FEMMINICIDIO
e tematiche di genere
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Nuestras Hijas de Regreso a Casa
è un’organizzazione costituita da familiari ed amici vicini alle
giovani assassinate e desaparecidas. La sua nascita
risale al febbraio 2001, con una serie di proteste pubbliche
provocate dall’impotenza e dall’indignazione sommate al dolore
di perdere un essere amato in queste circostanze: in questo caso
la sparizione -ed il successivo assassinio- di Lilia Alejandra
García Andrade, che dopo aver subito intense torture per cinque
giorni, fu strangolata e il cui corpo venne gettato in un campo
incolto.
Queste denuncie poco a poco si convertirono
in quello che adesso è Nuestras Hijas de Regreso a Casa
(Le nostre figlie di ritorno a casa), infatti con
l’aumentare delle famiglie che si unirono a questo movimento
di lotta, fu necessario intraprendere azioni che
rispondessero alle esigenze di giustizia giuridica. Il
lavoro è stato serio e responsabile e il nostro operato ha
portato il tema delle donne assassinate a Ciudad Juarez su
un piano nazionale ed internazionale non solamente per ciò
che riguarda la diffusione di questi fatti orribili e
dolorosi, ma anche nella ricerca di soluzioni: una volta
esaurite le istanze di giustizia messicane, in alleanza con
altre organizzazioni, abbiamo portato le nostre denuncie
fuori dal paese, con l’intenzione che i casi venissero
chiariti davanti alla Corte Interamericana dei Diritti
Umani, e che si ponesse fine a questa terribile strage di
donne così come all’impunità dei crimini. Le
fondatrici di questa organizzazione sono Marisela Ortiz
(maestra di Lilia Alejandra) e Norma Andrade (madre di Lilia
Alejandra); attraverso una serie di proteste e denuncie
pubbliche (che ebbero eco nella società ma non tra le
autorità ed il governo), le nostre voci ed i lamenti hanno
attratto sempre più famiglie che si sono avvicinate per
chiedere appoggio, visto che le autorità non ne cercano le
figlie che vennero sequestrate da sconosciuti nella città di
Chihuahua (marzo 2001) simultaneamente alla sparizione e
uccisione di Lilia Alejandra.
leggi tutto vedi
anche il
blog di
Humberto Robles
|
colsi la prima mela
di liadiperi
solitaria per forza
La Sindrome di Medea
Crista
Wolf
VIOLENZA SULLE DONNE:
PARLIAMO DI FEMMINICIDIO dell'associazione italiana Giuristi
democratici.
Che cos'è il genere?
aclickinthewall.wordpress.com
(traduzione di Anita Silviano)
L’econimia femminista, un nuovo modello di sviluppo
http://liadiperi.blogspot.com/2012/01/leconomia-femminista-comporta-un-nuovo.html
Lo
'stupratore immigrato', 'la badante', 'la puttana'
di Sonia
Sabelli
Intervento
al convegno transnazionale Fuori e dentro le democrazie sessuali, che si
è svolto a Roma il 28 e 29 maggio 2011, organizzato da Facciamo Breccia
Islamofobia:
"La donna è trasformata in capro espiatorio sulla quale esercitare
pressioni" intervista
a a Ndeye Andujar e Laure Rodrigue
Un anno
di impunità negli omicidi degli attivisti Bety Cariño e di Jaakkola
i Patricia Briseño, correspondente Cimac
Morire di rogo
di Ana Lia Glas
Patriarcato e fondamentalismo, due facce
della stessa medaglia
di Cléo Fatoorehchi
Il diritto
di essere donna e mussulmana. Il femminismo islamico
di Alba Garcia Onrubia
Le donne mussulmane femministe esigono
la parità di genere nel contesto dell'Islam da webislam.com
Islamofobia:
"La donna è trasformata in capro espiatorio sulla quale esercitare
pressioni" intervista
a a Ndeye Andujar e Laure Rodrigue
Messico: ricomincia il femminicidio
Susana Chávez, uccisa lo scorso 6 gennaio. È la prima vittima di
femminicidio a Ciudad Juárez del 2011
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Mettere in dubbio il genere - di Regina Martínez
(traduzione di Anita Silviano)
Questo è un
argomento che comporta non poche remore, perché fondamentalmente non
siamo abituati a discutere di tematiche di questo tipo. Chi mi
conosce sa già che il mio tentativo è sempre stato quello di
strappare certe discussioni dagli angusti spazi destinati agli/alle
addetti ai lavori o alle sedi accademiche. Pensare che siano
argomenti marginali non solo è il prodotto di un pregiudizio
politico ma cosa peggiore è restare estranei alla storia.
Anita
Silviano
Tra de-costruzione e analisi marxista
del/dei genere/i
Il termine genere racchiude una serie
di caratteristiche e norme di comportamento associati al maschile e
femminile.
"Non nasciamo donne, lo diventiamo"
Queste parole di Simon de Beauvoir (Il secondo sesso, 1949)
immaginiamo che furono un cruciale affronto al determinismo che
cercava di giustificare la disguaglianza sulla base delle differenze
fisiche.
Più paziente,più sensibile, più dedita
alla cura. Le caratteristiche associate alla femminilità cercano di
giustificare la diseguaglianza esistente e i ruoli che la società ci
assegna. Ma la realtà è che in funzione del momento storico, il
contesto culturale e la classe sociale hanno creato diverse
aspettative e situazioni.
Marx diceva che le idee dominanti
nella società sono le idee della classe dominante. Mentre alla fine
del XIX e parte del XX secolo si imponeva il ruolo della donna come
" angelo del focolare" (pura, credente, delicata, innocente) le
lavoratrici venivano sfruttate in condizioni abominevoli...
Attualmente gli sforzi e le ossessioni
per ottenere un corpo perfetto tormenta molte donne, risponde più
alla mercificazione ( cosmetica, pornografia, moda) del corpo e al
cliché della donna ricca ( quella che si presenta come un bene in
più per suo marito) che agli interessi delle donne comuni. Sojouner
Truth, schiava afroamericana abolizionista, lo illustrava
brillantemente: " Gli uomini affermano che la donna ha bisogno di
aiuto per salire su un'auto. Nessuno mi ha aiutata a salire su una
macchina, che forse non sono donna? Guardate le mie braccia! Ho
arato e piantato e raccolto la vendemmia e non c'è uomo che possa
superarmi in questo, che forse non sono una donna? [...]”.
Gli stereotipi di genere si
trasformano in una prigione: un uomo sensibile è debole , una donna
aggressiva non è femminile. Però succede che si mescolino con
l'orientamento sessuale e una donna "poco femminile" si percepisce
come lesbica, mentre un uomo "molto mascolino" rientra
nel'eterosessualità.
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Come si è più volte ribadito né la
sessualità né il genere sono concetti fissi, ma dipendono dalla
cultura e dal momento storico.
Infatti il termine omosessuale nacque
in un momento molto specifico in Occidente e in altre culture
troviamo differenti tipologie della combinazione sesso-genere. Per
esempio i berdache di alcune società nativi americani nascono
uomini, si vestono da donna, hanno uno status di tutto rispetto e un
ruolo spirituale nella società e si sposano con uomini non berdache,
che a loro volta non sono considerati "gay".
Pertanto se tralasciamo un poco di
vederci come ombelico dell'occidente, ci accorgeremo che neppure le
classificazioni che includono l'eterosessualità, omosessualità e
bisessualità sono universali. Nè lo è l'ossessione alla
medicalizzazione di quelle persone intersessuali che alla nascita si
pensa non abbiano quelle caratteristiche fisiche che definiscono una
donna o un uomo e si interviene chirurgicamente con perdita del
piacere e l'affettazione identitaria che comporta.
Anche coloro che non soddisfano gli
stereotipi eteronormativi, vengono stereotipati. Il capitalismo
quando non può schiacciare le differenze o il dissenso cerca di
assorbili a suo vantaggio.
Dopo la liberazione sessuale degli
anni '60, si produce la sessualizzazione brutale della donna sotto
il neoliberismo; dopo le vittorie del movimento LGBT irrompe in
seguito la cosiddetta 'valuta' rosa.
Le lotte hanno fatto avanzare
moltissimo, ma non possiamo fermarci perché il sistema cerca di
fagocitarci costantemente.
Auto-designazione
Negli anni '90 arriva una nuova
visione che mette in dubbio i precetti dei due movimenti sociali
cruciali per questione sessuale.
In primo luogo la messa in discussione
del femminismo della differenza, che assumendo le caratteristiche
del femminile, favorisce la identificazione della donna come classe
o genere separato dall'uomo, ma allo stesso tempo come un tutt'uno
omogeneo che lascia fuori i non occidentali e i transessuali.
Dall'altra parte questa nuova visione
sfida anche la prospettiva dei gruppi LGBT che guidano movimenti
separatisti per l'identità accettando implicitamente che essere
omosessuali sia qualcosa di atipico.
La teoria Queer rivoluziona il
panorama, sfidando la nozione di sessualità come qualcosa di rigido
e incasellato. Come spiega Judith Butler (fiosofa e docente
americana):
"Queer è un ternime che mira ad
evitare di dover presentare la carta d'identità prima di entrare ad
una riunione […], è un argomento contro una certa normatività".
Non esiste una classificazione
valida,tutte le identità sociali sono egualmente anomale.
Per coloro che utilizzano il marxismo
come strumento analitico di lotta, quet'analisi è condivisibile: i
confini tra le identità sessuali sono una mera costruzione sociale.
Il rifiuto ad essere etichettato e stigmatizzato è altamente
rivoluzionaria perché evita almeno concettualmente la segregazione.
Tuttavia risiede qui uno dei problemi. Gran parte di questa teoria (queer)
nasce dal post strutturalismo e dal post-modernismo, che nega
l'esistenza della classe lavoratrice e rileva il linguaggio e la
politica, come strutture del potere contemporaneo, senza offrire una
spiegazione dell'origine e della oppressione sessuale e di genere.
D'altra parte con la semplicità tipica delle generalizzazioni, dato
che vi sono collettivi e movimenti più radicali e anticapitalisti ,
la strategia di lotta parte dall'auto-designazione, dai cambiamenti
nello stile di vita e dagli eventi culturali.
La de-costruzione del genere
presuppone la possibilità di costruire un movimento unitario nella
più ricca diversità. E questa unità si ottiene a partire dalla lotta
anticapitalista, dato che il sistema perseguita quelle tendenze e
sessualità che non soddisfano la riproduzione a buon mercato e
garantita della classe operaia promossa dalla famiglia nucleare, che
come hanno detto molti attivisti prima di essere un rito
ultracattolico è radioattiva.
http://www.enlluita.org/site/?q=node/3818
(traduzione di Anita Silviano)
Femminismo nero e postcolonialedi Adrienne
Rich
.pubblicata su fb da Anita Silviano il giorno lunedì 14 novembre
2011 alle ore 23.33.Nell’ambito del modulo Introduzione agli studi
delle donne e di genere di Maria Serena Sapegno
Sapienza Università di Roma, anno accademico 2011/2012, primo
semestre, dalla bibliografia posto questo articolo della saggista e
poeta femminista, Adrienne Rich
La politica del posizionamento
di Adrienne Rich
Qualche anno fa avrei parlato dell'oppressione delle donne e dei
movimenti delle donne sorti in tutto il mondo, di storie occultate
sulla resistenza delle donne e dei loro limiti, del fallimento di
tutta la politica precedente nel riconoscere l'universale ombra del
patriarcato e della speranza che le donne ora, in un periodo di
crescente consapevolezza e di urgenza globale, possano superare ogni
confine nazionale e culturale per creare una società libera dalla
sete di potere, in cui "la sessualità, la politica, ... il lavoro,
... l'intimità ...ed il pensiero stesso saranno trasformati1. Avrei
detto tutto questo come femminista, alla quale è "capitato" di
essere una cittadina bianca degli USA, consapevole dell'abilità del
mio paese di esercitare la violenza e l'arroganza del potere, e
nello stesso tempo, semi-distaccata da quel governo, avrei potuto
citare senza pensarci due volte una frase di Virginia Wolf nelle Tre
Ghinee "come donna non ho una patria, come donna non voglio una
patria, come donna la mia patria è il mondo intero.
Ognuno di noi può vedere la sua casa come una piccola macchia in un
enorme paesaggio o come il centro dal quale dei cerchi si dilatano
in un universo sconosciuto. Quello che ora mi preme è il problema
del sentirsi al centro, ma il sentirsi al centro di cosa? Come donna
ho una patria; come donna non posso liberarmi di quella patria solo
condannando il suo governo dicendo per ben tre volte "come donna la
mia patria è il mondo intero". Lealismo tribale a parte, anche se le
nazioni-stato sono oggi solo pretesti usati dalle varie
multinazionali per servire i loro interessi, io ho bisogno di sapere
come un luogo sulla carta geografica possa avere un posto nella
storia entro il quale come donna, ebrea, lesbica e femminista io mi
formo e cerco di creare. Non desidero iniziare da un continente, da
una nazione o da una casa in particolare, ma dal posto più vicino
geograficamente, ossia il corpo. E' proprio qui che, almeno, io so
di esistere, si, quell'essere umano vivente che già Karl Marx definì
"la prima premessa di tutta la storia umana"2 Tuttavia non è come
marxista che sono approdata a questa scoperta, e neanche tutti i
miei studi storici, letterari, scientifici e teologici mi sono stati
d'aiuto nel processo della conoscenza di me stessa. Ci sono arrivata
da femminista radicale, con la politica della gravidanza e della
maternità, con la politica dell'orgasmo e dello stupro,
dell'incesto, dell'aborto, con la politica del controllo delle
nascite, della sterilizzazione forzata, della prostituzione e del
sesso coniugale e con quella che è stata definita liberazione
sessuale, con l'eterosessualità e con il lesbismo. Le femministe
marxiste sono state delle pioniere in questo campo ma per molte
donne che ho conosciuto, il desiderio di cominciare dal corpo
femminile da sole, è stato interpretato non come l'applicazione del
principio femminile alle donne ma come terreno fertile per poter
esprimere il senso di autorità delle donne, in altre parole è stato
interpretato non per trascendere il corpo ma per ottenerlo. Per
ricollegare il nostro pensiero e le nostre parole con il corpo di
questo particolare essere umano che è la donna, cominciamo dal
problema madre.
Cominciamo con i fatti e rivediamo la lunga lotta contro il
privilegio e l'eminenza dell'astrazione. Probabilmente è questo il
punto centrale del processo rivoluzionario, sia che lo si voglia
chiamare marxista, terzomondista, femminista o in tutti e tre i
modi. Molto tempo prima del diciannovesimo secolo, le streghe
empiriste del Medio Evo europeo si affidavano ai loro sensi e con
rimedi rudimentali lottavano contro i dogmi anti-empirici,
anti-materiali e poco sensibili della Chiesa, morendone così a
milioni. "Una rivolta contadina guidata dalle donne?", in ogni caso
una ribellione contro un'idolatria di pure idee, contro la credenza
che le idee hanno una vita propria e fluttuano a lungo sulle teste
della gente comune, le donne, i poveri e gli emarginati3. Le teorie
separate dalla quotidianità della gente ritornano alla gente stessa
sotto forma di slogan. La teoria - la capacità di vedere le
possibilità, il mostrare la foresta e anche gli alberi - è come la
rugiada che sale dalla terra e sotto forma di pioggia ritorna alla
terra in un processo senza fine.
Ho appena scritto una frase ma l'ho cancellata, in essa ho detto che
le donne hanno sempre compreso la lotta contro la libera e
fluttuante astrazione anche quando erano intimidite dalle idee
astratte. Non voglio scrivere quella frase qui, ora, quella frase
che comincia con "le donne hanno sempre...". Abbiamo iniziato qui il
discorso respingendo frasi che cominciano con "le donne sono state
sempre e ovunque asservite all'uomo" oppure "le donne hanno sempre
avuto l'istinto materno". Se abbiamo capito qualcosa in questi anni
sul femminismo del XX secolo, è che quel "sempre" cancella tutto
quello che veramente abbiamo bisogno di sapere: quando, dove e in
quali condizioni può essere vera quella frase?
E' assolutamente necessario porsi questi interrogativi - dove,
quando e in quali condizioni le donne hanno agito o sono state
manipolate? Tanta è la gente che lotta contro l'asservimento ma ora
e anche in futuro è importante che si parli dell'asservimento
specifico della donna, indagando nel nostro specifico luogo, il
corpo femminile. E' importante che si parli soprattutto della nostra
attiva presenza come donne. Abbiamo creduto, ed io continuo a
crederci, che la liberazione delle donne fosse come un cuneo
inserito in tutto il pensiero radicale, che potesse allargare quelle
strutture che ancora oppongono resistenza, liberare l'immaginazione
e unire ciò che è stato pericolosamente diviso. Come abbiamo già
detto, concentriamoci ora sulle donne: facciamo in modo che gli
uomini e le donne si sforzino con coscienza ad ascoltare ciò che le
donne dicono; insistiamo su quei particolari momenti che consentono
a più donne di parlare; ritorniamo alla terra, intesa non come il
paradigma "donne", ma come un luogo, un posto.
Forse abbiamo bisogno di una moratoria quando diciamo "il corpo"
perché è anche possibile astrarre "il" corpo. Quando scrivo "il
corpo", non vedo niente di particolare. Scrivere, invece, "il mio
corpo" mi spinge all'interno dell'esperienza vissuta e nella sua
particolarità: vedo cicatrici, sfregi, appannamenti, danni, perdite
ma anche tutto ciò che mi fa piacere. Le ossa ben nutrite dalla
placenta; i denti di una persona borghese che è stata visitata due
volte all'anno dal dentista sin dall'infanzia. La pelle bianca,
segnata dalle cicatrici di ben tre gravidanze, da una
sterilizzazione consapevole, da un'artrite cronica, da quattro
operazioni, da depositi di calcio, da nessuno stupro e da nessun
aborto, da lunghe ore alla macchina da scrivere, la mia non quella
di un ufficio, e così via. Dire "il corpo" mi offre un'altra
prospettiva rispetto alla prima. Dire "il mio corpo" riduce la
tentazione di asserzioni grandiose.
Ora vi racconterò i primi e ovvi fatti della vita di questo corpo
bianco e di genere femminile o, se volete, di genere femminile e
bianco. Sono nata nel reparto bianco di un ospedale che separava
nella sala parto le donne nere da quelle bianche e i bambini neri da
quelli bianchi nel nido, proprio come separava i corpi neri da
quelli bianchi nell'obitorio. Mi hanno definita bianca prima ancora
che femmina. Anche se inizio dal mio corpo devo dire che sin dal
principio quel corpo aveva più di un'identità. Quando fui portata
via dall'ospedale nel mondo, venivo vista e trattata da femmina e
anche da bianca sia dai bianchi che dai neri. Sono stata situata in
base al colore e al sesso allo stesso modo di una bambina di colore,
sebbene l'implicazione di un'identità bianca veniva mistificata
dalla presunzione che i bianchi sono al centro dell'universo.
Posizionarmi nel mio corpo significa molto di più che capire di
avere una vulva, un clitoride, un utero e un seno... Significa
riconoscere questa pelle bianca che mi ha consentito alcune cose ma
non altre.
Il corpo in cui sono nata non era solo di genere femminile e bianco,
ma anche ebreo e questo ha giocato in quegli anni, geograficamente
parlando, una parte determinante. Avevo quattro anni ed ero una
Mishling quando cominciò il Terzo Reich. Poteva essere Baltimora o
Amsterdam o Praga o Lòdz, la giovane scrittrice di dieci anni
potrebbe non avere alcun indirizzo. Io sono sopravvissuta a Praga,
ad Amsterdam, a Lodz e alle stazioni ferroviarie dei deportati,
sarei potuta essere una di quelle persone. Il mio nucleo sarebbe,
forse, potuto essere il Medio Oriente o l'A-merica latina e la mia
lingua sarebbe potuta essere una altra. Ma sono una ebrea
nord-americana, nata e cresciuta a 3.000 miglia dalla guerra
europea.
Cerchiamo, come donne, di vedere dal centro o nucleo d'origine. "La
politica", ho scritto una volta, "del farsi le domande delle
donne"4. Non siamo "il problema donna", siamo donne che fanno
domande, che si chiedono. Cercando di vedere di più e altrettanto
consapevole di essere vista, mi sono trovata nella luce, sono
cambiata. Ho cominciato a frantumare con pazienza il falso
universale maschile e accumulando pezzo su pezzo esperienze
concrete, confrontandole, ho cominciato a discernerne le modalità.
Ho provato rabbia e frustrazione verso il rifiuto dei marxisti o
della sinistra di affrontare le problematiche femminili e questo
tipo di lotta. E' facile ora semplificare questa delusione, ma la
rabbia è stata tanta e profonda, la frustrazione reale, sia nelle
relazioni personali che nelle organizzazioni politiche. Nel 1975 ho
scritto: Molto di quello che viene strettamente definito "politica"
sembra risiedere nel desiderio di certezze anche a costo
dell'onestà, per un'analisi che, una volta fatta, non ha bisogno di
essere riesaminata. Ed è questo il motivo per cui le donne sono così
indifferenti al Marxismo ai nostri giorni5. Là dove la politica si è
esternata, è stata sentita come un punto morto, tagliata fuori dalle
vite quotidiane di donne e uomini, e si è chiusa in un gergo
rarefatto, in un gergo di élite, una sorta di enclave, si è
settarizzata, alimentandosi degli errori di tutti i suoi membri. Ma
anche se ci siamo scrollate di dosso Marx, i marxisti accademici e
la sinistra settaria, alcune di noi, definitesi femministe radicali,
hanno capito meno cosa fosse la liberazione delle donne che la
creazione di una società senza dominatori; non volevamo indicare
altro che la via per rinnovare tutti i rapporti tra gli esseri
umani. Il problema era che non sapevamo quello che volevamo dire
quando dicevamo "noi".
Il patriarcato non esiste in alcun luogo allo stato puro; siamo le
ultime ad aver messo piede in un groviglio di oppressioni maturatesi
per secoli. Questo non è il vecchio gioco da bambini dove tu scegli
un filo di un colore della rete lo ripercorri all'indietro per
trovare il tuo premio, ignorando gli altri , il tutto per puro
svago. Il premio è la vita stessa, e molte donne nel mondo devono
lottare per le loro stesse vite e, allo stesso tempo, su diversi
fronti.
Noi ... spesso troviamo difficile separare la razza dalla classe e
dall'oppressione sessuale perché nelle nostre vite le percepiamo
molto spesso in modo simultaneo. Sappiamo che c'è un qualcosa come
l'oppressione razzial-sessuale che non è solo e unicamente razziale
né solo sessuale... Dovremmo distinguere la reale situazione di
classe delle persone che sono lavoratori caratterizzati da una razza
ed un sesso di appartenenza; l'oppressione razziale e sessuale è un
fattore determinante e significativo nelle nella loro vita
lavorativa ed economica. Questa citazione fa parte dello statuto del
1977 del Collettivo Combahee River, uno dei più importanti documenti
del movimento delle donne negli USA, che offre una definizione del
femminismo nero chiara e inflessibile sull'esperienza della
simultaneità delle oppressioni6. Abbiamo teorizzato anche sulla
lotta contro l'astrazione libera.
Dobbiamo riconoscere la natura circoscritta del (nostro) essere
bianche/i7. Sebbene siamo state emarginate come donne, abbiamo pure
emarginato altri in qualità di produttrici di teoria bianca e
occidentale, perché la nostra esperienza di vita è, senza alcun
dubbio, bianca, perché anche le nostre "culture delle donne" sono
radicate in qualche tradizione occidentale. Avendo riconosciuto il
nostro posizionamento, avendo dato un nome alla terra dalla quale
proveniamo, abbiamo dato per scontate queste condizioni creando
confusione tra quello che volevamo, le nostre aspettative bianche ed
occidentali e quelle propriamente femminili8, abbiamo avuto paura di
perdere la centralità dell'uno anche se tendevamo (rivendicavamo
l'altro) verso l'altro.
Come definisce la teoria una femminista bianca? E' qualcosa che
tutte le donne bianche producono o che fanno solo le scrittrici?
Come definisce "un'idea" il femminismo bianco occidentale? Come
lavoriamo per costruire una coscienza femminista bianca ed
occidentale che non sia semplicemente centrata su se stessa e che
resista ai limiti della cultura bianca?
E' stato attraverso la lettura di opere e anche attraverso le azioni
e i discorsi e i sermoni di cittadini neri statunitensi che ho
cominciato a capire il mio essere bianca come punto di
posizionamento del quale avevo bisogno di sentirmi responsabile.
Anche la lettura di poesie di donne contemporanee cubane mi ha
aiutato a capire il nord America come luogo che ha così
profondamente influenzato (plasmato) il mio modo di vedere le cose e
le mie idee, un luogo del quale ero in parte responsabile.
Ho viaggiato poi in Nicaragua, dove in una terra povera, in una
società di soli 4 anni che si prodigava ad estirpare la miseria,
sotto le colline ai confini con l'Honduras, potevo sentire
fisicamente alle mie spalle il peso degli Stati Uniti d'America, del
suo esercito, dei suoi vasti interessi economici, dei suoi mass
media; riuscivo a capire cosa significasse, dissidente o meno,
essere parte di quel potere, di quella fredda ombra che proiettiamo
ovunque nel sud del mondo.
Negli Usa a molte persone è stato impedito di sviluppare il proprio
processo di crescita ed i loro movimenti. Per 40 anni abbiamo
sentito dire che siamo i guardiani della libertà, mentre dietro la
"Cortina di Ferro" c'è solo manipolazione e terrore. Da qui la
caccia alle streghe negli anni '50. La sensazione di falsità, di
mistero e la paranoia che circondava il partito comunista americano
dopo le dichiarazioni di Khrushchev del 1956 portò alla perdita di
30.000 membri in poche settimane e quei pochi che rimasero,
rimasero, in realtà, a parlare solo di questo. Chiunque fosse ebreo,
omosessuale o appartenente a qualunque altra minoranza diversa,
veniva sospettato di essere "comunista". E fu così che una coltre di
neve si posò sul radicalismo statunitense. E, sebbene parte del
movimento femminista nord americano nacque dai movimenti neri degli
anni '60 e dalla sinistra studentesca, le femministe non hanno solo
sofferto le esperienze femminili rimosse e distorte, ma anche la
rimozione e la distorsione generale dei grandi movimenti
progressisti9.
Il movimento per il cambiamento risiede nei sentimenti, nelle azioni
e nelle parole. Tutto ciò che circoscrive o mutila i nostri
sentimenti, come il pensiero astratto, le rigide lealtà tribali,
ogni tipo di ipocrisia, presunzione e l'arroganza di ritenerci al
centro di tutto ci rende più difficile l'agire che resta reattivo e
ripetitivo. E' duro guardare indietro di un anno o cinque anni ai
limiti della mia conoscenza; come riuscivo a guardare senza vedere?
E come riuscivo a sentire senza ascoltare? Può essere difficile
essere generose/i con quelle/i che eravamo in passato e continuare a
credere al nostro percorso specialmente negli USA dove le identità e
le lealtà sono state messe da parte senza alcun problema
nell'intento di renderci tutti "americani". Ma come, se non tramite
noi stesse, possiamo capire ciò che spinge gli altri a cambiare? Le
nostre vecchie paure e i nostri rifiuti, cosa potrebbe aiutarci a
farle andar via? Che cosa ci porta a decidere che dobbiamo rieducare
noi stesse/i e anche quelli di noi con una "buona" educazione? Una
vita politicizzata dovrebbe affinare sia i sensi che la memoria.
La difficoltà di dire "io" è una frase tratta dalla scrittrice della
Germania orientale Christa Wolf10. Ma una volta espressa, mentre ci
rendiamo conto di voler andare oltre, non è difficile articolare il
"noi"? Non puoi parlare per me. Non posso parlare per "noi". Due
modi di pensarla: non c'è nessuna forma di liberazione che sappia
dire soltanto "io". Non c'è nessun movimento collettivo che possa
parlare per ognuno di noi fino in fondo. E così, anche i pronomi
comuni diventano un problema politico.
*
64 missili cruise a Greenham Common e a Molesworth
*
112 a Comiso
*
96 missili Pershing II nella Germania occidentale
*
96 per il Belgio e l' Olanda.
Questa è la previsione per i prossimi anni.
Negli Usa e in Europa diranno no, a tutto questo e alla
militarizzazione del mondo, migliaia di donne.
Un approccio che fa risalire il militarismo al patriarcato e il
patriarcato alla qualità fondamentale del mondo maschile che può
essere demoralizzante e anche paralizzante... Forse è possibile
essere meno preoccupati sulle "origini delle cause". Potrebbe essere
più utile chiedersi: come si ripetono questi valori e questi
comportamenti di generazione in generazione11? La valorizzazione
dell'essere uomo e della maschilità. Le forze armate come l'estrema
rappresentazione della famiglia patriarcale. L'idea arcaica delle
donne come "home front" anche mentre i missili esplodono nei cortili
del Wyoming e del Mutlangen. La crescente preoccupazione che un
movimento anti-nucleare e anti-militarista deve essere un movimento
socialista, anti-razzista e anti-imperialista. Inoltre, non è
abbastanza preoccuparsi per la gente che conosciamo, gente come noi,
noi stesse/i. E non ci rende più forti l'arrenderci ai terrori
astratti del puro annichilimento. Il movimento anti-nucleare e
anti-militarista non può spazzar via i missili come movimento che
vuole salvare la civiltà bianca dell'Occidente. Il movimento per il
cambiamento è un movimento che cambia, che cambia se stesso, che si
libera della propria mascolinità, che si libera della sua
occidentalità, diventando un peso critico che dice in tante voci,
lingue, gesti e azioni: deve cambiare, noi stesse/i possiamo
cambiarlo. Noi che non siamo le/gli stesse/i, noi che siamo molte/i
e non vogliamo essere le/gli stesse/i.
Cercando di studiare me stessa durante la stesura di questo testo,
spesso ritorno a Sheila Rowbotham, la femminista socialista
britannica che ha scritto Beyond the Fragments:
«Un movimento ti aiuta a superare una parte della distanza
opprimente generata dalla teoria e questo è stato ed è una ...
continua meta creativa della liberazione femminile. Ma alcuni
sentieri non sono tracciati e le nostre basi d'appoggio svaniscono
... considero ciò che scrivo come una parte di un'affermazione più
ampia che sta iniziando. Io stessa faccio parte della difficoltà del
movimento, la difficoltà non è fuori di noi ma dentro».
Anche le mie difficoltà non sono esterne, tranne nel sociale. Non
credo più, i miei sentimenti non mi permettono di credere che
l'occhio dei bianchi vede dal centro. Tuttavia, spesso mi ritrovo a
pensare come se ancora credessi che questo sia vero, o che la mia
capacità di pensiero ristagna. Mi sento in uno stato di afasia, come
se il mio cervello e il mio cuore rifiutassero di parlare l'uno
all'altro. Il mio cervello, un cervello di donna, ha esultato nel
rompere i tabù contro il pensiero femminile, è decollato col vento
dicendo, io sono la donna che fa le domande. Il mio cuore impara in
modo più umile e laborioso che i sentimenti sono inutili senza i
fatti, che in fondo, ogni privilegio è ignorante.
Gli Stati Uniti non sono mai stati una nazione bianca, anche se per
molto tempo hanno servito gli interessi degli uomini bianchi. Il
Mediterraneo non è mai stato bianco. L'Inghilterra, l'Europa
settentrionale, anche se sono state totalmente bianche, non lo sono
più. In una libreria di sinistra a Manchester in Inghilterra, un
poster del Terzo Mondo diceva: NOI SIAMO QUI PERCHÉ VOI ERAVATE LI'.
In Europa gli Ebrei, gli abitanti originari del ghetto, sono sempre
stati considerati come un bersaglio razzista, sottoposti a leggi
speciali e a particolari tasse di entrata (nel ghetto), costretti a
spostarsi da un luogo all'altro e massacrati. Sono stati considerati
capri espiatori e alieni, non sono mai stati veramente visti come
europei ma come membri di un mondo più oscuro da controllare ed
eventualmente sterminare. Oggi le città europee hanno nuovi capri
espiatori, ovvero la diaspora dei vecchi imperi coloniali.
L'antisemitismo è un modello di razzismo, o il razzismo lo è per
l'antisemitismo? Ancora una volta, mi chiedo dove ci conduca questa
domanda. Non dovremmo iniziare da qui dove ci troviamo, quarant'anni
dopo l'olocausto, al centro della violenza medio-orientale, al
centro del potente fermento del Sudafrica, non dunque in un
dibattito sulle origini e sui precedenti ma nel riconoscimento delle
oppressioni simultanee?
Sto pensando molto alla preoccupazione sulle origini, mi sembra solo
un modo di fermare il tempo nel suo fluire. I triangoli sacri
neolitici, i vasi minoici con gli occhi fissi e con seni, le
figurine femminili dell'Anatolia, non erano esempi concreti, come i
frammenti di Saffo, di culture antiche rappresentanti l'affermazione
femminile, culture che godettero secoli di pace? E non sono state
pure immagini magnetiche di riflessione che hanno catturato il
nostro sguardo e lo hanno immobilizzato? L'attività umana non si è
fermata a Creta o a Çatal Hüyük. Non possiamo costruire una società
libera dall'autorità che ci riporti a qualche tribù o qualche città
di tanto tempo fa. Il costante potere spirituale di un'immagine vive
nell'in-terazione tra ciò che ci fa ricordare un qualcosa, ciò che
ci ritorna in mente e le nostre continue azioni nel presente. Quando
il labrys diventa lo stemma per il culto delle dee minoiche, quando
la vestale del labrys ha cessato di chiedersi che cosa sta facendo
su questa terra, là dove il suo amore di donna la coglie, anche il
labrys diventa un'astrazione, liberata dal caldo e dalla frizione
dell'attività umana. La stella ebraica sul mio collo deve servirmi
sia come monito e sia come simbolo per continuare a cambiare il mio
senso di responsabilità.
Quando leggo che nel 1913 le marce in massa delle donne in Sudafrica
provocarono l'annullamento delle leggi sul permesso di entrata, e
che nel 1956, 20.000 donne si riunirono a Pretoria per protestare
contro le leggi speciali per le donne, che la resistenza a queste
leggi veniva portata avanti nei villaggi di una terra remota e
punita con sparatorie, bastonate ed incendi; e che nel 1959, 2.000
donne dimostrarono a Durban contro leggi che prevedevano birrerie
per i soli uomini africani criminalizzando le tradizionali
distillerie domestiche delle donne; e che nello stesso tempo, le
donne africane hanno giocato un ruolo maggiore insieme agli uomini
nella resistenza all'Aparthaid, devo chiedere a me stessa perché mi
ci è voluto così tanto tempo per imparare questi capitoli della
storia delle donne e perché la leadership e le strategie delle donne
africane non sono state riconosciute come teoria in atto dal
pensiero femminista occidentale bianco. In un libro di due uomini
intitolato South African Politics pubblicato nel 1982, c'è solo una
voce sotto il nome "Donne" e nessun altro riferimento alla
leadership politica delle donne e alle azioni di massa)12. Quando
leggo che le difficoltà maggiori nei conflitti del decennio passato
in Libano sono state vissute politicamente da donne di donne
attraverso linee di classe, tribali e religiose, da donne che hanno
lavorato ed insegnato insieme nei campi dei rifugiati e nelle
comunità armate, sforzandosi con la lotta durante la guerra civile e
l'invasione israeliana, sono costretta a pensare che Iman Khalife _
la giovane insegnante che cercò di organizzare a Beirut, al confine
tra i territori cristiani e musulmani la marcia silenziosa pacifista
che fu soppressa a causa della minaccia del massacro dei suoi
partecipanti _ e altre donne come lei non sono venute fuori dal
nulla. E purtroppo, noi femministe occidentali che viviamo in
condizioni diverse da quelle descritte non siamo affatto
incoraggiate a conoscere questa storia.
In tutto il globo ci sono donne che si alzano prima del sorgere del
sole; ci sono donne che si alzano prima degli uomini e dei bambini
per pestare il riso, per accendere il fuoco, per preparare la pappa
ai bambini, il caffè, per stirare pantaloni, per intrecciare i
capelli, per tirar su l'acqua per un giorno intero dal pozzo, per
bollire l'acqua per il tè, per fare il bagno ai bambini che vanno a
scuola, per raccogliere le verdure e portarle al mercato, per
correre a prendere l'autobus per andare a lavoro. Non so quando
queste donne dormano. Nelle grandi città, all'alba, ci sono donne
che ritornano a casa dopo aver pulito gli uffici tutta la notte, o
dopo aver lucidato le sale degli ospedali o dopo aver tenuto
compagnia ai vecchi, ai malati ed ai moribondi, spaventati nell'ora
della loro morte. In Perù "le donne impiegano delle ore a ripulire i
fagioli da piccole pietre, la farina ed il riso; sgranano i piselli,
puliscono i pesci e tritano le spezie in piccoli mortai. Comprano
ossa o trippa al mercato e cucinano zuppe economiche e nutrienti.
Riparano vestiti fino a che questi non sono totalmente consunti e
cercano i grembiuli scolastici più a buon mercato, che possono
pagare solo con lunghe rateizzazioni. Vendono vecchie riviste in
cambio di bagnarole di plastica e acquistano giocattoli e scarpe di
seconda mano. Fanno chilometri per trovare un rocchetto di filo al
prezzo più basso possibile". Questa è una tipica giornata di lavoro
che non è mai cambiata, il lavoro femminile che serve alla
sopravvivenza del povero. Con luce fioca vedo ancora questa donna e
così anche la sua sveglia interiore che spinge fuori dal letto le
sue membra pesanti e forse anche doloranti. Accettando nel suo corpo
l'ultimo freddo spicchio della notte e andando incontro al sole
nascente, sento il suo respiro che da vita alla sua stufa, alla sua
casa, alla sua famiglia. Nel mio mondo nord americano, bianco hanno
cercato di dirmi che questa donna non pensa, né tantomeno riflette
sulla sua vita; che le sue idee non sono idee reali come quelle di
Karl Marx o di Simone de Beauvoir e che i suoi calcoli, la sua
filosofia spirituale, le sue attitudini per la legge e l'etica, le
sue decisioni politiche di emergenza sono solo reazioni istintive o
condizionate. Hanno anche cercato di dirmi che solo un certo tipo di
persone può fare teoria; che solo la mente bianca colta è capace di
formulare qualsiasi cosa; che il femminismo bianco borghese sa per
"tutte le donne" e che sia da prendere sul serio solo un pensiero
formulato da una mente bianca.
Negli USA, la teoria bianco-centrica non si è impegnata
adeguatamente su quei testi che hanno per oltre un decennio espresso
la teoria politica del femminismo americano nero, come lo statuto
del Collettivo Combahee River, i saggi e i discorsi di Gloria I.
Joseph, di Audre Lorde, di Berenice Reagon, di Michele Russel, di
Barbara Smith, di June Jordan per nominarne alcune delle più note.
Le femministe bianche hanno letto e imparato dalla antologia This
Bridge Called My Back: Writings by Radical Women of Color, e spesso
si sono limitate a vedere questa antologia come un semplice attacco
verso le femministe bianche. In tal modo i sentimenti delle bianche
rimangono al centro. Ho quindi bisogno di muovermi fuori dalla base
e dal centro dei miei sentimenti rettificando che i miei sentimenti
non sono il centro del femminismo.
Se leggiamo Audre Lorde o Gloria Joseph o Barbara Smith,
comprendiamo che le radici intellettuali di questa teoria femminista
non sono il liberalismo bianco o il femminismo euro-americano, ma
l'analisi dell'esperienza afro-americana articolata da Sojourner
Truth, da W.E.E. Du Bois, da Ida B. Wells-Barnett, da C.L.R. James,
da Malcom X, da Lorraine Hansberry, da Fannie Lou Harmer e da tanti
altri ancora? E comprendiamo anche che il femminismo nero non può
essere emarginato o visto soltanto come una reazione al razzismo del
femminismo bianco, né tantomeno come un contributo ad esso?
Riusciremo anche a capire che il femminismo nero si è sviluppato
organicamente dai movimenti neri e dalle filosofie del passato,
dalla realizzazione pratica di esse e dalle loro opere stampate? (E
che va sempre più aumentando il dialogo attivo tra le femministe
nere americane e gli altri movimenti di donne di colore all'interno
e anche al di là degli USA?)
Evitare questa sfida significa soltanto portare il femminismo bianco
lontano dai grandi movimenti per l'auto-determinazione e la
giustizia all'interno e contro il quale le donne definiscono se
stesse. Ripeto ancora una volta: Chi è questo noi? Siamo giunte alla
fine di questi appunti, ma non è realmente una fine.
Il testo di questo articolo è tratto dalla raccolta di scritti di
Adrienne Rich pubblicati dal 1979-85 da W.W. Norton & Company, New
York London.
1. Adrienne Rich, Of Woman Born: Motherhood as Experience and
Institution (New York:W.W. Norton, 1976), p. 286.
2. Karl Marx and Frederick Engels, The german Ideology, ed. C. J.
Arthur (New York: International Publishers, 1970) p.42.
3. Barbara Ehrenreich and Deirdre English, Witches, Midwives and
Nurses: A History of Women Healers (Old Westbury, n.y.: Feminist
Press, 1973).
4. Adrienne Rich, On Lies, Secrets, and Silence, Selected prose
1966-1978 (New York: W.W. Norton 1979) p. 17.
5. Ibid, p.193.
A.R. 1986: For a vigorous indictement of dead-ended Merxism and a
call to "revolution in permanence," see Raya Dunayevskaya, Women's
Liberation and the Dialectis of Revolution (Atlantic Highlands,
N.J.:Humanities Press, 1985).]
6. Barbara Smith, ed. Home Girs: A Black Feminist Anthology (New
York: Kitchen Table/Women of Color Press, 1983), pp.272-283. See
also Audre Lorde, Sister outsider: Essays and Speeches (Trumansburg,
N.Y.: Crossing Press, 1984). See Hilda Bernstein, For Their Triumphs
and for Their Tears: Women in Apartheid South Africa (London:
International Defence and Aid Fund, 1978), for description of
simultaneity of African women's oppression's under apartheid. For a
biographical and personal account, see Ellen Kuzwayo, Call Me Woman
(San Francisco: Spinsters/Aunt Lute, 1985).
7. Gloria I. Joneph, "The Incompatible Ménage à Trois: Marxism,
Feminism and Racism," in Women and Revolution, ed. Lydia Sargent
(Boston: South End Press, 1981).
8. See Marilyn Frye, The Politics of Reality (Trumansburg, N.Y.:
Crossing Press, 1983), p.171.
9. See Elly Bulkin, "Hard Ground: Jewish Identity, racism, and
Anti-Semitism,"in E. Bulkin, M.B.Pratt, and B. Smith, Yours in
Struggle: Three feminist Perspectives on Anti-Seminism and Racism
(Brooklyn, N.Y.: Long Haul, 1984; distribeted by Firebrand Books,
141 The Commons, Ithaca, NY 14850).
10. Christa Wolf, The Quest for Christa T, trans. Christopher
Middleton (New York: Farrar, Stras & Giroux,1970), p.174
11. Cynthia Enloe, Does Khaki Become You? The Militarism of Women's
Lives (London: Pluto Press, 1983), ch.8.
12. Women under Apartheid (London International Defence and Aid Fund
for Southern Africa in cooperation with the United Nations Centre
Against Apartheid, 1981), pp.87-99; Leonard Thompson and Andrew
Prior, South African Politics (New Haven, Conn.: Yale University
Press, 1982)). An article in Sechaba (published by the African
National Congress) refers to "the rich tradition of organization and
mobilization by women" in the Black South African struggle ([October
1984]: p. 9).
Links:
http://sonia.noblogs.org/?page_id=1437
http://w3.uniroma1.it/studieuropei/programmi/programmi2012/studonne_sape.htm
http://marginaliavincenzaperilli.blogspot.com/2011/11/femminismo-nero-e-postcoloniale-una.html
Il femminismo di destra non esiste
Beatriz Gimeno
Un articolo che r-imette le
cose a posto.Che dovrebbe far riflettere in modo particolare alcuni
movimenti di donne in Italia.
La scorsa settimana la femminista e saggista Naomi Wolf ha
pubblicato un articolo nel giornale 'Publico' intitolato " Il
femminismo reazionario" nel quale sosteneva incredibilmente, che le
donne repubblicane, vicine al Tea Party sono femministe e che il
femminismo fa male ad ignorarle.
L'articolo era di una povertà concettuale allarmante ancor più che
proveniva da un'autora che è una prestigiosa saggista.
Dal momento che la Naomi Wolf è una donna intelligente e finora
ancora femminista, può essere che sia diventata essa stessa di
destra ed abbia cominciato ad allungare il termine femminismo più in
là di dove può allungarsi. Può essere un altro tentativo di
appropriarsi di un termine di sinistra socialmente prestigioso da
parte della destra. O, forse, nient'altro che una pazzia. Vedremo...
Naturalmente queste politiche repubblicane, reazionarie, - così come
le definisce la stessa Wolf - non sono femministe.
Il femminismo non è una condizione naturale delle donne che stanno
in politica o sono in possesso di un lavoro.
Il femminismo è una teoria critica, è un movimento sociale e
politico, è un'etica, è un paradgma ideologico con minimi normativi
fuori dai quali non si può essere femminista. Inutile quindi dire
che si può essere uomo e femminista e donna e antifemminista. Altra
cosa è che è vero che queste donne reazionarie stanno dove stanno
grazie al femminismo, che possono votare grazie al femminismo, che
possono lavorare, avere i figli che desiderano, non essere proprietà
del marito, guadagnare denaro proprio, avere le loro proprietà,
grazie al femminismo.
Ciò significa che alcuni dei principi fondamentali del femminismo
sono diventati parte di ciò che sono considerati diritti umani,
sociali e politici indispensabili : il femminismo ha ampliato le
possibilità vitali, di uguaglianza e felicità per tutti e tutte.
Questo è un successo del femminismo e dimostra che quest'ultimo è
una delle rivoluzioni di maggiore successo del XX secolo in quanto è
riuscito a conseguire che alcuni dei suoi postulati siano stati
considerati patrimonio comune. Ma anche così,questo non fa
femminista chiunque li utilizzi , come non è socialista chiunque usi
la sanità pubblica
.Perché il femminismo è molto di più di questo
Dichiara Naomi Wolf che la libertà di scelta è la base del
femminismo. Non è vero, la falsa libertà di scelta sarà la base del
neoliberismo,non del femminismo. La base del femminismo è la
uguaglianza tra uomini e donne. Nonostante le perversioni alle quali
è esposta la parola "libertà", chiunque che non abbia un'deologia
neoliberista sa che la libertà di scelta non esiste senza una
precedente uguaglianza che la garantisca. Senza uguaglianza non c'è
libertà, se non per pochi, tra i quali raramente sono donne.
Al contrario, è sempre più evidente che essere femminista, cioè
puntare sulla parità tra uomini e donne,esige non solo non essere di
destra, ma essere anticapitalista.
La verità è che il capitalismo globalizzato e il patriarcato (che è
capitalista), due sistemi di oppressione interdipendenti sono
alleati; il primo esige manodopera a basso costo,
flessibile,impoverita, quasi schiava e il secondo sceglie il sesso
di questa manodopera. Il primo esige un tributo in povertà umana, il
secondo mette il sesso a questa povertà. La povertà è femminile, la
manodopera a basso costo in condizioni di semi-schiavitù è composta
da donne; i tagli ai servizi sociali di base sono sostituiti dai
lavori gratuiti o sotto-pagati delle donne; la proprietà dei mezzi
di produzione, della terra, della ricchezza è degli uomini,coloro
che non hanno terra sono le donne, che lavorano gratis sono donne,
le precarie, le sotto-pagate sono le donne; coloro che sono rapite e
ridotte in schiavitù per essere vendute come schiave sessuali o
cameriere domestiche al mondo ricco sono donne; colro che non sono
padroni dei loro corpi sono donne; coloro che sono costrette ad
abortire o ad essere sterilizzate se vi è sovrapopolazione sono
donne, ma coloro che sono obbligate a partorire contro la loro
volontà se la popolazione è scarsa sono donne; coloro che sono
analfabete perché non hanno soldi per istruirsi sono donne; coloro
che rimangono fuori dagli ospedali perché non ci sono soldi per i
medici sono donne; coloro che lavorano dall'alba al tramonto sono
donne; coloro che emigrano in cerca di un futuro migliore che può
trasformarsi in un incubo sono donne; colro che vengono uccise
perché chiedono un sindacato in una fabbrica (maquila) sono donne;
coloro che non hanno diritti lavorativi sono donne, ecc.
Questo è ciò che il capitalismo richiede alle sue vittime e il
patriarcato si incarica che queste vittime siano donne.
Così che essere femminista,lottare per l'uguaglianza, la libertà, le
opportunità per le donne richiede un cambiamento delle strutture
sociali, culturali, simboliche, ma anche economiche.
Cospedal, Sarah Paulin, Esperanza Aguirre, Margaret Thatcher e tutte
queste donne di destra non sono femministe, perché pur essendo
donne, le loro politiche peggiorano drammaticamente la condizione
della maggior parte delle donne.
Ciò è incompatibile con il femminismo.
Così che non si può essere femminista e di destra.
Così come si può essere donne e reazionarie e di fatto quelle
presentate da Naomi Wolf ne sono un esempio: reazionarie si,
femministe no.
Beatriz Gimeno, scrittrice ex presidente de la FELGT (Federación
Española de Lesbianas, Gays y Transexuales)
http://www.elplural.com/author/beatrizgimeno/
(traduzione di Anita Silviano)
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Che cos'è il genere?
Concetto di genere
aclickinthewall.wordpress.com traduzione di Anita Silviano
Genere è un concetto che si riferisce alla serie di caratteristiche,
ruoli e responsabilità che ogni società e ogni cultura attribuisce
agli esseri umani in funzione del loro sesso.
Il termine genere fa riferimento alle aspettative culturali per
quanto riguarda i ruoli e comportamenti degli uomini e delle donne.
Il termine distingue gli aspetti attribuiti a uomini e donne dal
punto di vista sociale determinati biologicamente. A differenza del
sesso biologico, i ruoli di genere, i comportamenti e le relazioni
tra uomini e donne (relazioni di genere) possono cambiare nel
tempo,anche se certi aspetti di questi ruoli derivano dalle
differenze biologiche tra i sessi.
Il genere è un termine collegato all'ideologico e al politico, non
alla natura. Ciò significa che i ruoli e gli attributi assegnati
all'"uomo" e alla "donna" non sono collegati alla biologia, ma sono
culturalmente determinati.
Ciascun gruppo umano forma educa e insegna certi modelli ideali
intorno alla femminilità e mascolinità. Il sesso è biologico, il
genere può modificarsi secondo ciascuna società. Ciò che è donna o
ciò che è uomo è ciò che il gruppo si aspetta da esse/essi, prevista
dalla struttura sociale e non dalla biologia.
Nel caso delle donne ciò è tanto vero quanto il fatto che in tutto
il mondo ci sono le donne, ma il loro modo con il quale esse operano
nella società è diverso. Il modo di vestire, cioè che è femminile o
non lo è differente per ciascuna comunità e per ciascuna epoca. Per
esempio, nella Cina antica, i piedi piccoli si consideravano un
attributo di femminilità, oggi questo stesso è considerato una
violazione dei diritti della donna. Perché? Perché il genere e i
concetti ad esso associati si modificano.
Il sesso è biologico,non lo scegliamo alla nascita. Il genere può
modificarsi in base ad ogni persona, società ed epoca, dato che le
culture nelle quali viviamo assegnano funzioni e responsabilità a
donne ed uomini. Il genere è pertanto un costrutto socio-storico -
culturale, ideologico e politico stabilito attraverso sistemi di
interazione sociale e composto da generalizzazioni.
Queste generalizzazioni nascono con la necessità di creare modelli
di riferimento nel comportamento di uomini e donne. Ovviamente, non
descrivono la complessità delle persone. Sono stereotipi,
costruzioni simboliche, suscettibili quindi di modificazioni, così
come possono essere aggirati e cambiati da altri paradigmi come
conseguenza dei cambiamenti sociali o di decisioni personali.
Uguaglianza ed equità di genere
Essere diversi non significa essere diseguali. Per uguaglianza di
genere si intende una situazione nella quale uomini e donne hanno le
stesse possibilità od opportunità nella vita, di accedere alle
risorse e beni preziosi da punto di vista sociale e di gestirli.
L'obiettivo è che tanto le donne che gli uomini abbiano le stesse
opportunità nella vita. Per raggiungere questo obiettivo, a volte è
necessario potenziare le capacità di gruppi che hanno accesso
limitato alle risorse o di creare questa capacità.
Per esempio, una delle misure possibili è offrire servizi di
assistenza ai bambini in modo che le donne possano partecipare alle
riunioni di formazione professionale lavorativa insieme agli uomini.
(...)
Per uguaglianza di genere si intende l'equo trattamento di uomini e
donne, in base alle rispettive necessità, sia con parità di
trattamento o con uno differenziato ma considerato equivalente per
quanto riguarda i diritti, i benefici,gli obblighi e le possibilità.
Nell'ambito dello sviluppo, l'obiettivo della parità di
genere,richiede spesso l'inserimento di misure specifiche per
compensare gli svantaggi storici e sociali che si trascinano le
donne.
http://aclickinthewall.wordpress.com/2011/08/31/%C2%BFque-es-el-genero/
(traduzione di Anita Silviano)
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"Il femminismo non morde"
Intervista all'antropologa messicana e femminista, Marcela Lagarde.
Con poco più di un secolo di esistenza, il femminismo prosegue in
America Latina e nel mondo, ma il suo percorso come movimento di
rivendicazione dei diritti delle donne ricrea l'effetto onde
increspate con picchi elevati e vertiginose cadute.
"
Il femminismo non morde" ha sottolineato Lagarde, docente nell'
Universidad Nacional Autónoma de México e una delle promotore della
Ley General de Acceso de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia,
in vigore dal febbraio del 2007 e dell'introduzione del reato di
femminicidio nel Codice Penale. Marcela Lagarde presidente della Red
de Investigadoras por la Vida y la Libertad de las Mujeres ha
rilasciato all'Agenzia IPS un' intervista durante la sua visita a
Cuba.
IPS: Quali sono le cause della persistenza dei pregiudizi nei
confronti del femminismo, anche tra gli stessi movimenti delle donne
o in paesi come Cuba che promuovono politiche a favore delle donne?
Marcela Lagarde: Non c'è stata una continuità nella trasmissione del
ruolo del femminismo nella cultura moderna. Sembrano esserci fasi
nelle quali se ne perde la memoria storica e poi si torna a
recuperarla.
Dato che il femminismo è una critica della società patriarcale è
stato percepito come pericoloso da chi non è d'accordo o assume come
inevitabile nella società la cultura e il potere patriarcale.
Il femminismo critica il patriarcato come una costruzione
meta-politica che attraversa società ed epoche e propone alternative
concrete. Il potere patriarcale è un potere monopolizzato dagli
uomini. Inoltre ha proposto altri valori e alternative che sono
stati sentiti come pericolosi, che mordono, perché indirizzati ad
eliminare la dominazione di genere.
Coloro che non sono stati d'accordo hanno fatto ciò che si fa di
solito nella lotta politica: disprezzare il nemico, in questo caso,
le donne e le femministe .Attribuendo caratteristiche pericolose e
molte falsificazioni. Dinnanzi c'è una cultura misogina, sessista,
maschilista. A questa misoginia sociale si aggiunge la misoginia
politica che è l'antifemminismo.
IPS: Come si definisce l'antifemminismo? Quanto è diffuso?
ML: E' la delegittimazione dell'apporto del femminismo all'umanità.Viene
trasmessa ora nelle donne e negli uomini, perché le donne nelle
società patriarcali siamo state educate e socializzate per
funzionare in maniera patriarcale. Alcune diventiamo femministe,però
questo implica una conoscenza differente per criticare la nostra
stessa cultura,identità e condizione di genere, che possiede una
enorme impronta patriarcale.
Tutta questa diffusa ignoranza contribuisce a creare
l'antifemminismo.
Dentro il potere dominante c'è sempre una diffusa ed estesa politica
antifemminista.
Ripetiamo pregiudizi che non abbiamo mai confermato, ma sono parte
delle nostre ideologie e cultura nelle quali viviamo.
L'atteggiamento è carico di misoginia e di misoginia politica, con i
confronti permanenti, che la gente ripete ed entrano a far parte
della cultura di massa. Non abbiamo la forza culturale per
contrastarla ad ogni passo con un discorso proprio.
IPS: Cosa ha significato per le donne contemporanee l'invisibilità
del femminismo?
Determinati gruppi di donne sono nati o si sono sviluppati sui
progressi compiuti dal femminismo fin dal XVIII secolo... Abbiamo
dovuto imparare sul femminismo indagando per conto nostro, per
sapere ciò che era successo, perché non lo si insegna nelle scuole
né all'Università. Non si trasmette da una generazione all'altra
come la scienza ingegneristica o la fisica.
Questo schema molto androcentrico causa un'ignoranza enorme negli
uomini e nelle donne sul femminismo ed il suo contributo alla
modernità. Adesso stiamo arrivando a integrare questa conoscenza
nelle università, ma non ancora nella scuola primaria e secondaria.
In molti paesi, non c'è una specializzazione che abbia materiali,
seminari, cattedre di genere e femminismo.
IPS: In pratica? Si può parlare del femminismo come cambiamento di
vita e alleanza tra donne?
ML: Aiuta a superare la misoginia contro le altre donne e allo
stesso tempo favorisce l'approccio e lo scambio di idee sui
progressi nella propria vita. Noi femministe abbiamo imparato molto
dalle altre donne per il nostro modo di lavorare.
In più, tra docenti abbiamo molte opportunità di incontri personali
tra donne,dove impariamo a sostenerci le une con le altre. E ciò ci
arricchisce e ci dà una forza interiore e sociale molto importante:
una forte affermazione di genere che ti autorizza e ti avvalora come
donna in un mondo che ci attacca tutto il tempo.
http://cuadernosfem.blogspot.com/2010/08/el-feminismo-no-muerde-marcela-lagarde.html
(traduzione di Anita Silviano)
Avevo 30 anni quando mi operarono e
da allora sono quasi inutile nei
campi - "dice Cléofl Neira, 50
anni, dalla porta della sua casa di
mattoni. In Yanguil, un villaggio di
poche centinaia di abitanti nei
pressi della città di Huancabamba,
nel nord del Perù, più di 15 donne
hanno subito la stessa
operazione di legatura delle tube.
La maggior parte di queste
contadine sono rimaste invalide e
con dolorosi problemi di salute.
Oggi esigono giustizia dinnanzi
alle autorità e hanno portato il
loro caso alla Corte interamericana
dei diritti umani. Altre vie
giudiziarie si stanno studiando per
costringere lo Stato a risarcire le
vittime.
"Io – spiega Cléofl, madre di sette
bambini avuti prima
dell'operazione.- non volevo subire
questa operazione, ma non sapevo che
non avrei più potuto avere figli né
mi informarono. Loro sono venuti
con la promessa di cibo, di
medicinali, però non abbiamo visto
altro che dolore".
"Loro" sono gli emissari del
Ministero della Salute, del governo
di Alberto Fujimori (1990-2000) che
furono inviati alle montagne delle
Ande, tra il 1995 e il 2000 per
eseguire gli ordini delle autorità:
ridurre il tasso di natalità in
campagna come aveva reclamato l'FMI.
La Banca mondiale ha fornito fondi
per contribuire all'attuazione del
programma di pianificazione
familiare che consisteva nella
Contraccezione Chirurgica
Volontaria. Inoltre, gli Stati Uniti
attraverso la US.Aid, finanziò il
progetto Fujimori, il quale era
libero di agire, godendo di una
comoda rielezione nel 1995.
Di
“Volontaria” non aveva nulla. Nella
stragrande maggioranza sono state
costrette o indotte in cambio di
qualche chilo di riso o di
zucchero", dichiara Josepa, una
militante difensora dei diritti
delle donne. In tutto il Perù, si
stima che 300.000 donne sono state
vittime di sterilizzazione forzata.
Tutte erano contadine,
indigene,povere e analfabete o con
pochissima istruzione.
"Ogni giorno – continua Cléofl -
un’ infermiera veniva a vederci per
convincerci ad operarci e ci diceva
che non potevamo continuare a
partorire come coniglie: era molto
offensivo ciò che ci diceva e alla
fine fummo un gruppo di cinque
donne, tutto pagato, viaggio e il
vitto per Huancabamba.
."Sono andata in ospedale per un mal
di schiena e mi hanno sterilizzata",
dice Bacilia Herrera.
Oggi, nessuno dei medici o
infermieri che ha eseguito le
operazioni lavorano nell’ospedale di
Huancabamba. "Sono spariti quando
abbiamo iniziato ad indagare. Il
governo li portò a Lima e alcuni
furono destituiti"- segnala Josefa.
Nel 1996, emersero le prime
testimonianze delle donne che furono
operate. Organizzazioni come il
Comitato per l'America Latina e dei
Caraibi per la Difesa dei Diritti
della Donna (CLADEM), sotto la
responsabilità di Giulia Tamayo,
hanno raccolto informazioni e hanno
presentato denunce.
Combattere questo crimine.
"Un giorno - racconta Josepa - mi
recai in ospedale e vidi 20 donne
sdraiate sul pavimento in una pozza
di sangue, tutte operato di recente.
In quel momento cominciò la lotta
per fermare questo crimine”.
Vestita con il tradizionale
cappello di paglia, Bacilia Herrera
ricorda come se fosse stata ieri la
sua operazione. "Sono andata in
ospedale perché aveva un dolore alla
spalla e improvvisamente mi misero
su una barella e mi fecero le
iniezioni. Il giorno dopo ero stata
operata", spiega Bacilia, madre di
cinque figli, un numero basso in
montagna, dove le donne arrivano ad
avere tra i sette e i dieci figli.
Con suo padre e suo marito ha
cercato di denunciare il caso, ma né
il sindaco né i responsabili hanno
preso in considerazione la sua
testimonianza. "Mi hanno fatto
firmare unfoglio, che era
l'autorizzazione alla
sterilizzazione, ma che non ho
potuto leggere. Oggi, mi pento di
aver firmato", conclude.
Nel suo dramma, Bacilia ha avuto la
fortuna di essere operata da un
medico,ora deceduto. Non fu lo
stesso per la maggior parte delle
donne che passavano per le mani di
praticanti,i quali avevano degli
obiettivi da conseguire. "Si è
scoperto più tardi, interrogando i
medici, che erano pagati in
percentuale per ogni donna
sterilizzata", ha detto Josefa.
Circa 18 contadine hanno perso la
vita in seguito alle operazioni.
Molte hanno avuto delle conseguenze
permanenti. "L'operazione era molto
veloce e il giorno dopo abbiamo
ricevuto una minestra e siamo state
buttate in strada; molte siamo
tornate a lavorare presso l'azienda
agricola, come al solito, ma non
riuscivamo più a muoverci", spiega
Cléofl. Lei è uno delle più colpite
nel villaggio. Sette mesi dopo la
sua operazione fu ricoverato
d'urgenza in ospedale per forti
dolori interni. I medici avevano
dimenticato un filo di sei
centimetri nel suo ventre.
"Ora ho sempre dolori e non posso
trasportare legna da ardere", dice
mostrando la cicatrice a sinistra,
che assomiglia ad un altro
ombelico. Come la stragrande
maggioranza delle donne operate non
può avere rapporti sessuali con il
marito. "Sono fortunata , mio marito
non mi ha rinnegata"- spiega. Molte
famiglie sono state distrutte dopo
le operazioni, perché i mariti hanno
lasciato le loro mogli, giudicate
inutili in casa.
Dopo la gestione di varie
commissioni dei Diritti Umani nel
Congresso, le indagini sulla
sterilizzazione forzata al momento
all’epoca di Fujimori sono in mano
della Procura della Nazione, ma si
muovono lentamente adducendo la
mancanza di risorse. La ONG
peruviana Manuela Ramos ha
presentato insieme con la CLADEM il
caso dinanzi alla Corte
Interamericana. Le vittime sono
ancora in attesa di un risarcimento,
ma il loro destino dipende ora da
chi vincerà il ballottaggio per le
elezioni presidenziali del 5 giugno.
“
Se vincerà Keiko ( la figlia di
Fujimori) contro Ollanta Humala, non
potremo avere giustizia. Cadremo nel
dimenticatoio per sempre. Dichiara
con tristezza Cléofl Neira.
http://www.kaosenlared.net/noticia/mujeres-peruanos-esterilizadas-forzosamente-cambio-arroz
(traduzione di Anita Silviano)
Un anno di impunità negli omicidi degli attivisti
Bety Cariño e di Jaakkola i Patricia Briseño, correspondente
Cimac
pubblicata su facebook da Anita Silviano il giorno giovedì 28 aprile
2011 alle ore 20.35.d
Oaxaca - Ad un anno dall' attacco armato contro un convoglio
umanitario diretto a Juan Copala Juxtlahuacal città di San Santiago,
Oaxaca, dove sono stati u uccisi i difensori dei diritti umani,
Alberta Cariño Trujillo e l'attivista finlandese Antero Jyri
Jaakkola,non c'è un solo arrestato per l'aggressione.
Nel denunciare questo , il leader del Movimento Agrario Indigena
Zapatista (CORN), Omar Esparza Zárate, marito di Cariño Trujillo, ha
qualificato come incapace il governo federale nella conduzione delle
indagini.
"L'omicidio dell' attivista Beatriz Alberta Cariño Trujillo, - ha
dichiarato - avvenuto il 27 aprile dello scorso anno, ha lasciato
una traccia profonda nella triste storia di Oaxaca,sui loro
governanti e politici, perché sono responsabili delle violenze
commesse contro il popolo di Oaxaca e dei popoli indigeni".
Comunità come San Juan Copala , Santo Domingo Ixcatlán, Yosotato San
Pedro, San Juan e Mixtepec Zimatlán di Lazaro Cardenas, "sanguinano
a causa delle ambizioni di potere e il controllo delle risorse
pubbliche, ricchezze e risorse naturali", ha dichiarato l'attivista.
Intervistato telefonicamente da Cimacnotices, Esparza Zarate ha
detto che in questi atti di aggressione sistematica, le strategie
governative contro i difensori dei diritti umani, organizzazioni
sociali, popoli indigeni impegnati nella difesa della vita, della
giustizia e la dignità sono quotidiane perché le istituzioni locali,
statali e federali, hanno fatto diventare la violenza una pratica
istituzionalizzata.
Ha spiegato che il gruppo paramilitare dell'Unión de Bienestar
Social de la Región Triqui (Ubisort), autore dell'uccisione della
moglie e dell'attivista finlandese Jyri Jaakkola, è stato sostituito
in seguito dal governatore Ulises Ruiz Ortiz e dai politici locali
Carlos Martínez e José Mejía .
"Anche se in quest'ultimo anno centinaia di organizzazioni e
migliaia di persone di oltre 20 paesi hanno reclamatoal governo di
Felipe Calderón, che vengano puniti gli assassini, finora questo
crimine rimane impunito, e che l'inchiesta integrata dallla Procura
generale ha mostrato gravi lacune, essendo evidente che il governo
federale non ha alcun reale interesse a chiarire questi atti di
violenza e meno che mai a fare giustizia " ha aggiunto.
http://www.cimacnoticias.com/site/11042605-Un-ano-de-impunidad.46883.0.html
(traduzione di Anita Silviano)
inizio pagina
Morire di rogo
di Ana Lia Glas
In
questa ultima settimana nuovamente due donne sono morte sul rogo,
vittime del femminicidio. L'Inquisizione è tornata nel XXI secolo
nella forma di mariti,ex mariti,amanti per punire le streghe.
Nell'ultimo anno abbiamo assistito alla nascita di una nuova forma
di femminicidio: bruciare le donne, ucciderle con i falò.
Si registra un aumento dei casi di violenza contro le donne " di 260
donne e ragazze che sono state assassinate nel 2010, undici di esse
sono state incenerite , con un aumento (di questi casi) del 10%
rispetto all'anno precedente" secondo i dati forniti dalla Ong, "la
Casa del Encuentro" specializzata in violenza di genere.
Sembrerebbe che con l'avanzare delle donne nel mondo del lavoro,
politica, cultura, scienza, nell'accesso ai nuovi diritti. con le
legislazioni che prevengono e puniscono la violenza contro le donne,
il patriarcato si senta minacciato,si ribelli, ricorra ad antiche
figure, le streghe e i vecchi sistemi punitivi: l'Inquisizione e il
rogo.
NEL 1484 papa Innocenzo VIII condannò la stregoneria come una
cospirazione del diavolo: partiva da qui la guerra nei confronti
delle donne. Furono milioni le vittime.
Norma Blazquez,filosofa dell'UNAM ( Universidad Nacional de Misiones.
Argentina), riferisce che "in realtà le "streghe"erano
levatrici,alchimiste, profumiere,infermiere e cuoche che avevano
conoscenza in materie come l'anatomia,la botanica,la sessualità,
l'amore o la riproduzione e che fornivano un importante servizio
alla collettività. Conoscevano molte piante, animali e minerali e
creavano ricette per curare,ma che vennero viste nel Medioevo dai
gruppi dominanti come poteri del diavolo".
Erano guaritrici con avanzate conoscenze mediche, quando
l'università fu proibita alle donne. Le streghe furono perseguitate
perché conoscevano ed insegnavano ad altre donne come controllare il
loro destino e la loro sessualità. Possedevano la conoscenza della
riproduzione, dei metodi abortivi e questo rappresentava una
minaccia per la Chiesa e per gli uomini in generale.
Questi saperi comportavano la possibilità di esercitare una
sessualità più libera, la quale minacciava l'egemonia maschile e, di
conseguenza, gli uomini espropriarono le loro conoscenza,
annientandole sul rogo. Inoltre, la maggior parte di queste donne
vivevano da sole, in case nel bosco,indipendenti, capaci di generare
da sé il proprio reddito, causando perciò molta diffidenza.
Qualsiasi donna che non accettava la morale cristiana, che sceglieva
di non sposarsi, di vivere da sola, poteva essere accusata di
stregoneria, torturata e giustiziata.Oggi, molti uomini non
tollerano l'autonomia delle donne, i loro nuovi ruoli, la diversità
con le quali si manifestano, le loro rivendicazioni, il loro accesso
ai luoghi di potere,la loro ribellione (perché no). Si sentono
minacciati come secoli fa.
Il patriarcato, il dominio degli uomini sulle donne viene messo in
dubbio, sotto scacco. Abbiamo donne presidenti, ministri, giudici
della Corte Suprema di Giustizia.
Le donne si riuniscono ogni anno (in Argentina) nell'Incontro
Nazionale delle Donne, che ogni volta aumentano sempre di
più,hanno organizzato la Campagna per il diritto all'aborto legale,
sicuro e gratuito in numerose associazioni che lottano per i loro
diritti.
Lo Stato le ha riconosciute come soggetti di diritti attraverso la
promozione di politiche pubbliche, alcune efficaci, altre meno, ma
che significano un progresso.
Queste nuove modalità nelle relazioni di potere non resistono al
modello di donna come oggetto,proprietà degli uomini, quest'ultimi
sentono che non possono controllare i loro corpi e decidono di
assassinarle utilizzando una metodologia atavica: il rogo.
http://www.artemisanoticias.com.ar/site/notas.asp?id=51&idnota=7339
(Traduzione di Anita Silviano)
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Patriarcato e fondamentalismo, due facce della stessa medaglia
di Cléo Fatoorehchi
Anche se in Occidente si tende a identificare il
fondamentalismo con l'integralismo islamico, il fenomeno è in realtà presente in
tutte le regioni e in tutte le religioni, con caratteristiche comuni.
Per richiamare l'attenzione sul problema e di come
questo abbia influenza in particolare sulle donne di tutto il pianeta,
l'Associazione per i Diritti delle Donne e lo Sviluppo ( AWID) ha lanciato una
nuova relazione questa settimana in occasione della riunione annuale sulla
Condizione delle Donne, svoltasi a New York.
Il rapporto si intitola " Verso un futuro senza
fondamentalismi".
Sulla traccia di una precedente inchiesta l'AWID,la
relazione rileva che i movimenti fondamentalisti tendono ad essere intolleranti
e patriarcali contrari agli interessi delle donne e con discorsi fondati su
valori assolutistici.Saira Zuberi,coordinatora dell'iniziativa Resistiendo y
Desafiando ai Fondamentalismi Religiosi, creata nel 2007, ha rilevato che il
fenomeno si sviluppa in " movimenti molto complessi e sofisticati". Sebbene
possano enfatizzare temi differenti entrambi sono diretti al controllo
sociale.Ad esempio, per quanto riguarda le donne,mentre i fondamentalisti
cristiani si concentrano sui diritti riproduttivi, gli islamici prestano più
attenzione alla promozione di un abbigliamento "modesto".E per raggiungere i
loro obiettivi i fondamentalisti sono opportunisti, cercando alleanze dove
posssono trovarle indipendentemente dall'accordo ideologico.
Secondo María Consuelo Mejía direttora dell'ONG
cattolica " Católicas por el Derecho a Decidir (CDD), il Messico ha uno scenario
di questo tipo. " In Messico oggi - ha dichiarato al quotidiano IPS - tutto è
pragmatismo politico. Non c'è ideologia, non ci sono principi... perché siamo di
fronte ad un processo pre-elettorale. L'opposizione del partito Rivoluzionareio
istituzionale si allea con la Chiesa cattolica, mentre il PAN ( il governativo
Partido de Acción Nacional) fa alleanze con il Partito della Rivoluzione
democratica ( PRD). E questro - ha aggiunto - è molto dannoso per noi".
Fondata nel 1994, questa Ong difende il diritto
delle donne di decidere della loro sessualità e riproduzione e promuove la
separazione tra chiesa e stato.
L'organizzazione ha realizzato un'indagine tra il
2003 e il 2005 in quattro paesi latino americani (Bolivia, Brasile, Colombia e
Messico) concludendo che circa il 60% della popolazione cattolica ha accettato
il diritto delle donne ad abortire in particolari circostanze. La Ong ha anche
indicato che " almeno il 70% della popolazione cattolica in Messico non segue
gli insegnamenti della Chiesa" ed usa i preservativi, pratica l'aborto e vuole
l'educazione sessuale nelle scuole. " Il 90% non vuole che la Chiesa cattolica
influenzi la politica".
Una similare organizzazione è "Catholics for a
Free Choice" nata negli Stati Uniti nel 1973 in base al principio che le
convinzioni religiose non dovrebbero limitare il diritto delle persone a
prendere libere decisioni sulla salute riproduttiva. La settimana scorsa, i
legislatori conservatori dell'opposizione del Partito Repubblicano hanno
promosso alla Camera dei Rappresentanti una riduzione dei fondi per il gruppo di
Planned Parenthood (Planned Parenthood), uno dei maggiori fornitori di salute
riproduttiva per le donne povere in quel paese. L'argomento era che si
effettuavano gli aborti.
Mejia ha dichiarato che molti di questi
repubblicani anti-abortisti sono cristiani fondamentalisti e ha rilevato una
contraddizione apparente fra i risultati delle inchieste e l'influenza politica
di questi movimenti "pro-vita".
Di solito accade che "le donne che hanno abortito
non sono disposte a sostenere un governo a favore dei diritti delle donne", ha
detto all'IPS. Questo succede perché abortire per esse ha a che fare con
"risolvere i propri problemi, e credono davvero che ciò che stanno facendo è
sbagliato". "D'altra parte, il cosiddetto movimento" pro-life 'ha molte forme e
molte altre ragioni per unificarsi, "ha detto. "Possiedono molto denaro e
persone in posizioni chiave".
Mejia ha anche osservato che la maggior parte
della popolazione messicana ha paura, e per questo non esprimono apertamente il
loro parere. Città del Messico è l'unico luogo nel paese in cui le donne possono
abortire con più di 12 settimane di gestazione. "Il patriarcato è in realtà un
fattore, una delle principali ragioni che sta dietro il fondamentalismo", ha
detto. "Rompere il patriarcato è un problema, perché significa rompere l'intero
sistema di funzionamento della nostra società". Pertanto, "l'autonomia delle
donne è violazione di una regola di dominio e del modus operandi di un'intera
società".
Lydia Alpizar, direttora esecutiva dell'AWID, ha
riferito che " anche le donne possono essere fondamentaliste e vi sono molte
donne integraliste che sono contro l'emancipazione delle donne, contro i
diritti riproduttivi e di educazione sessuale".
La relazione AWID dedica la sua ultima e più
importante parte finale alle strategie di resistenza femminista, sottolineando
l'importanza di "rivendicare una visione femminista della religione e della
famiglia". "Per troppo tempo, quelli come noi che lavorano per i diritti umani
delle donne non hanno realmente lavorato sui temi religiosi , e ho il sospetto
che questo ha a che fare con la nostra volontà di presentarci come laiche", ha
dichiarato - l'attivista femminista india Pramada Menon citata nel rapporto.
Le attiviste riconoscono adesso l'importanza del
dialogo e del dibattito con i fondamentalisti religiosi.
Fonte: http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=97627
(Traduzione di Anita Silviano)
inizio pagina
http
s://www.facebook.com/notes.php?id=1738442459&s=40#!/note.php?note_id=10150109522513400
Il diritto di essere donna
e mussulmana. Il femminismo islamico
di Alba Garcia Onrubia*
L'immagine
della donna araba risponde a due costrutti strutturali che la racchiudono in
una serie di stereotipi occidentali da un lato e all'interno degli Stati
islamici dall'altro.
Lo stereotipo della donna sottomessa,
vincolata alla religione e a costumi che la opprimono, è la visione più
generalizzata vigente in Occidente. Questo stereotipo è rafforzato dalla
strumentalizzazione delle identità culturali che si fissano all'interno dei
progetti politici degli Stati arabo-mussulmani,costruendo all'interno del
patriarcato una "cultura" dell'essere donna. Questa commistione tra la donna e
l'idea di strutture culturali ancora in vigore la pongono nel tempo come tutrice
del mantenimento dello status quo, malamente denominata identità culturale.
Ma dov'è la voce delle donne arabe in questo
discorso? Quanta verità e quanto di mito mantiene la lamina del "culturalmente
stabilito?"
Questa costruzione crea concetti generali che
soprattutto all'esterno, rendono invisibile la voce delle protagoniste, le loro
storie, le donne mussulmane.
Come ha dichiarato Fawzia Kamel, capire la
situazione delle donne arabe richiede uno studio e una rivalutazione costante
dei termini cultura, politica, economia, ideologia, così come del colonialismo e
dell'idea dello Stato-Nazione, in particolare se vogliamo parlare dei movimenti
femmisti arabi. Questi hanno due caratteristiche comuni: la transnazionalità e
il carattere politico che pone in rilievo la diversità secondo la situazione
socio-politica che li attraversa. Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale
nella storia [1] delle nazioni anche se è stata subordinata alla voce narrante
degli uomini, che hanno reso invisibile la loro azioni, trasformandole in
oggetti passivi con identità simbolica, portatrici di cultura. Le donne
mussulmane sono un chiaro esempio di questa trasformazione a riproduttrice della
società e portatrice di identità nazionale. Un'identità nazionale costruita
sempre dentro l'ordine patriarcale che ha manipolato a suo piacimento le
strutture che permettono il mantenimento dei privilegi del dominio. I modelli
sono stati cambiati in funzione degli interessi dei differenti regimi e in
questo processo,la donna ha dovuto annullarsi e ripetere l'identità che le era
stata concessa dall'altro. E' in questo contesto che si sono articolati i
movimenti femministi di "un'altra politica " del femminismo post- coloniale,
finora silente,avviando il dibattito su nuove forme di riflessione dei paesi del
Sud. Contesto del multiculturalismo, nel quale le donne delle società
periferiche levarono le loro voci per reclamare un movimento femminista più
inclusivo che fino ad allora, la egemonia politica delle femministe occidentali
aveva mortificato. Queste avevano segnato non solo l'agenda politica delle
rivendicazioni fino al tacitamento delle voci dissidenti in un esercizio di
dominazione e sentimento di superiorità etnocentrica, ma avevano segnato ciò
che si doveva intendere per "donna ideale" senza tener conto del dibattito, del
modo e articolazione femminista delle donne del Sud, per le quali la dimensione
di donna non era l'unica maniera di vivere l'oppressione del patriarcato,
permeata dal razzismo, dal colonialismo, dall'islamofobia, la schiavitù, la
classe sociale.. e altre forme di dominazione date dall'alto. Così per queste
donne l'oppressione del patriarcato è stata una lotta in più delle altre
battaglie che devono combattere su più fronti. Ignorare questa realtà è
strappare il ricordo e l'esperienza storica come singole e come collettivo. E'
quello che è successo con il discorso elaborato consciamente o incosciamente
dal primo femminismo borghese estraneo ed escludente, incapace di ascoltare al
di là dei pregiudizi e delle imposizioni.[3]
Prima di questa "nuova politica del
femminismo" gli studi del XX secolo sulle società mussulmane erano stati
segnati profondamente da un'immagine delle donne praticamente inesistente come
soggetto di movimento, relegata all'analisi della tradizione come sinonimo della
sua forma esistenziale. La donna è studiata più come parte integrante della
cultura, che come soggetto stesso di mobilità, trasformazione e storia stessa.
Organizzazione del movimento femminista arabo
Il movimento delle femmiste arabe inizia ad
organizzarsi ed a levare la sua voce nello stesso tempo in cui si crea il
movimento di riforma e modernizzazione del "mondo arabo", nel quale le donne
svolgono un ruolo importante come soggetti attivi. Il miglioramento della
situazione di oppressione della donna fu rivendicato non solo dalle stesse
donne ma si unirono alla causa alcuni intellettuali (uomini) che guidavano il
movimento di riforma. La donna diviene così soggetto prioritario di un
dibattito, del quale è parte, attraverso i differenti media, riviste e giornali
che riflettono le diversi correnti di pensiero.[4]
All'interno del movimento femminista arabo che
si pianifica a partire dagli anni '90, si incontra una linea divisoria tra le
femministe laiche (per lo più dalla diaspora mussulmana in occidente) e le altre
femministe islamiche. Il punto chiave di riferimento di entrambi sarà quindi,la
questione religiosa, in un dibattito tra Stato laico e Stato religioso. Sebbene
entrambi si basino sulla lotta alla diseguaglianza delle donne arabe, la
differenza consiste nell'accezione del termine "uguaglianza". [5]
Il movimento femminista arabo denominato
"femminismo arabo o mussulmano", è stato costantemente criticato sia dalla
letteratura del femminismo ortodosso (dove si comprende il femminismo laico
arabo) sia dal settore più conservatore dell'Islam. Per le femministe
occidentali, la forma con la quale le mussulmane articolano le loro
rivendicazioni, trasformano o adeguano la loro religiosità è totalmente opposta
alla liberazione della donna, mentre per i mussulmani del potere il cambiamento
e la presa di coscienza delle donne nelle loro società viene presentato come un
affronto ad Allah, dentro quello che possiamo definire come l'attecchimento a
uno dei privilegi sostenuto dal dominio. I n mezzo a questo gioco la donna
mussulmana è infantilizzata e mercificata come parte di una idea stereotipata di
donna sottomessa e obbediente la quale riconduce e guida per il sentiero della
verità (tanto per gli uni come per gli altri).Tuttavia, le strategie e la
consapevolezza di queste donne per il progresso e l'integrazione sono state in
grado di essere gestite dentro un modello di protesta contro le forme
tradizionali di oppressione, senza rinunciare alla sua identità culturale o
tornare al modello egemonico occidentale. Il femminismo è il riconoscimento dei
valori spirituali dai quali avviare i movimenti di liberazione, in una dinamica
tutta interna. [6]
Per queste donne, l'Islam non è la fonte
dell'oppressione femminile ma è stata per secoli, l'interpretazione egemonica
degli uomini di potere, sostenuta per interessi politici ed economici, che ha
creato un sistema di mantenimento dello status quo, di privilegi da oppressori,
trasformando il messaggio religioso in diseguaglianza e perdita dei diritti
individuali e collettivi degli uomini, ma soprattutto delle donne nelle loro
società. [7] Dopo la morte di Maometto, diversi studi dei testi sacri parlano di
una distorsione nella storia dell'Islam, prendendo una direzione molto diversa
da quella originaria destinata ad attuarsi. Si è prospettata così una visione
interessata a beneficio dei successivi califfi. Tutte le interpretazioni che
sono state fatte dei testi dell'Islam, sono il frutto del pregiudizio
patriarcale, anche se l'oggetto-soggetto da trattare era il comportamento delle
donne. Così le donne mussulmane iniziano la loro lotta femminista tentando di
spezzare la dinamica sessista e reinterpretare i testi dell'Islam con uno
sguardo che guarda al Corano come "'fonte di cambiamento nelle relazioni di
genere e diritti delle donne musulmane ". [8]
Questa consapevolezza è intimamente legata
alla rivendicazione dei loro diritti che inizia come rivendicazione dell'accesso
all'istruzione, come mezzo per essere libere.
(...)Gli stereotipi sulla condizione delle
donne nell'Islam, come si può notare, sono soprattutto il prodotto dell'immagine
creata dall'esterno. E' necessario però osservare il modello che è venuto fuori
da fallito tentativo (con la morte di Maometto) di riforma in alcune parti del
mondo dove si professa questa religione.
Le pratiche sviluppate in nome dell'Islam (e
dico "in nome dell'Islam" e non "seguendo l'Islam") rispondono in molti casi, ad
un'immagine profonda di discriminazione e violazione dei diritti umani e della
dignità delle donne mussulmane. Matrimoni forzati, mutilazioni dei genitali
femminili, uso del burqa,ostacoli alla partecipazione politica; così come la
discriminazione dello stato giuridico delle donne, la destinano in molti casi,
all'isolamento e analfabetismo. Tuttavia, come sottolineato da Asma Lamrabet
[11], questi atti sono il prodotto nei secoli della interpretazione sessista e
letture decontestualizzate del Corano, che non è uno strumento di oppressione
sino a quando, come s'è visto, si è preteso di insediarlo come un elemento di
differenziazione e apertura al sistema pre-islamico. [12]
(...) Tuttavia l'immagine creata
dall'Occidente del "mondo arabo" associata al terrorismo indiscriminato, priva
di qualsiasi analisi di fondo e promotrice della paura xenofoba verso il mondo
arabo-mussulmano (come se si trattasse di un unico soggetto denominato "male
assoluto") è supportata dall'icona morale della donna -oggetto- che solo
mediante la nostra "libertà neo-liberale" sarà in grado di togliere le catene
che la limitano. Ché solamente salendo sul carro dell'Occidente libaratore,
questo Superman dei diritti umani, sarà in grado di capire la libertà e che
prevede però, l'essere intrappolata nella moda dell'immagine perfetta.
Solo così, eliminando il soggetto attivo della
donna mussulmana che lotta per i suoi diritti, dal suo modo di intendere il
mondo, possiamo legittimare azioni belliche come quelle in Irak o le leggi
discriminatorie nelle nostre scuole, contro l'uso dello hijab, senza però mai
chiederci se quelle stesse donne che vogliamo liberate, abbiano una loro voce.
* Onrubia Alba Garcia è una giornalista e
collaboratrice di Pace con Dignità e la rivista Pueblos. Nel 2010 ha completato
un Master in Relazioni Internazionali e Studi africani (UAM).
[1] Useremo "Storie" invece della storia come
idea della visione multipla che articola il mondo storico, dove diverse
opinioni, interpretazioni e punti di vista degli eventi costituiscono una realtà
dal mio punto di vista insondabile nel campo di studio. L'obiettivo è di
eliminare l'idea di una storia unica, come etnocentrica e patriarcale
interpretazione egemonica studiata nelle scuole occidentali.
[2] KAMEL, Fawzia (2003): Il femminismo
occidentale e la donna araba.Dell'orientalismo tradizionale relativismo
culturale, II Congresso Internazionale "Uomini e culture del bacino del
Mediterraneo. World egizia", 16-18 dicembre 2003.
[3] Jabardo Velasco, Mercedes (2008): From The
Black Feminism, Uma genere Mirada e l'immigrazione. In Suarez, Y., Martin, E.,
Hernández, A. (Coords.) femminismi in antropologia: nuove proposte critiche. XI
Congresso di Antropologia (n. 6). Donostia / San Sebastián.
[4] Esteban Salguero, Laura (2002): nuova
prospettiva sulla modernità araba: il dibattito femminile. Meah, arabo-Islam
sezione 51, 287-303.
[5] Moghadam, Valentino M. (2006):
L'Illuminismo e le aspettative del femminismo islamico. Convegno "Primo
Congresso internazionale sul femminismo islamico". www.feminismoislamico.org
[6] Moghadam, Valentino M. (2006), Asma
(2007b): La problematica delle donne musulmane nel dialogo delle culture.
[7] Mernissi, Fatima: l'autonomia del
femminismo arabo.[8] Marcos, Sylvia (2002): Letture alternative del Corano:
Verso una ermeneutica femminista dell'Islam, in 'Islam e la Jihad Nuovo,
Academic Journal per lo Studio della Religione, volume IV, pubblicazioni per lo
Studio Scientifico della Religione, Messico 2002 - p.53.
[9] sottosezioni all'interno del Corano che si
occupano specificamente della questione delle donne in una prospettiva di parità
con gli uomini.
[10] SCHENEROCK, Angelica (2004) oltre i veli
ed i capelli: La rielaborazione etnica e di sofferenza generale musulmano in
Chamula San Cristobal de las Casas. Preliminare. Studi Sociali e Umanistiche
2004, Vol. 2. Disponibile online: http://redalyc.uaemex.mx/src/inicio/ArtPdfRed.jsp?iCve=74511794007
[11] femminista islamica difensore della
libertà nell'uso del hijab.
[12] Lamrabet, Asma (2007): i problemi delle
donne musulmane nel dialogo delle culture. Convegno: Scuola di Architettura
presso l'Università di Palma de Gran Canarias.
Fonte:
http://www.revistapueblos.org/spip.php?article2001
inizio pagina
v
https://www.facebook.com/#!/note.php?note_id=10150161823078400
Islamofobia: "La donna è trasformata in capro
espiatorio sulla quale esercitare pressioni"
I paesi europei hanno bisogno di regolamentare
il niqab e il burqa ?
Ndeye Andújar: No. Per vari motivi: perché
sono estremamente rari i casi e perché è controproducente. E’'ovvio che si sta
costruendo e confezionando una visione negativa dell'Islam, quando in realtà il
niqab e il burka non hanno nulla a che fare con la religione. Sono abiti
tradizionali dell'Arabia e Afghanistan, anteriori all' Islam. Penso che le
misure coercitive dovrebbero essere sempre evitate e,in ogni caso, dovrebbero
essere prese solo quando altre misure risultino inefficaci. La Francia è un
paese ultralegalista, tutto deve passare per la legge e si dimentica che il più
delle volte l'insegnamento è più efficace delle sanzioni pecuniarie o dei
processi.
Laure Rodriguez: l'Europa non è uno spazio
omogeneo, la realtà di ciascun paese e la forma della regolamentazione delle
varie pratiche devono rispondere a ogni specifico contesto.
Che la Francia adotti determinate misure non
significa che esse siano applicabili al nostro( od a qualunque) contesto. La
Francia è un paese costituito su una repubblica, uno Stato laico e una politica
che tende all'assimilazione. La Spagna è un paese con la presenza di una
monarchia, il cui governo si dichiara laico e le cui politiche vanno verso il
multiculturalismo. Sinceramente non capisco il motivo del dibattito e la
necessità di regolamentare una pratica che non ci tocca.
Pensate che siamo di fronte ad un reale
dibattito o è una questione puramente elettorale?
NA: Siamo di fronte ad un clima di asfissiante
islamofobia. Vi è anche una crisi dei diversi modelli sociali europei che
richiedono l'assimilazione (anche se eufemisticamente si parla di integrazione)
che hanno dato priorità alle politiche di sicurezza i cui effetti negativi
stiamo vivendo adesso.
Tra un anno in Francia si terranno le elezioni
presidenziali .Il Fronte Nazionale sta guadagnando punti e l'Ump (il partito di
governo) cerca di recuperare gli elettori persi adottando misure molto popolari
in questa materia. Sta avvenendo un trasferimento pericoloso dei discorsi del FN
e l'UMP.
LR: nel contesto spagnolo, qual è il vero
scopo della regolamentazione? La liberazione delle donne? I motivi di
sicurezza "Un altro modo di censurare l'Islam nello spazio europeo?
Personalmente credo ad un uso elettorale della paura e del rigetto che provocano
le differenti pratiche dei musulmani. Alcune Giunte comunali adottano misure
"preventive", anche quando non ci sono donne che indossano quegli elementi il
che può essere interpretato come un chiaro segno di islamofobia.
Come influisce sulle donne mussulmane questo
divieto?
NA: In una maniera molto negativa perché,
anche se la stragrande maggioranza delle donne mussulmane europee non portano né
il burqa né il niqab, e sanno che nessuno può imporre alcun abbigliamento, sta
avvenendo un amalgama nei media, tra i politici e alcuni intellettuali
nell'equiparare questi abiti con l'hijab e, per estensione, con l'Islam.
Funziona come una sineddoche.
Questa volta le donne mussulmane vengono
stigmatizzate con qualcosa con il quale neanche si identificano. Il rischio che
corriamo è che si produca un effetto a specchio, cioè che le comunità mussulmane
finiscano per integrare il discorso della maggior parte della società e pensino
che giacché si sta coartando la loro libertà religiosa, allora devono difendere
quei vestiti. Le posizioni si polarizzano e il cerchio si chiude..
LR: Si presume che l'obiettivo sia quello di
liberare le donne perché le si crede costrette a subire una situazione di
violenza di genere. Il divieto è totalmente illogico in questo concetto perché
punisce la vittima, piuttosto che liberarla da questa responsabilità. Qualcosa
di così assurdo come dire che si dovrebbe punire le donne maltrattate contro
l'aggressione dai loro partner. Quante volte una donna che si trova in una
situazione di violenza è consapevole di questo fatto? Penso che questo porti ad
un effetto totalmente opposto. I nostri corpi tornano a diventare barriere di
contenimento e questa è un'altra forma in più di violenza di genere.
Coloro che difendono il provvedimento, lo
giustificano con il fatto che il burqa e niqab limitano la libertà delle donne,
giacché sono i loro mariti che le costringono ad usarlo. E 'una buona lettura?
NA: Io non conosco nessuna donna che indossa
il niqab e il burqa. Caso mai bisognerà chiederlo ad esse
Ho visto alcuni documentari, uno francese e
uno olandese erano ragazze molto giovani che non erano ancora sposate. Non so se
sia il profilo maggioritario perché non sono molti gli studi per confrontare i
dati.
LR: In Spagna sono solo una trentina le donne
che usano il niqab o il burqa a fronte dei 600.000 musulmani. Il burka
direttamente non esiste nel nostro spazio.
Ciò di cui bisogna avere consapevolezza è che
né il niqab né il burqa risponde alla rivelazione coranica. In Europa, questi
indumenti rispondono ad un discorso politicizzato di un determinato gruppo
settario che cerca di difendere la teoria della domesticità della donna
(relegata nello spazio domestico). Fa parte degli assunti ideologici che seguono
coloro che sono caduti vittima di questi gruppi (di minoranza).
Pensi che la regolamentazione dell'uso del
burqa o niqab favorisca la libertà delle donne
NA : la regolamentazione dell’uso del niqab
favorirebbe la libertà delle donne se fossero tutte sottomesse, tutte
sequestrate, non avessero un proprio giudizio, se a tutte fosse imposta una
punizione per essere donna. E 'chiaro che proiettiamo i nostri pregiudizi e
immagini fabbricate dai media come una verità inconfutabile su queste donne.
Vediamo l’iraniana lapidata o l’afgana vittima dei talebani! E' lapalissiano che
si gioca con il subconscio delle masse per giustificare guerre e trasferire
questi problemi in Europa. Implicitamente è un modo per dire alla gente che
l'Islam è una cosa da barbari e quindi non ha posto nella civile Europa. Per
sfuggire alla concezione essenzialista occorre fare studi in materia,dare la
parola alle protagoniste e vedere la diversità di risposte e di esperienze. Le
fondazioni Open Society ha appena pubblicato un rapporto nel quale si trovano
intervistate 32 donne che indossano il niqab, in Francia . La maggior parte sono
donne nate in Francia compresa un quarto delle convertite e quasi la metà ha
deciso di indossarlo a causa delle polemiche sorte intorno alla questione nel
2009! E 'un dato su cui riflettere.
LR: Io penso che circoscrivere la nostra
esistenza al solo modo di vestire sia mercificare i nostri corpi, è una delle
forme più violente di trattare un essere umano.
Insisto nella necessità di combattere tutte le
forme di violenza contro le donne, promuovendo le misure necessarie per
criminalizzare gli atti di coloro che favoriscono ogni genere di apologia del
terrorismo di genere e non punire o perseguire le donne che sono vittime di una
pandemia globale che implica la violenza contro le donne
Al contrario, il burqa o il niqab sono un
simbolo della repressione contro le donne?
NA : non credo che siano un simbolo di
qualcosa. Si tratta di un pezzo di tessuto che rende difficile la comunicazione
con altre persone, è una barriera visiva e una risposta postmoderna alla
questione della identità e relazioni sociali. Forse le donne che lo portano si
sentono a loro agio o, forse, è una sorta di reclusione mobile volontaria ,
simile a quello che sentono le suore di clausura, ma in questo caso la clausura
è visibile e, quindi, scioccante.
Ovviamente per quelle donne che sono costrette
a portarlo deve essere un’esperienza traumatica, violenta, come qualsiasi
imposizione (come lo è anche lo svelamento contro la loro volontà).
LR: Penso che abbiamo bisogno di andare oltre
il mero abbigliamento e vedere che tipo di discorsi ideologici si nascondano
dietro . Che cosa si promuove? Come si stabiliscono i rapporti tra i sessi?
Quali sono le risposte alla "modernità" (intendendo con modernità quello che si
considera come interferenza occidentale)?
La donna è stata trasformata nel capro
espiatorio sulla quale esercitare pressioni, marginandola e rendendola incapace
di sviluppare la piena indipendenza, perché è confinata nel limitato spazio
domestico. Si profila una mistica della femminilità deforme e mutilatrice in
risposta a queste idee di "liberazione occidentale" che chiedono occupazione
delle donne nello spazio pubblico. E qui che assume importanza questo tipo di
abito, perché, nel caso estremo di dover prendere contatto con il mondo esterno
sarà sotto forma di indumento che frena le relazioni sociali e l'accesso al
mercato del lavoro: in definitiva un ostacolo all’ esercizio politico del
diritto di cittadinanza.
Ndeye Andujar è una professora .
Laura Rodriguez è la presidente dell'Unione
Donne Mussulmane in Spagna
http://www.webislam.com/?idt=19221
(traduzione di Anita Silviano)
inizio pagina
Le
donne mussulmane femministe esigono la parità di genere nel contesto dell'Islam
Traduzione di
Anita Silviano
Alla ricerca
delle motivazioni religiose per la sua tesi ""L'oppressione della donna
nell'Islam", Marie Laure Rodríguez non ha però trovato nel Corano nessun
passaggio discriminatorio. In più, ha trovato un testo precursore
dell'eguaglianza di genere. Femminista "da sempre", la basca Rodriguez si è
convertita all'Islam, 28 anni fa.
Oggi, è la Presidente dell'Unione delle Donne Mussulmane (Umme), organizzazione
che aderisce al IV Congresso Internazionale del Femminismo Islamico.
"Sono più
femminista di prima della mia conversione all'Islam, perché la mia religione mi
permette di essere una donna libera" ha spiegato Marie Laure che definisce il
femminismo islamico come il movimento che cerca la liberazione delle donne in
seno all'Islam.
Le prime femministe mussulmane, furono le scrittrici e le intellettuali nel
primo decennio degli anni '70. Formatesi nelle università europee, scoprirono
che non avevano nulla da condividere con il femminismo secolare emergente in
Occidente.
La loro lotta(jihain in arabo) è stata diversa ed hanno fondato la loro
battaglia per l'uguaglianza all'interno degli insegnamenti di Muhammad.
Allo stesso tempo in Malesia, un'associazione dal nome " Sorelle dell'Islam" fu
pioniera nella lotta per la liberazione delle donne dal giogo del potere
politico che le sottometteva nel nome della religione.
Il velo, "una
distrazione"
Donne
lapidate dai parenti, bruciate da mariti stizziti, l'ablazione del sesso o del
burqa, sono realtà in alcuni paesi mussulmani. "E riguarda il 100% delle
informazioni sulle donne data dai media". Ma - dichiarano le femministe, -
nessuna di queste aberrazioni sono giustificate dall'Islam. "Sono il frutto di
interpretazioni politiche erronee e interessate per perpetuare il controllo
sulle donne della sharia (codice che regola la morale e il comportamento dei
mussulmani), ha dichiarato Zahira Kamal, ex ministra delle donne in Palestina.
Questi gruppi di femministe che fondano la loro lotta sull'istruzione delle
donne e per l'accesso al potere pubblico hanno portato dei cambiamenti nel mondo
mussulmano.
Citano le riforme di Mohamed VI - primo monarca a permettere ad una donna di
pronunciare nel venerdì di Ramadan, il sermone in una moschea, che ha riservato
per legge il 10% dei seggi in Parlamento alle donne o le modifiche della legge
civile Palestinese che ha modificato l'età matrimoniale e abrogato la figura del
"tutore" per le donne. Ma le radici del patriarcato e l'ascesa del
fondamentalismo in paesi come l'Iran e l'Afghanistan rappresentano una battuta
d'arresto per la lotta.
Esistono
correnti all'interno del femminismo islamico, moderate e radicali, però tutte
rifiutano categoricamente di parlare del velo -hijab ( e della sua proibizione),
perché dichiarano "è una scusa per distrarre da altre problematiche di fondo".
Qualcuna lo porta sempre, alcune mai, altre “qualche volta", perché non è un
simbolo di sottomissione- ha sostenuto Marie Laure.
Mussulmani
antifemministi
L'opposizione
frontale alla 'jihad di genere, viene rinforzata dalle compagne di fede. La
maggior parte delle mussulmane credono che il femminismo islamico sia una
minaccia per la loro tradizione e religione. Donne come Masuma Assad
(dell'Unione Donne Mussulmane Argentine) dichiarano che "il femminismo islamico
punta alla distruzione dell'Islam per sostenere i principi della laicità nelle
società islamiche”.
Recentemente, Marie Laure ha invitato come presidente dell'Umme, i responsabili
delle moschee spagnole a consentire l'accesso alle donne dalla porta principale,
"Se 15 secoli fa, siamo entrati paritariamente dalla porta principale, perché in
pieno XXI secolo, in un paese democratico non lo possiamo fare?"
Gli uomini che dirigono le moschee più progressiste hanno chiesto alle donne di
prendere esse la decisione.La maggioranza ha deciso di non rompere il consenso.
Nonostante questa sconfitta l'Associazione delle Donne mussulmane, ha dichiarato
che pur essendo un movimento di minoranza, essa ha un futuro. La presidente
Marie Laure a tal proposito ha dichiarato: La seconda generazione di donne
musulmane, che hanno maggiore accesso all'istruzione, iniziano a mettere in
discussione il modello religioso ereditato, che nulla ha a che fare con
l'essenza dell'Islam e sono pronte per i cambiamenti.
da webislam.com
httpsinizio pagina://www.facebook.com/notes/anita-silviano/islamofobia-la-donna-%C3%A8-trasformata-in-capro-espiatorio-sulla-quale-esercitare-pr/10150164864843400
Maquilas:
Vietato parlare, ammalarsi, rimanere incinte e organizzarsi
di Alba Trejo
(SEMlac).-
"Testa di gambero", testa di pollo,"merda "," colera ", questi sono gli insulti
che in coreano o in inglese usano i datori di lavoro per offendere le donne
guatemalteche che lavorano nelle fabbriche di questo paese .
Gli insulti, che sono spesso pronunciati ad alta voce,vengono accompagnati da
pressioni sabotando il loro lavoro, rubandole quote o trasferendole ai peggiori
aree lavorative,dove sono costrette a sollevare carichi pesanti per esasperarle
in modo da cedere al ricatti sessuali delle quali sono vittime ogni giorno nelle
maquilas.
Tania Palencia, una sociologa, nella sua ricerca dal titolo " Pancia piena non
crede nella fame degli altri," descrive come nelle maquilas persiste
l'intolleranza di fronte alle gravidanze delle dipendenti,gli abusi che le
costringono ad eseguire gli obiettivi di lavoro sotto minacce, o le sanzioni
economiche imposte se si ammalano e la perdita del lavoro.
Lilian Solis, dell'unità di Genere del Ministero del Lavoro, lo conferma: l'ente
ha ricevuto almeno 255 denunce in un anno per questo tipo di abusi.
Il Guatemala è l'industria tessile più grande della regione all'interno della
quale ci sono circa 40 aziende tra tessitura e filatura che producono
annualmente 165 milioni di prodotti di stoffa e di 27 milioni di filo e filati.
In questa regione vivono la maggior parte delle donne indigene, ma anche le
meticce sono assunte da queste fabbriche
Lilian spiega che non tutte osano denunciare quando lavorano, perché hanno paura
di ritrovarsi senza niente, dato che rischiano il licenziamento immediato.
Ad esempio,la lavoratrice Lorena Simon, non ha avuto il coraggio di parlare fino
quando la società per la quale lavorava, chiuse improvvisamente lasciando per
strada 800 dipendenti e senza nessun pagamento.
"Controllavano il tempo per andare in bagno. Quasi non ci lasciavano bere
(acqua) e l'assenza di un giorno per andare alla sicurezza sociale, ci costava
30 dollari che toglievano dallo stipendio", ha testimoniato nella ricerca su
citata, che documenta la situazione delle maquilas in Guatemala.
Le donne guatemalteche nelle fabbriche tessili o agricole non riescono a
guadagnare neppure un salario minimo, che è di circa 250 dollari, mentre il loro
salario mensile è all'incirca tra 150 /200 dollari.
Maritza Velasquez, dell'Associazione dei lavoratori domestici e delle Maquilas,
ha detto a SEMlac che per le lavoratrici il salario va diminuendo tutti i fine
settimana perché quando ne ha voglia il datore di lavoro lo decurta
capricciosamente.
Abusi, pressioni, ricatti, molestie sono gli elementi che caratterizzano una
fabbrica in questo paese centro americano, dove le regole di contrattazione
cambiano quando si tratta di una donna.
Avere 30 anni, essere donna e senza istruzione è sinonimo di inutilità per
alcuni settori lavorativi e nel caso delle fabbriche tutto ciò viene
confermato,dichiara Marta Olga Rodriguez della Commissione della Donna del
Congresso della Repubblica, che ha organizzato gruppi di lavoro per migliorare
l'occupazione nelle maquilas.
Maritza Velásquez ha inoltre aggiunto che nei primi anni Ottanta,le operaie
della fabbrica erano l'82 per cento della forza lavoro, ma oggi quel numero è
diminuito, in quanto vi è una distorsione nel reclutamento di giovani uomini,
perché essi hanno una maggiore capacità fisica di raggiungere mete estenuanti e
non chiedono permessi a causa degli impegni di famiglia o di gravidanze.
Il profilo di una guatemalteca che lavora nelle maquilas è la povertà: vive in
aree marginali, non ha terminato le elementari, e non ha alcun diritto.
Analogamente, donne le cui madri non hanno avuto accesso allo studio e sono
state indirizzate a vendere verdure o a lavare e stirare in case private.
Inoltre, Maritza ha rilevato che è nella fabbrica tessile che si trova la più
grande quantità di manodopera, per cui è il luogo dove c'è più sfruttamento,
abuso, repressione della organizzazione, molestie sessuali per far raggiungere
gli obiettivi in tempo. E in molti casi le donne sono costrette a lavorare più
di 10 ore al giorno,per sette giorni alla settimana, a soli 85 dollari ogni due
settimane.
La Commissione dell'Industria di Abbigliamento e Tessile (Vestex), un'entità che
comprende tutti i datori di lavoro della maquila in questo paese, supporta e
sostiene l'apertura di aziende tessili, ma più della metà delle maquilas sono in
questo ordine, coreane, americane e guatemalteche.
La Vestex rappresenta 156 fabbriche di abbigliamento, con una potenza installata
di 59,900 macchine e una manodopera di 56,702 dipendenti. Le principali aree di
attività sono situate ad ovest del paese.
Però ci sono 271 aziende fornitrici di servizi accessori che fanno parte di
questo gruppo, in attività come la serigrafia, ricamo, etichette, prodotti
chimici, tintori, laboratori tessili, tra gli altri.
La maggior parte dell'industria tessile e di abbigliamento si trova nella
regione metropolitana e nella zona circostante, una distanza di non più di 30
minuti dalla capitale.
La ricerca "La pancia piena non crede alla fame degli altri" rileva che
attualmente le donne che hanno superato i 30 anni sono respinte perché tendono
ad ammalarsi, mentre datore di lavoro fa tutto il possibile per assicurare che
il personale resti il più a lungo nelle ore di lavoro.
Ma Lilian Solis, funzionaria del Ministero del Lavoro,contraddice ciò e afferma
che l'85 per cento della forza lavoro nelle maquiladoras sono donne, e che
queste sono capi - famiglia e madri che devono coprire le spese di base,i
pagamenti dei servizi,dell'istruzione e della sanità, con una paga giornaliera
di 7,05 dollari.
Floridalma Contreras, delle area della Donna del Centro per l'Azione legale sui
diritti umani, ha dichiarato che negli ultimi sei anni sono stati trattati in
Guatemala 45.196 denunce lavorative delle maquila.
Carla Caballeros, manager della Vestex ritiene che non si possa generalizzare e
che le imprese appartenenti a questa corporazione devono conformarsi ad un
codice di condotta, che tutti dovrebbero seguire.
Proprio la situazione che devono affrontare, sottolinea Tania Palencia nel suo
lavoro di ricerca sulle maquilas ha permesso alle donne del Guatemala la
crescita della loro forza interiore, perché il salario ha dato ad esse il potere
di sopravvivere se i loro mariti le abbandonano, per darsi valore e separarsi
dai loro partner (in caso di abusi) o decidere di rimanere incinta e scegliere
di non vivere con il padre.
http://www.redsemlac.net/web/index.php?option=com_content&view=article&id=985%3Amaquilas-prohibido-hablar-enfermarse-embarazarse-u-organizarse&catid=52%3Apoblacion--sociedad&Itemid=71
(traduzione
di Anita Silviano)
sinizio pagina:/
Il mito della madre perpetua il sistema patriarcale
di Cruz Guadalupe Jaimes
(CIMAC) .-
L'amore e l'istinto materno - dichiara Lorena Saletti Cuesta, ricercatrice
presso l'Università di Granada, in Spagna, nel suo libro " Proposte teoriche
femministe femminista in relazione al concetto di maternità" -
sono
costruzioni culturali che vengono apprese e riprodotte dalle donne.
Mentre la
capacità di partorire è qualcosa di biologico, la necessità di trasformare la
maternità in un ruolo centrale per le donne è il risultato del mandato sociale -
spiega nell'analisi.
La
ricercatrice afferma, sulla base di studi femministi, che "la maternità è
sentimento variabile a seconda della madre, della sua storia e della storia."
La
costruzione culturale della maternità crea "un nuovo tipo di vincolo e un nuovo
mito: la convinzione che ogni donna non è soltanto una madre potenziale, ma è
una madre nel desiderio e bisogno. Non vi è alcun istinto materno, la maternità
è una funzione che le donne possono o no sviluppare ".
Nel designare
come fatto naturale l'essere madre, " l'ideologia patriarcale spiega Saletti -
colloca le donne nell'ambito della riproduzione biologica, negandole l'identità
al di fuori della funzione materna".
Aggiunge
inoltre che la possibilità biologica "diventa un mandato sociale attraverso
l'affermazione di un istinto materno universale nelle donne."
Così, il mito
dell'istinto materno,che si suppone naturale ed intrinseco predestina le donne
ad essere madri affinché di dedichino prioristicamente alla cura dei figli e
figlie.
La
considerazione della maternità, come fatto naturale e inevitabile, ritiene che
ogni donna dovrebbe volere e vorrebbe essere una madre, e che quelle che non
possono esserlo biologicamente o rifiutano di svolgere tale funzione "sono
deviate o carenti in quanto donne".
Culturalmente, alle donne non solo si chiede di essere madri, ma devono esserlo
dimostrando un "amore incondizionato" che la società stabilisce: se non
dimostrano questo affetto sono classificate come "cattive madri".
Per la
teorica femminista Simone de Beauvoir, cita Saletti, il posto delle madri nella
società è un luogo di subordinazione e di esclusione dalla categoria di soggetto
sociale.
L'ambito
pubblico e privato collaborano nel mantenere questo sistema sociale, ma non
godono dello stesso prestigio all'interno di esso, visto che -sostiene la
ricercatrice - la procreazione ed educazione dei/delle bambini/ne non è
riconosciuta come lavoro produttivo dalla società.
Il mito della
maternità serve a nascondere la reale assenza di importanza che la società
attribuisce a questo faticoso, complesso e determinante lavoro. Siccome essere
madre è qualcosa di "naturale" poco si riconosce l'alto costo personale che la
maternità rappresenta per le donne - ha dichiarato Marta Lamas nel suo articolo
"Madrecita Santa" contenute nel libro "Miti messicani".
Il crollo del
mito della " santa madrecita" dovrebbe portare quindi ad una ri-definizione di
una nuova forma gioiosa, condivisa e responsabile di avere e crescere figli.
Smettere di considerare conclude l'esperta - la maternità come sinonimo e
cominciare a considerarla ome un fatto amoroso che richiede per poterla
esercitare pienamente, un passo preliminare: l'amore della donna per se stessa.
http://www.cimacnoticias.com/site/11050907-CONTEXTO-ESPECIAL-M.46992.0.html
(traduzione
Anita Silviano)
sinizio pagina
SEMlac .-
"C'è un grande disconoscimento della nostra realtà da parte delle autorità, per
questo vi chiediamo di visitare le nostre comunità, parlare con noi, i nostri
leader vivere e conoscere in modo diretto i problemi economici, di sanità e
istruzione che affrontiamo ogni giorno" , ha dichiarato Andrea Campos Jari,
leader della Federazione Regionale delle Donne Ashaninkas, Nomatsiguenga e
Kakintes (Fremank).
La Campos,
insieme a una cinquantina di donne leader amazzoniche, vestite nei loro costumi
tradizionali e accompagnate dai loro bambini e bambine e dai leader delle loro
comunità sono arrivate nella capitale peruviana dalla selva centrale del Perù
per partecipare alla audizione pubblica: " Situazione delle donne Indigene
Amazzoniche e Proposte di cambiamenti Elaborati dalle Donne ", che si è svolta
al Congresso della Repubblica.
Donne
Ashaninkas e Nomatsiguengas della Selva Central, Donne Awajun dell'Alto Marañón,
rappresentanti delle popolazioni storicamente esclusi dall'esercizio dei loro
diritti individuali e collettivi, hanno spiegato perché il territorio è un
elemento fondamentale per esse e le loro comunità e hanno chiesto la corretta
applicazione delle norme nazionali e internazionali, in particolare la
Convenzione 169 della OIT.
Il Congresso
peruviano ha firmato e ratificato il 2 dicembre 1993, la Convenzione 169, i cui
principi fondamentali sono il rispetto e la partecipazione delle comunità
native, il rispetto del territorio, alla vita, alla salute, cultura e alla
religione, alla loro organizzazione politica,sociale, economica e di identità e
la partecipazione alle scelte statali che li riguardano direttamente e la
partecipazione alla vita politica nazionale ed economica nazionale.
L'istruzione
non arriva
Nella sede
del Potere Legislativo peruviano, le leaders amazzoniche hanno rilevato che la
mancanza di accesso all'istruzione è un altro problema nell'Amazzonia peruviana,
dove il tasso dell'analfabetismo femminile varia dal 76,3 per cento nel caso
della popolazione Nomatsiguenga, del 54,2 nel Ashaninka, 38,4 in Kakinte, del
73,9 nel caso di Awajun,situazione aggravata dalla grandi debolezze del sistema
di istruzione nazionale.
"Siamo state
escluse e discriminate da sempre , abbiamo il diritto all'attenzione
interculturale bilingue come previsto dalla Convenzione 169, ma gli insegnanti,
per lo più parlano solamente castigliano", ha denunciato alla pubblica udienza
Maritza Casancho Rodriguez, leader dell'area Casancho della comunità di San
Ramón de Pangoa, situata nel sud-est del dipartimento di Junin.
Da parte sua,
Campos, della Fremank, ha riferito che nelle scuole della sua comunità, Betania,
situata nel quartiere di Rio Tambo, nella provincia di Satipo, così come a Junin,
molti insegnanti non sono bilingue. "Insegnare solo in spagnolo e questo è un
problema, perché non disconosono che le comunità indigene hanno il diritto ad
una educazione interculturale bilingue," ha precisato.
Le donne
hanno chiesto l'attuazione di un' educazione interculturale bilingue che ponga
fine al razzismo e all'esclusione che continua a caratterizzare il paese e la
promozione di campagne di alfabetizzazione per donne adulte nelle comunità, in
coordinamento con i settori dell'Istruzione, Sanità e il Ministero della Donna.
L'abbandono
nel quale vivono le comunità indigene si mostra anche nei sistemi sanitari. Meno
della metà (49,9%) delle comunità indigene hanno un qualche tipo di struttura
sanitaria e solo il 45,5 per cento possiede una valigetta appropriata per le
emergenze. La metà dei decessi si verifica prima di 42 anni, 20 anni in meno di
vita rispetto alla media nazionale.
"Non abbiamo
mai avuto un'attenzione di qualità. Gli operatori sanitari disconoscono la
Convenzione 169 dell'OIT, che stabilisce che le comunità native hanno il diritto
ad un'attenzione interculturale bilingue.Si rende necessaria la presenza di
traduttori nei posti di salute e negli ospedali per servire adeguatamente la
popolazione indigena non parla spagnolo, "si lamenta Casancho.
Per
affrontare questa drammatica situazione si richiede un aumento delle risorse per
la Sanità delle comunità indigene; campagne promozionali per la difesa dei
diritti sessuali e riproduttivi, l'incorporazione della medicina tradizionale
all'interno del sistema sanitario, la sensibilizzazione e formazione del
personale sanitario per fornire cure di qualità e premuroso nel quadro della
Convenzione 169.
Le donne
amazzoniche hanno anche riferito che sono vittime di violenza e ha chiesto la
formazione e la sensibilizzazione delle comunità per affrontarla.
"Chiediamo la
formazione di tutta la comunità: donne, uomini, adolescenti e bambini/ne sui
diritti delle donne e il grave problema che significa violenza", ha affermato
Claudia Gioia Potsoteni, segretaria dll'economia della FREMANK e membro della
Comunità San Miguel de Otica.
Nel caso
delle autorità e dei leader delle comunità native, ha rilevato che oltre ad "
essere sensibilizzati , devono essere formati sulle leggi e accordi nazionali e
internazionali, affinché possano dare una buina giustizia. Noi non combattiamo
contro i nostri compagni uomini,quello che vogliamo è la pari opportunità ", ha
dichiarato la leader del Rio delle Amazzoni.
Tra il
gennaio e ottobre 2010, secondo il Centro di Emergenza Donne di Satipo, sono
stati trattati 314 casi di violenza familiare e sessuale e la cosa peggiore è
che i funzionari incaricati di questo servizio non conoscevano l'idioma nativo,
il quale rileva che gli approcci di cura non incorporano la diversità e la
cosmovisione della donna amazzonica sulla violenza e l'ingiustizia.
Riparazione
per le vittime della violenza politica
Sugli effetti
dei conflitti armati che hanno scosso il paese tra gli anni Ottanta e il 2000,
tema del quale si parla poco, Jonatan Sharett Quinchoker, presidente
dell'Organizzazione Campa Ashaninka del río Ene, ha espresso la sua
preoccupazione per le vittime della violenza politica e chiesto che siano
beneficiarie del Piano Integrale delle Riparazioni.
"Durante gli
anni ottanta - ha proseguito - i terroristi sono arrivati nella nostra comunità
e si sono portate a molti giovani causando grande dolore per le madri che hanno
sofferto per la loro partenza. Noi non vogliamo la violenza, ma ora la droga è
un grosso problema per noi perché cresce di giorno in giorno. Le donne indigene
temono per i loro figli perché possono essere catturati o rapiti per lavorare
nelle coltivazione di coca ".
Nella giungla
centrale nella zona VRAE (abbreviazione di Valle del fiume Apurimac e Ene),
adiacente ai territori asháninkas, rimangono le ultime roccaforti dei Sendero
Luminoso (organizzazione terroristica che si è scontarta con lo stato peruviano
negli anni ottanta) in collaborazione con le bande dei narcotrafficanti.
Si stima che
nella zona vi siano circa 17.000 ettari di foglia di coca che rendono una
produzione annua di 160 tonnellate di cocaina, secondo l'Ufficio delle Nazioni
Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC).
Da parte sua,
David John Chanqueti Chumpate, a capo della Comunità alto Kiatari,che si trova
nel quartiere di Pangoa, provincia di Satipo, ha rilevato che l'attuale governo
non fa attenzione alla comunità indigene del paese, tuttavia, "mi sento felice
perché per la prima volta c'è un incontrointeretnico in seno al Congresso della
Repubblica per presentare le proposte delle donne ".
Le leaders
hanno consegnato l'agenda delle proposte elaborata congiuntamente tra
istituzioni delle quali fanno parte, membro del Congresso di Washington Zeballos
Gámez, presidente della Commissione del popolo Andino Amazzonixo e
Afro-peruviano Ambiente ed Ecologia del Congresso.
http://www.redsemlac.net/web/index.php?option=com_content&view=article&id=1021%3Aperu-mujeres-de-las-comunidades-nativas-exigen-sus-derechos&catid=45%3Aderechos-indigenas&Itemid=64
(traduzione
di Anita Silviano)
Il corpo delle donne, bottino della narco-guerra In Nuevo Leon
sono state uccise quest'anno 65 donne, nove delle quali erano minorenni.
di Sanjuana Martínez Traduzione di Anita Silviano
Scene della
narco-guerra femminicida in sette giorni: una nella città di Cadereyta verso il
Palmetto, il corpo di una donna tagliato in sei parti all'interno di un bagno
zincato.
Due: la testa
di una donna tra la strada Gonzalitos e Francisco Rocha, all'angolo del
ristorante El Gran Pastore.
Tre: un taxi
parcheggiato davanti all'edificio della Salute Pubblica nel comune di Guadalupe;
sul sedile posteriore, un secchio di vernice di 19 litri con dentro la testa di
una donna.
Quattro: due
sacchetti di plastica sulla strada statale della Hacienda El Alamito; dentro,
cinque pezzi di un corpo di donna senza testa.
Dall'inizio
di quest'anno sono già più di 65, nove delle quali minorenni, le donne
assassinate in Nuevo León con metodi brutali, primitivi: la maggior parte delle
quali, oltraggiate sessualmente. Si tratta del femminicidio più crudele legato
alla guerra contro il narcotraffico ed è invisibile: un femminicidio che mutila,
taglia, cuoce, squarta, scortica ...
La
narco-violenza colpisce più le donne. I loro corpi diventati bottino di guerra
sono utilizzati per lo sfruttamento sessuale, per intimidire gli avversari,
minacciare e causare più danni ai nemici.
Una violenza
sessuale caratterizzata dal furore, il disprezzo e l'odio di genere.
Non è facile
monitorare l'orrore femminicida in questi tempi di guerra e Alicia Leal,la
presidente di Alternative Pacifiche lo sa bene. Da 15 anni lotta contro la
violenza di genere e gestisce due rifugi per donne maltrattate. I casi che
accoglie ora per la narco-violenza sono terribili. Mai nella sua vita aveva
visto quello che succede adesso: il corpo delle donne è il bottino in questa
guerra. Con più crudeltà. E 'una violenza estrema in termini di coercizione e
lesioni. C'è un sadismo impressionante.
Quelle che
non muoiono e arrivano ferite portano i segni di stupri collettivi, donne che
mentre vengono violentate sono torturate con le sigarette accese o tagliuzzate
con i coltelli.
Sembra un
film dell'orrore, ma è la realtà.
Storie
spaventose.
Si chiamava
Perla Elisabetta Campos Garza, aveva solo 22 anni e lavorava in un'agenzia di
noleggio auto situato a Cadereyta a 40 miglia ad est di Monterrey, un impiego in
cui era obbligatorio indossare una camicetta mostrando la scollatura e stretti
pantaloncini corti. Il suo compito era quello di attirare i clienti davanti alla
porta del negozio ballando ritmicamente. Un metodo promozionale con due o tre
ragazze,utilizzato nei depositi della birra di Monterrey.
Perla aveva i
capelli tinti di rosso. Finì di lavorare alla mezzanotte e non arrivò più a
casa. Alle 08:40 del primo giugno la polizia ricevette una chiamata per avvisare
che una donna mutilata era stata abbandonata in un crepaccio. Gli agenti
cercarono ma non trovarono il posto. Dodici giorni dopo ricevettero una seconda
chiamata nella quale si precisava il luogo. Si trattava della comunità Palmitos
a tre chilometri da Cadereyta. Lì, nella boscaglia, trovarono un vasca da bagno
di lamiera zincata di 65 centimetri di diametro e 30 di altezza. Dentro c'era il
corpo di Perla tagliate in sei pezzi. Vi era scritto su un pezzo di cartone :
Pantera 6 Lenon.
La vicenda fu
seguita dalla polizia locale, piuttosto che dalla squadra omicidi. L'assassinio
di Pearl non fu nemmeno discusso dalle autorità della Procura di Stato. Il suo
caso non ha meritato una menzione nella maggior parte dei media nei giorni
seguenti il suo ritrovamento.
Alicia Leal
ha spiegato che gli orribili crimini della narco-guerra invisibilizza quelli
delle donne: il crimine organizzato sta usando nella popolazione semi-urbana le
donne a scopo di sfruttamento sessuale o di prostituzione forzata. Le tengono
costantemente sotto minaccia andando d uccidere i loro figli,mariti o genitori.
E quando non servono più, le eliminano. Abbiamo avuto casi di donne costrette a
lavorare per la criminalità organizzata e di donne costrette a spostare la droga
attraverso il confine;prede dei criminali sono minacciate quando hanno bambini
per costringerle allo sfruttamento sessuale.
A Cadereyta,
sette giorni dopo l'assassinio di Pearl, in particolare nella comunità rurale di
Hacienda El Alamito, nel km14 della strada per Allende, c'erano due sacchetti di
plastica accanto ad un serbatoio di birra. Erano le sei del mattino e i militari
trovarono all'interno dei sacchetti un corpo di una donna smembrato in cinque
parti, senza la testa.
Casi come
questo provocano sentimenti dolorosi per chi come l'attivista femminista Irma
Alma Ochoa, direttora di Artemisas por la Equidad,devono contabilizarli.
Ha impiegato
11 anni, impegnata nel conteggio ed è convinta che l'aumento di 168 per cento
del femminicidio registrati in Nuevo Leon nei primi cinque mesi di quest'anno ha
a che fare con la narco-violenza : "Da quando abbiamo iniziato a fare questo
conteggio, se troviamo una donna che è stata uccisa a bastonate o un'altra che è
stata decapitata e la testa messa sotto il letto o donne ustionate o ferite in
faccia con l'acido, ci rendiamo conto che questi casi dimostrano che c'è molta
brutalità,misoginia e odio di genere. E la narco-violenza sta esacerbando il
numero di casi ".
Senza pietà.
Lo scorso 6
giugno il corpo di una donna picchiata a morte fu trovato in un terreno
abbandonato nel quartrire Jardines de Casa Blanca in Guadalupa. Era a faccia in
giù con addosso solo i pantaloni. La ragazza di circa 25 anni, aveva il volto
sfigurato dai colpi e lividi sulla schiena. Aveva i piedi legati e c'era un
messaggio che le autorità si sono rifiutate di rendere pubblico.
Cinque giorni
prima, nello stesso comune, una donna smembrata è stata trovata nel bagagliaio
di un taxi a pochi isolati dall'edificio della Polizia e Transito. Si chiamava
Azalia Vanesa Cervantes Arambula e aveva 28 anni. Sui resti, c'era un messaggio
contro la sindaca di quel comune, Ivonne Alvarez,che diceva: "Puttana
traditrice".
Pochi giorni
fa,a 100 metri dalla caserma di polizia è stato abbandonato un taxi. Sul sedile
posteriore hanno trovato la testa di una donna in un secchio di vernice di 19
litri. Non è stata ancora identificata.
Il 4 giugno
scorso fu trovato il corpo di una donna tra i 20 e i 25 anni. Era stata
torturata, picchiata a morte e,molto probabilmente, bruciata viva. Aveva un filo
spinato attorno al collo. Erano le 10 del mattino e nel Km.17 del Libramiento
nord-est,in un crepaccio nel comune di Escobedo ai limiti di Garcia, della
Colonia Portal Fraile, dove la gente andava a tagliare la legna, hanno trovato
resti di nastri cannella, il che suggerisce che era stata legata quando fu
portato nel posto e bruciata. C'era solo un sandalo bianco.
"Ogni volta
la crudeltà aumenta. La pratica del calcinare, per esempio, è di anni fa. E
'ampiamente utilizzata nelle società in cui il patriarcato è più forte e il
potere maschile si dimostra quando la prima persona che pende appesa da un ponte
a Monterrey è una donna (La Pelirroja)”, dice Irma Alma Ochoa.
L'invisibilità
Il mese di
maggio si è presentato con uguale crudeltà nell'uccisione delle donne. Il 23
maggio, fu trovato in un furgone con targa del Texas abbandonata in un crepaccio
sulla strada a Colombia, all'altezza di Salinas Victoria, il corpo di una donna
brutalmente torturata e finita con un colpo di grazia. Era stata ammanettata e
imbavagliata con del nastro adesivo.
Sono
assassini sempre più disumani, ha detto Consuelo Morales, direttora
dell'associazione Cittadini a Sostegno dei Diritti Umani. Atti sempre più
selvaggi, lontani da noi. E, ogni volta, sono sempre più donne.
Esse sono
quelle che soffrono le peggiori violenze in questa guerra, essendo più
vulnerabili.
Il 18 maggio,
è stato trovato il corpo di un'altra donna, torturata e con ferite da arma da
fuoco. La trovarono in una strada della colonia Morelos, nella città di
Guadalupe, alle 4:30 del mattino.
La brutalità
che attuano contro le donne è stata evidenziata nell'omicidio di Kitzia Rebecca
Yuriditzia Cansino Ocañas, di 23 anni, che era domiciliata nel capoluogo del
distretto di Paso Hondo nel comune di Allende. Era incinta e aveva ferite sul
costato sinistro e dalla vita in giù. Aveva ricevuto più di cinque proiettili.
Irma Alma
Ochoa lo spiega: è l'odio di genere, l'odio per la madre. Chissà da dove
traggono questi assassini l'odio anche per quelle che gli hanno dato la vita. Il
gruppo più numeroso appartiene alla donne assassinate in età riproduttiva.
Alcune erano
addirittura incinte.E molte sono state colpite al ventre.
Il 20 maggio
alle 7:30 di mattina è apparso un corpo smembrato di una donna a pochi metri dal
municipio di Guadalupe.. Era stata decapitata e la sua testa è stata posta in
cima su una pattuglia con un messaggio che la polizia ha rifiutato di rendere
pubblico.
Per Alicia
Leal appare chiaro che questi sono femminicidi della narco-guerra:hanno una
componente di genere. Nella maggior parte di queste morti c'è lo stupro, le
mutilazioni sessuali.Questa è violenza di genere. Punto.
Anche se allo
Stato conviene definirla come violenza generalizzata, la realtà è diversa.
In Nuevo
Leon, il femminicidio non è stato ancora tipicizzato. Lo Stato procede senza
avere meccanismi che forniscano alle donne risposte immediate alle emergenze. Vi
è una chiara mancanza di coordinamento tra le istituzioni, perchè il governo
mantiene il monopolio di attenzione alle vittime. E questa non è la soluzione.
In una
settimana abbiamo ricevuto tre casi di bambine violentate, qualcosa di mai visto
nei nostri 15 anni di lavoro.
http://www.jornada.unam.mx/2011/06/12/politica/011n1pol
(traduzione
di Anita Silviano)
_______________
No all'islamofobia in nome del
femminismo / Islamophobie au nom du féminisme : no !
https://www.facebook.com/notes.php?id=1738442459&s=40#!/note.php?note_id=10150119966163400
pubblicata da
Anita Silviano il giorno domenica 13 marzo 2011 alle ore 16.50. Marine Le Pen -
alla quale lo scorso gennaio suo padre, Jean-Marie Le Pen, ha lasciato la
presidenza del Front National, il partito di estrema destra francese -, sembra
confermare in maniera sinistra il proverbio "buon sangue non mente" ed insieme
la capacità della destra di modificarsi per meglio adattarsi ai tempi. La frase
con la quale Marine Le Pen paragonava, in un discorso tenuto a Lyon il 10
dicembre 2010, la presenza di musulmani raccolti in preghiera sulle vie
pubbliche in Francia all'occupazione nazista durante la II guerra mondiale,
segnava una mutazione rispetto all'affermazione paterna di qualche anno prima in
cui si giudicava l'occupazione nazista "pas si inhumaine que cela". La destra
lepeniana sembra abbandonare l'eredità del collaborazionismo: il riferimento
all'"occupazione" cambia di segno, se non per condannare l'occupazione nazista
sicuramente per meglio stigmatizzare l'Islam. Rivelatrice un'altra frase
pronunciata da le Pen figlia nello stesso discorso: "Dans certains quartiers, il
ne fait pas bon être femme, ni homosexuel, ni juif, ni même français ou blanc"
("In certi quartieri, non è bene essere donna, nè omosessuale, nè ebreo, come
anche francese o bianco", dove per "certi quartieri" si intendono le banlieues,
abitate per la maggior parte da una popolazione proletaria "non bianca").
In un
articolo su Libération dal titolo Pourquoi Marine Le Pen défend les femmes, les
gays, les juifs…, Eric Fassin inseriva la frase di Marine Le Pen in quella
"nuova virtù democratica dei populisti di destra e d'estrema destra" che si
scoprono femministi, filosemiti e gay-friendly per poter tracciare una frontiera
razzializzata all'interno della nazione tra "noi" e "loro" in nome
dell'uguaglianza e della libertà dei sessi, dando un tocco di modernità alle
retoriche tradizionali dei partiti di destra/estrema destra. Un tema questo, che
abbiamo più volte dibattuto e che riteniamo cruciale. Per chi è attualmente
parigino/a segnaliamo che domenica prossima, 20 marzo, a Parigi (dalle 15 e 30
alla Maison des Associations du Xème, 206 quai de Valmy 75010 Paris, métro
Jaurès) Les Indivisibles, Les Mots Sont Importants, Les Panthères roses e Les
TumulTueuses organizzano un dibattito dal titolo "Islamophobie au nom du
féminisme : NON !", intorno a queste questioni con la partecipazione, tra
le/glia altre/i, di Jessica Dorrance dell’associazione LesMigraS di Berlino.
Per chi non
può essere a Parigi e non è neanche francofona/o traduciamo al volo il documento
di indizione della giornata: "Noi, femministe, denunciamo l'utilizzazione delle
lotte femministe e lgbt a fini razzisti e precisamente islamofobi. Marine Le Pen
ha recentemente utilizzato la difesa degli omosessulai per meglio propagare il
razzismo. E' ugualmente in nome delle donne che i nostri dirigenti e media
mainstream hanno fino alla fine sostenuto un tiranno come Ben Ali, presentato
come il protettore dei/delle tunisini/e contro un patriarcato necessariamente
islamista. Infine l'indegno dibattito sul niqab, in occasione del quale dei
parlamentari uomini, fino ad allora completamente indifferenti alla causa
femminista, si sono improvvisamente eretti in difensori dell'uguaglianza
uomini/donne. Questo basta! Condanniamo il razzismo e rifiutiamo che colpisca in
nostro nome! Costruiamo degli strumenti, delle risposte femministe per
disinnescare queste "evidenze" insopportabili -
musulmano=islamista=estremista=minaccia per le donne e le minoranze sessuali -
ceh già si annunciano come le vedette dei prossimi scambi elettorali. E' più che
mai necessario ricordare che numerosi donne straniere o francesi vivono il
razzismo, il sessismo e un sessismo razzista. Decolonizziamo le lotte femministe
e lgbt! Non lasciamo le femministe bianche dare lezioni alle altre! Fermiamo
quelle e quelli che si alleano a delle iniziative politiche e dei discorsi
razzisti, compresi quelli portati avanti sotto delle bandiere (pseudo)femministe
e "gay-friendly"!"
(traduzione
di Vincenza Perilli per Marginalia)
http://marginaliavincenzaperilli.blogspot.com/2011/03/no-allislamofobia-in-nome-del.html
Si esce e non
si ritorna più...
I cartelli
(Los Zetas) si impradoniscono di Apocada,Nuevo
León : aumenta la Tratta delle donne.
In meno di due
anni sono state sequestrate più di 105 giovani
donne, denunciano le madri delle vittime.
Obbligate a
prostituirsi o a vendere droga.
La scomparsa
di donne in Apocada, Nuovo Leon (Messico), stava
diventando lentamente un evento di routine da
quando Los Zetas si sono impadroniti di uno dei
Comuni con maggiore popolazione e
marginalizzazione.
Alcune sono
state sequestrate per strada, scelte a caso,per
il loro aspetto; altre sono state rapite dallo
loro case con armi e minacce; il resto non ha
fatto più ritorno all'uscita del lavoro, da una
festa, dalla discoteca.
Tutte hanno in
comune il fatto di essere povere,giovani e
belle. Per le strade le sparatorie sono qualcosa
di quotidiano. Decine di donne sono scomparse
dall'inizio della guerra contro i narco.
I cartelli
della droga hanno diversificato le loro
attività.
L'ufficio
della Procura di Nuevo Leon non ha statisitche
del reato della tratta contro il genere
femminile, però l'entità è stata considerata
centro di distribuzione per lo sfruttamento
sessuale: un affare che coinvolge criminali,
politici, funzionari, polizia e imprenditori.
"Solo in
Apocada, in meno di due anni abbiamo avuto oltre
105 ragazze rapite", afferma Martha Alicia
Quintanilla Ibarra, madre di Lizette Alicia
Mireles, di 22 anni, desaparecida il 2 dicembre
dell'anno scorso dopo l'uscita dal lavoro in un
casinò.
Senza traccia
Azalea è
magra,occhi scuri e obliqui. La foto dei suoi
quindici anni è nella stanza. Teodora accoglie
gli altri. Ha perso la vista e la sua malattia
si è aggravata da quando la figlia è scomparsa
il 15 febbraio dell'anno scorso. " Alcuni uomini
sono venuti a trovarla. Prima le hanno parlato
per telefono, poi uno scese dalla macchina e ha
picchiato forte alla porta, urlando. Mi ha solo
detto, 'Mamma, torno tra un pò'.
Per nessuna
delle giovani rapite è stato chiesto un
riscatto. Alcune hanno parlato con i loro
genitori dopo il sequestro per chiedere di non
cercarle o di sporgere denuncia. Dieci di esse
erano amiche o conoscenti e sono state rapite in
una settimana.
Il giorno dopo
il rapimento di Azalea, scomparve Cecilia
Abigaíl Chávez Torres, di 18 anni, incinta di
sette mesi.
" Un'amica -
dice Cecilia Morales Torres, di 45 anni - che
io credo fosse nelle loro mani è stata il
tramite. La chiamò diverse volte e la invitò ad
una festa. Non ritorno più. Mia figlia mi
telefonò quattro giorni dopo il sequestro e mi
ha detto, " mamma, non ti preoccupare, sto bene"
e riattaccò. Non mi ha mai più richiamata".
Racconta che
la figlia lavorava nella Transformadores Delta e
aveva una relazione con Juan Francisco Zapata,
soprannominato Billy Sierra o El Pelon, capo
zona della piazza de Monterrey arrestato nel
mese di agosto dello scorso anno. " E' il papà
del bambino. Non l'ho mai incontrato. Mia figlia
mi raccontò che El Pelon non le disse che era un
sicario. Glielo confessò quando era incinta di
quattro mesi. Non volli che venisse a casa mia.
Lo vidi sul giornale quando l'hanno arrestato.
Lui sa dov'è mia figlia. E voglio che me lo dica
lui o la SIEDO (Super-procura antimafia).
Per Cecilia è
chiaro che la figlia è vittima della tratta.
L'ufficio
statistica del Dipartimento di Stato americano
afferma che annualmente in Messico più di 20mila
persone sono sequestrate in relazione a questo
crimine.
"Le possono
fare prostituire o vendere la droga. Queste
ragazze sono un grosso business per loro. E'
chiaro che hanno una rete di ragazze. E' la
tratta delle bianche.
La storia di
Veronica Martinez Casas è segnata da povertà ed
esclusione. Si tratta di una dei sette milioni
di Ninis (indigenti)esistenti nel Paese, una
madre single di quattro figli.
" Non c'è
bisogno che cerchi Veronica, non ritornerà è
morta" dissero al telefono a María del Rosario
Martínez Medina, madre di Verónica, desaparecida
nello stesso giorno di Cecilia Abigaíl.
Veronica non
lavorava. Voglio essere sincera, non mi piace
dire bugie: era in contatto con brutte persone,
questa è la verità". Insieme al marito cura i
quattro nipoti. " "Sento che è viva, che sta
bene", aggiunge.
La prescelta
Secondo il
ricercatore dell'Università Autonoma di Nuovo
Leon,Arun Kumar, autore della studio Una nuova
forma di schiavitù umana: La tratta delle donne
in Messico, l'organizzazione occupa il sesto
posto in termini di incidenza di questo crimine.
Il rapporto
rileva che mensilmente entrano ed escono
300-400 donne dallo Stato per sfruttamnto
sessuale.
Alcune madri
delle scomparse hanno ricevuto messaggi da
persone che le hanno visto lavorarare nei
bordelli o nei bar a Monterrey, Camargo,
Reynosa e Guadalajara.
"Le possono
impiegare come accompagnatrici - afferma Isabel
Rivera, madre de Guadalupe Jazmín Torres Rivera,
mentre guarda la foto della figlia quindicenne
scomparsa nel febbraio dell'anno scorso, un
giorno prima del sequestro di Veronica e Cecilia
Abigaíl.
Madre single
di una figlia di tre anni, Guadalupe era una
insegnante di ballo.
La madre
racconta che dopo aver lasciato il lavoro "
camminava per strada e Evelyn Johana, la ragazza
di Juan Carlos Martínez Hernández, alias El
Camaleón ,capo Zeta de Guadalupe, le fece dei
seganli da un camioncino. Scese giù un tizio
calvo, meticcio, con una pistola. Se la presero,
lasciando solamente la valigia con dentro i
vestiti di ballo".
La polizia di
Apocada non ha accettato la denuncia di Isabel
Rivera, quando andò al campo miliatre della
Settima zona, per aggiungere il nome della
figlia tra le disperse.
Poi alla
caserma della Marina, e finalmente la polizia
ministeriale ha accettato la denuncia e il DNA è
stato testato.
" Mia figlia è
stata presa il Martedì, altre tre il Lunedì,
altre due il Mercoledì, in una settimana ne
hanno rapite 10 nel quartiere. Hanno continuato
sequestrando ragazzine. Sono 46 le rapite
quest'anno. E nessuno fa niente. Non è giusto
che le rapiscano per soldi. Sono morta. Dio mi
ha dato tre figli e li amo tutti e tre. Io non
mi rassegno" dichiara mentre mostra una carpetta
con otto immagini di altre ragazze scomparse,
le cui madri hanno inizato a riunirsi per
chiedere giustizia.
La maggior
parte di esse si sono conosciute nella Settima
Zona Militare dove si erano recate per
denunciare le sparizioni " Qui non nascondiamo
nulla, Io credo che l'abbiano rapite Los Zetas.
Tutti conoscono Billy Sierra, che ha sequestrato
altre ragazze a Monterrey, Estanzuela, Guadalupe
e Escobedo ", ha detto Cecilia Torres.
Le cose sono
state diverse nel caso di Blondie Ivonne
Williams García, de 23 anni,madre single,
scomparsa il 17 febbraio del 2010, il giorno
dopo il rapimento di Verónica e Cecilia Abigaíl.
Racconta la madre della giovane: "Venne un'amica
e uscì. In quel momento si accostò una macchina
e dall'interno le chiesero: " Chi è è Ivonne
Blondie? " Lei non rispose. Qualcuno aveva
mandato a chiedere di mia figlia. Uno degli
uomini uscì dalla macchina e le sollevò la
giacca mostrando un tatuaggio di un sole: " E'
lei? disse. Allora, l'altro ordinò : caricala
su".
Quando ho
sentito questo sono uscita e la stavano mettendo
in macchina. Sono riuscita ad afferrare uno dei
delinquenti, ma l'altro mi puntò la pistola e mi
fermò.
La stessa auto
sequestrò 23 ore dopo, Ana Lariza García Rayas.
Lavorava come dimostratrice in un'azienda di
telemarketing.
"Una ragazza
gridò il suo nome e mia figlia uscì salutandola
con un bacio. Una decina di minuti dopo la
rapirono. Era amica di Blondie e Lupita,
anch'esse rapite, ma le altre non le conosceva"
- afferma la madre, Ana Francisca Rayas Guevara.
L'ufficio
della Procura Generale sta indagando sulla sorte
di 525 donne e bambine scomparse in questi
ultimi anni in Messico.
Laura
Benavides, una residente ad Apocada decise di
mettere un annuncio su Internet sul rapimento
della figlia avvenuto quattro anni fa in una
discoteca,Yarezi Anahi Benavides Luevano, di
anni 21.
Piange ogni
giorno per sua figlia e per le altre: " Sono
tante le giovani donne che vengono rapite. Sto
ancora aspettando. Io la amo. Non mi interessa
ciò che ha fatto o l'hanno costretta a fare. Io
l'aspetto.La vedo che entra dalla porta e
l'abbraccio."
http://www.jornada.unam.mx/2011/08/14/politica/002n1pol
(traduzione di
Anita Silviano)
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