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                                                              HOME      Adolfo Rossi  L'agitazione in Sicilia

Un notevole contributo al recupero della memoria delle lotte del popolo siciliano nel libro:
Dai Fasci siciliani alla Resistenza a cura di Angelo Ficarra

Caltagirone 29 novembre 2008 Angelo Ficarra

(La straordinaria vicenda delle donne di Milocca)

Angelo Ficarra Feltrinelli Fasci siciliani 2009

SILENZIO SUI FASCI DEI LAVORATORI SICILIANI  di Gonzalo Alvarez Garcìa

Gonzalo Alvarez Garcia. Ernesto Renan, Josè Ortega y Gasset e la Sicilia dei Fasci dei Lavoratori.   vedi  nota su facebook 

Salvatore Vaiana  1893-2003 Centodieci anni fa nasceva il movimento contadino canicattinese

 C'e un filo rosso che unisce la resistenza alla mafia Umberto Santino

  Una delle cause del silenzio sui Fasci da I Fasci siciliani di Fara Misuraca

  La strage di Canicattì del 21 dicembre 1947  di Angelo Ficarra Una bellissima pagina di una "straordinaria battaglia di civiltà

UN FALSO IL DOCUMENTO PROVA  DELL’INSURREZIONE CHE PIÙ DI CENTO ANNI FA CRISPI PORTÒ IN PARLAMENTO.... di Angelo Ficarra

   Fasci dei lavoratori siciliani dal libro di F. Renda

Il movimento dei Fasci Siciliani. Una verità messa a tacere di Francesco Fustaneo controlacrisi.org 17/6/2013

 

  Una delle cause del silenzio sui Fasci ? da I Fasci siciliani di Fara Misuraca

"Il movimento dei Fasci Siciliani non si trovò ad affrontare soltanto la violenta repressione scatenata dal Governo, ma anche l'inaspettato cambiamento della politica agraria del Partito del Lavoratori Italiani! A settembre si era svolto, infatti, il congresso di Reggio Emilia, durante il quale si erano gettate le basi ideologiche e politiche del Partito Socialista Italiano. A Reggio Emilia i socialisti italiani decisero che il partito doveva: "essere attento solo alle esigenze del bracciantanto agricolo di tipo capitalistico, e non preoccuparsi punto né dei contadini piccoli proprietari né degli stessi mezzadri ed affittuari che sono anche essi, come i contadini coltivatori diretti, destinati a scomparire, travolti dalla trasformazione in senso capitalistico dell'agricoltura"; di conseguenza Il movimento dei Fasci siciliani, che è al contempo di braccianti del latifondo, di contadini senza terra, di mezzadri, coloni, piccoli affittuari, ed anche di strati di contadini piccoli proprietari, in una impostazione di tal genere non trova posto, anzi è considerato come un corpo estraneo da guardare con diffidenza" (F. Renda).

 A favore degli oltre 50.000 contadini siciliani, che da oltre un mese stavano scioperando per l'attuazione dei Patti di Corleone, non venne espressa, da parte del congresso, alcuna parola di solidarietà; anzi venne manifestata contrarietà per le rivendicazioni stesse degli scioperanti, in quanto a sostegno e non contro la mezzadria. Altro deliberato del congresso di Reggio Emilia, che sancì definitivamente il distacco dal movimento siciliano, fu quello che stabilì che il Partito Socialista Italiano doveva rompere qualunque tipo di legame con i partiti affini e con i singoli che non fossero formalmente socialisti.
Questo in Sicilia volle dire la rottura degli stretti legami che fino ad allora il Partito aveva avuto con il movimento dei Fasci, alla cui direzione non vi erano esclusivamente militanti socialisti e al quale erano iscritte persone che, in base alle disposizioni adottate a Reggio Emilia, non potevano più fare parte del Partito. Il movimento dei Fasci Siciliani venne così abbandonato a sé stesso, proprio mentre si accingeva ad affrontare i suoi momenti più difficili. I dirigenti nazionali del partito socialista, tranne qualche comunicato di solidarietà, non si occuparono più della situazione siciliana. 

da http://www.ilportaledelsud.org/fasci_siciliani.htm

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Il movimento dei Fasci Siciliani. Una verità messa a tacere di Francesco Fustaneo controlacrisi.org 17/6/2013

Che la storia, in ogni epoca e luogo la scrivessero i vincitori l’avevo sempre saputo, ma constatarlo personalmente ha avuto un’ impatto emotivo molto forte. La prima volta che la mia strada si intrecciò con la storia del Movimento dei Fasci siciliani fu nel 2011 quando accettai di collaborare con la rivista Arci 20 Gennaio, alla cui realizzazione e diffusione si erano prestati alcuni giovani di Caltavuturo, ridente paesino di montagna della provincia di Palermo, nelle Madonie, che nel 1893, precisamente il 20 gennaio, aveva visto immolare 11 dei suoi figli in una delle storie più cruente dell’Italia di fine ’800. Proprio dai fatti tragici di quel 20 Gennaio, la rivista prendeva il nome. Ma andiamo con ordine. Circa centoventi anni fa, tra il 1891 e il 1894, date ignote ai più, nacque nelle città e nelle zone rurali della Sicilia, il movimento dei Fasci dei Lavoratori Siciliani, al quale aderirono migliaia tra operai, contadini, artigiani e intellettuali. Il movimento dei Fasci si poneva come fine quello di contrastare il latifondo agrario, di ribellarsi alle prerogative di una monarchia sempre assente e lontana dai problemi della gente e di raggiungere degni livelli di giustizia sociale e di libertà. Una delle peculiarità di questo movimento, fu quello di riservare alla figura della donna un ruolo preminente. Proprio le donne ebbero, in particolare a Piana degli Albanesi, funzioni di primo piano e si assisteva per la prima volta nell’isola ad un loro tentativo organizzato per richiedere un’emancipazione del ruolo femminile oltre ad una più generale rivendicazione di lavoro e di diritti. Diversi furono i Fasci fondati in Sicilia. Uno dei primi fu quello di Catania nel 1891, ma quelli più organizzati sorsero a Corleone, Piana degli Albanesi e a Palermo. A Corleone il 30 luglio del 1893, si riunirono tutti i Fasci della provincia di Palermo, per elaborare quello che venne denominato il “Patto di Corleone”, da più parti considerato come il primo esempio di contratto sindacale redatto nell’Italia dell’epoca. Per capire per cosa lottava quella povera gente occorre menzionare quelli che erano i patti colonici più diffusi nell’800 in Sicilia: la mezzadria ed il terratico. Con la mezzadria il proprietario metteva a disposizione del colono la terra, anticipando le sementi e quest’ultimo era invece tenuto a svolgere tutti i lavori necessari per la produzione; il raccolto veniva poi ripartito in modo sistematicamente iniquo e penalizzante a discapito del colono. Si andava da una divisione al 50% del raccolto fino ai casi in cui la suddivisione prevedeva l’attribuzione dei due terzi al proprietario e del restante terzo al colono. Alla base del contratto di mezzadria, dunque, c'era sempre lo sfruttamento del colono da parte del proprietario. Il contadino e in modo particolare il mezzadro che usava i suoi muli e la sua attrezzatura per lavorare la terra, finiva poi spesso per essere con questi indebitato in modo permanente. Inoltre il contratto tra le parti era sempre verbale e così i proprietari avevano gioco facile nel negare le condizioni precedentemente pattuite, abusando del lavoro dei contadini. Come se ciò non bastasse, della sua quota il mezzadro doveva cederne una parte che il proprietario distribuiva tra i campieri. Questi lasciti erano in realtà tributi che il contadino era obbligato a pagare in cambio di protezione. Il ”terratico” era per il contadino, un patto ancora più svantaggioso di quello di mezzadria. Infatti, mentre con la mezzadria il compenso dovuto al proprietario era proporzionato al raccolto, nel terratico il colono doveva versare al proprietario una quota fissa, in denaro o in natura, indipendentemente dall’esito del raccolto; bastava quindi una cattiva annata per costringere il terratichiere a rivolgersi all'usuraio o a vendere quel poco di cui disponeva per far fronte alla quota dovuta. In questo contesto, la fame e la miseria, il desiderio di riscatto sociale e di giustizia spinsero migliaia di contadini nell’autunno del 1893 a ribellarsi e a dare vita ad imponenti scioperi che in alcuni casi ottennero i risultati sperati con il miglioramento dei contratti agrari. Molti furono infatti i proprietari terrieri che intimoriti dalle imponenti manifestazioni vennero incontro alle rivendicazioni insite nei “Patti”. Tuttavia, la pressione politica dei latifondisti era tutt’altro che affievolita e questi riuscirono a condizionare il governo presieduto dal siciliano Francesco Crispi che acconsentì a mettere in atto politiche repressive contro il movimento stesso. Proprio a Caltavuturo il 20 gennaio 1893, 11 contadini sui 500 presenti, trovarono la morte ritornando da un’occupazione simbolica del demanio comunale che il Sindaco del tempo aveva da mesi promesso di assegnare loro. A seguito di una sassaiola ingaggiata contro l’esercito regio, quest’ultimo incitato dai campieri mafiosi reagì aprendo il fuoco sulla massa inerme e inseguendo i contadini in fuga perpetuò una delle stragi più brutali di quegli anni. Nei mesi a seguire gli atti violenti si moltiplicarono. In ordine cronologico: Giardinello, 10 dicembre 1893, l’esercito spara sui dimostranti di una manifestazione, provocando 11 morti e numerosi feriti. Monreale, 17 dicembre 1893, viene aperto il fuoco su una manifestazione contro i dazi: diversi i morti e i feriti. Lercara Friddi, 25 dicembre 1893, 11 morti e numerosi feriti. Pietraperzia, 1 gennaio 1894, si spara su gente che manifesta contro le tasse. I morti alla fine sono in numero di 8 e 15 i feriti. Nella stessa giornata a Gibellina i morti furono 20 e numerosi i feriti. Belmonte Mezzagno, 2 gennaio 1894, 2 morti; Marineo, 3 gennaio 1894, 18 morti. Santa Caterina Villarmosa, 13 morti e diversi feriti. Il bilancio finale fu tragico: più di 100 i morti complessivamente conteggiati nell’intera isola e oltre 3.500 i lavoratori arrestati e incarcerati. Il Governo Crispi il 4 gennaio del 1894, decretò lo stadio di assedio della regione affidando pieni poteri al generale Morra di Lavriano. L a condotta del generale Morra fu assai cruenta. Diede l’ordine di arrestare i dirigenti dei Fasci e in più di 70 paesi vennero condotti arresti di massa. Più di 1000 persone furono costrette al soggiorno obbligato nelle isole minori, spesso anche perché semplicemente sospettate di essere simpatizzanti del movimento. Le libertà individuali, di stampa, di domicilio, i diritti di associazione, vennero sospese. Si stava infliggendo un colpo duro a quello che in Europa fu uno dei movimenti di protesta più organizzati, paragonabile senza timore di esagerare alla Comune di Parigi. E lo si faceva con le armi e col fuoco dell’esercito Regio e con la collaborazione della mano mafiosa al soldo del latifondo agrario. Di quei fatti di sangue e del confino di massa narra anche un articolo dell’epoca del Corriere della Sera. Il movimento dei Fasci Siciliani produsse dirigenti di spessore, del calibro di Rosario Garibaldi Bosco, Bernardino Verro e Nicola Barbato, solo per citarne alcuni. In particolare a quest’ultimo si sarebbe ispirato, diversi anni dopo, attribuendosi il nome di battaglia il partigiano Comandante Pompeo Colajanni “Barbato” che ebbe un ruolo centrale nella liberazione di Torino il 28 aprile del 1945. Tuttavia nonostante la rilevanza di quei fatti storici, io stesso capì di averne una conoscenza solo superficiale, che ebbi l’occasione di approfondire solo in occasione del 119° anniversario della strage di Caltavuturo, cioè nel gennaio di questo 2012, quando invitato dal dal Pres. Arci 20 GENNAIO di Caltavuturo, Nino Musca ( che curava la rivista per la quale collaboravo), partecipai alla posa della lapide in onore dei caduti e alla contestuale conferenza tenuta dal Prof. Carlo Marino, Docente Universitario e Storico del Movimento Contadino, da Dino Paternostro , Segr. della Camera del Lavoro di Corleone e da Angelo Ficarra e Ottavio Terranova dell’Anpi Sicilia. Ma in Italia, purtroppo sono in pochi a sapere dell’esistenza di questo movimento e di quello che accadde in Sicilia in quegli anni. Di fatti come scritto in una lettera aperta dalle personalità sopraccitate, nessun manuale scolastico gli dedica una riga; il movimento dei Fasci sembra nell’immaginario degli Italiani semplicemente non essere mai esistito, per lo più noto solo a pochi appassionati di storia. E pensare che fu un movimento di cui scrisse anche Engels e si dice che perfino Lenin ne studiò la matrice rivoluzionaria. Proprio da Caltavuturo, in considerazione di tutto ciò, è partito un invito ai diversi centri dell’isola ad intitolare una via ai Fasci Siciliani che nella provincia di Palermo esisteva solo in 3-4 comuni, mentre ogni comune siciliano ha almeno una via intitolata a Crispi, che sul massacro dell’epoca e sulla svolta negativa assunta della democrazia in Sicilia negli anni a venire, ebbe enormi responsabilità. Campofelice di Roccella, centro nel quale vivo, è stato il primo dei comuni a rispondere a quell’appello, intitolando l’11 novembre 2012 una via ai Fasci Siciliani. Di recente anche il comune di Palermo si è mosso in tale direzione dedicando ad aprile una via al movimento nel quartiere di Bonagia e altrettanto sta facendo il più piccolo comune di Isnello. Qualche mese prima, precisamente il 20 gennaio scorso del 2013 si è invece celebrato a Caltavuturo alla presenza di don Ciotti il 120° anniversario della locale strage, a cui a suo tempo Scimeca dedicò un film : “Il giorno di San Sebastiano” , la cui colonna sonora era invece composta da Battiato e si intitolava “A lu vinti di innaru na mattina”. Stiamo in Sicilia, con la collaborazione dell’Arci, di Libera, dell’Anpi e della Cgil, cercando di recuperare la memoria storica di un’ evento che fa parte integrante non solo della nostra storia, ma di quella italiana e ed europea; una storia che parla di un grande movimento organizzato che ispirandosi ad una matrice ideologica socialista, si impegnò nelle terre siciliane a portare avanti battaglie di civiltà e per la cui causa morirono tantissime persone. Ricordare questo movimento,la cui memoria è stata volutamente rimossa, farlo riscoprire alla gente, è il minimo che possiamo fare per ringraziare coloro i quali si sono battuti hanno sacrificato la vita per diritti e prerogative che oggi appaiono scontate.

 

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22-23 maggio 1893 si svolse il primo congresso regionale
Fu il "battesimo"del Socialismo in Sicilia

Domenica, 24 Maggio 2009


il 16 maggio 1911 la feroce mafia del feudo l'assassinava
Lorenzo Panepinto, dalla parte dei deboli
Domenica, 17 Maggio 2009
 
da http://www.cittanuove-corleone.it/

                                                           

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ADOLFO ROSSI      L'AGITAZIONE IN SICILIA. Inchiesta sui Fasci dei lavoratori
 
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La Sicilia delle stragi
 

 

 

Antonio  Labriola  e i Fasci Siciliani

 Fasci_dei_lavoratori_siciliani_-_dal_libro_di_F._Renda

 

Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo, in provincia di Palermo, i contadini avevano deciso di protestare, prendendo occasione dall’esistenza di una interminabile controversia intorno ad alcune terre comunali ritenute di carattere demaniale e quindi soggette ad essere quotizzate fra i contadini. Detto fatto, alcune centinaia di loro, comprese le donne, erano andati ad occupare le terre contese, eseguendovi anche dei lavori. -…I contadini, naturalmente, dopo aver compiuto con l’occupazione quello che loro consideravano un atto di legittimazione e di affermazioni di volontà, erano tornati in paese, e si erano diretti verso il municipio. Ma qui trovarono i soldati che li aspettavano con le armi spianate, e in breve successe un massacro.

            Non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che ai contadini meridionali il governo, invece di pane e lavoro, come richiesto, distribuisse pallottole. Ma un fatto del genere, nel gennaio 1893, produsse sensazione ed ebbe conseguenze fuori dell’ordinario. Intanto per il fatto in sé: sulla piazza restarono uccisi 13 contadini, e numerosi altri furono feriti e ricoverati in ospedale. La cosa era esorbitante anche per un paese, come l’Italia……. 

              L’ultimo atto, forse il più alto, certo il più importante dei Fasci, fu la riunione del Comitato centrale, tenuta in pieno stato d’assedio la sera del 3 gennaio 1894, in barba alla polizia che ne doveva arrestare i partecipanti.

              Le deliberazioni di quel consesso furono soprattutto notevoli, perché consentirono di superare un errore di giudizio, che aveva inficiato l’azione del partito socialista e indebolito i suoi rapporti col movimento, giungendo fino alla scissione di responsabilità, come quella apparsa su “Lotta di classe” il 31 dicembre 1893. Un ruolo non secondario ebbe Antonio Labriola, il solo fra i dirigenti nazionali che credette necessaria una iniziativa di partecipazione diretta alle vicenda siciliane. Anche per lui, come per il governo e per le altre forse politiche, il punto di riferimento fu la convocazione del Comitato centrale per il 3 gennaio, chiamato a risolvere i contrasti interni dei socialisti siciliani sulla linea da seguire. In vista di quella discussione e delle deliberazioni che ne sarebbero seguite, egli indirizzò al Bosco la lettera che riportiamo per esteso:

 

Caro Bosco,

              Leggo nei telegrammi dei giornali che domani l’altro ci sarà costà a Palermo la riunione del Comitato Centrale Siciliano per deliberare su la presente situazione.

              La vostra posizione – intendo dire dell’intero partito e non di voi persona – è certamente grave; anzi è addirittura imbarazzante. In Sicilia sono accadute cose, che vanno assai al di là da quanto potesse mai essere nelle vostre più calde ispirazioni, e che parranno a molti aspra smentita a tutti i propositi e disegni di regolare organizzazione e di metodica propaganda.

              Ma oramai non c’è che fare. Tale è per necessità di cose la natura degli italiani. Le menti si accendono, gli animi si riscaldano, le fantasie si montano; e l’opera, che per consiglio e suggerimento dei più savii ed esperimentati dovrebbe procedere con modi accorti e graduati, precipita d’un tratto vertiginosamente.

              Accetterete voi, che foste i primi organizzatori e gli iniziatori del movimento socialistico, tutta intera la responsabilità di una situazione, la quale, sebbene da voi non preparata a disegno né voluta ad arte, pure è in buona parte, e parrà più che non sia, effetto, per quanto né voluto né previsto, dell’azione vostra?

              Tale domanda è di certo nelle menti di voi tutti, e vi travaglia.

              Rifiutarsi senz’altro di accettare tale responsabilità, sarebbe come voler dire, che a noi socialisti fa comodo di separarci dal proletariato, tutte le volte che esso, sollevandosi, trascorra in eccessi, cioè metta in gioco le sue proprie passioni, e riveli, in una parola, l’indole sua. Tale modo di procedere, oltre ad essere segno di pusillanimità, menerebbe a questa incresciosa conseguenza: che il vantato socialismo dei propagandisti stia lassù campato in aria, fuori d’ogni connessione con la realtà storica e sociale del momento; o che sia una forma ammodernata dello sport radicale. Noi conosciamo molti bravi rappresentanti di questo sport, adoratori di Madonna Evoluzione, rifuggenti come dalla peste dalla parola rivoluzione; il che poi, pei buontemponi della giostra sociale, si riduce ad un garbato modo di costituirsi nella fase filosofica un alibi alla vigliaccheria.

              Ma d’altra parte il fondersi, anzi il confondersi esclusivamente con l’attuale inaspettata rivolta, sarebbe come un voler mandare in fumo ogni idea di regolare organizzazione delle forze proletarie, e un barattare il principio della lotta politica:  il che, in altri termini, si riduce a disconoscere le vie ed i mezzi della rivoluzione proletaria.

Su questo filo sottilissimo dovranno reggersi le vostre deliberazioni; e non è chi voglia o possa invidiarvi, che abbiate da decider qualcosa in tali contingenze.

Vogliate però ricordarvi, che le decisioni vostre non impegneranno soltanto voi, né varranno solo a delineare la situazione vostra di fronte ai proletari di Sicilia e di fronte al governo. Le vostre decisioni torneranno, o di grande aiuto, o di molto nocumento a tutto il partito socialistico italiano, che solo da poco tempo si è liberato dalle incertezze, incoerenze ed inconcludenze che lo assediavano, e d’ora innanzi non potrà vivere, crescere di forza e prosperare, se non a patto:

di non ricadere nella fatuità dell’anarchismo;

di non cristallizzarsi nella goffa idea del legalitarismo parlamentare, che poi in avvenire può ben risolversi in una nuova requisizione del bestiame votante;

di essere, di voler essere e di saper essere ispirato sempre al principio della rivoluzione pratica e progressiva, usando modi non preconcetti ma sperimentati di organizzazione, e forme tali di propaganda quali le richiedono la condizione del paese e il temperamento degli uomini.

Fuori di ciò, è o il delirio o la viltà: di qua da tale linea nasce, e vegeta poi, la setta, la consorteria, la combriccola, ma non sorge e vive il partito. Ne’ c’è chi possa dispensare un partito vero e proprio dal dovere di studiare le reali condizioni del momento, per rifarsi sempre di nuova esperienza: salvo che, negata ogni ragione di processo, di adattamento e di progresso, non si voglia ridurre il socialismo al quissimile della dottrinella.

Ho letto in so quanti giornali:  <<Laggiù non si tratta del socialismo, ma della fame>>. E poi: <<Quegli incoscienti danno in eccessi>>. La gran sapienza da discussioni d’angolo di farmacia di paesello di provincia!

Ma quelli che in qualunque modo si assumono il carico di condottieri e maestri del movimento proletario, sanno bene, come voi sapete benissimo per vostra esperienza, che appunto i passionati eccessi del proletariato rivelano la malvagia natura di quest’ordine sociale, del quale il proletariato è vittima ed onta ad un tempo.

Auguri vivissimi e saluti cordiali a tutti. Vostro

                                                                                              Antonio Labriola

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Non sappiamo se il documento giunse mai a destinazione. E’ certo, comunque, che un atto di così viva perspicacia politica non andò perduto. I dirigenti siciliani ispirarono il loro conclusivo  comportamento alle date indicazioni. La discussione al Comitato Centrale si protrasse ininterrotta dal primo pomeriggio .. sino a notte inoltrata. In modo unitario fu ricercata la via da seguire: “sul filo del rasoio”, come aveva scritto Labriola. I documenti approvati furono due: il primo diretto al Presidente del Consiglio, ed inoltrato telegraficamente. Il secondo, redatto sotto forma di manifesto, e pubblicato sui giornali del 4 gennaio, recitava:

Lavoratori della Sicilia!

              La nostra isola rosseggia del sangue di compagni che , sfruttati ed immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un sistema, dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere, libertà.

              L’agitazione presente, portato doloroso e necessario di un ordine di cose inesorabilmente condannato, mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi alle repressioni più brutali.

              In questo momento solenne mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia.

              Nel nome vostro pertanto chiediamo alla borghesia:

1. Abolizione del dazio sulle farine.

2.Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta col concorso dei Fasci dei Lavoratori.

3. Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso socialista di Corleone.

4. Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo.

5. Costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati, i beni        comunali, dello stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti, nonché la espropriazione forzata  dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3 per cento del valore dei terreni.

6. Concessione di tutti i lavori delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato ai Fasci dei lavoratori, senza obbligo di cauzione.

7. Leggi sociali, che basandosi su un minimo di salario, ed un massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e moralmente la condizione dei lavoratori.

8. Per provvedere alle spese necessarie a mettere in esecuzione i suddetti progetti, per acquistare gli strumenti di lavoro, tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, e in generale per anticipare gli alimenti ai soci e per porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare sul bilancio dello Stato, una volta tanto, la somma di venti milioni:

              Lavoratori!

Seguite intanto ad organizzarvi e ritornate alla calma, perché con i moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefici duraturi. Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che dovremo tenere.

Barbato Nicolò – Bosco Garibaldi – De Felice Giuffrida – De Luca Francesco – Leone Luigi – Montalto Giacomo – Petrina Nicolò – Verro Bernardino.

Palermo, 3 gennaio 1894.

 

Si concluse così, con questa solenne assunzione di responsabilità politica, l’opera dei socialisti siciliani.

La sera stessa del 3 gennaio era stato decretato dal governo Crispi lo stato d’assedio ed ebbe inizio la repressione militare, con l’arresto ed il processo dei massimi dirigenti davanti al Tribunale di guerra, la carcerazione di migliaia di socialisti, la soppressione delle libertà sancite dallo statuto albertino, la messa al bando delle organizzazioni socialiste, insieme allo scioglimento dei Fasci. Ebbe inizio la diaspora dei Fasci, la dispersione, cioè, di  un patrimonio di forze umane, di idee, di ipotesi e progetti di costruzione di una nuova società italiana, che era stata sognata, ma che non si sarebbe mai più realizzata. Il colpo inferto, in tal senso, ai Fasci dei lavoratori non ferì solo la Sicilia, ma la nazione tutta intera. Il 3 gennaio 1984 fu una data infausta per la democrazia, oltre che per il socialismo e per il  movimento operaio.

 

Tratto da “I Fasci Siciliani”  di Francesco Renda- ed. Einaudi, 1977

 

 

 

   La Sicilia delle stragi
Caltagirone 29 novembre 2008
Angelo Ficarra
 

          Venendo a Caltagirone, a questo incontro con voi, ripercorrevo mentalmente le pagine di questo libro.

          Inseguivo il filo rosso che lega l’una all’altra queste stragi; questa terribile scia di sangue che fa chiedere a Marco Travaglio, nella presentazione che ne fa a Torino, se ci sia in Europa un’altra regione che abbia avuto così tanti morti, al netto delle due guerre mondiali.

          Ma sopratutto pensavo alla subdola, strisciante terribile operazione di rimozione della memoria dei fatti e con essi di una verità.

          Sì, ho detto “una” verità perché vi rendete conto che se si rimuove la memoria del fatto in sé non ha più senso neanche la ricerca di una verità, viene a mancare l’oggetto stesso della ricerca.

          Vi devo confessare che mi sono imbattuto tardi nella mia vita nel problema della “coscienza” della nostra identità; identità che si costruisce giorno per giorno e si nutre delle radici della memoria, che si arricchisce della elaborazione dei valori del passato, che fa di un popolo un insieme di uomini liberi.

          E’ per questo che sono particolarmente contento di questo incontro con voi giovani che rappresentate la classe dirigente di domani.

          Voi potete sottrarvi a tale rimozione. Certo con qualche difficoltà, imparando a difendervi dagli stereotipi nei quali annega la nostra quotidianità.

          Ad oggi la rimozione, operata col terrore, dei fatti della nostra storia ci ha strappato le radici e con esse la nostra identità di popolo.

          Pensate: migliaia di esseri umani sono caduti nella nostra terra sotto i colpi di una repressione violenta dello stato e della mafia, sono stati uccisi, feriti, rinchiusi nelle galere a scontare secoli di carcere; centinaia di migliaia di scampati hanno dovuto, per sottrarsi alla violenza e per difendere la loro dignità di uomini liberi, affrontare il lacerante dramma dell’emigrazione.

          La rimozione ha creato un vuoto che poi, con gli anni è stato a poco a poco riempito da una serie di stereotipi, di frasi fatte. Sono gli stereotipi del “tutto cambia perché nulla cambi”, della omertà caratteristica quasi identitaria di un popolo, della invincibilità della mafia; stereotipi che devono assicurare con la rassegnazione, il controllo delle classi subalterne.

          E’ il tentativo sottile e terribile di cancellare la memoria delle lotte, delle vittorie e delle sconfitte del popolo siciliano contro la mafia.

          Vi sarà senz’altro capitato, o comunque vi capiterà di visitare qualche città del Nord, magari in occasione di una gita scolastica. Se ci farete un poco di attenzione resterete colpiti dalla quantità di lapidi che ricordano i fatti, i caduti, gli avvenimenti che sono e diventano il vissuto e la storia di un popolo.

          Di contro in Sicilia, almeno in quella centro occidentale, solo eccezionalmente troverete una targa a ricordo di una strage e se c’è, ed è già tanto, è stata posta, finalmente, in questi ultimi anni che registrano un certo progresso nella lotta contro la mafia. E questo quando addirittura non c’è la targa che rende “omaggio” a chi quelle stragi operò.

          Per toccare con mano tali assunti - la rimozione e la creazione degli stereotipi - di cui a me sembra importante avere chiara cognizione, e per cercare di avere nel contempo, per difenderci, intelligenza dei meccanismi che li rendono possibili, farò riferimento ad alcuni avvenimenti che risalgono a oltre cento anni fa.

           La storia di tali avvenimenti è stata repressa e cancellata.

           Essa certamente non appartiene alla memoria e alla cultura del popolo siciliano.

 

          Mi riferisco al movimento dei fasci dei lavoratori siciliani, la prima rivoluzione di classe dell’Italia unita. Siamo alla fine dell’ottocento, esattamente negli anni 1890 – 1894, anno dello stato d’assedio.

 

          Sono i tempi di Paolo Ciulla, “il falsario di Caltagirone”, protagonista del libro di Maria Attanasio; gli anni del primo parziale allargamento del diritto di voto a tutti gli alfabetizzati, escluse le donne, gli anni che dovevano registrare la ripartizione delle terre del demanio ai contadini poveri, anni che facevano sperare in un’evoluzione che si lasciasse alle spalle le terribili condizioni feudali soprattutto presenti nella Sicilia centro occidentale.

          Sono gli anni in cui nelle campagne e nelle città di Sicilia, contadini, artigiani, intellettuali, studenti, donne e uomini di ogni età, forti di questa speranza e di quest’ansia di trasformazione, sospinti da un sogno di giustizia e di libertà, si unirono nei Fasci dei lavoratori, sconfissero la rassegnazione, sfidarono i mafiosi, i gabelloti e il potere che affamava i lavoratori e la povera gente.

           Protagoniste di questo grande movimento furono le donne straordinaria forza di modernizzazione.

           I fasci siciliani furono dalla borghesia mafiosa e dal governo del siciliano Crispi tragicamente repressi nel sangue.

          Stato di assedio imposto con un esercito forte di quaranta mila soldati.

          Per avere un’idea del dato confrontiamolo con i settemila e cinquecento soldati dell’operazione “Vespri siciliani” contro la mafia degli anni 90 del secolo scorso.

           Oltre un centinaio di morti, solo fra i manifestanti. Diverse centinaia di feriti, migliaia e migliaia di carcerati e di confinati. Secoli e secoli di galera. Esodo biblico di massa tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento.

          La memoria di tutto ciò è stata col terrore calunniata e dispersa recidendone le radici mentre i Fasci sono da ricordare come il primo grande movimento di difesa dei diritti e della dignità umana dei lavoratori in Europa dopo la Comune di Parigi.

          Il movimento dei fasci prefigura la nascita del sindacato in Italia.

          E’ la prima volta che si conduce in forma organizzata di massa, attraverso rappresentanti propri, la lotta economica; si fissa su scala regionale, in convegni di lavoratori le proprie rivendicazioni; ci si mostra capaci di condurre vittoriosamente un primo grande sciopero di mezzadri e braccianti, dal giugno al novembre del 1893, che porterà alla conquista dei patti di Corleone.

          La repressione, scatenata con la complicità e le provocazioni di sovrastanti, campieri e gabelloti, è stata feroce.

 

          Uno dei tanti episodi in particolare:

          A Caltavuturo sulle Madonie ad una pacifica manifestazione di occupazione di terre demaniali di cui si sollecitava la quotizzazione già stabilita per legge, si risponde facendo fuoco su un corteo di contadini inermi uccidendone tredici e ferendone una trentina.

 

          E’ un freddo 20 gennaio del 1893, è il giorno di S. Sebastiano santo protettore del paese. In sostegno dei carabinieri interviene l’esercito. Gli uomini si danno alla macchia. I soldati seminano il terrore. Impediscono ai familiari di riportarsi a casa i caduti che restano durante la notte a terra straziati dai cani.

          Ma attenti c’è di più!

            Quasi ad affermare il proprio incontrastato dominio e per eliminare la ricorrenza della festa del santo protettore e con essa la memoria della strage, le potenti famiglie legate alla mafia che esercitano il potere, i Cerrito e i Giuffrè, amministratori comunali complici nell’usurpazione del pubblico demanio, demoliscono la chiesa di S. Sebastiano e l’annesso ospedaletto - ricovero di pietà, costruendovi i loro palazzi, oggi rispettivamente sede del Comune e di un convento di suore. E questo con l’acquiescenza dell’arciprete, un Cerrito.

          Le pagine straordinarie scritte dal movimento dei fasci sono fra le più gloriose della storia siciliana e italiana.

          Vi leggo le parole con cui un contadino di Canicattì, Salvatore Giordano detto il filosofo, risponde al giornalista Adolfo Rossi, inviato della “Tribuna” di Roma, riportate in un suo libro dato alle stampe dopo la tragica repressione del movimento: “…..”.

          “Perché vi unite con tanta fede nei Fasci?  Perché - mi rispose - Il Fascio vuol dire pane e lavoro. I borghesi proprietari sono d’accordo tutti per pelarci …..Noi abbiamo subito finora i loro patti: oggi dobbiamo cambiare.

          E se il Governo - gli chiesi poi - volesse sciogliere tutti i Fasci? Scioglierci? La nostra è la causa della civiltà ….. E se vi sciogliessero con la forza, con la truppa? Sentite, piuttosto che morire uno alla volta, meglio morire tutti insieme.”.

 

          “L’agitazione in Sicilia” stampato a Milano dall’editore Kantorowicz nel 1894 e nello stesso anno stampato in Germania, cadde nelle maglie della censura durante il lungo periodo dello stato d’assedio, e rimase sepolto e sconosciuto in Italia per quasi cento anni.

          Lo stato d’assedio fu esteso alla Lunigiana

le cui popolazioni avevano dato vita a manifestazioni spontanee di solidarietà con i lavoratori siciliani. Anche queste manifestazioni furono represse, proclamato lo stato d’assedio, i lavoratori arrestati, processati e condannati a centinaia e centinaia di anni di galera.

 

 

          Le donne dei fasci forse scrissero le pagine più belle di quel movimento.

          A Milocca dopo l’inaugurazione della sede del fascio c’era stata una “passeggiata” con la bandiera rossa. L’indomani i locali dirigenti del fascio vengono arrestati e rinchiusi nella locale caserma dei carabinieri. Subito si radunano le donne di Milocca, in cinquecento assaltano la caserma, liberano i dirigenti del fascio, si impossessano delle armi senza sparare un colpo e portando sulle spalle un giovane carabiniere che si era comportato bene, si danno a grandi manifestazioni di gioia per le vie del paese.

          Avendo avuto notizia dell’arrivo dell’esercito, temendo una rappresaglia, gli uomini si danno alla macchia. L’indomani per lavare l’onta subita, “le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue donne, che traducono ammanettate, alcune gestanti altre coi bambini lattanti sulle braccia, nelle carceri di Mussumeli”. Così si legge in una corrispondenza dell’epoca:

           “Intanto tutti gli arrestati …tramutavansi dal carcere di Mussumeli a quello di Caltanissetta, e sapete con quale sistema?...Con una lunga catena si uniscono i polsi di tutti gli arrestati e poi li si fa marciare su una doppia fila di soldati, carabinieri e birri. Ma tanta infamia a nulla approda. Gli arrestati socialisti affrontano il carcere con il canto dei lavoratori e passando tra le moltitudini, incoraggiano col sorriso e con gli evviva i compagni a perseverare nella via intrapresa”.

 

          Altra pagina tragica quella di Marineo raccontata nel libro dal poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcia:

          “A Marineo, un paesetto di circa diecimila abitanti, sulla strada che da Palermo conduce a Corleone, la mattina del tre gennaio del 1894, quattromila persone, organizzate nel fascio dei lavoratori, stanno manifestando gridando “abbasso le tasse”  “non possiamo più vivere”. Si dirigono verso il Municipio ma trovarono la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.

Accanto al maggiore che comandava il reparto dell’esercito venuto in soccorso della Giunta comunale, si schieravano i carabinieri, le guardie di pubblica sicurezza e i campieri del Comune. Una cinquantina di uomini con il fucile spianato e baionetta in canna avevano formato un cordone per impedire ai manifestanti di raggiungere il Municipio. Ma la folla non si arrestò. Erano proprio le donne quelle che con più tenacia lottavano. Una di esse Caterina Trentacoste con in braccio la figlioletta Anna Olivieri, apostrofò l‘ufficiale con queste parole: “Se ne hai il coraggio, dai un colpo di baionetta a questa picciridda ”, e continuò a dibattersi per rompere il cordone di sicurezza.

Il maggiore, temendo di essere sopraffatto, ordinò di sparare. Di sparare “in aria” dicono le notizie ufficiali. Ma a quegli spari, i lavoratori caddero a terra, stesi come bestie nel macello. Alla fine si contarono 18 morti e una cinquantina di feriti. La prima a morire trafitta da un colpo di baionetta, fu proprio la piccola Anna Oliveri.

 

 

          Abbiamo raccontato solo alcune pagine di una storia straordinaria, pagine scritte da donne e da uomini che si immolarono per una causa di civiltà.

          Per loro non c’è una lapide che ne ricordi i nomi o le gesta, né dei popolani né dei dirigenti. Non c’è un romanzo, una memoria, una canzone, una poesia. Non c’è una icona.

          Di essi non c’è traccia nella cultura popolare né siciliana né tantomeno italiana a testimonianza  del lungo governo della mafia sul territorio siciliano.

 

          La Sicilia delle stragi, grazie alla intuizione del professore Giuseppe Carlo Marino, rappresenta un primo importante tentativo di riflessione su questo silenzio. Su questa strada bisogna continuare. Bisogna scavare più a fondo. Indagare sul clima di terrore che ha, in tutti questi lunghi anni, consentito la rimozione della memoria e con essa il consolidamento del potere del principe e di quello consequenziale della mafia.

            Alla sensibilità dei poeti, agli scrittori, ai giovani storici che stanno venendo con nuovo coraggio alla ribalta, e soprattutto a voi giovani studenti, classe dirigente di domani, è affidato il messaggio di tutti questi morti perché siano sottratti all’anonimato e all’oblio, loro e le idee di giustizia e di libertà che li animarono. Perché sia ripercorso da Diodoro siculo a Falcone e Borsellino il lungo cammino per la riscoperta delle nostre radici e della nostra identità di esseri umani, per sentirci, guardando al futuro, aldilà di miseri localismi, fieri cittadini del mondo.

Angelo Ficarra

            Caltagirone 29 novembre 2008  

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 Angelo Ficarra Feltrinelli fasci siciliani 2009

 

 

Innanzi tutto voglio esprimere un grazie a tutti voi per la vostra partecipazione e un grazie altrettanto sentito per la sua gentile ospitalità a Lia Vicari direttrice di questa Feltrinelli che diventa sempre più una importante istituzione culturale della nostra città.

Vi comunico intanto che dopo una mia breve introduzione interverranno, come annunziato, il poeta spagnolo professore Gonzalo Alvarez Garcia, lo storico Tommaso Baris ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Palermo e infine l’intervento  dell’autore del libro per cui siamo oggi qui: Rino Messina, intervento al quale seguirà una particolare nota finale.

Il libro è  “Il processo imperfetto 1894: i Fasci siciliani alla sbarra”. Sellerio editore

Si tratta del processo al gruppo dirigente regionale dei Fasci siciliani che si svolge in Palermo celebrato presso il tribunale militare di guerra, uno dei tre istituiti in Sicilia dal tenente generale Roberto Morra di Lavriano.

A questi tre tribunali militari di guerra si aggiungerà dopo pochi giorni, il 17 gennaio 1894, quello in Lunigiana, dove era stato esteso lo stato di assedio per reprimere  i moti di solidarietà al popolo siciliano che quel popolo libertario pagò con morti e secoli di galera. Aggiungo, sommessamente, che non so se il popolo siciliano abbia mai ricambiato tale solidarietà.

Il libro del dottore Messina, sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo, è stato già presentato in diverse città italiane a cinque mesi dalla sua uscita. E’ stato presentato a Roma alla Sapienza, alla Feltrinelli di Padova, poi Palermo alla Storia Patria, alla Feltrinelli di Milano,  alcuni giorni fa alla biblioteca Pirandello di Agrigento ed oggi quì.

Riferisco questo dato perché avendo avuto il piacere di partecipare a quasi tutte queste presentazioni, posso riferirvi che dappertutto è stato giustamente riconosciuto un merito straordinario al libro di Rino Messina: oltre la grande competenza del magistrato che con chiarezza commenta e ci fa capire gli atti abnormi del processo che non esita a definire monstrum giuridico, tocca una corda particolare della nostra storia.

Una corda che parla alla nostra intelligenza ma anche al nostro cuore.

Ci restituisce, spigolando fra le cronache dell’epoca, l’atmosfera, il clima, la partecipazione della gente per farci meglio capire, per consentirci di affondare nella storia le radici della nostra identità.

Riconsegna alla nostra memoria questo momento tragico e particolare del movimento dei fasci siciliani, il processo, facendoci riappropriare dei luoghi, dei suoni, degli eventi, restituendo pezzi di questa storia a questa città e a questa terra che per tanti anni, fino ad oggi, ha sempre cercato di occultarla.

Così sappiamo del processo in via del Parlamento; dei drappelli di soldati che fanno ala ai detenuti tradotti in catene dal carcere borbonico all’ex convento di  S. Francesco.

Ma soprattutto sappiamo che con gli arresti del gruppo dirigente dei fasci e la proclamazione dello stato di assedio non è finito tutto.

Non è calato il silenzio che il vuoto della memoria con rassegnata amarezza ci aveva fatto temere.

Alla proclamazione della scontata sentenza di condanna, leggo dal Messina,   “Molti giovani si appuntano all’occhiello garofani rossi; moltissimi, a piccoli gruppi per eludere l’editto che vieta i raggruppamenti, arrivano fino all’Ucciardone dove vengono dispersi dal picchetto di guardia.

Allora si dirigono verso il Politeama, la dimostrazione si ingrossa, si alzano grida. Accorrono funzionari di polizia e un’intera compagnia del 57° : Furono suonati due squilli di tromba. La dimostrazione si sciolse.  Uno studente fu arrestato.

Ma i giovani non si fermano riformano il corteo in via Maqueda cantando l'inno dei lavoratori, arrivano all’Università, ne occupano l’atrio, gridano.

Dall’esterno i funzionari, cinta la sciarpa tricolore, intimano la resa, tentano di entrare; glielo impedisce, con un gesto che merita tutta la nostra riconoscenza, il rettore Guggino, che fa subito chiudere i cancelli”.

Fuori c’è una folla brulicante; piazza Pretoria è un tappeto di garofani rossi. Intervengono i bersaglieri. La folla si disperde; ci sono degli arresti.

Vi faccio presente che siamo ancora in pieno stato di assedio, siamo al 30 maggio 1894.

La mattina del 31 una grande folla si radunò davanti al carcere per solidarizzare con i detenuti, mentre il 1° giugno numerose barche circondarono nel porto di Palermo la nave "India", che trasportava verso un lontano penitenziario De Felice, Barbato, Verro, Montalto,Pico e Benzi".

 

Parlo di questi particolari come di una riscoperta perché voglio porre a noi, a partire da me stesso,  una riflessione su un dato che a me sembra incontrovertibile:

la storia di quello che fu il più grande movimento di lavoratori in Europa dopo la Comune di Parigi è stata di fatto per oltre ottanta anni una storia negata.

Ottanta anni fino al 1° meritorio convegno sui fasci organizzato ad Agrigento da Luigi Granata che vedo con piacere che è qui presente.

E’ una storia poco e superficialmente conosciuta fino ad oggi a centoquindici anni dalla strage.

Essa certamente non appartiene alla memoria e alla cultura del popolo siciliano.

Possiamo con buona certezza affermare che la rimozione dei fatti della nostra storia, operata col terrore,  ci ha strappato le radici e con esse la nostra identità di popolo.

 Io penso che in questa rimozione vadano ricercate le cause che hanno resa così precaria la democrazia e la legalità.

 Le cause che hanno creato quella lunga scia di sangue  che ha caratterizzato la storia della nostra regione.

Ritengo che abbiamo il bisogno e il dovere, anche con una riflessione autocritica, di ricercare per capire fino in fondo come ciò sia stato possibile.

Pensate: migliaia di esseri umani sono caduti nella nostra terra sotto i colpi di una repressione violenta dello stato e della mafia, sono stati uccisi in modo barbaro con l’intento specifico di seminare il terrore, feriti, rinchiusi nelle galere a scontare secoli di carcere; centinaia di migliaia di scampati hanno dovuto, per sottrarsi alla violenza e per difendere la loro dignità di uomini liberi, affrontare il lacerante dramma dell’emigrazione.

La rimozione ha creato un vuoto che poi, con gli anni è stato a poco a poco riempito da una serie di stereotipi, di frasi fatte. Sono gli stereotipi del “tutto cambia perché nulla cambi”, della omertà caratteristica quasi identitaria di un popolo, della invincibilità della mafia; stereotipi che sono serviti ad assicurare con la rassegnazione, il controllo delle classi subalterne.

Facendo ricorso alla categoria gramsciana della egemonia possiamo dire che questa era esercitata dalla borghesia mafiosa.

Certo possiamo dire che di fronte ai barbari è facile che sopravvenga il silenzio della civiltà. Perché spesso la civiltà non ha armi contro la violenza.

 

Eppure la rimozione ha riguardato una pagina determinante per la storia del nostro Paese che pertanto va riletta depurandola dagli stereotipi che sono serviti ad annegarla.

 

Nel breve arco di tempo che va dalle dimissioni di Giolitti, 24 novembre 1893, al voto di fiducia al nuovo governo Crispi 20 dicembre 1893  e alla successiva proclamazione dello stato di assedio nella notte tra il tre e quattro gennaio 1894, si consuma, con la complicità della monarchia e dell’esercito, quello che può essere definito un colpo di stato, un tragico momento di svolta per la storia d’Italia: la soppressione dei fasci dei lavoratori siciliani in una lunga scia di terrore e di sangue.

Con la cancellazione di quello che la Volks Tribune di Vienna definiva il primo grande movimento di massa proletaria che si veda in Italia, fu inferto un terribile colpo al processo di costruzione dello stato democratico liberale nel nostro Paese.

E fu un colpo che contribuì molto a caratterizzare in modo distorto il processo unitario non solo impedendo, di fatto, un diverso sviluppo del Sud sottratto allo strapotere di una borghesia agraria ottusa, feudale e mafiosa,  ma cronicizzando, con la sua emarginazione, quella che sarà chiamata la questione meridionale.

Possiamo dire che fu introdotto il germe della precarietà della democrazia in Italia che avremmo tristemente sperimentato da lì a poco:

Crispi scioglierà subito dopo il partito socialista il 22 ottobre 1894;

il marchese Di Rudinì e il suo sottosegretario il calatino Giorgio Arcoleo saranno i veri responsabili delle cannonate di Bava Beccaris a Milano nel 1898. (3) 

E poi in tutto il novecento: prima il fascismo e poi  ancora ahimè la Sicilia dove quella precarietà avrebbe ulteriormente favorito l’affermarsi della mafia.

 E questo a partire da una delle due Sicilie, quella occidentale, fino a quella lunga scia di stragi e di attentati impuniti dal secondo dopoguerra ad oggi.

 

Come seconda ed ultima riflessione ripropongo quì brevemente quella che il  Procuratore della Repubblica di Palermo dott. Croce ha sviluppato nel suo splendido intervento alla Storia Patria in occasione appunto della presentazione del libro di cui stiamo parlando:

l’intervento della mafia nella repressione dei fasci siciliani in difesa  degli interessi della borghesia agraria latifondista e feudale ha di fatto costituito il primo atto di quel pactum  sceleris tra stato e mafia che ha di fatto consolidato enormemente il ruolo di quest’ultima in Sicilia e poi in Italia.

 

Quelle dei fasci siciliani sono pagine di una storia eccezionale che vanno riportate alla luce, pagine scritte da donne e da uomini che si immolarono per una causa di civiltà.

 

Per loro non c’è una lapide che ne ricordi i nomi o le gesta. Non c’è un romanzo, una memoria, una canzone, una poesia. Non c’è una icona.

Io ritengo che il recupero di questa memoria per dare un nome e un volto a quei martiri debba essere un recupero di massa, un recupero che deve incidere profondamente nella cultura del popolo siciliano.

Credo che l’esempio che ci ha dato Rino Messina con il suo Processo imperfetto, sia anche la strada maestra per liberare la Sicilia e l’Italia dalla mafia.  

 

                               angelo ficarra

 

Palermo libreria Feltrinelli, 12 maggio 2009.

                A nome di tutti noi voglio esprimere un particolare ringraziamento al poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcia ed un augurio perché sappiamo che in questi giorni compie splendidi 85 anni. Un ringraziamento a te per la tua profonda sensibilità, per la  tua non comune passione civile, per la straordinaria lezione laica di civiltà con cui ci additi il compito ineludibile del recupero della memoria.

Un grazie per avere fatto rivivere la memoria di Teresa Trentacoste e della figlioletta Anna Oliveri martiri del movimento dei fasci siciliani caduti nella strage di Marineo.

E’ un ringraziamento che sentiamo di farti non tanto quanto siciliani, ma essenzialmente quanto cittadini del mondo. Un ringraziamento a te poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcia così legato a questa terribile Sicilia con l’augurio più affettuoso per i tuoi  straordinari 85 anni. Auguri

Angelo Ficarra

 

Palermo libreria Feltrinelli, 12 maggio 2009.

 

SILENZIO SUI FASCI DEI LAVORATORI SICILIANI  di Gonzalo Alvarez Garcìa

         Sentii nominare i Fasci dei Lavoratori Siciliani nel 1955, al mio primo arrivo in Sicilia, da giovani intellettuali che mi parlavano di memorabili imprese siciliane non so se per illustrarmi la storia della loro terra o per convincere se stessi che la Sicilia non era fuori dal mondo come avrebbe potuto sembrarmi. Mi parlavano al passato remoto, come se i Fasci dei Lavoratori Siciliani fossero nati e morti senza essere riusciti ad  avere mai un presente. Da quelle conversazioni mi era rimasta in mente l’immagine  vaga di un evento inquietante frettolosamente rimosso dalla coscienza.

      Dopo cinquant’anni, un altro amico di quei primi anni isolani, il prof. Angelo Ficarra, è ritornato a parlarmi dei Fasci invitandomi a leggere un libro singolare di un singolare giornalista veneto, Adolfo  Rossi. (*) La lettura di questo piccolo e appassionato libro pubblicato a Milano nel 1894 con il titolo “L’agitazione in Sicilia” mi convinse che i Fasci dei Lavoratori Siciliani sono stati una delle cose più importanti di quante avvenute in Sicilia negli ultimi centocinquanta anni. Purtroppo, tragicamente importante.    Se l’Italia dell’Ottocento avesse avuto una classe dirigente fatta di uomini veri, i Fasci dei Lavoratori Siciliani avrebbero potuto diventare la chiave di volta dell’Italia moderna e risolvere  per sempre l’eterna “questione meridionale”
         Sfortunatamente, alla fine dell’Ottocento  l’Italia aveva una classe dirigente inadeguata. Governavano i soliti funzionari della politica. Giolitti e Crispi si dimostrarono pavidi e privi di fantasia; più disposti a difendere i privilegi,per lo più ingiusti e ingiustificabili, dei  pochi ricchi che in Sicilia possedevano la terra con  insolente prepotenza che a tutelare i calpestati diritti delle masse dei lavoratori. Come tutti i politici mediocri,di fronte al prepotente egoismo padronale e alle proteste dei lavoratori tartassati avevano  una forte predisposizione alla perplessità e,di conseguenza,alla violenza gratuita (oggi si direbbe  “violenza preventiva”). Invece di prestare la dovuta attenzione  allo stato di schiavitù che opprimeva le masse dei lavoratori delle campagne e delle miniere di zolfo,e di soddisfare le richieste di giustizia, per altro modestissime, che venivano dal popolo dei Fasci,preferirono trattarli da “terroristi” solo perché parlavano il linguaggio socialista, e mandarono in Sicilia 40.000 soldati del Regio esercito per dare manforte ai proprietari terrieri e ai mafiosi. Sicché i Fasci finirono senza avere il tempo di risolvere alcunché e senza essere riusciti nemmeno a diventare  una saga popolare.

    I  circoli dei Fasci  ebbero una diffusione impetuosa; si erano propagati come un incendio di città in città, di paese in paese.
Secondo le statistiche più attendibili gli aderenti ai Fasci andavano da un minimo di 250.000 a un massimo di oltre 400.000. Percentuale altissima per una popolazione di circa 3.000.000 di abitanti. Una buona parte dei soci erano donne. E anche questo particolare  è assai indicativo del clima di rinascita che i Fasci introdussero nella società isolana, come bene fa notare il Prefetto di Palermo nella sua informativa al Ministro  dell’Interno del 30.05.1893: “anche le donne, dimentiche del loro tradizionale pudore e della loro missione, pervertite dalle loro idee rivoluzionarie, hanno cominciato ad entrare in qualche Fascio e prendono parte alle riunioni pubbliche,pronunciando discorsi incitanti alla resistenza e alla violenza contro i borghesi e il governo”.

       Strana idea della perversione femminile! Per il Prefetto di Palermo e per il governo centrale le donne dei Fasci erano donne perdute, ”dimentiche del loro tradizionale pudore” solo perché reclamavano per i loro uomini e per i loro figli  pane e  dignità.

      I soci dei Fasci erano prevalentemente contadini   che lavoravano la terra altrui a condizioni estremamente  vessatorie e  da minatori nelle miniere di zolfo, dove imperversava la piaga del lavoro minorile. Adolfo Rossi descrive con commozione e con indignazione lo stato di miseria degli uni e degli altri: “I carusi portano impresse in tutta la persona le stigmate delle sofferenze a cui vengono sottoposti. Presi a lavorare a otto, nove anni, essi hanno generalmente le spalle curve per l’eccessiva fatica, le gambe storte, le occhiaie incavate per l’insufficiente nutrimento, la fronte solcata da rughe precoci. La legge che dovrebbe proteggere il lavoro dei fanciulli e secondo la quale nessun ragazzo potrebbe fare il caruso se non ha compiuto i dodici anni,  non viene  fatta osservare. La maggior parte dei carusi non guadagna cinquanta centesimi al giorno e questa mercede non viene loro pagata in denaro, ma in pessima farina  a un prezzo superiore a quello che corre nei vicini paesi”. “Lavorano dodici ore, dalle quattro del mattino alle quattro di sera, per sei giorni consecutivi. Dormono per terra a  cielo aperto e, chi è più fortunato, nelle grotte vicine. Mangiano pane e cipolla e se vogliono bere un sorso d’acqua devono fare lunghe camminate nelle ore di riposo per raccoglierla”. “Possibile che da tanto tempo duri e si tolleri una tale infamia! Sapevo, per aver letto la relazione Jacini e le altre inchieste ministeriali rimaste infruttuose, che cosa sono i carusi, ma nessuno scrittore potrà mai darne un’idea sufficiente a chi non li ha  veduti in quelle vere bòlge infernali”. “Nella mia vita di giornalista  io ho assistito in Italia, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Africa, in America a scene orribili di ogni maniera di fucilazioni, impiccagioni, linciaggi, massacri, morti d’ogni specie e nei lazzaretti e altrove. Nessuno spettacolo però mi aveva così profondamente colpito come quello visto nella zolfara Virdilio: questo barbaro lavoro imposto a ragazzi così teneri (che nello stato in cui vivono sono poi vittime e della pederastia e d’altri orrori) è cosa che grida vendetta, è la negazione di ogni più elementare principio di umanità. C’è da vergognarsi di essere nati in un paese dove una tale barbarie esiste ancora”.

Per lottare contro questa barbarie erano sorti i Fasci. Uomini,  donne e ragazzi entravano nei Fasci  per poter reclamare un salario meno miserabile e condizioni di lavoro meno brutali. Ma i prefetti, la polizia e il ministro dell’Interno li consideravano “sovversivi”! E i campieri della mafia li prendevano a fucilate, benché  tutti quanti, dall’appuntato dei carabinieri al  primo ministro del Regno, sapessero perfettamente che le sede dei Fasci erano palestre di civiltà democratica, che i capi del Fascio non cessavano di invitare i lavoratori  “a  mantenersi perfettamente tranquilli, a   guardarsi bene  dagli agenti provocatori, per non dare pretesto alle repressioni. E aggiungevano che se anche il governo avesse decretato lo scioglimento dei Fasci e avesse innondato l’Isola di truppe, i lavoratori dovevano rimanere impassibili”

  Erano patrioti nel senso più genuino e sano della parola. Nelle loro manifestazioni portavano le insegne del nascente partito socialista, ma anche le insegne monarchiche  e le immagini religiose della Madonna e del Cristo.   
Non lottavano per instaurare il comunismo  libertario, come sostenevano i “borghesi”, la mafia e il governo, ma per ottenere un giusto salario e la dignità dovuta alla persona che con il suo lavoro contribuisce al benessere dell’intera società. Lottavano per i loro diritti di cittadini e non si sognarono mai di sottrarsi ai loro doveri. Non pretendevano il riconoscimento di nessun diritto che non fosse controbilanciato dai rispettivi doveri. I loro circoli erano centri di promozione civile  e culturale. Ogni sede del Fascio venne trasformata in una scuola dove le masse, in maggioranza analfabete, imparavano a leggere e scrivere. Alla fine dell’Ottocento l’analfabetismo era tanto diffuso  che soltanto  50.000 siciliani potevano usufruire del diritto di voto che, per legge, potevano esercitare soltanto  le persone in grado di leggere e di scrivere.   I soci del Fascio volevano poter esercitare questo diritto, e per questo frequentavano appassionatamente le lezioni che si svolgevano regolarmente nelle  loro sedi. Volevano poter partecipare  con conoscenza di causa alla guida politica del paese. “La sovversione non ci appartiene; la nostra è un’impresa di civiltà” affermava  un lavoratore del Fascio di Canicattì, in provincia di Agrigento.
       Non volevano espropriare le terre dei latifondi, anche se il latifondo era il vero cancro dell’economia siciliana. Volevano però, che il latifondo non fosse la scusa per costringerli a vivere in uno stato di servitù, come i servi della gleba nel sistema feudale del Medioevo.  Nei Fasci si raccoglieva un popolo che impetuosamente, ma ordinatamente e democraticamente prendeva coscienza della propria dignità.                                 

       Quale meccanismo di rimozione ha agito in Sicilia perché venisse cancellata come un crimine innominabile un’impresa così piena di dignità e di coraggio civile?                     

       Perché nessun grande pittore siciliano, né Guttuso, né Migneco, né altri, si sono occupati dei Fasci?  Perché nessun grande scrittore siciliano del Novecento ha ritenuto che scrivere sui Fasci fosse degno del suo ingegno?  Né Leonardo Sciascia, che tanti libri ha scritto sulla Mafia, né Giuseppe Tommasi di Lampedusa, che con tanta sapienza ha saputo raccontare il tramonto della nobiltà siciliana hanno sprecato un libro per raccontare  un’impresa come questa.

      I cantastorie hanno celebrato Giuliano, il picciotto fascista della Decima Mass, che compì la strage di Portella della Ginestra.  Leonardo Sciascia ha cantato  le gesta del frate eretico Diego Lamattina  e ha tracciato liricamente il profilo di Don Mariano Arena, il Boss dei Boss de ”Il giorno della Civetta”, ma nessuno ha celebrato l’impresa della Madre di Marineo che, con la figlioletta in grembo, ebbe il coraggio di sfidare i plotoni del Generale Morra di Lavriano e finì  trafitta, insieme con la sua bambina, dalle baionette inviate da Crispi. I cento morti e le centinaia e centinaia di incarcerati e processati tra i soci dei Fasci dei lavoratori sono stati cancellati dalla memoria del popolo siciliano  come un peccato mortale. L’unica rivoluzione siciliana di massa  chiaramente, limpidamente  democratica e legale, è stata  rimossa dalla memoria  come un crimine ripugnante

     Soltanto gli storici, siciliani e continentali, si sono occupati con  serietà dei Fasci dei Lavoratori Siciliani. Con i loro studi e le loro pubblicazioni hanno dato sistemazione scientifica al fenomeno, come era loro dovere, ma nessun’altro, nessuno tra i grandi poeti e  artisti siciliani del Novecento.Tanto è stata spietata la repressione operata da una coalizione di forze che comprendeva il governo, la mafia e le forze reazionarie dell’Isola!

        Soltanto uno scrittore veneto, un giornalista, Adolfo Rossi, ha scritto questo piccolo libro capace di comunicare al lettore di oggi la sua commozione e la sua indignazione. E soltanto un pittore, Lorenzo Zampirollo, anch’egli veneto,….ha ritenuto che la tragica vicenda dei Fasci fosse degna di  un dipinto

      Intanto si attaccano all’immaginario collettivo siciliano e perdurano nella memoria  certe frasi letterarie  che gettano sul popolo siciliano una cappa mortifera di fatalismo.

       Perchè certe frasi suggestive, come il famoso detto “cambi tutto perché non cambi niente”, tanto caro alla mafia, nonostante  il suo spudorato qualunquismo, sono rimaste scolpite nella memoria di ferro di certa borghesia isolana che con il presunto immobilismo si arricchisce e ingrassa, mentre i fatti veramente nobili e generosi, come quello dei Fasci sono stati rimossi nelle più appartate segrete dell’anima siciliana,  sicché i grandi artisti non hanno nemmeno avuto il desiderio di disseppellirli?

               Gonzalo Alvarez Garcìa

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Gonzalo Alvarez Garcia.

Ernesto Renan,  Josè Ortega y Gasset e la Sicilia dei Fasci dei Lavoratori.

Alcuni anni fa, mentre cercavo notizie sulla magnifica impresa dei Fasci Siciliani, dopo la lettura di pagine e pagine di cronaca e distoria, per riposarmi aprii un libro di Josè Ortega y Gasset.
Gli occhi caddero su un saggio dedicato a Ernesto Renan  pubblicato nel 1909.
Si apre il saggio citando una frase che Renan scrisse  a Parigi nel novembre del 1875, al ritorno del suo viaggio in Sicilia:

 “A Selinunte, mentre stavamo per lasciare l’Isola  dopo aver visitato le imponenti rovine, vidi avvicinarsi un gran numero di barconi  carichi di giovani che venivano da dieci, quindici leghe di distanza.  Circondarono la nostra nave e ci salutarono al grido di “Viva la scienza”! 

Aggiunge Ortega:
Quando, pochi anni fa, la sua città natale dedicò a Renan una statua, Anatole France seppe interpretare la stima che in tutto il mondo  si aveva di Renan con le parole dei giovani siciliani: “Il trionfo di Renàn –scriveva Anatole France-, è stato il trionfo della scienza”.

La frase di Renan, le parole diJosè Ortega y Gasset  e l’evviva  la Scienza dei giovani siciliani si fissarono nella mia mente  come una domanda che mi toglieva il sonno: Chi era Renan per quei giovani siciliani?   Che significava per loro la parola Scienza?, mi domandavo.

Era evidente che la Sicilia degli ultimi anni dell’Ottocento era satura di inquietudini, di ambizioni, di fermenti, di energie, di speranze, d’indignazione civile… Era evidente che il bisogno di “sapere” e di “essere” scuoteva fino alle radici il cuore di molti siciliani.

E vero che i Diritti Fondamentali dell’uomo ondeggiavano in cima  alle alte torri d’Italia e  di Europa, ma le masse dei “miserabili” non percepivano il fruscio delle bandiere al vento. Seguitavano ad essere  “gente senza diritti”, come prima.

La povertà  dei contadini e dei solfatari siciliani e il disprezzo e la crudeltà con cui  venivano trattati erano tali che oggi è difficile persino  poterli immaginare. L’analfabetismo era pressoché totale.

Ma l’insopportabile ingiustizia che erano costretti a sopportare risvegliò in loro la coscienza della giustizia  e della dignità. Ricordarono la nobiltà della loro storia; sentirono il bisogno di sapere, di conoscere, di imparare a leggere e  a scrivere.  E cominciarono a gridare  fieramente la loro fede nella scienza e nel progresso: avevano scoperto il significato della parola Civiltà!

La prima preoccupazione degli eroici fondatori dei Fasci fu quella di allestire sedi   capaci dioperare anche come scuole. I braccianti e i solfatari con le loro mogli e iloro figli,  accorrevano in massa: duecentocinquantamila, trecentomila,  quattrocentomila iscritti ai Fasci  su tre milioni di siciliani?

Volevano  conoscere a memoria i propri diritti e i propri doveri. Volevano poter votare, impadronirsi della scheda elettorale, contribuire personalmente alla gestione della nazione.

Ditemi se, a vostro parere, esiste oggi nell’orizzonte dei nostri popoli europei e non europei un’aspirazione più ambiziosa,  più civile e più nobile di questa.

Se non che  quell’aspirazione fu schiacciata, triturata come il grano nel mulino, e non per dare pane ai siciliani.

Per la prima volta nell’ Italia moderna  la nobiltà, la borghesia terriera, lacriminalità organizzata e la politica strinsero un  patto di ferro contro i siciliani più puri. Un siciliano, Crispi, sigillò la grande alleanza e  firmò l’ordine di sterminio.
Le piazze della Sicilia rigurgitano di monumenti alla bieca figura.

L’eroico movimento dei Fasci, invece, non ha monumenti. Le  piazze siciliane hanno dimenticato.  Dopo averlo schiacciato e triturato, coprirono le sue spoglie con un sudario infamante: Fu spacciato per  bullismo di campagna; o peggio ancora, per terrorismo contro lo Stato.

Soltanto all’estero qualcuno salutòi Fasci dei Lavoratori Siciliani come la prima vera rivoluzione moderna, pacifica, democratica, che avrebbe potuto cambiare le sorti d’Italia e d’Europa. 

Se nel 1893 avessero trionfato in Sicilia “i diritti e i doveri” dell’ uomo e il buon senso civile, probabilmente non sarebbe stata necessaria nell’ Europa del 1943 la Resistenza contro la barbarie. 

Ernesto Renan non conobbe iFasci, ma li presentì.
Le parole citate da Josè Ortega yGasset sono estrapolate dal racconto della sua esperienza siciliana scritto sotto forma di lettera  all’amico Berthelot, ma  indirizzato al mondo intero e, per questo, pubblicato a Parigi dalla “Rivista dei due mondi”, che alla fine dell’Ottocento era l’autorevole portavoce della cultura occidentale.

Nello scritto, intitolato  “Venti giorni in Sicilia”,  Renan racconta appassionatamente la sua esperienza siciliana e la sua visione dei siciliani.

Perché Renan venne in Sicilia?

Quell’anno si tenne a Palermo il dodicesimo congresso degli scienziati italiani, al quale furono presenti gli uomini di scienza più famosi d’Europa. 

Il Congresso fu aperto alle ore13 del giorno 29 agosto 1875  nelle sale della Biblioteca Nazionale. Con quello di Palermo si chiudeva la serie di congressi scientifici italiani aperta con il primo  celebrato a Pisa nel 1839. Qui, a  Palermo, nacque  nel 1875 “L’associazione permanente degli scienziati italiani”, che cominciò a chiamarsi “Società Italiana per il progresso della Scienzia” (S.I.P.S.).

Le sale della Biblioteca e gli spazi circostanti erano gremiti di una moltitudine, giovani soprattutto, che ascoltavano assorti  e di tanto in tanto gridavano:“Viva la Scienza”!

Destinatario principale, quasi esclusivo, di quelle ovazioni che, come un rito religioso, riempirono le volte della Biblioteca Nazionale  e le acque del Mediterraneo di fronte all’Acropoli  di Selinunte, fu Ernesto Renan.  Gli “Evviva la Scienzia”!, “Viva il Progresso”! erano indirizzati a lui.

Che significava per quei giovani la parola Scienza?

Significava progresso nella giustizia. Significava  “diritto”, il cui concetto  non si era staccato, ancora, dal concetto di “dovere”. Significava “libertà e dignità”  quando le parole libertà e dignità individuali erano incomprensibili se non  insieme con l’idea di “libertà  e dignità collettive”.

Che significava il nome di Renan?

Renan non era propriamente uno scienziato. Non aveva inventato nulla… Eppure  i giovani siciliani gridavano: Viva Renan  viva la scienza, viva il Progresso!

 Renan era molto di più di uno scienziato: era una fiamma, era la fiamma olimpica della modernità. Un nome che infiammava le anime degli assettati di progresso. Di vero Progresso, che è inseparabile sempre della vera giustizia. Questo pensavano quei giovani.
Renan ne era entusiasta. Intuì che in questa terra stava maturando qualcosa che avrebbe potuto interessare il mondo  intero.

E nel suo racconto di viaggio in forma di lettera lasciò ai giovani siciliani alcuni pensieri augurali.
Pensieri che urtano violentemente contro i pensieri di altri eminenti pensatori siciliani:
“ Il siciliano –dice Renan -, non si cura se è guardato; agisce per propria soddisfazione. L’idea di sorvegliarsi per evitare un eventuale ridicolo non viene che a persone che non sono sicure  della loro nobiltà storica e che non hanno sempre la coscienza di obbedire a un istinto elevato”.


E più avanti, raccontando la accoglienza che la cittadina mineraria di  Raccalmuto riservò ai congressisti, afferma:

“Il siciliano apprende in cinque giorni quello che l’italiano di altre province apprende in un mese”.

Ricordate i giudizi amari esprezzanti espressi da eminenti siciliani sulla Sicilia?
Scegliete voi quale dei due tipi di giudizio è più veritiero e ditelo  ai giovani di oggi, che credono, come i loro colleghi di centoventi anni fa, nella giustizia, nella dignità e nella scienza.

La Sicilia ha avuto  sempre fame di veri leoni in carne e ossa. Per sua sfortuna ha incontrato sulla sua strada troppi sciacalli!

Ma ogni volta che è comparso unvero leone, i siciliani hanno fatto cose prodigiose, come la ricostruzione della Sicilia distrutta dal terremoto del Seicento, oggi patrimonio dell’Umanità.

Come i Fasci dei Lavoratori. Anche i Fasci Siciliani sono patrimonio dell’Umanità, in un senso molto più profondo del Barocco.  Ma prima devono essere da noi conosciuti e riconosciuti come nostro patrimonio.

Sarebbe bello che fossero i giovani ricercatori siciliani di oggi, con l’aiuto delle Istituzioni, a scoprire il fuoco che ardeva  nell’anima  di quei siciliani dell’Ottocento che gridavano Viva Renan, viva la sicenza!, e a raccontarlo ai loro padri.
Sarebbe bello che il libro del giornalista veneto AdolfoRossi che  con così viscerale intelligenzaraccontò agli italiani l’agonia dei Fasci siciliani, fosse ristampato e distribuito nelle scuole siciliane.
Sarebbe bello che nelle piazze siciliane, di fronte a chi ha avuto   statue non meritate, sorgesse  il grande monumento a un popolo che, pure sconfitto, continua a emettere messaggi di dignità, di libertà, di diritti e doveri coniugati insieme.
Queste mie brevi parole vogliono essere  l’omaggio d’Europa all’epopea incompiuta, ma ancora viva, dei Fasci dei Lavoratori Siciliani. Alla Resistenza, che non morirà mai, dell’uomo contro ogni tipo di soprafazioneda parte di altri uomini.

   Gonzalo Alvarez Garcia.

 

 

 

 

 

 

 

 La Sicilia delle stragi

SILENZIO SUI FASCI DEI LAVORATORI SICILIANI  di Gonzalo Alvarez Garcìa