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Liberazione 15.6.2005                           

La chiesa rinuncia
alle anime
ed entra in
politica

Rina Gagliardi
Lunedì, sull'onda del trionfo astensionista, aveva rilasciato dichiarazioni "signorili" - tipo «non mi sento un vincitore, ho fatto solo il mio dovere di vescovo». Il giorno dopo, ieri, la musica è cambiata: dismessi i toni soft, si è messo, nientemeno, che a dettare al Parlamento italiano le modifiche - pochissime, un nulla - che ora si possono fare alla legge 40. E lo ha fatto, affinché non ci fossero equivoci, dalla Radio Vaticana, ovvero dalla più ufficiale delle sedi mediatiche della Chiesa Cattolica. Stiamo parlando, naturalmente, di Sua Eminenza il cardinal Camillo Ruini, che ora discetta, perfino, di che cosa s'ha da intendere per «laicità». Si sente l'uomo del giorno, il capo della Cei. Si sente il Grande Vincitore. Ed in effetti, da alcuni mesi a questa parte, sembra averle azzeccate tutte. Prima, è stato (ben più dello Spirito Santo) il deus ex-machina della elevazione al soglio pontificio di Benedetto XVI, al punto da apparire (quasi) più lui che non Joseph Ratzinger il vero successore di Wojtyla. Poi, ha azzeccato la carta referendaria, letteralmente inventando la campagna astensionistica, e ottenendo i tre quarti di "consenso\assenso" dell'elettorato italiano. Infine, ha mostrato di essere un punto di riferimento dell'intera Chiesa cattolica europea: si veda la annunciata manifestazione in Spagna contro il permissivismo ateo delle leggi di Zapatero. Un bilancio, per il Cardinale, davvero lusinghiero e trionfale? In realtà, questa è solo una parte della verità, e forse della verità più "effimera": quella che attiene alla sfera dell'autonomia del Politico, della Politica come potenza, sfera privilegiata della riorganizzazione delle classi dominanti, dopo la crisi del berlusconismo. Ma, dal punto di vista dei processi sociali di fondo, dal punto di vista "strategico", Camillo Ruini - e le massime gerarchie cattoliche - non hanno affatto vinto: giacché hanno sostanzialmente cavalcato, con astuzia e sapienza tattica, una tendenza profonda della società italiana (la rivolta antielitaria e "antipolitica") che però esisteva (ed esiste) in proprio. Ad essa, certo, hanno fornito "piena legittimità morale" e di essa hanno fatto (e faranno) un pieno uso strumentale. Eppure, la Chiesa non ha affatto riconquistato l'egemonia sulla società italiana: la sua, in fondo, è una non-vittoria. Vediamo di argomentare meglio la natura e i perché di questa - apparente - dicotomia.

Certo, il 12 e 13 giugno la Chiesa cattolica è riuscita a rovesciare la "legge" che finora l'aveva vista sconfitta in ogni consultazione popolare, in ogni referendum connesso a temi di natura morale, etica, "civile".

Questo dato non va sottovalutato, anche se il paragone storico con i referendum vinti dallo schieramento laico e progressista (divorzio e aborto) non può esser proposto, più di tanto (sono passati troppi lustri, rispetto al '74 e anche all'81, troppo diverse erano, rispetto al presente, sia la società che la politica che la Chiesa italiane). In ogni caso, la Chiesa esce politicamente rafforzata da questo risultato. E con essa, è più forte proprio il progetto ruiniano: quello di una riscossa del cattolicesimo che seppellisce ogni istanza di tipo sociale e pacifista, e punta tutto, con grande spregiudicatezza laica, sulle alleanze: con i laici conservatori, moderati, neocon (compresi gli "atei devoti"), nonché sulle alleanze politiche. In Italia, l'ipotesi neo-centrista, giust'appunto, che non è la costruzione di un nuovo partito o di un nuovo soggetto politico postdemocristiano, ma la crescita delle componenti neocentriste dei due poli, e della loro influenza. In Europa, la "ri-mobilitazione" del clero, e dei suoi rapporti con il potere, compresi i luoghi che sembrerebbero "perduti" come la Francia (dove però nel nuovo governo Villepin è comparso un ministro cattolicissimo, Douste-Blazy).

E dunque? Dunque, per tentar di contrastare il proprio tramonto, almeno nell'Europa occidentale avanzata, la Chiesa cattolica gioca la pura carta del potere. O dell'astuzia parassitaria, come abbiamo visto nel referendum: alle masse di popolo non è stato chiesto un gesto in qualche modo attivo, una forma riconoscibile di mobilitazione, è stato domandato tutto l'opposto - un non-fare, un non-scegliere, un non-starci. Un atto che non costava nulla e copriva tutto, disinformazione, incomprensione del quesito, inerzia, lontananza, dubbio, religiosità intensa e secolarizzazione. Un atto nel quale e con il quale riemergeva una tendenza profonda della società italiana - che può virare a sinistra, nel voto politico, nel desiderio di liberarsi di Berlusconi, ma che in troppi suoi luoghi è a tutt'oggi "desertificata" in quanto a valori e presenza diffusa della sinistra. Ma qualcuno può realisticamente pensare che, davvero, il 75 per cento degli italiani è pronto a seguire i precetti della dottrina morale cattolica? O a rinunciare ai propri stili di vita edonistici e opulenti, quando ce li ha, perché glielo chiede il parroco? O a buttare alle ortiche la legge 194? In realtà, la Chiesa non ha più, da un pezzo, alcuna egemonia sui comportamenti reali e concreti delle persone, sulla loro sessualità, sui loro orientamenti etici: all'opposto, essa, i suoi valori peculiari, sono negati ogni giorno dall'onnivorità del mercato, nonché dall'aggressività della globalizzazione in crisi, che travolge ogni residuo di Sacro. Sono le stesse ragioni, a ben vedere, che spingono una parte non piccola del mondo cattolico a scegliere pratiche alternative e a praticare con sempre maggiore frequenza quell'alterità radicale e pacifista che tanto ha contaminato di sé i movimenti di questi anni: ecco un'opzione (interna alla Chiesa) che resta pienamente in campo. Il potere ecclesiastico, invece, da queste stesse ragioni trae conclusioni "collusive con l'esistente" quasi diametralmente opposte. Può anche vincere, chissà: ma alla precisa condizione di perdere l'anima sua.