia.
Però se i mafiosi non vogliono ridursi al ruolo di confidenti, se intendono mantenere o accentuare la loro autonomia nei confronti dell’autorità, devono riuscire a tutelare la compattezza dell’associazione con metodi non esclusivamente terroristici garantendo fedeltà come quella che induce Filippello, pur abbandonato e minacciato dai suoi complici, a suicidarsi piuttosto che testimoniare contro Palizzolo.
Evidentemente i legami di sangue non bastano a garantire tutte le alleanze, per quanto essi (in questa come in qualsiasi altra società) ne rappresentino il nucleo più solido: Mazzara può opporsi a Giammona facendosi forte «dell’attiva solidarietà dei membri della sua famiglia»24; il partito Siino ha una spiccata fisionomia parentale. In un quadro di famiglia nucleare come quello isolano, è il contesto a decidere se vada utilizzato il potenziale di compattezza insito nell’istituto familiare: gli Schneider hanno ad esempio mostrato con fine analisi come il rapporto tra fratelli, molto tenue nelle famiglie bracciantili del paese agrigentino di Sambuca, venga invece esaltato nelle imprese pastorali da cui deriva il ceto medio dei gabellotti, perché quel tipo di attività implica particolarmente un rapporto fiduciario tra i suoi membri 25. Tale esigenza è ovviamente massima in un aggregato criminale anche se poi non sempre l’arco parentale sarà sufficiente per alimentare
22Rapporto Sangiorgi, pp. 277 sgg., 349 sgg.
23 Ibid, p. 191; ma anche Alongi, La guardiania cit., p. 354.
24 Il questoreal prefetto, 18 settembre 1875 cit., p. 5.
25 Schneider, Classi sociali cit., pp. 103 sgg.
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le cosche: il comparaggio, parentela artificialmente ricreata, rappresenta il ponte verso relazioni più complesse, dove come sappiamo agiscono anche collanti diversi, ricalcati sui modelli carbonari o massonici del periodo risorgimentale.
sta tano nelle caratteristiche intrinseche quanto nella sfida al prestigio
della vittima"
31
IL questore al prefetto, 10 ottobre 1875 cit.
32
Relazione del prefetto di Palermo, 16 marzo 1916 in ACS, PG 1916-18, b. 236.
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dal fratello Luigi,
innamorato della cognata, e dal capo-mafioso Giuseppe Biondo, deciso a
punire chi gli ha sottratto il controllo di un giardino33:
fratelli che assassinano fratelli alleandosi con «estranei», passioni e
interessi ferocemente perseguiti in barba a ogni familismo. Non mancano gli
assassinii di donne, come nel caso della serva sedotta da uno degli Amoroso
o in quello della ragazza Di Sano. C’è il killer di Monreale che, non
essendo riuscito a trovare i nemici del suo capo-cosca, uccide un loro
figlio bambino per non dover tornare a casa a mani vuote34.
D’altronde, in situazione estrema, i mafiosi stessi finiscono per rimarcare
la differenza tra l’onore «vero» e quello di cui si ammantano le cosche.
Antonio Badalamenti, mentre corre a cercare una levatrice per la moglie che
sta partorendo, cade sotto i colpi dei sicari degli Amoroso imprecando
contro i suoi nemici che «uccidono a tradimento»; ai «leali gentiluomini di
Piazza Montalto» si riferisce sarcasticamente lo Scalici in un romanzo
d’appendice ispirato a quei tragici fatti35.
Il modello della leale competizione ben presente nella cultura
popolare, ancora riscontrabile nei duelli al pugnale dei camorristi o dei
ricottari, in quelli degli spataiali palermitani, catanesi o messinesi, è
assolutamente lontano dagli agguati dei sicari armati di fucile e appostati
dietro i muri di cinta dei giardini che perpetrano i delitti mafiosi senza
dare alla vittima alcuna possibilità di difesa; il termine usticano, col
quale i ricottari qualificano chi aggredisce proditoriamente36,
potrebbe riferirsi a comportamenti e aggregazioni nati al confino di Ustica
o di isole consimili. L’idea di Arlacchi secondo la quale le gerarchie tra i
mafiosi vengono determinate da una «libera competizione per l’onore» giocata
attraverso «sfide e combattimenti» riflette forse una divergenza tra la
‘ndrangheta e la mafia «tradizionali» ma soprattutto si basa su una
documentazione letteraria molto, troppo distante dalla realtà. Nella mafia
vera l’eliminazione degli avversari si accompagna in genere a
«ragionamenti», a false attestazioni, a presunti accordi che servono
33
ASPA, GP, b. 148, f. 16, Il conandante della legione dei carabinieri al
prefetto, 3 gennaio 1896, ma anche Rapporto Sangiorgi, p. 34
Lo Schiavo, 100 anni di mafia c,t
35 Processo Amoroso, p. 47; E. Scalici,
Cavalleria di Porta Montalto, Napoli 1885, p. 81
della ristampa con il titolo La Mafia siciliana, a cura di A. D’Asdia,
Palermo 1980.
36
Onufrio, La mafia cit., p. 367.
37
Arlacchi, La mafia imprenditrice cit., pp. 26-7. Molto più
convincente l’analisi di Catanzaro, Il delitto cit., pp. 38-41.
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solo a far abbassare la guardia ai condannati;
così l’assassinio di Filippo Siino, preceduto da una solenne riconciliazione
in chiesa dei due partiti, viene reso possibile dal tradimento di un amico
della vittima predestinata che la conduce al luogo dell’imboscata, dallo
«spergiuro» e dal «tradimento». La provocazione onorifica al duello può
essere utilizzata solo in chiave strumentale. Antonino D’Alba che la cosca
di Falde ha deciso di eliminare è uomo avvertito il quale si guarda bene dal
farsi sorprendere fuori di casa. Solo allorché un avversario lo provoca
proponendogli uno scontro vis à vis egli esce armato di revolver, ma sul
luogo dell’appuntamento trova una dozzina di persone che lo crivellano di
colpi. Al rito della competizione individuale basata sul coraggio e
l’abilità si oppone quello dell’esecuzione collettiva, sottolineatura del
fatto che è l’organizzazione ad aver decretato la pena estrema, che di
questo gesto i suoi membri si assumono solidalmente la responsabilità come
fa il plotone d’esecuzione dello Stato su cui la mafia tende a modellarsi.
L’imputato Mendola e gli altri sanno benissimo cos’è la mafia, solo che a
loro non conviene dirlo.
38
Termini usati da Francesco Siino, Rapporto Sangiorgi, p. 45.
39 Ibid., p. 95.
174
Per avere un quadro più completo è utile leggere il capitolo precedente di Salvatore Lupo, sempre in Storia della mafia 2007, in cui l'autore fa una approfondita analisi del delitto Notarbartolo:
Storia della mafia di S. Lupo in books.google:
url corto http://urlin.it/155e7
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Cosa Nostra sempre più "nostra"
Intervista a Leoluca Orlando di Francesco Silvestri
Leoluca Orlando: <<Vorrei leggerle questa affermazione dello storico Salvatore Lupo: "Non è vero che l’opinione pubblica sostiene la mafia, nemmeno adesso che in Sicilia si è espressa con un voto così clamoroso, l’opinione pubblica non ritiene piuttosto che la discriminante mafia-antimafia sia così importante da farla schierare su questo problema".
Io sono assolutamente d’accordo con Salvatore Lupo e considero questa la nuova vera insidia della mafia. Il problema è appunto che la mafia è presente con procedure, meccanismi e tecniche che non sono più terroristici, ma finanziari e culturali. Perciò l’affermazione di Lupo fotografa una realtà indubitabile nel comune sentire della gente: il tema della lotta alla mafia non è più prioritario perché la mia vicina di casa non legge più le notizie di morti ammazzati e quindi si preoccupa piuttosto della disoccupazione, della mancanza d’acqua, del traffico.>>
La spiegazione del fenomeno fondata sull'arcaismo socioeconomico,
ovvero l'equazione mafia = latifondo, come peraltro
sul suo corrispettivo socio-culturale, ovvero comportamento
mafioso = antropologia dei siciliani/meridionali (secondo i
classici e diffusi stereotipi), non informa né sulla diffusione del
fenomeno mafioso nel passato, né sulla sua pervasività in tempi
più recenti, peraltro proprio in coincidenza con la
modernizzazione del Paese.
Una questione politica. Forse, suggerisce ancora Lupo,
bisognerebbe provare a distinguere il fenomeno dal suo contesto,
indagando il modo con cui l'organizzazione mafiosa si appropria
dei codici culturali, li strumentalizza, li modifica, ne fa un
collante per la propria tenuta. Si pensi ad esempio al rifiuto del
concetto dell'impersonalità della legge, al disprezzo per gli
"sbirri" e per chi con essi collabora, tratti certamente molto diffusi
tra gli appartenenti ad ogni ceto nella Sicilia otto-novecentesca, ma
che dalla mafia vengono riutilizzati secondo proprie finalità.
Anche in tempi moderni e pur in contesti diversi, la mafia ha
sempre fornito di sé una sola immagine: non delinquenza, ma
rispetto della legge dell'onore, difesa di ogni diritto, protezione
dei deboli, grandezza d'animo. Dunque è innanzitutto la mafia a
descrivere sé stessa come costume e come comportamento, come
espressione della società tradizionale, fornendo un mito,
costruito, in contrapposizione (ma opportunisticamente
dialogante) ad un ordine statuale invadente ed alieno. Ogni
mafioso ci tiene a presentarsi nella veste del mediatore e del
pacificatore di controversie, ostentando una "giustizia" rapida ed
esemplare.
vedi anche: http://www.cliomediaofficina.it/7lezionionline/lupo/lupo.html