Spazioamico

RASSEGNA STAMPA

PRESENTAZIONI

ATEI  e AGNOSTICI

MEMORIE

                                                                 RASSEGNA STAMPA        

Sullo stalinismo ed il prc di Pietro Ancona

Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista Introduzione pagg.41-51

Trockij nei confronti di Lenin e Stalin  Da Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista pag.77-80

origini lontane dell'antistalinismo (e antileninismo) ad oltranza (Bertinotti e il PRC e Vedi anche:    Socialismo oltre il Novecento Bertinotti)

Stalin di Salvatore Lo Leggio

Note pubblicate su fb da Giuseppina Ficarra

La nostra epoca ha sancito non la sconfitta del comunismo, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno. nota pubbluicata da giuseppina ficarra su facebook come invito alla lettura del libro di Ludo Martens Stalin Un altro punto di vista

Lenin e la democrazia Lettere agli operai d’Europa e d’America nota pubblicata su fb da Giuseppina Ficarra

A PROPOSITO DI NON VIOLENZA nota pubblicata da Giuseppina Ficarra su facebook

Stalin e l'Occidente liberale tra rimozioni e miti

 "Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe" di Antonio Murabito su fb

Riabilitare Stalin? di Roberto Monicchia

Ferrero-Diliberto: affinità elettive   Amedeo Curatoli

Chi ha commesso il massacro di Katyn?  Fulvio Grimaldi

Così Pietro Nenni, in una storica seduta della Camera dei deputati, rievocava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe Stalin subito dopo la sua morte

vedi anche: qui qui e qui 

l'ERNESTO La non-violenza e le sue astratte agiografie dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne di Leonardo Pegoraro

 ***

NOI SIAMO STALINISTI !!  (da nota pubblicata da Michele Trocini su fb:
"Chi ci vuole condannati a ripartire dalle urne cinerarie delle categorie ideologiche ha sbagliato i conti ! La loro paura delle reali possibilità del Socialismo,concretizzate attraverso la figura di Stalin, li ha traditi. L'arma dello antistalinismo gli si è rivoltata contro : oggi essere Stalinisti è la prova autentica e reale dell'essere comunisti. La storia dei sviluppi alternativi al "Marxismo Creativo"di Stalin sono storia di sconfitte continue e premeditate delle dirigenze di partito pseudo-comuniste e tutte appassionatamente antistaliniste. La pratica del Materialismo Dialettico ci impone di aderire esclusivamente a balzi dialettici che ci portano di vittoria in vittoria fino alla sconfitta totale del capitalismo e Stalin ha rappresentato questo : l'attenzio...
ne esclusiva alle vittorie della classe lavoratrice e non a quelle della burokratia di partito o agli intelletualismi di bottega. Questi nemici del lavoratori hanno paura di chi li ha sempre sconfitti . Stalin ha portato lo scontro finale contro il capitalismo sul terreno ultimo della Economia e ormai eravamo ad un passo dal passaggio finale dal Socialismo Reale al Comunismo ( importante la lettura del "Il marxismo e la linguistica" e "Questioni economiche del Socialismo in URSS"di Stalin) e questo spiega tutta la forza di reazione a questa possibilità . Non è possibile in alcun modo sperare di condurre una lotta vincente contro il capitale senza tenere conto di queste riflessioni e quindi invito tutti i compagni a riproporre tutta la questione in termini nuovi e finalmente liberi dagli illusionismi dei maghi della sconfitta. Noi siamo Stalinisti !"
Marco Angelucci

 http://www.facebook.com/groups/161542447270131/189684224455953/#!/groups/161542447270131/

Riabilitare Stalin? di Roberto Monicchia

 Da "micropolis" del maggio 2009

un articolo di Roberto Monicchia, che recensendo il libro di Losurdo fa il punto su una questione storiografica (e non solo) tutt'altro che chiusa. 

in http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/10/riabilitare-stalin-di-roberto-monicchia.html   

La collocazione di Stalin tra le “anime nere” del Novecento riscuote un consenso quasi unanime e il parallelo Urss-nazismo è un tassello fondamentale della lettura del XX secolo secondo l’onnicomprensiva categoria del “totalitarismo”, contro il quale le democrazie liberali sarebbero uscite vittoriose dopo una lunga guerra in più tappe. Mettere in discussione le fondamenta di questa impostazione è l’arduo compito - di per sé degno di attenzione - che si assume Domenico Losurdo nel suo Stalin. Storia e critica di una leggenda nera (Carocci, Roma 2008).

Il discorso muove dalla constatazione che per un lungo periodo, anche a guerra fredda iniziata, il giudizio positivo su Stalin non era un’esclusiva della mirabolante propaganda sovietica, ma un tratto diffuso in occidente: il riconoscimento delle qualità politiche del georgiano, non solo per la vittoria nella guerra mondiale, ma anche per l’opera di trasformazione della Russia, coinvolge personaggi come De Gasperi e Thomas Mann. E’ il “rapporto segreto” di Kruscev che inaugura l’immagine di uno Stalin paranoico e sanguinario, tutto intento ad issare il proprio culto sopra una montagna di cadaveri. Provata l’infondatezza di alcune affermazioni (l’impreparazione militare dell’Urss nel 41, l’organizzazione dell’assassinio di Kirov), Losurdo riporta la “cattiva storiografia” krusceviana a strumento della lotta per la successione a Stalin. A suo avviso, per superare le impostazioni ideologico-strumentali, occorre analizzare lo stalinismo all’interno della storia del bolscevismo: la tendenza a insistere nei metodi della guerra civile appare già nel dibattito sull’insurrezione, nelle polemiche sul trattato di Brest-Litovsk e sulla Nep fino all’opposizione a Stalin di Trockij, che non avrebbe esitato a usare lo strumento insurrezionale. Losurdo dà credito al racconto di Malaparte in Tecnica del colpo di stato, per cui il georgiano non avrebbe affatto ingigantito la minaccia di un possibile rovesciamento violento del suo potere. Più in generale tutta la vicenda del bolscevismo sembra riproporre la contraddizione tra universalismo astratto e necessità di fare i conti con la realtà. L’utopismo astratto vede in qualsiasi realizzazione l’abbandono degli ideali: la Nep, le relazioni internazionali, i fronti popolari significano un tradimento, una degenerazione che giustifica qualsiasi forma di opposizione. Questa dialettica distruttiva, del resto, si innesta sulla specificità della storia della Russia, ove da decenni la contraddizione tra spaventosa arretratezza e attese di liberazione faceva prevedere una palingenesi violenta. Il carattere esplosivo della rivoluzione viene amplificato dalla inaudita carneficina della prima guerra mondiale: il potere bolscevico – che pensava doversi preparare a gestirne il “deperimento”– si trova nella necessità di ricostruire lo Stato.

In questo contesto l’affermazione dello stalinismo segue un percorso non  lineare, segnato dalla dialettica tra stato d’eccezione e tentativi di “normalizzazione”, frenati tanto dagli scontri interni quanto dalle tensioni internazionali. Le “accelerazioni”, le svolte repentine del ventennio staliniano sono dunque molto dentro alla logica tragica della rivoluzione russa e ben poco attribuibili alla paranoia autocratica di Stalin. Questa ossessiva (ma non ingiustificata) sindrome dello stato di eccezione illumina la natura specifica del regime: la ricognizione del clima che accompagna fenomeni come l’industrializzazione e la collettivizzazione forzata o la stessa organizzazione del sistema dei Gulag delinea una “dittatura sviluppista”, fondata su una parossistica mobilitazione popolare, a sua volta riflesso di un immane terremoto sociale, un rimescolamento di classe che supera di gran lunga l’esempio francese. Senza questo non si capisce né la grande crescita economico-sociale degli anni ’30, né la vittoria in guerra. La tragedia dell’Urss staliniana sta proprio nell’incapacità di passare dall’emergenza alla normalità, dalla mobilitazione “militare” a una società pacificata.

Estendendo le critiche di Trockij e Kruscev, il discorso politico e storico su Stalin in Occidente, soprattutto tra guerra fredda e post ’89, ha proceduto ad una sistematica rimozione, sostituita da una leggenda nera che annulla nel genocidio e nella paranoia sanguinaria la storia del socialismo. Allargando a dismisura il campo di applicazione della categoria del totalitarismo si è giunti a costruire l’assurda equiparazione tra l’Urss e il nazismo. A tal fine si sono compiute forzature pazzesche, con vere e proprie invenzioni, come quella dell’antisemitismo sovietico, e distorsioni comparative – come quella tra lager e gulag. La rimozione della storia si avvale anche e soprattutto della riduzione del confronto ai regimi dittatoriali, escludendo l’Occidente. Per questa via si è costretti a negare la natura razziale del progetto di dominio nazista in Europa (il cosiddetto Nuovo Ordine), evidentemente modellato – sia dal punto di vista ideologico che organizzativo - sull’esperienza coloniale europea, in particolare britannica. Non a caso una delle rimozioni più clamorose riguarda l’appello alla liberazione anticoloniale che l’Urss sostiene fin dalla nascita e sulla cui base viene combattuta dalle potenze occidentali ancor prima che da Hitler, usando gli stessi argomenti, compresa l’equiparazione bolscevismo-ebraismo. Certo, è molto più comodo fare della storia la palestra di insensati, sanguinari dittatori, estranei alla “civiltà occidentale”.

Decostruire l’immagine paranoica e “impolitica” del georgiano è un merito del libro e un contributo a far uscire il dibattito sul socialismo dall’indistinta ermeneutica del totalitarismo e dalla condanna morale di ogni rivoluzione. Si rimane dubbiosi, invece, quando sembra trasparire una rivalutazione “in sé” dell’opera di Stalin, di cui si sottolineano il realismo, la lungimiranza, persino una certa moderazione. Pesa in questo senso la riduzione della polemica trockijsta (e chrusceviana) a puro espediente di lotta politica e ad arma fornita ai nemici, secondo un’ottica di equiparazione “oggettiva” tra critica e tradimento che è tipicamente stalinista.

Non può esservi dubbio sul fatto che la demonizzazione dell’avversario - diffusa nell’intero movimento operaio - sia impiegata come arma sistematica di liquidazione fisica e politica proprio dallo stalinismo. Pur considerando gli stati d’eccezione e le realpolitik del secolo di ferro non si può negare questo macroscopico elemento di degenerazione, che costituisce uno dei motivi della sconfitta della scommessa socialista nel XX secolo. Se vogliamo che quella prospettiva possa riaprirsi, non si può mettere sullo stesso piano la discussione sulla natura dell’Urss che una parte dello stesso movimento comunista ha sviluppato fin dagli anni ’20 (certo con errori, ma anche pagando prezzi terribili) con l’attuale criminalizzazione dell’intera parabola del movimento operaio novecentesco.

Per comprendere cos’è stato il socialismo sovietico, non c’è bisogno di “riabilitare” Stalin. Tanto meno di demonizzare i suoi oppositori.

                                                 ****

Così Pietro Nenni, in una storica seduta della Camera dei deputati, rievocava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe Stalin subito dopo la sua morte.
 

Onorevoli colleghi,

nessuno tra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che ha lasciato Giuseppe Stalin.

Da ieri manca qualcosa all’equilibrio del mondo. In questa connotazione, comune a tutti, amici e avversari, è il riconoscimento unanime della grande personalità che è scomparsa.
Stalin è stato il costruttore dello Stato sovietico e del sistema di Stati e di popoli che idealmente fa capo a Mosca e abbraccia un terzo della terra con 800 milioni di uomini.

Quando 30 anni or sono, Stalin raccolse l’eredità di Lenin, dal cratere della rivoluzione socialista di ottobre la lava colava ancora per mille rivoli e tutti i problemi erano ancora aperti, tutte le possibilità.

Il figlio del calzolaio di Gori si trovò di fronte al compito tremendo di unificare il corso della rivoluzione sovietica per sottrarla al destino che era toccato alla rivoluzione francese. Le polemiche che egli sollevò da allora nel mondo pur anco non si sono taciute o placate, e tuttavia si può dire che la storia ha deciso prima ancora che Stalin affrontasse il giudizio della posterità.

La guerrra del 1941-45 fu, nel suo barbaro orrore, la prova suprema dei sistemi e delle civiltà che reggono i popoli.

Non si mente dinanzi alla morte.

E allorchè, nell’inverno 1941-42 e nell’inverno successivo, quando cominciò la vittoriosa controffensiva dell’esercito rosso, i moscoviti non ebbero che da salire la collina dei passeri per ascoltare il rombo del cannone tedesco, quando i leningradesi, per recarsi al lavoro, dovettero sfidare il fuoco delle mitragliatrici nemiche che colpivano gli operai ai loro torni e i fornai alle impastatrici dove confezionavano un pane immangiabile, quando Stalingrado per suprema difesa dovette gittare nelle trincee scavate nella neve financo i suoi vecchi e le sue donne, allora sulle labbra dei combattenti esangui “Russia” e “Stalin” ebbero lo stesso significato e fu chiaro che l’uomo e il sistema avessero ricevuto il collaudo della storia.
Gli eventi di uel tempo a noi tanto vicino permisero a ogni uomo di buonafede di correggere l’errore di credere che Stalin fosse un dittatore sostenuto da un sistema di forza, là dove la sua forza vera è stata, fino all’ultimo momento, il consenso di milioni e milioni di uomini che, in piena coscienza, a lui avevano delegato i maggiori poteri.

Tuttavia Stalin non ebbe in nessun momento la stolta mania che egli potesse bastare a tutto.

Il vuoto che egli ha lasciato è quello della sua eccezionale personalità, ma lascia anche strutture statali, di partito, sindacali, economiche capaci di resistere ad ogni evento e di superare qualsiasi prova.

Soprattutto lascia popoli i quali hanno fatto passi giganteschi per la via del progresso tecnico, sociale ed umano e che saranno in ogni momento in grado di esprimere un gruppo dirigente all’altezza della situazione. Onorevoli colleghi, quando nell’estate scorsa ebbi modo di incontrare Stalin egli mi disse parole che mi sembrano oggi racchiudere la lezione della sua vita: non ammettere mai che non ci sia più niente da fare, non rompere mai il contatto con l’avversario o con il nemico, non puntare mai su una carta dubbia le sorti dello Stato, del partito, della collettività.

La sua costante preoccupazione di essere pronto alla guerra se l’avversario la impone ma di contare sulla pace come sul mezzo e la causa migliore, era la conseguenza naturale della sua filosofia e della sua politica.

In questo senso noi socialisti italiani ravvisiamo in lui una garanzia di pace, né minore è la fiducia che poniamo nei suoi successori.

Un evento sciagurato e tristissimo, determinato fuori della volontà del nostro popolo schierò in guerra l’esercito italiano contro l’Unione Sovietica.

Noi socialisti ci auguriamo che quell’evento venga subito dimenticato e, associandoci con animo commosso e ansioso al dolore dei popoli sovietici per la morte del loro grande capo, presentando da questa tribuna le nostre condoglianze al governo di Mosca, partecipando al lutto del proletariato mondiale, esprimiamo un augurio di pace per tutto il mondo e di relazioni cordiali e operose del nostro paese con il paese di Lenin e di Stalin.

da http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/05/il-figlio-del-calzolaio-marzo-53-nenni.html   

                                                                       ****

 

Ferrero-Diliberto: affinità elettive

.pubblicata su fb da Amedeo Curatoli il giorno venerdì 4 novembre 2011 alle ore 22.33.

            Il grande Lenin diceva che non ci si può spiegare pienamente nessun errore, compreso un errore politico, se non si scoprono le radici teoriche dell’errore di coloro che lo commettono. Per “coloro” noi qui intendiamo Diliberto e Ferrero, tanto per semplificare, non certo per attribuir loro tutto il peso degli errori (che abbiamo denunciato in passato e che continueremo a denunciare in questo articolo), ma perché ne sono i più visibili portabandiera essendo essi i segretari di due partiti che si richiamano ad un comunismo fondato, appunto, su basi teoriche false. Questi due partiti svolgeranno prossimamente i loro congressi, e i documenti  teorico-programmatici proposti alla discussione  contengono l’ennesima illustrazione della critica distruttiva del comunismo storico e la riproposizione di un comunismo immaginario, mirifico, fatto di belle parole scelte con cura, ma  che in questo mondo non vedrà mai la luce. L’idea profonda, ancora una volta espressa in tali ultimi documenti, al di là della diversità degli “stili letterari” ferreriani e dilibertiani, sta nella eventualità che sia possibile sospingere lo Stato verso misure di radicali trasformazioni in senso democratico se non addirittura in senso socialista, senza mai prospettare l’inevitabilità di un rivolgimento rivoluzionario per conquistare quelle misure. Si tratta del perpetuo, secolare inganno, più o meno esplicito, più o meno camuffato, di tutti gli opportunismi revisionisti, che negano il carattere di classe dello Stato borghese e seminano illusioni fra  la gente che sia possibile modificare nel profondo tale Stato, considerato, in fondo, entità neutrale al di sopra e al di là degli antagonismi di classe. Nel nostro paese questa visione opportunista dello Stato ha avuto una sua sistemazione teorica abbastanza organica e complessa nella via italiana al socialismo poi divenuta eurocomunismo e poi (con argomenti sempre più labili) un altro mondo possibile o ancora un “immaginario della trasformazione”.

            Che cosa c’è di nuovo in questo “immaginario della trasformazione” rispetto alla teoria revisionista togliattiana della via italiana al socialismo? Sicuramente un  linguaggio più illusorio, evanescente, e quindi più velleitario e meno credibile rispetto alla rivendicazione, per esempio, di “riforme di struttura” lanciata dal Pci come viatico al socialismo, rivendicazione che all’epoca doveva dare l’impressione di un’effettiva, concreta  realizzabilità perché avanzata da un forte partito  e da un altrettanto forte movimento sindacale egemonizzato in grandissima parte da quel partito. La linea della Cgil di allora era “Un’economia del lavoro contro l’economia del capitale”, e gli operai credevano in questa possibilità. Ma oggi? Solo più chiacchiere, più fumo, più illusioni a buon mercato di poter cambiare le cose con discorsi apparentemente di buon senno e di buon senso. Il revisionismo si adegua ai tempi: più povero è il bagaglio che si porta dietro in termini di consensi elettorali e di armamentario teorico e ideologico, più audace e fantasioso e “moderno” diventa il suo linguaggio. Quindi, con particolare riferimento al Pdci di Diliberto, più che Marx XXI secolo sarebbe meglio dire: revisionismo XXI secolo.

Il documento Prc chiede allo Stato di “rilanciare la democrazia” fino a “superare la proprietà privata dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato una “democrazia sostanziale” che per essere tale deve “intrecciarsi” alla “socializzazione dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato la “nazionalizzazione delle banche di interesse nazionale” e di sottoporle al controllo democratico, chiede allo Stato di non farsi più “condizionare” dal capitale finanziario, e che riacquisti la cosiddetta sovranità sulla moneta. C’è un punto in cui addirittura si rivendica la demercificazione cioè la produzione di valori d’uso che siano in grado di soddisfare i bisogni sociali, e dicono che è possibile, visto che viviamo in una società “avanzata”, superare la forma merce in ogni ambito sociale: dal lavoro alle cose, alle relazioni sociali. Quindi l’abolizione delle merci, che è un obiettivo nemmeno socialista ma comunista, la chiedono allo Stato borghese!

            Anche il documento Pdci mette insieme una lista di obiettivi presentati come di possibile attuazione all’interno della società classista e dello Stato che di quel classismo ne è la suprema espressione. Essi chiedono: un nuovo (si potrebbe dire rivoluzionario) rapporto tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, tra proprietà pubblica e proprietà individuale;  chiedono “la centralità del Parlamento come paradigma della democrazia sostanziale”, il ripristino degli assetti istituzionali e costituzionali dell’Italia post-fascista….ecc. Tali rivendicazioni -ripetiamo- alcune delle quali di carattere squisitamente socialiste che i due partiti richiamantisi al comunismo avanzano all’interno di uno Stato integralmente capitalista rappresentano la completa capitolazione di fronte alla teoria marxista dello Stato, e questa capitolazione essi la presentano come un qualcosa di carattere assolutamente innovativo rispetto ai pessimi tentativi di socialismo (a giudicare da ciò che ne dicono) apparsi nel mondo.  Sono occorsi secoli prima che le classi oppresse ed espropriate riuscissero a cogliere il perché dell’esistenza dello Stato e ne definissero teoricamente, in ultima analisi, la sua natura di macchina repressiva nelle mani di minoritarie élites dominanti.

Vi è giunto a questa conclusione già il socialismo premarxista, e successivamente, da Marx a Lenin, sulla base dello studio delle rivoluzioni del 19° secolo e in particolare della Comune di Parigi (Marx) e abbattendo il vecchio stato per edificarne uno nuovo (Lenin) il concetto di questa macchina repressiva è stato via via affinato ed arricchito fino a divenire “scienza”. Di questa scienza nata -ripetiamo- da una ricchissima prassi rivoluzionaria,  non vi è più traccia. Si potrebbe dire che la prima vittima di tutti i  revisionismi, da quello delle socialdemocrazie della II internazionale a quello togliatto-kruscioviano giù fino agli epigoni con aspirazioni rifondative, sia stata proprio la teoria dello Stato e il conseguente ritorno indietro alla vecchia idea mistificatrice dello Stato bene comune di “tutti” e quindi passibile di poter essere tirato,  come una coperta striminzita, anche dalla parte degli esclusi.

Ciò non significa, ovviamente che un partito comunista debba solo propagandare l’inevitabilità dell’abbattimento dello Stato borghese: un tale partito può stare all’opposizione anche cento anni, ma nel far proprie tutte le rivendicazioni politiche, economiche, di civiltà, di progresso che nascono dal profondo delle masse popolari contro i governi borghesi, non deve mai, nelle sua battaglie quotidiane, durassero anche un secolo,  raccontar frottole e illudere le masse sulla possibilità di ottenere cambiamenti radicali (socializzazione dei mezzi di produzione, sostituzione dei valori d’uso ai valori di scambio!!) tacendo opportunisticamente sull’inevitabilità storica dello scontro rivoluzionario con la borghesia monopolistica.

            Quando poi i due documenti definiscono una  loro identità di comunisti (la qual cosa è d’obbligo in ogni Congresso), allora si scatena l’antistalinismo. Ma la differenza fra i due sta nella maggiore astuzia di Diliberto e dei professori che si sono messi al suo servizio, sta nel fatto che l’antistalinismo del pdci è un antistalinismo dal volto umano, è un  antistalinismo   “dimostrato”, “ragionato”, che mentre sferra micidiali bastonate a Stalin (senza mai nominarlo), ogni tanto però è anche disposto a concedere una carota. Quello  bertinotto-ferreriano, invece, è assoluto, implacabile, è un antistalinismo all’ennesima potenza, che forse metterebbe in  imbarazzo anche Trotski; è un antistalinismo divenuto stalinofobia (da curare con la psicoanalisi) che al grande georgiano non solo non  concede nulla ma lo sovraccarica di crimini mostruosi fino a riecheggiare  la famigerata teoria dei “totalitarismi” della Harendt (dice Ferrero che il il “produttivismo economicista” di epoca staliniana “non libera il lavoro e non crea una nuova qualità della vita In questo senso, lo stalinismo è anche stato un modello di sviluppo subalterno all'idea di crescita quantitativa. E' da questo deficit - non dal surplus - di socialismo che sono derivate la concezione (e la pratica) totalizzante e dispotica del Partito, l'arbitrio incontrollabile del leader, la cancellazione di ogni istanza democratica di base nell'organizzazione e nella società, la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e delle persone ad appendici insignificanti della potere”). Siamo assolutamente certi che se parlasse di Henry Ford e del destino della classe operaia nordamericana,  Ferrero si servirebbe di un linguaggio meno violento di quello usato per denunziare l’Unione Sovietica di Stalin, anzi coglierebbe l’occasione per accreditare, ancora una volta, la favola revisionista del cosiddetto “compromesso fordista”, e cioè che Ford  (capitalista fascistoide ed autoritario che inchiodò gli operai alla “catena di montaggio” riducendoli a semoventi macchine scimmiesche) avrebbe trovato un civile modus vivendi con la classe operaia americana!

            Notiamo per inciso quanto infondata sia la convinzione del filosofo Costanzo Preve sulla presunta inattualità della “dicotomia” Stalin-Trotski: sono proprio questi signori del Prc e del Pdci che rendono immancabilmente attuale la “dicotomia”, nel senso che ogni volta che vanno a congresso, nell’immancabile capitolo sulla loro “identità di comunisti” pongono al centro l’immancabile attacco distruttivo a Stalin rinnovando in ciò la tradizione trotskista e kruscioviana e quindi rendendola sempre attuale. Come si può essere così giulivamente superficiali da dichiarare “superato” l’antagonismo Stalin-Trotski e insultare i difensori di Stalin (che difendono il comunismo storico, non una personalità) paragonandoli ai mentecatti di opposte tifoserie? L’antistalinismo -per usare un termine del compagno Losurdo- è autofobia, è il prendere le distanze dagli “orrori” della rivoluzione generatrice di ogni male; è un chiamarsi fuori; è un essere ossessionati dall’idea di apparire sgraditi alla borghesia monopolistica e di farsela definitivamente nemica; è agire come Pietro che quando una serva lo riconobbe e gli disse tu sei discepolo di Cristo! Ma che dici! lui rispose tremante,  chi l’ha mai conosciuto…

            A Rimini, 9 anni fa si fece un congresso di Rifondazione, furono presentate 63 tesi, nella  n° 51 dal titolo sportivo “comunismo contro stalinismo” Bertinotti scrisse: “un’identità comunista implica una rottura radicale con lo stalinismo”. 9 anni dopo Ferrero copia parola per parola dal suo ex maestro:”Il progetto della rifondazione comunista, di un'identità comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con lo stalinismo”. Di suo Ferrero ci ha messo solo il XXI secolo perché 9 anni fa non si era ancora presa la pomposa abitudine di dirsi comunisti del XXI secolo, non era stato neanche inventato ancora Marx XXI. In quella tesi n°51 Bertinotti scrisse ancora: "Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica". 9 anni dopo (cioè oggi) Ferrero, ridicolmente,  facendo la figura dell’ultimo della classe che copia pedissequamente dal compagno di banco, ripete: “Non proponiamo qui un'operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica” (VIII Congresso doc.1 http://web.rifondazione.it/viii/?p=60#more-60)   Non proponiamo qui (2002), non proponiamo qui (2011) un bilancio storico “ben altrimenti impegnativo”: può darsi che tale bilancio vedrà la luce nel XXII secolo? E cosa dirà mai di bello un bilancio sull’Urss di Stalin ben altrimenti impegnativo dopo tutte le calunnie borghesi imperialiste che gli avete vomitato addosso?  Per ora a Bertinotti ed al suo ex-discepolo valdese ora basta questo giudizio analitico a priori di kantiana memoria: lo stalinismo è incompatibile con il comunismo!   

            Che conclusione si potrebbe trarre? Una constatazione ed un augurio. Una constatazione: teoricamente né Prc né Pdci sono abbastanza forti da fondare un nuovo comunismo. Un augurio: che ad ambedue i Congressi almeno un coraggioso compagno (meglio sarebbe un nucleo organizzato di compagni) denuncino e dimostrino  il carattere revisionista di Prc e Pdci 

Amedeo Curatoli 4:11.2011

http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150382653554605#!/notes/amedeo-curatoli/ferrero-diliberto-affinit%C3%A0-elettive/271847476192882

http://lanostralotta.org/?p=283

 

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  "Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe" di Antonio Murabito su fb

 Antonio Murabito Credo che il Comunismo sia crollato per le brecce aperte da Gorbaciov con la perestroika e con la glassnost, come dire "nessuna buona azione rimane impunita". Gli spazi di democrazia, di cui è stato apprezzato il grande valore, sono stati sfruttati dagli epigoni di Stalin e sopra tutto dai falsi democratici come Boris Yeltsin, il cui vero scopo non era di ampliare gli spazi di democrazia, ma di consegnare l'intero apparato produttivo russo alla "mafia globalizzata". Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe, per non aver esercitato la dovuta democratica durezza nei confronti degli oppositori stalinisti e integralisti liberisti. Come amava dire Sandro Pertini: "A brigante, brigante e mezzo"; invece Gorbaciov è stato troppo gentiluomo nei confronti dei briganti, non ha esercitato la dura e legittima durezza che avrebbe dovuto adoperare per difendere nello stesso tempo il Comunismo riformato e la sospirata democrazia faticosamente raggiunta.
E' avvenuto in URSS qualcosa di simile al golpe cileno; per ostinarsi nel rigoroso uso degli strumenti democratici si è dato ampio spazio alle iniziative criminali degli oppositori interni ed esterni: Assai meglio avrebbe fatto Allende ad armare il popolo contro l'esercito traditore armato dagli USA e persino ad accettare l'aiuto dei compagni cubani. Le limitazioni alla sovranità nazionale che ne sarebbero potute scaturire sarebbero comunque state per il popolo cileno e per lo stesso Allende di gran lunga meno traumatiche del colpo di stato USA-Pinochet. Con ciò non voglio affermare che sarebbe da preferire lo stalinismo nel metodo e nel merito, ma soltanto che il pacifismo e il rigoroso suicida rispetto delle pure e semplici formalità conduce non di rado alla sconfitta; un uso equilibrato della forza avrebbe forse evitato la deriva liberista che quasi tutto il mondo sta attraversando.
Sono convinto che sulla totale identificazione del Comunismo con Stalin e lo stalinismo da parte delle forze reazionarie si vuole sostenere una presunta superiorità storico-politico-morale del Capitalismo (considerato il miglior (anzi l'unico) sistema politico-economico possibile) rispetto al Comunismo, il che
è storicamente falso (persino nei confronti dello stesso Stalin e dello stalinismo, pur in presenza degli errori e degli orrori effettivamente avvenuti nel cosiddetto socialismo-reale). Sicuramente ben maggiori sono gli orrori del Capitalismo nelle vecchie e nelle nuove forme, dal Colonialismo al Neocolonialismo e nell'attuale fase ben definita dal prof. Giuseppe Carlo Marino "Mafia globalizzata".
 
http://www.facebook.com/note.php?note_id=462714944604&comments=

 Stalin di Salvatore Lo Leggio

Il "culto della personalità" tipico di tutte le dittature? Io eviterei la generalizzazione. Hitler, Mussolini, grazie ad un uso sapiente del mezzi di comunicazione, riuscirono ad ottenere l'amore dei propri sottoposti, non solo dei seguaci in senso stretto, ma anche di una gran parte del proprio popolo. Fu un vero lavaggio del cervello.
Per il fhurer c'erano ragazzi tredicenni che "si sacrificavano" felici anche negli ultimi terribili giorni della sconfitta, nella Berlino messa a ferro e a fuoco.
Per il duce non fu così. Tante cose ne avevano offuscato la luce: "l'amor di Petacci" e la collaborazione con i tedeschi occupanti, in primo luogo, oltre che la colpa suprema di aver condotto l'Italia in una guerra lunga e sanguinosa dopo aver promesso facile vittoria e pingue bottino. Eppure anche per lui, il giorno di Piazzale Loreto, non mancò la prova d'amore: a fronte delle tantissime e dei tantissimi che baciavano la terra che se l'era ripreso, c'erano altri, pochi ma non pochissimi, che lo piangevano come si piange un padre.
Tutto uguale dunque? Una dittatura vale l'altra?
Stupidaggini. A piangere Stalin non erano infatti solo i russi cresciuti e formati nel suo regime: erano davvero i popoli della terra. Io - ne ho scritto in un racconto autobiografico, un inedito che un giorno o l'altro posterò - ho un ricordo preciso, forse uno dei più remoti della vita (avevo 5 anni): nella sezione del Pci, al mio paese, vedevo piangere uomini e donne con un intensità che m'è rimasta impressa. E Stalin piansero non solo russi e italiani, ma neri, rossi e gialli in tutto il mondo. Perché? Perché era l'emblema della speranza dei poveri e degli oppressi, di una religione che non mobilitava (come il fascismo o come il nazismo) gli egoismi di nazione e di razza, ma che affermava l'uguaglianza e la giustizia tra tutte le donne e tutti gli uomini dell'intero pianeta. Perché era visto come l'uomo che, a Stalingrado, in condizioni terrificanti e indescrivibili, aveva guidato la riscossa contro il mostro che si stava impadronendo del mondo intero.
Era illusione? Frutto di una propaganda che usava l'internazionalismo proletario per avvantaggiare lo Stato russo e sovietico e l'oligarchia burocratica che lo reggeva? E' possibile, ma aveva comunque un segno diverso dai nazifascismi che confermavano l'oppressione. Conteneva un segno di liberazione. E per questo alle manifestazioni di artisti e poeti (anche a quelle poco riuscite, come questa di Alberti) con le quali volevano dare voce al dolore dei tanti operai e contadini che ebbero fede nel Baffone, l'uomo che aboliva l'ingiustizia, bisogna portare rispetto. (S.L.L.)

E' un ampio stralcio del commento di Salvatore Lo leggio a una poesia di Alberti sulla morte di Stalin. Ecco il link
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/06/stalin-non-e-morto-una-di-rafael.html 

 

origini lontane dell'antistalinismo (e antileninismo) ad oltranza:

da Wikipedia
Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.

A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.

Vedi anche:    Socialismo oltre il Novecento Bertinotti

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La nostra epoca ha sancito non la sconfitta del comunismo, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno.

pubblicata da Giuseppina Ficarra il giorno giovedì 8 dicembre 2011 alle ore 9.22
 
E' un invito alla lettura di questo libro, certamente lettura critica, e alla riflessione.

Giuseppina (inguaribilmente comunista).

Dall'introduzione di Adriana Chiaia al libro di Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista

Adriana Chiaia nella sua prefazione al libro ci ricorda tre questioni che ci sembrano dirimenti.

La risposta a certi critici

Nell’individuare nel revisionismo moderno la causa della temporanea sconfitta del socialismo, come fa anche l’autore del libro che presentiamo, non si intende affatto - come ci viene attribuito - affermare che la svolta impressa ad ogni aspetto della vita dell’URSS da Chruscev e dalla sua cricca revisionista rappresenti il subitaneo passaggio dal “paradiso all’inferno”. Si intende invece indicare, nella presa del potere dopo la morte di Stalin da parte della componente revisionista del PCUS, la vittoria di quest’ultima. Vittoria resa irreversibile anche dalla mancata reazione e mobilitazione della sinistra del PCUS. Il sistema socialista era talmente forte che dovettero trascorrere più di trent’anni perché, attraverso le riforme frettolosamente varate da Chruscev (che per questo perse il potere), attraverso il periodo di stagnazione economica e di paralisi politica sotto Breznev, attraverso l’inganno della perestrojka gorbacioviana, attraverso la conquista delle principali leve del potere da parte di Eltsin (l’uomo prescelto dagli Stati Uniti per portare a termine il lavoro), si arrivasse alla catastrofe finale con lo scioglimento del PCUS, la dissoluzione dell’URSS, la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti e la completa restaurazione del capitalismo.

 Sono dunque pretestuosi gli argomenti dei nostri critici. Sono piuttosto essi stessi che dovrebbero rivedere la loro analisi del processo che ha portato agli esiti rovinosi che nemmeno loro mettono in discussione. Essi, rifiutando l’interpretazione della realtà mediante la categoria del revisionismo (che addirittura banalizzano ponendolo alla stregua del “burocratismo”, chiave interpretativa di ogni male da parte dei trockijsti), fanno invece risalire le cause dell’attuale catastrofica situazione dell’ex URSS all’arretratezza atavica della società russa, agli errori, ai limiti della transizione al socialismo, “incompiuta”, secondo alcuni di loro o addirittura mai realizzata, secondo altri. Essi stabiliscono cioè una continuità, tra il prima e il dopo XX Congresso, invece di individuare in esso un punto di rottura della linea politica difesa dalla Direzione del Partito sotto la guida di Lenin e di Stalin attraverso aspre lotte, linea politica che ha permesso lo straordinario sviluppo dell’Unione Sovietica nel campo economico, politico e culturale e la sua vittoria sul nazismo. Nella loro concezione evoluzionistica, essi negano di fatto l’esistenza della lotta di classe durante il socialismo, lo scontro tra le due vie, tra le due opposte concezioni, teoria che ha trovato la sua forma più compiuta nell’elaborazione di Mao Zedong, grazie anche alla lezione dell’esperienza dell’Unione Sovietica.

La sconfitta del revisionismo

La storia ha decretato la sconfitta del revisionismo moderno. Ha decretato la sconfitta dei revisionisti (cioè della nuova borghesia) installatisi al potere nei paesi ex socialisti, nei quali si è dimostrata l’impossibilità di restaurare il capitalismo per via pacifica, senza provocare il disastro politico, economico e sociale in cui sono sprofondate le loro popolazioni. Ha decretato la sconfitta dei revisionisti alla guida dei partiti comunisti nei paesi capitalisti. Malgrado il loro peso numerico e la loro influenza nella società, si è dimostrata l’impossibilità del passaggio al socialismo “per via parlamentare e pacifica” e non solo, con l’accentuarsi della crisi economica generale del capitalismo che ha esaurito la fase dello sviluppo produttivo delle imprese (il boom economico del dopoguerra), si sono chiuse le strade riformiste per l’ottenimento di concessioni economiche e sociali per i lavoratori. Per questi ultimi si è verificata, al contrario, la perdita delle principali conquiste strappate alla borghesia capitalista.

 La nostra epoca quindi ha sancito non la sconfitta del comunismo, come viene proclamato ai quattro venti, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno.

Concetto basilare, sostenuto da Ludo Martens nella sua introduzione e ribadito nel suo libro, dove si dimostra come le posizioni delle forze revisioniste, che hanno preso il potere in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, vengano da lontano, discendano da quelle del vecchio revisionismo dei Bernstein e dei Kautsky e siano le stesse sostenute dalle correnti socialdemocratiche e mensceviche che hanno avversato le idee e la pratica politica di Lenin, prima e durante la Rivoluzione d’Ottobre. Sono le stesse idee che, dopo la vittoria di questa, sotto le varie forme dell’opposizione di destra (buchariniani, zinov’evisti) e di pseudo-sinistra (trockijsti, socialisti-rivoluzionari) hanno reiteratamente tentato di deviare dalla giusta strada le scelte politiche del Partito Bolscevico, l’esercizio del potere proletario nella Repubblica socialista sovietica, e la costruzione del socialismo negli anni Venti e Trenta

Un invito ai lettori più giovani

Qui ci sembra opportuno aprire una parentesi rivolta ai nostri lettori, specialmente ai più giovani, per invitarli a non respingere con un senso di fastidio quelle che possono sembrar loro noiose diatribe tra personaggi del passato. Il loro rifiuto deriva dal disinteresse e spesso dal disgusto che essi giustamente provano nei confronti del “teatrino della politica”, sul palcoscenico del quale si agitano, in polemica tra loro, i soliti personaggi, mossi da interessi personali, di parte o da esigenze elettorali. Personaggi e polemiche che appaiono anni luce distanti dai bisogni, sentimenti e aspirazioni della stragrande maggioranza della popolazione. Questa estraneità nei confronti della “politica” è la conseguenza del fatto che, negli Stati ad ordinamento democratico borghese, le ferree leggi insite nella natura (nel modo di produzione) del sistema capitalista nazionale ed internazionale pongono limiti e vincoli invalicabili all’agire delle forze politiche, sia governative che parlamentari, comprese quelle delegate a rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. La componente parlamentare di “sinistra” nei paesi capitalisti è quindi stretta nella morsa tra l’opportunistica collaborazione e la sterile opposizione nei confronti dei cosiddetti “poteri forti”.

Profondamente diversa è l’importanza delle lotte ideologiche, dei contrasti e degli scontri politici di cui ci stiamo occupando. Si tratta del confronto di teorie che si materializzano nel movimento rivoluzionario delle masse e che ne condizionano il cammino. In un contesto rivoluzionario e di esercizio del potere proletario è determinante che prevalga una teoria o l’altra, che si imbocchi l’una o l’altra via.

I due capitoli del libro che presentiamo, dedicati all’industrializzazione e alla collettivizzazione in Unione Sovietica negli anni Trenta fanno comprendere il senso di questi contrasti, innervati nella realtà di classe e nello scontro tra le classi. I nostri giovani lettori capiranno allora che quelle che consideravano vane diatribe tra personaggi in gara per il potere sono in realtà lo specchio, sul piano teorico, dei diversi e spesso opposti interessi delle classi di cui gli individui (soprattutto interni alla direzione del Partito e dello Stato) sono, consapevolmente o no, i rappresentanti e che il prevalere dell’una o dell’altra posizione politica, dell’una o dell’altra concezione del mondo è di interesse vitale per l’una o l’altra classe.

Per questo motivo li invitiamo ad una lettura particolarmente attenta dei suddetti capitoli. Essi riguardano l’arco di tempo successivo alla ricostruzione, il periodo dell’attuazione del primo piano quinquennale, della realizzazione delle grandi infrastrutture, base indispensabile dello sviluppo industriale, del ritmo accelerato impresso allo sviluppo dell’industria e del primo movimento di massa dei contadini verso l’agricoltura collettiva.

Nel suo discorso per il XII anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin disse:

«L’anno trascorso ha dimostrato che, malgrado il blocco finanziario, ammesso o nascosto, dell’URSS, noi non ci siamo consegnati alla mercé dei capitalisti, e che noi abbiamo risolto con successo, con le nostre proprie forze, i problemi dell’accumulazione, gettato le basi dell’industria pesante. È ciò che ormai non possono negare anche i nemici giurati della classe operaia.»

Ed ecco come descrive questa svolta decisiva dell’economia sovietica l’insigne economista di Cambridge Maurice Dobb:

«La situazione che l’economia sovietica aveva raggiunto era caratteristica di una di quelle fasi cruciali del processo storico nelle quali, qualora si voglia andare avanti, rapidamente o no, lungo una determinata linea di sviluppo, bisogna farlo nell’impeto di uno slancio iniziale; in questi momenti le forze d’inerzia che si sono accumulate e cristallizzate nel corso di un’intera epoca storica devono essere superate dall’urto di questo improvviso movimento; altrimenti esse ritarderanno e devieranno il corso del movimento stesso per molti decenni. In quel momento il processo di escavazione deve lasciare il passo a un assalto improvviso e subitaneo.» Il 1929 segnava infatti la fine del periodo 1926-1929 nel quale si erano dovute superare le principali difficoltà relative all’accumulazione in un paese che non poteva evidentemente contare sullo sfruttamento delle colonie, fonte principale dell’accumulazione primaria dei paesi capitalisti, né su prestiti a lungo termine da parte di questi o del sistema bancario mondiale. Inoltre quegli anni, come già detto, erano stati segnati da aspre lotte di classe nella società e dal loro riflesso all’interno del Partito, che aveva dovuto combattere contro le posizioni capitolarde del blocco trockijsta-zinov’evista e le posizioni opportunistiche della destra buchariniana. Il sostegno determinante al Partito era venuto dalla classe operaia. Dai lavoratori d’assalto: gli udarniki e gli stachanovisti, i quali, nell’agricoltura e nell’industria, si erano impegnati nell’emulazione socialista e che, con il loro slancio e il loro entusiasmo, avevano sostenuto il titanico sforzo.

Abbiamo ritenuto importante richiamare l’attenzione dei nostri lettori sul contenuto di questi capitoli, per la completezza e la complessità del vasto affresco, con le sue luci e le sue ombre, attraverso cui l’autore dipinge l’epica impresa della trasformazione di un paese arretrato, la cui economia era essenzialmente basata su un’agricoltura frammentata e primitiva, su un’industria sottosviluppata, priva di tecnologie moderne, di un paese ricco di risorse energetiche, ma privo di capitali e infrastrutture per poterle sfruttare, in un paese industrialmente avanzato. In questi capitoli è puntualmente descritta quella che chiamiamo fase di transizione di una società socialista, cioè del passaggio dalla società capitalista alla società comunista. In essi, con il metodo marxista del materialismo dialettico, si illustra l’essenza di questa fase, non lineare e pacifica, ma segnata da dure lotte di classe nella società e all’interno del Partito, da aspre contrapposizioni tra inconciliabili concezioni teoriche e politiche. Dalla lettura di queste pagine si ricava un resoconto puntuale e non agiografico della realtà. Si mettono in rilievo, da un lato, la partecipazione entusiasta della classe operaia e dei contadini poveri, ma anche le contraddizioni al suo interno: i volontarismi, gli eccessi, i ritardi, gli errori e le relative rettifiche, lo spontaneismo delle masse e il ruolo di direzione del Partito. E, dal lato opposto dello schieramento di classe, si evidenziano i sabotaggi, i delitti, la corruzione, il formalismo e l’inefficienza. Ci viene offerta cioè la descrizione “sul campo” di una fase in cui sono presenti sia i “germi di comunismo”, come li chiamava Lenin, che le tare della vecchia società capitalista. Nel quadro delle contraddizioni tra i nuovi e i vecchi rapporti di produzione, viene messa in risalto l’accanita resistenza della borghesia che non vuole morire e che - con le armi, gli intrighi, puntando sull’ignoranza, sulla forza delle abitudini, sui pregiudizi e sulle superstizioni delle masse più arretrate - cerca di soffocare lo sviluppo economico, sociale e morale della nuova società che nasce, ancora imperfetta, ma che prelude alla società comunista.

Nei capitoli dedicati al “genocidio della collettivizzazione” e a “l’olocausto degli Ucraini”, Ludo Martens affronta due temi, che furono e sono il cavallo di battaglia della propaganda della borghesia imperialista e di quella revisionista per descrivere gli “orrori” del comunismo ed in particolare del “terrore” staliniano. Con un paziente e puntuale lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze, l’autore smonta le operazioni di intossicazione dell’informazione e ne svela i meccanismi perversi. Una tra tutte, a mo’ di esempio, la montatura riguardante la carestia degli anni 1931-32 per mezzo della quale Stalin (c’è sempre una personalizzazione in queste accuse) avrebbe volontariamente sterminato gli Ucraini. Si legga (alle pp. 141-143) l’ignobile vicenda di un falso reportage di un falso giornalista e dell’uso truffaldino delle immagini della carestia del 1921-22.

Già allora quella sciagura, che aveva colpito la giovane Repubblica sovietica russa, era stata addebitata al “fallimento” del socialismo, come ricorda Lenin: «... Poi abbiamo avuto la carestia. E questa per i contadini è stata la prova più dura. È ben naturale che allora tutti all’estero gridassero: “Eccoli, i risultati dell’economia socialista!”. Ed è del tutto naturale che essi tacessero che la carestia, in realtà, era un orribile risultato della guerra civile.»

È del tutto naturale che il nemico ci attacchi, ma non possiamo esimerci dall’alzare la nostra voce per ristabilire la verità. Puntigliosamente e scientificamente l’autore dimostra la falsità delle cifre sparate dai detrattori professionali del socialismo, del genere di Robert Conquest, denuncia le origini naziste della propaganda anticomunista maccartista (nel secondo dopoguerra, gli USA raccolsero il testimone della propaganda nazista), ridimensiona il numero dei kulaki fucilati in seguito alle condanne per atti di terrorismo nelle campagne e dei morti in conseguenza della deportazione nei campi di lavoro. Per quanto riguarda il “genocidio” degli Ucraini, dimostra come i dati statistici possano essere manipolati, applicando lo stesso metodo alle variazioni della popolazione in una provincia del Canada (p. 148). Infine rivela la vera origine della carestia del biennio 1931-1932, dovuta a cause naturali (siccità) e a nuove difficoltà nel processo di collettivizzazione. Carestia che peraltro fu affrontata con grande efficienza e con un sollecito aiuto alle popolazioni colpite, da parte del governo sovietico che disponeva di ben altre risorse rispetto al 1921.

http://www.pasti.org/stalin11.html  

http://www.facebook.com/groups/161542447270131/189684224455953/#!/notes/giuseppina-ficarra/la-nostra-epoca-ha-sancito-non-la-sconfitta-del-comunismo-ma-il-fallimento-defin/10150446109959605

vedere anche: Intervento di Aldo Bernardini alla presentazione del libro di Martens a Roma il 7 novembre 2005 http://www.pasti.org/bernar27.html 

 

  Lenin e la democrazia Lettere agli operai d’Europa e d’America
nota pubblicata da Giuseppina Ficarra il giorno martedì 29 novembre 2011 alle ore 8.58
 
Lenin  e la democrazia  Lettere agli operai d’Europa e d’America

Lasciate che i pedanti o coloro che sono inguaribilmente imbevuti di pregiudizi democratici borghesi o parlamentaristici scuotano la testa, perplessi, davanti ai nostri Soviet, indugiando, per esempio, sull'assenza di elezioni dirette! …..

Il parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l'agitazione, per l'organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi che la storia mondiale ha posto all'ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come "democrazia" in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, sino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato. (n.d.r. dedicato a chi pensava "che era un obbiettivo legittimo costruire, da parte di soggetti terzi, diversi dal popolo libico, una Libia “democratica”",  ignorando volutamente l'esistenza della Jamahirya libica della quale si poteva e si doveva parlare, anche per evidenziarne aspetti positivi. Dedicato a chi anche a sinistra ha manifestato a Roma sotto la bandiera del re Idris)

 

Lettera agli operai d'Europa e d'America

Pubblicato il 24 gennaio 1919 sull'Izvestia n° 16 e sulla Pravda n° 16

 http://www.marxists.org/italiano/lenin/1919/americani/americani.htm#p2  -      

 

Lettera agli operai americani

Pravda n° 178, 22 agosto 1918.

   http://www.facebook.com/#!/note.php?note_id=10150426242244605             

http://www.facebook.com/#!/giuseppina.ficarra?sk=notes&s=10                                           _____

A PROPOSITO DI NON VIOLENZA

nota pubblicata da Giuseppina Ficarra il giorno sabato 17 dicembre 2011

http://www.facebook.com/#!/notes/giuseppina-ficarra/a-proposito-di-non-violenza/10150469691989605     

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Da Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal mito
Laterza (Biblioteca Universale Laterza 635), Roma-Bari 2010, pp. 287, € 22,00 [ISBN 978-88-420-9246-9]

Recensione di Maurizio Brignoli – 02/01/2011

Filosofia politica

Se per tutto un periodo storico la critica della violenza si è intrecciata alla critica dell'espansionismo coloniale, oggi "la proclamazione dell'ideale della non-violenza va di pari passo con la celebrazione dell'Occidente, che si erge a custode della coscienza morale dell'umanità e si ritiene pertanto autorizzato a scatenare destabilizzazioni e colpi di Stato, nonché embarghi e guerre 'umanitarie', in ogni angolo del mondo" (pp. 239-40).

Sul tema della violenza tre 'grandi narrazioni' si sono scontrate nel corso del novecento: l'intervento degli Usa nella prima guerra mondiale come strumento per la diffusione universale della democrazia e la realizzazione della pace perpetua secondo la dottrina di Wilson; l'abbattimento rivoluzionario dell'imperialismo che avrebbe posto fine alle guerre teorizzato da Lenin; la creazione di un mondo privo di violenza a partire dal trionfo del principio morale e religioso proclamato da Gandhi. Oggi, secondo Losurdo, l'unica 'grande narrazione' ancora vitale sul piano politico, capace al contempo di utilizzare il tema di Gandhi in funzione completamente subordinata, è quella di Wilson. Con la sconfitta della rivoluzione francese e poi di quella d'ottobre si è verificato un fenomeno di riduzione dell''universalità', ristretta oggi all'ideologia della missione imperiale. La categoria di 'nazione eletta da Dio' che caratterizza l'ideologia imperiale statunitense non è però universalizzabile. (Puoi leggere tutto l'articolo qui: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2011-02/losurdo.htm)

 Dall'intervento di Fausto Bertinotti (prima della grande svolta!!!!) a Venezia il 13 dicembre 2003 in occasione del
Convegno sul problema storico e politico delle Foibe 
 
(http://www.spazioamico.it/terrorismo%20scheda%201.htm)

Raniero La Valle Roma, 9 gennaio 2004  da "Liberazione"

La guerra è sempre stata un orrore. Ma perché oggi apre una crisi di civiltà e può risolversi in catastrofe? Perché la guerra oggi è rimasta prerogativa di una parte sola, anzi di una sola potenza. Gli Stati Uniti, per stabilire la loro sovranità universale, si sono riappropriati della guerra, ma nello stesso tempo l'hanno resa a tutti gli altri impossibile. Creando e gloriandosi di avere una potenza militare senza pari e quale mai si è avuta nella storia, inventandosi una guerra dove si dovrebbe morire da una parte sola, affidandosi ad armi intelligenti e maneggiate da lontano, e sprigionando una superiorità schiacciante su qualsiasi avversario, hanno reso la guerra, fatto di per sé essenzialmente dialettico, per chiunque altro impossibile. Chi osa resistere loro in guerra fa la fine della Yugoslavia, dell'Afghanistan, dell'Iraq. Le sole guerre che sono ancora possibili sono quelle tra poveracci, le cosiddette guerre dimenticate. Ma con l'America non c'è partita, se la partita è la guerra.

E allora se la guerra è stata resa impossibile, il suo surrogato è il terrorismo. Non potendo ricorrere al terrorismo principale, che è la guerra, che si combatte con armi pubbliche (publicorum armorum contentio), si ricorre al terrorismo secondario, che si combatte con "armi private". Il terrorismo è la guerra degli sconfitti, che non vogliono continuare ad essere sconfitti, e che sperano di non essere più oltre sconfitti.  

La svolta: "Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.

A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.(http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_della_Rifondazione_Comunista)

Come ho ricordato altrove oggi  Liberazione non usa più ricordare la Rivoluzione d‘ottobre.

Inoltre nel documento approvato dell'VIII congresso di
Rifondazione comunista nessun riferimento a Marx, Lenin e neanche
alla rivoluzione d'ottobre (*).
Giuseppe Carlo Marino Il ricordo di quella gloriosa rivoluzione sta nella memoria del migliore Novecento. L'oscuramento di questo ricordo è, paradossalmente, un indicatore dell'imbarazzata mala fede dei nuovi poteri di capitalismo globalizzato.
8 novembre 2010 alle ore 20.06

Tutto in nome della non violenza???!!!!  vedi anche La “svolta non-violenta” del PRC

Da L'ERNESTO

La non-violenza e le sue astratte agiografie dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale

La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne di Leonardo Pegoraro

Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta” non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”. Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.

In questa sede molti compagni sollevarono anzitutto un problema di metodo, in relazione al fatto che il convegno di San Servolo era stato organizzato “a senso unico” e aveva volutamente rifiutato un confronto tra tesi diverse3. Misero poi in luce la confusione derivante da un continuo cambiamento dell’oggetto del dibattito che, a seconda dell’esigenza della polemica, passava da un’assolutizzazione nel tempo e nello spazio dell’ideologia e della pratica non-violente a «considerazioni politiche abbastanza ovvie sulla necessità di rifiutare l’uso della violenza “qui ed ora”». Il tutto accompagnato da un confuso intreccio tra il tema della violenza e quello del potere, come se l’una coincidesse automaticamente con l’altro e viceversa4.

Ma a risultare, se possibile, ancora più oscuro e surreale era l’urgenza con cui la maggioranza del PRC voleva imprimere al partito questa “innovazione” culturale, come se in Occidente fosse all’ordine del giorno la presa del “Palazzo d’inverno” da parte degli oppressi. E rivendicando oltretutto «come originali» risultati che in realtà erano stati «da tempo acquisiti» e «come proprie pensate» temi che erano ormai «a dir poco classici», da tempo ampiamente metabolizzati «dalla cultura del movimento operaio» grazie anche alla preziosa lezione gramsciana5.

Al convegno de l'Ernesto, l’urgenza di questa “svolta” ideologica veniva così interpretata da molti interventi come il frutto di una strumentale esigenza politica: la maggioranza bertinottiana stava cercando di operare da un lato un «aggiustamento della collocazione» del partito rispetto al movimento no global e, dall’altro, di lanciare ai settori moderati del paese un visibile segnale di «omologazione», «in vista di un accordo organico di governo nel 2006» (con la conseguente integrazione subalterna del partito nell’Ulivo). Finalità tattiche, queste, che avrebbero però potuto sconfinare sul piano della dimensione strategica, con il rischio di aprire la strada ad un cambiamento genetico del partito e, di conseguenza, ad una «nuova identità, con tutto ciò che ne deriva in termini di interlocutori sociali, modalità di lotta politica e retroterra culturale». Un’identità politica non più volta a un radicale superamento del capitalismo ma compatibilmente volta, tutt’al più, a contrastarne gli effetti, per così dire, più «odiosi» e selvaggi6. Insomma, questa “innovazione” si preannunciava come una tappa fondamentale di un (forzato) processo di decomunistizzazione in atto nel PRC ad opera della sua stessa maggioranza.

Due diverse scuole di pensiero a confronto: idealismo vs. materialismo storico  CONTINUA              vedi anche qui

http://domenicolosurdo.blogspot.com/2010/11/una-recensione-della-non-violenza.html

http://www.sinistrainrete.info/archivio-documenti/1110-leonardo-pegoraro-la-non-violenza-e-le-sue-astratte-agiografie-dal-lpiccolo-giocor-del-prc-al-lgrande-giocor-internazionale

 (*) Lo Leggio Salvatore la Rivoluzione d'Ottobre fu una tra le meno violente della storia. La violenza venne dopo: soprattutto dai Bianchi, in parte consistente mercenari stranieri, e dal loro terrore anticomunista. L'Armata Rossa condusse una guerra eminentemente difensiva.