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vedi anche TERRORISMO
Per l'unità dei Palestinesi February 23, 2010 di Pietro Ancona
Amnesty International: un anno dopo la fine di "Piombo fuso", il blocco israeliano di Gaza continua a soffocare la vita quotidiana 18/01/2010
Aquiloni a Gaza Pietro Ancona 1-8-2009
«Dovete solo sparare, niente pietà per i civili» - Michele Giorgio Manifesto – 15.7.09
Israele fa il tiro a bersaglio sui contadini della Striscia di Gaza 7/6/2009
SOLIDARIETA’ CON GAZA: QUALCUNO NON MOLLA… 17-12-2008
Evacuare la popolazione civile da Gaza Pietro Ancona 3-1-2009
ISOLAMENTO DI ISRAELE Pietro Ancona 4-1-2009
Israele punta alla soluzione finale Pietro Ancona 2-1-2009
La strage degli innocenti ed Emanuele Kant Pietro Ancona 6-1- 2009
Una tragedia domestica? Pietro Ancona 5-1-09
BASTA CON LA DISINFORMAZIONE DELLA RAI! VIA CLAUDIO PAGLIARA! Campagna 2008 Anno della Palestina il 29 dicembre 2008
IL QUARTO REICH - DA ABRAMO A ERODE, DA BAGHDAD A GAZA di Fulvio Grimaldi1 Gennaio 2009
Campo di concentramento e di sterminio di Gaza (23.12.08 - 10.01.09
CIVIUM LIBERTAS
ORGANO APERIODICO DELLA SOCIETÀ PER LA LIBERTÀ DI PENSIERO, PER LA LAICITÀ
DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI, PER LA RIFORMA DEI PARTITI, PER I DIRITTI
POLITICI, SOCIALI ED ECONOMICI DEI CITTADINI, PER LA PACE NEL MONDO
Il tradimento
degli intellettuali
DOBBIAMO AGGIUSTARE L'IMMAGINE DISTORTA
CHE ABBIAMO DI HAMAS DI WILLIAM SIEGHART 07/01/2009
Times on line
Ipotesi per la tonnara di Gaza di Lorenzo Galbiati
Manifesto – 15.7.09
«Dovete solo sparare, niente pietà per i civili»
- Michele GiorgioCinquantaquattro testimonianze che spiegano, in modo inequivocabile, che l'operazione «Piombo fuso» venne concepita e realizzata con regole d'ingaggio che non facevano alcuna differenza tra combattenti e civili palestinesi, tra edifici abitati da persone innocenti e uffici e installazioni di Hamas. Un'operazione preparata da lungo tempo, che doveva infliggere un colpo durissimo, tale da provocare uno shock all'intera popolazione di Gaza. È ciò che emerge dal rapporto che l'associazione israeliana «Breaking the Silence» presenterà oggi durante una conferenza stampa. Soldati, in buona parte in servizio di leva, molti dei quali ancora impegnati nei territori palestinesi occupati, mantenendo l'anonimato hanno risposto alle domande dei ricercatori di «Breaking the Silence» sulle istruzioni ricevute prima e durante i giorni insanguinati dell'offensiva contro la Striscia di Gaza, condotta da Israele tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio, che ha ucciso 1.417 palestinesi (13 gli israeliani morti), ferito altri 5mila e distrutto o danneggiato molte migliaia di edifici. «Testimonianza dopo testimonianza - ha commentato l'avvocato dei diritti umani Michael Sfard, consulente di "Breaking the silence" - emergono i metodi dell'operazione alla quale hanno partecipato i soldati dell'esercito israeliano: mettere sullo stesso piano combattenti e civili; bombardare anche aree densamente popolate da donne, bambini ed anziani; uso improprio di armi, distruzioni sistematiche senza alcuna motivazione. L'attacco contro Gaza è stato portato avanti con l'idea che (Israele) non avrebbe dovuto subire perdite, con l'ordine di sparare contro chiunque, senza considerare i civili». Un esempio di questa guerra senza scrupoli viene dalla testimonianza numero 10, fatta da un riservista. «Il nostro comandante di brigata ci disse che andavamo in una guerra vera, senza considerare i civili, e di sparare verso chiunque. Vi riferisco non le sue parole esatte ma il loro significato concreto...il fine era di portare a conclusione una operazione con un numero minimo di perdite, senza porci interrogativi sui costi che avrebbe pagato l'altra parte...Una sera il comandante ci disse: pensate solo a sparare». Un altro militare riferisce dell'uso di munizioni al fosforo bianco, un'arma che le leggi internazionali proibiscono in aree popolate da civili. «Una volta trovammo resti del fosforo bianco in una zona di 200-300 metri quadrati - ha raccontato il testimone - durante il servizio militare ci avevano spiegato che il suo uso non è consentito e invece è stato utilizzato (a Gaza)». Un altro ancora, a proposito delle regole d'ingaggio, ha ricordato quando una sera un palestinese si avvicinò all'edificio occupato dalla sua unità: «Lo vedemmo avanzare con una torcia, chiedemmo l'autorizzazione di sparare colpi di avvertimento (per costringerlo a tornare indietro, ndr) ma dal comando ci dissero di no...poi quando l'uomo giunse a 20 metri da noi gli sparammo. Era solo un anziano, urlava e chiedeva aiuto, rimase sul terreno due giorni poi (morto) lo portarono via». Un militare ricorda che il comandante del battaglione spiegò «scherzosamente» ai suoi uomini che per rivolgersi ai palestinesi avrebbero avuto a disposizione un «lanciagranate e un mitragliatore che parlano arabo». Riguardo alla distruzione di case senza motivi precisi, un testimone ha riferito che il suo comandante affermò che «tutto ciò che si distrugge può essere ricostruito, a differenza della vita di un soldato...se vedete qualcosa di sospetto, sparate senza esitazioni, meglio colpire un innocente che non fare fuoco contro un nemico». A Beit Lahiya il testimone 23 notò che alcuni soldati avevano messo escrementi nei cassetti della stanza da letto di una abitazione palestinese. «In un asilo - ha detto - c'erano degli adesivi attaccati sulle pareti con Topolino e Minnie e qualcuno (un soldato) disegnò un fallo sull'immagine di Minnie». Un altro ha riferito: «demolimmo tantissime case, alcuni di noi passarono tutto il tempo a demolire case». «Se una abitazione era sospettata di ospitare un tunnel sotterraneo - ha aggiunto da parte sua il testimone 27 - allora veniva centrata con munizioni al fosforo bianco perché avrebbe funzionato da detonatore per esplosivi nascosti». Il testimone 29 ricorda che «la terra tremava costantemente per i colpi incessanti sparati dall'artiglieria (sui centri abitati, ndr)». «La legge internazionale parla chiaro - ha detto l'avvocato Sfard - il principio fondamentale è fare differenza tra popolazione civile e combattenti, violare questo principio è un atto immorale ma soprattutto un crimine di guerra». «Breaking the silence» raccoglie da cinque anni testimonianze di soldati israeliani ma, ha puntualizzato il suo direttore Yehuda Shaul, «ciò che ci è stato riferito su Piombo fuso non lo avevamo mai registrato prima. È evidente che in questa operazione sono state superate linee rosse mai oltrepassate in passato»
Naturalmente, non ne parla nessuno, ma da diversi giorni un gruppo di internazionali sta premendo al valico di Rafah perchè l’Egitto si decida ad aprire quell maledetto confine e consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza degli aiuti umanitari e rispetti il principio della libera circolazione delle persone, in paritcolare dei feriti e dei malati. I grandi media tacciono, gli studenti manifestano contro Gheddafi (lo faranno anche contro Nethanyau? Ai posteri l’ardua sentenza), i professionisti della solidarietà (come la Premiata Ditta ARCI & FIOM) fanno finta di non sapere, ma un pugno di donne e di uomini sta sfidando il deserto ed il silenzio per non lasciare soli il milione e mezzo di Palestinesi assediati nella Striscia di Gaza. Alcuni di quei compagni li abbiamo conosciuti quando abbiamo lottato insieme per entrare a Gaza, nel marzo scorso. Conosciamo le persone, la situazione, i luoghi. Non possiamo che sentirci vicini a Chris, a Don ed a tutti gli altri. Facciamo in modo che almeno si sappia quello che sta succedendo. Ecco la loro ultima comunicazione. Determinazione e solidarietà al valico di Rafah Sotto la pressione dell’esercito e della polizia egiziani, l’International Movement to Open the Rafah Border ( IMORB) mantiene il proprio accampamento al valico di Rafah. Il gruppo sta crescendo: ora siamo in 26 dalla Francia, dagli U.S.A., dalla Germania, dall’Egitto, dal Belgio e dalla Svezia. Ieri, il nostro amico italiano ci ha lasciato per tornare al suo lavoro in Italia, ma una donna tedesca, Alona, sposata con un Palestinese di Rafah, ci ha raggiunto con i suoi figli, dai 6 ai 12 anni. Lei vuole tornare a vivere con la sua famiglia a Gaza e, dopo il rifiuto delle autorità egiziane al suo transito, ha detto: “Vengo dalla Germania e non voglio tornare a domire ad El Arish. Sono qui e voglio solo una cosa: andare a Gaza.” Al telefono, il marito ha chiesto aòòa sua famiglia di aggiungersi all’accampamento dell’IMORB. Questa mattina, siamo stati raggiunti da un rifugiato palestinese, Mohammad, un attivista del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che ha trascorso 24 anni nelle carceri israeliane e che vive in Belgio. La figlia di Mohammad, una studentessa di Gaza malata di diabete, ha urgente bisogno di insulina. “Dall’8 giugno, le autorità egiziane mi impediscono di passare dall’Egitto (verso gaza, n.d.t.). Ho Saputo del vostro accampamento ed ho deciso di venire a stare con voi. Ci sono voci che dicono che il valico sarà aperto mercoledì 17 giugno, ed io resterò qui ed aspetterò”. Anche nove Palestinesi con cittadinanza svedese, fra cui quattro bambini, hanno raggiunto l’accampamento al confine. Da quando abbiamo installato l’accampamento, due girni fa (il 13 giugno), la polizia egiziana e gli agenti dei servizi segreti ci hanno visitato periodicamente. Ogni notte il colonnello Mohammad viene a parlarci e ci permette di restare, dopo aver minacciato di cacciarci via con la forza. Quando è arrivato da noi l’ultima notte, si è mostrato più tollerante ed ha ordinate di riaprire I bagni e la cafeteria che erano stati chiusi per ordine del generale Khalil Harb per costringerci ad andarcene. Questa mattina, sono venuti i poliziotti e ci hanno chiesto di smontare le tende. Abbiamo spiegato che ne abbiamo bisogno per far dormire i bambini. Non hanno insistito. Dopo la sua visita di ieri mattina, il generale Harb è tornado dopo mezzanotte e ci ha detto: “Questa è una zona militare proibita e la vostra presenza qui è inaccettabile. Useremo ogni mezzo necessario per allontanarvi”. Nonostante queste pressioni, l’IMORB resiste. Gli abbiamo detto: “Ce ne andremo solo quando il confine verrà aperto”. La nostra presenza è rafforzata dal sostegno dei cittadini egiziani, alcuni dei quail ci hanno portato coperte, materassi ed altri generi di conforto. Questa mattina, uno sconosciuto ci ha portato del pane fresco. Poi, un bambino ci ha portato del fooul, un cibo tradizionale per la colazione, che era veramente delizioso. Ieri sera, un poliziotto è venuto da noi indossando una kefiah palestinese e ci ha offerto del the. Queste dimostrazioni di sostegno ci aiutano a resistere, nonostante la situazione precaria in quello che Alona chiama “un hotel a cinque stelle”. In solidarietà da tutti noi International Movement to Open Rafah Border

DOBBIAMO
AGGIUSTARE L'IMMAGINE DISTORTA CHE ABBIAMO DI HAMAS
DI WILLIAM SIEGHART 07/01/2009
Times on line
Gaza è una società laica dove la gente ascolta musica pop, guarda la tv,
e molte donne camminano per strada senza il velo.
La settimana scorsa ero a Gaza. Mentre ero lì ho incontrato una ventina
di poliziotti che partecipavano a un corso in gestione dei conflitti.
Erano ansiosi di sapere se gli stranieri si sentivano al sicuro da
quando Hamas era al governo. “Sì, certamente!” ho risposto. Senza dubbio
gli ultimi 18 mesi hanno visto una relativa calma per le strade di Gaza;
nessun uomo armato per le strade, niente più rapimenti. Hanno sorriso
pieni di orgoglio e ci hanno salutato con un arrivederci.
Meno di una settimana dopo tutti questi uomini erano morti, uccisi da un
razzo israeliano durante una cerimonia di passaggio di grado. Erano
“uomini armati e pericolosi di Hamas” ? No, erano poliziotti disarmati,
impiegati pubblici uccisi non durante un “campo di addestramento
militante” ma nella stessa stazione di polizia al centro di Gaza City
usata dagli Inglesi, dagli Israeliani e da Fatah durante il periodo in
cui questi guidavano il paese.
Questa distinzione è cruciale perché mentre le terrificanti scene di
Gaza e Israele vengono trasmesse nei nostri schermi televisivi, si sta
combattendo anche una guerra fatta di parole che sta oscurando la nostra
comprensione della realtà dei fatti.
Chi o cosa è Hamas, il movimento che il ministro della Difesa israeliano
Ehud Barak vorrebbe annientare come se fosse un virus? Perché ha vinto
le elezioni palestinesi e perché permette che vengano sparati razzi su
Israele?
La storia degli ultimi tre anni di Hamas rivela come l'incomprensione
riguardo a questo movimento da parte dei governi di Israele, degli Stati
Uniti e Regno Unito ci abbia condotto alla situazione brutale e
disperata in cui siamo.
La storia comincia circa tre anni fa quando “Cambiamento e Riforma”, il
partito politico di Hamas, ha inaspettatamente vinto le prime elezioni
libere e regolari del mondo arabo, in una piattaforma politica che
vedeva la fine della corruzione endemica e il miglioramento dei quasi
inesistenti servizi pubblici nella Striscia di Gaza. Contro
un'opposizione divisa questo partito apparentemente religioso si è
impresso nella comunità a prevalenza laica tanto da guadagnare il 42 per
cento dei voti.
v I palestinesi hanno votato per Hamas perché hanno pensato che Fatah,
il partito del governo che hanno bocciato, li ha delusi. Nonostante la
rinuncia alla violenza e il riconoscimento dello Stato d'Israele, Fatah
non ha realizzato uno Stato palestinese.
v E' essenziale sapere questo per capire la cosiddetta posizione di
rifiuto di Hamas. Che non riconoscerà Israele o rinuncerà al diritto di
resistere finchè non sarà sicuro dell'impegno mondiale a raggiungere una
soluzione per la questione palestinese.
Nei cinque anni in cui ho visitato Gaza e la Cisgiordania ho incontrato
centinaia di politici e di sostenitori di Hamas. Nessuno di loro ha
professato lo scopo di islamizzare la società palestinese, in stile
talebano. Hamas conta troppo sui votanti laici per fare questo. La gente
ascolta ancora la musica pop, guarda la televisione e le donne ancora
scelgono se indossare il velo o no.
La leadership politica di Hamas è probabilmente la più qualificata nel
mondo. Può vantare nelle sue file più di 500 laureati col titolo di
dottorato, la maggioranza fatta di professionisti della classe media
(dottori, dentisti, scienziati, e ingegneri).
La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle nostre
università è non ha maturato nessun odio ideologico contro l'Occidente.
E' un movimento basato sul malcontento, dedicato ad affrontare
l'ingiustizia compiuta sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una
tregua di dieci anni per fornire uno spazio di respiro per poter
risolvere un conflitto che continua ormai da pià di 60 anni.
La reazione di Bush e Blair alla vittoria di Hamas nel 2006 è la chiave
dell'orrore di oggi. Invece di accettare il governo democraticamente
eletto, hanno finanziato un tentativo di rimuoverlo con la forza;
addestrando e armando i gruppi di combattenti di Fatah per rovesciare
militarmente Hamas e imporre ai Palestinesi un governo nuovo e non
eletto da loro. Come se non bastasse, 45 membri del Parlamento di Hamas
sono ancora detenuti nelle prigioni israeliane.
v Sei mesi fa il governo israeliano ha accettato una tregua, mediata
dall'Egitto, con Hamas. In cambio del cessate il fuoco Israele ha
acconsentito all'apertura dei valichi e permesso il libero flusso dei
beni essenziali dentro e fuori da Gaza. I lanci di razzi sono terminati
ma i valichi non sono stati mai totalmente aperti, e la popolazione di
Gaza ha iniziato a morire di fame. Questo devastante embargo non è una
vittoria della pace.
Quando gli occidentali chiedono che cosa abbiano in mente i leader di
Hamas quando ordinano o permettono il lancio di razzi su Israele, non
stanno comprendendo la posizione dei palestinesi. Due mesi fa le Forze
di Difesa israeliane hanno rotto la tregua entrando a Gaza e cominciando
di nuovo il ciclo di uccisioni.
Dal punto di vista palestinese ogni giro di razzi lanciati è una
risposta agli attacchi israeliani. Dal punto di vista israeliano è il
contrario. Ma cosa significa quando Barack parla di distruzione di
Hamas? Significa uccidere il 42 per cento dei palestinesi che hanno
votato per esso? Significa rioccupare la Striscia di Gaza da cui Israele
si è ritirato così dolorosamente tre anni fa? O significa separare in
modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania,
politicamente e geograficamente?
E per coloro il cui mantra è la sicurezza di Israele, quale sorta di
minaccia costituiscono i tre quarti di un milione di giovani che stanno
crescendo a Gaza con un odio implacabile contro chi li riduce alla fame
e li bombarda?
E' stato detto che questo conflitto è impossibile da risolvere. In
realtà, è davvero semplice. Il vertice delle mille persone che governano
Israele (politici, generali e lo staff della sicurezza) e il vertice dei
palestinesi islamisti non si sono mai incontrati. Una pace che sia tale
richiede che questi due gruppi si siedano insieme senza pregiudizi. Ma
gli eventi di questi giorni sembra abbiano reso ciò più improbabile che
mai. Questa è la sfida per la nuova amministrazione di Washington e per
i suoi alleati europei.
William Sieghart
Fonte: www.timesonline.co.uk
Nonostante una sentenza della Corte Suprema Israeliana ai giornalisti non
Una tragedia domestica? Pietro Ancona
Lucio Caracciolo, analista di problemi internazionali, definisce l’aggressione israeliana a Gaza una tragedia domestica, insomma un evento non di primo piano, da derubricare, da non occupare un posto importante nell’agenda internazionale. Dieci giorni di bombardamenti intensivi ed ora l’occupazione terrestre davvero non costituiscono l’evento cruciale con il quale si apre l’anno? Davvero sono un qualcosa che riguarda soltanto ed in primo luogo gli israeliani ed i palestinesi che il resto del mondo subisce con fastidio, con irritazione, come
insomma una storia che è durata e dura troppo a lungo ed ha finito con lo stufare''?
Io non condivido questa analisi. Non sono d’accordo per la derubricazione per diversi motivi a cominciare dal fatto che ci troviamo di fronte al bombardamento di una popolazione palestinese che sta subendo sofferenze inenarrabili, ha avuto oltre cinquecento morti, tremila feriti, migliaia e migliaia di traumatizzati dallo spaventoso fragore degli aerei e delle esplosioni. Il fatto che una Potenza di prima grandezza dal punto di vista militare infierisce su una popolazione praticamente inerme emoziona la opinione pubblica mondiale ed ancora di più colpisce il fatto che Israele fa tutto questo in barba al diritto internazionale e senza alcun rispetto per la popolazione civile.
Israele si sta comportando come gli Usa si sono comportati e si comportano in Iraq ed in Afghanistan. Ha aperto il suo artiglio coloniale contro i Palestinesi, considerati terroristi perchè rifiutano il quisling Abu Mazen così come terroristi sono i Talebani per non avere accettato il quisling creato dagli Usa e terroristi sono coloro che in Iraq non accettano l’ordine imposto dalle armi e dalla violenza.
Nel caso assai probabile di una vittoria di Israele e di una sconfitta dolorosa di Hamas la vittoria non porterà con sé cose buone. Prima di tutto le nazioni arabe che oggi subiscono il giogo di tiranni filooccidentali a cominciare dall’Egitto non accetteranno prima il massacro e poi l’annessione della Palestina ad Israele seppur sotto forma di protettorato. Ma anche gli Stati minacciati recentemente da iniziative americane poco amichevoli come la Cina, la Russia, e molti altri rifletteranno su un mondo in cui le nazioni che rappresentano l’Occidente possono scatenare l’apocalissi, massacrare, annettere, fare i propri comodi. L’ordine internazionale per quanto non più basato sull’equilibrio dei due blocchi e controllato dalla potenza Usa non può essere abusato. Insomma qualcuno prima o poi deve essere chiamato a rendere conto di delitti contro l’umanità che dall’undici settembre in poi e dall’avvento dei teorici dell’esportazione della democrazia ha provocato troppo sangue, troppe sofferenze, troppo dolore. L'Occidente sembra uscito di testa ed in preda ad un delirio criminale!
Gaza non è una tragedia domestica. Non si consuma tra una Domus ed i suoi riottosi vicini che non vogliono cedere lo loro case. E’ un punto focale dell’equilibrio mondiale basato su una forza che sembra fuori controllo. Fuori controllo come la finanza mondiale devastata dalla speculazione e dal latrocinio dei banchieri e dei finanzieri in grande parte ebrei che sta chiedendo sacrifici immensi al mondo intero. Fuori controllo dal momento che uccidere un dirigente palestinese assieme a tutta la sua famiglia viene considerata la cosa più ovvia e banale di questo mondo
Non può e non potrà essere accettato. Wall Street deve spiegare al mondo la crisi che l'ha investita. Il sistema capitalistico-colonialista non può continuare a vivere senza cambiare profondamente le regole. Mercato e democrazia non coincidono più ed il capitalismo è in grado di garantire soltanto incertezza a tutti, sprofondamento di classi sociali agiate nella povertà, fallimento di Stati e nessuna speranza per il futuro. La crisi israeliano-palestinese aggrava lo stato di incertezza e di tensione. Il mondo ha bisogno di ordine, di serenità, di pace. L'avventura da Quarto Reich di Israele lo rende invece incerto e pericoloso. Israele deve spiegare perchè dopo cinquanta anni di occupazione non riesce a dare un ordine giusto alla regione che tiene in permamente crisi.
Pietro Ancona
http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=34194983
BASTA CON LA DISINFORMAZIONE DELLA RAI! VIA CLAUDIO PAGLIARA!
Di fronte alle incredibili manipolazioni sulla tragedia in atto a Gaza operate
dal cosiddetto "servizio pubblico", in particolare dall'inviato CLAUDIO PAGLIARA,
non è più possibile tacere. Pagliara non si comporta da giornalista, ma da
zelante propagandista del governo israeliano. QUELLO CHE PAGLIARA E LA RAI
NON CI FANNO SAPERE
Tutto il mondo sa che Hamas non ha "rotto la tregua con Israele", come ripete
ossessivamente Claudio Pagliara, ma che la ripresa del lancio di missili
artigianali è avvenuta allo scadere della tregua, dopo che Israele ha violato
per tutti i sei mesi della tregua stessa le condizioni concordate. Israele non
ha aperto i confini di Gaza al passaggio di viveri e medicinali, riducendo alla
fame un milione e mezzo di persone e provocando il collasso degli ospedali e la
morte di almeno 275 malati gravi.
Israele ha continuato le incursioni militari all'interno della striscia di Gaza,
uccidendo almeno 25 Palestinesi. In Cisgiordania e a Gerusalemme, Israele ha
continuato i rastrellamenti, le uccisioni, gli arresti arbitrari, la demolizione
di case, la distruzione di uliveti e piantagioni, la moltiplicazione dei posti
di blocco e la costruzione dei Muri dell'Apartheid, che isolano le città e i
villaggi palestinesi, trasformandoli in tante prigioni a cielo aperto.
Tutte queste cose, e molte altre, Pagliara e la RAI non ce le fanno sapere.
Pagliara e la RAI non ci hanno detto che fra le vittime dei bombardamenti
israeliani ci sono anche sette operatori dell'ONU, anzi continuano a ripetere
che "secondo la stessa Hamas" la maggior parte delle vittime sono miliziani e
combattenti del movimento islamico, mentre simili dichiarazioni non risultano da
nessuna parte, se non nelle veline dell'esercito israeliano.
La realtà, che Claudio Pagliara e la RAI offendono quotidianamente, è che i
morti di Gaza sono poliziotti, cittadini comuni, donne e bambini, persino
detenuti, visto che – oltre alle scuole, alle università, alla sede del
parlamento, ai palazzi di civile abitazione ed alle moschee – l'aviazione
israeliana ha bombardato anche le carceri. Questa stessa mattina, nel suo
servizio trasmesso dal TG1, Claudio Pagliara è riuscito a nascondere anche la
notizia dei sei bambini assassinati nella notte dai bombardamenti, nonostante
fosse stata diffusa anche dalle agenzie italiane!
Claudio Pagliara e la RAI non possono continuare impunemente a violare il nostro
diritto ad un'informazione equilibrata e veritiera. Noi non possiamo continuare
ad essere presi in giro ed a pagare, con il canone RAI, lo stipendio di chi ci
nasconde la verità.
Israele punta alla soluzione finale
I palestinesi saranno trattati come gli ebrei a Babilonia ed in Egitto
dal
Faraone
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Gli ebrei da popolo deicida a Stato genocida........e lo scontro
di civiltà??
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Gli ebrei sono stati perseguitati per secoli dalla Chiesa e dagli
Stati Cristiani come popolo deicida. Sofferenze inanerrabili subite
ingiustamente. Ma da quando hanno Israele sono diventati uno Stato
genocida. Cosi come gli antesemiti non consideravano esseri umani
titolari di diritti gli ebrei, oggi gli ebrei ritengono giusto e
necessario uccidere i palestinesi dal momento che calpestano una
terra che loro ritengono sia stata promessa da DIO al popolo eletto.
I massacri palestinesi che Israele organizza periodicamente non
avevano mai toccato l'intensità di questa ultima aggressione alla
striscia di Gaza. E' come se la certezza dell'impunità, l'accordo
scellerato con l'Egitto, la protezione dell'Impero abbiano reso più
tracotante, più assassina, più incurante dello scandalo e dal
raccapriccio che procura in chi vede.
I massacri sono volti ad annullare la possibilità della
costituzione di uno Stato palestinese. Vengono sistematicamente
uccisi tutti i quadri dirigente anche della società civile e ridotte
in macerie tutte le infrastrutture a cominciare dalle scuole.
Questo massacro indica una sola cosa: la liquidazione della
palestina indipendente espressa da Hamas e la creazione di un
protettorato in gisgiordania con la benedizione della Clinton e di
Obama
ai quali Bush sta facendo il lavoro sporco. Protettorato e basta
anche se sarà chiamato con un nome pomposo.
Quando sento parlare di scontro di civiltà, mi stupisco sempre
della capacità di creare menzogna di scrittori, massmedia, uffici di
disinformazione. Ma quale scontro di civiltà c'è con l'Islam quando
la stragrande maggioranza degli stati arabi si fa i fatti fuori ed
assiste
impassibile al genocidio dei palestinesi
pietro ancona
http://www.comedonchisciotte.org:80/site/modules.php?name=News&file=print&sid=5419
IL QUARTO REICH - DA ABRAMO A ERODE, DA BAGHDAD A GAZA:
Data: Giovedi 1 Gennaio 2009 (19:00)
Argomento: Israele / Palestina
CAMPIONI DI INFANTICIDIO
DI FULVIO GRIMALDI Mondocane
E il Signore Jahvé disse a Giosué di distruggere totalmente tutto ciò che si trovava nella città, uomini e donne, giovani e anziani, e i buoi, le pecore, gli asini, passati al filo della tua spada (Bibbia)
Quando avremo colonizzato il paese, tutto quello che agli arabi resterà da fare e darsi alla fuga come scarafaggi drogati in una bottiglia (Raphael Eitan, Capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, “New York Times”, 14/4/1983).
Sul crimine che lo Stato psicopatico, sostenuto da una società nazificata (85% a favore dello sterminio di Gaza), sta effettuando le notizie, almeno in rete, si susseguono incalzanti e esaurienti. Abbiamo visto e denunciato ancora una volta che Israele "dove coje, coje", basta che siano arabi e ogni superamento delle atrocità nazifasciste, o del Ku Klux Klan, è giustificato.
Ma manca spesso la visione geopolitica e, quasi sempre, una precisa e complessiva individuazione dei criminali, della loro storia e dei loro sodali, camerati, opportunisti, utili idioti, cerchiobottisti e muti.
Un amico e compagno, prestigioso accademico, mi ha rimproverato:”Non si possono trattare allo stesso modo i vicini e i lontani, Rifondazione e la Lega, Berlusconi e Bertinotti, Curzi e Vespa…” Non so se ha ragione quando mi critica per “sparare a zero su tutti”. Dico che non ci posso fare niente perché le cose stanno a mio avviso così: non c’è quasi nessuno nell’empireo di cui questo amico cita alcuni protagonisti che non faccia letteralmente schifo e che io possa considerare a me “vicino”. Anzi, coloro che sarebbero i “lontani”, non ci sono proprio. Cioè non si discutono. Lo facciano altri. Li trascuro nelle mie intemperanze perché sono scontati. Sappiamo tutti che sono l’arcinemico di classe. Lo manifestano e confermano con ogni cinguettio o grugnito e in ogni tratto della faccia e del corpo. Sparare su Berlusconi, la Lega o Vespa è come sparare sui serpenti a sonagli. Perché devo aggiungere le mie alla grandine di pallottole? A ognuno il suo target. Quanto ai “vicini”, beh, non riesco a vedere un Bertinotti, un Curzi, una Rifondazione bertinot-vendoliana se non alla lontananza che separa le scene di Gaza dall’Isola dei famosi. Crede, il mio stimatissimo amico, che alla classe in cui noi ci identifichiamo faccia più male il serpente a sonagli che a distanza identifichi e di cui conosci il veleno, o la mantide religiosa che ti seduce e poi ti divora? In altre parole, la classe sa chi sono i nemici mortali, ma spesso, oggi perlopiù, non sa chi sono coloro che al nemico evidente spianano la strada, mentre a lei lisciano il pelo.
Faccio un esempio. Tale Gennaro Carotenuto, docente e giornalista di sinistra, frequente presenza sulla rivista “Latinoamerica” di Gianni Minà, dopo aver criminalizzato le FARC colombiane secondo i più efficaci stereotipi di Condoleezza Rice, si avventura in Medioriente e, sotto il titolo urlato “GAZA!”, dopo aver acconsentito a criticare “l’impresentabile espansionismo colonialista” di Israele e definito il sicario giornalistico di Israele alla Rai, Claudio Pagliara, “guitto del giornalismo”, così accreditandosi a sinistra, impegna metà della sua estrinsecazione a tirare melma addosso a Hamas, “trogloditi razzisti e sessisti”, ai quali le forze di quello che dovrebbe essere “il cuore del Medioriente” (Israele, nientemeno) hanno proprio dovuto “reagire”. Reagire al “lancio pesante e forse intollerabile” di Hamas! Razzi di latta e di cartone che non ti fanno niente se proprio non ti prendono sul cranio. Fustigati i compagni che rispettano l’intervento sociale di Hamas, unica salvaguardia di quel che resta di vita nella Striscia, con l’accusa che essi “scambiano le organizzazioni clientelar-caritatevoli di Hamas come progressiste” (qualche dissenso con la sintassi), questa sofisticata penna invita a “sforzarsi di capire le ragioni di Israele, dell’ebreo di Masada". Lo sconcio si conclude addebitando a Hamas “i peggiori umori dei palestinesi” e, a conferma dell’approfondita conoscenza della tematica, chiama col nome delle forze d’offesa israeliane, Tsahal, i combattenti di Hamas Ezzedin Al Kassam E’ peggio Pagliara o Carotenuto, il pornografo che si esibisce nella sua oscena nudità, o il cialtrone mascherato che ti cogliona? Sono peggio i Tg, Paolo Mieli, “la Repubblica”, “Libero”, che, leccandosi i baffi, cianciano di “autodifesa di Israele”, o “l’Unità” che si barcamena, con il suo lobbista ebraico Giovannangeli, tra estremisti israeliani e “estremisti“ palestinesi? E’ peggio Pagliara, o quel rettile di Zvi Schuldiner del “manifesto”, funambolo in equilibrio tra “criminali di Hamas” e “criminali del governo israeliano”? E’ peggio il serial killer Olmert, o l’osceno quisling Abu Mazen, che finge di essere capo del popolo palestinese occupato, predato e sterminato, e concorda con i carnefici sionisti l’assalto genocida a metà di quel suo popolo, attribuendo della macelleria la colpa a coloro che hanno reagito, loro sì, con quattro bombe carta a un killeraggio di massa, prima economico e poi militare? Si viene uccisi solo dai missili di mentecatti sadici israeliani, o anche dalla negazione di farmaci, pane, acqua, energia per le macchine salvavita, vie di fuga? Che differenza c’è tra un missile bunkerbuster fornito dagli Usa e nel cui cratere scompare un palazzo con dieci bambini e il blocco che fa morire in sei mesi 250 persone cui è stata negato di curarsi all’estero? Chi è che ha cominciato? Oggi e nel 1948? 52 palestinesi assassinati durante 18 mesi di tregua senza un Kassam. 400 uccisi in quattro giorni di massacri ad alta tecnologia contro tre vittime dei razzi di Hamas, rapporto di uno a cento, uno dell’occupante razzista, ladro e assassino, cento di chi ha tutte le ragioni più una. Il nemico che non conosci è il più pericoloso. Una volta il mal nominato Migliore, famiglio di Bertinotti, urlò paonazzo in assemblea di partito: “Intifada fino alla vittoria non sarà mai uno slogan accettabile per Rifondazione!”. Più nemico dei palestinesi di così. E dunque anche nemico nostro.
Prima di andare avanti, sbarazziamoci una volta per tutte della patacca “antisemita”, riflesso condizionato dell’universo vittimista ebraico e annessi corifeim, ma più strumentale del Lodo Alfano "che garantisce la governabilità". Di antisemita qui c’è soltanto il secolare olocausto degli arabi, unici semiti di questo pianeta insieme alla minoranza araba convertitasi all’ebraismo (sefarditi). Gli stragisti e usurpatori ashkenazi sono in grandissima maggioranza indoeuropei, discendenti di quei Kazari del Caucaso che si convertirono e poi inondarono l’Occidente (vedi "Kazari" in Google). Di questa vera e propria arma di distrazione-distruzione di massa che è l’anatema “antisemita”va tagliata la mano che la brandisce. Semmai ai fruitori dell’ ”Industria dell’olocausto” (così intitola il suo libro Norman Finkelstein, figlio di vittime dei Lager precedenti) e ai terminator dell’antisemitismo va spiegato come, se il popolo ebreo fosse anche semita, nessuno abbia inferto alla sua storia di elevazione politica, culturale e scientifica, e all’etica del suo abusivo Stato, ferite insanabili come coloro che impazzano nel sangue altrui dietro lo schermo dell’ ”antisemitismo”.
Era il 10 giugno del 1967 e per "Paese Sera" stavo raccontando la Guerra dei sei giorni e il suo seguito. Erano quasi vent’anni da quando poche migliaia di ebrei immigrati, attuando il piano secolare di Hertzl, dei Rothschild e dello Judenrat (l’organismo ebreo complice dei nazisti nelle deportazioni), si erano fatti regalare da un’ONU, docile mandatario delle potenze imperialiste fin da allora, il 72% della Palestina. Per la bisogna, gli emuli dei loro persecutori avevano inventato una nuova forma di guerra contro oppressi ed esclusi: il terrorismo. Ne fecero le spese 800mila palestinesi espulsi su un milione - e da allora agonizzanti, ma resistenti – e diverse centinaia di villaggi rasi al suolo, spesso con dentro gli abitanti. Ma anche i negoziatori dell’ONU, i diplomatici internazionali negli alberghi, i rappresentanti della tragedia e lotta palestinese all’estero, i giornalisti troppo occhiuti. Olocausto se mai ce ne fu uno, anche se così si chiamano solo quelli dei vincitori. La buona riuscita dell’impresa guadagnò da allora ai razzismi, ai fascismi e ai regimi oligarchici, sudafricani e latinoamericani in testa, e a tutte le destre del mondo, l’ottima carta dell’intelligence, delle forze di repressione, dei maestri di tortura israeliani. Non per nulla Fini e Bush hanno un bungalow nel giardino della camicia bruna Tzipi Livni.
Accompagnati i carri armati di Tsahal nella devastazione dei territori rapinati, al termine del conflitto fui imbarcato con un gruppo di giornalisti in una perlustrazione delle zone “liberate giacché assegnate da Jahvé in perpueto al popolo eletto”. Scorremmo lungo scritte su tutti i muri che definivano gli arabi “cani, scimmie, scarafaggi”. Ai lati della strada verso Gaza stracci di uniformi percuotevano i cadaveri in decomposizione di soldati egiziani. “Non li restituite al loro paese, o non li seppellite, come vorrebbe il diritto di guerra?” chiesi al capitano di Tsahal che guidava la spedizione: Rispose con il lemma che mi era stato sbavato addosso da mille bocche israeliane: “No, vogliamo che li vedano tutti: l’unico arabo buono è l’arabo morto”. Così, più o meno, sta scritto negli abbecedari delle scuole israeliane. A Rafah, in fondo alla Striscia, l’ufficiale dell' ”esercito più etico del mondo” e in procinto di rimpinguarsi di armi nucleari, convocò nell’aula consigliare i vecchi governanti locali. Tra l'ilare compiacimento dei nostri accompagnatori, sbattè questi austeri e dignitosi sconfitti contro una parete, sprofondò nella poltrona del sindaco, schiaffò i piedi sul tavolo e abbaiò:”Dite, bastardi, ai signori della stampa internazionale chi è meglio, l’Egitto (c’era Nasser) o Israele, noi o i lustrascarpe arabi” Azzardai l’invito agli anziani in jallabiah a non rispondere. E non risposero. Ma tra me e il capitano finì in rissa e il giorno dopo fui espulso dall’ “unico Stato democratico del Medio Oriente”. Non meno di quanto accadde giorni fa a Richard Falk, relatore ONU per i diritti umani. A dispetto del burattino suo principale, Ban Ki Moon, si era permesso di definire la “democrazia” israeliana a Gaza un genocidio, il blocco che, affamandoli, doveva ammorbidire i palestinesi in vista della carneficina, un "crimine contro l’umanità", le operazioni in corso “atrocità disumane”, e aveva sollecitato o sanzioni, o l’espulsione dello Stato ebraico dalle Nazioni Unite. Roba che qualunque processo di Norimberga avrebbe sancito con più facilità di quella occorsa per la condanna di Goering, Keitl, o Hess. Gente le cui prodezze, quanto meno, sono durate un sesto del tempo in cui Israele infierisce sulle sue vittime. Alcuni lustri più tardi, quando Israele mi aveva finalmente riammesso nell’”Unica democrazia mediorientale”, a Gaza vaste terre ho visto desertificate perché la gente non avesse olive o farina, di centinaia di case ho calpestato la polvere, abbattute a Rafah e Khan Yunis perché la gente non avesse rifugi, il 60% della popolazione attiva era senza lavoro, la metà viveva sotto il livello di povertà, a pescatori palestinesi si sparava perché non ci fosse neanche pesce sulle tavole di Gaza, i dirigenti della comunità, o democraticamente eletti, o capi della legittima Resistenza venivano disintegrati da missili insieme alle famiglie e ai vicini. E mentre guardavamo queste cose, ci sparavano addosso gas tossico e pallottole di acciaio gommato. Non è che Gaza sia successa adesso.
Appaiono sui muri qui da noi manifesti di “solidarietà” che invocano “due Stati per due popoli”. Una formula razzista che ormai accontenta solo gli israeliani terrorizzati dalla forza morale e demografica dei palestinesi e la corrotta feccia di traditori di Ramallah, entrambe consorterie che affidano il loro dominio e le loro ruberie a uno “Stato” palestinese di scimmie addomesticate, rinchiuse in recinti sparpagliati sul 12% di un paese che dagli inizi della storia è palestinese. E arabo.
Il cerchiobottismo dei sinistri nel mondo, quelli che dovremmo sentire “vicini”, pavimenta la strada per l’inferno in cui il “popolo eletto” e i suoi sponsor Usa e UE hanno ridotto Gaza e, prima e sempre, l’intera Palestina. Sono quelli che denunciano compunti e addolorati gli “estremisti di entrambe le parti”. Estremista la volpe sbranata che addenta nell’ultimo spasmo un polpaccio del segugio. E estremista la muta di venti cavalieri e cento cani che dalla volpe “è provocata”. Ci mette il bitume anche tutta quella gente che verbalmente vola al cordoglio per lo strangolamento e poi per la liquidazione dei palestinesi, invoca tregue e moderazione da tutti, ma non evoca il parto mostruoso di uno Stato predatore, costruito su basi antigiuridiche, antidemocratiche, militariste ed etnico-confessionale e che, anziché accontentarsi del mal tolto e riconosciuto, punta a escludere dalla comunità umana, perlopiù a prezzo della vita, i disperati ma non rassegnati residui della più colossale pulizia etnica della storia. Fanno l’effetto di uno sputo al vento le recriminazioni dei dirittiumanisti per le “punizioni collettive” con cui lo stato nazisionista defeca sulle convenzioni internazionali a protezione dei civili. Sarebbero accettabili se fossero “individuali”? E punizioni di che? Del delitto per cui un popolo attua la Carta dell’Onu che sancisce “la lotta con tutti i mezzi contro un’occupazione straniera”? I mortaretti lanciati da Hamas contro i coloni che hanno eretto le loro confortevoli case sulle macerie dei villaggi palestinesi sono legittimi. Ogni azione di resistenza contro l’occupante è legittima. E se sono rivendicate da Israele le stragi di bambini da zero anni in su, delle donne, insomma dei palestinesi armati o non, ma tutti sotto occupazione, a maggior diritto devono essere rivendicate le operazioni dei combattenti suicidi che colpiscono occupanti militarizzati.
Per quanto ci occupiamo dei palestinesi, ci dimentichiamo del contesto arabo di cui i palestinesi, insieme agli iracheni, sono i primi attori. In Iraq i signori della guerra per la riconquista coloniale hanno frantumato una nazione promuovendo, col terrore indotto e manipolato, spaventose lotte intestine. In Libano lavorano da anni al sabotaggio dell’unità di popolo contro aggressori e caste di proconsoli imperiali, sostenendo, armando, foraggiando contrapposizioni confessionali. In Sudan la creazione di fratture etnico-confessionali e poi socioeconomiche ha demolito l’unità del paese con la quasi secessione del Sud e il separatismo armato dall'Occidente nel Darfur. In Palestina, concentrando i suoi attacchi prima su Arafat, Fatah, l’Autorità Nazionale e poi, cooptata quest’ultima nel disegno genocida ed espansionista, Israele, confortato da un’opinione pubblica sotto ricatto da Shoah, sotto minaccia di sacrilegio antisemita e sotto alterazione tossica da 11 settembre e “terrorismo islamico", la divisone l’ha fatta tra “buoni” e “cattivi”. Fuori crittografia, tra farabutti venduti e popolo resistente (dopo quasi una settimana di orrori israeliani, a Gaza e in Cisgiordania, Hamas ha un consenso e una militanza come mai prima: segno anche dell’ottusità di chi, qui o in Iraq, pensa che a forza di sofferenze e compravendite si raccatta qualcosa di più di una screditata partita di zerbini). E’ la strategia elaborata da Israele nei primi anni ’80 e poi pianificata sotto le ultime amministrazioni Usa: il Nuovo Medio Oriente con il perno israelo-iraniano a sovrastare una nazione araba triturata in segmenti confessionali e tribali. Una strategia che cammina sui cingoli dei carri armati e sulle ali nere della diffamazione e dell’inganno. E’ a quest’ultima che la sinistra si è inchinata come un sol monaco tibetano, eliminando dalla marcia razzista e imperialista l’ostacolo di una consapevole e militante solidarietà politica e militare. Quanto terreno ha tolto sotto ai piedi dei resistenti di Gaza la succube e stolta sussunzione del paradigma del “terrorismo islamico”, del Saddam “mostro sanguinario”, dei regimi arabi “moderati”, dell’Abu Mazen ragionevole interlocutore, dei mascalzoni Oz, Jehoshua, Grossman, grandi vindici di assalti al Libano e a Gaza, ospitati con reverente stima per il loro “pacifismo” sul "manifesto", dallo scendiletto Fabio Fazio, ovunque. Quante bombe di F-16 hanno agevolato, vuoi la sciagurata Fiera del libro di Torino dedicata allo Stato genocida e difesa dal “manifesto” e da Bertinotti come voltairiana libertà d’espressione, vuoi i muri dell’Apartheid interpretati come autodifesa, la guerra ai palestinesi fatta passare per guerra a Hamas o i partigiani iracheni calunniati come fanatici tagliagole di Al Qaida, l’Islam visto solo sotto la specie giulianasgreniana del velo e delle lapidazioni? Quante volte, ripetendo il karma delle posizioni della “comunità internazionale”, si sono legittimate le peggiori nefandezze dei potenti e degli assassini? Altrettanti colpi di ruspa sullo scudo di verità che la mobilitazione dei giusti nel mondo avrebbe dovuto sollevare a difesa di Gaza.
E poi ci sono coloro che ancora guardano all’Iran come al baluardo antimperialista e antisionista nel Medio Oriente. Per non aver accettato questa definizione, qualcuno mi ha rimproverato la mancanza di una visione di classe. Ma come, qui c’è un’oligarchia feudalcapitalista, davvero oscurantista e repressiva, senza neanche il merito della resistenza a un invasore, cui Israele ha fornito le armi per disfare il vero nodo dell’opposizione antimperialista, l’Iraq, i cui pagamenti hanno permesso agli Usa di scatenare i contras contro il Nicaragua, che partecipa con gli Usa allo squartamento dell’Iraq e alla pulizia etnica della metà sunnita, che sostiene il regime-fantoccio in Afghanistan e, in combutta con gli Usa, chiude a ovest il cerchio imperialista contro il Pakistan che l’India serra a est. E a sinistra ci si precipita sereni nella trappola di questo totale rovesciamento dei dati sociali e geopolitici, al punto da chiudere gli occhi su un sodalizio Iran-Usa, teso ad rifilare alle masse arabe, nauseate da Al Maliki, Mubarak, Abu Mazen, il socio persiano quale vero e unico protagonista del riscatto arabo e islamico. Dice, ma Hamas e Hezbollah sono sostenuti da Tehran. Già, come lo sono i criminali del regime e delle milizie scite irachene. Forse toccherebbe essere un po’ meno schematici e, soprattutto meno succubi della retorica dei balconi di Tehran. L’Iran, che con il consenso di Usa e Israele a un suo limitato ruolo regionale, deve tenere a bada il bau-bau più grande, il risorgere dell’elemento più temuto dallo stesso Iran e dall’imperialismo, l’unità araba dall’Atlantico al Golfo, gioca con grande abilità su più tavoli di quelli che il nostro schematismo possa figurarsi. Fa parte della gara sui rapporti di forza all’interno di un disegno condiviso, che si giochi contro a destra e a favore a sinistra. Non so valutare l’integrità politica dei massimi dirigenti delle organizzazioni di resistenza in Libano e in Palestina, ma penso che siano più espressione diretta dei loro popoli che non degli ayatollah. Conosco per esperienza diretta negli anni l’integrità assoluta di quelle masse popolari e di quei combattenti e credo che ci vorrà altro che degli Abu Mazen in turbante per distoglierli dal loro obiettivo.
In tutto il mondo arabo, dalla Baghdad martoriata al Cairo sotto il satrapo caro a Cia e Mossad, nelle capitali del mondo insanguinate da un terrorismo detto islamico, ma che sempre più si percepisce come opera degli stessi che trucidano a Gaza, nelle piazze non più controllabili di emiri, sceicchi, fantocci, nelle carceri degli 11mila patrioti sequestrati di Palestina, con manifestazioni, scioperi della fame e, dove occorre, giusta violenza di massa, si sta con i palestinesi, si traccia sulla faccia del mondo l’orribile profilo dei criminali di guerra, di dominio e di sfruttamento. Non sarà l’ultimo spallata a regimi di pochi delinquenti in putrefazione storica. Ma è una delle onde d’urto che eroi e martiri di Palestina e della nazione araba continueranno a innescare. E che li seppellirà. Non facciamoci cogliere in difetto di lucidità e partecipazione.
Ciò su cui mi pare ci si debba impegnare è combattere e svergognare tutti gli equilibrismi dei finti imparziali che riempiono di carburante i tank, gli F-16, gli Apache e coprono la feroce protervia di governanti che si battono per il voto di un popolo mitridatizzato contro la giustizia e i diritti umani da anni di indottrinamento razzista e fascista, facendo le regate su questo mare di corpi maciullati, terre devastate e rubate, focolari polverizzati, futuro annichilito. Dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale per rispondere al ricatto antisemita e olocaustiano con la richiesta della liquidazione delle istituzioni di questo Stato ebraico fondato sull’unicità ed esclusività etnico-confessionale peggio del Terzo Reich arianeggiante, con il rifiuto della radiazione dei diritti nazionali palestinesi sotto la formula dei due Stati per due popoli, con l’unica rivendicazione realistica e giusta, quella dello Stato Unico Democratico per entrambe le nazionalità. Dobbiamo respingere le intimidazioni dell’apparato sionista offrendo ogni solidarietà a tutti quei “terroristi” che, a partire dalla Palestina e dall’Iraq, resistono alle armate barbare e insorgono contro i regimi di turpi lacchè dei despoti occidentali. Dobbiamo alzare la testa e affermare che qualsiasi operazione di Hamas e delle altre organizzazioni palestinesi è, questa sì, la legittima reazione al furto della loro terra, agli eccidi di sessant’anni, agli embarghi genocidi, alle punizioni collettive, agli assassinii extragiudiziali, al sequestro e alla tortura di decine di migliaia di cittadini, comunque innocenti, alla spaventosa dimensione delle angherie e delle prevaricazioni, all'infanticidio strategico. Dobbiamo contribuire alla cacciata e all’incriminazione di neofiti del nazismo come la kapò Tzipi Livni, il macellaio Barak, lo squadrista Netaniahu, il boia Olmert, il rancido criminale di guerra Peres. Blateriamo ottuse falsità su un Saddam che non si sarebbe sognato di perpetrare efferatezze come quelle dei sunnominati e ogni menzogna sui nemici dell’imperialismo è un bancomat per la riscossione di vite, risorse e terre da parte delle giunte militari USraeliane. Israele, che decide degli Stati Uniti e, dunque, di tutti noi, è uno Stato gangster, è il paese più pericoloso del mondo. Ha 400 bombe atomiche e provocherà la fine del mondo se non lo fermiamo. Nel nome anche dei pochi coraggiosi ebrei che, tra le sue zanne, cercano lo strumento per l’estrazione: Ilan Pappe, Jeff Halper, Uri Avnery, "Ebrei contro l'occupazione", per citarne solo alcuni. Israele fuori dall’ONU, Israele boicottato in tutte le sue attività politiche, economiche, culturali. Ne va dei palestinesi, degli arabi, delle classi e dei popoli oppressi sui quali si abbattono i frutti del laboratorio sionista, e di molto di più.
Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com
Link 01.01.2009
Campo di concentramento e di sterminio di Gaza
On Sun, 1/11/09, Info RivistaIndipendenza <info@rivistaindipendenza.org> wrote:
From: Info RivistaIndipendenza <info@rivistaindipendenza.org>
Subject: notiziario dal / sul Campo di concentramento e di sterminio di Gaza (23.12.08 - 10.01.09)
To: Undisclosed-Recipient@yahoo.com
Date: Sunday, January 11, 2009, 6:23 PM
Controinformazione e Resistenza eventi, commenti, analisi dal / sul Campo di concentramento e di sterminio di Gaza (23 dicembre 2008 - 10 gennaio 2009)
su www.rivistaindipendenza.org
Se Auschwitz, al pari di Hiroshima, è stato il simbolo degli orrori del XX° secolo, Gaza vanta con Falluja (Iraq) ottime credenziali per assurgere ad emblema delle atrocità del XXI°. Nella «prigione a cielo aperto» di Gaza (28, 30 dicembre, 4, 6, 7 gennaio), ad una situazione già drammatica a causa del "blocco" –che ha ulteriormente inasprito l’occupazione israeliana, nodo di fondo insoluto della questione palestinese (28, 30 dicembre, 3, 8 gennaio)– si sono aggiunti i bombardamenti. Questo è parte di un piano secondo alcuni ideato da tempo (6, 8 gennaio) per sottomettere una volta per tutte la popolazione locale (8 gennaio) se non addirittura promuovere l’ennesima "pulizia etnica", il fondamento dello Stato d’Israele (23 dicembre) che, al di là dei ritriti slogan sul "processo di pace" (30 dicembre), mira solo a ripulire dagli arabi la terra di Palestina per "riunire" l’inesistente "popolo ebraico" (24, 26 dicembre). I bombardamenti israeliani, «illegali» e «crimini contro l’umanità» anche per l’ONU (27 dicembre, 9 gennaio), stanno causando una carneficina di donne, vecchi e bambini, oltre alla distruzione di campi profughi, infrastrutture sanitarie, scuole, moschee, palazzi interi (28, 30, 31 dicembre, 2, 3, 7 e 8 gennaio). Dal fosforo bianco ai nuovi ordigni "Dense inert metal explosive" (5, 7, 8 e 9 gennaio), Israele non risparmia l’uso di armi proibite dalle convenzioni internazionali e dagli effetti terrificanti. Ma tutto è permesso all’"unica democrazia del Medio Oriente", unica davvero in tema di menzogne (29 dicembre, 4 gennaio)! Impunità garantita, grazie al sostegno degli USA (10 gennaio) e alla condiscendenza del cosiddetto "Occidente", tra cui non mancano di distinguersi, per servilismo, il governo Berlusconi ed i mass media di casa nostra. Si ha un’idea delle morti, delle mutilazioni e delle distruzioni provocati quotidianamente dai bombardamenti? Si dia un’occhiata a questo video ed a quelli collegati, veri e propri documentari dalla Striscia: http://www.youtube.com/watch?v=d5KyhllGXiE&feature=related.Tutto questo non dice ancora tutto di quel che sta avvenendo a Gaza. Ci sono una popolazione ed una resistenza che si mostrano indomite all’aggressione e nient'affatto disposte a piegarsi. Soprattutto in questi tremendi giorni Gaza rappresenta il Davide provvisto di pochi mezzi che eroicamente fronteggia il vile Golia sionista, tanto spietato e vigliacco nel massacrare dall’alto civili inermi (1 gennaio) quanto in difficoltà nel fronteggiare gli scontri corpo a corpo sul terreno di battaglia (2, 10 gennaio). Gaza incarna oggi i valori universali ed eterni della solidarietà e della resistenza popolare, assurge a simbolo della lotta per la tutela della propria libertà e dignità e per una vita degna di essere vissuta, lotta che approverebbe persino il "non violento" Mahatma Gandhi (26 dicembre). Le autorità israeliane pensavano che, massacrando con i bombardamenti, sarebbero riusciti a vincere nel più breve tempo possibile (30 dicembre). La loro cieca furia assassina sta producendo invece un rafforzamento della resistenza palestinese (2, 3 gennaio), oggi incarnata dal movimento «apparentemente religioso» (1 gennaio) di Hamas, che proprio grazie ai bombardamenti sta incrementando la propria popolarità a Gaza ed in Cisgiordania (30, 31 dicembre, 2, 9 gennaio) oltre che nel mondo arabo (29 dicembre, 3, 8, 9 gennaio).Dal notiziario (stavolta concentrato solo sui fatti di Gaza, sulla Palestina) riteniamo importante richiamare la notizia che segue, nonostante sia espressione di una larghissima minoranza:10 gennaio. Ascolta, Israele! Stefano Nahmad, della Rete degli ebrei contro l’occupazione, scrive una lettera ai massacratori sionisti, pubblicata su il Manifesto di ieri: «hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame (…) li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l'umanità intera». Nahmad, ricordando che anche la sua famiglia ha subito le persecuzioni naziste, proclama di rinnegare lo Stato di Israele. «Io oggi sono palestinese. Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza. Io sto con l'eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno continuato a fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione (…) Ascolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra e Chatila, Gaza. Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele».Leggi tutto su www.rivistaindipendenza.orgPartecipa anche al forum http://indipendenza.lightbb.com/forum.htm
CIVIUM LIBERTAS
ORGANO APERIODICO DELLA SOCIETÀ PER LA LIBERTÀ DI PENSIERO, PER LA LAICITÀ DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI, PER LA RIFORMA DEI PARTITI, PER I DIRITTI POLITICI, SOCIALI ED ECONOMICI DEI CITTADINI, PER LA PACE NEL MONDO.Dmenica 11 gennaio 2009
Paolo Barnard sul tradimento degli intellettuali: Marco Travaglio
Ricevo per email dallo stesso Barnard la segnalazione di un post del suo blog dedicato ad una scesa in campo di Marco Travaglio, che a me è noto solo dal salotto televisivo di Santoro e del quale non mi ero occupato. La cronaca giudiziaria, che è la sua specialità, è cosa che mi attrae assai poco. Da qui il mio scarso interesse per gli scritti giornalistici di Travaglio. Se prima mi astenevo da qualsiasi giudizio, adesso la cosa cambia aspetto. Viviamo in un momento di vera e propria guerra ideologica che può essere paragonata ad altri momenti cruenti della nostra storia, vissuti dai nostri genitori e dai nostri nonni. Qui le armi sono dati non dai fucile, ma dalle penne e dalla nostra capacità di scrivere, di leggere, di assumere cognizioni, di pensare, di assumere posizione. Mi erano già note le uscite di Travaglio, ma scrivere proprio su di lui non mi sembrava la cosa più urgente. Ci ha pensato Paolo Barnard. Pubblico qui il suo testo, ma poiché è mio costume dare sempre un piccolo valore aggiunto. Mi riservo di intervenire successivamente sul testo con miei propri commenti.
Antonio Caracciolo* * *
Paolo Barnard
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI
FonteMarco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.
Bene.
Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette - che non vedono, non sentono, non parlano - al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.
E di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere. Gli intellettuali infatti hanno a disposizione, al contrario delle persone comuni, ogni mezzo per sapere, per approfondire. Ma nel caso dei 60 anni di conflitto israelo-palestinese, con la mole schiacciante e autorevole di documenti, di prove e di testimonianze che inchiodano lo Stato ebraico, non sapere e non pronunciarsi può essere solo disonestà e vigliaccheria. Poiché in quella tragedia la sproporzione fra i rispettivi torti è così colossale che non riconoscere nel Sionismo e in Israele un “torto marcio”, una colpa grottescamente e atrocemente superiore a qualsiasi cosa la parte araba abbia mai fatto o stia oggi facendo, è ignobile. E’ un tradimento della più elementare pietas, del cuore stesso dei Diritti dell’Uomo e della legalità moderna. E’ complicità, sì, com-pli-ci-tà nei crimini ebraici in Palestina. Leggete più sotto.
I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede Furio Colombo, Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa et al., affiancati dell’instancabile lavoro di falsificazione della cronaca di tutti i corrispondenti a Tel Aviv delle maggiori testate italiane. E ci si chiede: perché lo fanno? Personalmente non mi interessa la risposta, e non voglio neppure addentrarmi in ipotesi contorte del tipo ‘il potere della lobby ebraica’, la carriera, o simili.
Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo. Molto superiore.
Perché una cosa sia chiara a tutti: l’unica speranza di porre fine alla barbarie in Palestina sta nella presa di posizione decisa dell’opinione pubblica occidentale, nella sua ribellione alla narrativa mendace che da 60 anni permette a Israele di torturare un intero popolo innocente e prigioniero nell’indifferenza del mondo che conta, quando non con la sua attiva partecipazione. Ma se gli intellettuali non fanno il loro dovere di denuncia della verità, se cioè non sono disposti a riconoscere ciò che l’evidenza della Storia gli sbatte in faccia da decenni, e se non hanno il coraggio di chiamarla pubblicamente col suo nome, che è: Pulizia Etnica dei palestinesi, mai si arriverà alla pace laggiù. E l’orrore continua. Essi, di quegli orrori, hanno una piena e primaria corresponsabilità.
L’evidenza della Storia di cui parlo è in primo luogo: che il progetto sionista di una ‘casa nazionale’ ebraica in Palestina nacque alla fine del XIX secolo con la precisa intenzione di cancellare dalla ‘Grande Israele’ biblica la presenza araba, attraverso l’uso di qualsiasi mezzo, dall’inganno alla strage, dalla spoliazione violenta alla guerra diretta, fino al terrorismo senza freni. I palestinesi erano condannati a priori nel progetto sionista, e lo furono 40 anni prima dell’Olocausto. Quel progetto è oggi il medesimo, i metodi sono ancor più sadici e rivoltanti, e Israele tenterà di non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno nella sua opera di Pulizia Etnica della Palestina. Questo accadde, sta accadendo e accadrà. Questo va detto, illustrato con la sua mole schiacciante di prove autorevoli, va gridato con urgenza, affinché il pubblico apra finalmente gli occhi e possa agire per fermare la barbarie.
In secondo luogo: che la violenza araba-palestinese, per quanto assassina e ingiustificabile (ma non incomprensibile), è una reazione, REAZIONE, disperata e convulsa, a oltre un secolo di progetto sionista come sopra descritto, in particolare a 60 anni di orrori inflitti dallo Stato d’Israele ai civili palestinesi, atrocità talmente scioccanti dall’aver costretto la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani a chiamare per ben tre volte le condotte di Israele “un insulto all’Umanità” (1977, 1985, 2000). La differenza è cruciale: REAGIRE con violenza a violenze immensamente superiori e durate decenni, non è AGIRE violenza. E’ immorale oltre ogni immaginazione invertire i ruoli di vittima e carnefice nel conflitto israelo-palestinese, ed è quello che sempre accade. E’ immorale condannare il “terrorismo alla spicciolata” di Hamas e ignorare del tutto il Grande terrorismo israeliano.
Le prove. Non posso ricopiare qui migliaia di documenti, citazioni, libri, atti ufficiali e governativi, rapporti di intelligence americana e inglese, dell’ONU, delle maggiori organizzazioni per i Diritti Umani del mondo, di intellettuali e politici e testimoni ebrei, e tanto altro, che dimostrano oltre ogni dubbio quanto da me scritto. Quelle prove sono però facilmente consultabili poiché raccolte per voi e rigorosamente referenziate in libri come “La Pulizia Etnica della Palestina”, di Ilan Pappe, Fazi ed., o “Pity The Nation”, di Robert Fisk, Oxford University Press, e “Perché ci Odiano”, Paolo Barnard, Rizzoli BUR, fra i tantissimi. O consultabili nei siti http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org/, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il/, http://rhr.israel.net/, http://otherisrael.home.igc.org/. O ancora leggendo gli archivi di Amnesty International o Human Rights Watch, o ne “La Questione Palestinese” della libreria delle Nazioni Unite a New York.
E torno al “tradimento degli intellettuali” nostrani. Vi sono aspetti di quel fenomeno che sono fin disperanti. Il primo è l’ignoranza in materia di conflitto israelo-palestinese di alcuni di quei personaggi, Marco Travaglio per primo; un’ignoranza non scusabile, per le ragioni dette sopra, ma anche ‘sospetta’ in diversi casi.
Un secondo aspetto è l’ipocrisia: l’evidenza di cui sopra è soverchiante nel descrivere Israele come uno Stato innanzi tutto razzista, poi criminale di guerra, poi terrorista, poi Canaglia, poi persino neonazista nelle sue condotte come potere occupante. Ricordo il 17 novembre 1948, quando Aharon Cizling, allora ministro dell’agricoltura della neonata Israele, sorta sui massacri dei palestinesi innocenti, disse: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Ricordo Albert Einstein, che sul New York Times del dicembre 1948 definì l’emergere delle forze di Menachem Begin (futuro premier d’Israele) in Palestina come “un partito fascista per il quale il terrorismo e la menzogna sono gli strumenti”. Ricordo Ephrahim Katzir, futuro presidente di Israele, che nel 1948 mise a punto un veleno chimico per accecare i palestinesi, e ne raccomandò l’uso nel giugno di quell’anno. Ricordo Ariel Sharon, che sarà premier, e che nel 1953 fu condannato per terrorismo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 101, dopo che ebbe rinchiuso intere famiglie palestinesi nelle loro abitazioni facendole esplodere. Ricordo l’ambasciatore israeliano all’ONU, Abba Eban, che nel 1981 disse a Menachem Begin: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. Ricordo la risoluzione ONU A/RES/37/123, che nel dicembre del 1982 definì il massacro dei palestinesi a Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio”. Ricordo le parole dello Special Rapporteur dell’ONU per i Diritti Umani, il sudafricano John Dugard, che nel febbraio del 2007 scrisse che l’occupazione israeliana era Apartheid razzista sui palestinesi, e che Israele doveva essere processata dalla Corte di Giustizia dell’Aja. Ricordo le parole dell'intellettuale ebreo Norman G. Finkelstein, i cui genitori furono vittime dell’Olocausto: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti.” Ricordo che esistono prove soverchianti che Israele usa bambini come scudi umani; che lascia morire gli ammalati ai posti di blocco; che manda i soldati a distruggere i macchinari medici nei derelitti ospedali palestinesi; che viola dal 1967 tutte le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga; che ammazza i sospettati senza processo e con loro centinai di innocenti; che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili esattamente come Saddam Hussein fece con le sue minoranze shiite; che massacra 19.000 o 1.000 civili a piacimento in Libano (1982, 2006) e poi reclama lo status di vittima del ‘terrorismo’. Ricordo che il Piano di Spartizione della Palestina del 1947 fu rigettato da Ben Gurion prima ancora che l'ONU lo adottasse, e che esso privava i palestinesi di ogni risorsa importante (dai Diari di Ben Gurion). Ricordo che la guerra arabo-israeliana del 1948 fu una farsa dove mai l’esercito ebraico fu in pericolo di sconfitta, tanto è vero che Ben Gurion diresse in quei mesi i suoi soldati migliori alla pulizia etnica dei palestinesi (sempre dai Diari di Ben Gurion); che la guerra dei Sei Giorni nel 1967 fu un’altra menzogna, dove ancora Israele sapeva in aticipo di vincere facilmente “in 7 giorni”, come disse il capo del Mossad Meir Amit a McNamara a Washington prima delle ostilità, e mentre l’egiziano Nasser tentava disperatamente di mediare una pace (dagli archivi desecretati della Johnson Library, USA); che gli incontri di Camp David nel 2000 furono un inganno per distruggere Arafat, come ho dimostrato in “Perché ci Odiano” intervistando i mediatori di Clinton; che i governi di Israele hanno redatto 4 piani in sei anni per la distruzione dell'Autorità Palestinese sancita dagli accordi di Oslo mentre fingevano di volere la pace (nomi: Fields of Thorns, Dagan, The Destruction of the PA, ed Eitam); che la tregua con Hamas che ha preceduto l’aggressione a Gaza fu rotta da Israele per prima il 4 novembre del 2008 (The Guardian, 5/11/08 – Ha’aretz, 30/12/08), con l’assassino di 6 palestinesi. E queste sono solo briciole della mole di menzogne che ci hanno raccontato da sempre sulla 'epopea' sionista.
Ricordo infine Ben Gurion, il padre di Israele, che lasciò scritto: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Quell'uomo pronunciò quelle agghiaccianti parole 20 anni prima della nascita dell’OLP, più di 30 anni prima della nascita di Hamas, 50 anni prima dell’esplosione del prima razzo Qassam su Sderot in Israele.
Ricordo ai nostri ‘intellettuali’ di andarle a leggere queste cose, che sono in libreria accessibili a tutti, prima di emettere sentenze.
E l’ipocrisia sta nel fatto che questi negazionisti di tali orrori storici possono scrivere le enormità che scrivono sulla tragedia di Gaza, sulla Pulizia Etnica dei palestinesi, e possono dichiararsi filo-israeliani “appassionati” (Travaglio) senza essere ricoperti di vergogna dal mondo della cultura, dai giornalisti e dai politici come lo sarebbe chiunque negasse in pubblico l’orrore patito per decenni dalle vittime dell’Apartheid sudafricana, o i massacri di pulizia etnica di Srebrenica e in tutta la ex Jugoslavia.
Il mio appello a questi colti mistificatori è: continuare a seppellire sotto un oceano di menzogne, di ipocrisia, sotto l’indifferenza allo strazio infinito di un popolo, sotto la vostra paura o la vostra convenienza, la grottesca sproporzione fra il torto di Israele e quello palestinese, causa e causerà ancora morti, agonie, inferno in terra per esseri umani come noi, palestinesi e israeliani. Sono più di cento anni che il nostro mondo li sta umiliando, tradendo, derubando, straziando, con Israele come suo sicario. Sono 60 anni che chiamiamo quelle vittime “terroristi” e i terroristi “vittime”. Questo è orribile, contorce le coscienze. Non ci meravigliamo poi se i palestinesi e i loro sostenitori nel mondo islamico finiscono per odiarci. Dio sa quanta ragione hanno, cari 'intellettuali'.
Paolo Barnard
Gennaio 2009***
Poco sopra Barnad si chiede: perché lo fanno? E cita una serie di nomi. Rispondere che lo fanno per soldi sarebbe semplicistico e potrebbe essere non vero. Io dare una risposta diversa. La spiegazione è in una capillare giudaicizzazione della cultura europea dal 1945 in poi. Insieme con la debellatio i vincitori pianificarono anche la ricostruzione mentale dei popoli vinti. Suscitò in me impressione, trovandomi ospite di amici in Germania, leggere che anche un semplice atlante geografico era soggetto ad approvazione delle autorità alleate. Di questo lavaggio del cervello i tedeschi sono stati la maggiore vittima. Si è soliti parlare dei regimi “maledetti”, cioè fascismo e nazismo, come di luoghi e tempi dove era sacrificata la libertà di parola e di pensiero. Può anche essere vero, anche se ricordo quanto mi veniva raccontato sulla vita quotidiana di allora. Ma oggi accade di peggio e soprattutto in un modo più efficace e capillare. Come gli americani si son presi von Braun per creare la Nasa, non hanno tralasciato nulla di tutto il bottino che potevano fare. Aggiungo ancora al testo di Barnard l’osservazione che il mettersi a gridare davanti a ciò che succede in Gaza e in Palestina non da oggi non è solo un dovere morale da parte nostra, ma corrisponde anche al nostro egoistico interesse perché si tratta di liberare la nostra coscienza da un’oppressione iniziata ancora prima che nascessimo. Noi siamo nati nel servaggio. Siamo i figli della disfatta bellica del 1945 e ne continuiamo a pagare il prezzo. Quella “cupidigia di servilismo” che Vittorio Emanuele Orlando denunciò prontamente dura ancora oggi ed ottenebra le nostre coscienze. Per molti quella servitù è diventa una seconda natura.
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[Chi è Paolo Barnard]
CHI SONO
Sono un giornalista, o forse lo sono stato, e come tale ho lavorato per innumerevoli testate nazionali fra quotidiani e periodici, per la televisione in RAI, per riviste di cultura, per agenzie di stampa, per testate online. Mi sono occupato soprattutto di politica estera. Mai assunto, mai contrattualizzato. Ho scritto libri su terrorismo internazionale, Palestina e Israele, e sull’umanizzazione della Medicina. Ho tenuto conferenze per anni in giro per l’Italia sui temi delle mie inchieste (quelle di Report, RAI) e sul mio impegno come attivista per un ‘mondo migliore’. Nella mia vita ho fatto forse più volontariato che giornalismo, in campi diversi come i Diritti Umani, l’esclusione sociale, la lotta alla povertà nel mondo, l’aiuto agli ammalati terminali, l’impegno civico. Ho vissuto in Gran Bretagna e in parte negli USA.
Mai iscritto a un partito, mai appartenuto a gruppi d’interesse legati al potere, mai raccomandato ovviamente; non ho mai compiaciuto a chi stava sopra di me sul lavoro, e per essere libero ho sempre fatto tutto quello che in questo Paese ti garantisce la non-carriera. Infatti non ho fatto carriera, non all’interno del Sistema né nelle nutrite fila dell’Antisistema (che richiede la medesima omologazione). Ho un attaccamento fortissimo al senso di giustizia, non sto zitto e dico ciò che penso sempre, a qualunque costo. Ho pagato e pago per questo prezzi alti, talvolta al limite del sopportabile.
Detesto in modo assoluto la cultura dei ‘personaggi’, la cosiddetta Cultura della Visibilità (leggi Vip), sia quella massmediatica propria del Sistema che quella ‘antagonista’ del nostro Antisistema. La considero il peggior veleno che sia mai stato inoculato nel tessuto civico italiano, e in generale dei Paesi occidentali. Ci ha distrutti, pochissimi si rendono conto fino a che punto. Credo fortemente nella parità di tutti, nell’importanza di ciascuno a prescindere, nessuno conta più di qualcun altro. Mai.
Per le mie idee e per ciò che ho fatto sto molto antipatico al Sistema e ancor di più all’Antisistema. Una condizione piuttosto insolita, e ora non so da che parte girarmi.
P.B.
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“Alla popolazione di Gaza, le Forze di Difesa Isrealiane vi avvertono ancora che è proibito avvicinarsi a meno di trecento metri dal confine, e chiunque cercherà di avvicinarsi porrà se stesso in pericolo. L’esercito israeliano utilizzerà le procedure adatte per farlo allontanare compreso sparare se sarà nesessario. Questa è una promessa, chi è stato avvertito non trovi scuse!”
Una promessa per nuovi omicidi e annessione di territorio.
Premesso che il solo lancio di questi volantini è più criminale del lancio da parte palestinese dei famigerati razzetti artigianali “qassam” (infatti il contenitore dei messaggi fatto cadere dall’aereonautica ha colpito in testa Nawra Dughmush, un bambino di dodici anni, ricoverato in coma all’ospedale al Shifa), i contadini palestinesi continueranno ad andare a coltivare i loro legittimi campi vicino al confine, come fanno da generazioni, essendo questa l’unica attività di sussistenza per permettere loro di sfamare le famiglie in una Gaza ridotta in miseria da 2 anni di assedio.
Sebbene i maggiori i media abbiano rivolto altrove l’occhio di bue della loro attenzione Gaza continua a essere quotidianamente teatro dei crimini israeliani.
Dal 18 gennaio 3 palestinesi sono stati uccisi vicino al confine,compreso un bambino, e altri 12 sono stati feriti, compresi 3 minori e due donne. Sebbene sia noi che i palestinesi siamo visibilmente tutti civili disarmati. Di norma i cecchini israeliani si appostano, li vediamo a volte ridere e scherzare, poi dopo qualche decina di minuti iniziano a spararci contro.
Sparano anche contro di noi attivisti internazionali, per loro è come se fosse un gioco, per noi e i palestinesi è la vita.
E’ opinione comune dei contadini che queste minacce sarebbero rivolte più verso di noi attivisti dell’ISM che verso di loro (i volantini infatti sono caduti non nei pressi dei villaggi al confine, ma su Gaza city, dove viviamo noi). Come già fu durante il massacro di gennaio, non ci lasicamo intimidire. Abbiamo indetto 3 giorni fa una conferenza stampa nella quale abbiamo a nostra volta avvisato l’esercito israeliano delle nostre intenzioni: continuare ad accompagnare i contadini al confine e documentare i quotidiani crimini di cui si macchia Israele. Ce lo chiedono le vittime di oggi, come quelli di ieri. Ce lo chiedono in particolare:
-Maher Abu-Rajileh, 24 anni, del villaggio di Huza’ah, a est Khan Younis, ucciso dai soldati israeli il 18 gennaio mentre con i suoi genitori era intento al lavoro sui suoi campi a circa 400 metri dalla linea di confine.
-Waleed Al-Astal (42 anni), del villagio di Al-Qarara, vicino a Khan Younis, colpito ad una gamba da un proiettilie israeliano il 20 gennaio.
-Nabeel Al-Najjar (40 anni), colpita ad una mano da un cecchino mentre lavorava nei suoi campi nel villaggio di Khuza’a, est di Khan Yunis, il 23 gennaio.
-Subhi Qudaih (55 anni), colpito alla schiena sempre a Khuza’a, il 25 gennaio
-Anwar Al-Buraim (26 anni), ucciso dall’esercito israliano il 27 gennaio poco fuori di Al-Farahin, sempre a est di Khan Younis. Un soldato gli ha sparato alla testa mentre stava raccogliendo prezzemolo a circa 500 metri dalla linea di confine.
-Hammad Barrak Salem Silmiya, pastore palestinese di soli 13 anni, ucciso il 14 febbraio con un colpo alla testa mentre faceva pascolare i suoi animali a est di Jabalia.
-Mohammad Al- Buraim, cugino di Awar Al-Buraim, gambizzato il 18 febbraio da un cecchino israeliano nonostante la presenza come scudi umani di noi attivisti dell’ISM, a circa 500 metri dal confine. Vedi il nostro video.
-Wafa al Najar, ragazzina colpita da un proiettile al ginocchio mentre sostava nei pressi della sua casa demolita a circa 800 metri dal confine. Wafa è costretta sulle stampelle e sulle stampelle ci rimarrà tutta la vita, Israele impedisce la fuoriscita dei feriti dalla Striscia che potrebbero essere operati e guarire negli ospedali occidentali più attrezzati.
-Muhannad Sehi Abu Mandil, (24 anni) ferito ad un piede dall’esercito israeliano, il 10 marzo a est del campo profughi di al-Maghazi.
-Nafith Abu T’eima, contadino di 35 anni ferito il 5 maggio da colpi esplosi da una jeep israeliana
-Randa Shaloufeh, 32 anni, ferita all’addome ed ad una mano mentre lavorava nei suoi campi il 7 maggio.
-Oltre a chiedercelo una nostra personale amica, Leila Abu Dagga, portatrice di handikap, che si è spezzata una gamba il 10 aprile mentre fuggiva disperata dalla sua casa presa di mira dall’artiglieria israeliana.
Oltre agli attacchi diretti ai civili , l’esercito israeliano sovente invade le terre palestinesi e danneggia i campi, incendiandoli, o distruggendo gli impianti di irrigazione.
Quanto vale la vita umana da queste parti? Per un contadino palestinese 4 euri al giorno, che è la misera paga per lavorare sui campi dinnanzi ai soldati. Per i cecchini israeliani, la vita di un palestinese vale molto meno dei 50 centesimo del costo di un proiettile.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni è stato l'unico volontario italiano a restare a Gaza per tutto il periodo di tempo in cui è avvenuta la recente carneficina a opera del governo israeliano; ha narrato questa shoah (catastrofe) negli articoli per Il Manifesto raccolti nel libro "Restiamo Umani", Manifestolibri.
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Amnesty International: un anno dopo la fine di "Piombo fuso", il blocco israeliano di Gaza continua a soffocare la vita quotidiana CS004: 18/01/2010
Striscia di Gaza, gennaio 2009: una bambina palestinese cammina tra le macerie © Amnesty International Un anno dopo la fine dell'offensiva militare a Gaza, Amnesty International ha dichiarato che Israele deve porre fine al soffocante blocco della Striscia di Gaza, che isola 1.400.000 palestinesi dal mondo esterno e li costringe a vivere in condizioni di povertà disperate. L'organizzazione per i diritti umani ha raccolto e reso note una serie di testimonianze di persone che ancora hanno difficoltà a ricostruire le loro vite a seguito dell'operazione "Piombo fuso", che provocò 1400 morti e alcune migliaia di feriti.
"Le autorità israeliane affermano che il blocco di Gaza, in vigore dal giugno 2007, è la risposta al lancio indiscriminato di razzi contro il sud d'Israele da parte dei gruppi armati palestinesi. La realtà, tuttavia, è che il blocco non prende di mira i gruppi armati ma piuttosto punisce l'intera popolazione di Gaza, limitando l'ingresso di cibo, forniture mediche, strumenti educativi e materiale da costruzione" - ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Ai sensi del diritto internazionale, il blocco rappresenta una punizione collettiva e va tolto immediatamente".
A Israele, in quanto potenza occupante, il diritto internazionale richiede di assicurare il benessere degli abitanti di Gaza, tra cui i loro diritti alla salute, all'educazione, al cibo e a un alloggio adeguato.
Durante l'operazione "Piombo fuso", dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, furono uccisi 13 israeliani tra i quali tre civili nel sud d'Israele e decine furono i feriti a seguito del lancio indiscriminato di razzi da parte dei gruppi armati palestinesi.
A Gaza, gli attacchi israeliani danneggiarono o distrussero edifici e infrastrutture civili, tra cui scuole, ospedali e impianti idrici ed elettrici. Migliaia di case vennero distrutte o furono gravemente lesionate.
Delle 641 scuole di Gaza, 280 vennero danneggiate e 18 distrutte. Poiché più della metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni, l'interruzione dei programmi educativi a causa dei danni provocati dall'operazione "Piombo fuso" sta avendo un impatto devastante.
Anche gli ospedali hanno subito le conseguenze dell'offensiva militare e del blocco. Le autorità israeliane negano spesso, senza fornire spiegazione, l'ingresso a Gaza dei camion dell'Organizzazione mondiale della sanità, contenenti aiuti sanitari.
I pazienti con gravi patologie che non possono essere curati sul posto continuano a vedersi negare o ritardare il permesso di lasciare la Striscia di Gaza. Il 1° novembre 2009, Samir al-Nadim, padre di tre figli, è deceduto dopo che il permesso di lasciare Gaza per subire un'operazione al cuore era stato rimandato per 22 giorni.
Amnesty International ha parlato con molte famiglie, le cui abitazioni vennero distrutte nel corso dell'operazione militare israeliana e che a un anno di distanza vivono ancora in alloggi temporanei.
Un anno fa, durante il conflitto, Mohammed e Halima Mslih lasciarono il villaggio di Juhor al-Dik insieme ai loro quattro bambini. Mentre erano assenti, la loro casa venne demolita dai bulldozer israeliani. "Quando siamo tornati, c'erano tutte macerie. La gente ci dava da mangiare, perché non ci era rimasto più niente" - ha raccontato Mohammed Mslih. La famiglia Mslih ha trascorso i primi sei mesi dopo il cessate il fuoco in una tenda di nylon. Ora è riuscita a costruire un'abitazione permanente ma teme che le continue incursioni israeliane possano abbatterla nuovamente.
La disoccupazione a Gaza sta crescendo vorticosamente, dato che le piccole attività commerciali rimaste in piedi stentano a sopravvivere a causa del blocco. Lo scorso dicembre, le Nazioni Unite hanno reso noto che il dato era superiore al 40 per cento.
"Il blocco sta strangolando praticamente ogni aspetto della vita della popolazione di Gaza, oltre la metà della quale è composta da giovani. Il crescente isolamento e la sofferenza degli abitanti di Gaza non possono continuare. Il governo israeliano deve rispettare i propri obblighi legali in quanto potenza occupante e togliere il blocco senza ulteriore ritardo" - ha concluso Smart.
FINE DEL COMUNICATO Roma, 18 gennaio 2010