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Angelo Ficarra  La strage di Canicattì del 21 dicembre 1947

 Era una domenica. Quasi alla vigilia del Natale. Ci trovavamo assieme a  mio fratello Luigi con nostro padre, al circolo dei negozianti e professionisti di Canicattì, che si affacciava sulla via principale del paese corso Umberto con le sue sale rialzate di tre o quattro gradini rispetto al piano stradale. Mentre stavamo al Circolo, contemporaneamente si stava svolgendo, avrei appreso dopo, lungo il corso principale una manifestazione di contadini da mesi in lotta per la riforma agraria. Il corteo autorizzato aveva imboccato il corso Umberto preceduto da uno schieramento di carabinieri, mentre all’interno del circolo, ad un certo momento, si era creata una grossa agitazione. Noi ragazzini non riuscivamo a vedere cosa stesse accadendo fra la calca dei grandi che si affacciavano con cautela dalla porta di ingresso. Nostro padre ci aveva preso per mano. Me lo ricordo indeciso sul da farsi. Combattuto da suggerimenti diversi che riceveva in modo concitato in quel momento dagli astanti. Ad un tratto si decise; usciti dal circolo attraversammo precipitosamente il corso fino al marciapiede di fronte. In quella occasione per la prima volta nella mia vita sentii il fischiare delle pallottole, che avrei poi riudito tante volte nei film americani, quelli sulla loro epopea del far west che proiettavano nel cinema del paese.

Mio padre correva disperatamente verso la chiesa di San Diego, e tenendo per mano me e mio fratello procedeva così velocemente che solo a tratti, io e Luigi, riuscivamo a posare i piedi per terra. Ci allontanavamo, così dal fronte della manifestazione, oltrepassando, sempre sul lato opposto della strada le sedi prima il circolo degli operai  e poi di quello dei nobili e di compagnia.  Infine  ci mettemmo al riparo svoltando per la prima traversa  a destra, quella che si apre subito dopo il negozio di colori del Signor Antinoro.

Ricordo che mio padre rallentò l’andatura per riprendere fiato appena imboccammo quella che chiamavamo allora la via delle botteghe. Ricordo che lì mio padre scambiò, con la concitazione del momento, delle frasi con altri che come noi si erano trovati in mezzo alla tragedia  e subito corremmo a casa.

Si tragedia. Leggo oggi, a distanza di sessant’anni  l’Unità del 23 dicembre 1947 che  usciva in prima pagina con lo storico annunzio della approvazione della Costituzione antifascista e repubblicana in una storica seduta alla Costituente, mentre nelle pagine interne riportava il lutto per il massacro di quattro operai in provincia di Agrigento, uccisi nel corso di una manifestazione, quasi presagio questi due fatti così  distanti,  della distanza oltre che fisica, di progresso civile fra nord e sud, che avrebbe continuato a caratterizzare la storia del nostro paese. 

In un servizio da Canicattì datato 22 dicembre l’Unità scriveva: “I tre lavoratori uccisi sono caduti ieri a Canicattì nel corso di una manifestazione popolare di protesta contro i negozianti crumiri per costringerli a chiudere i negozi. Arrivati di fronte al caffè Contrino, noto fascista mafioso del luogo, i manifestanti si trovavano di fronte agli insulti di quest’ultimo spalleggiato dalla forza pubblica. Una commissione di lavoratori tentava allora di entrare nel caffè per persuadere il proprietario a più miti consigli. Ma la polizia caricava improvvisamente nella solita maniera brutale e selvaggia la massa dei lavoratori, mentre dai balconi dirimpetto dove era situata la sede dell’Uomo Qualunque,  venivano scaricate raffiche micidiali sulla folla e sui lavoratori. Lo scopo della sparatoria iniziata dall’U. Q., e cioè quello di provocare la rabbiosa reazione dei carabinieri, veniva così raggiunto.” “Anche i carabinieri prendevano a sparare all’impazzata”. “Una decina di lavoratori restavano sul terreno di cui tre morti. Numerosi feriti si registrano anche fra le forze dell’ordine. Il tenente dei carabinieri Buongiovanni si trova presentemente in pericolo di vita.”

Gli uccisi sono i contadini Domenico Amato, Angelo Lauria, Salvatore Lupo e il Carabiniere Giuseppe Jannolino.

 

         Il tam tam che passò tra noi ragazzi a scuola registrava quello che avevamo sentito dire ai grandi: la santa Barbara pronta al circolo “dei nobili”,  che rimane nell’immaginario collettivo quasi messaggio intimidatorio e mafioso, al contempo rassicurante gli interessi di una destra reazionaria. Interessante al riguardo il ricordo dell’arciprete del tempo che ammonisce, quasi un non prevalebunt, “che poteva andar peggio” se la massa “si fosse sospinta fino al circolo dei Nobili e di Compagnia, qui sarebbe avvenuta una carneficina.” I carabinieri presi nel mezzo che sentono gli spari che gli arrivano alle spalle e intanto decidono di scaricare i fucili sui contadini, uccidendone tre e ferendone moltissimi. Un carabiniere resta ucciso, forse, probabilmente, dal “fuoco amico” di chi volle provocare quella strage. Questo è quello che abbiamo sempre ripetuto nella nostra infanzia.

Chi c’era al circolo dei nobili. Un distinto elegante signore vestito di nero ci salutava sempre quando noi ragazzini passavamo davanti al circolo. Una mattina, alcuni anni dopo, andando alla scuola media G. Verga, siamo attirati da un  insolito  trambusto che anima la via. Alla Santa Croce  quel distinto signore, a sera inoltrata, era caduto in una imboscata assieme alla moglie. Lui era riuscito a rispondere al fuoco della lupara che era stato aperto da dietro le pale di ficodindia che facevano da siepe alla campagna che sovrastava la via. Mentre la moglie giaceva a terra con la mano dentro la borsetta nel tentativo di impugnare la pistola. C’erano tutti gli elementi di quello che diventerà un modello del delitto di mafia per l’immaginario collettivo. 

Apprendemmo dopo che il gentile signore, tale Peppe Giacona era un  mafioso di Canicattì. Fu il mio impatto “visivo” con la mafia. Ma anche culturale perché ci trovammo immersi in una credenza popolare secondo la quale era normale che ci fosse una amministrazione della giustizia parallela. Di morti ammazzati, per regolamento di conti fra di loro, per riparare ad uno sgarro, come ci veniva detto, ce ne erano stati tanti in quegli anni.  A poco a poco veniva creato nella testa di noi ragazzini, nella testa della gente per poi divenire senso comune, un  “invisibile nido dove covano a lungo gli stereotipi, le frasi fatte, le bugie che il tempo nemico della memoria tramuta in risapute e non contestate verità. 1) 

Poi calò il silenzio. Per noi ragazzini, ma non solo per noi,  i morti, quelli che avremmo dovuto onorare, i caduti in una straordinaria battaglia di civiltà che in tutta la Sicilia si combatteva per più umane condizioni di lavoro nelle campagne e per una prospettiva diversa di sviluppo, sono rimasti, da allora solamente anonimi lavoratori.

Erano scattati i meccanismi della rimozione. Non dimentichiamo che all’epoca la società usciva sconfitta da una  profonda devastazione culturale e civile dopo un  tragico ventennio di negazione della libertà imposto dalla dittatura fascista.

 Nessuna lapide a ricordare la strage. E poi negli anni nessun anniversario, nessuna corona di fiori a stimolare una memoria collettiva, a indicare i fatti della nostra storia in cui calare le radici per alimentare la nostra identità di popolo. Certo i familiari e i compagni hanno pianto i morti, li hanno pianti nel momento della solidarietà nel  dolore e poi nella disperazione e nel silenzio legato ad un antico terrore.

Sull’altare della rimozione viene sacrificato pure il carabiniere assassinato probabilmente da quello che oggi chiameremmo fuoco amico.

Un mese circa dopo la strage  un blitz di 200 carabinieri, messo in atto  nella notte del 22 gennaio  nella “quale fui arrestato assieme ad altri compagni”, ricorderà Gaetano Acquisto, raggiunge chiaramente anche lo scopo di seminare il terrore. E poi la galera, i processi basati su indagini sommarie a direzione unica, 150 anni di carcere: “ e così fummo colpiti due volte: dalle pallottole dei fascisti e degli agrari e da un processo ingiusto”. 2)

Un mese circa dopo la strage, l’Unità del 30 gennaio 1948, scrive: “ Da parte della reazione si è scatenata una vasta campagna diffamatoria, tendente a terrorizzare le masse dei lavoratori di Canicattì.”

Quello del terrore era il clima che già da tempo, più accentuatamente nel 1947,  si respirava in Sicilia. Sopratutto nella Sicilia occidentale, quella dove capillare era la presenza e la cultura mafiosa assente allora in gran parte della Sicilia orientale, quella che  chiamavamo la Sicilia “babba”. 

Ce ne danno un’idea alcuni titoli dei giornali dell’epoca: “Nell’altopiano di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, la festa del 1° maggio 1947, cui partecipavano migliaia di persone, fu interrotta da una sparatoria che causò 11 morti e 27 feriti. Non si festeggiava solo il 1° maggio, ma anche la vittoria della sinistra nelle prime elezioni regionali del 20 aprile 1947 sull’onda delle lotte contadine per la riforma agraria contrastata dai proprietari terrieri e dalla mafia”.

         “La voce della Sicilia” quotidiano del popolo siciliano: “Dopo Portella delle Ginestre barbare aggressioni contro lavoratori in sei comuni della provincia di Palermo. Agrari e mafia vogliono scatenare la guerra civile. A Partitico, Cinisi, Carini, Borgetto, S. Giuseppe Jato, Monreale squadracce mafiose e fasciste assaltano con bombe a mano e mitragliatrici e appiccano il fuoco alle sedi dei partiti dei lavoratori e alle Camere del Lavoro.”

         E ancora un servizio da S. Giuseppe datato 9 maggio 1947 de “La voce della Sicilia”: “croci nere e segni assimilabili a mitraglie sono ancora sugli stipiti del segretario della sezione socialista. Ma anche i cristiani hanno registrato, nella memoria e nella coscienza, dei segni premonitori di cui solo ora comprendono il vero significato. Ogni contadino con cui parli ha il ricordo di una minaccia o di una previsione, di un ghigno o di una imprecazione con cui il padrone o un manutengolo mafioso gli aveva annunziato la morte. “Il torrente Jato porterà più sangue che acqua”. “Andate cantando e tornerete piangendo”. “ Le montagne si uniranno e nessuno ne uscirà”.  Pericoli e minacce insidiano ancora i contadini che devono recarsi in campagna. Così centinaia di braccianti, che son tutti comunisti, restano in paese, perché in campagna inermi col rischio di prendere una schioppettata a tradimento non ci vogliono andare….Non lavorando questi uomini e le loro famiglie non possono mangiare.” 

Oltre che da quello che avveniva nel resto della  Sicilia, Canicattì in quegli anni era stata colpita da un clima di violenza stragista legato alla disgraziata vicenda della guerra fascista.

Prima un cingolato tedesco in ritirata spara dalla via che va al cimitero una cannonata in direzione dell’imbocco del ricovero scavato sotto il castello Bordonaro situato in  via Capitano Ippolito. Il colpo è diretto su un gruppo di persone tra cui dei ragazzini  inermi che erano li a giocare dopo una notte passata nel ricovero insieme ai loro genitori.

Dai ricordi di un testimone, Mario Melia: “Ci fu un periodo in cui siamo rimasti nel ricovero notte e giorno per circa due settimane…. Un giorno mio padre, verso le ore nove mi accompagnò fuori dal tunnel lato via Capitano Ippolito per fare un bisogno fisiologico. In quei giorni per la paura di improvvisi bombardamenti nessuno andava a casa. Al rientro nel tunnel, appena oltrepassato un piccolo muro che chiamavamo il parapetto, sentimmo un fortissimo boato e contestualmente un fumo densissimo si propagò per tutto il ricovero. Per nostra fortuna subito fu aperta la porta di uscita del tunnel lato via Mazzini. Noi eravamo tutti abbassati a terra di modo che il fumo defluì velocemente verso l’esterno sopra le nostre teste.

Era successo, per quello che ho saputo, che una batteria o un carro armato tedesco sparò una cannonata mirando all’imbocco del ricovero dove sostavano per prendere aria, … una ventina di persone. Di queste ne morirono dodici colpite dallo scoppio. C’era invece chi diceva sei e chi di più. Certamente se non ci fosse stata la prontezza di aprire subito l’altra  porta d’uscita molti di noi sarebbero morti per soffocamento.”  3)

Siamo alla vigilia dell’ingresso delle truppe americane a Canicattì. Teniamo presente che gli americani entrano a Canicattì il 13 luglio. Ancora non c’è stato il gran consiglio del fascismo che tenta di salvarsi deponendo Mussolini il 25 luglio. Già gli alleati dell’Italia fascista sparano su inermi cittadini italiani. E’ la prima strage nazista su territorio italiano. 4)

Certo siamo in pieno periodo di guerra. Ma niente può giustificare questa barbara azione criminale. I tedeschi erano in ritirata. Forse si coprivano seminando il terrore tipico della rappresaglia nazista.

Se può ben comprendersi l’imbarazzo e il silenzio di quello che rimaneva delle autorità fasciste dell’epoca, turba il silenzio e ci chiediamo il perché della mancata condanna dell’Italia liberata.  La notizia di Mario Melia sulla strage tedesca mi arriva per caso, mentre ero alla ricerca di memorie e di testimonianze sulla strage americana della quale avevo appena avuto notizia da Diego Lodato.

Siamo sempre nel 1943, pochi giorni dopo l’ingresso delle truppe alleate a Canicattì. Diversi cittadini, rei di recuperare da un magazzino distrutto dalle bombe degli alimenti per sfamarsi, sono barbaramente uccisi  sul posto  direttamente per mano di un comandante americano.

La testimonianza della strage del comandante americano l’abbiamo, cinquanta anni dopo,  grazie alla preziosa ricostruzione fatta dal figlio dell’ufficiale che coraggiosamente si rifiutò assieme ad un altro ufficiale di eseguire l’ordine di esecuzione sommaria.

Anche su queste stragi era calato subito il silenzio e la rimozione. La memoria delle giovani generazioni che si affacciano alla vita viene deprivata dei fatti sui quali anche si forma la capacità di giudizio e l’assunzione dei valori che stanno a fondamento del vivere civile. L’intreccio oscuro della provocazione, fascisti mafia agrari, sarebbe continuato per tutti quegli anni fino ad  arrivare, complice la colpevole e tacita assenza dello Stato, alla decapitazione del gruppo dirigente delle camere del lavoro e del movimento contadino e bracciantile.

Su questo terreno la borghesia agraria, stretta tra separatisti, fascisti e mafia, bloccò ogni  spinta verso  una moderna trasformazione della agricoltura pur di colpire definitivamente il movimento progressista.  Ai braccianti e ai piccoli contadini, strozzati dalla miseria e dalla fame, non rimase che la triste via dell’emigrazione. Fu il secondo terribile esodo del novecento che fece seguito a  quello dei primi del secolo, determinato da analogo momento di terrore dopo le stragi che portarono alla distruzione anche della memoria del movimento dei fasci dei lavoratori siciliani.

E’ significativo che tutto questo avviene prevalentemente nella parte dove allora era più forte il governo della  mafia, quella della Sicilia occidentale. Nella Sicilia orientale, nella civile val di Noto, in quegli anni, sotto la spinta del movimento contadino, si avviano profonde trasformazioni dell’agricoltura che porteranno l’economia di quei territori a primeggiare fra le province siciliane. Basti pensare alla serricoltura che farà della provincia di Ragusa, in quegli anni,  una delle province a più alto prodotto interno lordo. Ma questa realtà per le classi dirigenti di allora era opportuno che venisse eclissata, sommersa dall’immagine di una Sicilia tutta arretrata ed omertosa.

 

         Carlo Muscetta su l’Unità del 19 dicembre 1947, appena alla vigilia della strage , in un articolo dal titolo “Le due Italie la questione meridionale”, a proposito della sostanziale alleanza tra borghesia e mafia che sempre più chiaramente emergeva dall’analisi di quella che già appariva una strategia stragista, ancora ammonisce “cosa potrà venire a questa piccola borghesia meridionale, se non la perdita di quello che è il suo più grande bene: la tradizione di una cultura laica ed umanistica, di un grande pensiero di libertà?  Da una Repubblica democratica affiancandosi alle classi popolari e combattendo la stessa battaglia, la borghesia ha tutto da guadagnare…sul piano della stessa dignità civile”….soprattutto cogliendo il valore di “ un’alleanza che va molto al di là della semplice occasione storica.”

         Quella occasione storica ancora una volta non solo non fu colta, ma all’equivoco antico delle tacite, contingenti alleanze dello Stato con la mafia, fu sacrificato lo sviluppo e la democrazia in gran parte del sud d’Italia.

Pensando ai caduti, ai feriti, a quelli che furono costretti all’esilio, alla tragedia disperata di un milione di emigrati 5), a quanti marcirono nelle patrie galere; pensando al bellissimo ultimo verso della poesia “ 21 dicembre 1947” di Aldo Parossi  , dedicata ai caduti:  “ Pochi sanno chi furono “, non possiamo con tutta la società non sentirci colpevoli.

 Avevano già cancellato, per quasi cent’anni dalla memoria dei  siciliani, col terrore, quella che è stata una tra le più nobili, alte e tragiche pagine della storia del popolo italiano, quella  dei Fasci dei Lavoratori siciliani.

E’ come se alle giovani generazioni fossero state e venissero ancora oggi  tagliate le radici. E’ come se fosse loro impedito di succhiare dalla terra il sale della democrazia e della giustizia per costruirsi una identità negata.

Gli agguati mafiosi, tanti anni dopo la strage di cui ci occupiamo, in cui furono assassinati due integerrimi magistrati, Gaetano Saetta e Rosario Livatino, ambedue di Canicattì, sono anche essi figli di quella storica occasione ancora una volta mancata.

Dobbiamo oggi essere molto grati per il lavoro storico e di recupero della memoria svolto da alcuni anni da diversi giovani  intellettuali che hanno prodotto del materiale interessante reperibile in alcuni siti internet e testimoniato dai lavori pregevoli di Diego Lodato, di Antonio La Vecchia e, da ultimo, Salvatore Vaiana nella  sua “Storia della camera del lavoro di Canicattì”.

Ma dobbiamo sempre avere presente, con Gramsci, che «Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte «originali», significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, «socializzarle»... e farle diventare... elemento di ordine intellettuale e morale». 6)

Parlo della necessità della conoscenza collettiva del fatto in se. Della necessità del recupero della memoria storica come fatto collettivo, per ridare radici ad un popolo. Per questo è necessario “decostruire la morfologia del potere”, individuare  “I cristalli di senso comune indotti dai dominanti nei dominati”, sviluppare il “protagonismo contro la subalternità”.

Necessità di vivere ed operare  il recupero della memoria come  un nuovo momento di promozione culturale,  come un processo di ricerca e di liberazione. Liberazione dalla ignoranza, dalla violenza, dalla sopraffazione e dalla mafia.

Vorrei ricordare qui, a monito,  le bellissime pagine di Elio Toaff scritte a prefazione delle struggenti lettere di Louise Jacobson: “Dal liceo ad Auschwitz” 7) : “Ma tutto ciò che non è detto e testimoniato scompare mentre invece,….devono restare le tracce, tutte le tracce possibili. Ogni traccia è una persona, un carattere, una storia che insegnano qualche cosa alla collettività”. Bisogna evitare che cali “il silenzio sui morti e sui vivi…. Di fronte ai barbari è facile che sopravvenga il silenzio della civiltà. Perché spesso la civiltà non ha armi contro la violenza, né immaginazione bastante da prevederla in tutta la sua implacabile fantasia. E non ha voce per raccontarla….Poiché il silenzio è anche il grande alleato della paura”.

“Il tempo va via in fretta, cambiano gli uomini, ma in ogni azione costruttiva del presente e del futuro non può mancare mai la memoria del passato.”  

Angelo Ficarra

 Palermo giugno 2007

Note

 

1) Mario Genco: “Repulisti ebraico”, Ist. Gramsci Siciliano, 2006

2) Salvatore Vaiana: “Storia della Camera del lavoro di Canicattì”. 2007

3) Mario Melia: Ricordi di infanzia, Canicattì anni 1941-1961. Dattiloscritto del 2007 in mio possesso.

4) Diego Lodato: “Sommario storico e fotografico di Canicattì”. 2003

5) Giuliana Saladino: “Terra di rapina”. Einaudi, 1977

6) Bruno Gravagnuolo: Gramsci globale, la scrittura contro il potere. Convegno “Gramsci, le culture, il mondo”. Roma aprile 2007. L’Unità 28 aprile 2007

7) Dal liceo ad Auschwitz, Lettere di Louise Jacobson; presentazione di Elio Toaff . I libri dell’Unità 1997

 

VENIVA DALLA IGNARA PETRALIA SOPRANA ED ERA UN FALSO IL DOCUMENTO PROVA  DELL’INSURREZIONE CHE PIÙ DI CENTO ANNI FA CRISPI PORTÒ IN PARLAMENTO A GIUSTIFICAZIONE DELLO STATO DI ASSEDIO PROCLAMATO IN SICILIA

 

Il 21 dicembre 1893 il presidente del consiglio dei ministri Francesco Crispi, appena succeduto al Giolitti con l’appoggio del marchese Di Rudinì, rivelò al Parlamento che in Sicilia era in atto “contro la sicurezza dello Stato” un disegno insurrezionale con obiettivi separatisti a cui aderivano i Fasci dei Lavoratori siciliani. Di fronte alla gravità e drammaticità di tale denunzia volta a giustificare l’autorizzazione avocata al Consiglio dei Ministri di proclamare lo stato di assedio in Sicilia, il Crispi assicurò il Parlamento che aveva “documenti schiaccianti”.

La più importante delle prove, quella della imminente insurrezione, consisteva in un proclama sequestrato dalla polizia. Si sarebbe scoperto qualche mese dopo i tragici fatti che insanguinarono la Sicilia che il proclama  veniva dalla ignara Petralia Soprana.

Il documento noto sotto il nomignolo di “firmatissimo” ha una origine tra il tragico ed il comico ad un tempo e, come denunziò allora Napoleone Colajanni deputato all’epoca dei fatti,  “servì a fini iniqui, e l’avervi prestato fede e ancor di più aver mentito dichiarandolo “firmatissimo” costituisce una delle grandi vergogne per l’on. Crispi”.

In Petralia Soprana c’era un disgraziato vice cancelliere di Pretura, Bonsignore Accursio, perdutamente innamorato della moglie del pastaio del luogo, certo Alessi. Gendusa Domenica la moglie, tanto bella quanto onesta, aveva più volte respinto le profferte del vice cancelliere il quale, dopo averla più volte minacciata, “ricorse - scrive il Colajanni – ad un diabolico mezzo: scrisse un manifesto sovversivo e lo mandò per posta all’indirizzo del marito della sua amata; poi con una lettera anonima denunzia il pastaio alle autorità del luogo come uno dei promotori più pericolosi dei disordini, e in prova della realtà del fatto denunziato avvisa che proprio in quel giorno allo Alessi doveva arrivare per la posta un manifesto rivoluzionario”. Si era nel periodo più acuto dei tumulti, e le autorità di Petralia Soprana corsero alla posta, sequestrarono la lettera indirizzata all’Alessi e in base al manifesto rivoluzionario sequestrato procedettero al suo arresto.

A questo punto la moglie dell’Alessi denunzia tutto alle stesse autorità, che onestamente e rapidamente riparano al mal fatto arrestando il vice cancelliere il quale confessò tutto e pochi mesi dopo venne condannato dal Tribunale di Termini Imerese a tre anni di reclusione e ad un anno di interdizione dai pubblici uffici per calunnia ai danni di Alessi Giuseppe.

Dobbiamo ad una interessante e intelligente ricerca della professoressa Vera Brucato di Petralia Soprana su “Politica, economia, cultura e società a Petralia Soprana nell’età Crispina” autrice anche, nel 1994, di una comunicazione al convegno svoltosi a Palermo e Piana degli Albanesi in occasione del centenario dei Fasci dei Lavoratori siciliani, il merito di avere acquisito documenti finora mai utilizzati dalla storiografia che consentono nuove riflessioni e gettano nuova luce su alcuni aspetti estremamente importanti della vicenda.

Apprendiamo da un primo documento che tale Ignazio Abbate sospettato di essere l’autore di lettere anonime invitanti ad una manifestazione contro il governo, prevista in Petralia Soprana per il 10 dicembre 1893, viene quello stesso giorno fermato; che da alcune lettere requisitegli risulta, cosa che egli stesso dichiara, di essere in contatto con i Fasci per costituirne uno in Petralia Soprana; che, come recita burocraticamente il sollecito rapporto dello stesso 10 dicembre 1893 del Comandante dei Carabinieri al Prefetto, “…l’arrestato Abbate venne depositato nelle locali carceri a disposizione della giustizia”. E quel “depositato” dice tanto sull’atteggiamento della cultura dominante allora nello Stato post unitario (soltanto ?) verso le classi più deboli e perciò sospette.

Annotiamo che verosimilmente deve essere stato questo evento a scatenare la fantasia erotica del vice cancelliere e a suggerirgli la stesura del manifesto insurrezionale.

Il secondo documento molto importante è una comunicazione del Sottoprefetto di Cefalù al Prefetto datata 26 dicembre 1893. In essa si riferisce dell’arresto avvenuto il 17 dicembre del pastaio Alessi e del manifesto sovversivo a lui diretto sul quale era scritto:

 

“Operai Sopranesi, figli del Vespro!!! Ancora dormite?!! Corriamo al carcere a liberare il fratello. Morte al re e agli impiegati. Abbasso le tasse. Fuoco al Municipio e al Casino Civili. Viva il fascio e i lavoratori. Quando le campane della Matrice, Salvatore e Oreto suonano assieme corriamo armati al castello che tutto è pronto per la libertà. Attenti al segnale!!!     F  d  L      Sangu friddu ca tuttu è piotu pi Natali Capud’annu.”

 

La riapertura del Parlamento era stata vergognosamente rinviata con grave scempio per la democrazia, mentre nel frattempo era stato messo in atto lo stato di assedio proclamato nella notte fra il 3 e il 4 gennaio 1894, era stata inviata una forza militare di 40 000 uomini, si erano registrate  stragi di un centinaio di contadini, donne e bambini inermi, migliaia di feriti, migliaia di arrestati fra cui il gruppo dirigente dei Fasci, che furono sciolti.

Solo il 28 febbraio 1894 Crispi legge alla Camera un documento che, come si rileva dal resoconto degli atti parlamentari, presenta notevoli significative differenze da quello portato alla luce dalla professoressa Brucato, oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Palermo:

 

Crispi. A dare un concetto dei proclami che si spargevano nei comuni, ve ne leggerò uno “solo che vale per tutti. (!)

“Operai ! Figli del Vespro: Ancora dormite? Corriamo al carcere a liberare i fratelli.

“……….Quando le campane della Matrice e del Salvatore suoneranno, assieme corriamo armati al castello, ché tutto è pronto per la libertà.”

“Attenti al segnale!” ( Impressione )

Trampolini. E’ firmato ?

Crispi. Presidente del consiglio. E’ firmatissimo !  ( Ilarità). C’è anche il nome del Comune. Tutto risulterà dal processo.”

 

Come si vede il testo letto alla Camera è stato significativamente falsificato epurandolo dai richiami agli operai sopranesi, il fratello da liberare (l’Abbate) diventa i fratelli e sparisce oltre la frase dialettale anche il riferimento alla chiesa del Loreto visto che in Sicilia sono sicuramente poche le chiese dedicate a quella Madonna.

Non si tratta più come si era ipotizzato finora, anche se con tutti i dubbi del caso, di un incidente di percorso dell’on. Crispi, “del quale non si può abbastanza deplorare la…leggerezza” come scrive il Colajanni. Siamo di fronte alla certezza di una falsificazione perché quell’appello sembrasse rivolto “indistintamente a tutti i siciliani e giustificasse perciò l’intervento della forza armata nell’isola”, come giustamente scrive la Brucato.

Ma ancora a conferma mettiamo in evidenza che già il 5 gennaio 1894, ben più di un mese e mezzo prima della comunicazione di Crispi al Parlamento, il Tenente Colonnello Comandante la Divisione comunicava al Prefetto di Palermo l’arresto e il trasferimento del vice cancelliere innamorato, inventore dell’appello, alle carceri di Termini Imerese.

Non sappiamo chi, dove, a quale livello operò il falso. Ma siamo certi di trovarci di fronte ad un atto premeditato volto a precostituire copertura e giustificazione della decisione di schiacciare nel sangue sul nascere la speranza di liberazione, la voglia di giustizia e di riscatto umano di un popolo che si era stretto attorno al movimento dei Fasci dei Lavoratori siciliani. Un atto che segnerà tragicamente la storia siciliana e che pertanto doveva essere col terrore, come è purtroppo avvenuto, rimosso dalla sua memoria.

Bisogna sapere che il movimento dei Fasci che la “Volks Tribune” di Vienna definiva il primo grande movimento di massa proletaria che si veda in Italia, fu il più grande movimento di lavoratori in Europa dopo la Comune di Parigi.

 

Petralia Sottana, settembre 2007

Angelo Ficarra

 

 Perchè anonimo siciliano  di  Angelo Ficarra

In onore e gloria dei tanti eroici caduti nelle lotte contro la barbarie della schiavitù, per la libertà e per la dignità umana. Da i tanti che combatterono con Euno, Ducezio, Spartaco crocifissi a migliaia sulla consolare da Capua a Roma, condannati all’anonimato. Per i tanti dimenticati nelle galere dei potenti di turno e che pure con le unghia insanguinate avevano tentato di graffire il loro urlo per la verità che non abbiamo saputo raccogliere. Ai tanti, donne e uomini, che hanno pure “misu u coddu ni la furca di la libertà”, come gridava il poeta Buttitta nel pianoro di Portella della Ginestra per il riscatto della condizione umana. Condannati da chi ha disegnato, anche in nome del cielo, un assetto del mondo all’insegna della violenza e della sopraffazione per ridurre gli altri esseri umani in qualche modo in schiavitù. Condannati ad essere cancellati dalla storia. Cancellati loro e le loro idee. Condannati perchè hanno osato dire di no e perciò eretici. Rimossi per accreditare più facilmente la vulgata, lo stereotipo con cui hanno diffuso la menzogna che gli ha consentito di costruire il loro potere. Una umanità infinita, di perseguitati, di confinati, diseredati, di morti di fame e di freddo nei lager, di bruciati vivi nei forni crematori, dalle donne dell’8 marzo della fabbrica americana, agli operai della Tyssen Group, di annegati nell’indifferenza ai piedi delle mura di Gerico o di Lampedusa perchè diversi, passando per il baratro della ragione delle camere a gas della follia fascista e nazista. Non gridano vendetta ma vogliono memoria per svelare la storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VENIVA DALLA IGNARA PETRALIA SOPRANA ED ERA UN FALSO IL DOCUMENTO PROVA  DELL’INSURREZIONE CHE PIÙ DI CENTO ANNI FA CRISPI PORTÒ IN PARLAMENTO A GIUSTIFICAZIONE DELLO STATO DI ASSEDIO PROCLAMATO IN SICILIA di Angelo Ficarra