| RASSEGNA STAMPA |
Una delle cause del silenzio sui Fasci ?
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Antonio Labriola e i Fasci Siciliani Fasci_dei_lavoratori_siciliani_-_dal_libro_di_F._Renda
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ADOLFO ROSSI L'AGITAZIONE IN SICILIA. Inchiesta sui Fasci dei lavoratori
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La Sicilia delle stragi
Caltagirone 29 novembre 2008
Angelo Ficarra
(La straordinaria vicenda delle donne di Milocca)
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Angelo Ficarra Feltrinelli fasci siciliani 2009
Antonio Labriola e i Fasci Siciliani
Fasci_dei_lavoratori_siciliani_-_dal_libro_di_F._Renda
Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo, in provincia di Palermo, i contadini avevano deciso di protestare, prendendo occasione dall’esistenza di una interminabile controversia intorno ad alcune terre comunali ritenute di carattere demaniale e quindi soggette ad essere quotizzate fra i contadini. Detto fatto, alcune centinaia di loro, comprese le donne, erano andati ad occupare le terre contese, eseguendovi anche dei lavori. -…I contadini, naturalmente, dopo aver compiuto con l’occupazione quello che loro consideravano un atto di legittimazione e di affermazioni di volontà, erano tornati in paese, e si erano diretti verso il municipio. Ma qui trovarono i soldati che li aspettavano con le armi spianate, e in breve successe un massacro.
Non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che ai contadini meridionali il governo, invece di pane e lavoro, come richiesto, distribuisse pallottole. Ma un fatto del genere, nel gennaio 1893, produsse sensazione ed ebbe conseguenze fuori dell’ordinario. Intanto per il fatto in sé: sulla piazza restarono uccisi 13 contadini, e numerosi altri furono feriti e ricoverati in ospedale. La cosa era esorbitante anche per un paese, come l’Italia…….
L’ultimo atto, forse il più alto, certo il più importante dei Fasci, fu la riunione del Comitato centrale, tenuta in pieno stato d’assedio la sera del 3 gennaio 1894, in barba alla polizia che ne doveva arrestare i partecipanti.
Le deliberazioni di quel consesso furono soprattutto notevoli, perché consentirono di superare un errore di giudizio, che aveva inficiato l’azione del partito socialista e indebolito i suoi rapporti col movimento, giungendo fino alla scissione di responsabilità, come quella apparsa su “Lotta di classe” il 31 dicembre 1893. Un ruolo non secondario ebbe Antonio Labriola, il solo fra i dirigenti nazionali che credette necessaria una iniziativa di partecipazione diretta alle vicenda siciliane. Anche per lui, come per il governo e per le altre forse politiche, il punto di riferimento fu la convocazione del Comitato centrale per il 3 gennaio, chiamato a risolvere i contrasti interni dei socialisti siciliani sulla linea da seguire. In vista di quella discussione e delle deliberazioni che ne sarebbero seguite, egli indirizzò al Bosco la lettera che riportiamo per esteso:
Caro Bosco,
Leggo nei telegrammi dei giornali che domani l’altro ci sarà costà a Palermo la riunione del Comitato Centrale Siciliano per deliberare su la presente situazione.
La vostra posizione – intendo dire dell’intero partito e non di voi persona – è certamente grave; anzi è addirittura imbarazzante. In Sicilia sono accadute cose, che vanno assai al di là da quanto potesse mai essere nelle vostre più calde ispirazioni, e che parranno a molti aspra smentita a tutti i propositi e disegni di regolare organizzazione e di metodica propaganda.
Ma oramai non c’è che fare. Tale è per necessità di cose la natura degli italiani. Le menti si accendono, gli animi si riscaldano, le fantasie si montano; e l’opera, che per consiglio e suggerimento dei più savii ed esperimentati dovrebbe procedere con modi accorti e graduati, precipita d’un tratto vertiginosamente.
Accetterete voi, che foste i primi organizzatori e gli iniziatori del movimento socialistico, tutta intera la responsabilità di una situazione, la quale, sebbene da voi non preparata a disegno né voluta ad arte, pure è in buona parte, e parrà più che non sia, effetto, per quanto né voluto né previsto, dell’azione vostra?
Tale domanda è di certo nelle menti di voi tutti, e vi travaglia.
Rifiutarsi senz’altro di accettare tale responsabilità, sarebbe come voler dire, che a noi socialisti fa comodo di separarci dal proletariato, tutte le volte che esso, sollevandosi, trascorra in eccessi, cioè metta in gioco le sue proprie passioni, e riveli, in una parola, l’indole sua. Tale modo di procedere, oltre ad essere segno di pusillanimità, menerebbe a questa incresciosa conseguenza: che il vantato socialismo dei propagandisti stia lassù campato in aria, fuori d’ogni connessione con la realtà storica e sociale del momento; o che sia una forma ammodernata dello sport radicale. Noi conosciamo molti bravi rappresentanti di questo sport, adoratori di Madonna Evoluzione, rifuggenti come dalla peste dalla parola rivoluzione; il che poi, pei buontemponi della giostra sociale, si riduce ad un garbato modo di costituirsi nella fase filosofica un alibi alla vigliaccheria.
Ma d’altra parte il fondersi, anzi il confondersi esclusivamente con l’attuale inaspettata rivolta, sarebbe come un voler mandare in fumo ogni idea di regolare organizzazione delle forze proletarie, e un barattare il principio della lotta politica: il che, in altri termini, si riduce a disconoscere le vie ed i mezzi della rivoluzione proletaria.
Su questo filo sottilissimo dovranno reggersi le vostre deliberazioni; e non è chi voglia o possa invidiarvi, che abbiate da decider qualcosa in tali contingenze.
Vogliate però ricordarvi, che le decisioni vostre non impegneranno soltanto voi, né varranno solo a delineare la situazione vostra di fronte ai proletari di Sicilia e di fronte al governo. Le vostre decisioni torneranno, o di grande aiuto, o di molto nocumento a tutto il partito socialistico italiano, che solo da poco tempo si è liberato dalle incertezze, incoerenze ed inconcludenze che lo assediavano, e d’ora innanzi non potrà vivere, crescere di forza e prosperare, se non a patto:
di non ricadere nella fatuità dell’anarchismo;
di non cristallizzarsi nella goffa idea del legalitarismo parlamentare, che poi in avvenire può ben risolversi in una nuova requisizione del bestiame votante;
di essere, di voler essere e di saper essere ispirato sempre al principio della rivoluzione pratica e progressiva, usando modi non preconcetti ma sperimentati di organizzazione, e forme tali di propaganda quali le richiedono la condizione del paese e il temperamento degli uomini.
Fuori di ciò, è o il delirio o la viltà: di qua da tale linea nasce, e vegeta poi, la setta, la consorteria, la combriccola, ma non sorge e vive il partito. Ne’ c’è chi possa dispensare un partito vero e proprio dal dovere di studiare le reali condizioni del momento, per rifarsi sempre di nuova esperienza: salvo che, negata ogni ragione di processo, di adattamento e di progresso, non si voglia ridurre il socialismo al quissimile della dottrinella.
Ho letto in so quanti giornali: <<Laggiù non si tratta del socialismo, ma della fame>>. E poi: <<Quegli incoscienti danno in eccessi>>. La gran sapienza da discussioni d’angolo di farmacia di paesello di provincia!
Ma quelli che in qualunque modo si assumono il carico di condottieri e maestri del movimento proletario, sanno bene, come voi sapete benissimo per vostra esperienza, che appunto i passionati eccessi del proletariato rivelano la malvagia natura di quest’ordine sociale, del quale il proletariato è vittima ed onta ad un tempo.
Auguri vivissimi e saluti cordiali a tutti. Vostro
Antonio Labriola
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Non sappiamo se il documento giunse mai a destinazione. E’ certo, comunque, che un atto di così viva perspicacia politica non andò perduto. I dirigenti siciliani ispirarono il loro conclusivo comportamento alle date indicazioni. La discussione al Comitato Centrale si protrasse ininterrotta dal primo pomeriggio .. sino a notte inoltrata. In modo unitario fu ricercata la via da seguire: “sul filo del rasoio”, come aveva scritto Labriola. I documenti approvati furono due: il primo diretto al Presidente del Consiglio, ed inoltrato telegraficamente. Il secondo, redatto sotto forma di manifesto, e pubblicato sui giornali del 4 gennaio, recitava:
Lavoratori della Sicilia!
La nostra isola rosseggia del sangue di compagni che , sfruttati ed immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un sistema, dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere, libertà.
L’agitazione presente, portato doloroso e necessario di un ordine di cose inesorabilmente condannato, mette la borghesia nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di abbandonarsi alle repressioni più brutali.
In questo momento solenne mettiamo alla prova le declamazioni umanitarie della borghesia.
Nel nome vostro pertanto chiediamo alla borghesia:
1. Abolizione del dazio sulle farine.
2.Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta col concorso dei Fasci dei Lavoratori.
3. Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso socialista di Corleone.
4. Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo.
5. Costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati, i beni comunali, dello stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti, nonché la espropriazione forzata dei latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita annua che non superi il 3 per cento del valore dei terreni.
6. Concessione di tutti i lavori delle pubbliche amministrazioni e di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato ai Fasci dei lavoratori, senza obbligo di cauzione.
7. Leggi sociali, che basandosi su un minimo di salario, ed un massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e moralmente la condizione dei lavoratori.
8. Per provvedere alle spese necessarie a mettere in esecuzione i suddetti progetti, per acquistare gli strumenti di lavoro, tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, e in generale per anticipare gli alimenti ai soci e per porre le collettività in grado di funzionare utilmente, stanziare sul bilancio dello Stato, una volta tanto, la somma di venti milioni:
Lavoratori!
Seguite intanto ad organizzarvi e ritornate alla calma, perché con i moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefici duraturi. Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che dovremo tenere.
Barbato Nicolò – Bosco Garibaldi – De Felice Giuffrida – De Luca Francesco – Leone Luigi – Montalto Giacomo – Petrina Nicolò – Verro Bernardino.
Palermo, 3 gennaio 1894.
Si concluse così, con questa solenne assunzione di responsabilità politica, l’opera dei socialisti siciliani.
La sera stessa del 3 gennaio era stato decretato dal governo Crispi lo stato d’assedio ed ebbe inizio la repressione militare, con l’arresto ed il processo dei massimi dirigenti davanti al Tribunale di guerra, la carcerazione di migliaia di socialisti, la soppressione delle libertà sancite dallo statuto albertino, la messa al bando delle organizzazioni socialiste, insieme allo scioglimento dei Fasci. Ebbe inizio la diaspora dei Fasci, la dispersione, cioè, di un patrimonio di forze umane, di idee, di ipotesi e progetti di costruzione di una nuova società italiana, che era stata sognata, ma che non si sarebbe mai più realizzata. Il colpo inferto, in tal senso, ai Fasci dei lavoratori non ferì solo la Sicilia, ma la nazione tutta intera. Il 3 gennaio 1984 fu una data infausta per la democrazia, oltre che per il socialismo e per il movimento operaio.
Tratto da “I Fasci Siciliani” di Francesco Renda- ed. Einaudi, 1977
La Sicilia delle
stragi
Caltagirone 29 novembre 2008
Angelo Ficarra
• Venendo a Caltagirone, a questo incontro con voi, ripercorrevo mentalmente le pagine di questo libro.
• Inseguivo il filo rosso che lega l’una all’altra queste stragi; questa terribile scia di sangue che fa chiedere a Marco Travaglio, nella presentazione che ne fa a Torino, se ci sia in Europa un’altra regione che abbia avuto così tanti morti, al netto delle due guerre mondiali.
• Ma sopratutto pensavo alla subdola, strisciante terribile operazione di rimozione della memoria dei fatti e con essi di una verità.
• Sì, ho detto “una” verità perché vi rendete conto che se si rimuove la memoria del fatto in sé non ha più senso neanche la ricerca di una verità, viene a mancare l’oggetto stesso della ricerca.
• Vi devo confessare che mi sono imbattuto tardi nella mia vita nel problema della “coscienza” della nostra identità; identità che si costruisce giorno per giorno e si nutre delle radici della memoria, che si arricchisce della elaborazione dei valori del passato, che fa di un popolo un insieme di uomini liberi.
• E’ per questo che sono particolarmente contento di questo incontro con voi giovani che rappresentate la classe dirigente di domani.
• Voi potete sottrarvi a tale rimozione. Certo con qualche difficoltà, imparando a difendervi dagli stereotipi nei quali annega la nostra quotidianità.
• Ad oggi la rimozione, operata col terrore, dei fatti della nostra storia ci ha strappato le radici e con esse la nostra identità di popolo.
• Pensate: migliaia di esseri umani sono caduti nella nostra terra sotto i colpi di una repressione violenta dello stato e della mafia, sono stati uccisi, feriti, rinchiusi nelle galere a scontare secoli di carcere; centinaia di migliaia di scampati hanno dovuto, per sottrarsi alla violenza e per difendere la loro dignità di uomini liberi, affrontare il lacerante dramma dell’emigrazione.
• La rimozione ha creato un vuoto che poi, con gli anni è stato a poco a poco riempito da una serie di stereotipi, di frasi fatte. Sono gli stereotipi del “tutto cambia perché nulla cambi”, della omertà caratteristica quasi identitaria di un popolo, della invincibilità della mafia; stereotipi che devono assicurare con la rassegnazione, il controllo delle classi subalterne.
• E’ il tentativo sottile e terribile di cancellare la memoria delle lotte, delle vittorie e delle sconfitte del popolo siciliano contro la mafia.
• Vi sarà senz’altro capitato, o comunque vi capiterà di visitare qualche città del Nord, magari in occasione di una gita scolastica. Se ci farete un poco di attenzione resterete colpiti dalla quantità di lapidi che ricordano i fatti, i caduti, gli avvenimenti che sono e diventano il vissuto e la storia di un popolo.
• Di contro in Sicilia, almeno in quella centro occidentale, solo eccezionalmente troverete una targa a ricordo di una strage e se c’è, ed è già tanto, è stata posta, finalmente, in questi ultimi anni che registrano un certo progresso nella lotta contro la mafia. E questo quando addirittura non c’è la targa che rende “omaggio” a chi quelle stragi operò.
• Per toccare con mano tali assunti - la rimozione e la creazione degli stereotipi - di cui a me sembra importante avere chiara cognizione, e per cercare di avere nel contempo, per difenderci, intelligenza dei meccanismi che li rendono possibili, farò riferimento ad alcuni avvenimenti che risalgono a oltre cento anni fa.
• La storia di tali avvenimenti è stata repressa e cancellata.
• Essa certamente non appartiene alla memoria e alla cultura del popolo siciliano.
• Mi riferisco al movimento dei fasci dei lavoratori siciliani, la prima rivoluzione di classe dell’Italia unita. Siamo alla fine dell’ottocento, esattamente negli anni 1890 – 1894, anno dello stato d’assedio.
• Sono i tempi di Paolo Ciulla, “il falsario di Caltagirone”, protagonista del libro di Maria Attanasio; gli anni del primo parziale allargamento del diritto di voto a tutti gli alfabetizzati, escluse le donne, gli anni che dovevano registrare la ripartizione delle terre del demanio ai contadini poveri, anni che facevano sperare in un’evoluzione che si lasciasse alle spalle le terribili condizioni feudali soprattutto presenti nella Sicilia centro occidentale.
• Sono gli anni in cui nelle campagne e nelle città di Sicilia, contadini, artigiani, intellettuali, studenti, donne e uomini di ogni età, forti di questa speranza e di quest’ansia di trasformazione, sospinti da un sogno di giustizia e di libertà, si unirono nei Fasci dei lavoratori, sconfissero la rassegnazione, sfidarono i mafiosi, i gabelloti e il potere che affamava i lavoratori e la povera gente.
• Protagoniste di questo grande movimento furono le donne straordinaria forza di modernizzazione.
• I fasci siciliani furono dalla borghesia mafiosa e dal governo del siciliano Crispi tragicamente repressi nel sangue.
• Stato di assedio imposto con un esercito forte di quaranta mila soldati.
• Per avere un’idea del dato confrontiamolo con i settemila e cinquecento soldati dell’operazione “Vespri siciliani” contro la mafia degli anni 90 del secolo scorso.
• Oltre un centinaio di morti, solo fra i manifestanti. Diverse centinaia di feriti, migliaia e migliaia di carcerati e di confinati. Secoli e secoli di galera. Esodo biblico di massa tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento.
• La memoria di tutto ciò è stata col terrore calunniata e dispersa recidendone le radici mentre i Fasci sono da ricordare come il primo grande movimento di difesa dei diritti e della dignità umana dei lavoratori in Europa dopo la Comune di Parigi.
• Il movimento dei fasci prefigura la nascita del sindacato in Italia.
• E’ la prima volta che si conduce in forma organizzata di massa, attraverso rappresentanti propri, la lotta economica; si fissa su scala regionale, in convegni di lavoratori le proprie rivendicazioni; ci si mostra capaci di condurre vittoriosamente un primo grande sciopero di mezzadri e braccianti, dal giugno al novembre del 1893, che porterà alla conquista dei patti di Corleone.
• La repressione, scatenata con la complicità e le provocazioni di sovrastanti, campieri e gabelloti, è stata feroce.
• Uno dei tanti episodi in particolare:
• A Caltavuturo sulle Madonie ad una pacifica manifestazione di occupazione di terre demaniali di cui si sollecitava la quotizzazione già stabilita per legge, si risponde facendo fuoco su un corteo di contadini inermi uccidendone tredici e ferendone una trentina.
• E’ un freddo 20 gennaio del 1893, è il giorno di S. Sebastiano santo protettore del paese. In sostegno dei carabinieri interviene l’esercito. Gli uomini si danno alla macchia. I soldati seminano il terrore. Impediscono ai familiari di riportarsi a casa i caduti che restano durante la notte a terra straziati dai cani.
• Ma attenti c’è di più!
Quasi ad affermare il proprio incontrastato dominio e per eliminare la ricorrenza della festa del santo protettore e con essa la memoria della strage, le potenti famiglie legate alla mafia che esercitano il potere, i Cerrito e i Giuffrè, amministratori comunali complici nell’usurpazione del pubblico demanio, demoliscono la chiesa di S. Sebastiano e l’annesso ospedaletto - ricovero di pietà, costruendovi i loro palazzi, oggi rispettivamente sede del Comune e di un convento di suore. E questo con l’acquiescenza dell’arciprete, un Cerrito.
• Le pagine straordinarie scritte dal movimento dei fasci sono fra le più gloriose della storia siciliana e italiana.
• Vi leggo le parole con cui un contadino di Canicattì, Salvatore Giordano detto il filosofo, risponde al giornalista Adolfo Rossi, inviato della “Tribuna” di Roma, riportate in un suo libro dato alle stampe dopo la tragica repressione del movimento: “…..”.
• “Perché vi unite con tanta fede nei Fasci? Perché - mi rispose - Il Fascio vuol dire pane e lavoro. I borghesi proprietari sono d’accordo tutti per pelarci …..Noi abbiamo subito finora i loro patti: oggi dobbiamo cambiare.
• E se il Governo - gli chiesi poi - volesse sciogliere tutti i Fasci? Scioglierci? La nostra è la causa della civiltà ….. E se vi sciogliessero con la forza, con la truppa? Sentite, piuttosto che morire uno alla volta, meglio morire tutti insieme.”.
• “L’agitazione in Sicilia” stampato a Milano dall’editore Kantorowicz nel 1894 e nello stesso anno stampato in Germania, cadde nelle maglie della censura durante il lungo periodo dello stato d’assedio, e rimase sepolto e sconosciuto in Italia per quasi cento anni.
• Lo stato d’assedio fu esteso alla Lunigiana
le cui popolazioni avevano dato vita a manifestazioni spontanee di solidarietà con i lavoratori siciliani. Anche queste manifestazioni furono represse, proclamato lo stato d’assedio, i lavoratori arrestati, processati e condannati a centinaia e centinaia di anni di galera.
• Le donne dei fasci forse scrissero le pagine più belle di quel movimento.
• A Milocca dopo l’inaugurazione della sede del fascio c’era stata una “passeggiata” con la bandiera rossa. L’indomani i locali dirigenti del fascio vengono arrestati e rinchiusi nella locale caserma dei carabinieri. Subito si radunano le donne di Milocca, in cinquecento assaltano la caserma, liberano i dirigenti del fascio, si impossessano delle armi senza sparare un colpo e portando sulle spalle un giovane carabiniere che si era comportato bene, si danno a grandi manifestazioni di gioia per le vie del paese.
• Avendo avuto notizia dell’arrivo dell’esercito, temendo una rappresaglia, gli uomini si danno alla macchia. L’indomani per lavare l’onta subita, “le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue donne, che traducono ammanettate, alcune gestanti altre coi bambini lattanti sulle braccia, nelle carceri di Mussumeli”. Così si legge in una corrispondenza dell’epoca:
• “Intanto tutti gli arrestati …tramutavansi dal carcere di Mussumeli a quello di Caltanissetta, e sapete con quale sistema?...Con una lunga catena si uniscono i polsi di tutti gli arrestati e poi li si fa marciare su una doppia fila di soldati, carabinieri e birri. Ma tanta infamia a nulla approda. Gli arrestati socialisti affrontano il carcere con il canto dei lavoratori e passando tra le moltitudini, incoraggiano col sorriso e con gli evviva i compagni a perseverare nella via intrapresa”.
• Altra pagina tragica quella di Marineo raccontata nel libro dal poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcia:
• “A Marineo, un paesetto di circa diecimila abitanti, sulla strada che da Palermo conduce a Corleone, la mattina del tre gennaio del 1894, quattromila persone, organizzate nel fascio dei lavoratori, stanno manifestando gridando “abbasso le tasse” “non possiamo più vivere”. Si dirigono verso il Municipio ma trovarono la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.
Accanto al maggiore che comandava il reparto dell’esercito venuto in soccorso della Giunta comunale, si schieravano i carabinieri, le guardie di pubblica sicurezza e i campieri del Comune. Una cinquantina di uomini con il fucile spianato e baionetta in canna avevano formato un cordone per impedire ai manifestanti di raggiungere il Municipio. Ma la folla non si arrestò. Erano proprio le donne quelle che con più tenacia lottavano. Una di esse Caterina Trentacoste con in braccio la figlioletta Anna Olivieri, apostrofò l‘ufficiale con queste parole: “Se ne hai il coraggio, dai un colpo di baionetta a questa picciridda ”, e continuò a dibattersi per rompere il cordone di sicurezza.
Il maggiore, temendo di essere sopraffatto, ordinò di sparare. Di sparare “in aria” dicono le notizie ufficiali. Ma a quegli spari, i lavoratori caddero a terra, stesi come bestie nel macello. Alla fine si contarono 18 morti e una cinquantina di feriti. La prima a morire trafitta da un colpo di baionetta, fu proprio la piccola Anna Oliveri.
• Abbiamo raccontato solo alcune pagine di una storia straordinaria, pagine scritte da donne e da uomini che si immolarono per una causa di civiltà.
• Per loro non c’è una lapide che ne ricordi i nomi o le gesta, né dei popolani né dei dirigenti. Non c’è un romanzo, una memoria, una canzone, una poesia. Non c’è una icona.
• Di essi non c’è traccia nella cultura popolare né siciliana né tantomeno italiana a testimonianza del lungo governo della mafia sul territorio siciliano.
• La Sicilia delle stragi, grazie alla intuizione del professore Giuseppe Carlo Marino, rappresenta un primo importante tentativo di riflessione su questo silenzio. Su questa strada bisogna continuare. Bisogna scavare più a fondo. Indagare sul clima di terrore che ha, in tutti questi lunghi anni, consentito la rimozione della memoria e con essa il consolidamento del potere del principe e di quello consequenziale della mafia.
• Alla sensibilità dei poeti, agli scrittori, ai giovani storici che stanno venendo con nuovo coraggio alla ribalta, e soprattutto a voi giovani studenti, classe dirigente di domani, è affidato il messaggio di tutti questi morti perché siano sottratti all’anonimato e all’oblio, loro e le idee di giustizia e di libertà che li animarono. Perché sia ripercorso da Diodoro siculo a Falcone e Borsellino il lungo cammino per la riscoperta delle nostre radici e della nostra identità di esseri umani, per sentirci, guardando al futuro, aldilà di miseri localismi, fieri cittadini del mondo.
Angelo Ficarra
Caltagirone 29 novembre 2008
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Angelo Ficarra Feltrinelli fasci siciliani 2009
Innanzi tutto voglio esprimere un grazie a tutti voi per la vostra partecipazione e un grazie altrettanto sentito per la sua gentile ospitalità a Lia Vicari direttrice di questa Feltrinelli che diventa sempre più una importante istituzione culturale della nostra città.
Vi comunico intanto che dopo una mia breve introduzione interverranno, come annunziato, il poeta spagnolo professore Gonzalo Alvarez Garcia, lo storico Tommaso Baris ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Palermo e infine l’intervento dell’autore del libro per cui siamo oggi qui: Rino Messina, intervento al quale seguirà una particolare nota finale.
Il libro è “Il processo imperfetto 1894: i Fasci siciliani alla sbarra”. Sellerio editore
Si tratta del processo al gruppo dirigente regionale dei Fasci siciliani che si svolge in Palermo celebrato presso il tribunale militare di guerra, uno dei tre istituiti in Sicilia dal tenente generale Roberto Morra di Lavriano.
A questi tre tribunali militari di guerra si aggiungerà dopo pochi giorni, il 17 gennaio 1894, quello in Lunigiana, dove era stato esteso lo stato di assedio per reprimere i moti di solidarietà al popolo siciliano che quel popolo libertario pagò con morti e secoli di galera. Aggiungo, sommessamente, che non so se il popolo siciliano abbia mai ricambiato tale solidarietà.
Il libro del dottore Messina, sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo, è stato già presentato in diverse città italiane a cinque mesi dalla sua uscita. E’ stato presentato a Roma alla Sapienza, alla Feltrinelli di Padova, poi Palermo alla Storia Patria, alla Feltrinelli di Milano, alcuni giorni fa alla biblioteca Pirandello di Agrigento ed oggi quì.
Riferisco questo dato perché avendo avuto il piacere di partecipare a quasi tutte queste presentazioni, posso riferirvi che dappertutto è stato giustamente riconosciuto un merito straordinario al libro di Rino Messina: oltre la grande competenza del magistrato che con chiarezza commenta e ci fa capire gli atti abnormi del processo che non esita a definire monstrum giuridico, tocca una corda particolare della nostra storia.
Una corda che parla alla nostra intelligenza ma anche al nostro cuore.
Ci restituisce, spigolando fra le cronache dell’epoca, l’atmosfera, il clima, la partecipazione della gente per farci meglio capire, per consentirci di affondare nella storia le radici della nostra identità.
Riconsegna alla nostra memoria questo momento tragico e particolare del movimento dei fasci siciliani, il processo, facendoci riappropriare dei luoghi, dei suoni, degli eventi, restituendo pezzi di questa storia a questa città e a questa terra che per tanti anni, fino ad oggi, ha sempre cercato di occultarla.
Così sappiamo del processo in via del Parlamento; dei drappelli di soldati che fanno ala ai detenuti tradotti in catene dal carcere borbonico all’ex convento di S. Francesco.
Ma soprattutto sappiamo che con gli arresti del gruppo dirigente dei fasci e la proclamazione dello stato di assedio non è finito tutto.
Non è calato il silenzio che il vuoto della memoria con rassegnata amarezza ci aveva fatto temere.
Alla proclamazione della scontata sentenza di condanna, leggo dal Messina, “Molti giovani si appuntano all’occhiello garofani rossi; moltissimi, a piccoli gruppi per eludere l’editto che vieta i raggruppamenti, arrivano fino all’Ucciardone dove vengono dispersi dal picchetto di guardia.
Allora si dirigono verso il Politeama, la dimostrazione si ingrossa, si alzano grida. Accorrono funzionari di polizia e un’intera compagnia del 57° : Furono suonati due squilli di tromba. La dimostrazione si sciolse. Uno studente fu arrestato.
Ma i giovani non si fermano riformano il corteo in via Maqueda cantando l'inno dei lavoratori, arrivano all’Università, ne occupano l’atrio, gridano.
Dall’esterno i funzionari, cinta la sciarpa tricolore, intimano la resa, tentano di entrare; glielo impedisce, con un gesto che merita tutta la nostra riconoscenza, il rettore Guggino, che fa subito chiudere i cancelli”.
Fuori c’è una folla brulicante; piazza Pretoria è un tappeto di garofani rossi. Intervengono i bersaglieri. La folla si disperde; ci sono degli arresti.
Vi faccio presente che siamo ancora in pieno stato di assedio, siamo al 30 maggio 1894.
La mattina del 31 una grande folla si radunò davanti al carcere per solidarizzare con i detenuti, mentre il 1° giugno numerose barche circondarono nel porto di Palermo la nave "India", che trasportava verso un lontano penitenziario De Felice, Barbato, Verro, Montalto,Pico e Benzi".
Parlo di questi particolari come di una riscoperta perché voglio porre a noi, a partire da me stesso, una riflessione su un dato che a me sembra incontrovertibile:
la storia di quello che fu il più grande movimento di lavoratori in Europa dopo la Comune di Parigi è stata di fatto per oltre ottanta anni una storia negata.
Ottanta anni fino al 1° meritorio convegno sui fasci organizzato ad Agrigento da Luigi Granata che vedo con piacere che è qui presente.
E’ una storia poco e superficialmente conosciuta fino ad oggi a centoquindici anni dalla strage.
Essa certamente non appartiene alla memoria e alla cultura del popolo siciliano.
Possiamo con buona certezza affermare che la rimozione dei fatti della nostra storia, operata col terrore, ci ha strappato le radici e con esse la nostra identità di popolo.
Io penso che in questa rimozione vadano ricercate le cause che hanno resa così precaria la democrazia e la legalità.
Le cause che hanno creato quella lunga scia di sangue che ha caratterizzato la storia della nostra regione.
Ritengo che abbiamo il bisogno e il dovere, anche con una riflessione autocritica, di ricercare per capire fino in fondo come ciò sia stato possibile.
Pensate: migliaia di esseri umani sono caduti nella nostra terra sotto i colpi di una repressione violenta dello stato e della mafia, sono stati uccisi in modo barbaro con l’intento specifico di seminare il terrore, feriti, rinchiusi nelle galere a scontare secoli di carcere; centinaia di migliaia di scampati hanno dovuto, per sottrarsi alla violenza e per difendere la loro dignità di uomini liberi, affrontare il lacerante dramma dell’emigrazione.
La rimozione ha creato un vuoto che poi, con gli anni è stato a poco a poco riempito da una serie di stereotipi, di frasi fatte. Sono gli stereotipi del “tutto cambia perché nulla cambi”, della omertà caratteristica quasi identitaria di un popolo, della invincibilità della mafia; stereotipi che sono serviti ad assicurare con la rassegnazione, il controllo delle classi subalterne.
Facendo ricorso alla categoria gramsciana della egemonia possiamo dire che questa era esercitata dalla borghesia mafiosa.
Certo possiamo dire che di fronte ai barbari è facile che sopravvenga il silenzio della civiltà. Perché spesso la civiltà non ha armi contro la violenza.
Eppure la rimozione ha riguardato una pagina determinante per la storia del nostro Paese che pertanto va riletta depurandola dagli stereotipi che sono serviti ad annegarla.
Nel breve arco di tempo che va dalle dimissioni di Giolitti, 24 novembre 1893, al voto di fiducia al nuovo governo Crispi 20 dicembre 1893 e alla successiva proclamazione dello stato di assedio nella notte tra il tre e quattro gennaio 1894, si consuma, con la complicità della monarchia e dell’esercito, quello che può essere definito un colpo di stato, un tragico momento di svolta per la storia d’Italia: la soppressione dei fasci dei lavoratori siciliani in una lunga scia di terrore e di sangue.
Con la cancellazione di quello che la Volks Tribune di Vienna definiva il primo grande movimento di massa proletaria che si veda in Italia, fu inferto un terribile colpo al processo di costruzione dello stato democratico liberale nel nostro Paese.
E fu un colpo che contribuì molto a caratterizzare in modo distorto il processo unitario non solo impedendo, di fatto, un diverso sviluppo del Sud sottratto allo strapotere di una borghesia agraria ottusa, feudale e mafiosa, ma cronicizzando, con la sua emarginazione, quella che sarà chiamata la questione meridionale.
Possiamo dire che fu introdotto il germe della precarietà della democrazia in Italia che avremmo tristemente sperimentato da lì a poco:
Crispi scioglierà subito dopo il partito socialista il 22 ottobre 1894;
il marchese Di Rudinì e il suo sottosegretario il calatino Giorgio Arcoleo saranno i veri responsabili delle cannonate di Bava Beccaris a Milano nel 1898. (3)
E poi in tutto il novecento: prima il fascismo e poi ancora ahimè la Sicilia dove quella precarietà avrebbe ulteriormente favorito l’affermarsi della mafia.
E questo a partire da una delle due Sicilie, quella occidentale, fino a quella lunga scia di stragi e di attentati impuniti dal secondo dopoguerra ad oggi.
Come seconda ed ultima riflessione ripropongo quì brevemente quella che il Procuratore della Repubblica di Palermo dott. Croce ha sviluppato nel suo splendido intervento alla Storia Patria in occasione appunto della presentazione del libro di cui stiamo parlando:
l’intervento della mafia nella repressione dei fasci siciliani in difesa degli interessi della borghesia agraria latifondista e feudale ha di fatto costituito il primo atto di quel pactum sceleris tra stato e mafia che ha di fatto consolidato enormemente il ruolo di quest’ultima in Sicilia e poi in Italia.
Quelle dei fasci siciliani sono pagine di una storia eccezionale che vanno riportate alla luce, pagine scritte da donne e da uomini che si immolarono per una causa di civiltà.
Per loro non c’è una lapide che ne ricordi i nomi o le gesta. Non c’è un romanzo, una memoria, una canzone, una poesia. Non c’è una icona.
Io ritengo che il recupero di questa memoria per dare un nome e un volto a quei martiri debba essere un recupero di massa, un recupero che deve incidere profondamente nella cultura del popolo siciliano.
Credo che l’esempio che ci ha dato Rino Messina con il suo Processo imperfetto, sia anche la strada maestra per liberare la Sicilia e l’Italia dalla mafia.
angelo ficarra
Palermo libreria Feltrinelli, 12 maggio 2009.
A nome di tutti noi voglio esprimere un particolare ringraziamento al poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcia ed un augurio perché sappiamo che in questi giorni compie splendidi 85 anni. Un ringraziamento a te per la tua profonda sensibilità, per la tua non comune passione civile, per la straordinaria lezione laica di civiltà con cui ci additi il compito ineludibile del recupero della memoria.
Un grazie per avere fatto rivivere la memoria di Teresa Trentacoste e della figlioletta Anna Oliveri martiri del movimento dei fasci siciliani caduti nella strage di Marineo.
E’ un ringraziamento che sentiamo di farti non tanto quanto siciliani, ma essenzialmente quanto cittadini del mondo. Un ringraziamento a te poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcia così legato a questa terribile Sicilia con l’augurio più affettuoso per i tuoi straordinari 85 anni. Auguri
Angelo Ficarra
Palermo libreria Feltrinelli, 12 maggio 2009.