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  Note in fb di  G.F.       La giornata della memoria      L'era di Stalin          COMUNISMO       HOME

Il superamento dell'anti-stalinismo presupposto importante per il futuro del movimento comunista

"Per molto tempo il revisionismo venne contrabbandato come difesa corretta del marxismo e del leninismo dall'interpretazione fattane da Stalin. Solo alla fine dell'opera di distruzione dell'URSS, Gorbaciov rivelò la sua ammirazione per la socialdemocrazia, manifestando così la sua vera natura anti marxista e antileninista.

Ancora oggi molti che si definiscono comunisti, ci tengono a sottolineare il loro essere contro Stalin, non rendendosi conto di essere prigionieri della propaganda di odio scatenata dalla borghesia contro il comunismo.
Noi crediamo che l'antistalinismo sia solo apparentemente diretto contro la persona di Stalin, mentre in realtà esso mira all'esistenza stessa del movimento comunista, e allora la nostra scelta è stare dalla parte di Stalin o con Kruscev, Gorbaciov e altri come loro? Il futuro del movimento comunista dipende anche dalla risposta a questa domanda".
http://www.aginform.org/stalin15.html

"Dobbiamo aver chiaro che, nella lotta contro l’antistalinismo, solo in apparenza si tratta della persona di Stalin, nella sostanza si tratta invece dell’esistenza stessa del movimento comunista: restiamo, come Marx e Engels, Lenin e Stalin, fermamente ancorati alla realtà della lotta di classe oppure ci spostiamo, al pari degli antistalinisti Chruščёv, Gorbačëv e dei loro simili, sul terreno della riconciliazione con l’imperialismo?
Qui sta la questione, dalla cui risposta dipende il destino del movimento comunista. E poiché il problema può trovare una soluzione giusta solo se viene espulso il veleno revisionista in tutte le sue forme e manifestazioni, il movimento comunista deve vincere nelle proprie file anche l’antistalinismo.”
qui

Le rivoluzioni sono la locomotiva della Storia (K.Marx)
Le inestimabili opere degli scrittori marxisti in italiano!

Tutte le pagine a cui rimando in questa scheda sono da leggere e studiare con spirito critico!! Eventuali dibattiti possono avere luogo proficuamente su facebook!                                                                        documenti     
                                                                                 Antologia di testi su Stalinismo e antistalinismo
CONTRO IL REVISIONISMO
La grande congiura contro l'Urss
di Michael Sayers e Albert E. Kahn
Trotsky dal sito scintillarossa
Stalin Opere

SVOLTA ANTILENINISTA E ANTISTALINISTA DEL PRC  
III INTERNAZIONALE COMUNISTA
 
    Stalin: cenni biografici

Trotsky
GRAMSCI

 

UNO STRAORDINARIO EMOZIONANTE DOCUMENTO:

IL RIMORSO DI UN DISSIDENTE: ALEKSANDR ZINOVIEV SU STALIN E LA DISSOLUZIONE DELL’URSS  qui anche  qui

Antistalinismo e anticomunismo *****

Associazione Stalin da consultare
 *****

La controrivoluzione in URSS qui  qui e qui

A TUTTI VOI COMPAGNI SEMPRE :SENZA TREGUA   La RISCOSSA   e  AURORA PROLETARIA!!!!!!

CHI ERA KRUSCIOV  QUI  qui e qui

"COME UCCIDERE UN ELEFANTE CON UN AGO" ***** qui e qui
 

confutazione la teoria del social fascismo anche su fb

Gorbaciov va incriminato

per alto tradimento

 

                          https://aurorasito.wordpress.com/2016/02/24/come-gorbaciov-tradi-lurss/   

Gorgaciov non tenne conto del referendum con cui il popolo sovietico aveva votato per la conservazione dellìUnione Sovietica. qui

Un sito da consultare: http://www.communisme-bolchevisme.net/Le_bugie_sull_URSS_al_tempo_di_Stalin.htm

Originariamente, il partito bolscevico, pur avendo un'organizzazione ben precisa, non aveva un dirigente generale vero e proprio. Si riconosceva nelle idee e nell'azione del grande leader bolscevico Lenin, che però era soltanto presidente del Consiglio dei commissari del popolo dell'URSS. La carica di segretario generale venne invece creata dall'XI Congresso del Partito nel 1922, ed il primo a ricoprirla fu Stalin per espresso desiderio di Lenin e appoggiato anche dalla gran parte del gruppo dirigente preoccupato per il prestigio popolare acquisito dal fondatore dell'Armata Rossa, sul quale pesavano però alcune notevoli divergenze politiche. Stalin era la sola persona membro del Comitato centrale, dell'ufficio politico, dell'ufficio organizzativo e della segreteria del partito!

Furr-Bobrov, un altro studio sulla falsità delle 'rivelazioni' degli anni di Kruscev

Stalin: la chiave del secolo  di Aldo Bernardini

IL DOGMA INCARTAPECORITO DELL’ANTISTALINISMO E IL LIVORE DI LIBERAZIONE di Aldo Bernardini

UDITE UDITE FIN DOVE PUÒ ARRIVARE IL FARISEISMO di certi pseudo comunisti!!! anche qui
Su Rifondazione comunista: "Oggi, infatti, conosciamo un modo per liberarci del capitalismo senza violenza rivoluzionaria"!!!! nota di giuseppina ficarra

Gorbaciov agente della CIA Aleksandr Zinoviev  (aleksandr zinoviev wikipedia)

https://aurorasito.wordpress.com/2015/11/23/gorbaciov-agente-della-cia/
 

Un anti-necrologio per il defunto Robert Conquest di Grover Furr vedi anche qui
Robert Conquest risulta aver lavorato per l'Information Research Department (Ird), da quando venne istituito fino al 1956.

Arthur Koestler "Ha été l’un des plus importants agents et conseillers de l’IRD" qui

Anna Luise Strong: L’era di Stalin
L’era di Stalin è un libro utile per conoscere in “presa diretta” la realtà quotidiana, le contraddizioni, i problemi, le finalità di quella straordinaria avventura che è stata la costruzione del socialismo in Unione Sovietica ad opera del Partito Comunista bolscevico guidato da Stalin.

"La quinta colonna in Russia In uno studio retroattivo" 1941 da Missione a Mosca di J.E. Davies ambasciatore a Mosca 
Senza la certezza che prima o poi sarebbe stata scatenata contro l’Unione Sovietica l’aggressione fascista, non ci sarebbero stati i processi di Mosca né le "epurazioni" draconiane, che furono posti in essere al fine di evitare che si formasse nel paese una quinta colonna.
BERTOLT BRECHT ha lumeggiato molto bene questo nesso quando ha scritto
"I PROCESSI SONO UN ATTO DI PREPARAZIONE ALLA GUERRA"

"Alla vigilia della seconda guerra mondiale, l' Unione Sovietica era l' unico grande paese a non avere una quinta colonna nazifascista al suo interno. Questo grazie ai processi del 37-38. Stalin aveva il cuore troppo tenero: doveva far fuori Trockij qualche anno prima, visto che aveva capito di che pasta fosse fatto !" Fr. Pappalardo

vedi anche
"Stalinismo" : alcune osservazioni sui processi di Mosca

L’ASSALTO DEL TERZO REICH NAZISTA FU DELIBERATAMENTE FOMENTATO DAI GOVERNANTI STATUNITENSI E INGLESI IN QUANTO BASTIONE EUROPEO  CONTRO LA DIFFUSIONE DEL COMUNISMO. qui e qui

 OPERE COMPLETE DI STALIN
https://paginerosse.wordpress.com/2013/01/03/dal-11-volume-delle-opere-complete-di-g-stalin-edizioni-nuova-unita-prefazione/   

Non si può parlare di ripresa del movimento comunista senza sciogliere il nodo dell'antistalinismo!   NOTA DI g.f.10 LUGLIO 2014  COMMENTI di M. F. Crapisi, Marino,... vedi anche qui

   IL TESTAMENTO POLITICO E FILOSOFICO DI STALIN "Il marxismo e i problemi della linguistica" - "Problemi economici del socialismo nell’URSS"Intervento presentato al convegno di Napoli su "I problemi della transizione al socialismo in URSS" (21-23 nov 2003) da Hans Heinz Holz su fb  vedi documenti 1

Il complotto contro la rivoluzione russa    parte

Tutte le falsità del XX congresso del PCUS di Grover  Furr -e qui anche qui e su fb  ****   vedi anche 2  brevi sintesi  Intervista a Grovel Furr del 18 Luglio 2006

Recensione di "Krusciov e la dissoluzione dell'URSS" di Mikhail Kilev, 2005,

 La transizione al socialismo in Italia (e Gramsci)di Amedeo Curatoli

 Intervista a Grover Furr su Stalin anche qui 

  Grover Furr : Perchè Kruscev ha attaccato Stalin?

   PERCHE' KRUSCEV E' CADUTO  Mao PCC

   Il rapporto Kruscev

La strage di Katyn: una menzogna anticomunista di Grover Furr   e qui 

https://paginerosse.wordpress.com/2015/05/01/intervista-di-russia-insider-a-grover-furr-sulle-fosse-di-katyn%E2%80%8F-stalin-non-e-colpevole-del-maggiore-crimine-di-guerra-addebitatogli-katyn-lo-storico-revisionista-grover-furr-soll/   

UNA FALSITA' STORICA "Stalin ha eliminato il 75 % della vecchia guardia bolscevica" G.Apostolou

RITR ATTAZIONE di Kruscev esattamente un anno dopo il famoso Rapporto segreto contro Stalin  qui

Togliatti: intervista a Nuovi Argomenti   vedi anche Il rapporto segreto  (e reazioni di Togliatti)
  Una bella sintesi di  Ludo Martens Stalin Un altro punto di vista. 27.05.2013 *** anche  qui e su fb
     
http://www.pickline.it/2013/03/16/stalin-un-altro-punto-di-vista-sintesi-del-libro-di-ludo-martens/5001   

  Stalin, un nemico del culto della personalità  anche qui

   La contraffazione del "Testamento di Lenin" di V. A. Sakharov  anche qui

   E' del testamento che bisogna dubitare nota di Giuseppina Ficarra su fb anche qui

   Come precipitare un dio all'inferno  Il rapporto Chruscev  anche qui ***
    
Un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano»
      
La Grande guerra patriottica e le «invenzioni» di Chruscév qui

       le «deportazioni in massa di intere popolazioni» qui
      
Il culto della personalità in Russia da Kerenskij a Stalin
    
  Una serie di campagne di disinformazione e l'operazione Barbarossa  
Stalin e la grande guerra patriottica Le accuse del rapporto Kruscev
http://www.associazionestalin.it/losurdo.html  (
ritrattazione di Kruscev)

  Va di moda presentare la Rivoluzione d'Ottobre come un evento da cui Stalin sarebbe stato del tutto estraneo.

Stalin Problemi della pace (Edizioni di Cultura Sociale, 1953)

NEL 60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI STALIN di Amedeo Curatoli 19.3.2013 anche qui e qui

Le bugie sull'URSS al tempo di Stalin  anche qui

  1937: "Grande terrore" o grande menzogna? di S.V. Christenko da Resistenze.org
 
"i bucharinisti e i trotskisti, stando a quanto emerse dagli atti, costituivano già da tempo un'unica banda di nemici del popolo, camuffata da "blocco trotskista di destra". I processi dimostrarono che i banditi trotskisti-bucharinisti eseguivano gli ordini dei loro padroni, ossia dei servizi segreti stranieri borghesi. Si erano posti l'obiettivo di distruggere il partito e lo stato sovietico, di sabotare le capacità difensive del paese, di favorire l'intervento militare straniero, di preparare la sconfitta dell'Armata Rossa, lo smembramento dell'URSS, l'azzeramento delle conquiste degli operai e dei contadini colcosiani, la restaurazione della servitù capitalistica".

  A proposito del rapporto di Chruscev e dei processi di Mosca nota di G.F. 30/3/2014  su fb
     con Estratti del libro Missione a Mosca di J.E. Davies ambasciatore a Mosca 

  da Missione a Mosca di J.A.Davies alcune osservazioni con riguardo ai processi di Mosca. di Giuseppina  Ficarra · 11 aprile 2014

Breve Nota su “ IL SECOLO BREVE”,l’ennesima operazione d’inganno- Etnocentrismo, russofobia e impulso anticomunista di Eric J. Hobsbawm 

  Il piano inclinato di Adriana Chiaia Estratto dal saggio introduttivo di Adriana Chiaia a La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler di Kurt Gossweiler, Zambon editor (Nel 90° anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, aderente all’Internazionale comunista)

  Scritti di Sandro Pertini sull'URSS e Stalin

Sandro Pertini commemora Giuseppe Stalin  anche qui

  Alcune verità sulla storia sovietica
     le opere di Conquest, Medvedev, Bettanin e Solzhenitsin sono state scritte e pubblicate prima dell’apertura degli archivi dello stato sovietico quindi non fondate su adeguata documentazione.

   LE PURGHE NEL PARTITO COMUNISTA SOVIETICO NEGLI ANNI ‘30 Parte I

    Pochezza del bordighismo di Valter Rossi

Non cadiamo nella falsa analisi di cosiddetto conflitto "interimperialistico" di
Spartaco Josif Dell'Acciaio

PUTIN, LA RUSSIA E LA DESTRA EUROPEA, ...
di Giulietto Chiesa

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=163350664068461&id=100011805847766&pnref=story

 

                                                   OPERE di STALIN

                      Stalin Joseph  Materialismo Dialettico e Materialismo Storico

                      Stalin Il marxismo e la linguistica
 

  Togliatti «Invocò la repressione in Ungheria e favorì la caduta di Kruscev» 11.5.2014 nota di G.F

   Non si può parlare di ripresa del movimento comunista senza sciogliere il nodo dell'antistalinismo! 11.7.2014  nota di G.F.

"Soltanto persone politicamente cieche o molto ingenue hanno potuto non accorgersi che i Chruščёv ed i Gorbačëv con le loro accuse contro Stalin non sono stati guidati da sentimenti di ripulsa nei confronti di ingiustizie e azioni disumane. Se invece così fosse stato, essi avrebbero posto sotto accusa l’imperialismo e i suoi esponenti, almeno con quell’accanimento che hanno dimostrato nei confronti di Stalin. Ma è accaduto il contrario: il tratto più rilevante della loro politica è stato quello di guadagnarsi la fiducia dell’imperialismo, nonostante i suoi crimini sanguinosi contro l’umanità!"  qui

Dall'"eurocomunismo" all'opportunismo di oggi  

   LA COSTRUZIONE DEL SOCIALISMO IN URSS E IL RUOLO DI STALIN
http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=3578624#entry43158959 
vedi qui

"La quinta colonna in Russia In uno studio retroattivo" 1941 da Missione a Mosca di J.E. Davies  ambasciatore a Mosca 

  A proposito di gulag  anche qui

  Convegno nazionale "Con Stalin per il socialismo 1953-2013"   Firenze 17/03/2013

   Una bella descrizione di Stalin di Maria Felicia Crapisi  28.6.2014 anche qui

 

                                                         GRAMSCI

L'OBBROBRIOSA MANIPOLAZIONE AI DANNI DI UN GRANDE COMUNISTA di Amedeo Curatoli

Gramsci e Stalin: un pò di verità sui “Quaderni dal carcere” e sulle presunte rivalità tra i due di Aldo Bernardini   http://lanostralotta.org/?p=292 anche qui

  LA CINICA STRUMENTALIZZAZIONE RIFORMISTA DI ANTONO GRAMSCI di Amedeo Curatoli

     Gramsci bolscevico anche qui

La lezione di Concetto Marchesi, "Maestro e compagno" anche nota su faebook  condivisa il
Dopo il XX Congresso del PCUS e le cosiddette rivelazioni di Nikita Chruscev, mentre tutto il gruppo dirigente del PCI si allinea col nuovo corso revisionista (salvo alcuni sottili distinguo di Palmiro Togliatti) Marchesi, anche in questo caso, va controcorrente. Nel suo discorso all'VIII Congresso del PCI, egli afferma che il ''rapporto segreto'' di Chruscev serviva soltanto all'imperialismo e alle forze reazionarie.

Tali rivelazioni che infusero così sfrenata letizia nel campo avversario suscitarono sorpresa e dolore in molti compagni, specie tra i fedelissimi della classe operaia. Dei comunisti, diciamo così, intellettuali, alcuni, quelli più esposti alle agitate correnti del pensiero, vacillarono. Altri, incorreggibili, restarono fermi. Tra i comunisti incorreggibili meno delusi sono stato anch'io.

Celebre discorso pronunciato dal grande condottiero comunista Josif Vissarijonovič Džugašvily Stalin alle prime luci dell'alba del 7.11.1941 sulla Piazza Rossa di Mosca,esortando l'Armata Rossa a respingere le orde nazifasciste che si apprestavano allora a prendere posizione per penetrare nei sobborghi della città assediata.
L'infallibile guida del proletariato previde ottimisticamente quali sarebbero stati i risvolti della "grande guerra patriottica" contro il nemico aggressore e quali i destini storici dell'Europa liberata. TESTO QUI 
anche QUI
 

La grande vittoria dei popoli sovietici sul nazifascismo Il 22 giugno 1941 iniziava l’attacco della Germania nazista all’ Unione Sovietica di Aldo Calcidese
Nikita Chruscev inventò la favola secondo cui – dopo l’aggressione nazista – Stalin sarebbe “scomparso” per tre settimane, lasciando il Partito e l’esercito senza direttive.
Nelle sue Memorie, il maresciallo
Zukov lo smentisce ricordando che Stalin, appena informato dell’attacco tedesco, gli ordinò di convocare l’Ufficio Politico per le 4,30. Nella stessa giornata del 22, Stalin prese decisioni di notevole importanza. Nota su fb

  Enver Hoxha nell'articolo “ Nel centenario della nascita di Giuseppe Stalin

DALL'OTTOBRE DEL'17 AL MAGGIO DEL '45  Michele Trocini La vittoria del primo stato socialista della storia nel confronto diretto con l'imperialismo, ci consegnò un mondo notevolmente cambiato: il Socialismo si impose come sistema mondiale! Questo straordinario risultato fu l'opera della direzione rivoluzionaria di Giuseppe Stalin.

Lo sbarco del 6 giugno 1944 dal mito odierno alla realtà storica 7.6.2014

Stalin 6-7 novembre 1927 La Rivoluzione d'Ottobre non è solo una rivoluzione «nel quadro nazionale». Essa è innanzitutto una rivoluzione di ordine internazionale, mondiale, perché segna, nella storia universale del genere umano, una svolta radicale dal vecchio mondo capitalista al mondo nuovo, socialista.

Ecco, all'interno di un importante discorso, cosa disse Stalin al XIX congresso del PCUS  su fb
"So che dopo la mia morte sulla mia tomba sarà deposta molta immondizia. Ma il vento della storia la disperderà senza pietà".

STALIN: LA GUERRA FRA I PAESI CAPITALISTICI E' INEVITABILE Brano tratto da "Problemi economici del socialismo nell'URSS" di J.Stalin (1952). Traduzione dall´originale di Stefano Trocini.

Molti documenti che riguardano la storia dell'Unione Sovietica sono stati desecretati.
 "Stalin.. sembra prendersi una rivincita postuma. Chi lo osteggia si consegna alla borghesia direttamente, o comunque ne subisce, più o meno consciamente, l’influenza politica e ideologica."

URSS Costituzione del 1947
ARTICOLO 4
La base economica dell'U.R.S.S. è costituita dal sistema socialista dell'economia e dalla proprietà socialista degli strumenti e mezzi di produzione, affermatisi in seguito alla liquidazione del sistema capitalista dell'economia, all'abolizione della proprietà privata degli strumenti e mezzi di produzione e all'eliminazione dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.
ARTICOLO 10
Il diritto di proprietà personale dei cittadini sui proventi del loro lavoro e sui loro risparmi, sulla casa di abitazione e sull'impresa domestica ausiliaria, sugli oggetti dell'economia domestica e di uso quotidiano, sugli oggetti di consumo e di comodo personale, come pure il diritto di eredità della proprietà personale dei cittadini - sono tutelati dalla legge.

L'era di Stalin di Anna Louise Strong 31.1.2014 nota di Giuseppina Ficarra anche qui

TIMISOARA  «PER LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA DELL'UMANITÀ, DEI CADAVERI APPENA SEPOLTI o allineati sui tavoli...."  https://www.facebook.com/giuseppina.ficarra/posts/10204599401255264
http://www.resistenze.org/sito/te/cu/li/culidi06-013251.htm

L'Urss e la condanna dell'omosessualità
https://www.facebook.com/IMaestriDelSocialismo/posts/331227320412559:0  
https://www.facebook.com/IMaestriDelSocialismo/posts/331227320412559:0

            LA SOCIETA' SOVIETICA SUL PIANO DELLA SESSUALITA'


vedi anche Note in facebook  


                                         Trotskismo   vedi anche qui 

 
     Una lettera di Trotsky DOBBIAMO CONSENTIRE LA CESSIONE DELL’UCRAINA.        

    Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

     Il grande Lenin sul piccolo Trotsky (citazioni)
       http://mixzone.myblog.it/il-grande-lenin-sul-piccolo-trotsky-citazioni/

 
    Il ruolo di Stalin nella Rivoluzione d'Ottobre
      http://scintillarossa.altervista.org/specialeottobre/Ottobre_Stalin.htm

     IL PENSIERO di LENIN SU TROCKIJ
.......https://www.facebook.com/IMaestriDelSocialismo/photos/a.187734908095135.1073741831.121303108071649/209855152549777/?type=1&pnref=story  (anche qui)

    V.I.Lenin ; I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotskij

         In V.I.Lenin;Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità

      Il trotskysmo   Valter Rossi
 

  11. La situazione tedesca e la questione del social-fascismo

  ECCO PERCHE' SONO MARXISTA LENINISTA di Nikolas Renzi  fb qui  e  qui  .

Valter Rossi Il trotskysmo gode ancora di un certo accreditamento ....*** e in fb

   Trotzkismo o Leninismo? varie e discorso di Stalin    ::::::

     Trotzkismo o Leninismo? Trotzki contro Lenin

   IL PENSIERO DI LENIN SU TROCKIJ  da I maestri del Socialismo

   Rivoluzione d'Ottobre e Trotsky

   Un testo di Lenin sulla vicenda della pace di Brest-Litovsk

 Troskij fu il mandante dell’omicidio di M. Gorkij - Dal PROCESSO CONTRO IL “BLOCCO ANTISOVIETICO  DELLA DESTRA E DEI TROTZKISTI”  Pochi sanno che Trotsky oltre ad essere il mandante dell'omicidio di Kirov è stato anche il mandante dell'omicidio di Gorkij.

  Trotskismo: controrivoluzione mascherata Moissaye J. Olgin (1935)  anche qui

I giudizi di Lenin su Trotsky  nota di Giuseppina Ficarra su facebook e anche qui

 Il docente William Chase
(http://www.history.pitt.edu/faculty/chase.php)
attualmente sta preparando un libro

sull’assassinio di Trotsky
 
 http://www.history.pitt.edu/faculty/chase.php
 

  NON E’ FALLITO IL SOCIALISMO, E’ FALLITA LA REVISIONE DEL SOCIALISMO!!! Marco Rizzo18.3.2013

  1937: "GRANDE TERRORE" O GRANDE MENZOGNA?  di Michele Trocini

PER LA RICOSTITUZIONE DELL'UNIONE SOVIETICA di Michele Trocini

PARTE CONCLUSIVA DEL MANIFESTO DEL MOVIMENTO "L'ESSENZA DEL TEMPO" INTITOLATO- DOPO IL CAPITALISMO di Michele Trocini 13 maggio 2012 "A noi serve il Quarto Progetto che raccolga in sé il meglio del vilipeso passato sovietico"
Manifesto del movimento L'Essenza del tempo "Dopo il capitalismo" :   vedi anche qui

   Il socialismo in un solo paese. anche qui    

  LE PURGHE NEL PARTITO COMUNISTA SOVIETICO NEGLI ANNI ‘30 Parte I

   Per una riflessione critica su Stalin

Stalin.. sembra prendersi una rivincita postuma. Chi lo osteggia si consegna alla borghesia direttamente, o comunque ne subisce, più o meno consciamente, l’influenza politica e ideologica. E’ accaduto con il PCI, che ora è uno dei tanti partiti del potere del capitale, [....] Nel 2003, anno che vedeva il cinquantesimo anniversario della scomparsa del dirigente georgiano, il quotidiano Liberazione pubblica un corposo inserto speciale dedicato a Stalin con un titolo cubitale emblematico: “mai più”. Una presa di posizione netta, tanto inequivocabile quanto superflua, propedeutica però all’insediamento del PRC alle massime cariche dello stato borghese e alla sua contestuale scomparsa dal parlamento italiano. Quanto è accaduto a RC rappresenta l’ennesima dimostrazione che la contrapposizione strumentale a Stalin è sinonimo della rinuncia agli strumenti vitali, per un partito comunista, del materialismo storico e dialettico, e dunque alla scientificità dell’azione rivoluzionaria, che viene pertanto ridotta alla partecipazione nell’arena del cretinismo parlamentare borghese, incanalata, per essere sterilizzata, nell’alveo inconcludente del politicismo più gretto e insopportabile.

Dal «Socialismo senza dittatura del proletariato» al giro di vite della Guerra fredda da Stalin Storia e critica di una leggenda nera di Domenico Losurdo Pg.134  su facebook

  DISCUSSIONE FRA UNO STALINISTA E UN BORDIGHISTA di Umberto Ruggiero  ****

L'obbrobriosa manipolazione ai danni di un grande comunista Amedeo Curatoli settembre 2103
    
Il grande comunista è Gramsci

Sullo stalinismo ed il prc di Pietro Ancona anche qui

Una evidente INCONGRUENZA  nelle tesi VIII CONGRESSO PRC

C'è una sorta di reazione di sgomento superstizioso quando si cita positivamente Stalin. di Pietro  Ancona

Alcune verità sulla storia sovietica di Marcello Grassi

  Comunismo e nazismo sono forse la stessa cosa?

  A PROPOSITO DI NON VIOLENZA

  Nasce "Sinistra europea'' e Rifondazione rinnega non solo Stalin, ma anche Lenin  vedi qui

 In ricordo di Ludo Martens a cura di Adriana Chiaia

Patto molotov-Ribbentrop   Successivamente fu riconosciuto che il patto tedesco-sovietico fu la chiave della vittoria della guerra antifascista.
   Si trattò di una alleanza diplomatica
con il nazionalsocialismo tedesco…

  STALIN *****

 
STALIN opere  Stalin non fu soltanto un grande capo di Stato, il costruttore dell'URSS. Fu anche filosofo e si cimentò con grandi problemi di filosofia

  Stalin: cenni biografici  resistenze.org

  Kurt Gossweiler: Contro il revisionismo - da Chručšëv a Gorbačëv: saggi, diari e documenti
    A cura di Aldo Bernardini e Adriana Chiaia
vedi anche Intervento di Adriana Chiaia alla presentazione di: Kurt Gossweiler, Contro il revisionismo, Zambon editore, 2009
  anche  qui

  Il superamento dell’antistalinismo è importante presupposto per la ricostituzione del movimento  comunista come movimento unitario marxista-leninista 14.7.2013 G.F. su fb anche qui

Il superamento dell’antistalinismo Un importante presupposto per la ricostituzione del movimento comunista  nota di Giuseppina Ficarra 17.5.2014  anche qui

Stalin La vita e l'opera

  Stalin e gli Ebrei

   Omofobia in Unione sovietica   

   Omosessualità in URSS  Giovanni Apostolou anche qui

  Alexandre Zinoviev, Les confessions d’un homme en trop,

  Lettera di Stalin al compagno Ivanov, riguardante il socialismo in un solo paese

Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista Introduzione pagg.41-51

  Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista Stalin di fronte alla guerra di sterminio dei nazisti pag.278 e seg.

  Seconda Guerra Mondiale  Stalin era pronto a inviare un milione di soldati contro Hitler, ma Londra e Parigi la ......pensavano diversamente.

Nota di G.F. Condivido pienamente"Il volume di Martens permette di rovesciare i luoghi comuni.. 14.9.2012

Antistalinismo e anticomunismo aginform.org/antistal

  Le bugie sull'URSS al tempo di Stalin  (1924-1953) ****

Trockij nei confronti di Lenin e Stalin  Da Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista pag.77-80 anche qui

origini lontane dell'antistalinismo (e antileninismo) ad oltranza (Bertinotti e il PRC e Vedi anche:    Socialismo oltre il Novecento Bertinotti)

Stalin di Salvatore Lo Leggio

IL LENINISMO E’ L’UNICA FORMULA PER BATTERE IL CAPITALISMO, PER QUESTO VIENE DEMONIZZATO Marco Rizzo

Antistalinismo e anticomunismo  Una raccolta ricca e interessante di articoli ****

Il significato della battaglia contro gli antistalinisti, di R. G.  nota su fb  *****

COSTITUZIONE DELL'URSS 1947  ****

  Progetto Associazione Stalin  vedi anche Foglio di corrispondenza comunista  ***

  Intervista a Napolitano quotidiano Gazeta 6.2012 Capisco che, parlando di errori, Lei intende il periodo staliniano?

  LA FALSA EQUIDISTANZA DEL FILOSOFO COSTANZO PREVE di Amedeo Curatoli

OSTALGHIA La nostalgia dell'Est

Gaspare Sciortino Eviterei di fare un modello del "socialismo del XXI sec." trattandosi   esclusivamente di grande opportunità storica sfruttata abilmente e sapientemente da Chavez  e mio commento  anche qui  Ottima analisi *****

      "Democrazia" e Dittatura Vladimir Lenin (1918)
 
   ESTRATTO DA DISCUSSIONE FRA UNO STALINISTA E UN BORDIGHISTA

Note pubblicate su fb da Giuseppina Ficarra e altri

  A proposito del socialismo del 21esimo secolo nota di Giuseppina Ficarra 13.05.2013 (XXI secolo) A proposito del socialismo del 21esimo secolo, tanto orgogliosamente sbandierato come un pensiero "originale", quando invece è solo frutto di revisionismo, vi segnalo la lettura del documento allegato dove si legge cosa pensava Stalin del socialismo realizzato:
«Ai giorni nostri diceva Stalin- il socialismo è possibile persino sotto la monarchia inglese. La rivoluzione non è più necessaria dappertutto".

   Un'utile discussione fra noi marxisti da Amedeo Curatoli (Note) Sabato 1 giugno 2013

 Giovanni Apostolou Noi non siamo trotskisti, 1.07.2013

La nostra epoca ha sancito non la sconfitta del comunismo, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno. nota pubbluicata da giuseppina ficarra su facebook come invito alla lettura del libro di Ludo Martens Stalin Un altro punto di vista

Lenin e la democrazia Lettere agli operai d’Europa e d’America nota pubblicata su fb da Giuseppina Ficarra

A PROPOSITO DI NON VIOLENZA nota pubblicata da Giuseppina Ficarra su facebook

Per una riflessione critica su Stalin di Valter Rossi nota pubblicata  su fb il 6 aprile 2012  anche qui

Non so come definire il pretendere di cancellare con un colpo di spugna 40 anni di storia. Giuseppina Ficarra

GLI SPONSOR FINANZIARI DI ADOLF HITLER   Stefano Trocini  fb

A proposito del rapporto di Chruscev e dei processi di Mosca nota di G.F. 30/3/2014

Il rapporto «segreto» di Krusciov su Stalin Molfese

Stalin e l'Occidente liberale tra rimozioni e miti

 "Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe" di Antonio Murabito su fb

Riabilitare Stalin? di Roberto Monicchia

Ferrero-Diliberto: affinità elettive   Amedeo Curatoli

Chi ha commesso il massacro di Katyn?  Fulvio Grimaldi  (vedi anche qui): 
Le fosse di Katyn e il periodico dell’ANPI “Patria” Lettera inviata alla rivista “Patria” dell’ANPI, rimasta senza risposta e pubblicata dal n. 6/2009 di Nuova Unità

Stalin e il massacro di Katyn   vedi anche qui e qui  e qui

Così Pietro Nenni, in una storica seduta della Camera dei deputati, rievocava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe Stalin subito dopo la sua morte

vedi anche: qui qui e qui 

Ode a Stalin di Pablo Neruda

l'ERNESTO La NON-VIOLENZA e le sue astratte agiografie dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne di Leonardo Pegoraro

    A proposito dei fatti d'Ungheria. Considerazioni di Alberto Lombardo

  Patto Molotov- Ribbentrop

    Michele Trocini Per far conoscere il dibattito politico e culturale che esiste in Russia
Per far conoscere il dibattito politico e culturale che esiste in Russia, pubblichiamo integralmente il manifesto del movimento L'Essenza del tempo "Dopo il capitalismo".
"La guerra contro l’URSS e il comunismo è stata la guerra contro la storia e l’uomo. Vale a dire una guerra contro l’umanesimo e lo sviluppo". Nessuna lettura sul "crollo del comunismo" è stata così vera...e inoltre: "Alla fine degli anni ’80 la Russia non fu vinta, fu giocata. La cognizione di questa circostanza porta immediatamente alla scoperta della contraddizione chiave della nostra epoca, la contraddizione fra Gioco e Storia. Nei millenni passati mai una siffatta contraddizione aveva raggiunto tanta incandescenza e spietatezza". Buona lettura

  Pietro Ancona rivaluta Stalin e lo stalinismo

Manifesto del movimento L'Essenza del tempo "Dopo il capitalismo" :   vedi qui

 A te, Giuseppe Carlo Marino, Elio Gentilini e altri 6 piace questo elemento

su facebook  I maestri del socialismo

 

Che Guevara e Stalin Ché Guevara 1966
“Il mio dovere di marxista-leninista e di comunista è quello di smascherare la reazione occulta che si cela nascosta dietro il revisionismo, l’opportunismo e il trotskismo e insegnare ai compagni l’insegnamento (sia in atto e in potenza) che non devono accettare come validi i giudizi contro Stalin formulate dai borghesi, dai socialdemocratici o altri pseudo comunisti lacche’ della reazione, il cui vero scopo è distruggere il movimento operaio dall’interno -1966 Che Guevara

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NOI SIAMO STALINISTI !!  (da nota pubblicata da Michele Trocini su fb:
"Chi ci vuole condannati a ripartire dalle urne cinerarie delle categorie ideologiche ha sbagliato i conti ! La loro paura delle reali possibilità del Socialismo,concretizzate attraverso la figura di Stalin, li ha traditi. L'arma dello antistalinismo gli si è rivoltata contro : oggi essere Stalinisti è la prova autentica e reale dell'essere comunisti. La storia dei sviluppi alternativi al "Marxismo Creativo"di Stalin sono storia di sconfitte continue e premeditate delle dirigenze di partito pseudo-comuniste e tutte appassionatamente antistaliniste. La pratica del Materialismo Dialettico ci impone di aderire esclusivamente a balzi dialettici che ci portano di vittoria in vittoria fino alla sconfitta totale del capitalismo e Stalin ha rappresentato questo : l'attenzio
...ne esclusiva alle vittorie della classe lavoratrice e non a quelle della burokratia di partito o agli intelletualismi di bottega. Questi nemici del lavoratori hanno paura di chi li ha sempre sconfitti . Stalin ha portato lo scontro finale contro il capitalismo sul terreno ultimo della Economia e ormai eravamo ad un passo dal passaggio finale dal Socialismo Reale al Comunismo ( importante la lettura del "Il marxismo e la linguistica" e "Questioni economiche del Socialismo in URSS"di Stalin) e questo spiega tutta la forza di reazione a questa possibilità . Non è possibile in alcun modo sperare di condurre una lotta vincente contro il capitale senza tenere conto di queste riflessioni e quindi invito tutti i compagni a riproporre tutta la questione in termini nuovi e finalmente liberi dagli illusionismi dei maghi della sconfitta. Noi siamo Stalinisti !"
Marco Angelucci

 http://www.facebook.com/groups/161542447270131/189684224455953/#!/groups/161542447270131/

Riabilitare Stalin? di Roberto Monicchia

 Da "micropolis" del maggio 2009

un articolo di Roberto Monicchia, che recensendo il libro di Losurdo fa il punto su una questione storiografica (e non solo) tutt'altro che chiusa. 

in http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/10/riabilitare-stalin-di-roberto-monicchia.html   

La collocazione di Stalin tra le “anime nere” del Novecento riscuote un consenso quasi unanime e il parallelo Urss-nazismo è un tassello fondamentale della lettura del XX secolo secondo l’onnicomprensiva categoria del “totalitarismo”, contro il quale le democrazie liberali sarebbero uscite vittoriose dopo una lunga guerra in più tappe. Mettere in discussione le fondamenta di questa impostazione è l’arduo compito - di per sé degno di attenzione - che si assume Domenico Losurdo nel suo Stalin. Storia e critica di una leggenda nera (Carocci, Roma 2008).

Il discorso muove dalla constatazione che per un lungo periodo, anche a guerra fredda iniziata, il giudizio positivo su Stalin non era un’esclusiva della mirabolante propaganda sovietica, ma un tratto diffuso in occidente: il riconoscimento delle qualità politiche del georgiano, non solo per la vittoria nella guerra mondiale, ma anche per l’opera di trasformazione della Russia, coinvolge personaggi come De Gasperi e Thomas Mann. E’ il “rapporto segreto” di Kruscev che inaugura l’immagine di uno Stalin paranoico e sanguinario, tutto intento ad issare il proprio culto sopra una montagna di cadaveri. Provata l’infondatezza di alcune affermazioni (l’impreparazione militare dell’Urss nel 41, l’organizzazione dell’assassinio di Kirov), Losurdo riporta la “cattiva storiografia” krusceviana a strumento della lotta per la successione a Stalin. A suo avviso, per superare le impostazioni ideologico-strumentali, occorre analizzare lo stalinismo all’interno della storia del bolscevismo: la tendenza a insistere nei metodi della guerra civile appare già nel dibattito sull’insurrezione, nelle polemiche sul trattato di Brest-Litovsk e sulla Nep fino all’opposizione a Stalin di Trockij, che non avrebbe esitato a usare lo strumento insurrezionale. Losurdo dà credito al racconto di Malaparte in Tecnica del colpo di stato, per cui il georgiano non avrebbe affatto ingigantito la minaccia di un possibile rovesciamento violento del suo potere. Più in generale tutta la vicenda del bolscevismo sembra riproporre la contraddizione tra universalismo astratto e necessità di fare i conti con la realtà. L’utopismo astratto vede in qualsiasi realizzazione l’abbandono degli ideali: la Nep, le relazioni internazionali, i fronti popolari significano un tradimento, una degenerazione che giustifica qualsiasi forma di opposizione. Questa dialettica distruttiva, del resto, si innesta sulla specificità della storia della Russia, ove da decenni la contraddizione tra spaventosa arretratezza e attese di liberazione faceva prevedere una palingenesi violenta. Il carattere esplosivo della rivoluzione viene amplificato dalla inaudita carneficina della prima guerra mondiale: il potere bolscevico – che pensava doversi preparare a gestirne il “deperimento”– si trova nella necessità di ricostruire lo Stato.

In questo contesto l’affermazione dello stalinismo segue un percorso non  lineare, segnato dalla dialettica tra stato d’eccezione e tentativi di “normalizzazione”, frenati tanto dagli scontri interni quanto dalle tensioni internazionali. Le “accelerazioni”, le svolte repentine del ventennio staliniano sono dunque molto dentro alla logica tragica della rivoluzione russa e ben poco attribuibili alla paranoia autocratica di Stalin. Questa ossessiva (ma non ingiustificata) sindrome dello stato di eccezione illumina la natura specifica del regime: la ricognizione del clima che accompagna fenomeni come l’industrializzazione e la collettivizzazione forzata o la stessa organizzazione del sistema dei Gulag delinea una “dittatura sviluppista”, fondata su una parossistica mobilitazione popolare, a sua volta riflesso di un immane terremoto sociale, un rimescolamento di classe che supera di gran lunga l’esempio francese. Senza questo non si capisce né la grande crescita economico-sociale degli anni ’30, né la vittoria in guerra. La tragedia dell’Urss staliniana sta proprio nell’incapacità di passare dall’emergenza alla normalità, dalla mobilitazione “militare” a una società pacificata.

Estendendo le critiche di Trockij e Kruscev, il discorso politico e storico su Stalin in Occidente, soprattutto tra guerra fredda e post ’89, ha proceduto ad una sistematica rimozione, sostituita da una leggenda nera che annulla nel genocidio e nella paranoia sanguinaria la storia del socialismo. Allargando a dismisura il campo di applicazione della categoria del totalitarismo si è giunti a costruire l’assurda equiparazione tra l’Urss e il nazismo. A tal fine si sono compiute forzature pazzesche, con vere e proprie invenzioni, come quella dell’antisemitismo sovietico, e distorsioni comparative – come quella tra lager e gulag. La rimozione della storia si avvale anche e soprattutto della riduzione del confronto ai regimi dittatoriali, escludendo l’Occidente. Per questa via si è costretti a negare la natura razziale del progetto di dominio nazista in Europa (il cosiddetto Nuovo Ordine), evidentemente modellato – sia dal punto di vista ideologico che organizzativo - sull’esperienza coloniale europea, in particolare britannica. Non a caso una delle rimozioni più clamorose riguarda l’appello alla liberazione anticoloniale che l’Urss sostiene fin dalla nascita e sulla cui base viene combattuta dalle potenze occidentali ancor prima che da Hitler, usando gli stessi argomenti, compresa l’equiparazione bolscevismo-ebraismo. Certo, è molto più comodo fare della storia la palestra di insensati, sanguinari dittatori, estranei alla “civiltà occidentale”.

Decostruire l’immagine paranoica e “impolitica” del georgiano è un merito del libro e un contributo a far uscire il dibattito sul socialismo dall’indistinta ermeneutica del totalitarismo e dalla condanna morale di ogni rivoluzione. Si rimane dubbiosi, invece, quando sembra trasparire una rivalutazione “in sé” dell’opera di Stalin, di cui si sottolineano il realismo, la lungimiranza, persino una certa moderazione. Pesa in questo senso la riduzione della polemica trockijsta (e chrusceviana) a puro espediente di lotta politica e ad arma fornita ai nemici, secondo un’ottica di equiparazione “oggettiva” tra critica e tradimento che è tipicamente stalinista.

Non può esservi dubbio sul fatto che la demonizzazione dell’avversario - diffusa nell’intero movimento operaio - sia impiegata come arma sistematica di liquidazione fisica e politica proprio dallo stalinismo. Pur considerando gli stati d’eccezione e le realpolitik del secolo di ferro non si può negare questo macroscopico elemento di degenerazione, che costituisce uno dei motivi della sconfitta della scommessa socialista nel XX secolo. Se vogliamo che quella prospettiva possa riaprirsi, non si può mettere sullo stesso piano la discussione sulla natura dell’Urss che una parte dello stesso movimento comunista ha sviluppato fin dagli anni ’20 (certo con errori, ma anche pagando prezzi terribili) con l’attuale criminalizzazione dell’intera parabola del movimento operaio novecentesco.

Per comprendere cos’è stato il socialismo sovietico, non c’è bisogno di “riabilitare” Stalin. Tanto meno di demonizzare i suoi oppositori.

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Così Pietro Nenni, in una storica seduta della Camera dei deputati, rievocava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe Stalin subito dopo la sua morte.
 

Onorevoli colleghi,

nessuno tra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che ha lasciato Giuseppe Stalin.

Da ieri manca qualcosa all’equilibrio del mondo. In questa connotazione, comune a tutti, amici e avversari, è il riconoscimento unanime della grande personalità che è scomparsa.
Stalin è stato il costruttore dello Stato sovietico e del sistema di Stati e di popoli che idealmente fa capo a Mosca e abbraccia un terzo della terra con 800 milioni di uomini.

Quando 30 anni or sono, Stalin raccolse l’eredità di Lenin, dal cratere della rivoluzione socialista di ottobre la lava colava ancora per mille rivoli e tutti i problemi erano ancora aperti, tutte le possibilità.

Il figlio del calzolaio di Gori si trovò di fronte al compito tremendo di unificare il corso della rivoluzione sovietica per sottrarla al destino che era toccato alla rivoluzione francese. Le polemiche che egli sollevò da allora nel mondo pur anco non si sono taciute o placate, e tuttavia si può dire che la storia ha deciso prima ancora che Stalin affrontasse il giudizio della posterità.

La guerrra del 1941-45 fu, nel suo barbaro orrore, la prova suprema dei sistemi e delle civiltà che reggono i popoli.

Non si mente dinanzi alla morte.

E allorchè, nell’inverno 1941-42 e nell’inverno successivo, quando cominciò la vittoriosa controffensiva dell’esercito rosso, i moscoviti non ebbero che da salire la collina dei passeri per ascoltare il rombo del cannone tedesco, quando i leningradesi, per recarsi al lavoro, dovettero sfidare il fuoco delle mitragliatrici nemiche che colpivano gli operai ai loro torni e i fornai alle impastatrici dove confezionavano un pane immangiabile, quando Stalingrado per suprema difesa dovette gittare nelle trincee scavate nella neve financo i suoi vecchi e le sue donne, allora sulle labbra dei combattenti esangui “Russia” e “Stalin” ebbero lo stesso significato e fu chiaro che l’uomo e il sistema avessero ricevuto il collaudo della storia.
Gli eventi di uel tempo a noi tanto vicino permisero a ogni uomo di buonafede di correggere l’errore di credere che Stalin fosse un dittatore sostenuto da un sistema di forza, là dove la sua forza vera è stata, fino all’ultimo momento, il consenso di milioni e milioni di uomini che, in piena coscienza, a lui avevano delegato i maggiori poteri.

Tuttavia Stalin non ebbe in nessun momento la stolta mania che egli potesse bastare a tutto.

Il vuoto che egli ha lasciato è quello della sua eccezionale personalità, ma lascia anche strutture statali, di partito, sindacali, economiche capaci di resistere ad ogni evento e di superare qualsiasi prova.

Soprattutto lascia popoli i quali hanno fatto passi giganteschi per la via del progresso tecnico, sociale ed umano e che saranno in ogni momento in grado di esprimere un gruppo dirigente all’altezza della situazione. Onorevoli colleghi, quando nell’estate scorsa ebbi modo di incontrare Stalin egli mi disse parole che mi sembrano oggi racchiudere la lezione della sua vita: non ammettere mai che non ci sia più niente da fare, non rompere mai il contatto con l’avversario o con il nemico, non puntare mai su una carta dubbia le sorti dello Stato, del partito, della collettività.

La sua costante preoccupazione di essere pronto alla guerra se l’avversario la impone ma di contare sulla pace come sul mezzo e la causa migliore, era la conseguenza naturale della sua filosofia e della sua politica.

In questo senso noi socialisti italiani ravvisiamo in lui una garanzia di pace, né minore è la fiducia che poniamo nei suoi successori.

Un evento sciagurato e tristissimo, determinato fuori della volontà del nostro popolo schierò in guerra l’esercito italiano contro l’Unione Sovietica.

Noi socialisti ci auguriamo che quell’evento venga subito dimenticato e, associandoci con animo commosso e ansioso al dolore dei popoli sovietici per la morte del loro grande capo, presentando da questa tribuna le nostre condoglianze al governo di Mosca, partecipando al lutto del proletariato mondiale, esprimiamo un augurio di pace per tutto il mondo e di relazioni cordiali e operose del nostro paese con il paese di Lenin e di Stalin.

da http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/05/il-figlio-del-calzolaio-marzo-53-nenni.html   

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Ferrero-Diliberto: affinità elettive

.pubblicata su fb da Amedeo Curatoli il giorno venerdì 4 novembre 2011 alle ore 22.33.

            Il grande Lenin diceva che non ci si può spiegare pienamente nessun errore, compreso un errore politico, se non si scoprono le radici teoriche dell’errore di coloro che lo commettono. Per “coloro” noi qui intendiamo Diliberto e Ferrero, tanto per semplificare, non certo per attribuir loro tutto il peso degli errori (che abbiamo denunciato in passato e che continueremo a denunciare in questo articolo), ma perché ne sono i più visibili portabandiera essendo essi i segretari di due partiti che si richiamano ad un comunismo fondato, appunto, su basi teoriche false. Questi due partiti svolgeranno prossimamente i loro congressi, e i documenti  teorico-programmatici proposti alla discussione  contengono l’ennesima illustrazione della critica distruttiva del comunismo storico e la riproposizione di un comunismo immaginario, mirifico, fatto di belle parole scelte con cura, ma  che in questo mondo non vedrà mai la luce. L’idea profonda, ancora una volta espressa in tali ultimi documenti, al di là della diversità degli “stili letterari” ferreriani e dilibertiani, sta nella eventualità che sia possibile sospingere lo Stato verso misure di radicali trasformazioni in senso democratico se non addirittura in senso socialista, senza mai prospettare l’inevitabilità di un rivolgimento rivoluzionario per conquistare quelle misure. Si tratta del perpetuo, secolare inganno, più o meno esplicito, più o meno camuffato, di tutti gli opportunismi revisionisti, che negano il carattere di classe dello Stato borghese e seminano illusioni fra  la gente che sia possibile modificare nel profondo tale Stato, considerato, in fondo, entità neutrale al di sopra e al di là degli antagonismi di classe. Nel nostro paese questa visione opportunista dello Stato ha avuto una sua sistemazione teorica abbastanza organica e complessa nella via italiana al socialismo poi divenuta eurocomunismo e poi (con argomenti sempre più labili) un altro mondo possibile o ancora un “immaginario della trasformazione”.

            Che cosa c’è di nuovo in questo “immaginario della trasformazione” rispetto alla teoria revisionista togliattiana della via italiana al socialismo? Sicuramente un  linguaggio più illusorio, evanescente, e quindi più velleitario e meno credibile rispetto alla rivendicazione, per esempio, di “riforme di struttura” lanciata dal Pci come viatico al socialismo, rivendicazione che all’epoca doveva dare l’impressione di un’effettiva, concreta  realizzabilità perché avanzata da un forte partito  e da un altrettanto forte movimento sindacale egemonizzato in grandissima parte da quel partito. La linea della Cgil di allora era “Un’economia del lavoro contro l’economia del capitale”, e gli operai credevano in questa possibilità. Ma oggi? Solo più chiacchiere, più fumo, più illusioni a buon mercato di poter cambiare le cose con discorsi apparentemente di buon senno e di buon senso. Il revisionismo si adegua ai tempi: più povero è il bagaglio che si porta dietro in termini di consensi elettorali e di armamentario teorico e ideologico, più audace e fantasioso e “moderno” diventa il suo linguaggio. Quindi, con particolare riferimento al Pdci di Diliberto, più che Marx XXI secolo sarebbe meglio dire: revisionismo XXI secolo.

Il documento Prc chiede allo Stato di “rilanciare la democrazia” fino a “superare la proprietà privata dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato una “democrazia sostanziale” che per essere tale deve “intrecciarsi” alla “socializzazione dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato la “nazionalizzazione delle banche di interesse nazionale” e di sottoporle al controllo democratico, chiede allo Stato di non farsi più “condizionare” dal capitale finanziario, e che riacquisti la cosiddetta sovranità sulla moneta. C’è un punto in cui addirittura si rivendica la demercificazione cioè la produzione di valori d’uso che siano in grado di soddisfare i bisogni sociali, e dicono che è possibile, visto che viviamo in una società “avanzata”, superare la forma merce in ogni ambito sociale: dal lavoro alle cose, alle relazioni sociali. Quindi l’abolizione delle merci, che è un obiettivo nemmeno socialista ma comunista, la chiedono allo Stato borghese!

            Anche il documento Pdci mette insieme una lista di obiettivi presentati come di possibile attuazione all’interno della società classista e dello Stato che di quel classismo ne è la suprema espressione. Essi chiedono: un nuovo (si potrebbe dire rivoluzionario) rapporto tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, tra proprietà pubblica e proprietà individuale;  chiedono “la centralità del Parlamento come paradigma della democrazia sostanziale”, il ripristino degli assetti istituzionali e costituzionali dell’Italia post-fascista….ecc. Tali rivendicazioni -ripetiamo- alcune delle quali di carattere squisitamente socialiste che i due partiti richiamantisi al comunismo avanzano all’interno di uno Stato integralmente capitalista rappresentano la completa capitolazione di fronte alla teoria marxista dello Stato, e questa capitolazione essi la presentano come un qualcosa di carattere assolutamente innovativo rispetto ai pessimi tentativi di socialismo (a giudicare da ciò che ne dicono) apparsi nel mondo.  Sono occorsi secoli prima che le classi oppresse ed espropriate riuscissero a cogliere il perché dell’esistenza dello Stato e ne definissero teoricamente, in ultima analisi, la sua natura di macchina repressiva nelle mani di minoritarie élites dominanti.

Vi è giunto a questa conclusione già il socialismo premarxista, e successivamente, da Marx a Lenin, sulla base dello studio delle rivoluzioni del 19° secolo e in particolare della Comune di Parigi (Marx) e abbattendo il vecchio stato per edificarne uno nuovo (Lenin) il concetto di questa macchina repressiva è stato via via affinato ed arricchito fino a divenire “scienza”. Di questa scienza nata -ripetiamo- da una ricchissima prassi rivoluzionaria,  non vi è più traccia. Si potrebbe dire che la prima vittima di tutti i  revisionismi, da quello delle socialdemocrazie della II internazionale a quello togliatto-kruscioviano giù fino agli epigoni con aspirazioni rifondative, sia stata proprio la teoria dello Stato e il conseguente ritorno indietro alla vecchia idea mistificatrice dello Stato bene comune di “tutti” e quindi passibile di poter essere tirato,  come una coperta striminzita, anche dalla parte degli esclusi.

Ciò non significa, ovviamente che un partito comunista debba solo propagandare l’inevitabilità dell’abbattimento dello Stato borghese: un tale partito può stare all’opposizione anche cento anni, ma nel far proprie tutte le rivendicazioni politiche, economiche, di civiltà, di progresso che nascono dal profondo delle masse popolari contro i governi borghesi, non deve mai, nelle sua battaglie quotidiane, durassero anche un secolo,  raccontar frottole e illudere le masse sulla possibilità di ottenere cambiamenti radicali (socializzazione dei mezzi di produzione, sostituzione dei valori d’uso ai valori di scambio!!) tacendo opportunisticamente sull’inevitabilità storica dello scontro rivoluzionario con la borghesia monopolistica.

            Quando poi i due documenti definiscono una  loro identità di comunisti (la qual cosa è d’obbligo in ogni Congresso), allora si scatena l’antistalinismo. Ma la differenza fra i due sta nella maggiore astuzia di Diliberto e dei professori che si sono messi al suo servizio, sta nel fatto che l’antistalinismo del pdci è un antistalinismo dal volto umano, è un  antistalinismo   “dimostrato”, “ragionato”, che mentre sferra micidiali bastonate a Stalin (senza mai nominarlo), ogni tanto però è anche disposto a concedere una carota. Quello  bertinotto-ferreriano, invece, è assoluto, implacabile, è un antistalinismo all’ennesima potenza, che forse metterebbe in  imbarazzo anche Trotski; è un antistalinismo divenuto stalinofobia (da curare con la psicoanalisi) che al grande georgiano non solo non  concede nulla ma lo sovraccarica di crimini mostruosi fino a riecheggiare  la famigerata teoria dei “totalitarismi” della Harendt (dice Ferrero che il il “produttivismo economicista” di epoca staliniana “non libera il lavoro e non crea una nuova qualità della vita In questo senso, lo stalinismo è anche stato un modello di sviluppo subalterno all'idea di crescita quantitativa. E' da questo deficit - non dal surplus - di socialismo che sono derivate la concezione (e la pratica) totalizzante e dispotica del Partito, l'arbitrio incontrollabile del leader, la cancellazione di ogni istanza democratica di base nell'organizzazione e nella società, la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e delle persone ad appendici insignificanti della potere”). Siamo assolutamente certi che se parlasse di Henry Ford e del destino della classe operaia nordamericana,  Ferrero si servirebbe di un linguaggio meno violento di quello usato per denunziare l’Unione Sovietica di Stalin, anzi coglierebbe l’occasione per accreditare, ancora una volta, la favola revisionista del cosiddetto “compromesso fordista”, e cioè che Ford  (capitalista fascistoide ed autoritario che inchiodò gli operai alla “catena di montaggio” riducendoli a semoventi macchine scimmiesche) avrebbe trovato un civile modus vivendi con la classe operaia americana!

            Notiamo per inciso quanto infondata sia la convinzione del filosofo Costanzo Preve sulla presunta inattualità della “dicotomia” Stalin-Trotski: sono proprio questi signori del Prc e del Pdci che rendono immancabilmente attuale la “dicotomia”, nel senso che ogni volta che vanno a congresso, nell’immancabile capitolo sulla loro “identità di comunisti” pongono al centro l’immancabile attacco distruttivo a Stalin rinnovando in ciò la tradizione trotskista e kruscioviana e quindi rendendola sempre attuale. Come si può essere così giulivamente superficiali da dichiarare “superato” l’antagonismo Stalin-Trotski e insultare i difensori di Stalin (che difendono il comunismo storico, non una personalità) paragonandoli ai mentecatti di opposte tifoserie? L’antistalinismo -per usare un termine del compagno Losurdo- è autofobia, è il prendere le distanze dagli “orrori” della rivoluzione generatrice di ogni male; è un chiamarsi fuori; è un essere ossessionati dall’idea di apparire sgraditi alla borghesia monopolistica e di farsela definitivamente nemica; è agire come Pietro che quando una serva lo riconobbe e gli disse tu sei discepolo di Cristo! Ma che dici! lui rispose tremante,  chi l’ha mai conosciuto…

A PROPOSITO DELLA SVOLTA ANTILENINISTA E ANTISTALINISTA DEL PRC

          A Rimini, 9 anni fa si fece un congresso di Rifondazione, furono presentate 63 tesi, nella  n° 51 dal titolo sportivo “comunismo contro stalinismo” Bertinotti scrisse: “un’identità comunista implica una rottura radicale con lo stalinismo”. 9 anni dopo Ferrero copia parola per parola dal suo ex maestro:”Il progetto della rifondazione comunista, di un'identità comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con lo stalinismo”. Di suo Ferrero ci ha messo solo il XXI secolo perché 9 anni fa non si era ancora presa la pomposa abitudine di dirsi comunisti del XXI secolo, non era stato neanche inventato ancora Marx XXI. In quella tesi n°51 Bertinotti scrisse ancora: "Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica". 9 anni dopo (cioè oggi) Ferrero, ridicolmente,  facendo la figura dell’ultimo della classe che copia pedissequamente dal compagno di banco, ripete: “Non proponiamo qui un'operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica” (VIII Congresso doc.1 http://web.rifondazione.it/viii/?p=60#more-60)   Non proponiamo qui (2002), non proponiamo qui (2011) un bilancio storico “ben altrimenti impegnativo”: può darsi che tale bilancio vedrà la luce nel XXII secolo? E cosa dirà mai di bello un bilancio sull’Urss di Stalin ben altrimenti impegnativo dopo tutte le calunnie borghesi imperialiste che gli avete vomitato addosso?  Per ora a Bertinotti ed al suo ex-discepolo valdese ora basta questo giudizio analitico a priori di kantiana memoria: lo stalinismo è incompatibile con il comunismo!   

            Che conclusione si potrebbe trarre? Una constatazione ed un augurio. Una constatazione: teoricamente né Prc né Pdci sono abbastanza forti da fondare un nuovo comunismo. Un augurio: che ad ambedue i Congressi almeno un coraggioso compagno (meglio sarebbe un nucleo organizzato di compagni) denuncino e dimostrino  il carattere revisionista di Prc e Pdci 

Amedeo Curatoli 4:11.2011
http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150382653554605#!/notes/amedeo-curatoli/ferrero-diliberto-affinit%C3%A0-elettive/271847476192882

origini lontane dell'antistalinismo (e antileninismo) ad oltranza:
da Wikipedia
Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.

A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.

Vedi anche:    Socialismo oltre il Novecento Bertinotti

 

http://lanostralotta.org/?p=283

http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150382653554605#!/notes/amedeo-curatoli/ferrero-diliberto-affinit%C3%A0-elettive/271847476192882

http://lanostralotta.org/?p=283

 

  "Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe" di Antonio Murabito su fb

 Antonio Murabito Credo che il Comunismo sia crollato per le brecce aperte da Gorbaciov con la perestroika e con la glassnost, come dire "nessuna buona azione rimane impunita". Gli spazi di democrazia, di cui è stato apprezzato il grande valore, sono stati sfruttati dagli epigoni di Stalin e sopra tutto dai falsi democratici come Boris Yeltsin, il cui vero scopo non era di ampliare gli spazi di democrazia, ma di consegnare l'intero apparato produttivo russo alla "mafia globalizzata". Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe, per non aver esercitato la dovuta democratica durezza nei confronti degli oppositori stalinisti e integralisti liberisti. Come amava dire Sandro Pertini: "A brigante, brigante e mezzo"; invece Gorbaciov è stato troppo gentiluomo nei confronti dei briganti, non ha esercitato la dura e legittima durezza che avrebbe dovuto adoperare per difendere nello stesso tempo il Comunismo riformato e la sospirata democrazia faticosamente raggiunta.
E' avvenuto in URSS qualcosa di simile al golpe cileno; per ostinarsi nel rigoroso uso degli strumenti democratici si è dato ampio spazio alle iniziative criminali degli oppositori interni ed esterni: Assai meglio avrebbe fatto Allende ad armare il popolo contro l'esercito traditore armato dagli USA e persino ad accettare l'aiuto dei compagni cubani. Le limitazioni alla sovranità nazionale che ne sarebbero potute scaturire sarebbero comunque state per il popolo cileno e per lo stesso Allende di gran lunga meno traumatiche del colpo di stato USA-Pinochet. Con ciò non voglio affermare che sarebbe da preferire lo stalinismo nel metodo e nel merito, ma soltanto che il pacifismo e il rigoroso suicida rispetto delle pure e semplici formalità conduce non di rado alla sconfitta; un uso equilibrato della forza avrebbe forse evitato la deriva liberista che quasi tutto il mondo sta attraversando.
Sono convinto che sulla totale identificazione del Comunismo con Stalin e lo stalinismo da parte delle forze reazionarie si vuole sostenere una presunta superiorità storico-politico-morale del Capitalismo (considerato il miglior (anzi l'unico) sistema politico-economico possibile) rispetto al Comunismo, il che
è storicamente falso (persino nei confronti dello stesso Stalin e dello stalinismo, pur in presenza degli errori e degli orrori effettivamente avvenuti nel cosiddetto socialismo-reale). Sicuramente ben maggiori sono gli orrori del Capitalismo nelle vecchie e nelle nuove forme, dal Colonialismo al Neocolonialismo e nell'attuale fase ben definita dal prof. Giuseppe Carlo Marino "Mafia globalizzata".
 
http://www.facebook.com/note.php?note_id=462714944604&comments=

 Stalin di Salvatore Lo Leggio

Il "culto della personalità" tipico di tutte le dittature? Io eviterei la generalizzazione. Hitler, Mussolini, grazie ad un uso sapiente del mezzi di comunicazione, riuscirono ad ottenere l'amore dei propri sottoposti, non solo dei seguaci in senso stretto, ma anche di una gran parte del proprio popolo. Fu un vero lavaggio del cervello.
Per il fhurer c'erano ragazzi tredicenni che "si sacrificavano" felici anche negli ultimi terribili giorni della sconfitta, nella Berlino messa a ferro e a fuoco.
Per il duce non fu così. Tante cose ne avevano offuscato la luce: "l'amor di Petacci" e la collaborazione con i tedeschi occupanti, in primo luogo, oltre che la colpa suprema di aver condotto l'Italia in una guerra lunga e sanguinosa dopo aver promesso facile vittoria e pingue bottino. Eppure anche per lui, il giorno di Piazzale Loreto, non mancò la prova d'amore: a fronte delle tantissime e dei tantissimi che baciavano la terra che se l'era ripreso, c'erano altri, pochi ma non pochissimi, che lo piangevano come si piange un padre.
Tutto uguale dunque? Una dittatura vale l'altra?
Stupidaggini. A piangere Stalin non erano infatti solo i russi cresciuti e formati nel suo regime: erano davvero i popoli della terra. Io - ne ho scritto in un racconto autobiografico, un inedito che un giorno o l'altro posterò - ho un ricordo preciso, forse uno dei più remoti della vita (avevo 5 anni): nella sezione del Pci, al mio paese, vedevo piangere uomini e donne con un intensità che m'è rimasta impressa. E Stalin piansero non solo russi e italiani, ma neri, rossi e gialli in tutto il mondo. Perché? Perché era l'emblema della speranza dei poveri e degli oppressi, di una religione che non mobilitava (come il fascismo o come il nazismo) gli egoismi di nazione e di razza, ma che affermava l'uguaglianza e la giustizia tra tutte le donne e tutti gli uomini dell'intero pianeta. Perché era visto come l'uomo che, a Stalingrado, in condizioni terrificanti e indescrivibili, aveva guidato la riscossa contro il mostro che si stava impadronendo del mondo intero.
Era illusione? Frutto di una propaganda che usava l'internazionalismo proletario per avvantaggiare lo Stato russo e sovietico e l'oligarchia burocratica che lo reggeva? E' possibile, ma aveva comunque un segno diverso dai nazifascismi che confermavano l'oppressione. Conteneva un segno di liberazione. E per questo alle manifestazioni di artisti e poeti (anche a quelle poco riuscite, come questa di Alberti) con le quali volevano dare voce al dolore dei tanti operai e contadini che ebbero fede nel Baffone, l'uomo che aboliva l'ingiustizia, bisogna portare rispetto. (S.L.L.)

E' un ampio stralcio del commento di Salvatore Lo leggio a una poesia di Alberti sulla morte di Stalin. Ecco il link
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/06/stalin-non-e-morto-una-di-rafael.html 

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  Stalin: la chiave del secolo di Aldo Bernardini  

"La chiave del secolo". Così si è espresso, in modo sorprendente e inaspettato, Pintor sul "Manifesto", organo dell’antistalinismo militante: ma nel momento in cui si accavallavano le denegazioni e i rinnegamenti, come quello dell’ineffabile Veltroni circa il suo mai essere stato comunista, all’onesto Pintor si deve essere rivoltato lo stomaco ed egli ha gettato sul piatto una verità che si è voluta cancellare. L’articolo di Pintor è stato come una stella cadente che nessuno ha ripreso, nemmeno per contestarlo, forse perchè incontestabile, ma al tempo stesso imbarazzante: vi si ricorda con elevate parole che nel periodo tempestoso della seconda guerra mondiale, e prima e dopo, fu forse Stalin l’unico ad avere le idee chiare, al punto da suggerire a Pintor, con la parafrasi dei versi manzoniani del "5 maggio" su Napoleone, che Dio impresse sul dirigente sovietico in quel momento storico la più forte orma di sé.

La riappropriazione della nostra storia

La ripresa del cammino dei comunisti sino alla ricostruzione di un autentico partito comunista passa inevitabilmente per la riappropriazione della propria storia e per l’analisi rigorosa e senza pregiudizi, se non quelli che ci vengono dai fatti (che notoriamente hanno la testa dura, mi pare dicesse Lenin), di quanto è avvenuto nel secolo che è ancora in corso e che termina a fine 2000. In breve, anzi brevissimo, svolgeremo alcune considerazioni, chiedendo perdono per dimenticanze ed omissioni e magari per la non eccessiva presa in considerazione di tutti gli elementi critici, che costituiscono oggetto di esercizio continuo da parte dei nemici ed in particolare dei revisionisti.

A partire dall’ottobre del 1917 e per decenni abbiamo assistito al rovesciamento del potere capitalistico in tanta parte del mondo, all’edificazione, o all’inizio di essa, di società basate su rapporti strutturali opposti, comunque diversi dal capitalismo privato, che hanno costituito la base per altre rivoluzioni e, negli stessi paesi dell’imperialismo, per un freno e un limite del potere capitalistico verso l’esterno e, all’interno, nei confronti dei lavoratori. Ciò rappresenta un fatto gigantesco nella storia dell’umanità che nessuna miseria revisionistica, nessun opportunismo di partiti istituzionali che si nominano comunisti, nessuna distorsione o addirittura cancellazione della storia possono neppure scalfire. Il miserevole tentativo, tra l’altro di livello basso, anzi penoso, del giornale di RC "Liberazione" nel suo supplemento su "Chi ha ucciso la rivoluzione?", che ha incontrato la protesta e il rigetto di tanti compagni di RC stessa, ci porta al centro del problema.

E questo centro ha un nome preciso: Josip Vissarionovic Stalin, l’uomo d’acciaio’ il dirigente della vittoria del socialismo, della disfatta del nazifascismo, dell’estensione rivoluzionaria di un potere politico di comunisti su almeno un terzo del pianeta, del rafforzamento della posizione dei comunisti ovunque. Veramente allora lo spettro del comunismo, non più spettro ma realtà, ha fatto tremare papi e capi del sistema capitalistico. La demonizzazione di Stalin, la damnatio memoriae sino alla sparizione delle opere, è stato il regalo più generoso offerto, dall’interno del campo socialista, alla borghesia imperialistica, che comprese subito la portata dei processi aperti dal revisionismo kruscioviano. L’allora segretario di stato agli esteri americano, John Foster Dulles, dopo il XX Congresso del PCUS si aprì alla speranza: "La campagna contro Stalin ed il relativo programma di liberalizzazione hanno provocato una reazione a catena che a lungo termine non potrà venire arrestata". Ha avuto ragione lui, e quindi prima di lui aveva avuto ragione Stalin.


Cancellare Stalin per cancellare Lenin

Cancellato Stalin, è stata la volta di Lenin, ossequiato a parole dai revisionisti per venire stravolto, e poi picconato dai liquidatori: la controrivoluzione del 1991 in URSS se l’è presa essenzialmente con le statue di Lenin e dei suoi più vicini collaboratori. Gli opportunisti di oggi, a cominciare dalla dirigenza di RC, sono in realtà antileninisti: se rendono a fior di labbra omaggio al rivoluzionario, non solo falsificano i caratteri fondamentali della sua opera, presentandola come un modello che sarebbe stato deformato e tradito da Stalin, che ne è stato invece il realizzatore, ma sostanzialmente la svalutano: una presa di potere senza base popolare, una sorta di putsch, attuato senza sapere che farsene del potere, come si è azzardato a dire il segretario Bertinotti; una fiammata senza seguito, sbagliata in quanto non iscritta in una rivoluzione mondiale (secondo la nota tesi di Trotzky, riecheggiata oggi dallo stesso Bertinotti che propone di illuderci con una rivoluzione mondiale: una tesi che avrebbe comportato all’epoca, a fronte del fallimento delle rivoluzioni in occidente, l’abbandono dell’impresa rivoluzionaria, al quale Stalin si oppose con fermezza assoluta: "Dovremmo lasciar cadere l’Unione Sovietica nella palude di una repubblica borghese?", disse il grande dirigente e costruttore; una tesi che oggi vuol dire la non solidarietà, il non appoggio ai punti reali di resistenza all’imperialismo). All’epoca, un’impresa neppur da tentarsi, o comunque da liquidarsi subito: di qui la proposta risibile, antistorica, idealistica del "ritorno a Marx" (e ci si scorda sempre di Engels!), per ricominciare tutto da capo. (…)  Forse è a quel punto più coerente chi piccona anche Marx.

In realtà, quel che si impone oggi è un "ritorno a Stalin"’ pur tenendosi presente che l’opera pratica e teorica di questo si riferisce essenzialmente alla fase di edificazione e difesa del socialismo dopo la presa del potere, per di più in un paese (all’inizio) solo e, ancora, non annoverabile fra quelli capitalistici avanzati e comunque in una condizione di accerchiamento.

E’ un ritorno indispensabile anzitutto per leggere correttamente la storia del Novecento: ce lo ha rammentato Pintor. Chi cancella Stalin crea un enorme buco nero che non permette di comprendere tutto quel che è avvenuto e di cui in parte abbiamo fatto cenno, dalla vittoria sul nazifascismo (che ha fra l’altro smentito la falsa profezia borghese e trotzkista del crollo del castello di carte e del manifestarsi di un’assenza di legami della dirigenza e del Partito sovietici con le masse popolari), alla trasformazione, incisiva, radicale, solida dei rapporti strutturali della società (in cui, secondo la previsione corretta di un integrale antistaliniano come Isaac Deutscher, è impossibile, pur in caso di controrivoluzione, restaurare "normali" rapporti capitalistici), alle rivoluzioni successive - incluse quelle, secondo una corretta valutazione dei comunisti cinesi, realizzate nei paesi dell’Europa orientale -, con la costituzione di una comunità di stati socialisti e fino alla rivoluzione cubana e oltre e alla stessa decolonizzazione, con il conseguimento di un nuovo equilibrio di forze nei confronti del campo imperialista: eventi epocali realizzati in una certa misura anche dopo Stalin, ma inequivocabilmente e indissolubilmente sulla scia della spinta propulsiva dell’Ottobre di Lenin e dell’edificazione socialista di Stalin. Rimarrebbero oscuri tanti altri problemi e fenomeni, ad alcuni dei quali si farà via via cenno.

Tutto questo è stato invece ben compreso dai grandi dirigenti che si rifiutarono di accedere al corso revisionistico di Krusciov, da Mao Tze Tung a Hoxha a Kim II Sung, i quali - anch’essi del resto ovviamente discutibili in singoli punti della loro opera - nel complesso, pur dove hanno indicato qualche elemento di critica o di dissenso, non sempre poi esatto o completamente informato, nei confronti di Stalin hanno riconosciuto in lui il carattere di "fermo rivoluzionario proletario" e di punto discriminante di ciò che è autenticamente comunista rispetto a ciò che non lo è. Lo intendono oggi dirigenti e studiosi, in occidente (cito solo il belga Ludo Martens) e ad est (in Germania il compagno Gossweiler, in Russia in un modo o nell’altro tutti i dirigenti comunisti, in modo fermo e integrale Nina Andreeva, Victor Anpilov, ma lo stesso Zuganov e altri, e persino il non comunista presidente Putin ha dovuto rendere omaggio a Stalin, in Jugoslavia Kitanovic ed altri, nella Corea popolare qualche anno fa l’attuale dirigente Kim Jong II, a Cuba Fidel Castro che in un’intervista riconobbe che dopo Gorbaciov ormai si imponeva una differente valutazione di Stalin, e in modo toccante Honecker che, dopo la caduta e poco prima di morire, nel suo ultimo libro, "Der Sturz", riconobbe che era stata erronea la condanna di Stalin). E lo sanno le masse sovietiche, che issano a centinaia i ritratti di Stalin nelle manifestazioni comuniste e fioriscono sempre la sua tomba sotto le mura del Cremlino.

L'odio profondo della borghesia

L’odio della borghesia per Stalin ha inaugurato con lui, in modo parossistico e perdurante, il sistema indecente delle criminalizzazioni di dirigenti stranieri che ad essa si oppongono. Perché Stalin ha in realtà una colpa imperdonabile. Lenin è in qualche modo riducibile ad un’icona romantica, l’autore di una rivoluzione contro un mondo ingiusto - questo sono disposti a riconoscerlo in molti -, ingiusto ma nella sostanza immodificabile, dunque di una rivoluzione destinata a non durare, come la Comune di Parigi: e pur se egli gettò le prime fondamenta di una nuova società e vinse le prime battaglie, sulla base anche di una ineguagliabile opera teorica, è stato facile, per la sua morte prematura, fra l’altro avvenuta nel corso di quella sosta o rallentamento, tale considerata dallo stesso Lenin, sulla via del socialismo che fu la NEP, predicare che con lui la rivoluzione finì, dunque non dette nascita a nulla di nuovo e di stabile: il suo successore ne sarebbe stato il becchino ed avrebbe posto subito i germi della sconfitta, ma comunque l’avrebbe trasformata immediatamente in qualcosa di diverso (e di perverso) rispetto al progetto rivoluzionario. La sconfitta, in realtà, si è realizzata in modo definitivo dopo 70 anni e, quel che più conta, dopo decenni di vittorie e successi e trasformazioni reali. Anche se i più accorti ed onesti fra gli avversari riconoscono che pure Lenin, se fosse vissuto ancora, non avrebbe potuto nell’essenziale agire diversamente da Stalin, salvo chiudere la serranda della rivoluzione, e in realtà gettò le premesse dell’opera di questo e dove necessario non fu meno "spietato" e rigoroso - e di qui dunque la sua successiva criminalizzazione da parte di liquidatori e altri nemici -, l’odio per Stalin è più radicale ed incommensurabile, in quanto egli fu il grande, inesorabile, non pieghevole realizzatore, estensore e difensore di una durevole realtà socialista (chiamiamola come vogliamo, comunque anticapitalistica) nella carne della storia e non nel cielo delle idee.

Ecco dunque che non tanto il pur importante ripristino della verità storica esige la piena rivalutazione (scientifica, non apologetica) di Stalin, bensì la necessità di ridare senso alla vicenda del XX secolo, ad un cammino effettivo e incancellabile dei comunisti che appartiene a tutti noi, ad una considerazione che non ci privi delle radici per proporre nuovi cominciamenti secondo improbabili e non credibili processi e modelli "migliori" di quelli storicamente realizzati (altro evidentemente sarà il far tesoro delle esperienze che hanno avuto corso nel secolo) e ci ricolleghi al tempo stesso alle esperienze socialiste o anticapitalistiche che vivono ancora e alla stessa lotta dei popoli ove si è verificato il c.d. crollo, avviandoci all’intelligenza delle vere, e non idealistiche, ragioni di questo: una lotta, per quei popoli, che inevitabilmente si lega all’esperienza vissuta del socialismo reale e pertanto, a partire dalla Russia, al nome di Stalin. E solo ciò consente oggi di collocarsi nel campo dell’antimperialismo, senza le reticenze e gli opportunismi che hanno inficiato le posizioni della sinistra c.d. antagonistica (si pensi all’atteggiamento nei confronti della Jugoslavia e di Milosevic).

E’ del tutto evidente che l’opera di Stalin può essere intesa se non la valutiamo secondo gli schemi astratti, che spesso non ci si accorge quanto siano subalterni all’ideologia borghese dominante, propri degli opportunisti e dei trotzkisti, e dunque se si riconosce che venne allora aperto un percorso drammatico in un contesto di vera e propria guerra generale interna ed esterna (costante: non solo quella militare scatenata nel 1941).

"Errori ed orrori?"

Non si tratta di negare i gravissimi costi che questa situazione, anche in termini umani, dolorosamente impose: pur se sono benemeriti gli studi che si vanno facendo per ridimensionare in termini quantitativi tali costi, gonfiati a dismisura dai vari "libri neri", non è la conta dei morti che può dare una risposta appagante: che va cercata invece nello spregiudicato esame dell’immane massacro umano e sociale perpetrato da sempre e ancor oggi dal capitalismo al fine di tener sottomessa la maggior parte dell’umanità alle proprie esigenze di profitto, laddove i mali rimproverati a Stalin e al suo gruppo furono nel complesso misure aspre che portarono al risveglio e all’inizio dell’emancipazione di masse immense non solo in Russia, ma in tutto il mondo. Si trattò di una navigazione a vista, senza esempi precedenti, e sterile è la caccia agli "errori" (quali i parametri e i paradigmi?) e agli "orrori" (si pensi piuttosto a quelli del capitalismo, senza cadere nell’infantilismo per cui, predicandosi il socialismo come superiore al capitalismo, esso dovrebbe presentarsi ed agire in forme angelicate ed offrendo l’altra guancia). Ciò è ovviamente cosa diversa da una seria critica storica che rilevi eventuali eccessi, ma tenga sempre presente la foresta prima del singolo albero, e dalla considerazione per cui certi rigori complessivamente inevitabili ebbero senza dubbio successivamente un peso negativo.

Va dunque tenuto presente che l’opera di Stalin avvenne secondo le condizioni possibili in un paese, certo immenso, ma arretrato anche nella situazione culturale delle masse e sottoposto a un duro accerchiamento capitalistico.

Chiusura della NEP (che certo anche per Lenin non sarebbe stata eterna), industrializzazione accelerata e collettivizzazione delle campagne con vasto coinvolgimento di masse, inesorabile e inevitabile - come allora riconobbero anche molti avversari - operazione di ferrea unità del Partito, pur con i mezzi di un Terrore rivoluzionario in cui certo non mancarono eccessi e vittime anche innocenti (qualunque guerra ne ha), ma che impedì fra l’altro la formazione di quinte colonne nel conflitto armato internazionale che Stalin sapeva, e che effettivamente fu, imminente: tutto ciò costituì barriera insormontabile per evitare ed estirpare in radice la controrivoluzione e vincere la guerra, schiacciando il mostro nazifascista (e l’enorme abilità tattica di Stalin, pur nella fermezza dei principi e degli obiettivi finali, venne dimostrata dal Patto Molotov-Ribbentrop, che sollevò tanto scandalo fra le anime belle, ma impedì che l’Unione Sovietica si trovasse sola contro quel mostro, come le potenze imperialistiche occidentali avrebbero auspicato)

Se non vogliamo sempre, secondo la moda buonista di oggi, rendere omaggio solo agli sconfitti (alcuni dei quali grandi e generosi, e totalmente nostri, da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Gramsci, a Lumumba, a Che Guevara, allo stesso Allende) e arrivare alla conclusione che le rivoluzioni (magari mondiali...), per chi ancora ne parla, possono essere solo pacifiche ed incruente e non devono far centro sulla presa del potere e comunque dopo di questa devono presentarsi conciliatorie e misericordiose, è necessario che ci rendiamo conto come la vera rivoluzione si realizza dopo la (ineludibile) presa del potere con la trasformazione radicale dei rapporti sociali attraverso la soppressione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione (e oggi anche di comunicazione) e che tutto ciò va attuato e difeso con volontà ferrea e inesorabile. Che occorre, dunque, anche "sporcarsi le mani". Questo è uno dei lasciti fondamentali di Stalin.

La lotta di classe nel socialismo

Prosecuzione della lotta di classe nel socialismo con passaggi rivoluzionari successivi sino al comunismo, attraverso un ferreo partito basato sul centralismo democratico nelle condizioni storiche possibili, esercizio attraverso il Partito della dittatura del proletariato sino alla fase superiore (con il massimo possibile coinvolgimento di massa: si rimprovera a Stalin, e questo va verificato, che negli ultimi anni tale coinvolgimento sarebbe stato ridotto); partito del proletariato e dei lavoratori, non "di tutto il popolo", con forte controllo e anche repressione della burocrazia e sulle tendenze borghesi sempre risorgenti; rifiuto di una concezione tecnocratica dello sviluppo verso il comunismo, basato esclusivamente sull’espansione delle forze produttive e la loro razionalizzazione, dovendosi invece con la prosecuzione della lotta di classe modificare i rapporti di produzione e dunque con la sottolineatura della necessità di affermare una tendenza, che non escludeva temperamenti provvisori, persino piccoli passi indietro per poi riprendere il cammino, verso la soppressione della circolazione mercantile e l’unificazione della proprietà in proprietà di tutto il popolo per arrivare alla generalizzazione della pianificazione (questi elementi vanno tenuti presenti nella valutazione delle situazioni di paesi che, data l’arretratezza di partenza e l’attuale situazione di predominio imperialistico nel mondo, introducono elementi di mercato nel socialismo, considerati necessari all’espansione delle forze produttive, ma che richiedono un fermo controllo del Partito, una battaglia ideologica costante, con la consapevolezza della sempre possibile risorgenza di forze borghesi antisocialiste e controrivoluzionarie); elevazione delle condizioni materiali e culturali dei lavoratori (mirabile è la Costituzione staliniana del 1936, che non si limita a proclamare astratti diritti, ma li sostanzia con l’indicazione delle relative basi economiche nella proprietà socialista); sul piano internazionale coesistenza pacifica nel senso dello sforzo di evitare la guerra ma sempre mirando all’avanzamento del socialismo e alla lotta contro l’imperialismo (esemplare fu la guerra di Corea) e non nel senso della competizione economica e della tendenziale conciliazione e compromesso con l’imperialismo stesso; affermazione del doppio mercato mondiale e non di un unico mercato con due sistemi; per i paesi capitalistici, svalutazione delle vie parlamentari, utilizzabili solo tatticamente: ecco alcuni caposaldi della posizione di Stalin, del gruppo dirigente attorno a lui, del Partito.

La fermezza contro l'imperialismo

Valga ancora qualche esempio. La posizione di Stalin rispetto al problema della bomba atomica, di cui egli dotò l’Unione Sovietica, anticipa quella di Mao ed è ben contraria a quella di Krusciov e di Togliatti. Non per sottovalutare il pericolo, ma per affrontarlo correttamente senza cedere al ricatto, Stalin non considerava "la bomba atomica una forza così seria quale alcuni uomini politici sono propensi a crederla. Le bombe atomiche hanno lo scopo di spaventare gli uomini dai nervi deboli, ma non possono decidere le sorti della guerra, dato che per questo le bombe atomiche sono assolutamente insufficienti. Certo il monopolio del possesso della bomba atomica crea una minaccia, ma contro questo fatto esistono per lo meno due rimedi: a) il monopolio del possesso della bomba atomica non può durare a lungo; b) l’impiego della bomba atomica può essere interdetto" (va posto in rilievo che Stalin rifiutò comunque la prospettiva di una indiscriminata corsa al riarmo, sottolineando che questa avrebbe impedito lo sviluppo economico e sociale della società sovietica, anche qui mostrando una lungimiranza che mancò ai suoi successori revisionisti). E vale la pena citare ancora il nostro grande filosofo Ludovico Geymonat che valutò la politica staliniana in quell’epoca in questi termini: "La minaccia di utilizzare la bomba atomica fu in realtà una minaccia enorme e ci volle tutta la durezza del governo sovietico per non cedere a questa minaccia... questo fu uno dei punti caratterizzanti della posizione di Stalin, che non si piegò mai di fronte alla minaccia del bombardamento atomico dell’Unione Sovietica e continuò pertanto a trattare con gli Stati Uniti da pari a pari. Questo è un carattere della politica staliniana che non può essere assolutamente dimenticato poiché in quel momento si poteva pensare che la guerra era finita con la vittoria assoluta degli Stati Uniti e quindi l’Unione Sovietica non avrebbe altro da fare che arrendersi... non ho mai avuto la tentazione di giustificare l’atteggiamento di resa senza condizioni (da molti cortesemente suggerito all’Unione Sovietica)... per la verità questo atteggiamento non è scomparso improvvisamente proprio perchè per vincerlo fu necessario che anche l’Unione Sovietica fosse in grado di produrre armi altamente sofisticate (atomiche incluse) pari a quelle americane". Giustamente Geymonat sottolinea l’autentico eroismo di questa posizione e dobbiamo confrontarlo con i cedimenti di Krusciov e la capitolazione di Gorbaciov, che tanto piace agli attuali opportunisti.

La fermezza di Stalin nella lotta contro l’imperialismo scaturisce non solo dalla sua irremovibile fede nel socialismo, ma dalla convinzione che la lotta mortale con l’imperialismo è tutt’altro che vinta. Anche qui Stalin anticipa Mao e si pone all’opposto dello stolto ottimismo di maniera di Krusciov, secondo il quale nel giro di uno o due decenni si sarebbe avuto il passaggio al comunismo. In diversi scritti Stalin manifesta l’idea che il socialismo può anche soccombere: per chi gli rimprovera insufficiente attenzione alle contraddizioni della società anche socialista e inadeguata applicazione della dialettica, ritengo opportuno citare una sua lettera poco nota del 12 febbraio 1938 (quindi successiva al discorso sulla Costituzione del 1936, che di quelle inadeguatezze sarebbe stato espressione), diretta a un militante di base, Ivan Ivanov, nella quale sostiene che se all’interno la vittoria sulla borghesia può considerarsi compiuta, permane la minaccia derivante dalla compresenza prevalente di Stati capitalistici, i quali creano il pericolo di un intervento e di una restaurazione, ciò che lo porta ad affermare che "la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva" e che occorre "rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’URSS con la classe operaia dei paesi borghesi". Stalin qui si ricollega al pensiero di Lenin ed anche al proprio "Questioni del leninismo": "Un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale". E’ ciò a cui abbiamo assistito nell’episodio della liquidazione gorbacioviana. Ma va richiamato anche quanto Stalin ammoniva nel suo ultimo scritto importante, "Problemi economici del socialismo nell’URSS" del 1952, sulla possibilità che le contraddizioni della società socialista, di per se non più antagonistiche, potessero diventare tali a seguito di scelte politiche sbagliate. Anche questo è quanto avvenuto da Krusciov sino alla liquidazione di Gorbaciov.

La questione nazionale

Un altro tratto della concezione staliniana va qui da ultimo sottolineato, come del resto risulta dalle ultime citazioni. Stalin è stato probabilmente il maggior teorico della questione nazionale e del problema dell’autodeterminazione dei popoli. E’ mia opinione che egli abbia superato la concezione un po’ astratta di Lenin - forse congrua con i compiti della rivoluzione iniziale nel quadro di una guerra interimperialistica - ponendo in forte intreccio dialettico l’internazionalismo con la difesa dei caratteri nazionali dei popoli e con la loro indipendenza. Nell’epoca della c.d. globalizzazione, cioè di una sottofase particolarmente velenosa dell’imperialismo, il suo appello al XIX Congresso del 1952 risulta quantomai attuale, quando sostiene che la bandiera dell’indipendenza nazionale e delle libertà democratiche - che io riferisco soprattutto alla sovranità popolare - è stata lasciata cadere nel fango dalla borghesia e deve essere ripresa dai comunisti. Anche qui, una concezione ben differente da quella trotzkista oggi dominante nei gruppi dirigenti anche di RC..

Il rovesciamento radicale operato dal XX Congresso

Da quanto detto finora si comprende come il XX Congresso e gli altri successivi di Krusciov abbiano rappresentato un rovesciamento radicale. Il revisionismo moderno andò al potere. Non travolse la possente costruzione di Stalin (la funzione positiva dell’Unione Sovietica, pur tra contraddizioni e divisioni ed arretramenti, sulla scena internazionale permase e lo stesso vale per la tutela dei lavoratori, pur se in graduale degrado e impoverimento ideologico), ma cessò la vigilanza rivoluzionaria, elementi borghesi e tendenze di stesso segno si riaffacciarono, vennero introdotte riforme economiche in senso opposto a quanto indicato da Stalin alla sua ultima opera. Se errata ed eccessiva è la tesi del socialimperialismo, non vi è dubbio che si affermò in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti, tranne le eccezioni antirevisionistiche per allora, un mutamento regressivo di classe.

Certo le cause della vittoria del revisionismo moderno vanno meglio esplorate, ma può dirsi che l’egemonia e la direzione furono prese dalla piccola borghesia, terreno eminente, da sempre, delle tendenze revisionistiche del marxismo-leninismo. E la radice materiale di queste va riscontrata nella circolazione mercantile, in quella piccola circolazione mercantile in cui Stalin aveva da sempre indicato il pericolo di base di una restaurazione, e nell’eccessivo, crescente peso attribuito agli incentivi materiali fuori da una lotta ideologica, nonché nelle forme di ripristino di ricerca del profitto aziendale, nei trattamenti privilegiati dei dirigenti di azienda e della burocrazia, nelle modifiche economiche di relativa liberalizzazione che in qualche modo andavano verso forme autogestionarie (precursore era stato Tito in Jugoslavia). Il tutto condito, come accennato, dall’abbassamento della guardia, dall’assenza di battaglia ideologica e culturale.

Colpisce come in quasi tutti i partiti comunisti, anche in occidente, la piccola borghesia sia assurta al ruolo dirigente. Essa era stata nel complesso il referente, soprattutto nella componente contadina, delle posizioni di destra di Bukharin (di cui sono stati rivitalizzatori Krusciov e compari e in definitiva, in modo estremo, il liquidatore Gorbaciov) e, non sorprenda, anche delle posizioni trotzkiste oggi prevalenti, come detto, anche in RC. L’odio della piccola borghesia per Stalin, il quale non ha concesso spazi alle illusioni conciliatoristiche tipiche di quella classe e ha invece avuto come proprio orizzonte sempre le esigenze dei proletari e della classe operaia, è dunque un odio parossistico, estremo. Ce lo ricordano e spiegano talune pagine molto belle di Franco Molfese.

La piccola borghesia ha dunque plaudito alla condanna, criminale e catastrofica per le conseguenze nel movimento comunista internazionale, di Stalin da parte di Krusciov; ha considerato troppo timide e parziali le infauste misure di destalinizzazione inaugurate da questo; ha reso e rende ancora omaggio al rinnegato e traditore Gorbaciov, che nel 1999 ha dichiarato apertamente all’Università americana di Ankara come il fine della propria vita fosse stato l’annientamento del comunismo. La concezione generale che viene così portata avanti è quella per cui la storia sovietica sarebbe un tutto unitario e indifferenziato, con l’attribuzione a Stalin dei fenomeni degenerativi che sono invece da ricondursi alla frattura del 1956: se taluni elementi possono essere sorti prima, la politica di Stalin li aveva tenuti sempre sotto controllo. Forse, quel che è mancato è stata la predisposizione di anticorpi per impedire la degenerazione successiva del Partito.

In realtà, è proprio la liquidazione del potere sovietico operata ignominiosamente da Gorbaciov, il quale ha omaggiato persino il papa e i capi dell’imperialismo, che ha aperto gli occhi a molti e costituito spinta formidabile per una comprensione imparziale dell’opera formidabile di Stalin, non apologetica, come detto, ma partecipe delle esigenze oggettive che lo hanno mosso e dei rigorosi principi e al tempo stesso delle necessità tattiche entro i quali egli ha agito.

O Gorbaciov o Stalin: nel mondo dell’imperialismo, sia pure in condizioni in parte nuove ma nell’essenza immutate, la scelta è fra il cedimento e l’azione rigorosa e intransigente dei comunisti, capaci di muoversi tatticamente, ma saldi nell’obiettivo rivoluzionario e nella indisponibile difesa delle conquiste del socialismo, ove realizzate.

http://www.pasti.org/bernardi.html  

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  Stalin: la chiave del secolo  di Aldo Bernardini  

"La chiave del secolo". Così si è espresso, in modo sorprendente e inaspettato, Pintor sul "Manifesto", organo dell’antistalinismo militante: ma nel momento in cui si accavallavano le denegazioni e i rinnegamenti, come quello dell’ineffabile Veltroni circa il suo mai essere stato comunista, all’onesto Pintor si deve essere rivoltato lo stomaco ed egli ha gettato sul piatto una verità che si è voluta cancellare. L’articolo di Pintor è stato come una stella cadente che nessuno ha ripreso, nemmeno per contestarlo, forse perchè incontestabile, ma al tempo stesso imbarazzante: vi si ricorda con elevate parole che nel periodo tempestoso della seconda guerra mondiale, e prima e dopo, fu forse Stalin l’unico ad avere le idee chiare, al punto da suggerire a Pintor, con la parafrasi dei versi manzoniani del "5 maggio" su Napoleone, che Dio impresse sul dirigente sovietico in quel momento storico la più forte orma di sé.

La riappropriazione della nostra storia

La ripresa del cammino dei comunisti sino alla ricostruzione di un autentico partito comunista passa inevitabilmente per la riappropriazione della propria storia e per l’analisi rigorosa e senza pregiudizi, se non quelli che ci vengono dai fatti (che notoriamente hanno la testa dura, mi pare dicesse Lenin), di quanto è avvenuto nel secolo che è ancora in corso e che termina a fine 2000. In breve, anzi brevissimo, svolgeremo alcune considerazioni, chiedendo perdono per dimenticanze ed omissioni e magari per la non eccessiva presa in considerazione di tutti gli elementi critici, che costituiscono oggetto di esercizio continuo da parte dei nemici ed in particolare dei revisionisti.

A partire dall’ottobre del 1917 e per decenni abbiamo assistito al rovesciamento del potere capitalistico in tanta parte del mondo, all’edificazione, o all’inizio di essa, di società basate su rapporti strutturali opposti, comunque diversi dal capitalismo privato, che hanno costituito la base per altre rivoluzioni e, negli stessi paesi dell’imperialismo, per un freno e un limite del potere capitalistico verso l’esterno e, all’interno, nei confronti dei lavoratori. Ciò rappresenta un fatto gigantesco nella storia dell’umanità che nessuna miseria revisionistica, nessun opportunismo di partiti istituzionali che si nominano comunisti, nessuna distorsione o addirittura cancellazione della storia possono neppure scalfire. Il miserevole tentativo, tra l’altro di livello basso, anzi penoso, del giornale di RC "Liberazione" nel suo supplemento su "Chi ha ucciso la rivoluzione?", che ha incontrato la protesta e il rigetto di tanti compagni di RC stessa, ci porta al centro del problema.

E questo centro ha un nome preciso: Josip Vissarionovic Stalin, l’uomo d’acciaio’ il dirigente della vittoria del socialismo, della disfatta del nazifascismo, dell’estensione rivoluzionaria di un potere politico di comunisti su almeno un terzo del pianeta, del rafforzamento della posizione dei comunisti ovunque. Veramente allora lo spettro del comunismo, non più spettro ma realtà, ha fatto tremare papi e capi del sistema capitalistico. La demonizzazione di Stalin, la damnatio memoriae sino alla sparizione delle opere, è stato il regalo più generoso offerto, dall’interno del campo socialista, alla borghesia imperialistica, che comprese subito la portata dei processi aperti dal revisionismo kruscioviano. L’allora segretario di stato agli esteri americano, John Foster Dulles, dopo il XX Congresso del PCUS si aprì alla speranza: "La campagna contro Stalin ed il relativo programma di liberalizzazione hanno provocato una reazione a catena che a lungo termine non potrà venire arrestata". Ha avuto ragione lui, e quindi prima di lui aveva avuto ragione Stalin.

Cancellare Stalin per cancellare Lenin

Cancellato Stalin, è stata la volta di Lenin, ossequiato a parole dai revisionisti per venire stravolto, e poi picconato dai liquidatori: la controrivoluzione del 1991 in URSS se l’è presa essenzialmente con le statue di Lenin e dei suoi più vicini collaboratori. Gli opportunisti di oggi, a cominciare dalla dirigenza di RC, sono in realtà antileninisti: se rendono a fior di labbra omaggio al rivoluzionario, non solo falsificano i caratteri fondamentali della sua opera, presentandola come un modello che sarebbe stato deformato e tradito da Stalin, che ne è stato invece il realizzatore, ma sostanzialmente la svalutano: una presa di potere senza base popolare, una sorta di putsch, attuato senza sapere che farsene del potere, come si è azzardato a dire il segretario Bertinotti; una fiammata senza seguito, sbagliata in quanto non iscritta in una rivoluzione mondiale (secondo la nota tesi di Trotzky, riecheggiata oggi dallo stesso Bertinotti che propone di illuderci con una rivoluzione mondiale: una tesi che avrebbe comportato all’epoca, a fronte del fallimento delle rivoluzioni in occidente, l’abbandono dell’impresa rivoluzionaria, al quale Stalin si oppose con fermezza assoluta: "Dovremmo lasciar cadere l’Unione Sovietica nella palude di una repubblica borghese?", disse il grande dirigente e costruttore; una tesi che oggi vuol dire la non solidarietà, il non appoggio ai punti reali di resistenza all’imperialismo). All’epoca, un’impresa neppur da tentarsi, o comunque da liquidarsi subito: di qui la proposta risibile, antistorica, idealistica del "ritorno a Marx" (e ci si scorda sempre di Engels!), per ricominciare tutto da capo. (…)  Forse è a quel punto più coerente chi piccona anche Marx.

In realtà, quel che si impone oggi è un "ritorno a Stalin"’ pur tenendosi presente che l’opera pratica e teorica di questo si riferisce essenzialmente alla fase di edificazione e difesa del socialismo dopo la presa del potere, per di più in un paese (all’inizio) solo e, ancora, non annoverabile fra quelli capitalistici avanzati e comunque in una condizione di accerchiamento.

E’ un ritorno indispensabile anzitutto per leggere correttamente la storia del Novecento: ce lo ha rammentato Pintor. Chi cancella Stalin crea un enorme buco nero che non permette di comprendere tutto quel che è avvenuto e di cui in parte abbiamo fatto cenno, dalla vittoria sul nazifascismo (che ha fra l’altro smentito la falsa profezia borghese e trotzkista del crollo del castello di carte e del manifestarsi di un’assenza di legami della dirigenza e del Partito sovietici con le masse popolari), alla trasformazione, incisiva, radicale, solida dei rapporti strutturali della società (in cui, secondo la previsione corretta di un integrale antistaliniano come Isaac Deutscher, è impossibile, pur in caso di controrivoluzione, restaurare "normali" rapporti capitalistici), alle rivoluzioni successive - incluse quelle, secondo una corretta valutazione dei comunisti cinesi, realizzate nei paesi dell’Europa orientale -, con la costituzione di una comunità di stati socialisti e fino alla rivoluzione cubana e oltre e alla stessa decolonizzazione, con il conseguimento di un nuovo equilibrio di forze nei confronti del campo imperialista: eventi epocali realizzati in una certa misura anche dopo Stalin, ma inequivocabilmente e indissolubilmente sulla scia della spinta propulsiva dell’Ottobre di Lenin e dell’edificazione socialista di Stalin. Rimarrebbero oscuri tanti altri problemi e fenomeni, ad alcuni dei quali si farà via via cenno.

Tutto questo è stato invece ben compreso dai grandi dirigenti che si rifiutarono di accedere al corso revisionistico di Krusciov, da Mao Tze Tung a Hoxha a Kim II Sung, i quali - anch’essi del resto ovviamente discutibili in singoli punti della loro opera - nel complesso, pur dove hanno indicato qualche elemento di critica o di dissenso, non sempre poi esatto o completamente informato, nei confronti di Stalin hanno riconosciuto in lui il carattere di "fermo rivoluzionario proletario" e di punto discriminante di ciò che è autenticamente comunista rispetto a ciò che non lo è. Lo intendono oggi dirigenti e studiosi, in occidente (cito solo il belga Ludo Martens) e ad est (in Germania il compagno Gossweiler, in Russia in un modo o nell’altro tutti i dirigenti comunisti, in modo fermo e integrale Nina Andreeva, Victor Anpilov, ma lo stesso Zuganov e altri, e persino il non comunista presidente Putin ha dovuto rendere omaggio a Stalin, in Jugoslavia Kitanovic ed altri, nella Corea popolare qualche anno fa l’attuale dirigente Kim Jong II, a Cuba Fidel Castro che in un’intervista riconobbe che dopo Gorbaciov ormai si imponeva una differente valutazione di Stalin, e in modo toccante Honecker che, dopo la caduta e poco prima di morire, nel suo ultimo libro, "Der Sturz", riconobbe che era stata erronea la condanna di Stalin). E lo sanno le masse sovietiche, che issano a centinaia i ritratti di Stalin nelle manifestazioni comuniste e fioriscono sempre la sua tomba sotto le mura del Cremlino.

L'odio profondo della borghesia

L’odio della borghesia per Stalin ha inaugurato con lui, in modo parossistico e perdurante, il sistema indecente delle criminalizzazioni di dirigenti stranieri che ad essa si oppongono. Perché Stalin ha in realtà una colpa imperdonabile. Lenin è in qualche modo riducibile ad un’icona romantica, l’autore di una rivoluzione contro un mondo ingiusto - questo sono disposti a riconoscerlo in molti -, ingiusto ma nella sostanza immodificabile, dunque di una rivoluzione destinata a non durare, come la Comune di Parigi: e pur se egli gettò le prime fondamenta di una nuova società e vinse le prime battaglie, sulla base anche di una ineguagliabile opera teorica, è stato facile, per la sua morte prematura, fra l’altro avvenuta nel corso di quella sosta o rallentamento, tale considerata dallo stesso Lenin, sulla via del socialismo che fu la NEP, predicare che con lui la rivoluzione finì, dunque non dette nascita a nulla di nuovo e di stabile: il suo successore ne sarebbe stato il becchino ed avrebbe posto subito i germi della sconfitta, ma comunque l’avrebbe trasformata immediatamente in qualcosa di diverso (e di perverso) rispetto al progetto rivoluzionario. La sconfitta, in realtà, si è realizzata in modo definitivo dopo 70 anni e, quel che più conta, dopo decenni di vittorie e successi e trasformazioni reali. Anche se i più accorti ed onesti fra gli avversari riconoscono che pure Lenin, se fosse vissuto ancora, non avrebbe potuto nell’essenziale agire diversamente da Stalin, salvo chiudere la serranda della rivoluzione, e in realtà gettò le premesse dell’opera di questo e dove necessario non fu meno "spietato" e rigoroso - e di qui dunque la sua successiva criminalizzazione da parte di liquidatori e altri nemici -, l’odio per Stalin è più radicale ed incommensurabile, in quanto egli fu il grande, inesorabile, non pieghevole realizzatore, estensore e difensore di una durevole realtà socialista (chiamiamola come vogliamo, comunque anticapitalistica) nella carne della storia e non nel cielo delle idee.

Ecco dunque che non tanto il pur importante ripristino della verità storica esige la piena rivalutazione (scientifica, non apologetica) di Stalin, bensì la necessità di ridare senso alla vicenda del XX secolo, ad un cammino effettivo e incancellabile dei comunisti che appartiene a tutti noi, ad una considerazione che non ci privi delle radici per proporre nuovi cominciamenti secondo improbabili e non credibili processi e modelli "migliori" di quelli storicamente realizzati (altro evidentemente sarà il far tesoro delle esperienze che hanno avuto corso nel secolo) e ci ricolleghi al tempo stesso alle esperienze socialiste o anticapitalistiche che vivono ancora e alla stessa lotta dei popoli ove si è verificato il c.d. crollo, avviandoci all’intelligenza delle vere, e non idealistiche, ragioni di questo: una lotta, per quei popoli, che inevitabilmente si lega all’esperienza vissuta del socialismo reale e pertanto, a partire dalla Russia, al nome di Stalin. E solo ciò consente oggi di collocarsi nel campo dell’antimperialismo, senza le reticenze e gli opportunismi che hanno inficiato le posizioni della sinistra c.d. antagonistica (si pensi all’atteggiamento nei confronti della Jugoslavia e di Milosevic).

E’ del tutto evidente che l’opera di Stalin può essere intesa se non la valutiamo secondo gli schemi astratti, che spesso non ci si accorge quanto siano subalterni all’ideologia borghese dominante, propri degli opportunisti e dei trotzkisti, e dunque se si riconosce che venne allora aperto un percorso drammatico in un contesto di vera e propria guerra generale interna ed esterna (costante: non solo quella militare scatenata nel 1941).

"Errori ed orrori?"

Non si tratta di negare i gravissimi costi che questa situazione, anche in termini umani, dolorosamente impose: pur se sono benemeriti gli studi che si vanno facendo per ridimensionare in termini quantitativi tali costi, gonfiati a dismisura dai vari "libri neri", non è la conta dei morti che può dare una risposta appagante: che va cercata invece nello spregiudicato esame dell’immane massacro umano e sociale perpetrato da sempre e ancor oggi dal capitalismo al fine di tener sottomessa la maggior parte dell’umanità alle proprie esigenze di profitto, laddove i mali rimproverati a Stalin e al suo gruppo furono nel complesso misure aspre che portarono al risveglio e all’inizio dell’emancipazione di masse immense non solo in Russia, ma in tutto il mondo. Si trattò di una navigazione a vista, senza esempi precedenti, e sterile è la caccia agli "errori" (quali i parametri e i paradigmi?) e agli "orrori" (si pensi piuttosto a quelli del capitalismo, senza cadere nell’infantilismo per cui, predicandosi il socialismo come superiore al capitalismo, esso dovrebbe presentarsi ed agire in forme angelicate ed offrendo l’altra guancia). Ciò è ovviamente cosa diversa da una seria critica storica che rilevi eventuali eccessi, ma tenga sempre presente la foresta prima del singolo albero, e dalla considerazione per cui certi rigori complessivamente inevitabili ebbero senza dubbio successivamente un peso negativo.

Va dunque tenuto presente che l’opera di Stalin avvenne secondo le condizioni possibili in un paese, certo immenso, ma arretrato anche nella situazione culturale delle masse e sottoposto a un duro accerchiamento capitalistico.

Chiusura della NEP (che certo anche per Lenin non sarebbe stata eterna), industrializzazione accelerata e collettivizzazione delle campagne con vasto coinvolgimento di masse, inesorabile e inevitabile - come allora riconobbero anche molti avversari - operazione di ferrea unità del Partito, pur con i mezzi di un Terrore rivoluzionario in cui certo non mancarono eccessi e vittime anche innocenti (qualunque guerra ne ha), ma che impedì fra l’altro la formazione di quinte colonne nel conflitto armato internazionale che Stalin sapeva, e che effettivamente fu, imminente: tutto ciò costituì barriera insormontabile per evitare ed estirpare in radice la controrivoluzione e vincere la guerra, schiacciando il mostro nazifascista (e l’enorme abilità tattica di Stalin, pur nella fermezza dei principi e degli obiettivi finali, venne dimostrata dal Patto Molotov-Ribbentrop, che sollevò tanto scandalo fra le anime belle, ma impedì che l’Unione Sovietica si trovasse sola contro quel mostro, come le potenze imperialistiche occidentali avrebbero auspicato)

Se non vogliamo sempre, secondo la moda buonista di oggi, rendere omaggio solo agli sconfitti (alcuni dei quali grandi e generosi, e totalmente nostri, da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Gramsci, a Lumumba, a Che Guevara, allo stesso Allende) e arrivare alla conclusione che le rivoluzioni (magari mondiali...), per chi ancora ne parla, possono essere solo pacifiche ed incruente e non devono far centro sulla presa del potere e comunque dopo di questa devono presentarsi conciliatorie e misericordiose, è necessario che ci rendiamo conto come la vera rivoluzione si realizza dopo la (ineludibile) presa del potere con la trasformazione radicale dei rapporti sociali attraverso la soppressione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione (e oggi anche di comunicazione) e che tutto ciò va attuato e difeso con volontà ferrea e inesorabile. Che occorre, dunque, anche "sporcarsi le mani". Questo è uno dei lasciti fondamentali di Stalin.

La lotta di classe nel socialismo

Prosecuzione della lotta di classe nel socialismo con passaggi rivoluzionari successivi sino al comunismo, attraverso un ferreo partito basato sul centralismo democratico nelle condizioni storiche possibili, esercizio attraverso il Partito della dittatura del proletariato sino alla fase superiore (con il massimo possibile coinvolgimento di massa: si rimprovera a Stalin, e questo va verificato, che negli ultimi anni tale coinvolgimento sarebbe stato ridotto); partito del proletariato e dei lavoratori, non "di tutto il popolo", con forte controllo e anche repressione della burocrazia e sulle tendenze borghesi sempre risorgenti; rifiuto di una concezione tecnocratica dello sviluppo verso il comunismo, basato esclusivamente sull’espansione delle forze produttive e la loro razionalizzazione, dovendosi invece con la prosecuzione della lotta di classe modificare i rapporti di produzione e dunque con la sottolineatura della necessità di affermare una tendenza, che non escludeva temperamenti provvisori, persino piccoli passi indietro per poi riprendere il cammino, verso la soppressione della circolazione mercantile e l’unificazione della proprietà in proprietà di tutto il popolo per arrivare alla generalizzazione della pianificazione (questi elementi vanno tenuti presenti nella valutazione delle situazioni di paesi che, data l’arretratezza di partenza e l’attuale situazione di predominio imperialistico nel mondo, introducono elementi di mercato nel socialismo, considerati necessari all’espansione delle forze produttive, ma che richiedono un fermo controllo del Partito, una battaglia ideologica costante, con la consapevolezza della sempre possibile risorgenza di forze borghesi antisocialiste e controrivoluzionarie); elevazione delle condizioni materiali e culturali dei lavoratori (mirabile è la Costituzione staliniana del 1936, che non si limita a proclamare astratti diritti, ma li sostanzia con l’indicazione delle relative basi economiche nella proprietà socialista); sul piano internazionale coesistenza pacifica nel senso dello sforzo di evitare la guerra ma sempre mirando all’avanzamento del socialismo e alla lotta contro l’imperialismo (esemplare fu la guerra di Corea) e non nel senso della competizione economica e della tendenziale conciliazione e compromesso con l’imperialismo stesso; affermazione del doppio mercato mondiale e non di un unico mercato con due sistemi; per i paesi capitalistici, svalutazione delle vie parlamentari, utilizzabili solo tatticamente: ecco alcuni caposaldi della posizione di Stalin, del gruppo dirigente attorno a lui, del Partito.

La fermezza contro l'imperialismo

Valga ancora qualche esempio. La posizione di Stalin rispetto al problema della bomba atomica, di cui egli dotò l’Unione Sovietica, anticipa quella di Mao ed è ben contraria a quella di Krusciov e di Togliatti. Non per sottovalutare il pericolo, ma per affrontarlo correttamente senza cedere al ricatto, Stalin non considerava "la bomba atomica una forza così seria quale alcuni uomini politici sono propensi a crederla. Le bombe atomiche hanno lo scopo di spaventare gli uomini dai nervi deboli, ma non possono decidere le sorti della guerra, dato che per questo le bombe atomiche sono assolutamente insufficienti. Certo il monopolio del possesso della bomba atomica crea una minaccia, ma contro questo fatto esistono per lo meno due rimedi: a) il monopolio del possesso della bomba atomica non può durare a lungo; b) l’impiego della bomba atomica può essere interdetto" (va posto in rilievo che Stalin rifiutò comunque la prospettiva di una indiscriminata corsa al riarmo, sottolineando che questa avrebbe impedito lo sviluppo economico e sociale della società sovietica, anche qui mostrando una lungimiranza che mancò ai suoi successori revisionisti). E vale la pena citare ancora il nostro grande filosofo Ludovico Geymonat che valutò la politica staliniana in quell’epoca in questi termini: "La minaccia di utilizzare la bomba atomica fu in realtà una minaccia enorme e ci volle tutta la durezza del governo sovietico per non cedere a questa minaccia... questo fu uno dei punti caratterizzanti della posizione di Stalin, che non si piegò mai di fronte alla minaccia del bombardamento atomico dell’Unione Sovietica e continuò pertanto a trattare con gli Stati Uniti da pari a pari. Questo è un carattere della politica staliniana che non può essere assolutamente dimenticato poiché in quel momento si poteva pensare che la guerra era finita con la vittoria assoluta degli Stati Uniti e quindi l’Unione Sovietica non avrebbe altro da fare che arrendersi... non ho mai avuto la tentazione di giustificare l’atteggiamento di resa senza condizioni (da molti cortesemente suggerito all’Unione Sovietica)... per la verità questo atteggiamento non è scomparso improvvisamente proprio perchè per vincerlo fu necessario che anche l’Unione Sovietica fosse in grado di produrre armi altamente sofisticate (atomiche incluse) pari a quelle americane". Giustamente Geymonat sottolinea l’autentico eroismo di questa posizione e dobbiamo confrontarlo con i cedimenti di Krusciov e la capitolazione di Gorbaciov, che tanto piace agli attuali opportunisti.

La fermezza di Stalin nella lotta contro l’imperialismo scaturisce non solo dalla sua irremovibile fede nel socialismo, ma dalla convinzione che la lotta mortale con l’imperialismo è tutt’altro che vinta. Anche qui Stalin anticipa Mao e si pone all’opposto dello stolto ottimismo di maniera di Krusciov, secondo il quale nel giro di uno o due decenni si sarebbe avuto il passaggio al comunismo. In diversi scritti Stalin manifesta l’idea che il socialismo può anche soccombere: per chi gli rimprovera insufficiente attenzione alle contraddizioni della società anche socialista e inadeguata applicazione della dialettica, ritengo opportuno citare una sua lettera poco nota del 12 febbraio 1938 (quindi successiva al discorso sulla Costituzione del 1936, che di quelle inadeguatezze sarebbe stato espressione), diretta a un militante di base, Ivan Ivanov, nella quale sostiene che se all’interno la vittoria sulla borghesia può considerarsi compiuta, permane la minaccia derivante dalla compresenza prevalente di Stati capitalistici, i quali creano il pericolo di un intervento e di una restaurazione, ciò che lo porta ad affermare che "la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva" e che occorre "rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’URSS con la classe operaia dei paesi borghesi". Stalin qui si ricollega al pensiero di Lenin ed anche al proprio "Questioni del leninismo": "Un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale". E’ ciò a cui abbiamo assistito nell’episodio della liquidazione gorbacioviana. Ma va richiamato anche quanto Stalin ammoniva nel suo ultimo scritto importante, "Problemi economici del socialismo nell’URSS" del 1952, sulla possibilità che le contraddizioni della società socialista, di per se non più antagonistiche, potessero diventare tali a seguito di scelte politiche sbagliate. Anche questo è quanto avvenuto da Krusciov sino alla liquidazione di Gorbaciov.

La questione nazionale

Un altro tratto della concezione staliniana va qui da ultimo sottolineato, come del resto risulta dalle ultime citazioni. Stalin è stato probabilmente il maggior teorico della questione nazionale e del problema dell’autodeterminazione dei popoli. E’ mia opinione che egli abbia superato la concezione un po’ astratta di Lenin - forse congrua con i compiti della rivoluzione iniziale nel quadro di una guerra interimperialistica - ponendo in forte intreccio dialettico l’internazionalismo con la difesa dei caratteri nazionali dei popoli e con la loro indipendenza. Nell’epoca della c.d. globalizzazione, cioè di una sottofase particolarmente velenosa dell’imperialismo, il suo appello al XIX Congresso del 1952 risulta quantomai attuale, quando sostiene che la bandiera dell’indipendenza nazionale e delle libertà democratiche - che io riferisco soprattutto alla sovranità popolare - è stata lasciata cadere nel fango dalla borghesia e deve essere ripresa dai comunisti. Anche qui, una concezione ben differente da quella trotzkista oggi dominante nei gruppi dirigenti anche di RC..

Il rovesciamento radicale operato dal XX Congresso

Da quanto detto finora si comprende come il XX Congresso e gli altri successivi di Krusciov abbiano rappresentato un rovesciamento radicale. Il revisionismo moderno andò al potere. Non travolse la possente costruzione di Stalin (la funzione positiva dell’Unione Sovietica, pur tra contraddizioni e divisioni ed arretramenti, sulla scena internazionale permase e lo stesso vale per la tutela dei lavoratori, pur se in graduale degrado e impoverimento ideologico), ma cessò la vigilanza rivoluzionaria, elementi borghesi e tendenze di stesso segno si riaffacciarono, vennero introdotte riforme economiche in senso opposto a quanto indicato da Stalin alla sua ultima opera. Se errata ed eccessiva è la tesi del socialimperialismo, non vi è dubbio che si affermò in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti, tranne le eccezioni antirevisionistiche per allora, un mutamento regressivo di classe.

Certo le cause della vittoria del revisionismo moderno vanno meglio esplorate, ma può dirsi che l’egemonia e la direzione furono prese dalla piccola borghesia, terreno eminente, da sempre, delle tendenze revisionistiche del marxismo-leninismo. E la radice materiale di queste va riscontrata nella circolazione mercantile, in quella piccola circolazione mercantile in cui Stalin aveva da sempre indicato il pericolo di base di una restaurazione, e nell’eccessivo, crescente peso attribuito agli incentivi materiali fuori da una lotta ideologica, nonché nelle forme di ripristino di ricerca del profitto aziendale, nei trattamenti privilegiati dei dirigenti di azienda e della burocrazia, nelle modifiche economiche di relativa liberalizzazione che in qualche modo andavano verso forme autogestionarie (precursore era stato Tito in Jugoslavia). Il tutto condito, come accennato, dall’abbassamento della guardia, dall’assenza di battaglia ideologica e culturale.

Colpisce come in quasi tutti i partiti comunisti, anche in occidente, la piccola borghesia sia assurta al ruolo dirigente. Essa era stata nel complesso il referente, soprattutto nella componente contadina, delle posizioni di destra di Bukharin (di cui sono stati rivitalizzatori Krusciov e compari e in definitiva, in modo estremo, il liquidatore Gorbaciov) e, non sorprenda, anche delle posizioni trotzkiste oggi prevalenti, come detto, anche in RC. L’odio della piccola borghesia per Stalin, il quale non ha concesso spazi alle illusioni conciliatoristiche tipiche di quella classe e ha invece avuto come proprio orizzonte sempre le esigenze dei proletari e della classe operaia, è dunque un odio parossistico, estremo. Ce lo ricordano e spiegano talune pagine molto belle di Franco Molfese.

La piccola borghesia ha dunque plaudito alla condanna, criminale e catastrofica per le conseguenze nel movimento comunista internazionale, di Stalin da parte di Krusciov; ha considerato troppo timide e parziali le infauste misure di destalinizzazione inaugurate da questo; ha reso e rende ancora omaggio al rinnegato e traditore Gorbaciov, che nel 1999 ha dichiarato apertamente all’Università americana di Ankara come il fine della propria vita fosse stato l’annientamento del comunismo. La concezione generale che viene così portata avanti è quella per cui la storia sovietica sarebbe un tutto unitario e indifferenziato, con l’attribuzione a Stalin dei fenomeni degenerativi che sono invece da ricondursi alla frattura del 1956: se taluni elementi possono essere sorti prima, la politica di Stalin li aveva tenuti sempre sotto controllo. Forse, quel che è mancato è stata la predisposizione di anticorpi per impedire la degenerazione successiva del Partito.

In realtà, è proprio la liquidazione del potere sovietico operata ignominiosamente da Gorbaciov, il quale ha omaggiato persino il papa e i capi dell’imperialismo, che ha aperto gli occhi a molti e costituito spinta formidabile per una comprensione imparziale dell’opera formidabile di Stalin, non apologetica, come detto, ma partecipe delle esigenze oggettive che lo hanno mosso e dei rigorosi principi e al tempo stesso delle necessità tattiche entro i quali egli ha agito.

O Gorbaciov o Stalin: nel mondo dell’imperialismo, sia pure in condizioni in parte nuove ma nell’essenza immutate, la scelta è fra il cedimento e l’azione rigorosa e intransigente dei comunisti, capaci di muoversi tatticamente, ma saldi nell’obiettivo rivoluzionario e nella indisponibile difesa delle conquiste del socialismo, ove realizzate.

http://www.pasti.org/bernardi.html  

http://mixzone.myblog.it/stalin-la-chiave-del-secolo-di-aldo-bernardini/   

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=25134013                                        ___________________________________________

 

La nostra epoca ha sancito non la sconfitta del comunismo, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno.

pubblicata da Giuseppina Ficarra il giorno giovedì 8 dicembre 2011 alle ore 9.22
 
E' un invito alla lettura di questo libro, certamente lettura critica, e alla riflessione.

Giuseppina (inguaribilmente comunista).

Dall'introduzione di Adriana Chiaia al libro di Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista

Adriana Chiaia nella sua prefazione al libro ci ricorda tre questioni che ci sembrano dirimenti.

La risposta a certi critici

Nell’individuare nel revisionismo moderno la causa della temporanea sconfitta del socialismo, come fa anche l’autore del libro che presentiamo, non si intende affatto - come ci viene attribuito - affermare che la svolta impressa ad ogni aspetto della vita dell’URSS da Chruscev e dalla sua cricca revisionista rappresenti il subitaneo passaggio dal “paradiso all’inferno”. Si intende invece indicare, nella presa del potere dopo la morte di Stalin da parte della componente revisionista del PCUS, la vittoria di quest’ultima. Vittoria resa irreversibile anche dalla mancata reazione e mobilitazione della sinistra del PCUS. Il sistema socialista era talmente forte che dovettero trascorrere più di trent’anni perché, attraverso le riforme frettolosamente varate da Chruscev (che per questo perse il potere), attraverso il periodo di stagnazione economica e di paralisi politica sotto Breznev, attraverso l’inganno della perestrojka gorbacioviana, attraverso la conquista delle principali leve del potere da parte di Eltsin (l’uomo prescelto dagli Stati Uniti per portare a termine il lavoro), si arrivasse alla catastrofe finale con lo scioglimento del PCUS, la dissoluzione dell’URSS, la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti e la completa restaurazione del capitalismo.

 Sono dunque pretestuosi gli argomenti dei nostri critici. Sono piuttosto essi stessi che dovrebbero rivedere la loro analisi del processo che ha portato agli esiti rovinosi che nemmeno loro mettono in discussione. Essi, rifiutando l’interpretazione della realtà mediante la categoria del revisionismo (che addirittura banalizzano ponendolo alla stregua del “burocratismo”, chiave interpretativa di ogni male da parte dei trockijsti), fanno invece risalire le cause dell’attuale catastrofica situazione dell’ex URSS all’arretratezza atavica della società russa, agli errori, ai limiti della transizione al socialismo, “incompiuta”, secondo alcuni di loro o addirittura mai realizzata, secondo altri. Essi stabiliscono cioè una continuità, tra il prima e il dopo XX Congresso, invece di individuare in esso un punto di rottura della linea politica difesa dalla Direzione del Partito sotto la guida di Lenin e di Stalin attraverso aspre lotte, linea politica che ha permesso lo straordinario sviluppo dell’Unione Sovietica nel campo economico, politico e culturale e la sua vittoria sul nazismo. Nella loro concezione evoluzionistica, essi negano di fatto l’esistenza della lotta di classe durante il socialismo, lo scontro tra le due vie, tra le due opposte concezioni, teoria che ha trovato la sua forma più compiuta nell’elaborazione di Mao Zedong, grazie anche alla lezione dell’esperienza dell’Unione Sovietica.

La sconfitta del revisionismo

La storia ha decretato la sconfitta del revisionismo moderno. Ha decretato la sconfitta dei revisionisti (cioè della nuova borghesia) installatisi al potere nei paesi ex socialisti, nei quali si è dimostrata l’impossibilità di restaurare il capitalismo per via pacifica, senza provocare il disastro politico, economico e sociale in cui sono sprofondate le loro popolazioni. Ha decretato la sconfitta dei revisionisti alla guida dei partiti comunisti nei paesi capitalisti. Malgrado il loro peso numerico e la loro influenza nella società, si è dimostrata l’impossibilità del passaggio al socialismo “per via parlamentare e pacifica” e non solo, con l’accentuarsi della crisi economica generale del capitalismo che ha esaurito la fase dello sviluppo produttivo delle imprese (il boom economico del dopoguerra), si sono chiuse le strade riformiste per l’ottenimento di concessioni economiche e sociali per i lavoratori. Per questi ultimi si è verificata, al contrario, la perdita delle principali conquiste strappate alla borghesia capitalista.

 La nostra epoca quindi ha sancito non la sconfitta del comunismo, come viene proclamato ai quattro venti, ma il fallimento definitivo del revisionismo moderno.

Concetto basilare, sostenuto da Ludo Martens nella sua introduzione e ribadito nel suo libro, dove si dimostra come le posizioni delle forze revisioniste, che hanno preso il potere in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, vengano da lontano, discendano da quelle del vecchio revisionismo dei Bernstein e dei Kautsky e siano le stesse sostenute dalle correnti socialdemocratiche e mensceviche che hanno avversato le idee e la pratica politica di Lenin, prima e durante la Rivoluzione d’Ottobre. Sono le stesse idee che, dopo la vittoria di questa, sotto le varie forme dell’opposizione di destra (buchariniani, zinov’evisti) e di pseudo-sinistra (trockijsti, socialisti-rivoluzionari) hanno reiteratamente tentato di deviare dalla giusta strada le scelte politiche del Partito Bolscevico, l’esercizio del potere proletario nella Repubblica socialista sovietica, e la costruzione del socialismo negli anni Venti e Trenta

Un invito ai lettori più giovani

Qui ci sembra opportuno aprire una parentesi rivolta ai nostri lettori, specialmente ai più giovani, per invitarli a non respingere con un senso di fastidio quelle che possono sembrar loro noiose diatribe tra personaggi del passato. Il loro rifiuto deriva dal disinteresse e spesso dal disgusto che essi giustamente provano nei confronti del “teatrino della politica”, sul palcoscenico del quale si agitano, in polemica tra loro, i soliti personaggi, mossi da interessi personali, di parte o da esigenze elettorali. Personaggi e polemiche che appaiono anni luce distanti dai bisogni, sentimenti e aspirazioni della stragrande maggioranza della popolazione. Questa estraneità nei confronti della “politica” è la conseguenza del fatto che, negli Stati ad ordinamento democratico borghese, le ferree leggi insite nella natura (nel modo di produzione) del sistema capitalista nazionale ed internazionale pongono limiti e vincoli invalicabili all’agire delle forze politiche, sia governative che parlamentari, comprese quelle delegate a rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. La componente parlamentare di “sinistra” nei paesi capitalisti è quindi stretta nella morsa tra l’opportunistica collaborazione e la sterile opposizione nei confronti dei cosiddetti “poteri forti”.

Profondamente diversa è l’importanza delle lotte ideologiche, dei contrasti e degli scontri politici di cui ci stiamo occupando. Si tratta del confronto di teorie che si materializzano nel movimento rivoluzionario delle masse e che ne condizionano il cammino. In un contesto rivoluzionario e di esercizio del potere proletario è determinante che prevalga una teoria o l’altra, che si imbocchi l’una o l’altra via.

I due capitoli del libro che presentiamo, dedicati all’industrializzazione e alla collettivizzazione in Unione Sovietica negli anni Trenta fanno comprendere il senso di questi contrasti, innervati nella realtà di classe e nello scontro tra le classi. I nostri giovani lettori capiranno allora che quelle che consideravano vane diatribe tra personaggi in gara per il potere sono in realtà lo specchio, sul piano teorico, dei diversi e spesso opposti interessi delle classi di cui gli individui (soprattutto interni alla direzione del Partito e dello Stato) sono, consapevolmente o no, i rappresentanti e che il prevalere dell’una o dell’altra posizione politica, dell’una o dell’altra concezione del mondo è di interesse vitale per l’una o l’altra classe.

Per questo motivo li invitiamo ad una lettura particolarmente attenta dei suddetti capitoli. Essi riguardano l’arco di tempo successivo alla ricostruzione, il periodo dell’attuazione del primo piano quinquennale, della realizzazione delle grandi infrastrutture, base indispensabile dello sviluppo industriale, del ritmo accelerato impresso allo sviluppo dell’industria e del primo movimento di massa dei contadini verso l’agricoltura collettiva.

Nel suo discorso per il XII anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin disse:

«L’anno trascorso ha dimostrato che, malgrado il blocco finanziario, ammesso o nascosto, dell’URSS, noi non ci siamo consegnati alla mercé dei capitalisti, e che noi abbiamo risolto con successo, con le nostre proprie forze, i problemi dell’accumulazione, gettato le basi dell’industria pesante. È ciò che ormai non possono negare anche i nemici giurati della classe operaia.»

Ed ecco come descrive questa svolta decisiva dell’economia sovietica l’insigne economista di Cambridge Maurice Dobb:

«La situazione che l’economia sovietica aveva raggiunto era caratteristica di una di quelle fasi cruciali del processo storico nelle quali, qualora si voglia andare avanti, rapidamente o no, lungo una determinata linea di sviluppo, bisogna farlo nell’impeto di uno slancio iniziale; in questi momenti le forze d’inerzia che si sono accumulate e cristallizzate nel corso di un’intera epoca storica devono essere superate dall’urto di questo improvviso movimento; altrimenti esse ritarderanno e devieranno il corso del movimento stesso per molti decenni. In quel momento il processo di escavazione deve lasciare il passo a un assalto improvviso e subitaneo.» Il 1929 segnava infatti la fine del periodo 1926-1929 nel quale si erano dovute superare le principali difficoltà relative all’accumulazione in un paese che non poteva evidentemente contare sullo sfruttamento delle colonie, fonte principale dell’accumulazione primaria dei paesi capitalisti, né su prestiti a lungo termine da parte di questi o del sistema bancario mondiale. Inoltre quegli anni, come già detto, erano stati segnati da aspre lotte di classe nella società e dal loro riflesso all’interno del Partito, che aveva dovuto combattere contro le posizioni capitolarde del blocco trockijsta-zinov’evista e le posizioni opportunistiche della destra buchariniana. Il sostegno determinante al Partito era venuto dalla classe operaia. Dai lavoratori d’assalto: gli udarniki e gli stachanovisti, i quali, nell’agricoltura e nell’industria, si erano impegnati nell’emulazione socialista e che, con il loro slancio e il loro entusiasmo, avevano sostenuto il titanico sforzo.

Abbiamo ritenuto importante richiamare l’attenzione dei nostri lettori sul contenuto di questi capitoli, per la completezza e la complessità del vasto affresco, con le sue luci e le sue ombre, attraverso cui l’autore dipinge l’epica impresa della trasformazione di un paese arretrato, la cui economia era essenzialmente basata su un’agricoltura frammentata e primitiva, su un’industria sottosviluppata, priva di tecnologie moderne, di un paese ricco di risorse energetiche, ma privo di capitali e infrastrutture per poterle sfruttare, in un paese industrialmente avanzato. In questi capitoli è puntualmente descritta quella che chiamiamo fase di transizione di una società socialista, cioè del passaggio dalla società capitalista alla società comunista. In essi, con il metodo marxista del materialismo dialettico, si illustra l’essenza di questa fase, non lineare e pacifica, ma segnata da dure lotte di classe nella società e all’interno del Partito, da aspre contrapposizioni tra inconciliabili concezioni teoriche e politiche. Dalla lettura di queste pagine si ricava un resoconto puntuale e non agiografico della realtà. Si mettono in rilievo, da un lato, la partecipazione entusiasta della classe operaia e dei contadini poveri, ma anche le contraddizioni al suo interno: i volontarismi, gli eccessi, i ritardi, gli errori e le relative rettifiche, lo spontaneismo delle masse e il ruolo di direzione del Partito. E, dal lato opposto dello schieramento di classe, si evidenziano i sabotaggi, i delitti, la corruzione, il formalismo e l’inefficienza. Ci viene offerta cioè la descrizione “sul campo” di una fase in cui sono presenti sia i “germi di comunismo”, come li chiamava Lenin, che le tare della vecchia società capitalista. Nel quadro delle contraddizioni tra i nuovi e i vecchi rapporti di produzione, viene messa in risalto l’accanita resistenza della borghesia che non vuole morire e che - con le armi, gli intrighi, puntando sull’ignoranza, sulla forza delle abitudini, sui pregiudizi e sulle superstizioni delle masse più arretrate - cerca di soffocare lo sviluppo economico, sociale e morale della nuova società che nasce, ancora imperfetta, ma che prelude alla società comunista.

Nei capitoli dedicati al “genocidio della collettivizzazione” e a “l’olocausto degli Ucraini”, Ludo Martens affronta due temi, che furono e sono il cavallo di battaglia della propaganda della borghesia imperialista e di quella revisionista per descrivere gli “orrori” del comunismo ed in particolare del “terrore” staliniano. Con un paziente e puntuale lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze, l’autore smonta le operazioni di intossicazione dell’informazione e ne svela i meccanismi perversi. Una tra tutte, a mo’ di esempio, la montatura riguardante la carestia degli anni 1931-32 per mezzo della quale Stalin (c’è sempre una personalizzazione in queste accuse) avrebbe volontariamente sterminato gli Ucraini. Si legga (alle pp. 141-143) l’ignobile vicenda di un falso reportage di un falso giornalista e dell’uso truffaldino delle immagini della carestia del 1921-22.

Già allora quella sciagura, che aveva colpito la giovane Repubblica sovietica russa, era stata addebitata al “fallimento” del socialismo, come ricorda Lenin: «... Poi abbiamo avuto la carestia. E questa per i contadini è stata la prova più dura. È ben naturale che allora tutti all’estero gridassero: “Eccoli, i risultati dell’economia socialista!”. Ed è del tutto naturale che essi tacessero che la carestia, in realtà, era un orribile risultato della guerra civile.»

È del tutto naturale che il nemico ci attacchi, ma non possiamo esimerci dall’alzare la nostra voce per ristabilire la verità. Puntigliosamente e scientificamente l’autore dimostra la falsità delle cifre sparate dai detrattori professionali del socialismo, del genere di Robert Conquest, denuncia le origini naziste della propaganda anticomunista maccartista (nel secondo dopoguerra, gli USA raccolsero il testimone della propaganda nazista), ridimensiona il numero dei kulaki fucilati in seguito alle condanne per atti di terrorismo nelle campagne e dei morti in conseguenza della deportazione nei campi di lavoro. Per quanto riguarda il “genocidio” degli Ucraini, dimostra come i dati statistici possano essere manipolati, applicando lo stesso metodo alle variazioni della popolazione in una provincia del Canada (p. 148). Infine rivela la vera origine della carestia del biennio 1931-1932, dovuta a cause naturali (siccità) e a nuove difficoltà nel processo di collettivizzazione. Carestia che peraltro fu affrontata con grande efficienza e con un sollecito aiuto alle popolazioni colpite, da parte del governo sovietico che disponeva di ben altre risorse rispetto al 1921.

http://www.pasti.org/stalin11.html  

http://www.facebook.com/groups/161542447270131/189684224455953/#!/notes/giuseppina-ficarra/la-nostra-epoca-ha-sancito-non-la-sconfitta-del-comunismo-ma-il-fallimento-defin/10150446109959605

vedere anche: Intervento di Aldo Bernardini alla presentazione del libro di Martens a Roma il 7 novembre 2005 http://www.pasti.org/bernar27.html 

 

  Lenin e la democrazia Lettere agli operai d’Europa e d’America
nota pubblicata da Giuseppina Ficarra il giorno martedì 29 novembre 2011 alle ore 8.58
 
Lenin  e la democrazia  Lettere agli operai d’Europa e d’America

Lasciate che i pedanti o coloro che sono inguaribilmente imbevuti di pregiudizi democratici borghesi o parlamentaristici scuotano la testa, perplessi, davanti ai nostri Soviet, indugiando, per esempio, sull'assenza di elezioni dirette! …..

Il parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l'agitazione, per l'organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi che la storia mondiale ha posto all'ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come "democrazia" in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, sino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato. (n.d.r. dedicato a chi pensava "che era un obbiettivo legittimo costruire, da parte di soggetti terzi, diversi dal popolo libico, una Libia “democratica”",  ignorando volutamente l'esistenza della Jamahirya libica della quale si poteva e si doveva parlare, anche per evidenziarne aspetti positivi. Dedicato a chi anche a sinistra ha manifestato a Roma sotto la bandiera del re Idris)

 

Lettera agli operai d'Europa e d'America

Pubblicato il 24 gennaio 1919 sull'Izvestia n° 16 e sulla Pravda n° 16

 http://www.marxists.org/italiano/lenin/1919/americani/americani.htm#p2  -      

 

Lettera agli operai americani

Pravda n° 178, 22 agosto 1918.

   http://www.facebook.com/#!/note.php?note_id=10150426242244605             

http://www.facebook.com/#!/giuseppina.ficarra?sk=notes&s=10                                           _____

A PROPOSITO DI NON VIOLENZA

nota pubblicata da Giuseppina Ficarra il giorno sabato 17 dicembre 2011

http://www.facebook.com/#!/notes/giuseppina-ficarra/a-proposito-di-non-violenza/10150469691989605     

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Da Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal mito
Laterza (Biblioteca Universale Laterza 635), Roma-Bari 2010, pp. 287, € 22,00 [ISBN 978-88-420-9246-9]

Recensione di Maurizio Brignoli – 02/01/2011

Filosofia politica

Se per tutto un periodo storico la critica della violenza si è intrecciata alla critica dell'espansionismo coloniale, oggi "la proclamazione dell'ideale della non-violenza va di pari passo con la celebrazione dell'Occidente, che si erge a custode della coscienza morale dell'umanità e si ritiene pertanto autorizzato a scatenare destabilizzazioni e colpi di Stato, nonché embarghi e guerre 'umanitarie', in ogni angolo del mondo" (pp. 239-40).

Sul tema della violenza tre 'grandi narrazioni' si sono scontrate nel corso del novecento: l'intervento degli Usa nella prima guerra mondiale come strumento per la diffusione universale della democrazia e la realizzazione della pace perpetua secondo la dottrina di Wilson; l'abbattimento rivoluzionario dell'imperialismo che avrebbe posto fine alle guerre teorizzato da Lenin; la creazione di un mondo privo di violenza a partire dal trionfo del principio morale e religioso proclamato da Gandhi. Oggi, secondo Losurdo, l'unica 'grande narrazione' ancora vitale sul piano politico, capace al contempo di utilizzare il tema di Gandhi in funzione completamente subordinata, è quella di Wilson. Con la sconfitta della rivoluzione francese e poi di quella d'ottobre si è verificato un fenomeno di riduzione dell''universalità', ristretta oggi all'ideologia della missione imperiale. La categoria di 'nazione eletta da Dio' che caratterizza l'ideologia imperiale statunitense non è però universalizzabile. (Puoi leggere tutto l'articolo qui: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2011-02/losurdo.htm)

 Dall'intervento di Fausto Bertinotti (prima della grande svolta!!!!) a Venezia il 13 dicembre 2003 in occasione del
Convegno sul problema storico e politico delle Foibe 
 
(http://www.spazioamico.it/terrorismo%20scheda%201.htm)

Raniero La Valle Roma, 9 gennaio 2004  da "Liberazione"

La guerra è sempre stata un orrore. Ma perché oggi apre una crisi di civiltà e può risolversi in catastrofe? Perché la guerra oggi è rimasta prerogativa di una parte sola, anzi di una sola potenza. Gli Stati Uniti, per stabilire la loro sovranità universale, si sono riappropriati della guerra, ma nello stesso tempo l'hanno resa a tutti gli altri impossibile. Creando e gloriandosi di avere una potenza militare senza pari e quale mai si è avuta nella storia, inventandosi una guerra dove si dovrebbe morire da una parte sola, affidandosi ad armi intelligenti e maneggiate da lontano, e sprigionando una superiorità schiacciante su qualsiasi avversario, hanno reso la guerra, fatto di per sé essenzialmente dialettico, per chiunque altro impossibile. Chi osa resistere loro in guerra fa la fine della Yugoslavia, dell'Afghanistan, dell'Iraq. Le sole guerre che sono ancora possibili sono quelle tra poveracci, le cosiddette guerre dimenticate. Ma con l'America non c'è partita, se la partita è la guerra.

E allora se la guerra è stata resa impossibile, il suo surrogato è il terrorismo. Non potendo ricorrere al terrorismo principale, che è la guerra, che si combatte con armi pubbliche (publicorum armorum contentio), si ricorre al terrorismo secondario, che si combatte con "armi private". Il terrorismo è la guerra degli sconfitti, che non vogliono continuare ad essere sconfitti, e che sperano di non essere più oltre sconfitti.  

La svolta: "Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.
A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.(http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_della_Rifondazione_Comunista)

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da nota pubblicata su fb da Amedeo Curatoli il giorno venerdì 4 novembre 2011 alle ore 22.33.
Ferrero-Diliberto: affinità elettive  (e riportata più avanti):

   A Rimini, 9 anni (n.d.r. 2002) fa si fece un congresso di Rifondazione, furono presentate 63 tesi, nella  n° 51 dal titolo sportivo “comunismo contro stalinismo” Bertinotti scrisse: “un’identità comunista implica una rottura radicale con lo stalinismo”. 9 anni dopo Ferrero copia parola per parola dal suo ex maestro:”Il progetto della rifondazione comunista, di un'identità comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con lo stalinismo”. Di suo Ferrero ci ha messo solo il XXI secolo perché 9 anni fa non si era ancora presa la pomposa abitudine di dirsi comunisti del XXI secolo, non era stato neanche inventato ancora Marx XXI. In quella tesi n°51 Bertinotti scrisse ancora: "Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica". 9 anni dopo (cioè oggi) Ferrero, ridicolmente,  facendo la figura dell’ultimo della classe che copia pedissequamente dal compagno di banco, ripete: “Non proponiamo qui un'operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica” (VIII Congresso doc.1 http://web.rifondazione.it/viii/?p=60#more-60)   Non proponiamo qui (2002), non proponiamo qui (2011) un bilancio storico “ben altrimenti impegnativo”: può darsi che tale bilancio vedrà la luce nel XXII secolo? E cosa dirà mai di bello un bilancio sull’Urss di Stalin ben altrimenti impegnativo dopo tutte le calunnie borghesi imperialiste che gli avete vomitato addosso?  Per ora a Bertinotti ed al suo ex-discepolo valdese ora basta questo giudizio analitico a priori di kantiana memoria: lo stalinismo è incompatibile con il comunismo!   

            Che conclusione si potrebbe trarre? Una constatazione ed un augurio. Una constatazione: teoricamente né Prc né Pdci sono abbastanza forti da fondare un nuovo comunismo. Un augurio: che ad ambedue i Congressi almeno un coraggioso compagno (meglio sarebbe un nucleo organizzato di compagni) denuncino e dimostrino  il carattere revisionista di Prc e Pdci 

Amedeo Curatoli 4:11.2011

http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150382653554605#!/notes/amedeo-curatoli/ferrero-diliberto-affinit%C3%A0-elettive/271847476192882

http://lanostralotta.org/?p=283

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Come ho ricordato altrove oggi  Liberazione non usa più ricordare la Rivoluzione d‘ottobre.

Inoltre nel documento approvato dell'VIII congresso di
Rifondazione comunista nessun riferimento a Marx e Lenin.
Giuseppe Carlo Marino Il ricordo di quella gloriosa rivoluzione sta nella memoria del migliore Novecento. L'oscuramento di questo ricordo è, paradossalmente, un indicatore dell'imbarazzata mala fede dei nuovi poteri di capitalismo globalizzato.
8 novembre 2010 alle ore 20.06

Tutto in nome della non violenza???!!!!  vedi anche La “svolta non-violenta” del PRC

Da L'ERNESTO

La non-violenza e le sue astratte agiografie dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale

La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne di Leonardo Pegoraro

Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta” non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”. Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.

In questa sede molti compagni sollevarono anzitutto un problema di metodo, in relazione al fatto che il convegno di San Servolo era stato organizzato “a senso unico” e aveva volutamente rifiutato un confronto tra tesi diverse3. Misero poi in luce la confusione derivante da un continuo cambiamento dell’oggetto del dibattito che, a seconda dell’esigenza della polemica, passava da un’assolutizzazione nel tempo e nello spazio dell’ideologia e della pratica non-violente a «considerazioni politiche abbastanza ovvie sulla necessità di rifiutare l’uso della violenza “qui ed ora”». Il tutto accompagnato da un confuso intreccio tra il tema della violenza e quello del potere, come se l’una coincidesse automaticamente con l’altro e viceversa4.

Ma a risultare, se possibile, ancora più oscuro e surreale era l’urgenza con cui la maggioranza del PRC voleva imprimere al partito questa “innovazione” culturale, come se in Occidente fosse all’ordine del giorno la presa del “Palazzo d’inverno” da parte degli oppressi. E rivendicando oltretutto «come originali» risultati che in realtà erano stati «da tempo acquisiti» e «come proprie pensate» temi che erano ormai «a dir poco classici», da tempo ampiamente metabolizzati «dalla cultura del movimento operaio» grazie anche alla preziosa lezione gramsciana5.

Al convegno de l'Ernesto, l’urgenza di questa “svolta” ideologica veniva così interpretata da molti interventi come il frutto di una strumentale esigenza politica: la maggioranza bertinottiana stava cercando di operare da un lato un «aggiustamento della collocazione» del partito rispetto al movimento no global e, dall’altro, di lanciare ai settori moderati del paese un visibile segnale di «omologazione», «in vista di un accordo organico di governo nel 2006» (con la conseguente integrazione subalterna del partito nell’Ulivo). Finalità tattiche, queste, che avrebbero però potuto sconfinare sul piano della dimensione strategica, con il rischio di aprire la strada ad un cambiamento genetico del partito e, di conseguenza, ad una «nuova identità, con tutto ciò che ne deriva in termini di interlocutori sociali, modalità di lotta politica e retroterra culturale». Un’identità politica non più volta a un radicale superamento del capitalismo ma compatibilmente volta, tutt’al più, a contrastarne gli effetti, per così dire, più «odiosi» e selvaggi6. Insomma, questa “innovazione” si preannunciava come una tappa fondamentale di un (forzato) processo di decomunistizzazione in atto nel PRC ad opera della sua stessa maggioranza.

Due diverse scuole di pensiero a confronto: idealismo vs. materialismo storico  CONTINUA              vedi anche qui

http://domenicolosurdo.blogspot.com/2010/11/una-recensione-della-non-violenza.html

http://www.sinistrainrete.info/archivio-documenti/1110-leonardo-pegoraro-la-non-violenza-e-le-sue-astratte-agiografie-dal-lpiccolo-giocor-del-prc-al-lgrande-giocor-internazionale

 (*) Lo Leggio Salvatore la Rivoluzione d'Ottobre fu una tra le meno violente della storia. La violenza venne dopo: soprattutto dai Bianchi, in parte consistente mercenari stranieri, e dal loro terrore anticomunista. L'Armata Rossa condusse una guerra eminentemente difensiva.

 PER LA RICOSTITUZIONE DELL'UNIONE SOVIETICA di Michele Trocini

I bolscevichi si preparano in Russia!
L'oratore è il dirigente del movimento di massa "Il giudizio del tempo" Notate fin dall'inizio lo stile politico dei bolscevichi, l'oratore arriva accompagnato da elementi paramilitari, notate anche la formazione delle prime fila del pubblico. Che cosa dice grosso modo l'oratore? Il suo intervento è di appena 1 giorno dopo le elezioni e denuncia che è in atto un piano Libia in Russia. Per i bolscevichi esiste la distinzione tra avversario politico e traditori. Il compito principale di oggi è quello di sconfiggere con qualsiasi mezzo il tentativo imperialista in combutta con i traditori della Patria. Hanno per l'operazione già investito un miliardo e mezzo di dollari nel piano nel quale gli arancioni dovranno avere un ruolo importante. L'ambasciatore americano a Mosca, il signor Mc Faul, coordina il criminale piano che prevede di far penetrare bande armate nel paese che dovranno far da spalla agli arancioni che provocheranno rivendicazioni regionali per smembrare la Russia e creare le condizioni di un controllo dell'arsenale atomico nelle mani imperialiste. I Bolscevichi presenti anche nelle sfere militari con proprie organizzazioni sono pronti e si preparano a sventare il piano criminale. La partita con Putin si giocherà nel corso di questa lotta a seconda del suo atteggiamento nei confronti del piano criminale imperialista. Alla fine l'oratore, il compagno Kurghinian, invita a trasferirsi nel vicino teatro dell'esercito per il freddo pungente.
Invitiamo inoltre la compagna di mano da estrarre altre importanti argomenti dal discorso del compagno oratore.

Митинг "Суть Времени" 05.03.12 Суворовская площадь Москва - Красное ТВ

   

                                                     ________

ESTRATTO DA DISCUSSIONE FRA UNO STALINISTA E UN BORDIGHISTA

martedì 7 febbraio 2012

                                                                                                LA VERITA’ SUI CRIMINI DI STALIN 

 

 Ciao XY ti chiedo scusa per il ritardo ma, come tu capirai, le questioni affrontate richiedevano una risposta seria ed argomentata. E’ stata una faticaccia lo riconosco ma  ha permesso anche a me di approfondire molte cose di cui avevo solo una vaga idea per cui ritengo che ne è valsa la pena.

Devo dire che sono un po’ deluso ; mi aspettavo qualcosa del genere ma non queste che sono le cose trite e ritrite che la borghesia democratica oltre a quella fascista e nazista ripetono da 70 anni. Sono le stesse cose che  Robert Conquest ( famoso e viscerale anticomunista) scrive nel suo libro nero sul comunismo edito da Berlusconi ma pazienza.

Innanzitutto pretendi di argomentare l’essenza anticomunista dello stalinismo sostenendo la natura precapitalistica  dei rapporti da cui esso sorge. ( devo ammettere che come idea è interessante e merita un approfondimento). A parte il fatto che logica vuole che se il Bordighismo e il Trotzkismo hanno fallito nel loro tentativo di dimostrare che in Urss non c’era il socialismo questo compito rimane non assolto e tocca magari a voi o a chiunque ne abbia la voglia e gli strumenti risolvere il quesito. E’ sbagliato fare passi in avanti (a) per cercare di spiegare che cos’era  se non era socialismo perché non avete ancora dimostrato che non era tale. Poi se, da quello che tu stesso dici, non avete le idee chiare perché siete all’inizio, bene! Buon lavoro. Vedremo cosa viene fuori. Per adesso rimane una cosa buttata lì  senza significato teorico giusto? Quindi non mi può bastare. E passiamo agli altri argomenti.

Andrò in ordine cronologico per cui vediamo il primo:

 1)… La politica di Stalin nei confronti della Georgia…(omissis)…i compagni georgiani,che non si vedranno solo invadere il proprio territorio bensì anche sterminare quasi tutto il proprio C.C….

Per quanto riguarda l’invasione del territorio Georgiano se ti riferisci al febbraio del ’21 quando, Lenin era ancora saldamente al suo posto di comando e  in piena guerra civile, dopo aver ottenuto l’indipendenza il governo Georgiano ( menscevico, nazionalista e anticomunista) aveva attaccato l’ Armenia, proceduto alla pulizia etnica degli osseti e bruciato villaggi abkhazi e quindi aveva messo fuorilegge ed incarcerato tutti i comunisti della repubblica, dopo che il paese minacciava di diventare una base per l’intervento straniero contro il paese dei Soviet ebbene sì; truppe russe insieme a forze georgiane sono effettivamente entrate nel paese. E’ vero che Lenin si disse molto dispiaciuto ma ,si sa, lui era un buono. Ma cosa centra Stalin?

Sullo sterminio del C.C. Georgiano ( se è vero che è stato sterminato) penso che ti riferisci alle purghe del ’38 ma di questo ne parlo più avanti.

2)……Lenin….carcerato nel  letto del suo appartamento dalla vigilanza medica stalinista

Semplicemente Lenin era stato colpito da un attacco nel maggio del ’22. A dicembre dello stesso anno ha un nuovo grave attacco peggiora il suo stato. Il 24 /12 i medici dissero a Stalin, Kamenev e Bucharin che qualsiasi controversia politica in cui L. fosse stato coinvolto avrebbe potuto essere fatale. Essi stabilirono che:” ha facoltà di dettare ogni giorno per un tempo da 5 a 10 minuti. Non può ricevere visitatori politici. I suoi amici e coloro che lo circondano non possono informarlo delle questioni politiche”. Inoltre l’Ufficio Politico del partito aveva incaricato Stalin di tenere i rapporti con L. ed i medici (allora Stalin non aveva ancora la preminenza che ebbe più avanti). Ovviamente L. cercava in ogni modo di aggirare il divieto aiutato in questo dalla moglie. Da questo nascevano frizioni e tensioni comprensibilissime che attestano comunque oltre al  desiderio di Stalin  di non affrettare la fine di L. anche la fedeltà al compito assegnatogli dall’ufficio politico .

 3) …collettivizzazioni forzate degli anni 30…

Quello della collettivizzazione dell’agricoltura in Urss è un eccellente esempio (un modello direi) di come si trasforma in senso socialista un economia difficile da trattare come quella agricola.

Contrariamente a quello che ti prefiggi è un argomento forte a favore di chi, come noi, sostiene che il socialismo stava facendo dei passi giganteschi in Urss.

Sintetizzando molto: L’agricoltura in Russia era da sempre il settore più arretrato non solo nei confronti di altri settori dell’economia Russa ma anche nel confronto internazionale. Famosa era la miseria e l’ignoranza del contadino russo il quale andava a dormire alle 5 del pomeriggio perché non aveva nemmeno l’olio per la lampada.

La rivoluzione socialista aveva portato molti vantaggi al contadino russo; I contadini senza terra avevano ricevuto tutti un appezzamento, le imposte dirette e gli affitti erano nettamente inferiori al vecchio regime e finalmente dopo secoli i contadini riuscivano a conservare e consumare una parte molto più grande dei loro raccolti. Nel 1927 però c’era ancora molto poco di socialismo nelle campagne dove  la maggioranza di produttori erano individuali.

Infatti nel ’27 in seguito allo sviluppo spontaneo delle leggi di mercato il 7% dei contadini si trovarono di nuovo senza terra. Ogni anno 250.000 contadini poveri perdevano il loro terreno. In sostanza aumentava la differenziazione sociale. La grande maggioranza era costituita da contadini medi ma si rafforzava la fascia di quelli cosiddetti ricchi che costituiva tra il 5 e il 7% del totale. 

Il problema era anche il controllo del mercato del grano che era importante per lo sviluppo dell’industrializzazione e per il rifornimento delle città. Questo rifornimento diminuiva. E perché diminuiva? Per 2 fenomeni: 1) aumentando il benessere dei contadini questi consumavano di più del passato e quindi ce n’era meno per il mercato e 2) i contadini ricchi  lo conservavano per speculare sul rialzo dei prezzi.

Questo fatto non poteva durare e portava allo scontro con i contadini ricchi, i famosi  kulaki.

Il PC(b) ( Il partito quindi non Stalin; e smettiamola di personalizzare le lotte politiche! ) si rende conto che questo è una minaccia per il socialismo e punta quindi sulle fattorie collettive: i Kolkhozy.

Il partito si impegnava a far sì che le piccole, isolate e poco produttive fattorie singole si unissero volontariamente in cooperativa, non con il metodo delle pressioni ma con l’esempio e la convinzione, in unità più grandi ed estese. Il movimento per la collettivizzazione si estese impetuoso in ogni angolo del paese e portò ad ottimi risultati e , come sempre succede nella vita reale, ci furono degli errori e delle esagerazioni. Ci furono burocrati ed attivisti troppo zelanti  che per incomprensione o per troppo entusiasmo arrivarono anche a fare pressione  ma questo non cambia il segno generale di tutta l’operazione. I Kulaki invece vennero espropriati e, a volte esiliati, ma a farlo non fu l’apparato del partito o dello stato ma gli stessi contadini poveri! E sapete perché ? perché nelle campagne il partito era molto debole. Basti pensare che il 1 Ottobre 1928 su 1.360.000 membri e candidati del partito solo 198.000 erano contadini e lavoratori agricoli cioè il 14,5 % del totale. Al 1 Gennaio del 1930 si contavano 339.000 comunisti su una popolazione rurale di 120 milioni di persone.

Quindi la parola d’ordine era Dekulakizzazione. Il 5 Gennaio 1930 una risoluzione del comitato centrale affermò: “ bisogna  passare da una politica di limitazione delle tendenze sfruttatrici dei kulaki ad una politica di liquidazione dei Kulaki in quanto classe”.

Dopo questa risoluzione i Kulaki si lanciarono in una lotta a morte: incendiavano raccolti, appiccavano il fuoco ai fienili, alle case e ai fabbricati; uccidevano militanti bolscevichi. Per non dover cedere il loro bestiame alla collettività l’abbattevano e incitavano i contadini medi a fare altrettanto con il risultato che nel ’32, dei 34 milioni di cavalli esistenti nel paese nel 1928, solo 15 milioni erano quelli rimasti. Del danno provocato all’agricoltura è sufficiente  pensare che il cavallo allora era ancora lo strumento principale di lavoro.                                                                                    La resistenza dei Kulaki continuò ma alla fine la maggior parte di loro erano stati espropriati. E che fine fecero? La maggior parte furono inserite nei Kolkhozy e un piccola parte fu esiliata. Questa è la verità sulla collettivizzazione forzata che, sottolineo, fu forzata solo nei confronti dei contadini ricchi ( d’altronde se una collettivizzazione non è forzata che collettivizzazione è? e se questo non è socialismo che avanza verso il comunismo che cos’è?) (b)

Per quanto riguarda il genocidio legato alla collettivizzazione bisogna dire che l’espressione: “liquidare i Kulaki in quanto classe”  fu subito sottolineata da uomini senza scrupoli come Ernest Nolte e Conquest per parlare di sterminio degli stessi tacendo il fatto che con quell’espressione si indicava solamente la necessità di liquidare socialmente i Kulaki e cioè come classe e non fisicamente come individui. Robert Conquest  parla di 6.500.000 vittime ma nel 1990 Zemskov e Dugin, due storici russi pubblicarono le statistiche dettagliate dei Gulag da cui risulta che nel periodo più violento della collettivizzazione , negli anni ’30 e ’31, i contadini espropriarono 381.026 Kulaki con le loro famiglie e li costrinsero all’esilio nelle terre vergini dell’Est della Russia; si trattava di 1.803.392 persone. Al 1 gennaio 1932 un censimento ne contò 1.317.022. La differenza era di 486.000; una parte di questi fuggirono durante il viaggio, un’altra parte tornò nel luogo di residenza. La stima di 100.000 persone decedute è ritenuta molto vicina alla realtà e la causa della loro morte è per la maggior parte dovuta ad epidemie dovute alle precarie condizioni igieniche dell’epoca in particolare all’assenza di acqua bollita. Dal 1932 al 1940  si può stimare che 200.000 kulaki siano morti nelle colonie per cause naturali. Di tutte queste morti la colpa viene attribuita a Stalin.  D’altronde, visto il deficit di forza-lavoro che c’era in Siberia e Kazhakastan non si capisce perché il regime  dovesse eliminare  tutta questa forza lavoro. Per odio al socialismo alcuni intellettuali occidentali hanno diffuso le calunnie di Conquest sui Kulaki sterminati ma quanti sanno che in Mozambico, la Renamo, organizzata dalla CIA e dai Servizi Segreti del regime razzista del Sudafrica hanno massacrato ed affamato, dal 1980, 900.000 abitanti dei villaggi con lo scopo di impedire che il Mozambico emergesse come paese indipendente  a orientamento socialista. L’Unita, anch’essa sostenuta da CIA e Sudafrica, ha ucciso più di un milione di angolani durante la guerra civile contro il MPLA. In Mozambico e in Angola non occorreva inventarsi dei cadaveri bisognava solo contarli ma, come dice Mao, ci sono morti che pesano come piombo e morti che pesano come piume.

4) … dei processi di Mosca, ….il fatto dello sterminio dell’intero Comitato Centrale formato dai rivoluzionari  bolscevichi della prima ora……, del riciclo a sistema dei Gulag zaristi…,

Qui è necessario fare una premessa che cercherò di sintetizzare molto. La società socialista, come tutti i comunisti sanno, è una fase di transizione tra il Capitalismo e il Comunismo quindi tende verso quest’ultimo ma porta ancora i segni della vecchia società  sotto ogni aspetto: economico, morale ed intellettuale. Nella società socialista continuano a sussistere le differenze  tra operai e contadini, tra città e campagna, tra lavoro manuale ed intellettuale, tra  dirigenti e diretti e infine la distribuzione del prodotto sociale viene fatta in base alla quantità del lavoro svolto e non in base ai bisogni, come sarà nella società comunista. Di conseguenza continuano ad esistere differenze in fatto di ricchezza e queste differenze possono scomparire solo lentamente, il che comporta necessariamente la possibilità di un lungo periodo prima che la transizione si compia.

Già dopo la rivoluzione d’ottobre Lenin aveva osservato che: 1) gli sfruttatori spodestati cercano sempre ed in tutti i modi di riconquistare il loro paradiso perduto. 2) l’ambiente piccolo borghese genera ogni giorno, ogni ora, nuovi elementi borghesi. 3) Nei ranghi della classe operaia e tra i funzionari statali possono spuntare degli elementi degeneri e dei nuovi elementi borghesi a causa dell’influenza borghese, dell’ambiente piccolo borghese e dalla corruzione che esso esercita. 4) le condizioni esterne che determinano la continuazione della lotta di classe nei paesi socialisti sono: l’accerchiamento da parte del capitalismo internazionale, la minaccia dell’intervento armato e le manovre di disgregazione pacifica cui fanno ricorso gli imperialisti. Cito solo: “ Il passaggio dal capitalismo al comunismo copre tutta un epoca storica. Finchè essa non è conclusa, gli sfruttatori conservano inevitabilmente la speranza di una restaurazione, speranza che si traduce in tentativi di restaurazione” (c)  e poi: “L’abolizione delle classi è il risultato di una lotta di classe lunga, difficile, ostinata, che, dopo l’abbattimento del potere del capitale, dopo la distruzione dello stato borghese, dopo l’instaurazione della dittatura del proletariato, non cessa… (omissis)… ma non fa che cambiare di forma per divenire sotto molti aspetti persino più accanita (d).La storia dell’Urss conferma questa tesi di Lenin. La borghesia e le altre classi reazionarie conservano per un certo periodo la loro forza e mille legami la collegano alla borghesia internazionale. Non rassegnate alla sconfitta esse scatenano in tutti i campi lotte dissimulate o aperte col proletariato. Atteggiandosi ovviamente a fautori del socialismo, dei soviet e del partito comunista ( loro sono i veri comunisti dicono) sabotano il socialismo e preparano la restaurazione del capitalismo. Esse cercano di insinuarsi negli organismi dello stato, nelle organizzazioni di massa, nelle istituzioni economiche e, sul piano economico, sabotano in tutti i modi l’apparato produttivo. In una situazione del genere sono particolarmente nocivi gli elementi degeneri che si insediano negli organi dirigenti perché sostengono e proteggono gli elementi borghesi presenti negli organi inferiori. Se si considera che le forze di cui sopra trovavano un terreno favorevole proprio tra i piccoli produttori privati dell’agricoltura , che questi ultimi hanno potuto esistere liberamente per molti anni e che questo settore è stato per lungo tempo il settore predominante dell’economia si capisce bene che la lotta di classe in Urss non era affatto terminata. Ma, in generale, la lotta tra il Marxismo-Leninismo e l’opportunismo di ogni genere e quindi anche il revisionismo è qualcosa di inevitabile all’interno dei partiti comunisti dei paesi socialisti e durante il periodo socialista.

Mao tse Tung, che ha approfondito in modo particolare la dialettica delle contraddizioni ha sottolineato  che la legge universale  della natura e della società umana, che è l’unità e la lotta dei contrari, si applica anche alla società socialista. Lungo tutta la fase socialista c’è sempre lotta tra le due vie: il socialismo ed il capitalismo. (e) Non solo, Mao ha messo in luce che le contraddizioni sociali resteranno la forza motrice della trasformazione e della vita sociale non solo nel socialismo ma anche nel comunismo ( ovviamente ad un livello superiore).

Infatti Lenin e i Bolscevichi si sono sempre battuti contro questo pericolo e in particolare contro le deviazioni burocratiche dell’apparato statale e soprattutto degli organi dirigenti. Subito dopo la rivoluzione, i bolscevichi furono costretti a recuperare una parte del vecchio apparato statale zarista. Da una parte i Kulaki, i vecchi ufficiali zaristi e tutti i reazionari riuscivano facilmente ad infiltrarsi nel partito, poiché tutti coloro che avevano una certa capacità organizzativa, venivano ammessi d’ufficio nelle sue file, talmente grande era la sua mancanza di quadri. Dall’altra parte, la prima generazione rivoluzionaria di contadini  si era formata nell’esperienza della guerra civile ed aveva assimilato la mentalità del comunismo di guerra e cioè comandare e dare ordini di tipo militare.

In generale poi, in regime di partito unico, per gli opportunisti, i profittatori e i carrieristi quale posto migliore per trovarsi un posticino adeguato che il partito stesso? Questa gente poi riusciva facilmente ad inserirsi soprattutto nei quadri intermedi e negli apparati delle repubbliche.

Uno dei metodi più collaudati per la lotta contro la degenerazione burocratica era la verifica-epurazione necessaria anche perché gli iscritti al partito, dopo la rivoluzione, crebbero esponenzialmente. Se nel ’17 gli iscritti al partito erano 30.000, nel ’21 600.000 , nel ’29 1.500.000  nel ’32 erano diventati 2.500.000. La prima campagna di verifica fu fatta nel ’21 quando il 25% dei militanti furono espulsi, nel ’29 fu espulso l’11% e nel ’33 il 18%. Gli espulsi erano quelli che un tempo erano stati kulaki, ufficiali bianchi e controrivoluzionari e poi anche corrotti, arrivisti e burocrati incorreggibili. Era un lavoro difficile e faticoso perché, come abbiamo visto sopra, questi elementi si riproducevano in continuazione.

Arch Getty nel suo studio: “Origins of the Great Purges” dimostra che negli anni ’30, a livello regionale, che era il livello principale di decisione sul terreno,  erano cambiate poche cose. Ai livelli regionali, si erano formati clan e gruppi di potere che era stato difficile sloggiare ma, alla fine, saranno distrutti durante la grande purga del 37-38.

L’assassinio di Kirov nel ’34 a Leningrado, il nr.2 del partito,  fu un campanello d’allarme per la dirigenza bolscevica.

Il processo al blocco Zinovievista-Trotzkista del ’36 fu la conferma che l’opposizione  Trotzkista stava diventando il coagulo di tutte le forze ostili al socialismo nonché V colonna potenziale per minacce esterne e agenzia al servizio di servizi segreti stranieri.

Il 23 settembre del ’36 una serie di esplosioni in miniere siberiane causarono 12 morti e comunque,a parte gli attentati,  continuavano i sabotaggi in tutto il paese. Nel ’36 fu arrestato Bucharin perché complottava per organizzare un colpo di stato il quale confessò. Per chi avesse dubbi sulla sincerità delle confessioni sentite un po’ cosa scrisse in un messaggio confidenziale al Segretario di Stato a Washington, nientedimeno che l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Urss Joseph Davies, presente ai processi un quanto questi erano pubblici:” Sebbene io nutra un pregiudizio nei confronti dell’acquisizione di prove attraverso la confessione e nei confronti di un sistema giudiziario che non accorda , per così dire, nessuna tutela all’accusato, dopo aver ben osservato ogni giorno i testimoni e il loro modo di testimoniare, dopo aver notato le conferme inconsapevoli che si sono evidenziate e altri fatti che hanno contrassegnato il processo, io penso, d’accordo in questo con altri il cui giudizio può essere accettato che, per ciò che riguarda gli accusati, essi abbiano commesso abbastanza crimini secondo la legge sovietica, crimini stabiliti dalle prove e senza che siano possibili ragionevoli dubbi sul verdetto  che li dichiara colpevoli di tradimento e sulla sentenza  che li condanna alla pena prevista. E’ sensazione generale dei diplomatici che hanno assistito al processo che l’accusa abbia provato l’esistenza  di un complotto estremamente grave”.

Ma la cosa che impressionò di più e rese urgente la necessità di una pulizia radicale fu la cospirazione anticomunista nell’esercito che collegata all’opposizione opportunista all’interno del partito provocò il panico e diede il via alla grande purga.

L’esercito era l’ambiente in cui l’opposizione di “sinistra” era quasi totalmente assente ciononostante fu lì che si abbatté in percentuale il maggior numero  di epurati. C’e chi ha definito isterico e  paranoico il modo in cui sono stati colpiti i militari proprio nel momento in cui ci si aspettava un attacco da parte della Germania nazista ma è proprio questo che dimostra il sangue freddo e il coraggio di chi ha deciso questo: Il partito  non poteva permettersi degli elementi infidi nel corpo dell’esercito, ne andava dell’esistenza stessa dello stato sovietico. Il fatto poi che il partito colpisse soprattutto le forze armate che erano indispensabili ai fini della difesa esterna non può essere spiegato che dalla fondatezza delle accuse di complotto. L’altro modo per spiegarlo è che tutti i dirigenti sovietici fossero dei pazzi.

Infatti il trotzkista  Isaac Deutscher che non perdeva mai occasione per denigrare Stalin scrive:” tutte le versioni non staliniane concordano su un punto: alcuni generali progettarono veramente un colpo di stato. Lo fecero per ragioni personali e su loro propria iniziativa…(f)

Il capofila del complotto era il Maresciallo Tuchacevskij che fu giustiziato il 12 Luglio 1937 insieme ad alti ufficiali.

La Grande Purga cominciò con un decreto legge firmato da Stalin e Molotov e andò avanti per 2 anni.

Ci sono state sempre molte polemiche sulla quantità di persone colpite dalla grande purga e questo è stato uno dei soggetti preferiti per l’intossicazione della propaganda anticomunista ( e Trotzkista) la quale confonde spesso gli epurati con i giustiziati. Mentre i giustiziati sono stati 75.950, gli espulsi dal  partito nel biennio furono secondo Rittersporn,   278.818 persone che è un numero inferiore alle espulsioni degli anni precedenti. Niente di simile a quanto “stimato” da Robert Conquest che parla di 7-9 milioni di arresti fra il ’37 e il ’38.

Una delle calunnie più ricorrenti afferma che l’epurazione mirava ad eliminare la vecchia guardia bolscevica. Bisogna solo intendersi su cosa si intende per vecchia guardia. Se consideriamo i 30.000 militanti del ’17, l’aumento esponenziale degli iscritti al partito dopo la rivoluzione e le perdite subite da quel primo nucleo durante la guerra civile ridimensionò notevolmente il loro peso percentuale nel partito. Se invece prendiamo gli iscritti del 1920 che erano 182.600 risulta che nel ’39 ( cioè vent’anni dopo !) se ne contavano 125.000. Mancavano all’appello 57.000 persone cioè il 31%. Considerato che alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, alcuni reclusi,altri ancora giustiziati non si può sostenere che sia stata colpita la vecchia guardia in quanto tale.

Se invece ci si riferisce all’opposizione trotzkista risulta che nel ’27 quando fu espulso Trotzky per frazionismo, questa raccolse 6000 voti su 725.000, meno dello 0,9% dei voti congressuali.

Sempre il Professor J. Arch Getty nell’opera citata sopra scrive: “ I dati concreti indicano che la Ezovscina ( La grande Purga) deve essere ridefinita. Non era stata il prodotto di una burocrazia fossilizzata che eliminava dei dissidenti e distruggeva dei vecchi rivoluzionari radicali. In realtà, è possibile che le purghe fossero proprio il contrario. Non è incompatibile con i dati disponibili argomentare che le Purghe fossero una reazione radicale, anche isterica, contro la burocrazia. I funzionari ben sistemati erano eliminati dal basso e dall’alto in un ondata caotica di volontarismo e puritanesimo rivoluzionario”.

Rilevo solo che i dati che fornisco io sono più completi di quelli che fanno riferimento solo ai Comitati Centrali e Regionali dove, ovviamente, essendo un epurazione contro gli alti burocrati , questi si annidavano nelle alte sfere. (g)

Per quanto detto sopra è chiaro che c’erano le carceri e i campi di lavoro come del resto ce ne sono in tutti i paesi “democratici” del mondo ( perché tu dove li metteresti i controrivoluzionari, i sabotatori e i membri resistenti delle vecchie classi dominanti? ). La differenza però la fanno le cifre. Secondo Conquest c’erano 5 milioni di internati nel ’34 più 7 milioni durante la grande purga e fanno 12. E su questi livelli si mantengono più o meno tutti, trotzkisti compresi. Poi l’URSS crollò e gli storici veri hanno avuto modo di controllare le vere cifre degli internati. Nel 1990 sempre Zemskov e Dugin pubblicarono le statistiche inedite tratte dai registri degli arrivi e delle partenze dai campi. Nel 1934 il numero esatto di tutti i detenuti era di 510.307 di cui tra 127.000 e 170.000 politici. Il numero di detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel ’34 e un massimo di 500.000 durante gli anni di guerra, nel ’41 e ’42. Conquest e gli altri anticomunisti avevano moltiplicato le cifre reali da 16 a 26 volte.

Considerato che la popolazione dell’URSS era nel 1939 di 170 milioni di abitanti si vede come il tasso di popolazione carceraria ( 0,3%) era molto più bassa che nel paese più democratico del mondo, gli USA, dove attualmente il tasso di carcerazione è del 0,75 % mentre in Italia è del 0,1 %.

5) la guerra civile spagnola è stato forse il più grande esempio della politica internazionale dello   stalinismo; grande lezione di come non far dilagare la rivoluzione ma soprattutto    come  reprimerla.

Lo studio delle vicende della guerra di Spagna è stata una cosa molto interessante ed istruttiva che mi ha confermato la unilateralità e superficialità delle interpretazioni (malevoli) degli anticomunisti e dei loro galoppini, i trotzkisti e gli anarchici.  Essendo quell’episodio un concentrato di esperienze da cui trarre insegnamenti utili ancora oggi,  non me la sento ( ed è anche difficile) di concentrare in poche righe una sintesi. Ti basti sapere  che  il  PCE,  lungi dall’affossare  la rivoluzione fu quello che diede il maggior contributo, insieme all’URSS, alla difesa della Repubblica Spagnola e che la sua sconfitta fu dovuta ( in ordine di importanza) : 1) ai rapporti di forza sfavorevoli sul terreno internazionale 2) allo squilibrio nel rapporto di forze militari 3) alle divisioni nel campo repubblicano e 4) agli errori e limiti del PCE. Va detto che, nonostante questi limiti, il PCE fu quello che meglio interpretò i bisogni e le esigenze delle masse al punto che partito come forza minoritaria rispetto ai socialdemocratici ed anarcosindacalisti, divenne poco a poco ma irresistibilmente la forza principale della rivoluzione spagnola.

Ho letto poi su siti trotzko-bordighisti che gli “stalinisti” avrebbero ammazzato degli anarchici e/o dei trotzkisti. Io non so se è vero o no e non mi interessa neanche. Devo dirti sinceramente che trovo ridicoli questi atteggiamenti piagnoni e candidi, da anime belle. Voi, e quelli come voi, accusate gli “ stalinisti “ di ogni nefandezza ma quello che è più grave ancora, nei momenti cruciali della storia dimostrate quello che siete passando armi e bagagli dalla parte del nemico e poi quando giustamente loro fanno i conti con voi gridate allo scandalo. Vi lamentate che le prendete sempre ma vi siete mai chiesti perché? Perché siete degli “intellettuali” ( si fa per dire) slegati dalle masse, disorganizzati ed incapaci di combinare alcunché. (h)

Per approfondire seriamente la questione ti invito perciò a leggere il libro: LA GUERRA DI SPAGNA, IL PCE E L’INTERNAZIONALE COMUNISTA, libro scritto dai compagni del PCE(r)  dove  (r) sta per ricostituito. Il libro è stato pubblicato in Italia dalla nostra casa editrice, le Edizioni Rapporti Sociali che si può avere richiedendolo direttamente a noi.

   6) Alleanza diplomatica con il nazionalsocialismo tedesco

Quando Hitler andò al potere nel gennaio ’33 solo l’Unione Sovietica comprese tutti i pericoli che tutto ciò comportava. Nel 1931 il Giappone invase la Cina del nord e le sue truppe arrivarono fino alle frontiere sovietiche. Nel 1935 l’Italia fascista occupò l’Etiopia. Il governo sovietico propone quindi un sistema di sicurezza collettivo in Europa , in questa prospettiva firmò dei trattati di mutua assistenza con Francia e Cecoslovacchia. Nel 1936 L’Italia e la Germania inviano truppe in Spagna a sostegno del golpe di Franco mentre solo i sovietici aiutano la repubblica. Francia ed Inghilterra dichiarano la loro neutralità mostrando qui e anche dopo quello che è il loro vero obiettivo: spingere la Germania nazista ad attaccare ad Est. Sempre nello stesso anno Germania e Giappone firmano il Patto AntiKomintern al quale si aggiunse più tardi anche l’Italia. L’URSS si trovò circondata. Nel 1938 la Germania si annette l’Austria e minaccia la Cecoslovacchia ma a Monaco le grandi “democrazie” le danno via libera. Il vero obiettivo di Francia ed Inghilterra è sempre più chiaro. Solo l’Unione Sovietica propose il suo aiuto alla Cecoslovacchia ma questo venne rifiutato. Nel marzo 1939 la Wehrmacht si impadronì di Praga  Nuovamente Mosca propose un alleanza antifascista ma i destinatari delle proposte , Francia ed Inghilterra trascinarono le trattative per le lunghe mostrando ad Hitler, con questo atteggiamento, che aveva le mani libere ad oriente e non doveva preoccuparsi ad Ovest. Neanche 2 mesi dopo il Giappone attacca la Mongolia, legata ad un trattato di assistenza militare con l’URSS la quale interviene e costringe i giapponesi a ritirarsi. Dal giugno all’agosto ’39 si tennero trattative segrete nel corso delle quali gli Inglesi, in cambio del rispetto dell’integrità dell’Impero britannico, lasciavano ai tedeschi  libertà d’azione contro l’URSS. Intanto le trattative Anglo-Franco-Sovietiche erano ferme a causa della manifesta volontà degli occidentali di non concluderle. Mosca propose allora un accordo di mutua difesa alla Polonia la quale rifiutò.

La minaccia di un attacco tedesco all’ Unione Sovietica era sempre più incombente quando successe una cosa imprevista: l’arrendevolezza Inglese e Francese alle aggressioni  tedesche e,al contrario, la decisione sovietica di opporvisi avevano convinto Hitler che le democrazie occidentali avessero minori capacità e volontà di resistenza e decise quindi di attaccare loro invece che i russi e quindi il 20 agosto propose un patto di non aggressione ( non un’alleanza ma un patto circoscritto e  temporaneo) in cui in sostanza chiedeva ai Russi di lasciarlo tranquillo mentre lui attaccava ad Ovest. Stalin coglie la palla al balzo e firma il patto.

 Gli occidentali erano caduti nella loro stessa trappola; ora erano obbligati a dichiarare guerra alla Germania senza che ne avessero la minima intenzione, cosa che fecero quando la Polonia fu invasa dai tedeschi.

Quella che gli storici contemporanei chiamano la viltà delle potenze occidentali di fronte alle aggressioni naziste non era altro che un cinico calcolo.

Successivamente fu riconosciuto che il patto tedesco-sovietico fu la chiave della vittoria della guerra antifascista.

L’altra calunnia collegata a questa e cioè che Hitler e Stalin si fossero spartiti la Polonia non regge semplicemente guardando una cartina. Se tu guardi i confini della Polonia agli inizi della 1° Guerra Mondiale,quando era ancora una provincia dell’Impero Russo, e nel 1921 quando era ormai indipendente noterai che è tutta spostata a destra. Cosa vuol dire? Semplice: nel 1920  il maresciallo Pilsudski, uomo forte della Polonia e rappresentante dei grandi proprietari fondiari decide di approfittare della situazione difficile in Russia ( c’era ancora la guerra civile) e decide di attaccare ed invadere l’Ucraina. L’Armata rossa reagisce , contrattacca ed arriva fino a Varsavia. I polacchi reagiscono e contrattaccano a loro volta. Alla fine si arriva ad un compromesso e la nuova Polonia ingloberà territori russi, abitati cioè da popolazioni Bielorusse ed Ucraine. Quando Hitler invade la Polonia nel ’39  i Russi non faranno che ritornare sui loro territori ed infatti saranno accolti festosamente dai loro connazionali. I confini giusti cioè quelli etnici sono più o meno quelli di adesso e che erano anche quelli dove arrivarono le truppe russe nel 1939.

                                                           Conclusioni

Come vedi caro XY la realtà è un po’ più complessa di quanto si immaginano gli anticomunisti e i loro delfini, gli antistalinisti.

Quello che io trovo straordinario è la capacità della borghesia di riconoscere i suoi nemici, a differenza di tanti intellettuali di sinistra. Basti pensare all’odio feroce che essa (la borghesia) riversa su Stalin e, viceversa, di come Trotzky venga tenuto su un palmo di mano. (i) Penso anche a Gramsci ( lo stalinista Gramsci !) che è morto in carcere mentre Bordiga  si dedicava  tranquillamente alla sua professione.

Ciononostante io penso sinceramente che anche tra i gruppi trotzkisti o bordighisti o, semplicemente, tra gli antistalinisti, vi siano sinceri comunisti che, come me, hanno creduto in buona fede alle favole che gli raccontavano.

Quello che, viceversa, trovo incomprensibile è come sia stato possibile che questi sinceri comunisti non abbiano sentito il dovere di verificare e controllare cosa c’era di vero e di falso in tutto il mare di fango che almeno da 50 anni il nemico di classe ha riservato a colui che è diventato il simbolo stesso del comunismo.

Infine, per rispondere alla tua velata insinuazione, il mio atteggiamento “ecumenico” Non è buonismo nel senso che debba farmi perdonare qualcosa anche perché caro XY tu non sei una vittima dello stalinismo come io non sono responsabile di quelli che secondo te sono stati i suoi crimini. Queste sono polemiche tutte libresche, da intellettuali e la classe operaia disprezza giustamente i “ comunisti “ capaci solo di litigare ma incapaci di costruire qualcosa di concreto.

Torino 12/6/2007                                                                                           Umberto Ruggiero                                                                                            

 

Note:      

(a ) Che poi non sono nemmeno passi avanti ma indietro ! Che senso ha tornare a Marx se non avete capito cosa è successo dopo la sua morte? Forse che Marx era un dio che vi può spiegare cos’è stato lo stalinismo? Questo si chiama dogmatismo. Il modo migliore di applicare Marx è, sulla base della concezione materialistica della storia, fare l’analisi concreta della situazione concreta e non cercare di fare rientrare una realtà in uno schema preconfezionato.                                                              

 (b) quello che non capisco caro xy è quel meccanismo mentale per cui si nega il carattere socialista di un programma di transizione e poi ci si scandalizza per le vittime che questo processo inevitabilmente porta con sé. Oppure: si accettano le vittime di una rivoluzione e di una guerra civile perché è comprensibile ma non quelle successive alla stabilizzazione del potere rivoluzionario. E perché mai? Non sai che la lotta di classe nel socialismo prosegue? Non solo, diventa anche più acuta. ( vedi punto 4)

( c ) vedi: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (Lenin)

( d ) vedi: saluto agli operai ungheresi (Lenin)

( e ) la lotta tra le due vie nei partiti si manifesta come lotta tra le due linee, quella di destra e quella di sinistra; Questa visione dialettica è un  contributo di Mao tse Tung al materialismo dialettico che si è dimostrato molto utile ai fini della comprensione dei movimenti politici.

( f ) vedi: Staline (I. Deutscher)

( g ) Una cosa su cui riflettere è questa: non trovate strana una controrivoluzione che si abbatte sui veri rivoluzionari vent’anni dopo la rivoluzione?

( h ) Su questo ci sarebbero altre riflessioni da fare. Per esempio se vai a vedere tutto quello che è successo dopo la Rivoluzione d’ottobre ti renderai conto che tutti i movimenti politici di un certo rilievo nel mondo hanno visto protagonisti quelli che tu chiami gli stalinisti; dalla rivoluzione cinese a quella vietnamita passando per Cuba arriviamo a oggi: Le FARC Colombiane sono staliniste; SENDERO LUMINOSO è Maoista; la forza principale della rivoluzione di nuova democrazia in Nepal è il Partito Comunista nepalese Maoista. Chavez non si può definire un trotzkista e poi i movimenti di lotta armata in India, Turchia e nelle Filippine e così via. Se tu volessi citarmi degli episodi di lotta di classe promossi, organizzati, guidati o diretti dai Trotzkisti e dai Bordighisti te ne sarò grato. 

( i ) A proposito lo sapevi che l’unico autore di  “ sinistra “ pubblicato in Italia durante il Fascismo è stato proprio lui ?

fonte:

http://ftp.wexell.altervista.org/PARTITOCOMUNISTAPIEMONTE/POLITICHE_DELLA_FORMAZIONE/Voci/2012/2/7_ESTRATTO_DA_DISCUSSIONE_FRA_UNO_STALINISTA_E_UN_BORDIGHISTA.html

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In ricordo di Ludo Martens
 
a cura di Adriana Chiaia, della redazione della Casa editrice Zambon
 
giugno 2011
 
* * *
da Ludo Martens, Stalin – Un altro punto di vista, Zambon Editore, 2005
 
«Sono stato antistalinista convinto dall’età di diciassette anni. L’idea di un attentato contro Stalin occupava i miei pensieri e i miei sentimenti. Abbiamo studiato la possibilità “teorica” di un attentato. Siamo passati alla preparazione pratica.»
«Se mi avessero condannato a morte nel 1939, questa decisione sarebbe stata giusta. Avevo concepito il piano di uccidere Stalin e questo era un crimine, non è vero?
Quando Stalin era ancora in vita, avevo una diversa visione delle cose, ma ora che posso avere una visione d’insieme di questo secolo, dico: Stalin è stato la più grande personalità del nostro secolo, il più grande genio politico. Assumere un atteggiamento scientifico nei confronti di un personaggio è cosa diversa dal manifestare un’opinione personale.»
Aleksandr Zinov’ev, 1993
 
Premessa
 
di Ludo Martens
 
«Che un celebre dissidente sovietico, residente nella Germania “unificata”, un uomo che nella sua gioventù aveva spinto l’antistalinismo al punto di preparare un attentato terroristico contro Stalin, che ha riempito dei volumi per esporre tutte le malvagità che pensava sulla politica staliniana, che un simile uomo si senta obbligato, nella sua vecchiaia, a rendere omaggio a Stalin, ecco qualcosa che fa riflettere.
 
Molte persone che si proclamano comuniste non hanno dato prova di altrettanto coraggio. In effetti, non è facile alzare la propria debole voce contro l’uragano della propaganda antistalinista.
 
D’altra parte un buon numero di comunisti si sente fortemente a disagio su questo terreno. Tutto quello che i nemici del comunismo avevano affermato per trentacinque anni, è stato confermato da Chruščëv nel 1956. Da allora l’unanimità nella condanna di Stalin, che va dai nazisti ai trockijsti, e dal tandem Kissinger-Brzezinski al duo Chruščëv-Gorbačëv, sembra imporsi come prova della verità. Difendere l’opera storica di Stalin e del Partito Bolscevico diventa impensabile, diventa una cosa mostruosa. E molte persone, che si oppongono senza esitazioni all’anarchia micidiale del capitalismo mondiale, si sono piegate davanti all’intimidazione.
 
Oggi la constatazione della follia distruttiva che si è impadronita dell’Unione Sovietica, con gli strascichi di carestia, disoccupazione, criminalità, miseria, corruzione, aperta dittatura e guerre interetniche, ha portato un uomo come Zinov’ev a rimettere in discussione i pregiudizi radicati in lui fino dall’adolescenza.
 
Senza dubbio, coloro che vogliono difendere gli ideali del socialismo e del comunismo, dovrebbero almeno fare altrettanto. Tutte le organizzazioni comuniste e rivoluzionarie in tutto il mondo sentiranno l’obbligo di riesaminare le opinioni e i giudizi che esse hanno formulato sull’opera di Stalin dopo il 1956. Nessuno può sottrarsi a questa evidenza: quando, dopo trentacinque anni di denunce virulente dello “stalinismo”, Gorbačëv aveva realmente eliminato tutte le realizzazioni di Stalin, si è constatato che Lenin era diventato di colpo “persona non grata” in Unione Sovietica. Seppellendo Stalin, anche il leninismo è stato sotterrato.
 
Riscoprire la verità rivoluzionaria sul periodo dei pionieri è un compito collettivo che compete a tutti i comunisti del mondo. Questa verità rivoluzionaria scaturirà dal confronto delle fonti, delle testimonianze e delle analisi. Il contributo dei marxisti-leninisti sovietici che possono, essi soltanto, aver accesso a certe fonti e testimonianze, sarà di capitale importanza. Tuttavia, essi oggi devono lavorare in condizioni particolarmente difficili.
 
Pubblichiamo le nostre analisi e riflessioni sull’argomento con il titolo Un autre regard sur Staline. La classe il cui interesse fondamentale consiste nel mantenere il sistema di sfruttamento e di oppressione ci impone quotidianamente il suo punto di vista su Stalin. Adottare un altro punto di vista su Stalin significa guardare il personaggio storico di Stalin con gli occhi della classe opposta, quella degli sfruttati e degli oppressi.
 
Questo libro non è concepito come una biografia di Stalin. Il suo scopo è di affrontare gli attacchi contro Stalin ai quali siamo più abituati: il “testamento di Lenin”, la collettivizzazione imposta, la burocrazia soffocante, lo sterminio della vecchia guardia bolscevica, le grandi purghe, l’industrializzazione forzata, la collusione di Stalin con Hitler, la sua incompetenza nella guerra, eccetera. Noi ci siamo proposti di smontare alcune “grandi verità” su Stalin, quelle che sono riassunte migliaia di volte in alcune frasi sui giornali, nei libri di storia, nelle interviste e che sono, per così dire, entrate nel subcosciente.
 
“Ma com’è possibile – ci diceva un amico – difendere un uomo come Stalin?”
 
C’erano stupore e indignazione nella sua domanda. Mi ricordava quello che mi aveva detto alcuni giorni prima un vecchio operaio comunista. Mi parlava del 1956, quando Chruščëv aveva letto il suo famoso rapporto segreto. Questo fatto aveva provocato dei dibattiti burrascosi all’interno del Partito Comunista. Nel corso di uno di questi alterchi, una donna anziana, comunista, appartenente ad una famiglia ebrea comunista, che aveva perduto due figli durante la guerra e la cui famiglia era stata sterminata in Polonia, aveva gridato:
 
“Ma come potremmo non sostenere Stalin, colui che ha costruito il socialismo, colui che ha sconfitto il nazismo, colui che ha incarnato tutte le nostre speranze?”
 
Nella tempesta ideologica che irrompeva sul mondo, a cui altri avevano ceduto, quella donna restava fedele alla rivoluzione. E per questa ragione aveva un altro punto di vista su Stalin. Una nuova generazione di comunisti condivide il suo punto di vista.»
 
* * *
 
Così, nella sua premessa, Ludo Martens presentava i contenuti e le finalità del suo libro Un autre regard sur Staline, pubblicato dalle edizioni EPO nel 1993 e nel 1994 (seconda edizione).
Il libro ha avuto larga diffusione ed è stato stampato nelle lingue inglese, tedesca, neerlandese, ceca, araba, portoghese e greca.
La casa editrice Zambon ne ha pubblicato nel 2005 e nel 2006 (seconda edizione) la traduzione in lingua italiana e nel 2006 in quella spagnola.
 
Nella nostra prefazione scrivevamo:
 
«… Per affrontare e approfondire ognuno dei temi sopra citati, l’autore si serve di una vastissima documentazione, presentando le testimonianze e i punti di vista dei sostenitori della politica della maggioranza del Partito (e quindi di Stalin), degli oppositori interni al partito, dei nemici del socialismo, di testimoni imparziali, e di coloro che, pur non condividendo gli ideali e le pratiche del sistema socialista, ne riconoscevano onestamente i successi. Indiscutibile quindi la rigorosità della sua ricerca storica. A questa qualità Ludo Martens unisce la passione della sua militanza comunista, apertamente rivendicata. Polemico e sarcastico nei confronti dei nemici di classe, non conosce lo stile distaccato, “leggero” e auto-ironico che sembra diventato indispensabile per chi si avventura in argomenti così seri e “spinosi”; anzi i suoi punti esclamativi dimostrano la sua indignazione, sottolineano il suo coinvolgimento. A tratti troppo didascalico? Qualcuno se ne lamenta. Noi crediamo invece che, in questi tempi di sguaiato clamore televisivo, di frenetica navigazione in Internet, di sincopato linguaggio degli SMS, non sia così male che qualcuno metta il rallentatore e, con qualche sottolineatura, induca a soffermarsi, a riflettere su tematiche tanto importanti e complesse.»
 
Sono qui messe in risalto le qualità di rigoroso storico e di militante comunista, convinto sostenitore della causa del socialismo e del comunismo di Ludo Martens, del quale lamentiamo la scomparsa. Ma perché il nostro omaggio alla sua memoria non sia soltanto rituale, esso deve sostanziarsi nella nostra gratitudine per il seme che è stato gettato e nel nostro impegno a raccoglierne il testimone.
Siamo grati a Ludo Martens per averci dotato, con la sua opera, di un’arma di straordinaria efficacia per condurre la nostra lotta contro il revisionismo, in difesa dei principi del marxismo e del leninismo e delle realizzazioni del socialismo.
Ed è su questa strada che ci impegniamo a proseguire.
 
In un momento in cui il sistema capitalista si dibatte tentando di superare l’ennesima crisi economica strutturale dalla quale non sa uscire che scatenando guerre e distruzioni e, sull’altro fronte di classe, le masse lavoratrici e popolari in tutto il mondo si ribellano contro lo sfruttamento, la miseria, l’oppressione e l’ingiustizia, il nostro compito, più che mai necessario, accanto alla denuncia dei crimini dell’imperialismo, è quello di alzare la voce contro “l’uragano”, per dirla con Ludo Martens, della propaganda anticomunista.
 
La criminalizzazione del comunismo e del socialismo è diventata un’arma sempre più imprescindibile da parte delle classi dominanti per garantirsi il potere, un messaggio terroristico amplificato con l’aiuto dei revisionisti al loro servizio, istillato capillarmente nella coscienza delle masse perché non osino liberarsi dalle loro catene e dare l’assalto al cielo. Sembra a volte troppo arduo opporsi alla falsificazione, allo stravolgimento della storia che si serve di ogni mezzo di comunicazione, che tende a diventare senso comune, pregiudizio inconsapevole.
 
Eppure tutte le teorie della “fine della storia”, della “fine del comunismo” hanno i piedi d’argilla e non resistono al confronto con i fatti.
 
Già da un ventennio, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la caduta dei paesi socialisti europei, l’obiettivo di cancellare tutte le conquiste del socialismo e di restaurare il capitalismo, perseguito da Chruščëv con il suo “rapporto segreto”, e portato a termine da Gorbačëv, è stato raggiunto. Le condizioni di miseria, di decadimento sociale, di corruzione dei governi, di capitalismo sfrenato e di sfruttamento dei lavoratori di quei paesi dimostrano che è il revisionismo e non il socialismo che è fallito, e questa verità non c’è bisogno di dimostrarla alle loro popolazioni.
 
Ogni giorno i fatti smentiscono le teorie della superiorità del capitalismo e della democrazia borghese. Sempre più forte, tra gli sfruttati e gli oppressi si fa strada l’aspirazione ad “un mondo migliore”. Nei paesi ex socialisti la chiamano “nostalgia”, in quelli capitalisti “utopia”.
 
Nostro compito è ricordare che il capitalismo non è eterno, che costruire delle società basate sulla fratellanza dei popoli e sull’uguaglianza di tutti gli uomini, che hanno abolito lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non solo è stato possibile, ma ha permesso di conseguire traguardi inimmaginabili in tutti i campi: della produzione, della cultura, della salute, del benessere. È quindi fondamentale far conoscere l’esperienza dei paesi socialisti e documentare le loro conquiste, senza nascondere le immani difficoltà che essi hanno incontrato e superato e gli errori che hanno compiuto e corretto nella difficile fase del socialismo, transizione dal capitalismo al comunismo.
 
Il nostro impegno di lavoro qui sopra brevemente tratteggiato è il modo migliore di far vivere il ricordo di Ludo Martens e di tutti coloro che hanno aperto la strada.
 
Adriana Chiaia della redazione della Casa editrice Zambon

 

 Alexandre Zinoviev, Les confessions d’un homme en trop, Ed. Olivier Orban, 1990, pp. 104, 120. Interview Humo, 25 février 1993, pp. 48 – 49.

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 Nasce "Sinistra europea'' e Rifondazione rinnega non solo Stalin, ma anche Lenin
A Berlino Nasce "Sinistra europea'' e Rifondazione trotzkista si rifonda a destra Bertinotti fra i principali artefici. è composta da trotzkisti, comunisti revisionisti di destra, no-global, pacifisti, ecologisti, femministe. Il PdCI e altri partiti simili per ora stanno a guardare. Nello Statuto un attacco a Stalin e alla sua opera La sua stella polare sono la non violenza e l'anticomunismo Il 10 gennaio 2004, a Berlino, all'interno di un grigio "Preussische Landtag'', nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg assieme a Karl Liebknecht fondò il partito comunista tedesco, è nato il nuovo partito della "sinistra europea'', l'European Left (EL, in sigla). Alla riunione erano presenti gli esponenti di 19 partiti europei di cui undici hanno sottoscritto subito l'appello fondativo. Ci sono gli spagnoli di Izquierda Unida, i francesi del PCF, i tedeschi della PDS, i greci di Sinapsymos e gli austriaci del KPO, la "sinistra'' lussemburghese, il partito comunista della Slovacchia, il partito socialdemocratico estone e due partiti cechi, il partito comunista della Boemia e della Moravia e infine, c'è Rifondazione di Bertinotti che è stato tra i principali artefici del nuovo partito. Altri partiti, come il PdCI di Cossutta e Diliberto, che era presente solo come "osservatore'', i portoghesi, i greci del KKE e gli svedesi del PDS, potranno aderire in un secondo momento. Ad aprile, data e luogo ancora da definire, ci sarà il congresso di fondazione. Per ora il nuovo partito sarà visibile solo nei simboli dei singoli partiti nazionali alle prossime elezioni europee. Si tratta di un'accozzaglia di trotzkisti, comunisti revisionisti di destra, no-global, pacifisti, ecologisti, femministe pronti a sposare quello che è stato definito il "modello Bertinotti'', ossia un partito che di comunista non ha più niente, neanche il nome. Un partito "pluralista'', rivolto anche ai "non comunisti'' e aperto ai movimenti, all'ambientalismo e al femminismo. Insomma un nuovo partito della "sinistra'' borghese europea che si pone l'obiettivo di imbrigliare i fautori del socialismo, le nuove generazioni e il movimento no-global all'interno del capitalismo e dell'imperialismo europeo attraverso le sue istituzioni. Ancora permangono dei contrasti, perché, come ha spiegato Bertinotti "In Italia siamo andati ancora più avanti di quanto accade nel resto d'Europa'', ossia la svolta a destra di Rifondazione è più avanzata e gli strappi con la tradizione del movimento operaio nazionale e internazionale hanno ormai aperto una voragine. Bertinotti è comunque assai soddisfatto che nello statuto di EL (preambolo e 26 articoli) alla fine sia stato inserito il richiamo "contro lo stalinismo''. "Non è la proiezione di un nostalgico `da dove veniamo' - ha commentato da Berlino il segretario di Rifondazione - ma l'inizio di un nuovo percorso''. Il nuovo partito della "sinistra europea'' è infatti "una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la non violenza come elemento di riforma del comunismo medesimo''. La stella polare di EL sarà insomma la non violenza e l'anticomunismo. Un partito che non solo rompe con lo "stalinismo'', ma anche con Lenin e quindi con tutto il pensiero e l'opera di questo grande maestro del proletariato come l'analisi dell'imperialismo, la rivoluzione proletaria, la dittatura del proletariato, la concezione bolscevica del partito. Dietro l'attacco a Stalin, in realtà si è sempre nascosto l'attacco a tutta l'ideologia del proletariato rivoluzionario, alla Rivoluzione d'Ottobre, alle guerre rivoluzionarie e di liberazione, insomma all'essenza stessa del comunismo. Il richiamo a Marx non significa nulla, dal momento che tale linea e strategia negano i principi fondamentali espressi da Marx ed Engels nel "Manifesto del Partito comunista'' e nelle loro opere successive. Anche Saragat, che pure stava a destra di Nenni e di Craxi, compì nel 1947 la scissione a destra del PSI (dando vita al PSLI, poi PSDI) proprio in nome di Marx e dell'anticomunismo.

A LEZIONE DALL'ANTILENINISTA ROSA LUXEMBURG A sottolineare simbolicamente la rottura del nuovo partito con la tradizione bolscevica c'è anche il pellegrinaggio che tutti i suoi leader, con in testa Bertinotti, hanno fatto il giorno successivo alla tomba di Rosa Luxemburg che com'è noto si oppose a Lenin principalmente su due questioni fondamentali, ossia la concezione del Partito - e in particolare sul suo ruolo di avanguardia del proletariato e il centralismo democratico - e la dittatura del proletariato, arrivando a teorizzare una democrazia al di sopra delle classi e persino la non violenza in nome dell'antimilitarismo e del pacifismo. "è difficile trovare un'immagine più pulita e indiscutibile, priva di ogni elemento negativo, di quella di Rosa Luxemburg'', ha dichiarato commosso il segretario di Rifondazione. Il nuovo partito della "sinistra europea'', che pure è ancora sulla carta, si è già dato un appuntamento fisso: si riunirà ogni seconda domenica di gennaio per partecipare al tradizionale omaggio alla Luxemburg. L'idea, manco a dirlo, è di Bertinotti.

LE TAPPE DELL'ABIURA DEL COMUNISMO La nascita di EL sembra essere l'epilogo della ricerca della "nuova identità'' del PRC, ossia la sua rifondazione a destra, come da tempo Bertinotti va predicando e sta preparando. Un processo iniziato in particolare a partire da Livorno, il 21 gennaio 2001 in occasione della celebrazione dell'80° anniversario del PCI revisionista organizzata da Rifondazione. In quell'occasione Bertinotti, infatti, liquidò come "tragedie'' i capisaldi fondamentali del comunismo come la Rivoluzione d'Ottobre, la dittatura del proletariato e Stalin e dichiarò "davvero conclusa'' l'esperienza del socialismo realizzato. Secondo questo imbroglione cacasotto, l'"ipotesi di conquista del potere statale'' non era "né plausibile né attuabile''. E questo non era che l'assaggio. La "svolta'' fu sancita ufficialmente al 5° Congresso nazionale del PRC, nell'aprile 2002. Il Congresso taglia i ponti con l'esperienza storica del socialismo e con i grandi maestri del proletariato internazionale. Getta fango su Stalin, ma inizia a prendere le distanze anche da Lenin. Viene tolto dallo statuto l'obiettivo della "trasformazione in senso socialista della società e dello Stato'' al posto del quale viene posta la generica "trasformazione della società capitalistica''. La democrazia, ossia la democrazia borghese, viene assunta come "strategia''. Il "nuovo soggetto politico'' del cambiamento non è più la classe operaia, ma il "movimento dei movimenti''. Il partito diventa una componente del movimento, si subordina ad esso, si spoglia di ogni connotato bolscevico per assumere quelli del movimentismo, del femminismo, dell'ambientalismo. Il partito è solo il "trade union'' fra il movimento e le istituzioni, ossia il laccio per tenere legate le nuove generazioni e il movimento noglobal al capitalismo e alle istituzioni rappresentative borghesi. Questa "svolta'' si riflette in tutta la politica interna e internazionale. Mentre le bombe e i missili mettono a ferro e fuoco l'Iraq, Bertinotti dichiara che occorre "bandire dall'interno del movimento per la pace ogni forma di protesta violenta'', e che va considerato "legittimo'' il governo Berlusconi, la cui eventuale crisi va "determinata'' in sede politica (Liberazione del 21 marzo 2003). L'approdo pacifista e non violento spinge Bertinotti a prendere le distanze anche dalle guerre giuste e di liberazione, come quella palestinese e la resistenza irachena. Va alle sinagoghe, grida dalla tribuna del 5° congresso, "siamo tutti ebrei'', piange i morti di Nassiriyah riconducendo ogni violenza al binomio guerra-terrorismo. Senza contare gli elogi al papa nero Wojtyla nell'anniversario del suo pontificato e la riabilitazione della religione che secondo Liberazione, per la penna della trotzkista lussemburghiana Rina Gagliardi (una delle principali supporter del segretario), "non è più l'oppio dei popoli''. Durante il suo viaggio elettorale in Friuli-Venezia Giulia, nel giugno dell'anno scorso, va su tutte le furie vedendo in una sede del PRC di Udine un ritratto di Stalin: "Se c'è una cosa che mi fa imbestialire - commenta - è vedere nelle nostre sedi l'effige di Stalin, non dobbiamo nulla a lui e non dobbiamo prendere nulla da lui''. Questo episodio fa rilevare a Bertinotti che il "processo di innovazione'' non è stato compiuto fino in fondo. Nel Cpn del giugno 2003, quello che sancirà la svolta del PRC verso l'alleanza governativa con l'Ulivo e Di Pietro, si dice ancora insoddisfatto dei passi compiuti dopo il 5° congresso. Prospetta "una nuova forma organizzativa'' che possa colmare il "deficit di innovazione'' e portare a "un partito che stia al di là dell'esperienza del '900''.

L'APPRODO ALLA NON VIOLENZA E ALL'ANTICOMUNISMO Bertinotti inizia così a infilare una dopo l'altra le perle del suo rosario anticomunista fino a giungere a sposare le tesi dei fascisti sulle foibe e ad attaccare la Resistenza e i partigiani in un convegno organizzato dal PRC veneto a Venezia il 13 dicembre scorso. In quella sede afferma che "le foibe sono una tragedia terribile che non ha giustificazioni'' e passa quindi ad attaccare la Resistenza: "Abbiamo vissuto per tanti anni pensando che la nostra parte fosse quella giusta. L'abbiamo angelicata pensandola come la guerra dei giusti. Invece ci sono delle zone d'ombra che oggi è necessario rimediare in maniera critica''. Concludendo quel famigerato convegno Bertinotti sancisce l'abiura del comunismo e assume definitivamente la non violenza assoluta come strategia. Un'abiura documentata anche da un'intervista rilasciata a la Repubblica del 27 dicembre 2003 che non a caso l'ha titolata "La Bad Godesberg di Bertinotti''. Il riferimento è al Congresso di Bad Godesberg, nel 1959, in cui il partito socialdemocratico tedesco ruppe definitivamente col marxismo e con il socialismo proclamandosi non più partito di classe ma popolare. L'addio di Bertinotti al comunismo viene salutato e incoraggiato dalla "sinistra'' borghese e per primo viene benedetto dal suo maestro trotzkista Ingrao in un'intervista rilasciata il 7 gennaio 2004 a Liberazione che la titola così: "Ingrao: Bertinotti rompe uno schema''. Bertinotti ripercorre nella sostanza la strada dei rinnegati del comunismo. Anche la svolta della Bolognina di Occhetto fu preparato da una campagna revisionistica di criminalizzazione della Resistenza e dei partigiani. Allora questo rinnegato trotzkista utilizzò il cosiddetto "triangolo della morte'', oggi Bertinotti usa le foibe. Quest'ultimo, che peraltro aveva partecipato alla liquidazione del PCI e alla fondazione del PDS, uscendone solo dopo due anni, celebrando i suoi dieci anni di segreteria del PRC e annunciando che non farà "il segretario a vita'' (dando a intendere che altre potrebbero essere ora le sue ambizioni), vuole arrivare a lasciare un partito completamente spogliato di qualsiasi connotato anche solo formalmente comunista. Proprio il giorno dell'80° anniversario della scomparsa di Lenin, Bertinotti ha rilasciato al compiacente il manifesto e a un ossequioso Valentino Parlato, trotzkista storico e antimarxista-leninista, un'intervista che rivela completamente e apertamente la natura della svolta del PRC. "Penso - ha detto Bertinotti - che non solo Lenin, ma tutti i grandi leader del movimento operaio del '900, siano morti e non solo fisicamente. Oggi sarebbe grottesco richiamarsi all'uno o all'altro''. E ancora: "Vorrei vederlo in faccia uno che oggi dica: voglio fare un partito marxista o leninista e che voglia mettere questa definizione nel suo statuto''. Bertinotti, ovviamente, fa subdolamente finta di non sapere che questo partito in Italia c'è già, ed è il PMLI. E che ci ha visti bene in faccia. La rinuncia al partito bolscevico è connessa alla rinuncia al socialismo. Se l'obiettivo non è più la conquista del potere politico da parte della classe operaia, che per noi marxisti-leninisti resta la madre di tutte le questioni, a cosa serve un partito bolscevico? E infatti Parlato, a proposito della società futura che prospetta Bertinotti domanda: "Una società diversa dentro la stessa forma di Stato?''; risposta: "Esattamente e che svuota dall'interno il potere arbitrario dello Stato. è la questione dell'immissione nella società di elementi di socialismo''. Ma questo prima di Bertinotti non lo avevano detto Kautzki, Bernstein, Turati, Gramsci, Togliatti, Saragat e Berlinguer, senza parlare di Cossutta e Diliberto? E siamo così all'accettazione della democrazia borghese come valore assoluto. Siamo alla trasformazione del PRC in un partito liberale di "sinistra''. Se ne è accorta persino la destra borghese che plaude a questa netta trasformazione. Il Giornale berlusconiano del 26 gennaio 2004 ha titolato un fondo di prima pagina di Massimiliano Lussana (tirapiedi di Berlusconi e grande estimatore di Bertinotti), "Rifondazione anticomunista'' ripercorrendo una per una le tappe dell'abiura del comunismo. Quando nel 1991 nacque il PRC noi marxisti-leninisti, analizzando da un punto di vista di classe la sua natura ideologica, la sua linea politica e pratica sociale, il suo gruppo dirigente, lo denunciammo come un'operazione controrivoluzionaria e antimarxista-leninista, una trappola per catturare le forze che si erano liberate a sinistra con la liquidazione del PCI e impedirne l'incontro con il partito del proletariato, il PMLI (vedi Il Bolscevico n. 46/1991). Allora molti fautori del socialismo credettero davvero che quello sventolio di bandiere rosse e quel nome fosse garanzia di poter proseguire la lotta contro il capitalismo e per una nuova società socialista. Purtroppo non avevano compiuto, e il PRC ha impedito loro di compiere, un bilancio profondo dell'esperienza della storia del PCI revisionista e di tutta la storia del movimento operaio nazionale e internazionale per trarne i dovuti insegnamenti. Sono stati quindi di nuovo ingannati e strumentalizzati e oggi a ragione in gran parte stanno esprimendo alla direzione del proprio partito la propria contrarietà e avversione. Ma non basta. Come hanno avuto il coraggio di non seguire i rinnegati del comunismo nella deriva del PDS, essi devono fare altrettanto con la deriva anticomunista a cui li sta conducendo il PRC. Un partito che già nel 1991 avvertimmo essere presumibilmente "un partito temporaneo che finirà presto o tardi con l'autoliquidarsi''. Il che sta puntualmente avvenendo come dimostra la nascita stessa della "Sinistra europea''.

http://www.pmli.it/sinistraeuropea.htm   

Katyn

www.resistenze.org - segnalazioni resistenti - lettere - 24-11-09 - n. 296

Le fosse di Katyn e il periodico dell’ANPI “Patria”

Lettera inviata alla rivista “Patria” dell’ANPI, rimasta senza risposta e pubblicata dal n. 6/2009 di Nuova Unità

Mi sarei aspettato almeno da “Patria”, altri contenuti e commenti storici sul film “KATYN” del regista polacco Andrzey Wayda. Con l’articolo di Serena D’Arbela del febbraio 2009, invece vi accordate al più bieco revisionismo storico, all’ingiuriosa falsificazione della propaganda fascista sulla questione Katyn.

Oltre alle parole di Roosevelt, anche il processo di Norimberga, che non ricordate, stabilì chiaramente che il massacro fu ordinato dai nazisti e la macabra speculazione antisovietica.

Non rammentate neanche che i sovietici ordinarono, quando il territorio polacco venne liberato, la riesumazione di tutte le vittime delle fosse di Katyn e venne stabilito in presenza della autorità politiche e religiose polacche, fra le quali vi erano gli uomini del cattolico ex presidente del governo polacco Mikolaycik, che il massacro avvenne durante l’occupazione tedesca della Polonia. Anche tutto ciò, visto il tono dell’articolo, è da considerare opportunismo politico?

Ma se non bastasse tutto ciò lo stesso Goebbels scriveva nel suo diario il giorno dell’8 maggio 1943: “Sfortunatamente, munizioni tedesche sono state trovate nelle fosse di Katyn (…) E’ essenziale che questa circostanza rimanga segretissima. Se dovesse venire a conoscenza del nemico, l’intero affare di Katyn dovrebbe essere lasciato cadere”.

Invece di affidarvi alle fonti borghesi mi permetto di consigliarvi la documentata ricostruzione storica su Katyn di Ella Rulle, apparsa sulla rivista “Teoria&Prassi” n.17.

Nell’articolo non vi discostate dalla proposta di due deputati europei della messa al bando dei simboli “svastica” e di “Falce e martello” perché, hanno spiegato, “comunismo e nazismo” sono entrambi basati sull’odio.

Io penso che non si possa mai dimenticare il tributo che ha dato il popolo sovietico con la guida di Stalin per la sconfitta del nazifascismo, con oltre 22 milioni di morti, con 3 milioni e mezzo di prigionieri sovietici sterminati nei lager nazisti.

Per la ricerca di una verità storica e per la difesa dei valori ideali che si oppongono al sempre più frequente risorgere del fascismo e del razzismo, che dovrebbero essere le fondamenta della rivista “Patria” e dell’ANPI. Attendo una vostra risposta.

Stefano Valsecchi - Milano

 Patto molotov-Ribbentrop

http://www.facebook.com/groups/176237975720014/438355689508240/?notif_t=group_activity   

Danila Cucurnia Per quanto riguarda il patto Molotov - Ribbentrop diciamo anzitutto una cosa: si trattò di un patto tattico e non strategico. Ovvero Stalin, facendo un'operazione tattica, che teneva conto della condizione di povertà economica e di arretratezza industriale dell'Urss, accettò il patto di non aggressione. Questa operazione consentì a Stalin di rinviare l'aggressione nazista all'Urss e guadagnare il tempo necessario a prepararsi a dare la risposta militare necessaria. Non fu dunque un patto strategico. Cioè l'Urss socialista e la Germania nazista non avevano in comune alcun obbiettivo da raggiungere unitamente tramite questo patto. è abbastanza chiaro. Comunque è necessario conoscere anche i retroscena di quel patto. Non si dice mai ad esempio che Stalin, prima di firmare il patto, tentò di costruire un fronte di potenze anti-naziste e che i suoi tentativi furono sistematicamente osteggiati da Francia ed Inghilterra, le quali anzi sobillavano la Germania nazista ad attaccare l'Urss. Il fine della borghesia francese e inglese era quello di distruggere l'odiatissima Unione Sovietica socialista. Stalin, considerato l'isolamento in cui era relegata l'Urss, poteva giocare solo la carta del patto tattico con la Germania. L'enorme levatura di capo di Stato rivoluzionario di Stalin sta poi nell'avere usato tale patto per rovesciare la situazione sfavorevole in cui si trovava l'Urss, riuscire a dare il colpo definitivo al nazi-fascismo e per conseguenza liberare l'Europa ed il mondo dalla bestia nazista.

 

 

Sullo stalinismo ed il prc

pubblicata su fb da Pietro Ancona il giorno domenica 20 novembre 2011 alle ore 20.13
 
 Stalin è il comunismo

le tesi dell'ottavo congresso del PRC condannano senza alcuna indulgenza lo stalinismo e lo considerano una malattia, una corruzione del comunismo. Io credo che in questa condanna ci sia un errore derivante dalla voglia di ripulirsi della storia spesso tragica del comunismo mondiale e di ripararsi, come disse Berlinguer, sotto l'ombrello della Nato. Se guardiamo lo stalinismo riferendoci al periodo storico in cui Stalin diresse l'URSS parliamo del comunismo come si è realizzato dopo la morte di Lenin. Condannando Stalin si condanna il comunismo e lo stesso Lenin, cioè la rivoluzione d'ottobre alla quale il PRC dice di riferirsi. Il comunismo non poteva essere diverso da quello realizzato da Stalin e difeso dall'invasione degli eserciti del mondo capitalistico ed infine trasfuso della Costituzione del 1947 dell'URSS che è una delle più avanzate del mondo. Se si condanna soltanto l'opera dottrinaria e teorica di Stalin non si sa bene di che cosa si parla perchè niente c'è di più elevato del pensiero sulle nazionalità e sulla lingua di Stalin.  Un rispetto profondo per i popoli della URSS e di tutto il mondo che veniva avvertito dal mondo oppresso dal colonialismo e dall'imperialismo anglosassone ed europeo che avevano in lui un punto di riferimento nella lotta per il loro riscatto.

Pietro Ancona

 

 

ricevo da Antonino Briguglio Tatiana Bogdanova

Per una riflessione critica su Stalin pubblicata

29 gennaio 2012

Trattare oggi della figura di Stalin, in una fase molto problematica per la ripresa della lotta per il socialismo e il comunismo, stante ancora il panico e il disorientamento del proletariato a seguito della fine ingloriosa di importanti paesi socialisti, di fronte alla tracotanza della borghesia, che nonostante lo sfacelo di cui è artefice si sente ebbra della vittoria della controrivoluzione ed infierisce senza ritegno contro le conquiste del movimento operaio, comporta necessariamente il pericolo di esporsi ad ogni sorta di critica malevola, in uno spazio culturale e politico ampio, che occupa indistintamente il revisionismo moderno e l’odio viscerale anticomunista. Discutere di Stalin, del suo periodo storico e della sua opera richiede dunque la costruzione di una robusta barricata ideologica, al di là della quale si contrappone un esercito composito, ma agguerrito, di detrattori del marxismo-leninismo, di nemici feroci, di falsi amici dai modi garbati.

Siamo giunti al punto in cui il termine stalinista riveste il significato di epiteto, per chi intende lanciare grossolanamente l’accusa dell’uso arbitrario della violenza, contro chi sarebbe fautore del dispotismo più turpe, della dittatura più oppressiva. Nei dizionari della lingua italiana il termine è oramai attestato col significato dispregiativo. I comunisti sono consapevoli che Stalin e la sua epoca rappresentano un passaggio ineludibile nella storia reale (e non di quella virtuale che ipotizzano taluni pseudocomunisti) del movimento operaio rivoluzionario, nella lotta del proletariato per il socialismo e il comunismo. Confrontarsi con Stalin, con il suo tempo e il suo ruolo, la sua opera anche di teorico, richiede perciò l’adozione di una visione autenticamente critica, scevra da ogni possibile venatura apologetica o agiografica, come per alcuni versi si è manifestata negli anni 50 del secolo scorso nel movimento comunista, e che connota ancora oggi alcuni piccoli gruppi della sinistra, ma con il metro di chi, da posizioni di classe, osserva il periodo più difficile e tragico, per la spietata reazione della borghesia internazionale che ha costretto il primo stato al mondo degli operai e dei contadini a sofferenze e privazioni immani per potersi difendere, e tuttavia più fecondo per il movimento comunista rivoluzionario. In questa breve riflessione non è possibile che tracciare solo una linea guida sul criterio con cui misurarsi col pensiero staliniano e su che cosa rappresenti lo stalinismo e la sua apparente immagine speculare, l’antistalinismo. Ci troviamo davanti ad un terreno paludoso, ma conviene fare chiarezza, sciogliere con la spada il nodo gordiano della questione: non ci appartiene né lo stalinismo, poiché questo è un conio della propaganda borghese, né tantomeno l’antistalinismo, in quanto incarna una posizione estranea, quando non apertamente ostile, al movimento comunista rivoluzionario e alla sua teoria.

Il pensiero idealista di matrice borghese contagia molti esponenti della sinistra sedicente marxista, che attribuisce a Stalin la degenerazione del pensiero e della prassi dei comunisti, che dovrebbero pertanto ripudiare risolutamente questo passato, che non apparterrebbe più al proletariato rivoluzionario, in quanto espropriato del suo sogno autentico e del suo agire cristallino e gentile da un orco malvagio. Per il pensiero borghese più apertamente ostile lo stalinismo sarebbe invece congenito nel movimento comunista, portatore della violenza fine a se stessa, approdando inevitabilmente verso la dittatura e l’oppressione, ed è da combattere energicamente sempre e comunque, poiché il superamento del capitalismo porterebbe alla privazione della libertà e della democrazia (da notare come il significato di libertà e democrazia sia oggi grottescamente considerato dalla borghesia un tutt’uno con il capitalismo). Il denominatore comune di questi estremi del pensiero borghese è ben evidente: l’antistalinismo, con il suo armamentario che comprende pressoché tutte le categorie che con l’essenza del pensiero rivoluzionario marxista non hanno nulla a che fare, ne sono anzi la negazione. Già in questa contraddizione si smaschera l’inconciliabilità dell’essere comunista con quella di dichiararsi contemporaneamente antistalinista. Solo operando una forzatura che scardina tutto il processo rivoluzionario della classe operaia, così come si è realmente svolto, e snaturando anche il pensiero e l’azione dei suoi massimi dirigenti a partire dallo stesso Marx e dalla prima rivoluzione proletaria della storia, la Comune di Parigi, si può rimuovere Stalin. Non è questo il metodo del materialismo storico e dialettico, non ci appartiene come comunisti. Questo tipo di operazioni chirurgiche ad uso strumentale degli interessi delle classi domanti le fa la chiesa, che nel suo appoggio a tutti gli ordinamenti oppressivi si propone come portatrice di valori eterei, occultando una storia millenaria di violenze abominevoli consumate per relegare i popoli nell’ignoranza, allontanandoli dalla scienza.

La propaganda borghese, all’indomani del “meraviglioso 89”, come si è sentita in dovere di battezzare questo evento storico che ha visto i paesi socialisti europei dichiarare la resa unilaterale e incondizionata di fronte alle fauci spalancate dell’imperialismo, ha parlato, e tuttora parla, di crollo dei regimi comunisti, stalinisti. Noi sappiamo bene che una società comunista non è mai stata realizzata, mentre al contrario una formazione di transizione era stata avviata con successo, ma nel pensiero borghese si utilizza rozzamente una categoria oramai consolidata anche nella terminologia mediatica. Così come sappiamo che nelle librerie di Budapest, Varsavia, ecc., non era già più possibile trovare anche uno solo degli scritti di Stalin, che a Mosca era stato rimosso da tempo il suo corpo che riposava accanto a Lenin, che a Praga la statua che gli era stata eretta in sua memoria era stata abbattuta più di venti anni prima dell’89.

Possiamo inoltre notare che l’antistalinismo, comunque espresso, rivela una contrapposizione preconcetta anche contro quella che è la conquista più esaltante del movimento operaio nella sua sofferta storia di classe oppressa e sfruttata: la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, e la Grande Guerra Patriottica, così come l’Unione Sovietica ha giustamente inteso l’eroica cacciata dal proprio territorio dalle orde naziste, ovvero la seconda guerra mondiale imperialista. Due eventi che il proletariato mondiale conserverà indelebilmente nel cuore come la prova suprema della grande forza delle masse che è possibile dispiegare sotto la guida del partito armato della dottrina marxista-leninista, nonostante la velenosa propaganda delle classi dominanti che tende a rimuovere o a sminuire il ruolo primario dell’URSS, e il tributo di sangue enorme che ha dovuto pagare, nella disfatta delle belve naziste e a considerare la Rivoluzione d’Ottobre l’inizio di una dittatura terribile. Il frutto velenoso della manipolazione della storia ad uso degli interessi della borghesia, è tristemente rinvenibile in ogni dove, e si esplicita più irritante nelle dichiarazioni dei diplomatici delle maggiori potenze capitaliste ad ogni ricorrenza che ricordi la seconda guerra mondiale. Angela Merkel, durante la visita di Bush, ha ringraziato il presidente USA, come rappresentante di quella America che avrebbe liberato la Germania, portandole in dono la democrazia, riservando parole di malcelato disprezzo per l’intervento dell’Armata Rossa. Nel 60esimo della fine della seconda guerra mondiale i leader delle potenze occidentali si sono autocelebrati come vincitori, ignorando, di fatto, il ruolo sostanziale svolto dall’URSS di Stalin. In un recente sondaggio svolto in Italia tra gli alunni delle scuole medie, alla domanda su contro chi è stata scatenata la seconda guerra mondiale, una parte significativa dei ragazzi ha risposto “contro gli ebrei”. E’ dunque evidente l’opera di rimozione e di demonizzazione della storia del movimento comunista internazionale, che ha lottato con abnegazione per la democrazia e la libertà dei popoli, del quale l’URSS e Stalin costituiscono una parte significativa, imprescindibile.

Il percorso politico dell’antistalinismo dichiarato, inteso non solo come attacco frontale all’alto dirigente comunista, ma anche come avversione verso la prassi dei paesi socialisti, si sviluppa in un arco di tempo che copre oramai mezzo secolo, con l’avvio della cosiddetta destalinizzazione, a partire dal XX congresso del PCUS. Anche se, nei fatti, gli attacchi alla politica del partito guidato da Lenin prima e da Stalin successivamente, sono una costante di tutta la storia dei bolscevichi, dal momento in cui si sono dimostrati gli unici autentici interpreti delle istanze del proletariato rivoluzionario. La letteratura sulla lotta condotta da Lenin all’interno del partito contro ogni forma di opportunismo e deviazionismo (di destra o di sinistra) è copiosa, e dimostra dell’intensità e dell’ampiezza dello scontro avvenuto. Anche negli scritti di Stalin si evidenzia nettamente come questa lotta sia ripresa in un contesto mutato, quando occorreva dare un nuovo impulso alla costruzione del socialismo in presenza del sabotaggio delle forze nemiche interne e della rinnovata minaccia dell’imperialismo internazionale. Il capo del partito comunista dell’URSS è sempre stato lucidamente consapevole della possibilità della restaurazione del capitalismo, e sulla scorta di questo rischio oggettivo ha condotto una battaglia coerente, costellata da difficoltà enormi, considerato anche che la costruzione del socialismo si presentava come un compito nuovo, dai risvolti imprevedibili. Dalla morte di Stalin, poi, la lotta contro la minaccia da destra, all’interno del partito comunista, subisce la definitiva battuta d’arresto. In questo senso sarebbe doveroso per ogni autentico comunista ripercorrere almeno le fasi salienti della lotta del partito (prima del POSDR e poi del PC(b) dell’URSS contro gli elementi revisionisti, per capire quanto sia stato difficile il percorso della conquista del potere e come la strada inesplorata dell’edificazione del socialismo sia stata contrastata tenacemente, e con i metodi più violenti e sanguinari, dai nemici interni ed esterni. Ma il cavallo di Troia del revisionismo di stampo borghese e della controrivoluzione è sempre in embrione all’interno del partito del proletariato. Ed è stato con Krusciov, che di Stalin era infatti uno stretto collaboratore, che inopinatamente si sono sovvertiti i criteri della lotta di classe in un paese socialista (come se i nemici si potessero affrontare semplicemente non riconoscendoli), promuovendo e instillando la falsa concezione dello stato di tutto il popolo, indicando addirittura il comunismo come un traguardo oramai prossimo, avviando il processo della cosiddetta destalinizzazione con una manovra sconcertante: la consegna ai nemici del socialismo e dell’URSS del famigerato rapporto segreto. Una sorta di grimaldello, di cui forse non è più possibile ricostruirne l’autenticità, che gli imperialisti hanno baldanzosamente esibito a tutto il mondo per demolire la figura di Stalin, e con esso l’Unione Sovietica. La spaccatura che si è in seguito prodotta tra i partiti comunisti nel mondo ha rappresentato un aiuto insperato per gli scopi meschini del capitalismo. La controrivoluzione strisciante per un trentennio si palesa infine con il traditore Gorbaciov, che è l’unico dirigente sovietico integralmente gradito all’imperialismo, poiché, a differenza di Kruciov, è riuscito a cogliere l’obiettivo che la borghesia mondiale perseguiva già dall’Ottobre del 1917: la distruzione definitiva ed il saccheggio del primo paese socialista nella storia dell’umanità. Quando il fascista Yeltsin, anch’egli ex alto dirigente del PCUS, ordina il bombardamento del parlamento Russo, nell’ottobre 1993, per installare apertamente al potere della nuova Russia capitalista un clan di malavitosi in combutta con gli imperialisti, ha motivato questo atto di sanguinosa barbarie (avallato dalle cancellerie occidentali, ovviamente) con la necessità di eliminare l’ultimo baluardo dello stalinismo. Così evidentemente non era, poiché la Russia era stata già devitalizzata dagli agenti della borghesia in uno stillicidio durato decenni, e il partito di Gorbaciov aveva solo sferrato il colpo finale, ma tanto basta per capire quale paravento miserrimo gli elementi borghesi usino per i loro stomachevoli progetti, ogni qualvolta debbano vincere le resistenze del popolo lavoratore e imporre il dominio della classe sfruttatrice.

Ancora oggi, quando ascoltiamo i soloni dell’informazione nostrana, i giornalisti embedded che si limitano a leggere veline preconfezionate e si prestano supinamente a vere e proprie orchestrazioni e campagne di disinformazione, quando parlano della Repubblica Popolare Democratica di Corea, la definiscono spesso “l’ultimo regime stalinista del mondo”. Con una certa ricorrenza viene etichettato come stalinista Fidel Castro, Kim Jong Il, e ultimamente anche Ugo Chavez. E’ appena il caso di notare che il crescendo del significato negativo del termine (lo sentiamo spesso usato dagli esponenti del PDL contro quelli del PD, sic!) procede in parallelo con la crisi generale del capitalismo, con la violenza, nella sua forma ideologica pervasiva e nella sua prassi di guerre, aggressioni, con cui la borghesia tenta di mascherare o di allontanare il collasso incipiente del sistema socioeconomico.

Stalin tuttavia sembra prendersi una rivincita postuma. Chi lo osteggia si consegna alla borghesia direttamente, o comunque ne subisce, più o meno consciamente, l’influenza politica e ideologica. E’ accaduto con il PCI, che ora è uno dei tanti partiti del potere del capitale, che ha portato uno dei sui più alti dirigenti a sedere sul trono del Quirinale, a capo di una repubblica borghese sfasciata, devastata da una crisi sociale, economia e morale gravissima, votata al collateralismo straccione dei sordidi disegni dell’imperialismo USA e del sionismo. E la triste storia si è ridicolamente ripetuta con Rifondazione Comunista. Nel 2003, anno che vedeva il cinquantesimo anniversario della scomparsa del dirigente georgiano, il quotidiano Liberazione pubblica un corposo inserto speciale dedicato a Stalin con un titolo cubitale emblematico: “mai più”. Una presa di posizione netta, tanto inequivocabile quanto superflua, propedeutica però all’insediamento del PRC alle massime cariche dello stato borghese e alla sua contestuale scomparsa dal parlamento italiano. Quanto è accaduto a RC rappresenta l’ennesima dimostrazione che la contrapposizione strumentale a Stalin è sinonimo della rinuncia agli strumenti vitali, per un partito comunista, del materialismo storico e dialettico, e dunque alla scientificità dell’azione rivoluzionaria, che viene pertanto ridotta alla partecipazione nell’arena del cretinismo parlamentare borghese, incanalata, per essere sterilizzata, nell’alveo inconcludente del politicismo più gretto e insopportabile.

Ovunque Stalin è stato rimosso, dileggiato, disprezzato, la borghesia ha trionfato, ostentando volgarmente il suo livido volto di classe sfruttatrice, dedita alla rapina. Dal Baltico al Caucaso, dalla Siberia all’Europa centrale e balcanica, i popoli sono inesorabilmente caduti sotto il giogo del capitale, espropriati della propria identità, trascinati nel gorgo della crisi generale del capitalismo, investiti dal crollo verticale dello stato sociale, nella guerra, vessati da valvassori dell’imperialismo, a loro volta ammantati dalla squallida bandiera del nazionalismo più ipocrita. La piccola Albania, per esempio, aveva una dignità e una specificità uniche al mondo, come paese che dal feudalesimo è transitato al socialismo, con una storia invidiabile per la determinazione nella lotta di liberazione dagli occupanti fascisti, per aver debellato la piaga secolare dell’analfabetismo e della miseria, per la correttezza con la quale aveva, attraverso il suo partito al potere, condannato il revisionismo moderno. Ora è un popolo disperso, annientato moralmente, immiserito e trasformato in una riserva di schiavi e schiave al servizio del capitale.

La lotta asperrima dei comunisti per offrire uno sbocco coerente al pensiero marxiano offre un panorama di insidie terribilmente esteso. Ma è proprio intorno al giudizio sulla figura di Stalin che è possibile identificare l’atteggiamento più corretto verso la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi successivi sviluppi. Stalin è perciò la cartina di tornasole per testare la coscienza critica di ogni comunista, per misurare altresì l’odio dei nemici di classe. La lotta del movimento operaio che dapprima si appropria della sua coscienza di classe e tenta di instaurare un ordine socioeconomico in cui alla base vi sia la liberazione dalle catene dello sfruttamento, è contestualmente la lotta per affermare i principi di integrità ideologica che possano sorreggere questo moto rivoluzionario: la teoria di Marx e Engels e del prezioso contributo di Lenin, come l’ha brillantemente saldata proprio Stalin. E Stalin, come fedele prosecutore dell’opera del padre della rivoluzione bolscevica, Lenin, incarna necessariamente lo spartiacque storico per la classe operaia, rimosso il quale si perde di vista un prezioso insegnamento rivoluzionario e si naufraga nell’idealismo. Infatti non conosciamo altre esperienze rivoluzionarie che abbiano rivoltato come un guanto l’intera storia dell’umanità, costellata fino al 1917 dal dominio spietato degli schiavisti. E’ toccato a Lenin prima, e a Stalin in seguito, nel bene di un progetto epocale di abbattimento del sistema di sfruttamento selvaggio del capitalismo, e nel male di un mondo di nemici che ha scatenato una reazione rabbiosa contro la Rivoluzione d’Ottobre, dimostrare che davvero è possibile cambiare. Lo “yes, we can” era stato lanciato come slogan e sostenuto coerentemente come azione del partito del popolo rivoluzionario, da Lenin prima e da Stalin dopo.

L’insidia del pensiero borghese, in una scala di versioni più o meno sofisticate e argomentate da sedicenti rivoluzionari, attecchisce nel seno della classe operaia come la gramigna nel grano. Lo abbiamo purtroppo potuto constatare in una serie innumerevole di situazioni, tanto da poter generalizzare questo fenomeno come appartenente ad un’intera epoca storica, caratterizzata da grandi rivoluzioni e da altrettanto vaste controrivoluzioni. I comunisti però sono consapevoli che un pensiero critico può e deve essere sviluppato ogni qualvolta torni utile allo sviluppo della causa rivoluzionaria, per la liberazione dell’umanità dalle catene dell’oppressione del capitale, dunque nel segno dell’oggettività, del materialismo storico e dialettico. In questo quadro, e solo con questo metro oggi si può e si deve discutere di Stalin, a partire direttamente da quanto egli ha prodotto come contributo importante alla teoria e alla prassi del movimento comunista rivoluzionario, e anche, ovviamente, dai suoi errori. Attingere direttamente dal pensiero di Stalin è però il modo migliore per analizzare le questioni che il capo del PC dell’URSS ha affrontato e sulle quali non ha mancato di intervenire con estrema puntualità e intelligenza. Del resto sappiamo che la letteratura su Stalin è sterminata e le opere che meritano di essere considerate o che costituiscono un apporto fattivo alla comprensione di Stalin e della sua epoca sono davvero poche. Il resto è un mare di odio e menzogne versato da elementi nemici del comunismo. Sarebbe naturalmente utile una ricostruzione storica obiettiva, opportunamente sedimentata dalle scorie della frattura catastrofica che si è prodotta dopo la morte di Stalin, per restituire alla memoria delle giovani generazioni la versione di questa epoca segnata da grandi imprese e da rovesci terribili, per inserire nella grave situazione attuale, foriera di immani sconvolgimenti, un riferimento veritiero e utile, vitale, alla causa della liberazione dal giogo del capitale. A patto che sotto i riflettori della storia ci sia il giudizio del proletariato rivoluzionario, il solo titolato a smontare tutte le calunnie e i luoghi comuni, a fare giustizia dell’opera di mistificazione della sua lotta titanica per costruire un società veramente libera. In questo compito di rivalutazione storica del movimento rivoluzionario del XX secolo, non si può eludere, per esempio, il significato corretto della dittatura del proletariato, come strumento organizzativo e politico della fase di transizione; il ruolo della violenza nella storia, che il proletariato certamente non invoca, ma con la quale è costretto a misurarsi, e di questo deve esserne perfettamente conscio, poiché la borghesia non esita a ricorrervi sistematicamente; la portata effettiva delle conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, di cui Stalin è stato uno degli artefici più importanti, per saldare il tutto con il pensiero dei padri fondatori del socialismo scientifico: Marx ed Engels.

Comprendere e approfondire le questioni affrontate da Stalin nella sua vita di rivoluzionario, da quelle sulle quali si è speso con successo, a quelle in cui una risposta definitiva non è stata elaborata compiutamente perché del tutto inedite, capire il contesto internazionale ed interno nel quale il partito di Stalin ha agito, significa porsi da autentico rivoluzionario di fronte alla questione sempre aperta: il futuro dell’umanità, la soppressione dell’ordinamento capitalistico fondata sulla schiavitù salariale, la lotta di classe e le sue forme, la rivoluzione e la liberazione di tutte le facoltà psicofisiche dell’uomo, per la pace, il lavoro, il rispetto dell’ambiente, come parte inscindibile della vita dell’uomo, la cooperazione, l’internazionalismo e la fratellanza tra i popoli, nella prospettiva del comunismo

http://mixzone.myblog.it/archive/2012/03/04/per-una-riflessione-critica-su-stalin.html

 

 

L’antistalinismo, incarna una posizione estranea, quando non apertamente ostile, al movimento comunista rivoluzionario e alla sua teoria. E’ evidente l’inconciliabilità dell’essere comunista con quella di dichiararsi contemporaneamente antistalinista. Solo operando una forzatura che scardina tutto il processo rivoluzionario della classe operaia, così come si è realmente svolto, e snaturando anche il pensiero e l’azione dei suoi massimi dirigenti a partire dallo stesso Marx e dalla prima rivoluzione proletaria della storia, la Comune di Parigi, si può rimuovere Stalin.
http://mixzone.myblog.it/archive/2012/03/04/per-una-riflessione-critica-su-stalin.html

 

Trockij nei confronti di Lenin e Stalin

(Da Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista pag.77-80)

Fin dal 1902, Trockij aveva costantemente osteggiato le prospettive che Lenin aveva tracciate per la Rivoluzione democratica e la rivoluzione socialista in Russia. Riaffermando, proprio prima della morte di Lenin, che la dittatura del proletariato sarebbe necessariamente entrata in collisione con l’ostilità delle masse contadine e che, di conseguenza, non ci sarebbe stata altra salvezza per il socialismo sovietico al di fuori della rivoluzione vittoriosa nei paesi «più civilizzati», Trockij tentava di sostituire il suo programma a quello di Lenin.

Dietro il suo discorso sulla “rivoluzione mondiale” Trockil riprendeva l’idea fondamentale dei menscevichi: era impossibile costruire il socialismo in Unione Sovietica. I menscevichi dicevano apertamente che né le masse né le condizioni oggettive erano mature per il socialismo. Trockij, da parte sua, diceva che il proletariato, in quanto classe specifica, e le masse dei contadini individualisti, dovevano necessariamente entrare in collisione. Senza il sostegno esterno di una rivoluzione europea vittoriosa, la classe operaia sovietica sarebbe stata incapace di edificare il socialismo. Con questa conclusione, Trockij si ricongiungeva ai suoi amici di gioventù, i menscevichi.

Nel 1923, nella sua lotta per prendere il potere in seno al Partito Bolscevico, Trockij lanciò una seconda offensiva. Egli cercò di mettere da parte i vecchi quadri del Partito a favore dei giovani, che sperava di poter influenzare. Per preparare la presa del potere nella Direzione del Partito, Trockij ritornò, quasi parola per parola, alle concezioni antileniniste sul partito che aveva sviluppate nel 1904.

Dal suo libro Nos taches politiques, pubblicato nel 1904, all’opuscolo Cours

nouveau scritto nel 1923, noi ritroviamo la stessa ostilità contro i principi che

Lenin aveva definiti per la costruzione del partito. (……)

Nel 1904, Trockij aveva combattuto con particolare accanimento la concezio-

ne leninista del partito. Aveva tacciato Lenin di essere uno “scissionista fa-

natico”, un «rivolu7ionario democratico—borghese», un «feticista dell’orga—

nizzazione», «un partigiano di un «regime da caserma», lo aveva accusato di

«meschinità organizzativa»,di essere un «dittatore che voleva sostituirsi al

Comitato Centrale», un «dittatore che voleva instaurare la dittatura sul proletariato» per il quale «qualsiasi interterenferenza di elementi che pensano diversamente è un fenomeno patologico».14

Il lettore avrà notato che tutta questa verbosità carica di odio non era indirizzata all’infame Stalin, ma all’adorato maestro, Lenin. Il libro che Trockij

aveva pubblicato nel 1904 è cruciale per comprendere la sua ideologia. Tutte le calunnie e gliinsulti che, per più di venticinque anni, egli riverserà su Stalin, li aveva sputati in quest’opera sulla figura di Lenin.

Trockij si accanì nel dipingere Stalin come un dittatore che regnava sul

Partito. Ma, quando Lenin aveva creato il Partito Bolscevico, Trockij l’aveva

accusato di instaurare una «teocrazia ortodossa» e un

co-asiatico>.15

Trockij non smise mai di affermare che Stalin aveva adottato un atteggiamento pragrammatico verso il marxismo, che aveva ridotto a formule preconfezionate. Nel 1904, criticando l’opera Un pas en avant..., Trockij aveva scritto:

«Non si può manifestare un maggior cinismo nei confronti del miglior patrimonio ideologico del proletariato di quanto faccia il compagno Lenin. Per

lui il marxismo non è un metodo di analisi scientifica.»16

Nel suo libro del 1904, Trockij aveva inventato il termine di “sostituzionismo” per attaccare il modello di partito leninista e la sua direzione.

«Il gruppo dei “rivoluzionari di professione” agisce in luogo del proletariato.» «L’organizzazione si “sostituisce” al partito, il Comitato Centrale all’organizzazione e infine, il dittatore sostituisce il Comitato Centrale.»17

Nel 1923, spesso con gli stessi termini che aveva usato contro Lenin, Trockij

attaccò la Direzione del Partito e Stalin.

«La vecchia generazione s’è abituata e si abitua a pensare e a decidere per

il partito.» Trockij denunciò «una tendenza dell’apparato a pensare e a decide-

re per l’intera organizzazione.» 18

Nel 1904, Trockij aveva attaccato la concezione leninista del partito affermando che essa «separa l’attività cosciente dall’attività esecutiva. (C’è) il

Centro e, al di sotto, non ci sono che gli esecutori disciplinati che funzionano

tecnicamente». Nella sua concezione piccolo-borghese, Trockij rifiutava le gerarchie e le differenze dei livelli di responsabilità, così come la disciplina. Il suo ideale era «la personalità politica globale, che faceva rispettare di fronte a tutti i “centri” la sua volontà e questo in tutte le forme possibili, fino ed incluso il boicottaggio»!19 Era il credo di un individualista, di un anarchico,

Queste critiche vennero rilanciate da Trockij nel 1923.

«L’apparato manifesta una tendenza a contrapporre qualche migliaio di compagni che compongono i quadri dirigenti al resto delle masse che non sono per loro che uno strumento per l’azione.» 20

Nel 1904, Trockij aveva accusato Lenin di essere un burocrate che faceva degenerare il Partito in un’organizzazione rivoluzionaria-borghese. Lenin era accecato dalla «logica burocratica di questo o quel “piano” organizzativo», ma «il fiasco del feticismo organizzativo» era certo.

«Il capo dell’ala reazionaria del nostro Partito, il compagno Lenin, dà della socialdemocrazia una definizione che è un attentato teorico al carattere di classe del nostro Partito.» Lenin «ha dato origine ad una tendenza che si è delineata nel Partito, la tendenza rivoluzionaria-borghese».21

Nel 1923 Trockij disse la stessa cosa contro Stalin, ma con un tono più moderato.. «La burocratizzazione minaccia di provocare una degenerazione più o meno opportunista della vecchia guardia.» 22

Nel 1904 il “burocrate” Lenin veniva accusato di” terrorizzare” il Partito.

«ll compito dell’lskra (il giornale di Lenin) consisteva nel terrorizzare teoricamente l’intellighenzia. Per i socialdemocratici, educati ad una certa scuola, l’ortodossia è qualcosa di molto vicino a quella “Verità” assoluta che ispirava i Giacobini (rivoluzionari borghesi). La Verità ortodossa prevede tutto. Colui che la contesta deve essere escluso; colui che ne dubita è prossimo ad essere escluso. .» 23

Nel 1923 Trockij lanciò un appello per sostituire i burocrati mummificati affinché «nessuno osi più terrorizzare il Partito.»24

(….) Nel 1923, per prendere il potere nel seno del Partito Bolscevico, Trockij voleva “liquidare” la vecchia guardia bolscevica che conosceva troppo bene il suo passato di oppositore delle idee di Lenin. Nessun vecchio bolscevico sarebbe stato disposto ad abbandonare le idee di Lenin per il trockijsmo. Da ciò la tattica di Trockij: egli dichiarò che i vecchi bolscevichi” degeneravano” e lusingò i giovani che non conoscevano il suo passato antileninista. Con la parola d’ordine della “democratizzazione” del Partito, Trockij voleva far entrare nella Direzione del Partito dei giovani che lo sostenessero.

Dieci anni dopo, quando uomini come Zinov’ev e Kamenev avrebbero svelato completamente il loro carattere opportunista, Trockij dichiarerà che essi rappresentavano la “vecchia guardia bolscevica” perseguitata da Stalin e si legherà a quegli opportunisti, invocando il passato glorioso della “vecchia guardia”!

Nel corso degli anni 1924-1 926, man mano che la posizione politica di Trockij andava sempre più indebolendosi, crescevano i suoi attacchi, particolarmente rabbiosi, contro la Direzione del Partito.

Partendo dall’idea che fosse impossibile costruire il socialismo in un solo paese, Trockij concluse che la politica caldeggiata da Bucharin, la sua bestia nera del momento, rappresentava gli interessi dei kulaki e dei nuovi borghesi, i cosiddetti “Nep-men”. Il potere, egli sosteneva, tendeva a diventare un potere kulak. Veniva nuovamente aperta la discussione sulla “degenerazione” del Partito Bolscevico. Poiché questo si evolveva verso la degenerazione e il partito kulak, Trockij si attribuì il diritto di creare delle frazioni e di condurre un lavoro clandestino all’interno del Partito.

Il dibattito fu condotto apertamente e francamente per cinque anni. Quando la discussione fu chiusa, nel 1927, con una votazione in seno al Partito, coloro che sostenevano la tesi dell’impossibilita della costruzione del socialismo in Unione Sovietica e difendevano le attività frazioniste di Trockij ottennero tra l’i e l’1,5 ‘ dei voti. Trockij fu espulso dal Partito, in seguito esiliato in Siberia ed infine bandito dall’Unione Sovietica.

Da Ludo Martens STALIN Un altro punto di vista pag.77-80

Per quello che concerne Trockij, Lenin ne sottolinea i quattro maggiori difetti: ha dei lati molto negativi come ha dimostrato la sua lotta contro il Comitato Centrale sulla questione della "militarizzazione dei sindacati"; ha un'opinione esagerata di se stesso; affronta i problemi in modo burocratico e il suo non-bolscevismo non è un fatto accidentale. ivi pag.69

Trotski, Nos taches politiques, Ed. Pierre Belfond, Paris, 1970,

Trotski, Cours nouveau U.G.E.., collection 10-18, Paris, 1972

Note:

15. Ibiden,, pp. 97—170.

16. Ibiden,, p. 160

17. Thiden,, pp. 103 e 128.

18. Trotski, Cours nouveau U.G.E.., collection 10-18, Paris, 1972, pp. 21 e 158.

19. Trotski, Nos taches, pp. 140-141

20. Trotski, Cours nouveau, p. 25.

21. ‘I’rotski, Nos taches, pp. 204, 192, 195.

22. Trotski, Cours nouveau, p. 25.

23. ‘I’rotski, Nos taches, p. 190.

24. Trotski, Cours nouveau, p. 154

….. Trotski, Nos taches politiques, Ed. Pierre Belfond, Paris, 1970 Trotski, Cours nouveau U.G.E.., collection 10-18, Paris, 1972 Trotski, Nos taches politiques, Ed. Pierre Belfond, Paris, 1970

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Losurdo in Storia e critica di una leggenda nera pag.270 (Libro che mi è stato consigliato da Sara Dipasquale a cui sono veramente grata per il suggerimento).

Subito dopo il patto di non aggressione tra Terzo Reich e Unione Sovietica, Trockij lancia una sorta di grido di trionfo: adesso finalmente capiranno anche «gli apologeti di professione del Cremlino» e di Stalin, «i minchioni “prosovietici” di ogni colore>, coloro che si erano illusi di poter contare sull’appoggio di Mosca per contenere l’espansionismo della Germania nazista. Ad essere preso particolarmente di mira è Neville Chamberlain. Sì, il primo ministro inglese, già in questo momento messo in stato d’accusa da Churchill a causa della politica di appeasement da lui perseguita nei confronti di Hitler, viene aspramente criticato da Trockij per avere nutrito illusioni sul conto di... Stalin! «Nonostante tutta la sua avversione per il regime sovietico», il leader conservatore inglese» aveva tentato con ogni mezzo di stabilire un’alleanza con Stalin»: una colossale prova di ingenuità! Lui, Trockij, sin dall’avvento del Terzo Reich aveva ripetutamente chiarito che, ad onta di tutte le chiacchiere sui fronti popolari antifascisti, «il vero obiettivo della politica estera di Stalin era la conclusione di un accordo con Hitler»; ora tutti sono costretti a prendere atto che il dittatore del Cremlino è «il maggiordomo di Hitler» Messo in seria difficoltà dall’epica resistenza dell’Unione Sovietica contro il Terzo Reich, questo gioco al rialzo riprende con forza dopo il xx Congresso del PCUS e il Rapporto segreto.

Solo i processi di Mosca del 1936-37-38, pubblici, in presenza della stampa mondiale, i cui resoconti stenografici integrali sono stati pubblicati dalle edizioni in lingue estere a cura del Ministero della giustizia sovietico (in inglese e francese), ci dicono finalmente CHI ERA Trotski. I dirigenti trotskisti sanno tutto di quei processi, ma essi continuano, consapevolmente, per odio anti-Stalin mutuato direttamente da Trotski, ad essere complici della congiura trotskista antisovietica dell'epoca. I tre volumi dei processi (in francese) si dovrebbero trovare nelle biblioteche nazionali e in quelle universitarie (di una certa importanza).

Confrontarsi con Stalin, con il suo tempo e il suo ruolo, la sua opera anche di teorico, richiede l’adozione di una visione autenticamente critica, scevra da ogni possibile venatura apologetica o agiografica, come per alcuni versi si è manifestata negli anni 50 del secolo scorso nel movimento comunista, e che connota ancora oggi alcuni piccoli gruppi della sinistra, ma con il metro di chi, da posizioni di classe, osserva il periodo più difficile e tragico, per la spietata reazione della borghesia internazionale che ha costretto il primo stato al mondo degli operai e dei contadini a sofferenze e privazioni immani per potersi difendere, e tuttavia più fecondo per il movimento comunista rivoluzionario.

  Per una riflessione critica su Stalin domenica, 04 marzo 2012
« Messaggio del KKE ai popoli d'Europa: "PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI" | Homepage | In merito all'8 Marzo, le sue radici politiche e di classe »

Trattare oggi della figura di Stalin, in una fase molto problematica per la ripresa della lotta per il socialismo e il comunismo, stante ancora il panico e il disorientamento del proletariato a seguito della fine ingloriosa di importanti paesi socialisti,  di fronte alla tracotanza della borghesia, che nonostante lo sfacelo di cui è artefice si sente ebbra della vittoria della controrivoluzione ed infierisce senza ritegno contro le conquiste del movimento operaio, comporta necessariamente il pericolo di esporsi ad ogni sorta di critica malevola, in uno spazio culturale e politico ampio, che occupa indistintamente il revisionismo moderno e l’odio viscerale anticomunista.

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Discutere di Stalin, del suo periodo storico e della sua opera richiede dunque la costruzione di una robusta barricata  ideologica, al di là della quale si contrappone un esercito composito, ma agguerrito, di detrattori del marxismo-leninismo,  di nemici feroci, di falsi amici dai modi garbati.

Siamo giunti al punto in cui il termine stalinista riveste il significato di epiteto, per chi intende lanciare grossolanamente l’accusa dell’uso arbitrario della violenza, contro chi sarebbe fautore del dispotismo più turpe, della dittatura più oppressiva. Nei dizionari della lingua italiana  il termine è oramai attestato col significato dispregiativo.  I comunisti sono consapevoli che Stalin e la sua epoca rappresentano un passaggio ineludibile nella storia reale (e non di quella virtuale che ipotizzano taluni pseudocomunisti) del movimento operaio rivoluzionario, nella lotta del proletariato per il socialismo e il comunismo. Confrontarsi con Stalin,  con il suo tempo e il suo ruolo, la sua opera anche di teorico, richiede perciò l’adozione di una visione autenticamente critica, scevra da ogni possibile venatura apologetica o agiografica, come per alcuni versi si è manifestata negli anni 50 del secolo scorso nel movimento comunista, e che connota ancora oggi alcuni piccoli gruppi della sinistra, ma con il metro di chi, da posizioni di classe, osserva il periodo più difficile e  tragico, per la spietata reazione della borghesia internazionale che ha costretto il primo stato al mondo degli operai e dei contadini a sofferenze e privazioni immani per potersi difendere,  e tuttavia più fecondo per il movimento comunista rivoluzionario. In questa breve riflessione non è possibile che tracciare solo una linea guida sul criterio con cui misurarsi col pensiero staliniano e su che  cosa rappresenti lo stalinismo e la sua apparente immagine speculare, l’antistalinismo. Ci troviamo davanti ad un terreno paludoso, ma conviene fare chiarezza, sciogliere con la spada il nodo gordiano della questione: non ci appartiene né lo stalinismo, poiché questo è un conio della propaganda borghese, né tantomeno l’antistalinismo, in quanto incarna una posizione estranea, quando non apertamente ostile,  al movimento comunista rivoluzionario e alla sua teoria.   

Il pensiero idealista di matrice borghese contagia molti esponenti della sinistra sedicente marxista, che  attribuisce a Stalin la degenerazione  del pensiero e della prassi dei comunisti, che dovrebbero pertanto ripudiare risolutamente questo passato, che  non apparterrebbe più al proletariato rivoluzionario, in quanto espropriato del suo sogno autentico e del suo agire cristallino e gentile da un orco malvagio. Per il pensiero borghese più apertamente ostile   lo stalinismo sarebbe invece congenito nel movimento comunista, portatore della  violenza fine a se stessa, approdando inevitabilmente verso  la dittatura e l’oppressione, ed è da combattere energicamente sempre e comunque, poiché  il superamento del capitalismo porterebbe alla privazione della libertà e della democrazia (da notare come il significato di libertà e democrazia sia oggi grottescamente considerato dalla borghesia un tutt’uno con il capitalismo). Il denominatore comune di questi estremi del pensiero borghese è ben evidente: l’antistalinismo,  con il suo armamentario  che comprende pressoché tutte le categorie che con l’essenza del pensiero rivoluzionario marxista non hanno nulla a che fare, ne sono anzi la negazione. Già in questa contraddizione si smaschera l’inconciliabilità dell’essere comunista con quella di dichiararsi contemporaneamente antistalinista. Solo operando una forzatura che scardina tutto il processo rivoluzionario della classe operaia, così come si è realmente svolto, e snaturando anche il pensiero e l’azione  dei suoi massimi dirigenti a partire dallo  stesso Marx e dalla prima rivoluzione proletaria della storia, la Comune di Parigi, si può rimuovere Stalin. Non è questo il metodo del materialismo storico e dialettico, non ci appartiene come comunisti. Questo tipo di operazioni chirurgiche ad uso strumentale degli interessi delle classi domanti le fa la chiesa, che nel suo appoggio a tutti gli ordinamenti oppressivi  si propone come portatrice di valori eterei, occultando una storia millenaria di violenze abominevoli  consumate per relegare i popoli nell’ignoranza,  allontanandoli  dalla scienza.

La propaganda borghese, all’indomani del “meraviglioso 89”, come si è sentita in dovere di battezzare questo evento storico che ha visto i paesi socialisti europei dichiarare la resa unilaterale e incondizionata di fronte alle fauci spalancate dell’imperialismo, ha parlato, e tuttora parla, di crollo dei regimi comunisti, stalinisti. Noi sappiamo bene che una società comunista non è mai stata realizzata, mentre al contrario una formazione di transizione era stata avviata con successo, ma nel pensiero borghese si utilizza  rozzamente una categoria oramai consolidata anche nella terminologia mediatica. Così come sappiamo che nelle librerie di Budapest, Varsavia, ecc., non era già più possibile trovare anche uno solo degli scritti di Stalin, che a  Mosca  era stato rimosso da tempo il suo corpo che riposava accanto a Lenin, che a  Praga la statua che gli era stata eretta in sua memoria era stata abbattuta più di  venti anni prima dell’89.

Possiamo inoltre notare che l’antistalinismo, comunque espresso, rivela  una contrapposizione preconcetta anche contro quella che è la conquista più esaltante del movimento operaio nella sua sofferta storia di classe oppressa e sfruttata: la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, e la Grande Guerra Patriottica, così come l’Unione Sovietica ha giustamente inteso l’eroica  cacciata dal proprio territorio  dalle orde naziste, ovvero la seconda guerra mondiale imperialista.  Due eventi che il proletariato mondiale conserverà indelebilmente nel cuore come la prova suprema della grande forza delle masse che è possibile dispiegare sotto la guida del partito armato della dottrina marxista-leninista, nonostante la velenosa propaganda delle classi dominanti che tende a rimuovere o a sminuire il ruolo primario dell’URSS, e il tributo di sangue enorme che ha dovuto pagare, nella disfatta delle belve naziste e a  considerare la Rivoluzione d’Ottobre l’inizio di una dittatura terribile. Il frutto velenoso della manipolazione della storia ad uso degli interessi della borghesia, è tristemente  rinvenibile in ogni dove, e si esplicita più irritante nelle dichiarazioni dei diplomatici delle maggiori potenze capitaliste ad ogni ricorrenza che ricordi la seconda guerra mondiale. Angela Merkel, durante la visita di Bush, ha ringraziato il presidente USA, come rappresentante di quella America che avrebbe liberato la  Germania, portandole in dono la democrazia, riservando parole di malcelato disprezzo per l’intervento dell’Armata Rossa. Nel 60esimo della fine della seconda guerra mondiale i leader delle potenze occidentali si sono autocelebrati come vincitori, ignorando, di fatto, il ruolo sostanziale svolto dall’URSS di Stalin. In un recente sondaggio svolto in Italia tra gli alunni delle scuole medie, alla domanda su contro chi è stata scatenata la seconda guerra mondiale, una parte significativa dei ragazzi ha risposto “contro gli ebrei”. E’ dunque evidente l’opera di rimozione e di demonizzazione della storia del movimento comunista internazionale, che ha lottato con abnegazione  per la democrazia e la libertà dei popoli, del quale l’URSS e Stalin costituiscono una parte significativa, imprescindibile.

Il percorso politico dell’antistalinismo dichiarato,  inteso non solo come attacco frontale all’alto dirigente comunista, ma anche come avversione verso la prassi dei paesi socialisti, si sviluppa in un arco di tempo che copre oramai mezzo secolo, con  l’avvio della cosiddetta destalinizzazione, a partire dal XX congresso del PCUS. Anche se, nei fatti, gli attacchi alla politica del partito guidato da Lenin prima e da Stalin successivamente, sono una costante di tutta la storia dei bolscevichi, dal momento in cui si sono dimostrati gli unici autentici interpreti delle istanze del proletariato rivoluzionario. La letteratura sulla lotta condotta da Lenin all’interno del partito contro ogni forma di opportunismo e deviazionismo (di destra o di sinistra) è copiosa, e dimostra dell’intensità e dell’ampiezza dello scontro avvenuto. Anche negli scritti di Stalin  si evidenzia nettamente come questa lotta sia ripresa in un contesto mutato, quando occorreva dare un nuovo impulso alla costruzione del socialismo in presenza del sabotaggio delle forze nemiche interne e della rinnovata minaccia dell’imperialismo internazionale.  Il capo del partito comunista dell’URSS è sempre stato lucidamente consapevole della possibilità della restaurazione del capitalismo, e sulla scorta di questo  rischio oggettivo ha condotto una battaglia coerente, costellata da difficoltà enormi, considerato anche che la costruzione del socialismo si presentava come un compito nuovo, dai risvolti imprevedibili. Dalla morte di Stalin, poi, la lotta contro la minaccia da destra, all’interno del partito comunista,  subisce la definitiva battuta d’arresto. In questo senso sarebbe doveroso per ogni autentico comunista ripercorrere almeno le fasi salienti della lotta del partito (prima del POSDR e poi del PC(b) dell’URSS contro gli elementi revisionisti, per capire quanto sia stato difficile il percorso della conquista del potere e come la strada inesplorata dell’edificazione del socialismo sia stata contrastata tenacemente, e con i metodi più violenti e sanguinari,  dai nemici interni ed esterni. Ma il cavallo di Troia del revisionismo di stampo borghese e della controrivoluzione è sempre in embrione all’interno del partito del proletariato. Ed è stato con Krusciov, che di Stalin era infatti uno stretto collaboratore, che inopinatamente si sono sovvertiti i criteri della lotta di classe in un paese socialista (come se i nemici si potessero affrontare semplicemente non riconoscendoli), promuovendo e instillando  la falsa concezione dello stato di tutto il popolo, indicando addirittura il comunismo come un traguardo oramai prossimo, avviando il processo della cosiddetta destalinizzazione con una manovra sconcertante: la consegna ai nemici del socialismo e dell’URSS del famigerato rapporto segreto. Una sorta di grimaldello, di cui forse non è più possibile  ricostruirne l’autenticità, che gli imperialisti hanno baldanzosamente esibito a tutto il mondo per demolire la figura di Stalin, e con esso l’Unione Sovietica. La spaccatura che si è in seguito prodotta tra i partiti comunisti nel mondo ha rappresentato un aiuto insperato per gli scopi meschini del capitalismo. La controrivoluzione strisciante per un trentennio si palesa infine con il traditore Gorbaciov, che è l’unico dirigente sovietico integralmente gradito all’imperialismo, poiché, a differenza di Kruciov,  è riuscito a cogliere l’obiettivo che la borghesia mondiale perseguiva già dall’Ottobre del 1917: la distruzione definitiva ed il saccheggio del primo paese socialista nella storia dell’umanità. Quando il fascista Yeltsin, anch’egli ex alto dirigente del PCUS, ordina il bombardamento del parlamento Russo, nell’ottobre 1993, per installare apertamente al potere della nuova Russia capitalista un clan di malavitosi in combutta con gli imperialisti, ha motivato questo atto di sanguinosa barbarie (avallato dalle cancellerie occidentali, ovviamente) con la necessità di eliminare l’ultimo baluardo dello stalinismo. Così evidentemente non era, poiché la Russia era stata già devitalizzata dagli agenti della borghesia in uno stillicidio durato decenni, e il partito di Gorbaciov aveva solo sferrato il colpo finale, ma tanto basta per capire quale paravento miserrimo gli elementi borghesi usino per i loro stomachevoli progetti, ogni qualvolta debbano vincere le resistenze del popolo lavoratore e imporre il dominio della classe sfruttatrice.

Ancora oggi, quando ascoltiamo i soloni dell’informazione nostrana, i giornalisti embedded che si limitano a leggere  veline preconfezionate e si prestano supinamente  a vere e proprie orchestrazioni e campagne di disinformazione, quando parlano della Repubblica Popolare Democratica di Corea, la definiscono spesso “l’ultimo regime stalinista del mondo”. Con una certa ricorrenza viene etichettato come stalinista  Fidel Castro, Kim Jong Il,  e ultimamente anche Ugo Chavez. E’ appena il caso di notare che il crescendo del significato negativo del termine (lo sentiamo spesso usato dagli esponenti del PDL contro quelli del PD, sic!) procede in parallelo con la crisi generale del capitalismo, con la violenza, nella sua forma ideologica pervasiva e nella sua prassi di  guerre, aggressioni,   con cui la borghesia tenta di mascherare o di allontanare  il collasso incipiente del sistema socioeconomico.

Stalin tuttavia sembra prendersi una rivincita postuma. Chi lo osteggia si consegna alla borghesia direttamente, o comunque ne subisce, più o meno consciamente, l’influenza politica e ideologica. E’ accaduto con il PCI, che ora è uno dei tanti partiti del potere del capitale, che ha portato uno dei sui più alti dirigenti a sedere sul trono del Quirinale, a capo di una repubblica borghese sfasciata, devastata da una crisi sociale, economia e morale gravissima, votata al collateralismo straccione dei sordidi disegni dell’imperialismo USA e del sionismo. E la triste storia si è ridicolamente ripetuta con  Rifondazione Comunista. Nel 2003, anno che vedeva il cinquantesimo anniversario della scomparsa del dirigente georgiano, il quotidiano Liberazione pubblica un corposo inserto speciale dedicato a Stalin con un titolo cubitale emblematico: “mai più”. Una presa di posizione netta, tanto inequivocabile quanto  superflua, propedeutica però all’insediamento del PRC alle massime cariche dello stato borghese e alla sua contestuale scomparsa dal parlamento italiano. Quanto è accaduto a RC rappresenta l’ennesima dimostrazione che la contrapposizione strumentale  a Stalin è sinonimo della rinuncia agli strumenti vitali, per un partito comunista, del materialismo storico e dialettico, e dunque alla scientificità dell’azione rivoluzionaria, che viene pertanto ridotta alla partecipazione nell’arena del cretinismo parlamentare borghese, incanalata, per essere sterilizzata, nell’alveo inconcludente del politicismo più gretto e insopportabile.

Ovunque Stalin è stato rimosso, dileggiato, disprezzato, la borghesia ha trionfato, ostentando  volgarmente  il suo livido volto di classe sfruttatrice, dedita alla rapina. Dal Baltico al Caucaso, dalla Siberia all’Europa centrale e balcanica, i popoli sono inesorabilmente caduti sotto il giogo del capitale, espropriati della propria identità, trascinati nel gorgo della crisi generale del capitalismo, investiti dal crollo verticale dello stato sociale, nella guerra, vessati da valvassori dell’imperialismo, a loro volta ammantati dalla squallida bandiera del nazionalismo più ipocrita. La piccola Albania, per esempio,  aveva una dignità e una specificità uniche al mondo, come paese che dal feudalesimo è transitato al socialismo, con una storia invidiabile per la determinazione nella lotta di liberazione dagli occupanti fascisti, per aver debellato la piaga secolare dell’analfabetismo e della miseria, per la correttezza con la quale aveva, attraverso il suo partito al potere, condannato il revisionismo moderno. Ora è un popolo disperso, annientato moralmente, immiserito e trasformato in una riserva di schiavi e schiave al servizio del capitale.   

La lotta asperrima dei comunisti per offrire uno sbocco coerente al pensiero marxiano offre un panorama di insidie terribilmente esteso. Ma è proprio intorno al giudizio sulla figura di Stalin che è  possibile identificare l’atteggiamento più corretto verso la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi successivi sviluppi. Stalin è perciò la cartina di tornasole per testare la coscienza critica di ogni comunista, per misurare altresì l’odio dei nemici di classe. La lotta del movimento operaio che dapprima si appropria della sua coscienza di classe e tenta di instaurare un ordine socioeconomico in cui alla base vi sia la liberazione dalle catene dello sfruttamento, è contestualmente la lotta per affermare i principi di integrità ideologica che possano sorreggere questo moto rivoluzionario: la teoria di Marx e Engels e del prezioso contributo di Lenin,  come l’ha brillantemente saldata proprio Stalin. E Stalin, come fedele prosecutore dell’opera del padre della rivoluzione bolscevica, Lenin, incarna necessariamente lo spartiacque storico per la classe operaia, rimosso il quale si perde di vista un prezioso insegnamento rivoluzionario e si naufraga nell’idealismo.  Infatti non conosciamo altre esperienze rivoluzionarie che abbiano rivoltato come un guanto l’intera storia dell’umanità, costellata fino al 1917 dal dominio spietato degli schiavisti. E’ toccato a Lenin prima, e a Stalin in seguito, nel bene di un progetto epocale di abbattimento del sistema di sfruttamento selvaggio del capitalismo, e nel male di un  mondo di nemici che ha scatenato una reazione rabbiosa contro la Rivoluzione d’Ottobre, dimostrare che davvero è possibile cambiare. Lo “yes, we can” era stato lanciato come slogan e sostenuto coerentemente come azione del partito del popolo rivoluzionario, da Lenin prima e da Stalin dopo.

L’insidia del pensiero borghese, in una scala di versioni più o meno sofisticate e argomentate da sedicenti rivoluzionari, attecchisce nel seno della classe operaia come la gramigna nel grano. Lo abbiamo purtroppo potuto constatare in una serie innumerevole di situazioni, tanto da poter generalizzare questo fenomeno come appartenente ad un’intera epoca storica, caratterizzata da grandi rivoluzioni e da altrettanto vaste controrivoluzioni.  I comunisti però sono consapevoli che un pensiero critico può  e deve essere sviluppato ogni qualvolta torni utile allo sviluppo della causa rivoluzionaria, per la liberazione dell’umanità dalle catene dell’oppressione del capitale, dunque nel segno dell’oggettività, del materialismo storico e dialettico. In questo quadro, e solo con questo metro oggi si può  e si deve discutere di Stalin, a partire direttamente da quanto egli ha prodotto come contributo importante alla teoria e alla prassi del movimento comunista rivoluzionario, e anche, ovviamente, dai suoi errori. Attingere direttamente dal pensiero di Stalin è però il modo migliore per analizzare le questioni che il capo del PC dell’URSS ha affrontato e sulle quali non ha mancato di intervenire con estrema puntualità e intelligenza. Del resto sappiamo che la letteratura su Stalin è sterminata e le opere che meritano di essere considerate o che costituiscono un apporto fattivo alla comprensione di Stalin e della sua epoca sono davvero poche. Il resto è un mare di odio e menzogne versato da elementi nemici del comunismo. Sarebbe naturalmente utile una ricostruzione storica obiettiva, opportunamente sedimentata dalle scorie della frattura catastrofica che si è prodotta dopo la morte di Stalin, per restituire alla memoria delle giovani generazioni la versione di questa epoca segnata da grandi imprese e da rovesci terribili, per inserire nella grave situazione attuale, foriera di immani sconvolgimenti,  un riferimento veritiero e utile, vitale, alla causa della liberazione dal giogo del capitale. A patto che sotto i riflettori della storia ci sia il giudizio del proletariato rivoluzionario, il solo titolato a smontare tutte le calunnie e i luoghi comuni, a fare giustizia dell’opera di mistificazione della sua lotta titanica per costruire un società veramente libera. In questo compito di rivalutazione storica del movimento rivoluzionario del XX secolo, non si può eludere, per esempio, il  significato corretto della dittatura del proletariato, come strumento organizzativo e politico della fase di transizione;  il ruolo della violenza nella storia,  che il proletariato certamente non invoca, ma con la quale è costretto a misurarsi, e di questo deve esserne perfettamente conscio,  poiché la borghesia non esita a ricorrervi sistematicamente; la portata effettiva delle conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, di cui Stalin è stato uno degli artefici più importanti, per saldare il tutto con il pensiero dei padri fondatori del socialismo scientifico: Marx ed Engels.

Comprendere e approfondire le questioni affrontate  da Stalin nella sua vita di rivoluzionario, da quelle sulle quali si è speso con successo, a quelle in cui una risposta definitiva non è stata elaborata compiutamente perché del tutto inedite, capire il contesto internazionale ed interno nel quale il partito di Stalin ha agito, significa porsi da autentico rivoluzionario di fronte alla questione sempre aperta: il futuro dell’umanità, la soppressione dell’ordinamento capitalistico fondata sulla schiavitù salariale, la lotta di classe e le sue forme, la rivoluzione e la liberazione di tutte le facoltà psicofisiche dell’uomo, per la pace, il lavoro, il rispetto dell’ambiente, come parte inscindibile della vita dell’uomo, la cooperazione, l’internazionalismo e la fratellanza tra i popoli, nella prospettiva del comunismo.

Scritto da Valter Rossi

 Giuseppina Ficarra Scriveva Stalin nel 1931: "Lo sciovinismo nazionale e razziale è una sopravvivenza di costumi antiumani che sono propri al periodo del cannibalismo. L'antisemitismo, quale forma estrema di sciovinismo razziale, è la più pericolosa sopravvivenza di cannibalismo.
L'antisemitismo è utile agli sfruttatori come parafulmine che eviti al capitalismo il colpo dei lavoratori. L'antisemitismo è pericoloso per i lavoratori come falso sentiero che li stacca dal giusto cammino e che li porta nella giungla. Per questa ragione i comunisti, quali conseguenti internazionalisti, non possono non essere inconciliabili e mortali nemici dell'antisemitismo.
Nell'URSS si persegue nel modo più severo con la legge l'antisemitismo come fenomeno profondamente avverso al sistema sovietico. Gli antisemiti attivi si puniscono, in base alle leggi dell'URSS, con la pena di morte.
I. Stalin
12 gennaio 1931
Pubblicato per la prima volta nel giornale "Pravda" N°329, 30 novembre 1936."
E' poi risaputo che Lo Stato di Israele nasce con la protezione di Stalin e dell'URSS
L’Urss non aveva solo «favorito la nascita» di Israele ma era stata determinante alle Nazioni Unite quando si votò nel novembre 1947 la Risoluzione 181. Si ebbero allora 33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti. Cinque dei 33 furono Urss, Ucraina, Bielorussia, Polonia e Cecoslovacchia e furono decisivi. Se fossero passati nel campo avverso (tale fu il Regno Unito), il risultato sarebbe stato di parità e Israele non sarebbe nato. «L’antisemitismo» , aveva detto Stalin in un suo intervento di qualche anno precedente, «è la più pericolosa eredità del cannibalismo» .
Luciano Canfora

Tatiana Bogdanova Un territorio dell'URSS con la Capitale Birobigian fu destinata per la decisione del Comitato Centrale del Politburo del VKP (b) con a Capo J. Stalin, ad una Repubblica autonoma ebraica per tutti gli ebrei del mondo... e per quelli sovietici cui ne avessero voluto trasferirsi... Non c'era alcun obbligo né costrizione da parte dell'Autorità sovietiche! Infatti, la maggioranza degli ebrei sovietici rimase nei loro luoghi di nascita, abitazione, studio, lavoro! Invece furono tante le famiglie ebraiche che ne erano trasferite dall'Occidente per acquisire la cittadinanza sovietica e tutti i diritti e i doveri costituzionali dello Stato Socialista! P. S. Stalin ha lottato contro la Quinta Colonna sionista e mai contro ebrei! "L'antisemitismo, come una forma estrema di sciovinismo razziale, è la più pericolosa sopravvivenza di cannibalismo" (Josif Stalin) http://www.facebook.com/notes/giuseppina-ficarra/la-pi%C3%B9-bella-del-mondo-immondo-spettacolo-ieri-sera/10151308281919605?comment_id=225940459

 

    Gaspare Sciortino commenta Chavez
Eviterei di fare un modello del "socialismo del XXI sec." trattandosi esclusivamente di grande opportunità storica sfruttata abilmente e sapientemente da Chavez e la sua elite in un momento storico nel quale un settore di dominanti in Venezuela ha capito che non c'era sviluppo e progresso senza colpire e cominciare a rompere il giogo americano e questi non si ottenevano senza l'alleanza con gli esclusi e reietti costituiti dalla maggioranza del popolo. In una parola non c'è sviluppo e progresso in america latina senza passare all'attacco mentre la potenza predominante del pianeta sprofonda sempre più nella sua crisi insieme al suo mondo. Non c'è sviluppo e progresso senza la ricentralizzazione in mano allo stato della grande ricchezza strategica nazionale, il petrolio (il venezuela è il primo produttore al mondo), e senza che i suoi proventi vengano redistribuiti a vantaggio della popolazione costituendo in tale maniera un blocco d'alleanza ben solido ed egemone. Naturalmente non farei una differenziazione tra socialismo "fallimentare e autoritario" e socialismo "umanitario e vincente". Questa differenziazione è antimarxista e non si basa sull'analisi di una data "formazione sociale" con i suoi soggetti politici e classi, con la contraddizione tra i diversi settori di dominanti, ognuno appartenente a diverse ragioni d'interesse economico con il cosiddetto mercato globale, ovvero, in una parola, con gli USA che di tale mercato detengono ancora le redini. Non si basa sull'analisi dello stato e sui suoi diversi settori come apparati della coercizione, del controllo sociale e dell'amministrazione, costruiti nel tempo e sedimentati di tale scontro. Non si basa sull'analisi delle classi, di quelle al potere e detentrici della ricchezza e della produzione e di quelle da tutto ciò escluse. Da questo punto di vista mi appartiene tutta l'esperienza del '900, con le sue ragioni geopoliticamente differenti da un continente all'altro, da una regione del mondo all'altra. Insomma senza l'URSS e la sua storia non ci sarebbe la Russia di oggi che ha ben grandi ragioni economiche, politiche e geopolitiche di contrapporsi agli USA. Non ci sarebbero la Cina, l'Iran, la Siria, ecc. Senza questi paesi non ci sarebbe il Venezuela attuale. Se l'elite che governa in Venezuela in alleanza con il suo popolo, che molti chiamano sistema del "socialismo del XXI secolo" travisando con ciò Marx e l'esperienza storica nata dal leninismo, decidesse, approfittando di possibili rapporti di forza più favorevoli, di liquidare una volta e per tutte i golpisti, con i loro apparati politici, con i loro interessi economici di reazione al progresso, di servaggio e dipendenza con gli USA, mettendoli in condizione di non nuocere, avrebbe fatto un servizio all'umanità intera.

Giuseppina Ficarra Purtroppo caro Gaspare Sciortino molti "compagni" revisionisti, che hanno rinnegato il Comunismo, amano citare, per tacitare la loro sporca coscienza, l'esempio del Venezuela e di Chavez come a dire - ecco un socialismo "democratico" a fronte di un socialismo "fallimentare e autoritario". Come giustamente tu dici "Questa differenziazione è antimarxista" e io aggiungo "Questi "compagni" sono antimarxisti"!

 NEL 60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI STALIN 18.2.2013

Al Partito comunista cinese e al Partito del Lavoro d’Albania, in antitesi a quanto fecero tutti gli altri partiti comunisti “fratelli”, bisogna attribuire l’indiscutibile merito storico di aver respinto e smascherato il rapporto “segreto” di Krusciov tenuto nel corso del XX Congresso del Pcus. Fu un attacco violento, sconsiderato, infarcito di incredibili calunnie ed insulti contro Stalin. Krusciov parlò come un invasato, un indemoniato, uno roso da un odio mortale e inestinguibile. Nemmeno Trotsky, forse, ebbe mai l’ardire di pronunziare cose tanto terribili e spaventose quanto false contro Stalin (e ne vomitò di calunnie contro di lui nel corso della sua vita!). Ma al contrario di Trotsky, che non contava niente, Krusciov era il primo segretario del Pcus, era, nientemeno, il successore di Stalin, alla testa di un Paese che contava un sesto delle terre emerse! Del resto, Krusciov, dopo che fu cacciato dal potere, nella sua biografia “Krusciov ricorda” rivendica in pieno la sua appartenenza al trotskismo. Quel famigerato discorso “segreto” che fu il degno epilogo delle tesi revisioniste esposte nel rapporto politico, rappresentò, per l’impatto mondiale che ebbe, un colpo di Stato, una controrivoluzione nel campo della sovrastruttura, cioè dell’ideologia, della teoria e della politica marxiste leniniste. Fu il capovolgimento di tutti i principi rivoluzionari, a cominciare dall’enunciazione della possibilità di giungere al socialismo per via pacifica e parlamentare. E’ da quel XX Congresso che iniziò il declino, storicamente rivelatosi irreversibile, dell’Unione Sovietica, fino alla sua ingloriosa estinzione ad opera di Gorbaciov che giocò il ruolo infame di esecutore testamentario di Krusciov. I moti controrivoluzionari in Ungheria e in Polonia furono le dirette conseguenze della “destalinizzazione”. Quel colpo di Stato è poi risultato fatale anche per i partiti che seguirono la via tracciata da Krusciov per calcolo o per codardia. Il Pci, il cui segretario Togliatti rivendicò addirittura la primogenitura teorica della via “legale”, è anch’esso ingloriosamente affondato. . Nell’ importantissimo documento del Pcc in difesa di Stalin che consigliamo ai compagni che non lo conoscessero di andarselo a leggere: www.bibliotecamarxista.org/Mao/libr...uest_stalin.pdf si dice una cosa inesatta:

“Nel 1937 e 1938 fu commesso l'errore di allargare la portata della repressione dei controrivoluzionari”.

Le cose non stanno in questi termini: in quegli anni, nel 1936, 1937 e 1938 si svolsero i Processi di Mosca, assolutamente legali, di fronte ad un tribunale militare perché si giudicavano crimini di alto tradimento (come avviene per legge in qualsiasi paese capitalista) contro Zinoviev, Kamenev, Preobrazenski, Rikov, Bucharin ecc. che furono processi pubblici in presenza della stampa mondiale (e a cui presenziò anche l’ambasciatore Usa Davies). Furono tutti rei confessi, ammisero di aver cospirato in vista di favorire, come Quinta colonna, l’apertura del fronte interno per agevolare la vittoria militare dei nazisti, di cui divennero tutti spie, in cambio dell’ascesa al potere, come quisling, in ciò che sarebbe rimasto di una Unione Sovietica smembrata dell’Ucraina (che sarebbe andata alla Germania) e dei Territori estremo orientali (di cui si sarebbe appropriato il Giappone). I marxisti leninisti tradurranno i resoconti stenografici di questi processi e li pubblicheranno integralmente, cosa che non è mai stata fatta in Italia. Quanto alla critica di “allargare la portata della repressione” non fu Stalin ad “allargare” la repressione ma Ezhov, nominato ministro degli Interni nel ’37 e che faceva parte della congiura trotskista. Costui, per fini controrivoluzionari, mandò a morte, insieme a veri elementi antisovietici, centinaia di migliaia di innocenti. Pagò con la vita i suoi crimini.

I verbali stenografici degli interrogatori di Ezhov da poco resi accessibili sono stati tradotti in inglese e pubblicati dallo storico statunitense Grover Furr.

http://msuweb.montclair.edu/~furrg/researc...v042639eng.html)

(Grover Furr ha anche dimostrato che tutte (tutte, nessuna esclusa) le calunnie mosse a Stalin poggiano su falsi clamorosi. Il suo libro, “Krusciov lied” (Krusciov ha mentito) sarà anch’esso tradotto.

Nel suddetto documento del Pcc vi è ancora una cosa che lascia perplessi: si parla delle “idee errate” avanzate da Stalin sulla rivoluzione cinese. Innanzitutto non si fa cenno a quali furono queste idee errate, poi, contraddittoriamente, i compagni cinesi stessi, successivamente, 9 anni dopo, pubblicarono integralmente tutti i discorsi e gli scritti di Stalin (J.V.Stalin: On the Opposition - foreign languages press, Peking 1974)) che difendono magistralmente, fra le altre cose, proprio la rivoluzione cinese, in tutti i suoi passaggi, contro le distorsioni trotskiste. http://noicomunisti.blogspot.it/2012/09/intervista-grover-furr.html

Ma a parte ciò, questo documento del Pcc in difesa di Stalin è ormai passato alla storia non solo come coraggiosa e intrepida testimonianza di lotta. antirevisionista, ma anche come profetica previsione della fine ingloriosa che avrebbe fatto l’Urss.

Amedeo Curatoli

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Dal «Socialismo senza dittatura del proletariato» al giro di vite della Guerra fredda da Stalin Storia e critica di una leggenda nera di Domenico Losurdo Pg.134

Tutte le falsità del XX congresso del PCUS di Grover Furr  anche qui

http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=42839866 

Introduzione

Lo storico Grover Furr da tempo ci ha abituato a grandi opere che sono la vera trasparenza (GLASNOST) di un periodo abbondantemente massacrato dai pennivendoli della storiografia borghese.
In questa opera "La meschinità anti-stalinista / Grover Furr; trad dall’inglese [Eng. V. L. Bobrov]. - Mosca: Algoritmo, 2007. - 464 pagg. - (Enigma dell’ 37)" egli articola smonta con l'obiettività garantita dalle fonti primarie ill castello accusatorio alla figura di stalin in particolare e del marxismo-leninismo in generale, ordito da Krusciov, nel corso del XX congresso, attraverso il celebre "rapporto segreto".
Naturalmente sono riportati solo alcuni, sebbene significativi stralci. L'intenzione nostra consiste nella futura traduzione dell'intero libro. Per il momento vi invito ad una lettura attenta, con occhi liberi da preconcetti partigiani.


Prefazione di Grover Furr

Un anno fa veniva celebrato il 50° anniversario della "relazione segreta" di N. S. Khrusciov,
esposta il 25 febbraio 1956 presso il XX Congresso del PCUS.
Il giornale londinese “Telegraph” caratterizzò la relazione come "il discorso più influente del XX secolo". E nell’articolo pubblicato nello stesso giorno da “New York Times ", William Taubman, il vincitore del Premio Pulitzer nel 2004, assegnato per una biografia di Khrusciov, chiamò la sua esposizione" un eroismo degno ad essere segnato" sul calendario degli eventi.
Vogliamo qui dimostrare l’esatto contrario!
Di tutte le accuse della "relazione segreta", atta direttamente a “smascherare” le azioni di Stalin o di Berija, nemmeno una risulta veritiera. Khrusciov, nel suo discorso, non disse di Stalin e Berija nulla che si rivelasse d’essere vero.
Dimostreremo come il discorso più influente del XX° secolo (se non di tutti i tempi!) sia un frutto dell’inganno!
Qualche tempo fa mi venne in mente di rileggere la "relazione segreta" di Khrusciov.
Durante la lettura, ho notato un sacco di assurdità in questa relazione.
Qualcosa di molto simile ne aveva osservate anche J. Arch Getty nella sua fondamentale opera "Le origini delle grandi purghe": "Tra le altre incongruenze, nelle testimonianze di Khrusciov, vi una evidente sostituzione di Ežov in Berija. Anche se il nome di Ežov sporadicamente viene menzionato, le accuse per la maggior parte dei reati e delle repressioni sono stati avanzate contro Berija; mentre fino al 1938 quest’ultimo occupava la carica del segretario del partito regionale.
Inoltre, in una grande parte dei comunicati viene detto che il terrore poliziesco cominciò a placarsi proprio nel periodo in cui, nel 1938, Beria venne a sostituire Ežov.
In che modo così spudoratamente a Khrusciov riuscì di sostituire, nella sua relazione, Ežov, in Berija? Che altro egli aveva potuto oscurare?
In ogni caso, Khrusciov e la dirigenza di allora, con l’esecuzione capitale di Berija, lo fecero divenire un comodo capro espiatorio. Naturalmente, l’utilizzo del nome di Berija, per ragioni puramente opportunistiche, getta l’ombra sulla onestà e sul rigore delle altre dichiarazioni di Khrusciov.

In sintesi, ho cominciato a riflettere sulla possibilità di rivelare i falsi della relazione kruscioviana, avvalendomi sui documenti degli archivi sovietici, una volta chiusi ermeticamente, ma, da poco tempo, disponibili agli storici. Di fatto, invece, sono riuscito a fare un'altra scoperta. Da tutte le affermazioni della "relazione segreta" che in modo diretto avrebbe dovuto confermare le "rivelazioni accusatorie", su Stalin o Berija, non si è trovata nemmeno una prova. Più precisamente: tutte quelle che sono verificabili, risultano essere menzognere; tutte dalla prima all’ultima.
Per me, come scienziato, una siffatta scoperta si rivelò sgradevole e persino non auspicabile. La mia ricerca già per sé, certamente, avrebbe causato la sorpresa e scetticismo, se, si fosse scoperto, ad esempio, che soltanto un quarto delle "rivelazioni" di Khrusciov o giù di lì risultassero da essere considerate false ....
Alcuni esempi. Era stato proprio Berija e non Khrusciov a liberare molti prigionieri, anche se non "milioni", come erroneamente scrive Taubman. Il "Disgelo", l'anniversario del quale egli propone di celebrare, era iniziato negli ultimi anni di vita di Stalin. Khrusciov ha limitato il suo potenziale, restringendolo sino ai materiali dal carattere anti-staliniano.
Stalin voleva dare le dimissioni nel mese di ottobre 1952, ma il XIX Congresso del partito ha rifiutato di soddisfare la sua richiesta. Taubman sostiene che Khrusciov diceva che lui sia "estraneo" (non implicato) nelle repressioni; in realtà, però, Khrusciov non solo non aveva ascoltato le esortazioni (persuasioni) di Stalin, ma ha preso l'iniziativa in questa materia, chiedendo dei "tetti" (dei massimali) superiori (più alti) sulle pene capitali che ne avrebbe voluto la direzione staliniana. Taubman afferma: "Khrusciov in un modo o nell’altro ha conservato la sua umanità". Sarebbe più esatto di dire il contrario: Krusciov, sembra, come nessun altro a somigliare a un sicario e a un assassino.

Ma ecco, c’è questo che mi mise immediatamente in ansia e continua a preoccuparmi sinora: se io mi affermo che ciascuna delle “rivelazioni accusatorie" di Khrusciov sia falsa, ci crederanno ai miei argomenti? Che il discorso più influente del XX secolo (se non di tutti i tempi!) sia un frutto del raggiro, dell’inganno? In sé, già soltanto questa idea sembra semplicemente mostruosa.
I risultati della mia ricerca potrebbero quindi essere sviliti e la verità messa a tacere.
Il punto consiste peraltro nel fatto che l’autore di queste righe ha acquisito una certa notorietà per il suo rispettoso, anche se critico atteggiamento verso la personalità di Stalin nonché per la propria simpatia verso il movimento comunista internazionale, di cui il leader riconosciuto fu Stalin per decenni. Quando un ricercatore arriva alle conclusioni che sono troppo coerenti con i suoi preconcetti orientamenti politici la cosa più prudente da fare sarebbe di sospettare il tale autore di una mancanza di obiettività, se non di peggio. Ecco perché sarei molto più tranquillo se il mio lavoro scientifico portasse al risultato che soltanto il 25% delle "rivelazioni accusatorie" di Khrusciov, su Stalin e su Berija, fossero sicuramente false.
Ma dato che, come si è scoperto che tutte le "rivelazioni accusatorie" di Khrusciov in realtà non sono veritiere, il fardello delle prove di dimostrare queste falsità ricade su di me personalmente in qualità dello scienziato.
Pertanto, vorrei tanto sperare, che il lettore accoglierà con l’indulgenza la forma in qualche maniera insolita di presentazione del materiale in questione.
L'intero libro è diviso in due parti distinte, ma in un certo modo collegate.


Nella prima parte (capitoli 1-9) vengono esaminati dei punti della relazione khruscioviana considerati la quintessenza delle sue "rivelazioni accusatorie". Con un breve salto in avanti, si segnala, che l'autore ne riuscito ad evidenziare sessantuno di tali dichiarazioni.

Ognuna delle "rivelazioni accusatorie", della relazione sarà preceduta da una citazione della "relazione segreta", dopo di che sarà rivista attraverso il prisma delle prove storiche, la maggior parte delle quali sono presentate come le citazioni pervenute dalle fonti primarie e in rari casi da altre fonti. L'autore si è prefissato il compito di fornire i migliori di elementi di prova che esistono e sono principalmente tratti dagli archivi di Russia per provare la natura falsa del discorso con cui Khrusciov aveva parlato in una sessione a porte chiuse del XX Congresso.
La seconda parte del libro (capitoli 10-11) è dedicata alle problematiche del carattere metodologico ed anche alle conclusioni scaturite dal lavoro da me eseguito. Una particolare attenzione era stata prestata alla tipologia delle tecniche di Khrusciov cui le aveva usato attraverso di tutta la sua relazione falsa e alla revisione dei materiali sulla riabilitazione dei leader di partito i cui nomi sono stati nominati nel rapporto segreto.


Capitolo: "Le liste delle fucilazioni"

Khrusciov: "esisteva una pratica viziosa, quando nel NKVD venivano compilate delle liste degli individui i cui casi erano da considerarsi alla valutazione presso il Collegio Militare, e per essi veniva predeterminata a priori la misura di punizione. Tali elenchi venivano inviati a Stalin personalmente da Ežov per l’autorizzazione delle sanzioni proposte. Nel 1937 - 1938, a Stalin furono inviate n. 383 di tali elenchi su tanti migliaia di funzionari del partito, sui cittadini sovietici, sui giovani del Komsomol, sui militari e sui lavoratori nelle sfere per la gestione dell’economia nazionale, e aveva ricevuto la sua sanzione" (2)
Gli originali di tali elenchi esistono; sono stati preparati per la stampa e pubblicati prima nei compact-disk e inseguito emesse nell’Internet come “Le liste delle fucilazioni di Stalin” (1) («Сталинские расстрельные списки»). Ahimè, il nome stesso è impreciso e tendenzioso, in quanto le liste, generalmente parlando, non erano state “di fucilazioni”

Gli storici antistalinisti descrivono le liste come delle condanne fabbricate in anticipo. Tuttavia, proprio i loro studi-ricerche-commenti dimostrano tutta la inconsistenza di tali accuse. In realtà, nelle elenchi veniva citato il verdetto di massima pena, che poteva essere imposto dalla Corte giudicante in caso di condanna dell’accusato, vale a dire che lì veniva indicata la massima misura possibile di condanna per un preciso reato in quanto tale, e non il verdetto vero e proprio.
Ci sono casi in cui gli individui esistenti nelle liste non venivano condannati o il verdetto della condanna era assai meno grave della pena massima per un reato indicata nell’elenco che alla fin fine e salvava queste persone dalla fucilazione. Ad esempio, citato nella relazione di Khruscev e che ha vissuto fino al XX Congresso, A.V, Snegov era finito per due volte negli elenchi - prima volta nell’elenco del 7 dicembre 1937 per la regione di Leningrado (2) e per la seconda volta nell’ elenco di 6 settembre 1940 (3)
In ambedue i casi, Snegov, era stato segnalato come l’appartenente alla "Categoria 1" di condanna, vale a dire, che nel suo caso si sarebbe potuta ad essere applicata anche la pena capitale - la fucilazione. Al secondo elenco in cui c’è il nome di Snegov è allegata una sintesi delle prove accusatorie, e si sente che di queste prove ne erano molte di più. Tuttavia a Snegov non fu condannato a morte, ma era stato condannato a una lunga detenzione in un campo di lavoro.
Così, Khrusciov sapeva che Stalin non pronunciava le "condanne", ma prendeva in visione gli elenchi per possibili obiezioni. A Khrusciov questo era sicuramente noto, in quanto vi è rimasta conservata una lettera a lui indirizzata dal Ministro degli Affari Interni dell’URSS, S.N. Kruglov, dal 3 febbraio 1954. In questa lettera del fatto sui "verdetti fabbricati a priori" non c’è una sola
parola, invece si afferma esplicitamente che: "Negli archivi del Ministro degli Affari Interni dell’URSS vi sono trovate n. 383 liste "delle persone, che debbono essere sottoposte al giudizio del Collegio militare della Corte Suprema dell’URSS". Queste liste (elenchi)
erano stati redatti negli anni 1937 e il 1938, l'NKVD, e nello stesso periodo (allora)
anche presentate al Comitato Centrale del PCUS, per l’esame (è evidenziato da me. - GF) (1)
(1) Vedi.:
www.memo.ru/history/vkvs/images/intro1.htm.

Non c'è niente di strano che il procuratore arrivava in sede giudicante, avendo a portata di mano non solo le prove della colpevolezza dell’accusato, ma anche le raccomandazioni sulle misure della condanna, nel caso di riconoscimento della colpevolezza. Come viene notato, per all’esame venivano forniti le liste soltanto dei membri del partito, e mai di quelli che non ne appartenevano.
(2) Vedi:
http://stalin.memo.ru/spiski/pg05245.htm
(3) Vedi:
http://stalin.memo.ru/spiski/pgl3026.htm

Khrusciov aveva nascosto il fatto che non era stato Stalin, ma fu lui stesso in modo diretto
coinvolto nel redigere degli elenchi con l'indicazione raccomandata della categoria di punizione. Khrusciov fa riferimento al NKVD, indicando che gli elenchi sono stati redatti proprio lì. Ma egli accuratamente cela che il NKVD operava fianco a fianco con la dirigenza locale del PCUS (b) e che il numero considerevole di persone in quelle liste, probabilmente anche la maggioranza e maggiormente che nelle altre località dell’URSS, abitasse esattamente là, dove in quel periodo spadroneggiava Khrusciov.
Fino a gennaio 1938, Khrusciov fu il primo segretario dei comitati di partito regionale, nonché cittadino di Mosca, e più tardi - il primo Segretario del Comitato Centrale di Partito Comunista (bolscevico) di Ucraina. La sua lettera a Stalin (2) con richiesta di fucilazione di 6500 persone porta la data:10 Luglio dell’anno 1937; ma la stessa data è posta sulla "lista delle fucilazioni" di Mosca e della regione di Mosca (3).
Nella lettera a Stalin, Khrusciov conferma la propria partecipazione alla "troika" (al trio), cui ebbe il potere di selezionare individui soggetti alle repressioni. Dello stesso "trio" facevano parte: S.F. Redens il capo del NKVD nella regione di Mosca, e il K. I. Maslov il sostituto procuratore della regione di Mosca,. (Khrusciov ammette (acconsente?) che "nei casi necessari" egli sarebbe stato potuto ad essere sostituito dal secondo segretario, A. A. Volkov).
Volkov rimase in carica di secondo segretario del MK VKP (b) soltanto sino all'inizio del mese di agosto dell’anno 1937, e così smise ad essere subordinato a Khrusciov, il fatto che probabilmente gli salvò la vita (4). (1) Vedi:
www.memo.ru/history/vkvs/images/intro1.htm.
Vedere il Capitolo 5.
www.memo.ru/history/vkvs/spiski/pg02049.htm.
(4) Volkov, 11 agosto 1937, è stato eletto primo segretario del Partito comunista (bolscevico) di Bielorussia, e da ottobre 1938 a febbraio 1940 occupò la carica del primo segretario del comitato regionale del VKP (b). A giudicare da tutto, morì di morte naturale nel 1941 o 1942. Una dettagliato racconto su Volkov vi era pubblicato nel giornale «Советская Белоруссия» (La Bielorussia Sovietica) del 21 aprile 2001, vedi anche:
http://sb.by/article.php?articleID=4039.
Maslov è rimasto in carica del procuratore per la regione di Mosca sino a novembre 1937: nel 1938 fu arrestato e nel marzo 1939 fu giustiziato con l'accusa di sovversione controrivoluzionaria (1). La stessa sorte toccò K. I. Mamontov (2), cui dapprima ha preso il posto di Maslov, e poi fu fucilato con egli nello stesso giorno. Non sfuggì la pena capitale neppure Redens: nel novembre 1938 fu arrestato come partecipante ad un «gruppo sovversivo e di spionaggio polacco», fu processato e per il verdetto della corte giustiziato il 21 gennaio 1940. Sulle pagine del suo libro, Jansen e Petrov menzionano Redens come uno degli "uomini di Ežhov" (3). Durante il cosiddetto "disgelo” Redens, su insistenza di Khrusciov, fu riabilitato, ma con tale flagranti violazioni delle normative legislative che nel 1988 la riabilitazione di Redens era stata abolita (revocata) (4).
(3) Jansen, Petrov, pagg. 56, 165
(4) Riabilitazione: Come è stato. T.Z. Metà degli anni 80 - 1991. - Mosca: MFD, 2004, pag. 660.
In altre parole, ad eccezione di Volkov, tutti i più stretti collaboratori di Khrusciov cui presero parte nelle repressioni a Mosca e nella regione di Mosca, ebbero le pene (punizioni) degne delle loro azioni. Ma in quale modo riuscì a sfuggire la punizione Khrusciov? Mistero….


Capitolo: Le disposizioni del Comitato Centrale del PCUS (B) al Plenum del gennaio (1938)

Khrusciov: "Ben noto risanamento nelle organizzazioni del partito apportarono le disposizioni del Comitato Centrale del PCUS (B) al Plenum del gennaio (1938). Tuttavia le repressioni continuavano anche nel 1938 "(5).
(5) Il culto della personalità ... / / Izvestia Comitato Centrale PCUS. 1989, №3, p. 144.

Qui Khrusciov soltanto fa allusione (ma più chiaramente articola il suo pensiero
più tardi), che il volano delle repressioni veniva azionato proprio da Stalin. Ma, come abbiamo già visto, le attestazioni (gli elementi di prova) documentate, al contrario, ci stanno ostinatamente dicendo che le repressioni venivano gonfiate da Ežov e da un gruppo dei primi segretari, cui Khrusciov prese parte come uno dei principali "repressore”. Stalin e la parte della Direzione centrale del PCUS (b) che non fu coinvolta alla cospirazione, cercava di ridurre e mettere sotto il controllo tutto lo svolgere delle repressione. Alla fine, sono riusciti a ottenere pene severe per coloro contro cui sono stati ottenuti prove del coinvolgimento nella fabbricazione dei casi atti ad eliminazione delle persone innocenti.
Getty e Naumov fecero un'esauriente analisi della documentazione (dei materiali) del Plenum del PCUS (b) del Gennaio (1938) (1). Dalla loro approfondita ricerca, risulta, che Stalin e i leader’s del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) furono estremamente preoccupati per il problema delle repressioni incontrollate. Proprio per questo motivo e in sede di questo plenum, Postyshev era stato rimosso dal suo incarico. Un esame approfondito di questa materia si trova nel libro di R. Thurston (2) in cui si conferma il fatto che Stalin stesse cercando di tenere a freno i Primi segretari, l'NKVD e le stesse repressioni in quanto tali.
Al Plenum di Gennaio (1938), Malenkov e, ovviamente, facendo eco a Stalin, fece una relazione sulle espulsioni non autorizzate in massa dal partito comunista dei compagni nella regione di Kuibyshev. Perseguendo i nostri scopi, come i fattori più significativi dovremo considerare soltanto che la colpa di questi atti, come già accennato, era stato scaricato su Postyshev. La risoluzione del Comitato Centrale PCUS (B) del 9 Gennaio 1938 accusò egli di "errori", per cui ricevette la nota di biasimo ed era stato sollevato dai suoi incarichi del primo segretario del Comitato Regionale di Kuibyshev.
I. A. Benediktov, che ebbe incarichi chiave negli anni 1938-1958, nella gestione dell'agricoltura dell'URSS (commissario del popolo per l’agricoltura, e dopo il ministro dell'agricoltura) che spesso partecipò alle riunioni del Comitato Centrale e del Politburo, sottolinea, dicendo che al Plenum di Gennaio, Stalin cominciò a correggere le illegalità commesse nel corso delle repressioni.
Nel gennaio dell’1938, a capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni
della Repubblica Socialista di Ucraina (RSS Ucraina) ebbe carica A. I. Uspenskij, ma entro la fine dello stesso anno a Mosca era divenne noto come criminale. Avvertito da Ežov, il 14 Novembre dell’1938, Uspenskij sfuggì all’arresto che incombeva sulla sua testa, finse il suicidio e passò in clandestinità.

(1) J. Arch Getty end Oleg V. Naumov. The Road to Terror: Stalin e Self-Destruction
of the Bolsceviks, 1932-1939. (Yale University Press, 1999), pag.498-512.
(2) R. Thurston. Life and Terror in Stalin’s Russia (Vita e terrore nella Russia di Stalin), 1934-1941. (Yale University Press; 1998), pag.109, 112; vedi sua la parte 4.




(2) A proposito del culto della personalità ... / / Izvestia Comitato Centrale PCUS. 1989, № 3, p. 143.
Fu dichiarato in quanto ricercato per tutta la Russia ed arrestato soltanto il 14 aprile del’1939. Secondo alcune informazioni, Ežov aveva origliato una conversazione telefonica fra Stalin e Khrusciov, dopo di che e avvertì Uspenskij.
Indipendentemente dal fatto in che cosa consistette il reato personale di Uspenskij, la responsabilità per la fabbricazione delle accuse contro le persone innocenti, lui le deve condividere con Khrusciov, in quanto ambedue erano i membri della stessa "trojka" (1). Nei materiali (nei documenti) degli interrogatori di molti arrestati vi è detto che, seguendo le istruzioni di Ežov, Uspenskij falsificava i dossier su vasta scala (2).
(1) N. Krusciov. Tempo. Persone. Power. Book. 1. Parte 1. - Mosca: Moscovskie novosti (Notizie di Mosca), 1999, pag.172-173.
(2) Jansen e Petrov. pag. 84, 148.


Capitolo: "La banda di Berija"

Khrusciov: "Quando Stalin diceva che qualcuno dove essere arrestato si doveva prendere per fede che questo sia un "nemico del popolo". Mentre la banda di Berija, che spadroneggiava nel KGB (Comitato per la Sicurezza Statale ovvero in russo Комитет Государственной Безопастности), usciva dalla pelle per dimostrare la colpevolezza delle persone arrestate e la correttezza dei materiali (accusatori) da esso fabbricati” (3).
È una bugia. R. Thurston scrive dettagliatamente del fatto, come Khrusciov aveva travisato il senso di quello che era effettivamente accaduto quando Berija divenne il capo del NKVD (4). Il suo arrivo (nel NKVD), secondo le parole dello storico, generò "l’impressionante liberalismo”; cessarono le torture, ai prigionieri, furono restituiti i loro legittimi diritti legislativi. I complici di Ežov persero i loro incarichi, molti di essi furono accusati ed ebbero dei processi da cui giudicati come dei colpevoli aver effettuato delle repressione illegali.
In conformità con la relazione della commissione a capo di Pospelov, gli arresti
scesero bruscamente: negli anni 1939-1940, il loro numero era sceso al più del 90% rispetto agli anni 1937-1938. Il numero delle esecuzioni nel 1939-1940 era sceso al disotto dell'1% al confronto degli anni 1937 - 1938. (5) Il Berija prese su di sé la gestione del Commissariato popolare per gli affari degli Interni nel novembre 1938, e, quindi, il suindicato lasso di tempo combacia perfettamente col periodo,

in cui tutte le redini del governo "degli organi (NKVD?)" sono state concentrate nelle sue mani. Krusciov aveva usato la relazione della Commissione di Pospelov
per il suo "rapporto segreto", e quindi non poteva di non sapere questi fatti, ma
decise di non farne alcun riferimento un modo da non dare all’auditorio benché minimo motivo di dubitare nella interpretazione proposta da lui degli eventi storici.
Proprio mentre Berija era stato a capo del NKVD vi ebbero luogo dei processi a carico di quelli che furono accusati di illeciti repressioni, di esecuzioni in massa, di torture e di falsificazioni delle cause penali. Krusciov lo sapeva, ma anche questo fu tenuto nascosto.
(1) Krusciov. Tempo. Persone. Power. Book. 1. Parte 1. - Mosca: Notizie di Mosca (Московские новости), 1999, pagg.172-173.
(2) Jansen e Petrov. §. 84, 148.
(3) A proposito del culto della personalità ... / / Atti del Comitato Centrale PCUS. 1989, № 3, §. 144.
(4) Robert Thurston. Vita e terrore ... §. 118-119.
(5) Riabilitazione: Come è stato. Volume 1. pag. 317. Vedi anche:
www.idr.ru/2/7. shtml.

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 “Stalin, un altro punto di vista”. Sintesi del libro di Ludo Martens

Mi rendo conto che far conoscere la vita, la figura e l’attività di Stalin sia alquanto arduo e “impopolare”, stante le imposture interessate di nazisti e neoliberisti di ieri e di oggi o la furia propagandista anticomunista e antistalinista scatenata da decenni. Stalin come Hitler, ci dicono, rovesciando la realtà storica e il ruolo del rivoluzionario e del grande statista sovietico e marxista.

Chi è Ludo Martens? Ludo Martens (1946-2011) è stato uno storico e politico belga, noto per il suo lavoro sull’Africa francofona e sull’Unione Sovietica. È stato anche il presidente del Partito Laburista del Belgio. Nel 1968 aderì alle tesi del marxismo-leninismo,sposando la linea politica del PPC e criticando la deriva revisionistica dell’URSS a partire dagli anni ’70. Riguardo a Solženicyn e alla sua opera Arcipelago Gulag, Martens ha dichiarato: “Questo uomo è diventato la voce ufficiale per il 5 per cento di zaristi, borghesi, speculatori, kulaki, sfruttatori, mafiosi e Vlasoviani, tutti legittimamente repressi dallo stato socialista” (wikipedia). Nel 1994 ha pubblicato il volume “Stalin, un altro punto di vista“, Zambon Editore, tradotto in molte lingue. "Stalin, un altro punto di vista". Sintesi del libro di Ludo Martens

“Stalin, un altro punto di vista”. Sintesi del libro di Ludo Martens In occasione dell’anniversario della morte di Stalin (60 anni nel 2013) – comunista e statista vituperato dai nazisti di Hitler (sconfitti),dai maccartisti USA degli anni ’30, dai guerrafondai di sempre e dalla propaganda imperialista di ieri e di oggi- ritengo istruttivo sintetizzare i contenuti del libro di Martens che ricostruiscono, con dovizia di prove, una storia del tutto mistificata e largamente sconosciuta. Breve biografia del giovane Stalin (1879-1917)

Stalin nacque il 21 dicembre 1879 a Gori, in Georgia,da una famiglia povera: il padre calzolaio e la madre figlia di servi. Ragazzo sveglio e promettente, grazie ad una borsa di studio, ebbe l’opportunità di studiare in un seminario teologico ortodosso di Tbilisi, da dove fu espulso a causa dell’attività politica per il Partito socialdemocratico russo. Infatti nel 1898 era entrato nel movimento marxista clandestino dopo aver conosciuto alcuni deportati politici, spinto ad un’azione concreta dal suo spirito antagonista per contribuire a modificare la situazione di ingiustizia e di degradazione in cui erano costrette a vivere le masse popolari sotto il regime zarista. Nel 1900, a 21 anni, venne arrestato e nel 1902 deportato in Siberia con l’accusa di avere organizzato agitazioni. Nel 1904 riuscì a fuggire e a tornare in Georgia dove divenne un rivoluzionario e un membro di spicco del partito; arrestato più volte , riuscì sempre a fuggire. Nel 1912 venne chiamato da Lenin a Pietroburgo nel Comitato centrale del partito, ma nel 1913, fu nuovamente esiliato in Siberia dove rimase fino alla cacciata dello Zar, grazie alla rivoluzione sovietica di Lenin, Stalin ed altri.

Capace organizzatore, dotato di grande energia e rigore di modi e di metodi, Stalin, strettamente fedele alle direttive di Lenin, divenne uno dei principali capi della Rivoluzione d’ottobre, del nuovo stato socialista: e dell’URSS. Il suo ruolo e il suo potere politico crebbero durante la Guerra civile russa in cui svolse compiti politico-militari di grande importanza, entrando spesso in rivalità con Lev Trockij. Alla rivoluzione permanente e globale di Trockij, Stalin opponeva la difesa della rivoluzione sovietica e leninista in Russia del 1917. Sugli eventi storici di quegli anni Martens fornisce la sua ricostruzione ben documentata. Sintesi del libro di Ludo Martens il-libro-di-ludo-martens-stalin-un-altro-punto-di-vista_copertina

“Stalin, un altro punto di vista” – Ludo Martens

Nella prefazione al libro, Adriana Chiaia, curatrice, parte dagli ultimi eventi reazionari che hanno investito la Russia di Eltsin e di Putin, con la disgregazione dell’URSS e la furia iconoclasta anticomunista che ha colpito perfino simboli, ricorrenze, celebrazioni della gloriosa rivoluzione d’ottobre. Richiamando i contenuti del libro, sconfessa tutte le calunnie e le menzogne imperialiste che ci vengono ripetute, non solo da anticomunisti e fascisti, ma dai revisionisti, europei e mondiali, che pullulano nei nostri mass-media. Proprio dopo la morte di Stalin, con Chruscev e Gorbaciov, il revisionismo si diffonde in Russia ed altrove. L’ideologia revisionista è stata adottata, opportunisticamente, dai partiti comunisti dei Paesi capitalisti occidentali con conseguenze disastrose, sia per questi partiti che per le democrazie costituzionali nazionali ed europee (subordinate all’imperialismo USA, sionista e della UE). Invece gli ideali del marxismo-leninismo, ai quali Lenin e Stalin si sono ispirati, costituiscono, oggi come ieri, la speranza e la soluzione liberatoria per milioni e milioni di persone vittime dell’imperialismo.

Il libro di Martens (360 pagg.) ricostruisce, con dovizia di documenti e di testimonianze, la storia, il ruolo e l’attività della rivoluzione sovietica e di Stalin, dai suoi primi anni (1898) fino alla sua morte (marzo 1953). Non è inutile ricordare che i suoi funerali furono un evento storico per tutti i proletari, gli sfruttati e i comunisti del mondo che in Stalin vedevano una grande speranza di lotta antimperialista e socialista. A Mosca 4,5 milioni di russi seguirono il suo corteo funebre. Tutti illusi ed ignoranti?

Più che sintetizzare i contenuti del libro, impresa improba e discutibile per chi legge, mi sembra più utile richiamare, per punti, i principali fatti che demistificano la propaganda antistaliniana. 1. Il dissidio Stalin-Trockij

Si tratta di un dissidio ideologico e politico tra due protagonisti della rivoluzione bolscevica che si sviluppa in un preciso momento storico, di cui bisogna tener conto con onestà intellettuale. Stalin, subito dopo la vittoria della rivoluzione antimperialista, è costretto a contrastare la furia poderosa e rabbiosa di tutte le maggiori potenze capitaliste, intenzionate a stroncare quella rivoluzione, la prima nella storia del mondo che diventava l’esempio per altri Stati e continenti del mondo. Non solo, era in corso in Russia una guerra civile e una grave carestia che, con l’appoggio esterno, rischiava di liquidare la neonata rivoluzione sovietica. La guerra civile russa (1918-21) provocò 9 ml di morti, soprattutto a causa della diffusa carestia: lo Stato sovietico usciva debolissimo e stremato dalla guerra dello Zar e dalla sua politica. La tesi di Stalin – difesa prioritaria della neonata rivoluzione in Russia – deriva da questa esigenza vitale e conquista perciò la maggioranza del partito. E’ davvero incomprensibile tutto ciò?

La tesi di Trockij – rivoluzione mondiale permanente e globale – per quanto attraente, è apparsa alla maggioranza del partito astratta, prematura ed impraticabile nel contesto dato, tanto più se la rivoluzione bolscevica fosse stata annientata dagli attacchi esterni ed interni (la borghesia russa sconfitta tentava la sua rivincita). Le due tesi, come si comprende, erano antitetiche, solo una doveva e poteva prevalere,e così fu. Speculare su questo legittimo e naturale dissidio politico – come fanno imperialisti, revisionisti e trockisti – è strumentale e inaccettabile, perché la storia non si fa con i “se” o i “ma”, ma con i fatti e le decisioni maggioritarie. E’ documentato: Trockij, espulso dal partito per “frazionismo” e poi esule, ha trovato il suo bersaglio principale, non negli imperialisti aggressori, ma in Stalin e nella neonata rivoluzione bolscevica. Molti suoi scritti e discorsi hanno messo in dubbio la possibilità della rivoluzione sovietica di affermarsi, fino al punto di lanciare accuse personali contro Stalin e il suo stesso partito, dal quale fu espulso con decisione maggioritaria. Ma il “frazionismo” di Tockij continuò, mettendo a grave rischio gli esiti della neonata rivoluzione.

Alla luce della realtà storica Stalin ha avuto ragione: ha salvato la rivoluzione bolscevica dagli attacchi esterni ed interni, ha sconfitto il nazismo invasore di Hitler (con 23 milioni di morti), ha edificato una Russia potente e una forte alleanza di Stati, l’URSS, contenendo e contrastando l’egemonia invasiva degli USA e della Nato nel mondo. Le lotte vittoriose di liberazione anti-coloniali, le rivoluzioni comuniste vittoriose (Cina e Corea del Nord), la diffusione delle idee comuniste nel mondo hanno avuto nell’URSS di Stalin il primo esempio vincente e un sostegno ideale e materiale decisivo. E’ forse colpa di Stalin (morto), se le rivoluzioni socialiste non hanno avuto poi vittorie planetarie, ma un regresso storico? Ciò non dipende forse dal revisionismo, dai tradimenti e dal potere egemonico dell’imperialismo armato? Il comunismo rivoluzionario europeo – in Spagna, in Germania, in Italia (Gramsci) e altrove – è stato stroncato dal nazismo di ieri e di oggi. Né una rivoluzione socialista può essere “esportata”, deve affermarsi con le idee e la forza dei suoi cittadini. 2. Il testamento di Lenin

I detrattori di Stalin sostengono che Lenin, padre della rivoluzione, aveva designato Trockij come suo successore, ma Stalin, con un colpo di mano, lo sostituì, defenestrandolo. Ma la storia e i documenti dicono tutt’altro: Stalin, su proposta di Lenin, fu nominato segretario del partito. Era la sola persona membro del Comitato centrale, dell’ufficio politico, dell’ufficio organizzativo e della segreteria del partito. Durante l’ultima fase di vita di Lenin, il partito aveva incaricato Stalin di tenere i rapporti con lui. Le intenzioni di Lenin malato erano comunque quelle di evitare una scissione nel partito, centrata su Stalin o Trockij. In ogni caso, a chi spettava nominare il successore, a Lenin morente o al partito bolscevico? 3. La industrializzazione e la collettivizzazione socialista

Lenin, a proposito della questione se fosse possibile edificare il socialismo in un Paese arretrato e non industrializzato, aveva dichiarato: “Il comunismo è il potere dei Soviet più l’elettrificazione di tutto il Paese”. E’ esattamente ciò che fece Stalin, sia pure a tappe forzate e in mezzo a pesanti difficoltà interne ed esterne. Trockij invece esprimeva forti contrasti su questa politica. Ma se l’industrializzazione del Paese non si fosse realizzata, in tempi e modi rapidi, il nazismo hitleriano avrebbe occupato la Russia ed eliminato il socialismo sovietico, con grande soddisfazione delle potenze imperialiste. Con la industrializzazione rapida e la collettivizzazione agraria, attuata in mezzo a mille difficoltà e resistenze dei latifondisti spodestati, in pochi anni(1920-1938) Stalin ottenne miracoli economici ed industriali clamorosi, ampiamente documentati da dati oggettivi. In 11 anni, dal 1930 al 1940, l’ Unione sovietica ha avuto una crescita industriale media del 16,5%. Il fondo di accumulazione passò da 3,6 ML di rubli (1928) a 23 ML di rubli.

Altra grande impresa staliniana fu quella della rapida espansione dei Kolchoz – fattorie collettive di proprietà contadina – che si contrapposero ai Kulak – aziende agricole di stampo zarista – che volevano impedirne con ogni mezzo lo sviluppo,anche con la propaganda, il boicottaggio, lo sterminio dei cavalli, l’incendio dei fienili ed altre azioni criminali, fino all’uccisione dei militanti bolscevichi. I Kulaki trovarono anche un insperato sostegno ideologico in Kautsky che criticava la “aristocrazia sovietica” ed auspicava una “insurrezione contadina contro il regime bolscevico”: le stesse speranze nutrivano le aristocrazie europee secondo un programma che sarà adottato nel 1989 dai restauratori del capitalismo in Europa dell’est e in URSS. Ma l’azione del partito sovietico e di Stalin ebbe successo: i Kolchoz raggiunsero numeri percentuali ragguardevoli in molte regioni (tra il 60 e il 76%). Una popolazione contadina di 132 ml di persone fu in grado di alimentare una popolazione urbana di 61 ml tra il 1926 e il 1940.

Ovviamente questi successi furono realizzati con grandi sacrifici dei contadini russi, come era inevitabile e necessario per ragioni vitali della l’Unione sovietica. Fu questo grande sviluppo economico e produttivo che consentì all’URSS di resistere e ricacciare la grande armata hitleriana, mentre le potenze occidentali “democratiche” rimanevano passive e rifiutavano ogni aiuto concreto alla Nazione invasa. Peraltro il disegno aggressivo di Hitler è andato molto vicino a realizzarsi, arrivando fino alle porte di Mosca. Grazie al prestigio e alle capacità politiche e militari di Stalin, i nazisti furono ricacciati e iniziò il loro declino in Europa e in Giappone. Sappiamo dal libro di F. Gaia “il secolo corto” che gli USA sganciano le due bombe nucleari sul Giappone proprio per evitare che l’imperatore Hirohito si arrenda ai sovietici, portando così il Paese sotto l’influenza del nemico comunista. Una ragione analoga riguarda, a mio avviso, l’intervento USA in Europa (dove basi e militari USA sono oggi insediati): si doveva evitare che il comunismo europeo ed italiano si saldasse con quello sovietico, mutando così le sorti del continente. Gli accordi di Yalta del 1945, con la divisione in zone di influenza USA/URSS, furono imposti da USA/UK a Stalin (in minoranza) che dovette subirli per evidenti necessità geopolitiche e di rapporti di forza. Eppure politici e giornalisti nostrani ancora ci dicono che gli USA ci hanno “liberato”. 4. Le “purghe” e la “repressione staliniana”

Sono questi gli argomenti che vengono evocati non appena si nomina il nome di Stalin. Lo si nomina solo per dire che era un “feroce dittatore”, che “ha sterminato migliaia di oppositori per ambizione di potere”, che “le sue vittime principali sono proprio i veri rivoluzionari della prima ora”, ecc. ecc. Di cosa si tratta in realtà? Del fatto che una rivoluzione vittoriosa all’inizio, può essere poi messa in crisi e sconfitta per fattori interni (tradimento) ed esterni (nazismo, guerra fredda, potenze imperialiste). La rivoluzione sovietica aveva colpito interessi consistenti delle oligarchie e dei ceti parassitari della Russia zarista, che non rimasero certo passivi e che tentarono, a più riprese e con ogni mezzo, di opporsi ad essa, anche infiltrandosi all’interno del partito e nei ranghi dell’esercito. Sono reazioni classiste presenti in ogni processo rivoluzionario effettivo della storia umana, come nella Russia sovietica: esse si appoggiano anche a poteri esterni, nel tentativo di restaurare l’ordine precedente “sovvertito”.

E’ sintomatico che, dopo la morte di Stalin, esponenti di primo piano del partito sovietico – come Kruschev, Gorbaciov, Eltsin, ed altri – promettendo “democratizzazione”, “maggior potere ai soviet”, “destalinizzazione”, “nuovo impulso rivoluzionario”, ecc. – abbiano di fatto prodotto la fine dell’URSS e del socialismo sovietico a tutto vantaggio dell’imperialismo occidentale, con gravissimi danni economici e morali dei cittadini e dei lavoratori di tutti i Paesi. Un processo involutivo storico che il plenum del comitato centrale del PCUS aveva avvertito già nel 1937, nell’imminenza della aggressione nazista, decidendo di organizzare una “grande purga” contro i nemici della rivoluzione sovietica (come risulta dai documenti ritrovati nel frattempo).

Si tratta dell’epurazione del 1937-38 decisa dal partito dopo l’uccisione di Kirov – numero due del partito bolscevico, ucciso da un sicario iscritto al partito – sulla quale hanno speculato per decenni nazisti, fascisti, imperialisti occidentali, socialisti e comunisti “pentiti”, giornalisti, propagandisti di mestiere. Ludo Martens riporta testimonianze e documenti che dimostrano come il pericolo contro-rivoluzionario fosse concreto e anche interno al partito stesso. Nel 1936 si arrivò alla scoperta di legami certi tra i “controrivoluzionari” del partito – Zinov’ev, Kamenev e Smirnov – e il gruppo anticomunista di Trockij all’estero. Vi furono anche sabotaggi violenti nelle miniere di zinco del Kazachstan e nelle fabbriche di Magnitogorsk. Si tennero perciò dei processi nei quali alcuni degli indiziati riconobbero le loro colpe e furono condannati a morte dai tribunali russi: uno di questi fu Bucharin che ebbe un rilevante ruolo sovversivo anti-sovietico.

Vi fu anche una cospirazione anticomunista nell’esercito guidata dal maresciallo Tuchacevskij ed altri comandanti, che furono processati e giustiziati. Si scoprirono anche comandanti sovietici che collaboravano segretamente con Hitler, come Vlasov e altri, prima e durante l’invasione germanica in Russia. Altro grande propagandista antistaliniano è stato Solzenicyn, letterato zarista osannato dai media imperialisti, per i suoi libri, come “Arcipelago Gulag”. Ci sono molte “fantasie” sul numero effettivo delle persone condannate o espulse dal partito nel periodo della “grande purga” che i nostri libri scolastici reclamizzano. Ad es. Robert Conquest riferisce di 10-12 milioni di internati nei Gulag e 2 milioni di giustiziati. Ma dopo il crollo dell’URSS i discepoli di Gorbacev diffusero i dati degli archivi ufficiali sovietici : il numero totale dei detenuti, politici e comuni, in campi di lavoro risultavano essere 510.307 (25-33% di politici). In due anni i decessi nei campi furono 115.922 (anche per cause naturali). L’epurazione del PCUS e di Stalin non mirava ad eliminare la “vecchia guardia bolscevica”, ma solo i sabotatori della linea del partito : nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” (iscritti entro il 1920). Nel 1939 se ne contavano 125.000, quindi la grande maggioranza di loro (69%) era rimasta nel partito, il 31% ne era uscito, anche perché morti per anzianità.

Credo perciò che i numeri diffusi nel mondo come “vittime dello stalinismo” vadano adeguatamente rivisti, con buona pace degli imbonitori occidentali, e valutati nel contesto della situazione storica di allora. Si tratta comunque di cifre drammatiche, ma la rivoluzione non è , purtroppo, un “pranzo di gala”. Queste misure, pur necessarie e radicali, si mostrarono però perfino inadeguate. Infatti, dopo la morte di Stalin, i “restauratori” presero il controllo del partito e del Paese: il revisionista Chruscev e il maresciallo Zukov, suo braccio armato nel periodo dei suoi due colpi di Stato, nel 1953 (affare Berija) e nel 1957 (affare Molotov-Malenkov-Kaganovic). Stalin ebbe anche contatti positivi con Mao Tse Dung, artefice della grande rivoluzione comunista cinese che dalla rivoluzione russa ha tratto utili insegnamenti, sia nel periodo staliniano che successivamente. E’ stato anche un teorico del marxismo, della rivoluzione e della guerra antifascista. 5. Il patto “tedesco-sovietico” del 23 agosto 1939

Altre calunnie ed accuse inventate contro Stalin i propagandisti occidentali hanno diffuso per decenni, come lo stesso Stalin aveva previsto prima di morire. Tra queste, l’incapacità e gli errori commessi durante la invasione nazista e il “patto tedesco-sovietico”, raccontato come collusione con il nazismo di Hitler.

Ancora un falso : Stalin aveva ben compreso le idee egemoniche di Hitler fin dalla sua ascesa (1933) ; conosceva la sua potenza militare e tecnologica e diffidava (giustamente) della ipocrisia e della inerzia delle potenze occidentali (avverse al comunismo sovietico). Esse si mossero infatti solo quando furono diretta- mente attaccate nei loro territori ed interessi. Aveva bisogno di tempo per rafforzare e riorganizzare il suo apparato militare di difesa/offesa contro Hitler, : quel patto serviva appunto a guadagnare il tempo appena necessario (come dimostrerà l’avanzata tedesca fino alle porte di Mosca). Stalin era già in campo contro il nazismo offensivo di Hitler : in Austria invasa dai tedeschi, mentre Inghilterra e Francia ignoravano l’appello staliniano per una difesa ; in Cecoslovacchia, dove le potenze occidentali decisero di consegnare ad Hitler la regione dei Sudeti, senza combattere. Francia e Inghilterra firmarono anche un accordo di non belligeranza reciproca con Hitler. Nel maggio del 1939 l’esercito giapponese, alleato di Hitler, invase la Mongolia, alleata dell’URSS che scese in guerra contro le truppe giapponesi, sconfiggendole e liberando il Paese. Il giorno successivo Hitler invase la Polonia con lo scopo di avvicinarsi all’URSSprima di invaderla.

Nel marzo 1939 l’URSS aveva tentato inutilmente di costruire una alleanza anti-nazista con Francia ed Inghilterra, ma queste nicchiavano e intanto si accordavano con Hitler perchè invadesse l’URSS, rispar- miando le loro nazioni. Hitler capì che questi due Paesi avevano minori volontà e capacità di resistere, per cui le affrontò prioritariamente, proponendo all’URSS un patto di non aggressione, che Stalin firmò il 23 agosto del 1939, guadagnando così 2 anni preziosi (fino a giugno 1941) per il rafforzamento militare ed economico del suo Paese. Ma gli effetti anti-nazisti del patto siglato da Stalin furono anche altri (citati nel libro).

Ancora una volta aveva visto giusto e la storia gli ha dato ampiamente ragione. In definitiva Stalin viene calunniato e demonizzato dai suoi nemici e dalla propaganda occidentale e revisionista per avere realizzato concretamente le idee di Marx e di Lenin, in una Paese arretrato ed accerchiato dall’imperialismo. Stalin è anche lo spartiacqua reale tra comunismo ed anti-comunismo. Non so se la ricostruzione storica di Martens sia più o meno esatta e condivisibile. Credo però che sia necessario conoscerla per valutare con equilibrio ed onestà l’opera e la figura di Stalin , sia per la storia dell’URSS che per quella del mondo intero.

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Goodbye Mr Krusciov

Tutte le falsità del XX congresso del PCUS

di G. Furr -

Introduzione

Lo storico Grover Furr da tempo ci ha abituato a grandi opere che sono la vera trasparenza (GLASNOST) di un periodo abbondantemente massacrato dai pennivendoli della storiografia borghese. In questa opera "La meschinità anti-stalinista / Grover Furr; trad dall’inglese [Eng. V. L. Bobrov]. - Mosca: Algoritmo, 2007. - 464 pagg. - (Enigma dell’ 37)" egli articola smonta con l'obiettività garantita dalle fonti primarie ill castello accusatorio alla figura di stalin in particolare e del marxismo-leninismo in generale, ordito da Krusciov, nel corso del XX congresso, attraverso il celebre "rapporto segreto". Naturalmente sono riportati solo alcuni, sebbene significativi stralci. L'intenzione nostra consiste nella futura traduzione dell'intero libro. Per il momento vi invito ad una lettura attenta, con occhi liberi da preconcetti partigiani.

Prefazione di Grover Furr

Un anno fa veniva celebrato il 50° anniversario della "relazione segreta" di N. S. Khrusciov, esposta il 25 febbraio 1956 presso il XX Congresso del PCUS. Il giornale londinese “Telegraph” caratterizzò la relazione come "il discorso più influente del XX secolo". E nell’articolo pubblicato nello stesso giorno da “New York Times ", William Taubman, il vincitore del Premio Pulitzer nel 2004, assegnato per una biografia di Khrusciov, chiamò la sua esposizione" un eroismo degno ad essere segnato" sul calendario degli eventi. Vogliamo qui dimostrare l’esatto contrario! Di tutte le accuse della "relazione segreta", atta direttamente a “smascherare” le azioni di Stalin o di Berija, nemmeno una risulta veritiera. Khrusciov, nel suo discorso, non disse di Stalin e Berija nulla che si rivelasse d’essere vero. Dimostreremo come il discorso più influente del XX° secolo (se non di tutti i tempi!) sia un frutto dell’inganno! Qualche tempo fa mi venne in mente di rileggere la "relazione segreta" di Khrusciov. Durante la lettura, ho notato un sacco di assurdità in questa relazione. Qualcosa di molto simile ne aveva osservate anche J. Arch Getty nella sua fondamentale opera "Le origini delle grandi purghe": "Tra le altre incongruenze, nelle testimonianze di Khrusciov, vi una evidente sostituzione di Ežov in Berija. Anche se il nome di Ežov sporadicamente viene menzionato, le accuse per la maggior parte dei reati e delle repressioni sono stati avanzate contro Berija; mentre fino al 1938 quest’ultimo occupava la carica del segretario del partito regionale. Inoltre, in una grande parte dei comunicati viene detto che il terrore poliziesco cominciò a placarsi proprio nel periodo in cui, nel 1938, Beria venne a sostituire Ežov. In che modo così spudoratamente a Khrusciov riuscì di sostituire, nella sua relazione, Ežov, in Berija? Che altro egli aveva potuto oscurare? In ogni caso, Khrusciov e la dirigenza di allora, con l’esecuzione capitale di Berija, lo fecero divenire un comodo capro espiatorio. Naturalmente, l’utilizzo del nome di Berija, per ragioni puramente opportunistiche, getta l’ombra sulla onestà e sul rigore delle altre dichiarazioni di Khrusciov.

In sintesi, ho cominciato a riflettere sulla possibilità di rivelare i falsi della relazione kruscioviana, avvalendomi sui documenti degli archivi sovietici, una volta chiusi ermeticamente, ma, da poco tempo, disponibili agli storici. Di fatto, invece, sono riuscito a fare un'altra scoperta. Da tutte le affermazioni della "relazione segreta" che in modo diretto avrebbe dovuto confermare le "rivelazioni accusatorie", su Stalin o Berija, non si è trovata nemmeno una prova. Più precisamente: tutte quelle che sono verificabili, risultano essere menzognere; tutte dalla prima all’ultima. Per me, come scienziato, una siffatta scoperta si rivelò sgradevole e persino non auspicabile. La mia ricerca già per sé, certamente, avrebbe causato la sorpresa e scetticismo, se, si fosse scoperto, ad esempio, che soltanto un quarto delle "rivelazioni" di Khrusciov o giù di lì risultassero da essere considerate false .... Alcuni esempi. Era stato proprio Berija e non Khrusciov a liberare molti prigionieri, anche se non "milioni", come erroneamente scrive Taubman. Il "Disgelo", l'anniversario del quale egli propone di celebrare, era iniziato negli ultimi anni di vita di Stalin. Khrusciov ha limitato il suo potenziale, restringendolo sino ai materiali dal carattere anti-staliniano. Stalin voleva dare le dimissioni nel mese di ottobre 1952, ma il XIX Congresso del partito ha rifiutato di soddisfare la sua richiesta. Taubman sostiene che Khrusciov diceva che lui sia "estraneo" (non implicato) nelle repressioni; in realtà, però, Khrusciov non solo non aveva ascoltato le esortazioni (persuasioni) di Stalin, ma ha preso l'iniziativa in questa materia, chiedendo dei "tetti" (dei massimali) superiori (più alti) sulle pene capitali che ne avrebbe voluto la direzione staliniana. Taubman afferma: "Khrusciov in un modo o nell’altro ha conservato la sua umanità". Sarebbe più esatto di dire il contrario: Krusciov, sembra, come nessun altro a somigliare a un sicario e a un assassino.

Ma ecco, c’è questo che mi mise immediatamente in ansia e continua a preoccuparmi sinora: se io mi affermo che ciascuna delle “rivelazioni accusatorie" di Khrusciov sia falsa, ci crederanno ai miei argomenti? Che il discorso più influente del XX secolo (se non di tutti i tempi!) sia un frutto del raggiro, dell’inganno? In sé, già soltanto questa idea sembra semplicemente mostruosa. I risultati della mia ricerca potrebbero quindi essere sviliti e la verità messa a tacere. Il punto consiste peraltro nel fatto che l’autore di queste righe ha acquisito una certa notorietà per il suo rispettoso, anche se critico atteggiamento verso la personalità di Stalin nonché per la propria simpatia verso il movimento comunista internazionale, di cui il leader riconosciuto fu Stalin per decenni. Quando un ricercatore arriva alle conclusioni che sono troppo coerenti con i suoi preconcetti orientamenti politici la cosa più prudente da fare sarebbe di sospettare il tale autore di una mancanza di obiettività, se non di peggio. Ecco perché sarei molto più tranquillo se il mio lavoro scientifico portasse al risultato che soltanto il 25% delle "rivelazioni accusatorie" di Khrusciov, su Stalin e su Berija, fossero sicuramente false. Ma dato che, come si è scoperto che tutte le "rivelazioni accusatorie" di Khrusciov in realtà non sono veritiere, il fardello delle prove di dimostrare queste falsità ricade su di me personalmente in qualità dello scienziato. Pertanto, vorrei tanto sperare, che il lettore accoglierà con l’indulgenza la forma in qualche maniera insolita di presentazione del materiale in questione. L'intero libro è diviso in due parti distinte, ma in un certo modo collegate.

Nella prima parte (capitoli 1-9) vengono esaminati dei punti della relazione khruscioviana considerati la quintessenza delle sue "rivelazioni accusatorie". Con un breve salto in avanti, si segnala, che l'autore ne riuscito ad evidenziare sessantuno di tali dichiarazioni.

Ognuna delle "rivelazioni accusatorie", della relazione sarà preceduta da una citazione della "relazione segreta", dopo di che sarà rivista attraverso il prisma delle prove storiche, la maggior parte delle quali sono presentate come le citazioni pervenute dalle fonti primarie e in rari casi da altre fonti. L'autore si è prefissato il compito di fornire i migliori di elementi di prova che esistono e sono principalmente tratti dagli archivi di Russia per provare la natura falsa del discorso con cui Khrusciov aveva parlato in una sessione a porte chiuse del XX Congresso. La seconda parte del libro (capitoli 10-11) è dedicata alle problematiche del carattere metodologico ed anche alle conclusioni scaturite dal lavoro da me eseguito. Una particolare attenzione era stata prestata alla tipologia delle tecniche di Khrusciov cui le aveva usato attraverso di tutta la sua relazione falsa e alla revisione dei materiali sulla riabilitazione dei leader di partito i cui nomi sono stati nominati nel rapporto segreto.

Capitolo: "Le liste delle fucilazioni"

Khrusciov: "esisteva una pratica viziosa, quando nel NKVD venivano compilate delle liste degli individui i cui casi erano da considerarsi alla valutazione presso il Collegio Militare, e per essi veniva predeterminata a priori la misura di punizione. Tali elenchi venivano inviati a Stalin personalmente da Ežov per l’autorizzazione delle sanzioni proposte. Nel 1937 - 1938, a Stalin furono inviate n. 383 di tali elenchi su tanti migliaia di funzionari del partito, sui cittadini sovietici, sui giovani del Komsomol, sui militari e sui lavoratori nelle sfere per la gestione dell’economia nazionale, e aveva ricevuto la sua sanzione" (2) Gli originali di tali elenchi esistono; sono stati preparati per la stampa e pubblicati prima nei compact-disk e inseguito emesse nell’Internet come “Le liste delle fucilazioni di Stalin” (1) («Сталинские расстрельные списки»). Ahimè, il nome stesso è impreciso e tendenzioso, in quanto le liste, generalmente parlando, non erano state “di fucilazioni”

Gli storici antistalinisti descrivono le liste come delle condanne fabbricate in anticipo. Tuttavia, proprio i loro studi-ricerche-commenti dimostrano tutta la inconsistenza di tali accuse. In realtà, nelle elenchi veniva citato il verdetto di massima pena, che poteva essere imposto dalla Corte giudicante in caso di condanna dell’accusato, vale a dire che lì veniva indicata la massima misura possibile di condanna per un preciso reato in quanto tale, e non il verdetto vero e proprio. Ci sono casi in cui gli individui esistenti nelle liste non venivano condannati o il verdetto della condanna era assai meno grave della pena massima per un reato indicata nell’elenco che alla fin fine e salvava queste persone dalla fucilazione. Ad esempio, citato nella relazione di Khruscev e che ha vissuto fino al XX Congresso, A.V, Snegov era finito per due volte negli elenchi - prima volta nell’elenco del 7 dicembre 1937 per la regione di Leningrado (2) e per la seconda volta nell’ elenco di 6 settembre 1940 (3) In ambedue i casi, Snegov, era stato segnalato come l’appartenente alla "Categoria 1" di condanna, vale a dire, che nel suo caso si sarebbe potuta ad essere applicata anche la pena capitale - la fucilazione. Al secondo elenco in cui c’è il nome di Snegov è allegata una sintesi delle prove accusatorie, e si sente che di queste prove ne erano molte di più. Tuttavia a Snegov non fu condannato a morte, ma era stato condannato a una lunga detenzione in un campo di lavoro. Così, Khrusciov sapeva che Stalin non pronunciava le "condanne", ma prendeva in visione gli elenchi per possibili obiezioni. A Khrusciov questo era sicuramente noto, in quanto vi è rimasta conservata una lettera a lui indirizzata dal Ministro degli Affari Interni dell’URSS, S.N. Kruglov, dal 3 febbraio 1954. In questa lettera del fatto sui "verdetti fabbricati a priori" non c’è una sola parola, invece si afferma esplicitamente che: "Negli archivi del Ministro degli Affari Interni dell’URSS vi sono trovate n. 383 liste "delle persone, che debbono essere sottoposte al giudizio del Collegio militare della Corte Suprema dell’URSS". Queste liste (elenchi) erano stati redatti negli anni 1937 e il 1938, l'NKVD, e nello stesso periodo (allora) anche presentate al Comitato Centrale del PCUS, per l’esame (è evidenziato da me. - GF) (1) (1) Vedi.: www.memo.ru/history/vkvs/images/intro1.htm.

Non c'è niente di strano che il procuratore arrivava in sede giudicante, avendo a portata di mano non solo le prove della colpevolezza dell’accusato, ma anche le raccomandazioni sulle misure della condanna, nel caso di riconoscimento della colpevolezza. Come viene notato, per all’esame venivano forniti le liste soltanto dei membri del partito, e mai di quelli che non ne appartenevano. (2) Vedi: http://stalin.memo.ru/spiski/pg05245.htm (3) Vedi: http://stalin.memo.ru/spiski/pgl3026.htm

Khrusciov aveva nascosto il fatto che non era stato Stalin, ma fu lui stesso in modo diretto coinvolto nel redigere degli elenchi con l'indicazione raccomandata della categoria di punizione. Khrusciov fa riferimento al NKVD, indicando che gli elenchi sono stati redatti proprio lì. Ma egli accuratamente cela che il NKVD operava fianco a fianco con la dirigenza locale del PCUS (b) e che il numero considerevole di persone in quelle liste, probabilmente anche la maggioranza e maggiormente che nelle altre località dell’URSS, abitasse esattamente là, dove in quel periodo spadroneggiava Khrusciov. Fino a gennaio 1938, Khrusciov fu il primo segretario dei comitati di partito regionale, nonché cittadino di Mosca, e più tardi - il primo Segretario del Comitato Centrale di Partito Comunista (bolscevico) di Ucraina. La sua lettera a Stalin (2) con richiesta di fucilazione di 6500 persone porta la data:10 Luglio dell’anno 1937; ma la stessa data è posta sulla "lista delle fucilazioni" di Mosca e della regione di Mosca (3). Nella lettera a Stalin, Khrusciov conferma la propria partecipazione alla "troika" (al trio), cui ebbe il potere di selezionare individui soggetti alle repressioni. Dello stesso "trio" facevano parte: S.F. Redens il capo del NKVD nella regione di Mosca, e il K. I. Maslov il sostituto procuratore della regione di Mosca,. (Khrusciov ammette (acconsente?) che "nei casi necessari" egli sarebbe stato potuto ad essere sostituito dal secondo segretario, A. A. Volkov). Volkov rimase in carica di secondo segretario del MK VKP (b) soltanto sino all'inizio del mese di agosto dell’anno 1937, e così smise ad essere subordinato a Khrusciov, il fatto che probabilmente gli salvò la vita (4). (1) Vedi: www.memo.ru/history/vkvs/images/intro1.htm. Vedere il Capitolo 5. www.memo.ru/history/vkvs/spiski/pg02049.htm. (4) Volkov, 11 agosto 1937, è stato eletto primo segretario del Partito comunista (bolscevico) di Bielorussia, e da ottobre 1938 a febbraio 1940 occupò la carica del primo segretario del comitato regionale del VKP (b). A giudicare da tutto, morì di morte naturale nel 1941 o 1942. Una dettagliato racconto su Volkov vi era pubblicato nel giornale «Советская Белоруссия» (La Bielorussia Sovietica) del 21 aprile 2001, vedi anche: http://sb.by/article.php?articleID=4039. Maslov è rimasto in carica del procuratore per la regione di Mosca sino a novembre 1937: nel 1938 fu arrestato e nel marzo 1939 fu giustiziato con l'accusa di sovversione controrivoluzionaria (1). La stessa sorte toccò K. I. Mamontov (2), cui dapprima ha preso il posto di Maslov, e poi fu fucilato con egli nello stesso giorno. Non sfuggì la pena capitale neppure Redens: nel novembre 1938 fu arrestato come partecipante ad un «gruppo sovversivo e di spionaggio polacco», fu processato e per il verdetto della corte giustiziato il 21 gennaio 1940. Sulle pagine del suo libro, Jansen e Petrov menzionano Redens come uno degli "uomini di Ežhov" (3). Durante il cosiddetto "disgelo” Redens, su insistenza di Khrusciov, fu riabilitato, ma con tale flagranti violazioni delle normative legislative che nel 1988 la riabilitazione di Redens era stata abolita (revocata) (4). (3) Jansen, Petrov, pagg. 56, 165 (4) Riabilitazione: Come è stato. T.Z. Metà degli anni 80 - 1991. - Mosca: MFD, 2004, pag. 660. In altre parole, ad eccezione di Volkov, tutti i più stretti collaboratori di Khrusciov cui presero parte nelle repressioni a Mosca e nella regione di Mosca, ebbero le pene (punizioni) degne delle loro azioni. Ma in quale modo riuscì a sfuggire la punizione Khrusciov? Mistero….

Capitolo: Le disposizioni del Comitato Centrale del PCUS (B) al Plenum del gennaio (1938)

Khrusciov: "Ben noto risanamento nelle organizzazioni del partito apportarono le disposizioni del Comitato Centrale del PCUS (B) al Plenum del gennaio (1938). Tuttavia le repressioni continuavano anche nel 1938 "(5). (5) Il culto della personalità ... / / Izvestia Comitato Centrale PCUS. 1989, №3, p. 144.

Qui Khrusciov soltanto fa allusione (ma più chiaramente articola il suo pensiero più tardi), che il volano delle repressioni veniva azionato proprio da Stalin. Ma, come abbiamo già visto, le attestazioni (gli elementi di prova) documentate, al contrario, ci stanno ostinatamente dicendo che le repressioni venivano gonfiate da Ežov e da un gruppo dei primi segretari, cui Khrusciov prese parte come uno dei principali "repressore”. Stalin e la parte della Direzione centrale del PCUS (b) che non fu coinvolta alla cospirazione, cercava di ridurre e mettere sotto il controllo tutto lo svolgere delle repressione. Alla fine, sono riusciti a ottenere pene severe per coloro contro cui sono stati ottenuti prove del coinvolgimento nella fabbricazione dei casi atti ad eliminazione delle persone innocenti. Getty e Naumov fecero un'esauriente analisi della documentazione (dei materiali) del Plenum del PCUS (b) del Gennaio (1938) (1). Dalla loro approfondita ricerca, risulta, che Stalin e i leader’s del Comitato Centrale del Partito Comunista (Bolscevico) furono estremamente preoccupati per il problema delle repressioni incontrollate. Proprio per questo motivo e in sede di questo plenum, Postyshev era stato rimosso dal suo incarico. Un esame approfondito di questa materia si trova nel libro di R. Thurston (2) in cui si conferma il fatto che Stalin stesse cercando di tenere a freno i Primi segretari, l'NKVD e le stesse repressioni in quanto tali. Al Plenum di Gennaio (1938), Malenkov e, ovviamente, facendo eco a Stalin, fece una relazione sulle espulsioni non autorizzate in massa dal partito comunista dei compagni nella regione di Kuibyshev. Perseguendo i nostri scopi, come i fattori più significativi dovremo considerare soltanto che la colpa di questi atti, come già accennato, era stato scaricato su Postyshev. La risoluzione del Comitato Centrale PCUS (B) del 9 Gennaio 1938 accusò egli di "errori", per cui ricevette la nota di biasimo ed era stato sollevato dai suoi incarichi del primo segretario del Comitato Regionale di Kuibyshev. I. A. Benediktov, che ebbe incarichi chiave negli anni 1938-1958, nella gestione dell'agricoltura dell'URSS (commissario del popolo per l’agricoltura, e dopo il ministro dell'agricoltura) che spesso partecipò alle riunioni del Comitato Centrale e del Politburo, sottolinea, dicendo che al Plenum di Gennaio, Stalin cominciò a correggere le illegalità commesse nel corso delle repressioni. Nel gennaio dell’1938, a capo del Commissariato del Popolo degli Affari Interni della Repubblica Socialista di Ucraina (RSS Ucraina) ebbe carica A. I. Uspenskij, ma entro la fine dello stesso anno a Mosca era divenne noto come criminale. Avvertito da Ežov, il 14 Novembre dell’1938, Uspenskij sfuggì all’arresto che incombeva sulla sua testa, finse il suicidio e passò in clandestinità.

(1) J. Arch Getty end Oleg V. Naumov. The Road to Terror: Stalin e Self-Destruction of the Bolsceviks, 1932-1939. (Yale University Press, 1999), pag.498-512. (2) R. Thurston. Life and Terror in Stalin’s Russia (Vita e terrore nella Russia di Stalin), 1934-1941. (Yale University Press; 1998), pag.109, 112; vedi sua la parte 4.

(2) A proposito del culto della personalità ... / / Izvestia Comitato Centrale PCUS. 1989, № 3, p. 143. Fu dichiarato in quanto ricercato per tutta la Russia ed arrestato soltanto il 14 aprile del’1939. Secondo alcune informazioni, Ežov aveva origliato una conversazione telefonica fra Stalin e Khrusciov, dopo di che e avvertì Uspenskij. Indipendentemente dal fatto in che cosa consistette il reato personale di Uspenskij, la responsabilità per la fabbricazione delle accuse contro le persone innocenti, lui le deve condividere con Khrusciov, in quanto ambedue erano i membri della stessa "trojka" (1). Nei materiali (nei documenti) degli interrogatori di molti arrestati vi è detto che, seguendo le istruzioni di Ežov, Uspenskij falsificava i dossier su vasta scala (2). (1) N. Krusciov. Tempo. Persone. Power. Book. 1. Parte 1. - Mosca: Moscovskie novosti (Notizie di Mosca), 1999, pag.172-173. (2) Jansen e Petrov. pag. 84, 148.

Capitolo: "La banda di Berija"

Khrusciov: "Quando Stalin diceva che qualcuno dove essere arrestato si doveva prendere per fede che questo sia un "nemico del popolo". Mentre la banda di Berija, che spadroneggiava nel KGB (Comitato per la Sicurezza Statale ovvero in russo Комитет Государственной Безопастности), usciva dalla pelle per dimostrare la colpevolezza delle persone arrestate e la correttezza dei materiali (accusatori) da esso fabbricati” (3). È una bugia. R. Thurston scrive dettagliatamente del fatto, come Khrusciov aveva travisato il senso di quello che era effettivamente accaduto quando Berija divenne il capo del NKVD (4). Il suo arrivo (nel NKVD), secondo le parole dello storico, generò "l’impressionante liberalismo”; cessarono le torture, ai prigionieri, furono restituiti i loro legittimi diritti legislativi. I complici di Ežov persero i loro incarichi, molti di essi furono accusati ed ebbero dei processi da cui giudicati come dei colpevoli aver effettuato delle repressione illegali. In conformità con la relazione della commissione a capo di Pospelov, gli arresti scesero bruscamente: negli anni 1939-1940, il loro numero era sceso al più del 90% rispetto agli anni 1937-1938. Il numero delle esecuzioni nel 1939-1940 era sceso al disotto dell'1% al confronto degli anni 1937 - 1938. (5) Il Berija prese su di sé la gestione del Commissariato popolare per gli affari degli Interni nel novembre 1938, e, quindi, il suindicato lasso di tempo combacia perfettamente col periodo,

in cui tutte le redini del governo "degli organi (NKVD?)" sono state concentrate nelle sue mani. Krusciov aveva usato la relazione della Commissione di Pospelov per il suo "rapporto segreto", e quindi non poteva di non sapere questi fatti, ma decise di non farne alcun riferimento un modo da non dare all’auditorio benché minimo motivo di dubitare nella interpretazione proposta da lui degli eventi storici. Proprio mentre Berija era stato a capo del NKVD vi ebbero luogo dei processi a carico di quelli che furono accusati di illeciti repressioni, di esecuzioni in massa, di torture e di falsificazioni delle cause penali. Krusciov lo sapeva, ma anche questo fu tenuto nascosto. (1) Krusciov. Tempo. Persone. Power. Book. 1. Parte 1. - Mosca: Notizie di Mosca (Московские новости), 1999, pagg.172-173. (2) Jansen e Petrov. §. 84, 148. (3) A proposito del culto della personalità ... / / Atti del Comitato Centrale PCUS. 1989, № 3, §. 144. (4) Robert Thurston. Vita e terrore ... §. 118-119. (5) Riabilitazione: Come è stato. Volume 1. pag. 317. Vedi anche: www.idr.ru/2/7. shtml.

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 Intervista a Grover Furr su Stalin rilasciata il 18 luglio2006 alla rivista RevLeft

traduzione di Davide Spagnoli (REDAZIONE NOICOMUNISTI)

Grover Furr Grover Furr è professore presso la Montclair State University, è attivo nella sinistra radicale della MLA ed è l'autore di diversi saggi, incluso “Lettura (a)critica e argomentazioni dell'anticomunismo”, e “Stalin e la lotta per le riforme democratiche”. I suoi lavori hanno gettato una luce nuova sull'era di Stalin e sono stati attaccati dai critici di destra, come David Horowitz. D. Molte persone pensano che il maggior problema sotto Stalin fosse la “non sufficiente democrazia”. Come rispondi a questo punto di vista? R. Per prima cosa grazie per avermi invitato ad esprimere il mio punto di vista su questo importante problema. Per tornare alla domanda penso sia futile parlare di “democrazia”, nel senso greco di “potere del popolo”, fino a quando esisterà una società di classe. La classe dominante dominerà e non permetterà mai di venire rimossa dal potere in modo pacifico. Ricordate il Vecchio Sud schiavistico? Quando non riuscirono più a controllare il Congresso si dichiararono indipendenti: rifiutarono di mollare il potere dello Stato senza una guerra. Così ogni Stato è una dittatura di una classe su un'altra. Nei paesi capitalisti è la classe capitalistica che esercita la dittatura. Nel suo magnifico lavoro “Stato e rivoluzione” Lenin spiega l'ambiguità della parola “democrazia”, e credo che tutti quanti faremmo bene a studiarla, dato che ha una certa debolezza: ad esempio in essa non c'è niente sulla necessità di un Partito comunista che ci guidi verso la Rivoluzione! Ma allo stesso tempo è una parola brillante, fondamentale per comprendere il mondo in cui viviamo. Come Lenin, anche Stalin voleva una forma di democrazia rappresentativa diffusa, nello stesso modo in cui la parola “democrazia” è stata interpretata nei paesi capitalisti dal XVIII secolo. Nei miei due saggi - in realtà si tratta di un lungo saggio diviso in due parti - entro nei i dettagli di questo fatto tenuto nascosto a partire dai giorni di Khrushchev. Avrebbe potuto funzionare? È un peccato che né Stalin né i suoi sostenitori siano riusciti a realizzarla, perché così avremmo potuto avere quella ricca esperienza da cui imparare tanto in positivo quanto in negativo. Ma sicuramente Stalin non avrebbe mai permesso che il socialismo venisse deposto per via elettorale: no di certo.

D. Stalin è stato accusato dell'assassinio di Kirov. Questa accusa ha una qualche credibilità? R. Questa storia è stata ampiamente diffusa tanto in Occidente quanto in Russia dagli autori anticomunisti e dagli avversari di Stalin: le fonti originali di questa storia pare siano Trotsky e Alexander Orlov, in seguito diffusa da Robert Conquest (“Stalin and the Kirov Murder”, 1990), uno che non rifiuta mai una storia contro Stalin, non importa quanto forzata sia, ed Amy Knight (“Who Killed Kirov?”, 2000), i cui pregiudizi anticomunisti la portano a spegnere i mozziconi della verità nel posacenere.

È una competa menzogna e lo è sempre stata. Non c'è mai stata una prova a suo sostegno, ed anzi Stalin era molto affettuoso nei confronti di Kirov, che era anche un solido sostenitore di Stalin. Nel frattempo tanto Trotsky quanto Orlov hanno dimostrato di aver mentito. Nel suo famigerato “Rapporto segreto” del 25 febbraio 1956, Khrushchev insinua un sospetto di colpevolezza di Stalin nell'assassinio di Kirov, ma non muove mai un'accusa diretta. Diverse commissioni sotto Khrushchev, due o forse tre, ed anche dopo di lui, hanno cercato di trovare prove per accusare Stalin ma non vi sono mai riuscite. La principale ricercatrice russa sull'assassinio di Kirov, Alla Kirilina, nota per le sue posizioni contro Stalin, ha scritto un paio di volumi sulla questione: “Rikoshet” e “Neizvestnyi Kirov”, che include una versione aggiornata del volume precedente, ma lei stessa ammette che Stalin sembra non avere niente a che fare con l'assassinio di Kirov.

Curiosamente la principale versione che ora viene propagandata dagli avversari di Stalin, è che Nikolaev, la persona che indubitabilmente sparò a Kirov e per questo venne giustiziato, era un “assassino solitario.” Accettare questa versione significa rifiutare le confessioni degli imputati al primo processo di Mosca del 1936, il processo a Zinoviev e Kamenev, in cui essi stessi dicono di avere pianificato e portato a termine l'assassinio di Kirov. Ma gli anticomunisti sono smaniosi di credere che le confessioni, benché affatto mancanti di prove, sono in qualche modo “false”! Non c'è alcuna prova che Zinoviev e Kamenev stessero mentendo, e quanto confessano è coerente con le testimonianze al secondo ed al terzo processo di Mosca del 1937 e del 1938. Naturalmente non conosciamo i dettagli perché il governo russo ha ostinatamente rifiutato di rendere pubbliche le voluminose indagini, o anche di renderle accessibili ai ricercatori. Se Stalin fosse stato colpevole si può star certi che, nell'atmosfera della propaganda contro Stalin che regnava sotto Khrushchev, e poi ancora sotto Gorbachev e Eltsin, le avrebbero certamente propagandate.

Le prove disponibili sono così scarse che è possibile ogni scenario, ma penso che Nikolaev probabilmente non fosse stato specificamente incaricato dell'assassino di Kirov, ma, piuttosto, questa persona mentalmente instabile era l'ideale perché credesse di essere stato offeso da Kirov. Nel 2003 in Russia venne pubblicata una breve parte dell'interrogatorio di Vanya Kotolynov che ammetteva la “responsabilità morale” nell'assassinio di Kirov, dato che avevano avvelenato la mente di Nokalaev contro Kirov (Lubianka-Stalin…1922-1936, No. 481). In frammenti di altre testimonianze Kotolynov ripete quest'ammissione mentre nega di aver personalmente istruito Nikolaev in qualche modo.

Milda Draule La storia che Kirov avesse avuto una relazione sentimentale con la moglie di Nikolaev, Mil’da Draule, sta ancora girando: che sia questa l'esca avvelenata che il gruppo di Zinoviev e Kamenev raccontarono a Nikolaev per spingerlo ad uccidere Kriov? Kirilina ha pubblicamente detto che non crede che questa vicenda sia accaduta (“Argumenty I Fakti” – Peterburg. Dic.1, 2004) e difatti la Draule può aver aiutato il marito Nikolaev nell'assassinio, come apparentemente sembra aver confessato. In breve: * Ancora non sappiamo quanto conoscesse il governo sovietico negli anni '30 perché il governo russo si rifiuta di rendere pubblico il materiale investigativo. * Allo stato dei fatti non c'è ragione per credere che Zinoviev, Kamenev e gli altri imputati al processo di Mosca del 1936 abbiano mentito quando confessavano di aver pianificato l'assassinio di Kirov, con Nikolaev nella parte dell'assassino. * Soltanto presupponendo l'esistenza di una qualche cospirazione di questo tipo ci possiamo rendere conto delle prove di cui disponiamo, anche se, lo ripeto, è stato nascosto così tanto materiale che nessuna può essere presa per certa. * La linea del partito degli anticomunisti, che cioè non è esistita alcuna cospirazione, che Nikolaev ha agito per conto suo, e Zinoviev, Kamenev e gli altri sono stati in qualche modo forzati o persuasi a rendere una falsa confessione sull'omicidio Kirov, non è sostenuta da un qualsiasi straccio di prova e, a mio avviso, questa è la storia meno probabile di tutte. In breve: Le prove che a tutt'oggi abbiamo corroborano la teoria che Zinoviev, Kamenev, ed un gruppo dei loro sostenitori, siano stati responsabili di aver spinto Nikolaev ad assassinare Kirov. Ogni valutazione obiettiva delle prove ci spinge a giungere a questa conclusione. Se e quando dagli archivi dell'ex URSS, tenuti ancora strettamente segreti, diverranno disponibili, ed avremo nuove prove, saremo pronti a cambiare le nostre opinioni in conformità a quanto emergerà. Gli anticomunisti sono riluttanti a farlo perché accettano solo “storie dell'orrore” che mettano in cattiva luce Stalin, i bolscevichi e i comunisti in generale. Ma questo non significa che siano tutti dei bugiardi, sebbene qualcuno, come Conquest, lo sia, in generale sono accecati dai loro pregiudizi.

Costruzione diga sul Dniepr D. Se si potessero riassumere i principali errori e contributi di Stalin, quali pensate possano essere? R. Tutti commettiamo degli errori e così penso che Stalin debba averne fatti alcuni, ma non penso sia questo il punto dove volete arrivare. Stalin ha provato sul serio a seguire le linee guida di Lenin, aveva per lui un enorme rispetto e definiva se stesso sempre come un “allievo di Lenin.” Il problema era che Lenin non sapeva come fare per andare dalla situazione in cui l'URSS si trovava nel 1921 dopo la guerra civile, ad una società comunista. Nessuno lo sapeva! Marx ed Engels non avevano predisposto alcun modello per questo passaggio, e neppure Lenin ne aveva. Lenin e Stalin erano persone brillanti, che hanno sinceramente dedicato se stessi al comunismo, devoti alla classe operaia. Non avevano ambizioni personali ad eccezione di quella di provare a realizzare quella società di giustizia ed eguaglianza che il movimento comunista ha sempre rappresentato, e di cui i lavoratori del mondo intero hanno disperatamente bisogno oggi come ieri. Nonostante gli sforzi titanici, gli immensi sacrifici e le grandi conquiste, alla fine, il comunismo ha fallito. Trotsky prima e Khrushchev in seguito, hanno detto che questa sconfitta era dovuta ai fallimenti personali di Stalin, cioè, in altri termini, se al posto di Stalin ci fosse stato qualcun altro tutto sarebbe andato bene. Penso che tutto questo sia sbagliato. Il problema era la linea politica dei Bolscevichi, non solo di Stalin, ma anche di Lenin, di Marx e di Engles. Stalin e, in generale i bolscevichi, avevano una concezione socialdemocratica del socialismo. Si trattava naturalmente della concezione dell'ala sinistra, quella destra, la SPD e i menscevichi, avevano una concezione economica estremamente deterministica: il capitalismo doveva svolgere il proprio compito storico d'industrializzazione, sviluppo ecc. Nel frattempo il capitalismo stesso non poteva essere abbattuto, infatti andava coltivato perché era ancora “progressivo”. Una volta che si decide di conservare il denaro, i salari e la disuguaglianza, che vanno inscindibilmente assieme, unitamente ai benefici sociali a favore della classe operaia, si ha una società che è molto simile ad una società borghese socialdemocratica. Quest'idea del socialismo di sinistra è compatibile con Marx e Lenin, come qualsiasi altro concetto, ed è probabilmente la versione più compatibile con quello che Marx, Engels e Lenin hanno scritto. I bolscevichi hanno anche provato a governare assieme ai partiti socialisti d'opposizione, e sono stati proprio i Socialisti Rivoluzionari e i Menscevichi che li hanno traditi. I Socialisti Rivoluzionari poi hanno tentato di abbattere i bolscevichi cercando di assassinare Lenin ed alcuni altri dirigenti bolscevichi. Non erano interessati a nient'altro perché la loro concezione del socialismo prevedeva che il capitalismo dovesse assolutamente completare il proprio lavoro, e qualsiasi cosa più avanzata sarebbe stata prematura, condannata al fallimento, ad essere una “dittatura” ecc. Il pensiero di Trotsky è una versione di quest'idea con qualche piccola increspatura, ma, in realtà, dopotutto non molto differente e neanche di “sinistra”. In sostanza si tratta di una versione più disfattista, a cavallo tra la concezione bolscevica e quella menscevica, proprio come in vita è stato lo stesso Trotsky: a cavallo tra i due partiti. Ciò che ho mostrato nel mio articolo diviso in due parti, era che Stalin si era impegnato in un concetto di democrazia politica di tipo socialdemocratico. Non ho usato questo termine, e certamente avrebbe funzionato in modo diverso con un Partito comunista alla direzione dello Stato o con i capitalisti nello stesso ruolo, come in una classica socialdemocrazia. Ma la concezione della democrazia era la stessa. La Costituzione di “Stalin” del 1936 si basava su un'idea di democrazia nota nel capitalismo progressivo: eguaglianza universale e voto segreto, democrazia rappresentativa, competizione dei candidati. Quest'ultimo punto non venne mai attuato, eppure era quanto previsto dalla Costituzione. Ed è per questo che sostengo che i “socialisti” di oggi sono "Stalinisti.” Mettiamola in un altro modo: ciò che ha condannato il socialismo sovietico è la stessa cosa che mantiene basso anche il socialismo post sovietico, che basa se stesso su una concezione socialdemocratica del socialismo. I “socialisti democratici” condividono questa concezione del socialismo che ha unito Stalin, Trotsky, i Socialisti Rivoluzionari e i Menscevichi. Il Partito comunista cinese sostiene ancora il suo stato e la sua economia fascista con la retorica socialdemocratica: "il capitalismo non ha ancora compiuto la sua missione storica." Tutti quanti abbiamo pensato che Stalin "si alleò con Hitler", sia pubblicamente che segretamente. Ma chi era realmente alleato con Hitler? La destra e i trotskyisti! Bukharin, Radek, Piatakov, ed altri ancora. Tutte le prove di cui oggi disponiamo sostengono questa conclusione, caldamente negata da tutti i ricercatori anticomunisti e, naturalmente, dai trotskyisti. Tutti abbiamo pensato che nel 1937-38 "Stalin abbia ucciso centinaia di migliaia di persone". Ma cosa avvenne in realtà? Il responsabile fu Ezhov coperto dai suoi sostenitori di destra nella leadership del Partito. E lo stesso Ezhov fece parte di una cospirazione di destra che progettava di rovesciare il governo di Stalin, collegato direttamente con Bukharin, Trotsky ed altri ancora. (La recente pubblicazione della testimonianza dello stesso Ezhov e di un suo uomo della destra, Frinovsky, lo confermano, ed alcuni virulenti ricercatori anticomunisti che hanno visto lo stesso documento anni fa, lo considerano autentico) Così è stata la “piacevole e democratica” ala destra di Bukharin a far uccidere tutte queste persone innocenti, ben sapendo che lo erano, e solo per coprire le tracce della loro cospirazione. Questo è quanto accadde. Ma oggigiorno quanti “Marxisti” vogliono sentirlo? O sono in grado di ascoltarlo? Per non parlare poi degli aperti anticomunisti. Quindi, per riassumere, l'URSS ha mancato l'obiettivo di raggiungere il comunismo, non a causa del fallimento personale di Stalin o di Lenin, ma perché era sbagliata la loro idea di socialismo. Avrebbero potuto saperlo all'epoca? Non vedo come. Possiamo vederlo ora, ma soltanto grazie al loro eroico tentativo. In retrospettiva possiamo vedere quanto ha funzionato o meno del loro tentativo, grazie alla loro esperienza. Naturalmente non potevano averne conoscenza che in seguito. Negli ultimi anni della sua vita Stalin stava preparando l'URSS verso lo stadio successivo, il comunismo. Il passaggio al comunismo è stata la parola d'ordine del XIX ° Congresso del Partito nel mese di ottobre del 1952. Ho appena terminato di leggere le relazioni del Congresso sulla Pravda.

Soldati sovietici ebraici D. Stalin è stato criticato per il suo trattamento delle minoranze nazionali. Queste critiche sono fondate? R. Per niente. Stalin era profondamente anti-razzista. Naturalmente il razzismo non era stato completamente sradicato nell'URSS di Stalin,ma non lo fu neanche in seguito. Certamente durante l'epoca di Stalin non c'è mai stata una politica razzista da parte del Partito bolscevico e di Stalin. Per esempio, lo scrittore ed ex dissidente sovietico e feroce antistalinista Zhores Medvedev, nel suo libro edito nel 2003, “Stalin and the Jewish Problem”, insiste sul fatto che Stalin non era un antisemita. Medvedev scrive che Stalin era sì un antisionista, ma è Medvedev stesso che insiste che Stalin, ad ogni altro riguardo, non era un antisemita. Come la Russia anche l'URSS era uno stato multinazionale ed ognuno aveva una propria identità nazionale. Le persone delle piccole nazionalità, normalmente definite da una lingua differente, godevano di certi diritti in certe aree, proprio in quanto membri di quella certa nazionalità. Ciò era causa di alcuni tipi di problemi, ma è stato il miglior tentativo che ovunque sia mai stato fatto per tenere unito un grande Stato con molte lingue e culture diverse. Una delle ragioni per cui Khrushchev ed il resto del Presidium hanno ucciso Lavrentii Beria pochi mesi dopo la morte di Stalin, era che Beria era fortemente critico nei confronti degli atteggiamenti sciovinisti dei dirigenti del Partito nei territori degli stati baltici divenuti sovietici nel dopoguerra: Estonia, Lettonia e Lituania e l'Ucraina occidentale. La politica di Beria, come ho sottolineato in un mio articolo, era molto simile a quella di Stalin. Lo sciovinismo russo è peggiorato progressivamente dopo la morte di Stalin. Ma non è mai arrivato al punto in cui è ora. Questa è una citazione di un ribelle Ceceno, pubblicato sul New York Times nel 2002: "I veterani ceceni come Basayev, alle volte facevano riferimento ad un comune passato sovietico quando comunicavano con i russi. Maksim Shevchenko, un giornalista russo che durante la prima guerra di Cecenia ha intervistato Basayev di frequente, evocava questo richiamo che l'intervistato, che portava una lunga barba da mussulmano radicale, faceva: "Spegneva il registratore e diceva, 'Lei pensa che sia sempre stato un guerrigliero barbuto con un mitra?' ricordava Shevchenko che, all'epoca, scriveva per il quotidiano 'Nezavisimaya Gazeta', " 'Ho anche cantato la canzone che recita “Il mio indirizzo non è una casa in una strada, ma l'Unione sovietica”, quelli erano bei tempi!' ” (“With Few Bonds to Russia, Young Chechens Join Militants.” NYT November 19, 2002.)"

Gori Georgia, statua davanti al museo di Stalin D. Puoi spiegare il tuo punto di vista sul culto della personalità? R. Il “culto della personalità” dei leader è stata un grosso fardello attorno al collo del movimento comunista! Stalin si oppose a questo “culto” che raggiunse proporzioni disgustose, ma non fu in grado di porvi termine, e, alla fine, vi si adeguò. Stalin sapeva quanto in realtà fosse dannoso e avrebbe dovuto opporsi più fermamente. All'inizio Mao Tse-tung vi si oppose, ma in seguito cambiò idea e lo incoraggiò. I culti di Stalin e di Mao sono stati usati dai disonesti per coprire le proprie divergenze politiche. I culti della personalità furono un vero disastro. Per tutta la sua vita Trotsky ha alimentato attorno a se un “culto” di adulazione, e i gruppi trotskyisti conservano ancora un “culto” attorno a Trotsky: ne citano costantemente i lavori come se offrissero risposte eternamente valide alle questioni relative alla costruzione del comunismo, e non lo criticano mai. Penso ci siano buone prove che in URSS il “culto” di Stalin venne promosso principalmente dalle opposizioni dentro il Partito stesso, penso a gente come Bukharin e Radek, ma fu in grado di crescere in parte perché tutti i leader bolscevichi costruirono un “culto” di Lenin dopo la sua morte, avvenuta nel Gennaio 1924. Lenin era brillante e tutti i bolscevichi guardavano a lui come ad un modello di leadership. Quando Lenin se ne andò, volevano, anzi, avevano bisogno di credere che Stalin sarebbe riuscito a capire “la giusta via” per costruire il socialismo e, in seguito, il comunismo nelle condizioni date in URSS. Lenin stesso aveva assunto un atteggiamento simile nei confronti di Marx e di Engels. Una delle grandi conquiste di Lenin, era di salvare Marx dai tentativi da parte dei socialdemocratici tedeschi di farne un filosofo “riformista”, invece di un rivoluzionario anticapitalista. Ma nel far questo Lenin sosteneva che gli scritti di Marx non contenevano contraddizioni, mentre, naturalmente, c'erano passaggi a cui i socialdemocratici tedeschi ed i menscevichi russi si attaccavano per difendere la loro linea politica ed economico-deterministica riformista. Così c'era qualcosa di nuovo nella storia dei “culti” nel movimento marxista: quelli attorno a Stalin, e a Trotsky tra i suoi seguaci, erano nuovi, perché i leader oggetto del culto erano ancora in vita. Visto che i bolscevichi furono i primi, forse potevano avere qualche scusante per gli errori che fecero o, nel caso del “culto” attorno a Stalin, tollerarono. Ma, certamente, oggi non ci possono essere scuse. Data l'esperienza con i “culti” dei “grandi leader”, è chiaro che sono negativi. I comunisti devono essere modesti, dediti completamente al proprio ideale e instancabili lavoratori. Marx, Engels, Lenin, e Stalin erano realmente così! Ma la miglior leadership del mondo può essere messa a repentaglio dal “culto”. Incidentalmente il termine russo “культ личности (kul’t lichnosti)”, generalmente tradotto come “culto della personalità”, potrebbe essere tradotto meglio come “culto del grande uomo”. Dopo il “Rapporto segreto” di Khrushchev, in URSS iniziò a circolare “Был кул'т, но был и личност (Byl kul’t, no byl i lichnost)”, un modo di dire che pressapoco significa “Sì c'era un culto, ma c'era anche un grande uomo”. Stalin era un grande uomo, e così Mao Tse-tung. Diedero un grande contributo alle conquiste fatte dalle classi operaie sovietica e cinese. Eppure i “culti” attorno a loro erano molto dannosi! Che cosa si può dire sui “culti” attorno ai leader che hanno dato un così grande contributo? I “culti” attorno a queste grandi figure sono stati negativi. Questo dovrebbe convincerci della necessità di essere modesti se non ne fossimo già convinti in anticipo! Come lo scherzo del vecchio proverbio, "Dobbiamo essere un sacco modesti!" [Rivolto ai lettori ndt] Le vostre idee sulla difesa della verità sono molto importanti. Che consiglio dareste a coloro che cercano di indagare la storia e capire la verità? Marx diceva: "Mettete in dubbio tutto". Secondo la mia esperienza tutti i ricercatori e gli scienziati trovano molto difficile mettere in discussione le proprie idee preconcette. I difensori del capitalismo, del “liberalismo”, del “conservatorismo”, ecc., non possono farlo, non è realmente compatibile con la loro ideologia. Quindi devono o cambiare la loro ideologia o tenerla, e così ignorare la verità. Nel Manifesto Marx ed Engels scrivono: “I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare.” E questo significa che non dobbiamo mai aggrapparci a nessuna idea preconcetta e avere paura di guardare risolutamente in faccia la realtà, e basare su quest'atteggiamento mentale le nostre azioni. Ma storicamente i marxisti-leninisti sono stati molto riluttanti, se non del tutto restii, a mettere in discussione i grandi leader del movimento comunista: Marx e Lenin. Non dobbiamo commettere questo errore! Alla fine il vecchio movimento comunista è fallito. Dobbiamo essere creativi ed imparare dai suoi successi e dai suoi fallimenti, in modo che possiamo costruire a partire dal primo e non ripetere di nuovo gli stesi errori, per evitare di suicidarci come forza politica che intende costruire un mondo migliore. [Rivolto ai lettori ndt] A vostro avviso, dall'apertura degli archivi sovietici, è emerso qualcosa di sconvolgente o particolarmente illuminante? Il fatto che praticamente ogni così detta “rivelazione” sui “crimini di Stalin”, fatta da Nikita Khrushchev nel suo famigerato “Rapporto segreto” del 1956, si sia rivelata una menzogna, questo sì è più di quanto mi aspettavo! Pensavo che solo una parte fosse falso, ma non tutto! Il London Telegraph l'ha definito “ciò che molti considerano come il discorso più influente del XX secolo.” Ho constatato che sono ancora ingenuo quando si tratta dell'audacia spudorata degli anticomunisti a mentire sulla storia del movimento comunista. Ingenuo perché non mi dico: “Perché non dovrebbero mentire? Cos'altro potrebbero fare?” Queste sono alcune delle cose che mi hanno sorpreso: NON ci sono prove – zero, proprio nessuna – che gli imputati nei tre famosi processi di Mosca, 1936, 1937 e 1938, fossero innocenti nonostante il fatto che OGNI studioso anticomunista sostenga il contrario, come si trattasse di qualcosa che fosse già stato provato, o fosse “ovvio”; TUTTE le prove che abbiamo indicano che Leon Trotsky, nei fatti, in qualche modo cospirò con i nazisti, mentre NON ci sono prove che tendano a discolparlo da quanto è emerso. Tutte le prove, e adesso ne abbiamo un sacco, portano alla conclusione che il Maresciallo Tukachevsky, ed altri militari di alto rango condannati con lui nel Giugno del 1937, erano colpevoli. In breve, sono rimasto colpito dall'estensione in cui gli anticomunisti - e i trotskyisti - hanno mentito, avendo torto, sulla storia del movimento comunista. Non soltanto su Stalin e sull'URSS, ma sull'intero movimento comunista.

Sulla Guerra civile spagnola, per esempio, ho pubblicato qualcosa su alcune di queste menzogne. "Anatomy of a Fraudulent Scholarly Work: Ronald Radosh's Spain Betrayed", in Cultural Logic, 2003. “Fraudulent Anti-Communist Scholarship From A ‘Respectable’ Conservative Source: Prof. Paul Johnson” (“Fraudolenta erudizione anticomunista da una 'Rispettabile' fonte conservatrice: il Prof. Paul Johnson”) Ho fatto delle ricerche e scritto un altro paio di articoli per esporre le menzogne anticomuniste sul ruolo dei comunisti nella Guerra civile spagnola. Spero di pubblicarli a breve. Appena un elemento da queste ricerche: abbiamo un'eccellente prova che gli agenti nazisti erano, nei fatti, coinvolti con il POUM e i trotskyisti nella pianificazione della rivolta contro la Repubblica spagnola nel Maggio 1937, i cosiddetti “Giorni di Maggio”. Ancora: il noto libro di George Orwell “Omaggio alla Catalogna” è senza senso ad eccezione delle esperienze che Orwell fece in prima persona. Eppure questo singolo libro è tutto quello che la maggior parte delle persone ha mai letto sulla Guerra civile spagnola! Per inciso, ho trovato un certo numero di flagranti menzogne anticomuniste nel nuovo libro di Anthony Beevor sulla guerra civile spagnola, “The Battle for Spain” (2006). Non so se avrò il tempo per una sua vera e propria revisione, come ho fatto con il libro fraudolento di Radosh, probabilmente scriverò qualcosa di più breve.

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LE PURGHE NEL PARTITO COMUNISTA SOVIETICO NEGLI ANNI ‘30 Parte I

Presentazione ed estratto da The class struggle during the thirties in the Soviet Union di Mario Sousa, a cura di Ella Rule della Stalin Society di Londra

FONTE

(Traduzione di Guido Fontana Ros Redazione Noicomunisti)

Le “purghe”,vale a dire le espulsioni dal Partito comunista sovietico nel corso del 1930, sono tra gli argomenti preferiti dai propagandisti borghesi. Questa tematica viene periodicamente fatta risaltare nei mass media borghesi al fine di fornire al pubblico un resoconto completamente menzognero e falso delle “purghe”, dei processi politici e dell'Unione Sovietica di quel periodo. Il loro scopo è quello di diffamare il socialismo e l'Unione Sovietica, al fine di scoraggiare le persone ad ascoltare i comunisti in modo che si accetti come eterno il capitalismo. Questo è il motivo per cui è importante diffondere la verità su questo capitolo della storia dell'Unione Sovietica, sia al fine di contrastare le menzogne ​​borghesi, che di comprendere le difficoltà che i bolscevichi affrontarono durante il periodo di transizione rivoluzionaria. Joseb Besarionis Dze Jughašvili, Stalin

Dati del 1930/40 Cominciamo, fornendo al lettore un quadro dell'Unione Sovietica nel 1930/40, un decennio decisivo nella sua storia. Tra le altre cose, nel corso del 1930 si realizzarono sia il primo e il secondo piano quinquennale che la collettivizzazione dell'agricoltura. Il reddito nazionale aumentò da 29 milioni di rubli nel 1929 a 105 milioni nel 1938, un incremento del 360 % in dieci anni, un risultato unico nella storia dell'industrializzazione!

Nel corso del 1930/40, la produzione in Unione Sovietica crebbe ad un ritmo senza precedenti. All'inizio del 1930 il valore totale della produzione industriale fu di 21 milioni di rubli. Otto anni più tardi, tuttavia, questo valore era salito sopra 100 milioni di rubli (entrambe queste cifre si basano sui prezzi degli anni 1926-1927). La produzione industriale del paese era aumentata di quasi cinque volte in otto anni! All'inizio del 1930, la superficie messa a colture di vario genere era di 118 milioni di ettari. Nel 1938 salì a 136,9 milioni di ettari. Allo stesso tempo, la collettivizzazione dell'agricoltura fu completata, nel corso della quale i giganteschi problemi connessi con la collettivizzazione e la modernizzazione furono superati. All'inizio del 1930 l'Unione Sovietica aveva 34.900 trattori, ma nel 1938 ne aveva 483.500. Il numero di trattori era aumentato quasi di quattordici volte in otto anni. Nello stesso periodo il numero di mietitrebbie era passato da 1.700 a 153.500 e il numero di macchine per la raccolta da 4.300 a 130.800. Trattori sovietici degli anni '30

Nel 1930 anche lo sviluppo culturale dell'Unione Sovietica avanzò a passi da gigante. Il numero di studenti in tutte le scuole nel 1929 era di circa 14 milioni. Nel 1938 il numero era salito a circa 34 milioni , e in quel periodo gli studenti in tutti i tipi di corsi, considerando anche quelli a part-time, ammontava a più di 47 milioni. Quasi un terzo di tutti i cittadini erano coinvolti nel sistema scolastico. All'inizio del 1930, l'analfabetismo in Unione Sovietica era ancora al 33% (rispetto al 67% del 1913). Nel 1938 l'analfabetismo era stato di gran lunga completamente debellato. Durante questo periodo il numero di studenti nei gradi di istruzione più elevati era quasi triplicato, da 207.000 a 601.000. Il numero di biblioteche nel 1938 era di 70.000 rispetto alle 40.000 del 1933. Il numero di libri presenti in queste lbiblioteche nel 1938 aveva raggiunto l'impressionante cifra di 126 milioni di volumi, rispetto agli 86 milioni del 1933. Durante gli anni Trenta un'altra misura, dimostrante la forza ideologica e materiale dell'Unione Sovietica, nonché il suo impegno per l'uguaglianza di tutti i cittadini, venne attuata, vale a dire, l'introduzione del requisito che tutta l'istruzione elementare doveva essere nelle lingua delle diverse nazionalità. Ciò richiese una quantità colossale di lavoro sul fronte culturale, con la produzione di un gran numero di libri nuovi, libri di testo e altro materiale didattico, in alcune lingue che quasi non esistevano in forma scritta. Venne pubblicata per la prima volta nelle loro lingue, letteratura per le diverse nazionalità. E’ in questo contesto che la lotta di classe in Unione Sovietica nel corso del 1930/40 venne effettuata e questo deve essere tenuto presente durante la lettura di questo opuscolo.

Lo sviluppo del partito comunista A milioni, a partire dal 1930, nuovi membri entrarono nel PCUS (b) partecipando alla lotta per la produzione e lo sviluppo sociale. Il grande afflusso di persone e l'enorme aumento della produzione che ebbero luogo, tuttavia, presentarono il loro lato negativo. Il partito fu costretto a valutare il lavoro di partito e sociale dei membri vecchi e nuovi e di espellere o eliminare coloro le cui prestazioni non corrispondevano a quanto è richiesto a dei comunisti.

In questo periodo, la minaccia esterna contro l'Unione Sovietica aumentò. Oltre all'embargo, agli atti di sabotaggio e alla minaccia di aggressione dei paesi capitalisti, un nuovo nemico emerse. L’obiettivo di quest’ultimo era la frantumazione della Unione Sovietica socialista e l'annientamento degli Slavi come popolo. Il nazismo salì al potere in Germania nel gennaio del 1933 dopo aver promesso, tra le altre cose, di schiacciare il comunismo, conquistare nuove colonie in Oriente e di usare i popoli come schiavi nell'economia tedesca. La crescita dell'Unione Sovietica nel corso del 1930, poi, era vitale. Fu la base stessa per la vittoria dell'Unione Sovietica sulla Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale. La lotta contro le carenze all'interno del Partito Comunista e le purghe erano essenziali al fine di conseguire successi nello sviluppo della produzione e garantire la difesa del paese. Gli storici borghesi raramente menzionano questo.

Secondo la mitologia borghese, le purghe furono una sanguinosa persecuzione di coloro che criticavano il regime; erano il mezzo con cui una burocrazia assetata di potere faceva uso di una vasta struttura amministrativa e dell'apparato della violenza di stato, insieme a una crudeltà eccessiva, per uccidere letteralmente, secondo tali storici, una opposizione non solo progressista, ma anche una vera opposizione di socialisti e comunisti. La mano che guidava questa persecuzione era naturalmente quella di Stalin, che viene descritto come affetto da comportamento paranoico. Secondo la borghesia, Stalin aveva un piano a lungo termine per uccidere tutti gli avversari e tutti i vecchi bolscevichi, al fine di assicurarsi il potere assoluto. Vedremo fino a che punto questo mito è stato smontato da storici borghesi onesti con accesso a materiale d'archivio sovietico. La città di Smolensk dopo la battaglia del 1941 Gli archivi di Smolensk Molto prima che Gorbaciov aprisse gli archivi sovietici, un vasto materiale d'archivio dal 1945 era nel già nelle mani dell'Occidente e degli Stati Uniti. Quando la Germania nazista invase l'Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, raggiunse nel momento di maggiore avanzata le periferie di Mosca e Leningrado. Le truppe tedesche a partire dal 1941, avevano occupato la zona occidentale della Russia che aveva come centro la città di Smolensk. A Smolensk i tedeschi trovarono gli archivi della regione occidentale, che per qualche motivo non erano stati distrutti dalle truppe sovietiche in ritirata. Questi archivi furono trasportati in Germania in quello stesso anno. Alla fine della guerra, nel 1945 gli archivi di Smolensk vennero a trovarsi nella zona di occupazione americana della Germania. Anche se appartenevano alla Unione Sovietica, un alleato degli Stati Uniti di quel momento, i generali americani che ne erano in possesso, naturalmente nell'interesse del capitalismo, li trasferirono negli Stati Uniti. Questi archivi di Smolensk oggi si trovano presso i National Archives degli USA Gli archivi Smolensk sono molto vasti. Con poche eccezioni, tutte le azioni più importanti del Partito Comunista della regione occidentale sono raccolti lì: dagli elenchi dei membri del partito, dalle direttive politiche a tutti i livelli, agli estratti di discussioni e dibattiti durante le riunioni, comprese quelle della principale istituzione della zona, vale a dire, l'Organizzazione di Presidenza. Tutti gli aspetti della vita politica sono inclusi, dalle politiche agricole e dalle strategie industriali alla pianificazione delle vacanze annuali dei lavoratori. Pure i documenti del Partito relativi alle “purghe” nella regione occidentale sono conservati lì. Gli archivi di Smolensk dovrebbero essere una miniera d'oro per tutti coloro che cercano una panoramica del funzionamento della società sovietica. Eppure, gli archivi di Smolensk sono stati utilizzati molto poco.

Dopo la battaglia di Smolensk....

Fatti nuovi sostengono conclusioni nuove

Bisogna attendere il 1985 prima che venga pubblicato un libro basatesi su un esame vero e proprio degli archivi dì Smolensk. Questo libro si intitola “Origins of the Great Purges - The Soviet Communist Party Reconsidered, 1933 - 1938,” del professore di storia americana J. Arch Getty. Ci fornisce statistiche e altri documenti di grande valore per lo studio della storia dell'Unione Sovietica. Getty stesso è un autore borghese con limitata capacità di capire le condizioni della lotta di classe in Unione Sovietica. In un libro successivo, The Road to Terror, che dovrebbe dimostrare che i bolscevichi si sono sterminati nel corso del 1930 a seguito di una lotta intestina, non vi è per esempio, una parola sui più grandi sviluppi sociali che mai fossero avvenuti nella storia dell'umanità! Quelli che avevano avuto luogo in Unione Sovietica nel corso degli anni ’30. Non una parola su questo! Eppure, per la maggior parte degli anni Trenta, l'Unione Sovietica stava lottando contro il tempo per preparare le difese del paese di fronte alla minaccia di invasione da parte della Germania nazista. Se non si accorda la dovuta importanza a questo fatto, si sarà, naturalmente e inevitabilmente condotti a trarre conclusioni errate. Se i bolscevichi si fossero sterminati a vicenda, invece di sviluppare il paese, per quanto possibile e di costruire le sue difese, i nazisti avrebbero vinto la guerra e sradicato dalla faccia della terra, l'Unione Sovietica e il popolo slavo. Arch Getty almeno contraddice uno storico precedente, il suo collega americano Merle Fainsod, che ebbe anche accesso agli archivi di Smolensk, ma che sostenne nel suo libro “Smolensk sotto il regime sovietico” che l'assassinio di Kirov nel dicembre del 1934 causò una nuova spirale di quasi continue purghe che si diffusero in cerchie sempre più ampie e che fecero sorgere un crescendo di annientamento della virtuale distruzione della direzione del Partito dell’Oblast nel 1937. La ricerca di Arch Getty contraddice totalmente questo risultato.

Una breve storia prima delle “purghe” del 1920 Dopo la vittoria della rivoluzione, quando il Partito comunista era diventato il partito di governo, la leadership del Partito e Lenin furono costretti a riconoscere che alcuni elementi indesiderati erano penetrati nel partito e nell'apparato statale. Si trattava di persone che volevano fare una carriera attraverso l'adesione del Partito. All'ottava Conferenza del Partito, nel mese di dicembre del 1919, Lenin espose questo problema. Secondo Lenin era naturale, da un lato, che tutti i peggiori elementi dovessero aderire al partito di governo solo perché era il partito di governo. Per questo motivo era importante valutare il contributo dei membri del partito. Su proposta di Lenin, il partito effettuò una nuova registrazione di tutti i membri del partito. Ogni membro dovette rispondere delle sue azioni prima di esserne membro; quelli che furono considerati inaffidabili vennero esclusi. Questa fu la prima purificazione dell'apparato del partito. Questo metodo, rafforzare il partito mediante lo spurgo degli elementi opportunisti, fu quello che caratterizzò il Partito Comunista per molti anni a venire. I comportamenti che giustificarono l'epurazione dei membri del Partito includevano la corruzione, la passività, le violazioni della disciplina di partito, l'alcolismo, la criminalità e l'antisemitismo. Per gli individui borghesi e per i kulak che nascondevano la loro origine di classe, l'espulsione era certa, a differenza di quelli che, quando erano stati accettati nel partito avevano ammesso il loro retroterra di classe. Ex ufficiali zaristi che avevano nascosto il loro passato furono inevitabilmente espulsi. Tutti coloro che erano stati espulsi poterono a loro volta fare ricorso alla Commissione Centrale di controllo ed i loro casi furono poi riesaminati a un livello superiore. Come vedremo in seguito, un numero relativamente alto venne riammesso. Le decisioni nelle assemblee di centinaia di membri erano, di regola, più rigorose di quelle prese dagli organi centrali del Partito. Il Comitato Centrale del Partito, che aveva dato inizio alle “purghe” e deciso la loro forma, cercò di incoraggiare a parlare i membri al livello di base, al fine di reprimere i funzionari corrotti e i loro complici. Questo si rivelò un lavoro difficile. I burocrati corrotti conoscevano migliaia di trucchi per sfuggire alle critiche e alle situazioni difficili. Invece, la maggior parte degli espulsi erano membri ordinari, che spesso non potevano difendersi contro le accuse di passività, ignoranza politica o di cattiva abitudine di bere, proposte da parte dei segretari di partito.

Le "purghe" del 1920 Dopo la riregistrazione del 1919, Lenin e la direzione del partito rilevarono che vi erano ancora notevoli carenze nel Partito. La nuova iscrizione non aveva raggiunto il suo scopo. Un gran numero di nuovi membri continuò a essere inserito nel Partito, senza riguardo per alla direttiva secondo cui solo i lavoratori e gli elementi affidabili di altre classi dovevano essere ammessi. Nuove “purghe” ebbero luogo nel 1921, 1928 e 1929.

Nella Tabella 1 si può vedere la percentuale di membri che furono espulsi in queste occasioni. Negli anni, il tasso di espulsione di membri del partito variò dal 3 al 5% degli iscritti.

Tabella 1 Grandi purghe nel partito negli anni ‘20 anno

Motivo della purga

Percentuale di espulsi 1919

Riregistrazione

10-15 1921

Purga

25 1928

Monitoraggio (solo 7 regioni)

13 1929

Purghe

11

Per quanto riguarda le purghe del 1929, la tabella 2 fornisce una descrizione dettagliata delle cause. Essa ci fornisce, in realtà una buona informazione ed elimina almeno il mito che le purghe erano un modo di eliminare l'opposizione all'interno del Partito. Nel 1929, 1.530.000 membri del partito subirono il processo di eliminazione. Di questi, circa 170.000, o l’11%, vennero espulsi. Quando presentarono appello alla Commissione Centrale di Controllo, 37.000 furono riammessi (22 per cento degli espulsi). A Smolensk, ben il 43 per cento degli espulsi furono riammessi. In un ulteriore esame, si scopre che la stragrande maggioranza erano comuni membri della classe lavoratrice, che erano stati espulsi da funzionari locali del partito per passività. Nessun riguardo fu adottato per le condizioni di vita che resero più difficile a questi membri la partecipazione alle attività del partito.

La purga del partito nel 1929 Motivi di espulsione

Percentuale Difetti nel comportamento personale

22 Elementi stranieri o connessioni con essi

17 Passività

17 Reati

12 Violazioni della disciplina di Partito

10 Altri motivi

22 Totale

100

Secondo Getty, quelli espulsi per motivi politici come creazione di fazioni o attività di opposizione furono inclusi nel 10% di espulsi per violazione della disciplina di Partito. I primi costituiscono il 10% di questo 10%. Così, le espulsioni per motivi politici non erano più dell’1% di tutte le espulsioni effettuate durante le purghe del 1929. Si compari questo dato con il mito prevalente che gli “stalinisti eliminano tutti gli oppositori”. Inoltre, la borghesia sostiene sempre che gli espulsi incontrassero successivamente la morte certa nei campi di lavoro del Gulag o scomparissero. La realtà è diversa. Tra gli espulsi, solo coloro che avevano commesso reati - furto, appropriazione indebita, ricatto, sabotaggio o simili - e che furono processati in tribunale ricevettero qualche punizione. Per gli altri che furono espulsi, la vita continuò come al solito - senza gli obblighi che accompagnavano l'adesione, ma anche senza il sostegno che l'associazione al Partito forniva.

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 Come precipitare un dio all'inferno

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il Rapporto Chruscev

Un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano»

Se analizziamo oggi Sul culto della personalità e le sue conseguenze, letto da Chruscév in una seduta riservata del Congresso del Pcus e divenuto poi celebre come Rapporto segreto, una caratteristica balza subito agli occhi: siamo in presenza di una requisitoria che si propone di liquidare Stalin sotto ogni aspetto. A essere responsabile di crimini orrendi era un indivi¬duo spregevole sia sul piano morale sia su quello intellettuale. Oltre che spietato, il dittatore era anche risibile: conosceva il paese e la situazione agricola «solo per mezzo dei film»; e, per di più, di film che «abbellivano» la realtà sino al punto da renderla irriconoscibile. Più che da una logica politica o realpolitica, la repressione sanguinosa da lui scatenata era stata dettata dal capriccio personale e da una patologica libido dominandi. Emergeva così il ritratto – osservava compiaciuto Deutscher nel giugno 1956, folgorato dalle "rivelazioni" di Chruscév e dimentico del rispettoso e a tratti ammirato ritratto di Stalin da lui tracciato tre anni prima – di un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano». Il despota spietato era stato così privo di scrupoli da essere sospettato di aver trama¬to l'assassinio di quello che era o sembrava essere il suo migliore amico, Kirov, in modo da poter accusare di questo crimine e liquidare l'uno dopo l'altro gli oppositori, reali o potenziali, veri o immaginari, del pote¬re. Né la spietata repressione si era abbattuta solo su individui e gruppi politici. No, essa aveva comportato «le deportazioni di massa di intere popolazioni», arbitrariamente accusate e condannate in blocco per conni¬venza col nemico. Ma almeno aveva Stalin contribuito a salvare il suo paese e il mondo dall'orrore del Terzo Reich? Al contrario – incalzava Chruscév – la Grande guerra patriottica era stata vinta nonostante la fol¬lia del dittatore: era stato solo grazie alla sua imprevidenza, alla sua ostinazione, alla cieca fiducia da lui riposta in Hitler che le truppe del Terzo Reich erano riuscite inizialmente ad irrompere in profondità nel territorio sovietico, seminando morte e distruzione su larghissima scala.

Sì, per colpa di Stalin, al tragico appuntamento l'Unione Sovietica era giunta impreparata e indifesa: «Noi avevamo cominciato a modernizzare il nostro equipaggiamento militare solo alla vigilia della guerra. All'inizio della guerra eravamo privi anche di un numero di fucili sufficiente per armare gli effettivi mobilitati». Come se tutto ciò non ba¬stasse, «dopo le prime disfatte e i primi disastri al fronte» il responsabile di tutto ciò si era abbandonato allo scoramento e persino all'apatia. Vinto dalla sensazione della disfatta («Tutto ciò che Lenin aveva creato noi l'abbiamo perduto per sempre»), incapace di reagire, Stalin «si astenne per lungo tempo dal dirigere le operazioni militari e smise di occuparsi di qualunque cosa» 4. È vero, trascorso qualche tempo, pie¬gandosi finalmente alle insistenze degli altri membri dell'Ufficio politi¬co, era tornato al suo posto. Non l'avesse mai fatto! A dirigere monocra¬ticamente, anche sul piano militare, l'Unione Sovietica impegnata in una prova mortale era stato un dittatore così incompetente da non avere alcuna «familiarità con la condotta delle operazioni militari». È un capo d'accusa su cui il Rapporto segreto insiste con forza: «Bisogna tener pre¬sente che Stalin preparava i suoi piani su di un mappamondo. Sì, com¬pagni, egli segnava la linea del fronte sul mappamondo». Nonostante tutto, la guerra si era felicemente conclusa; e, tuttavia, la paranoia san¬guinaria del dittatore si era ulteriormente aggravata. A questo punto si può considerare completo il ritratto del «degenerato mostro umano» che emerge, secondo l'osservazione di Deutscher, dal Rapporto segreto.

Erano trascorsi appena tre anni dalle manifestazioni di cordoglio provocate dalla morte di Stalin, e così forte e persistente era ancora la sua popolarità che, almeno in URSS, la campagna lanciata da Chruscév incontrò inizialmente una «forte resistenza»:

Il 5 marzo 1956 gli studenti a Tiblisi scesero in strada per deporre fiori al monu¬mento a Stalin in occasione del terzo anniversario della sua morte e questo gesto in onore di Stalin si trasformò in una protesta contro le deliberazioni del xx Congres¬so. Le dimostrazioni e le assemblee proseguirono per cinque giorni, finché, la sera del 9 marzo, furono mandati carri armati in città per restaurare l'ordine .

Forse questo spiega le caratteristiche del testo che stiamo esaminando. In URSS e nel campo socialista era in corso un'aspra lotta politica, e il ritratto caricaturale di Stalin serviva egregiamente a delegittimare gli "stalinisti" che potevano fare ombra al nuovo leader. Il «culto della persona¬lità», che sino a quel momento aveva imperversato, non consentiva giu¬dizi più sfumati: occorreva precipitare un dio nell'inferno. Qualche de¬cennio Prima, nel corso di un'altra battaglia politica dalle caratteristiche diverse, ma non meno aspra, Trockij aveva tracciato anche lui un ritrat¬to di Stalin teso non solo a condannarlo sul piano politico e morale, ma anche a ridicolizzarlo sul piano personale: si trattava di un «piccolo pro¬vinciale», di un individuo caratterizzato sin dagli inizi da un'irrimedia¬bile mediocrità e goffaggine, che dava regolarmente cattiva prova di sé in ambito politico, militare e ideologico, che non riusciva mai a dismet¬tere la «rozzezza del contadino». Certo, nel 1913 aveva pubblicato un saggio di innegabile valore teorico (Il marxismo e il problema delle nazio¬nalità), ma il vero autore era Lenin, mentre il firmatario andava inserito nella categoria degli «usurpatori» dei «diritti intellettuali» del grande rivoluzionario.

Tra i due ritratti non mancano i punti di contatto. Chruscév insi¬nua che il vero mandante dell'assassinio di Kirov era stato Stalin, ma quest'ultimo era stato accusato o sospettato da Trockij di aver con la sua «ferocia mongolica» accelerato la morte di Lenin'. Il Rapporto segreto rimprovera a Stalin la fuga codarda dalle sue responsabilità agli inizi del¬l'aggressione hitleriana, ma già il 2 settembre 1939, con largo anticipo ri¬spetto all'operazione Barbarossa, Trockij aveva scritto che la «nuova ari¬stocrazia» al potere a Mosca era fra l'altro caratterizzata dalla «sua inca¬pacità di condurre una guerra»; la «casta dominante» in Unione Sovieti¬ca era destinata ad assumere l'atteggiamento «proprio di tutti i regimi destinati al tramonto: "dopo di noi il diluvio"».

Largamente convergenti tra di loro, sino a che punto questi due ri¬tratti resistono all'indagine storica? Conviene cominciare ad analizzare il Rapporto segreto che, ufficializzato da un Congresso del Pcus e dai massimi dirigenti del partito al potere, si impone subito come la rivela-zione di una verità a lungo

repressa ma ormai incontestabile.

 La Grande guerra patriottica e le «invenzioni» di Chruscév

A partire da Stalingrado e dalla disfatta inflitta al Terzo Reich (ad una potenza che pareva invincibile), Stalin aveva acquisito enorme prestigio in tutto il mondo. E, non a caso, su questo punto Chruscév si sofferma in modo particolare. Egli descrive in termini catastrofici l'impreparazio¬ne militare dell'Unione Sovietica, il cui esercito, in alcuni casi, sarebbe stato sprovvisto persino dell'armamento più elementare. Direttamente contrapposto è il quadro emergente da uno studio che sembra pervenire dagli ambienti della Bundeswehr e che comunque fa largo uso dei suoi archivi militari. Vi si parla della «molteplice superiorità dell'Armata ros¬sa in carri armati, aerei e pezzi d'artiglieria»; d'altro canto, «la capacità industriale dell'Unione Sovietica aveva raggiunto dimensioni tali da po¬ter procurare alle forze armate sovietiche un armamento pressoché inimmaginabile». Esso cresce a ritmi sempre più serrati man mano che ci si avvicina all'operazione Barbarossa. Un dato è particolarmente elo¬quente: se nel 1940 l'Unione Sovietica produceva 358 carri armati del tipo più avanzato, nettamente superiori a quelli a disposizione degli altri eserciti, nel primo semestre dell'anno successivo ne produceva 1.503 . A loro volta, i documenti provenienti dagli archivi russi dimostrano che, almeno nei due anni immediatamente precedenti l'aggressione del Ter¬zo Reich, Stalin è letteralmente ossessionato dal problema dell'«incre¬mento quantitativo» e del «miglioramento qualitativo dell'intero appa-rato militare». Alcuni dati sono di per sé eloquenti: se nel primo piano quinquennale ammontano al 5,4% delle spese statali complessive, nel 1941 gli stanziamenti per la difesa salgono al 43,4%; «nel settembre 1939, su ordine di Stalin il Politbjuro prese la decisione di costruire entro il 1941 nove nuove fabbriche per la produzione di aerei»; al momento del¬l'invasione hitleriana «l'industria aveva prodotto 2.700 aerei moderni e 4.300 carri armati». A giudicare da questi dati, tutto si può dire, tran¬ne che l'URSS sia giunta impreparata al tragico appuntamento con la guerra.

D'altro canto, già un decennio fa una storica statunitense ha inferto un duro colpo al mito del crollo e della fuga dalle sue responsabilità da parte del dirigente sovietico subito dopo l'inizio dell'invasione nazista: «per quanto scosso, il giorno dell'attacco Stalin indisse una riunione di undici ore con capi di partito, di governo e militari, e nei giorni succes¬sivi fece lo stesso». Ma ora abbiamo a disposizione il registro dei visi¬tatori dell'ufficio di Stalin al Cremlino, scoperto agli inizi degli anni no¬vanta: risulta che sin dalle ore immediatamente successive all'aggressio¬ne il leader sovietico si impegna in una fittissima rete di incontri e ini¬ziative per organizzare la resistenza. Sono giorni e notti caratterizzati da un'«attività [ ... ] estenuante», ma ordinata. In ogni caso, «l'intero episo¬dio [raccontato da Chruscév] è totalmente inventato», questa «storia è falsa». In realtà sin dagli inizi dell'operazione Barbarossa, Stalin non solo prende le decisioni più impegnative, impartendo disposizioni per lo spostamento della popolazione e degli impianti industriali dalla zona del fronte, ma «controlla tutto in modo minuzioso, dalla grandezza e dalla forma delle baionette sino agli autori e ai titoli degli articoli della "Pravda"». Non c'è traccia né di panico né di isteria. Leggiamo la nota di diario e la testimonianza di Dimitrov: «Alle 7 di mattina mi hanno chiamato con urgenza al Cremlino. La Germania ha attaccato l'URSS. E' iniziata la guerra [ ... ]. Sorprendente calma, fermezza, sicurez¬za in Stalin e in tutti gli altri». Ancora di più colpisce la chiarezza di idee. Non si tratta solo di procedere alla «mobilitazione generale delle nostre forze». È necessario anche definire il quadro politico. Sì, «solo i comunisti possono vincere i fascisti», ponendo fine all'ascesa apparente¬mente irresistibile del Terzo Reich, ma non bisogna perdere di vista la reale natura del conflitto: “I partiti [comunisti] sviluppano sul posto un movimento in difesa dell'URSS. Non porre la questione della rivoluzio¬ne socialista. Il popolo sovietico combatte una guerra patriottica contro la Germania fascista. Il problema è la disfatta del fascismo, che ha asser¬vito una serie di popoli e tenta di asservire anche altri popoli».

La strategia politica che avrebbe presieduto alla Grande guerra pa¬triottica è ben delineata. Già alcuni mesi prima Stalin aveva sottolineato che, all'espansionismo dispiegato dal Terzo Reich «all'insegna dell'as¬servimento, della sottomissione degli altri popoli», questi rispondevano con giuste guerre di resistenza e liberazione nazionale. D'altro canto, a coloro che scolasticamente contrapponevano patriotti¬smo e internazionalismo, l'Internazionale comunista aveva provveduto a rispondere ancora una volta già prima dell'aggressione hitleriana, come risulta dalla nota di diario di Dimitrov del 12 maggio 1941:

Bisogna sviluppare l'idea che coniuga un sano nazionalismo, correttamente inteso, con l'internazionalismo proletario. L'internazionalismo proletario deve poggiare su questo nazionalismo nei singoli paesi [... ]. Tra il nazionalismo correttamente inteso e l'internazionalismo proletario non c'è e non può esserci contraddizione. Il cosmopolitismo senza patria, che nega il sentimento nazionale e l'idea di patria, non ha nulla da spartire con l'internazionalismo proletario.

Ben lungi dall'essere una reazione improvvisata e disperata alla situazio¬ne venutasi a creare con lo scatenamento dell'operazione Barbarossa, la strategia della Grande guerra patriottica esprimeva un orientamento teorico maturato da tempo e di carattere generale: l'internazionalismo e la causa internazionale dell'emancipazione dei popoli avanzavano con-cretamente sull'onda delle guerre di liberazione nazionale, rese necessa¬rie dalla pretesa di Hitler di riprendere e radicalizzare la tradizione colo¬niale, assoggettando e schiavizzando in primo luogo le presunte razze servili dell'Europa orientale. Sono i motivi ripresi nei discorsi e nelle di-chiarazioni pronunciati da Stalin nel corso della guerra: essi costituiro¬no «significative pietre miliari nella chiarificazione della strategia milita¬re sovietica e dei suoi obbiettivi politici e giocarono un ruolo importan¬te nel rafforzare il morale popolare»; ed essi assunsero un rilievo anche internazionale, come osservava contrariato Goebbels a proposito del¬l'appello radio del 3 luglio 1941, che «suscita enorme ammirazione in In¬ghilterra e negli USA».

 

Una serie di campagne di disinformazione e l'operazione Barbarossa

Persino sul piano della condotta militare vera e propria il Rapporto segre¬to ha smarrito ogni credibilità. Secondo Chruscév, incurante degli «av¬vertimenti» che da più parti gli provenivano circa l'imminenza dell'in¬vasione, Stalin va irresponsabilmente incontro allo sbaraglio. Che dire di questa accusa? Intanto, anche le informazioni provenienti da un pae¬se amico possono risultare errate: ad esempio, il 17 giugno 1942 Franklin Delano Roosevelt mette in guardia Stalin contro un imminente attacco giapponese, che poi non si verifica. Soprattutto, alla vigilia dell'ag¬gressione hitleriana l'URSS è costretta a districarsi tra gigantesche mano¬vre di diversione e di disinformazione. Il Terzo Reich s'impegna massic¬ciamente a far credere che l'ammassamento di truppe a est miri solo a camuffare l'imminente balzo al di là della Manica, e ciò appare tanto più credibile dopo la conquista dell'isola di Creta. «L'intero apparato statale e militare è mobilitato», annota compiaciuto Goebbels sul suo diario (31 maggio 1941), per inscenare la «prima grande ondata mimetiz¬zatrice» dell'operazione Barbarossa. Ecco allora che «14 divisioni sono trasportate a ovest»; per di più, tutte le truppe schierate sul fronte oc¬cidentale sono messe in stato di massima allerta. Circa due settimane dopo l'edizione berlinese del "Vólkischer Beobachter" pubblica un arti¬colo che addita l'occupazione di Creta come modello per la progettata resa dei conti con l'Inghilterra: poche ore dopo il giornale è sequestrato al fine di dare l'impressione che sia stato maldestramente tradito un se¬greto di enorme importanza. Tre giorni dopo (14 giugno) Goebbels an¬nota sul suo diario: «Le radio inglesi dichiarano già che il nostro spiega¬mento contro la Russia è solo un bluff, dietro il quale cercavamo di na¬scondere i nostri preparativi per l'invasione [dell'Inghilterra]». A que¬sta campagna di disinformazione se ne aggiungeva da parte della Ger-mania un'altra: venivano fatte circolare voci, secondo cui il dispiega¬mento militare a est si proponeva di fare pressioni sull'URSS, eventual¬mente col ricorso ad un ultimatum, perché Stalin accettasse di ridefinire le clausole del patto tedesco-sovietico e si impegnasse ad esportare in maggiore quantità i cereali, il petrolio e il carbone di cui aveva bisogno il Terzo Reich coinvolto in una guerra che non accennava a concludersi. Si mirava cioè a far credere che la crisi fosse solubile con nuove trattative e con qualche concessione supplementare da parte di Mosca. A que¬sta conclusione pervenivano in Gran Bretagna i servizi d'informazione dell'esercito e i vertici militari che ancora il 22 maggio avvertivano il Gabinetto di guerra: «Hitler non ha ancora deciso se perseguire i suoi obbiettivi [in direzione dell'URSS] con la persuasione o con la forza delle armi». Il 14 giugno Goebbels annota soddisfatto sul suo diario: «In generale si crede ancora ad un bluff ovvero a un tentativo di ricatto».

Non bisogna sottovalutare neppure la campagna di disinformazione inscenata sul versante opposto e iniziata già due anni prima: nel novem¬bre 1939, la stampa francese pubblica un fantomatico discorso (pronun¬ciato dinanzi al Politbjuro il 19 agosto di quello stesso anno) in cui Sta¬lin avrebbe esposto un piano per indebolire l'Europa, stimolando al suo interno una guerra fratricida, e poi sovietizzarla. Non ci sono dubbi: si tratta di un falso, che mirava a far saltare il patto di non aggressione te¬desco-sovietico e a indirizzare verso est la furia espansionistica del Terzo Reich. Secondo una diffusa leggenda storiografica, alla vigilia dell'ag¬gressione hitleriana, il governo di Londra avrebbe ripetutamente e di¬sinteressatamente messo in guardia Stalin, il quale però, da buon ditta¬tore, si sarebbe fidato solo del suo omologo berlinese. In realtà, se da un lato comunica a Mosca le informazioni relative all'operazione Barbaros¬sa, dall'altro la Gran Bretagna diffonde voci su un imminente attacco dell'URSS contro la Germania o i territori da essa occupati. Evidente e comprensibile è l'interesse a rendere inevitabile o far precipitare il più rapidamente possibile il conflitto tedesco-sovietico.

Interviene poi il misterioso volo in Inghilterra di Rudolf Hess, chia¬ramente animato dalla speranza di ricostituire l'unità dell'Occidente nella lotta contro il bolscevismo, conferendo così concretezza al pro¬gramma enunciato dal Mein Kampf di alleanza e solidarietà dei popoli germanici nella loro missione civilizzatrice. Gli agenti sovietici all'estero informano il Cremlino che il numero due del regime nazista ha preso la sua iniziativa in pieno accordo col Führer. D'altro canto, personalità di un certo rilievo del Terzo Reich hanno continuato sino all'ultimo a sostenere la tesi secondo la quale Hess aveva agito su incoraggiamento di Hitler. Questi in ogni caso sente il bisogno di inviare immediatamen¬te a Roma il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop al fine di fugare in Mussolini qualsiasi sospetto che la Germania stia tramando una pace separata con la Gran Bretagna. Ovviamente, ancora più for¬te è la preoccupazione da questo colpo di scena suscitata a Mosca, tanto più che ad alimentarla ulteriormente provvede l'atteggiamento del go¬verno britannico: esso non sfrutta la «cattura del vice Führer» al fine di conseguire «il massimo profitto propagandistico, cosa che sia Hitler sia Goebbels si attendevano impauriti»; anzi, l'interrogatorio di Hess – rife¬risce da Londra a Stalin l'ambasciatore Ivan Majskij – è affidato ad un fautore della politica di appeasement. Mentre lasciano la porta aperta ad un riavvicinamento anglosovietico, i servizi segreti di Sua Maestà si im¬pegnano a diffondere le voci, che ormai dilagano, di un'imminente pace separata tra Londra e Berlino; tutto ciò al fine di accrescere la pressione sull'Unione Sovietica (che forse avrebbe cercato di prevenire la paventa¬ta saldatura dell'alleanza tra Gran Bretagna e Terzo Reich con un attac¬co preventivo dell'Armata rossa contro la Wehrmacht) e di rafforzare comunque la capacità contrattuale dell'Inghilterra .

Ben si comprendono la cautela e la diffidenza del Cremlino: era in agguato il pericolo di una riedizione di Monaco su scala ben più larga e ben più tragica. Si può altresì ipotizzare che la seconda campagna di di¬sinformazione inscenata dal Terzo Reich abbia giocato un ruolo. Stan¬do almeno alla trascrizione rinvenuta negli archivi del partito comunista sovietico, pur dando per scontato il coinvolgimento a breve termine dell'URSS nel conflitto, nel discorso rivolto il 5 maggio 1941 ai licenzian¬di dell'Accademia militare Stalin sottolineava come storicamente la Germania avesse conseguito la vittoria quando era stata impegnata su un solo fronte, mentre aveva subito la sconfitta allorché era stata costret¬ta a combattere contemporaneamente a est e a ovest. Ecco, Stalin po¬trebbe aver sottovalutato la sicumera con cui Hitler era pronto ad aggre¬dire l'URSS. D'altro canto, egli ben sapeva che una precipitosa mobilita¬zione totale avrebbe fornito al Terzo Reich su un piatto d'argento il ca¬sus belli, com'era avvenuto allo scoppio della Prima guerra mondiale. C'è comunque un punto fermo: pur muovendosi con circospezione in una situazione assai aggrovigliata, il leader sovietico procede a una «ac¬celerazione dei preparativi di guerra». In effetti, «tra maggio e giugno sono richiamati 800.000 riservisti, a metà maggio 28 divisioni sono di¬slocate nei distretti occidentali dell'Unione Sovietica», mentre procedo¬no a ritmo serrato i lavori di fortificazione delle frontiere e di camuffa¬mento degli obiettivi militari più sensibili. «Nella notte tra 21 e il 22 giu¬gno questa vasta forza è messa in allarme e chiamata a prepararsi per un attacco di sorpresa da parte dei tedeschi».

Per screditare Stalin, Chruscév insiste sulle spettacolari vittorie ini¬ziali dell'esercito invasore, ma sorvola sulle previsioni a suo tempo for¬mulate in Occidente. Dopo lo smembramento della Cecoslovacchia e l'ingresso a Praga della Wehrmacht, lord Halifax aveva continuato a re-spingere l'idea di un riavvicinamento dell'Inghilterra all'URSS facendo ricorso a questo argomento: non aveva senso allearsi con un paese le cui forze armate erano «insignificanti». Alla vigilia dell'operazione Barbarossa o al momento del suo scatenamento i servizi segreti britannici ave¬vano calcolato che l'Unione Sovietica sarebbe stata «liquidata in 8-10 settimane»; a loro volta, i consiglieri del segretario di Stato americano (Henry L. Stimson) avevano previsto il 23 giugno che tutto si sarebbe concluso in un periodo di tempo tra uno e tre mesi. Peraltro, la ful-minea penetrazione in profondità della Wehrmacht – osserva ai giorni nostri un illustre studioso di storia militare – si spiega agevolmente con la geografia:

L'estensione del fronte – 1.800 miglia – e la scarsità di ostacoli naturali offrivano al¬l'aggressore immensi vantaggi per l'infiltrazione e la manovra. Nonostante le di¬mensioni colossali dell'Armata rossa, il rapporto tra le sue forze e lo spazio era così sfavorevole che le unità meccanizzate tedesche potevano trovare agevolmente le oc¬casioni di manovre indirette alle spalle del loro avversario. Inoltre, le città larga¬mente distanziate e dove convergevano strade e ferrovie offrivano all'aggressore la possibilità di puntare su obiettivi alternativi, mettendo il nemico nella difficile si¬tuazione di dover indovinare la reale direzione di marcia e di dover affrontare un dilemma dopo l'altro.

Il rapido delinearsi del fallimento della guerra-lampo

Non bisogna lasciarsi abbagliare dalle apparenze: a ben guardare, il pro¬getto del Terzo Reich di rinnovare a est il trionfale Blitzkrieg realizzato a ovest comincia a rivelarsi problematico già nelle prime settimane del gi¬gantesco scontro. A tale proposito risultano illuminanti i diari di Jo¬seph Goebbels. All'immediata vigilia dell'aggressione egli sottolinea l'ir¬resistibilità dell'imminente attacco tedesco, «senza dubbio il più pode¬roso che la storia abbia mai conosciuto»; nessuno potrà seriamente con¬trastare il «più forte schieramento della storia universale». E dunque: «Siamo dinanzi ad una marcia trionfale senza precedenti. Conside¬ro la forza militare dei russi molto bassa, ancora più bassa di quanto la consideri il Fuhrer. Se c'era e se c'è un'azione sicura, è questa». In realtà non è inferiore la sicumera di Hitler, che qualche mese prima con un diplomatico bulgaro così si era espresso a proposito dell'esercito so¬vietico: è solo una «barzelletta».

Sennonché, sin dall'inizio gli invasori si imbattono, nonostante tut¬to, in spiacevoli sorprese: «Il 25 giugno, in occasione del primo raid su Mosca, la difesa antiaerea si rivela di una tale efficacia che da quel mo¬mento la Luftwaffe è costretta a limitarsi a raids notturni a ranghi ridot¬ti». Bastano dieci giorni di guerra perché comincino a cadere in crisi le certezze della vigilia. Il 2 luglio Goebbels annota nel suo diario: «Nel complesso, si combatte molto duramente e ostinatamente. Non si può in alcun modo parlare di passeggiata. Il regime rosso ha mobilitato il popolo». Gli avvenimenti incalzano e l'umore dei dirigenti nazisti muta in modo radicale, come emerge sempre dal diario di Goebbels.

24 luglio:

Non possiamo nutrire alcun dubbio sul fatto che il regime bolscevico, che esiste da quasi un quarto di secolo, ha lasciato profonde tracce nei popoli dell'Unione So¬vietica [ ... ]. Sarebbe dunque giusto mettere con grande chiarezza in evidenza, di¬nanzi al popolo tedesco, la durezza della lotta che si svolge a est. Bisogna dire alla nazione che questa operazione è molto difficile, ma che possiamo superarla e che la supereremo.

10 agosto:

Nel quartier generale del Führer apertamente si ammette anche che ci si è un po' sbagliati nella valutazione della forza militare sovietica. I bolscevichi rivelano una resistenza maggiore di quella che supponessimo; soprattutto i mezzi materiali a loro disposizione sono maggiori di quanto pensassimo.

19 agosto:

Il Fuhrer è intimamente molto irritato con se stesso per il fatto di essersi lasciato ingannare sino a tal punto sul potenziale dei bolscevichi dai rapporti [degli agenti tedeschi inviati] dall'Unione Sovietica. Soprattutto la sua sottovalutazione dei car¬ri armati e dell'aviazione del nemico ci ha creato molti problemi. Egli ne ha soffer¬to molto. Si tratta di una grave crisi [...1. Messe a confronto, le campagne condotte sinora erano quasi passeggiate [ ... ]. Per quanto riguarda l'ovest il Führer non ha al¬cun motivo di preoccupazione [...1. Col rigore e con l'oggettività di noi tedeschi abbiamo sempre sopravvalutato il nemico, con l'eccezione in questo caso dei bol-scevichi.

16 settembre:

Abbiamo calcolato il potenziale dei bolscevichi in modo del tutto errato.

Gli studiosi di strategia militare sottolineano le difficoltà impreviste in cui in Unione Sovietica subito si imbatte una macchina da guerra pode¬rosa, sperimentata e circonfusa dal mito dell'invincibilità. E' «partico¬larmente significativa per l'esito della guerra orientale la battaglia di Smolensk della seconda metà di luglio del 1941 (finora rimasta nella ri¬cerca ampiamente coperta dall'ombra di altri accadimenti)» . L'osser¬vazione è di un illustre storico tedesco, che riporta poi queste eloquenti note di diario stese dal generale Fedor von Bock il 20 e il 26 luglio:

Il nemico vuole riconquistare Smolensk ad ogni costo e vi fa giungere sempre nuove forze. L'ipotesi espressa da qualche parte che il nemico agisca senza un piano non trova riscontro nei fatti [ ... ]. Si constata che i russi hanno portato a termine intorno al fronte da me costruito in avanti un nuovo compatto spiegamento di forze. In mol¬ti punti essi tentano di passare all'attacco. Sorprendente per un avversario che ha su¬bito simili colpi; deve possedere una quantità incredibile di materiale, infatti le no¬stre truppe lamentano ancora adesso il forte effetto dell'artiglieria nemica.

Ancora più inquieto e anzi decisamente pessimista è l'ammiraglio Wil¬helm Canaris, dirigente del controspionaggio, che, parlando col genera¬le von Bock il 17 luglio, commenta: «Vedo nero su nero».

Non solo l'esercito sovietico non è allo sbando neppure nei primi giorni e nelle prime settimane dell'attacco e anzi oppone «tenace resi¬stenza», ma esso risulta ben guidato, come rivela fra l'altro la «risolutez¬za di Stalin di arrestare l'avanzata tedesca nel punto per lui determinan¬te». I risultati di questa accorta guida militare si rivelano anche sul piano diplomatico: è proprio perché «impressionato dall'ostinato scontro nel¬l'area di Smolensk» che il Giappone, lì presente con osservatori, decide di respingere la richiesta del Terzo Reich di partecipazione alla guerra contro l'Unione Sovietica. L'analisi dello storico tedesco fieramente anticomunista è confermata in pieno da studiosi russi sull'onda del Rap¬porto Chruscév distintisi quali campioni della lotta contro lo "stalinismo": «I piani del Blitzkrieg [tedesco] erano già naufragati alla metà di luglio». In questo contesto non appare formale l'omaggio che il 14 agosto 1941 Churchill e F. D. Roosevelt rendono alla «splendida difesa» dell'esercito sovietico. Anche al di fuori dei circoli diplomatici e governativi, in Gran Bretagna – ci informa una nota di diario di Beatrice Webb – cittadini ordinari e persino di orientamento conservatore mo¬strano «vivo interesse per il coraggio e per l'iniziativa sorprendenti e per il magnifico equipaggiamento delle forze dell'Armata rossa, per l'unico Stato sovrano in grado di contrastare la potenza pressoché mitica della Germania di Hitler». Nella stessa Germania, già tre settimane dopo l'inizio dell'operazione Barbarossa, cominciano a circolare voci che met¬tono radicalmente in dubbio la versione trionfalistica del regime. È quello che emerge dal diario di un eminente intellettuale tedesco di ori¬gine ebraica: a quanto pare, ad est «subiremmo perdite immense, avremmo sottovalutato la forza di resistenza dei russi», i quali «sarebbe¬ro inesauribili in uomini e materiale bellico».

A lungo letta come espressione di insipienza politico-militare o ad¬dirittura di cieca fiducia nei confronti del Terzo Reich, la condotta estremamente cauta di Stalin nelle settimane che precedono lo scoppio delle ostilità appare ora in una luce del tutto diversa: «II concentramen¬to delle forze della Wehrmacht lungo il confine con l'URSS, la violazione dello spazio aereo sovietico e numerose altre provocazioni avevano un unico scopo: attirare il grosso dell'Armata rossa il più vicino possibile al confine. Hitler intendeva vincere la guerra in una singola gigantesca battaglia». A sentirsi attratti dalla trappola sono persino valorosi generali che, in previsione dell'irruzione del nemico, premono per un massiccio spostamento di truppe alla frontiera: «Stalin respinse categoricamente la richiesta, insistendo sulla necessità di mantenere riserve di vasta scala a

considerevole distanza dalla linea del fronte». Più tardi, avendo preso vi¬sione dei piani strategici degli ideatori dell'operazione Barbarossa, il maresciallo Georgij K. Zukov ha riconosciuto la saggezza della linea adottata da Stalin: «Il comando di Hitler contava su uno spostamento del grosso delle nostre forze al confine con l'intenzione di circondarlo e distruggerlo».

In effetti, nei mesi che precedono l'invasione dell'URSS, discutendo coi suoi generali, il Führer osserva: «Problema dello spazio russo. L'am¬piezza infinita dello spazio rende necessaria la concentrazione in punti decisivi». Più tardi, ad operazione Barbarossa già iniziata, in una conversazione egli chiarisce ulteriormente il suo pensiero: «Nella storia mondiale ci sono state sinora solo tre battaglie di annientamento: Can¬ne, Sedan e Tannenberg. Possiamo essere orgogliosi per il fatto che due di esse sono state vittoriosamente combattute da eserciti tedeschi». Sen¬nonché, per la Germania si rivela sempre più elusiva la terza e più gran¬diosa battaglia decisiva di accerchiamento e annientamento agognata da Hitler, il quale una settimana dopo è costretto a riconoscere che l'opera¬zione Barbarossa aveva seriamente sottovalutato il nemico: «la prepara¬zione bellica dei russi dev'essere considerata fantastica». Trasparente è qui il desiderio del giocatore d'azzardo di giustificare il fallimento delle sue previsioni. E, tuttavia, a conclusioni non dissimili giunge lo studio¬so inglese di strategia militare già citato: il motivo della disfatta dei francesi risiede «non nella quantità o qualità del loro materiale bensì nella loro dottrina militare»; per di più, agisce rovinosamente lo schieramen¬to troppo avanzato dell'esercito, che «compromette gravemente la sua duttilità strategica»; un errore simile era stato commesso anche dalla Po¬lonia, favorito «dalla fierezza nazionale e dalla fiducia eccessiva dei mili¬tari». Nulla di tutto ciò si verifica in Unione Sovietica.

Più importante delle singole battaglie è il quadro d'assieme: «II si¬stema staliniano riuscì a mobilitare l'immensa maggioranza della popo¬lazione e la quasi totalità delle risorse»; in particolare, «straordinaria» fu la «capacità dei sovietici», in una situazione così difficile come quella venutasi a creare nei primi mesi di guerra, «di evacuare e poi di ricon¬vertire per la produzione militare un numero considerevole di indu¬strie». Sì, «messo in piedi due giorni dopo l'invasione tedesca, il Comi¬tato per l'evacuazione riuscì a spostare a est 1.500 grandi imprese indu¬striali, al termine di operazioni titaniche di una grande complessità lo¬gistica». Peraltro, questo processo di dislocazione era già iniziato nel¬le settimane o nei mesi che precedono l'aggressione hitleriana, a conferma ulteriore del carattere fantasioso dell'accusa lanciata da Chruscév.

C'è di più. Il gruppo dirigente sovietico aveva in qualche modo in¬tuito le modalità della guerra, che si andava profilando all'orizzonte, già al momento in cui aveva promosso l'industrializzazione del paese: con una radicale svolta rispetto alla situazione precedente, esso aveva identi¬ficato «un punto focale nella Russia asiatica», lontano e al riparo dai pre¬sumibili aggressori. In effetti, su ciò Stalin aveva insistito ripetuta¬mente e vigorosamente. 31 gennaio 1931: s'imponeva la «creazione di un'industria nuova e ben attrezzata negli Urali, in Siberia, nel Kazacha¬stan». Pochi anni dopo, il Rapporto pronunciato il 26 gennaio 1934 al XVII Congresso del Pcus aveva richiamato compiaciuto l'attenzione sul poderoso sviluppo industriale che nel frattempo si era verificato «in Asia centrale, nel Kazachastan, nelle Repubbliche dei Buriati, dei Tatari e dei Baschiri, negli Urali, nella Siberia orientale e occidentale, nell'Estremo Oriente ecc.». Le implicazioni di tutto ciò non erano sfuggite a Troc¬kij che qualche anno dopo, nell'analizzare i pericoli di guerra e il grado di preparazione dell'Unione Sovietica e nel sottolineare i risultati conse¬guiti dall'«economia pianificata» in ambito «militare», aveva osservato: «L'industrializzazione delle regioni remote, principalmente della Sibe¬ria, conferisce alle distese delle steppe e delle foreste un'importanza nuova». Solo ora i grandi spazi assumevano tutto il loro valore e ren¬devano più problematica che mai la guerra-lampo tradizionalmente agognata e preparata dallo stato maggiore tedesco.

È proprio sul terreno dell'apparato industriale edificato in previsio¬ne della guerra che il Terzo Reich è costretto a registrare le sorprese più amare, come emerge da due commenti di Hitler. 29 novembre 1941: «Com'è possibile che un popolo così primitivo possa raggiungere simili traguardi tecnici in così poco tempo?». 26 agosto 1942: «Per quanto riguarda la Russia, è incontestabile che Stalin ha elevato il tenore di vita. Il popolo russo non soffriva la fame [al momento dello scatenamento dell'operazione Barbarossa]. Nel complesso occorre riconoscere: sono state costruite officine dell'importanza delle Hermann Goering Werke là dove fino a due anni fa non esistevano che villaggi sconosciuti. Trovia¬mo linee ferroviarie che non sono indicate sulle carte».

A questo punto conviene dare la parola a tre studiosi fra loro assai diversi (l'uno russo e gli altri due occidentali). Il primo, che ha a suo tempo diretto l'Istituto sovietico di storia militare e che ha condiviso l'antistalinismo militante degli anni di Gorbacev, sembra ispirato dal-l'intenzione di riprendere e radicalizzare la requisitoria del Rapporto Chruscév. E, tuttavia, dai risultati stessi della sua ricerca egli si sente co¬stretto a formulare un giudizio assai più sfumato: senza essere uno specialista e tanto meno il genio dipinto dalla propaganda ufficiale, già ne¬gli anni che precedono lo scoppio della guerra Stalin si occupa intensa¬mente dei problemi della difesa, dell'industria della difesa e dell'econo¬mia di guerra nel suo complesso. Sì, sul piano strettamente militare, solo attraverso tentativi ed errori anche gravi e «grazie alla dura prassi della quotidiana vita militare», egli «apprende gradualmente i principi della strategia» In altri campi, però, il suo pensiero si rivela «più sviluppato di quello di molti leader militari sovietici». Grazie anche alla lunga pratica di gestione del potere politico, Stalin non perde mai di vi¬sta il ruolo centrale dell'economia di guerra, e contribuisce a rafforzare la resistenza dell'URSS col trasferimento verso l'interno delle industrie bel¬liche: «è pressoché impossibile sopravvalutare l'importanza di questa im¬presa». Grande attenzione il leader sovietico presta infine alla dimen-sione politico-morale della guerra. In questo campo egli «aveva idee del tutto fuori del comune», come dimostra la decisione «coraggiosa e lungi¬mirante», presa nonostante lo scetticismo dei suoi collaboratori, di effet¬tuare la parata militare di celebrazione dell'anniversario della Rivoluzio¬ne d'ottobre il 7 novembre 1941, in una Mosca assediata e incalzata dal nemico nazista. In sintesi, si può dire che rispetto ai militari di carriera e alla cerchia dei suoi collaboratori in generale, «Stalin mostra un pensiero più universale». Ed è un pensiero – si può aggiungere – che non tra¬scura neppure gli aspetti più minuti della vita e del morale dei soldati: in¬formato del fatto che essi erano rimasti senza sigarette, grazie anche alla sua capacità di disbrigare «un enorme carico di lavoro», «nel momento cruciale della battaglia di Stalingrado, egli [Stalin] trovò il tempo di chiamare al telefono Akaki Mgeladze, capo del partito dell'Abhasia, la regione di coltivazione del tabacco: “I nostri soldati non hanno più la possibilità di fumare! Senza sigarette il fronte non regge! "».

Nell'apprezzamento positivo di Stalin quale leader militare ancora oltre si spingono due autori occidentali. Se Chruscév insiste sui travol¬genti successi iniziali della Wehrmacht, il primo dei due studiosi cui qui faccio riferimento esprime questo medesimo dato di fatto con un linguaggio assai diverso: non è stupefacente che «la più grande invasio¬ne nella storia militare» abbia conseguito iniziali successi; la riscossa dell'Armata rossa dopo i colpi devastanti dell'invasione tedesca nel giugno 1941 fu «la più grande impresa d'armi che il mondo avesse mai visto». Il secondo studioso, docente in un'accademia militare statu¬nitense, a partire dalla comprensione del conflitto nella prospettiva della lunga durata e dall'attenzione riservata alle retrovie come al fron¬te e alla dimensione economica e politica come a quella più propria¬mente militare della guerra, parla di Stalin come di un «grande strate¬ga», anzi come del «primo vero stratega del ventesimo secolo». È un giudizio complessivo che trova pienamente consenziente anche l'altro studioso occidentale qui citato, la cui tesi di fondo, sintetizzata nel ri¬svolto di copertina, individua in Stalin il «più grande leader militare del ventesimo secolo». Si possono ovviamente discutere o sfumare questi giudizi così lusinghieri; resta il fatto che, almeno per quanto ri¬guarda il tema della guerra, il quadro tracciato da Chruscév ha perso qualsiasi credibilità.

Tanto più che, al momento della prova, l'URSS si rivela assai prepa¬rata anche da un altro essenziale punto di vista. Ridiamo la parola a Goebbels che, nello spiegare le impreviste difficoltà dell'operazione Bar¬barossa, oltre che al potenziale bellico del nemico, rinvia anche ad un al¬tro fattore:

Ai nostri uomini di fiducia e alle nostre spie era pressocché impossibile di penetrare all'interno dell'Unione Sovietica. Essi non potevano acquisire un quadro preciso. I bolscevichi si sono direttamente impegnati a trarci in inganno. Di tutta una serie di armi da loro possedute, soprattutto di armi pesanti, non abbiamo avuto alcuna idea. Esattamente il contrario di quello che si è verificato in Francia, dove sapeva¬mo in pratica tutto e non potevamo in alcun modo esser sorpresi .

  La carenza di «buonsenso»

e le «deportazioni in massa di intere popolazioni»

Autore nel 1913 di un libro che l'aveva consacrato come teorico della questione nazionale, commissario del popolo alle nazionalità subito dopo la Rivoluzione d'ottobre, per il modo come aveva svolto il suo compito Stalin si era guadagnato il riconoscimento di personalità tra loro così diverse quali Arendt e De Gasperi. La riflessione sulla questio¬ne nazionale era da ultimo sfociata in un saggio sulla linguistica impe¬gnato a dimostrare che, ben lungi dal dileguare in seguito al rovescia¬mento del potere politico di una determinata classe sociale, la lingua di una nazione ha una notevole stabilità, così come di una notevole stabilità gode la nazione che con essa si esprime. Anche questo saggio aveva contribuito a consolidare la fama di Stalin quale teorico della questione nazionale. Ancora nel 1965, pur nell'ambito di un atteggiamento di dura condanna, Louis Althusser attribuirà a Stalin il merito di essersi opposto alla «follia» che pretendeva «a ogni costo di fare della lingua una sovra¬struttura» ideologica: grazie a queste «semplici paginette» — concluderà il filosofo francese — «intravedemmo che l'uso del criterio di classe non era senza limiti». La dissacrazione-liquidazione in cui nel 1956 si im¬pegna Chruscév non poteva non prendere di mira, per ridicolizzarlo, il teorico e uomo politico che aveva dedicato particolare attenzione alla questione nazionale. Nel condannare «le deportazioni in massa di intere nazionalità», il Rapporto segreto sentenzia:

Non occorre essere marxisti-leninisti per capire ciò: qualunque persona di buon¬senso si chiede come è possibile rendere intere nazioni responsabili di atti ostili, senza fare eccezioni per le donne, i bambini, i vecchi, i comunisti e i membri del Komsomol [la gioventù comunista] fino al punto di intraprendere contro di loro una repressione generale, gettandoli nella miseria e nella sofferenza senza altra cau¬sa che la vendetta per qualche misfatto perpetrato da individui o gruppi isolati.

Fuori discussione è l'orrore della punizione collettiva, della deportazio¬ne imposta a popolazioni sospettate di scarsa lealtà patriottica. Disgra¬ziatamente, ben lungi dal rinviare alla follia di un singolo individuo, questa pratica caratterizza in profondità la Seconda guerra dei trent'an¬ni, a cominciare dalla Russia zarista che, pur alleata dell'Occidente libe¬rale, nel corso del Primo conflitto mondiale conosce «un'ondata di de¬portazioni» di «dimensioni sconosciute in Europa», col coinvolgimento di circa un milione di persone (soprattutto di origine ebraica o germani¬ca). Di dimensioni più ridotte, ma tanto più significativa è la misura che nel corso del Secondo conflitto mondiale colpisce gli americani di origine giapponese, deportati e rinchiusi in campi di concentramento.

Oltre che al fine della rimozione di una potenziale quinta colonna, l'espulsione e deportazione di intere popolazioni può essere promossa in funzione del rifacimento o della ridefinizione della geografia politica. Nel corso della prima metà del Novecento, questa pratica infuria a livel¬lo planetario, dal Medio Oriente, dove gli ebrei appena scampati alla «soluzione finale» costringono alla fuga arabi e palestinesi, all'Asia, dove la spartizione tra India e Pakistan del gioiello dell'Impero inglese passa attraverso la «più grande migrazione forzata a livello mondiale del seco¬lo». Per restare sempre nel continente asiatico, vale la pena di dare uno sguardo a quel che avviene in una regione amministrata da una per¬sonalità o in nome di una personalità (il 14° Dalai Lama), successiva¬mente destinata a conseguire il premio Nobel per la pace e a divenire si¬nonimo di non-violenza: «Nel luglio 1949 tutti gli han residenti [da più generazioni] a Lhasa furono espulsi dal Tibet», al fine sia di «fronteggia¬re la possibilità dell'attività di una "quinta colonna"», sia di rendere più omogenea la composizione demografica.

Abbiamo a che fare con una pratica non solo messa in atto nelle più diverse aree geografiche e politico-culturali, ma in quei decenni esplici¬tamente teorizzata da personalità di grande rilievo. Nel 1938 David Ben Gurion, il futuro padre della patria in Israele, dichiara: «Sono favorevole al trasferimento forzato [degli arabi palestinesi]; non ci vedo nulla di immorale» 74. In effetti, a tale programma egli si atterrà coerentemente dieci anni dopo.

Ma qui occorre concentrare l'attenzione soprattutto sull'Europa centro-orientale, dove si verifica una tragedia rimossa, ma che è tra le più grandi del Novecento. Complessivamente, circa sedici milioni e mezzo di tedeschi furono costretti ad abbandonare le loro case e due mi-lioni e mezzo non sopravvissero alla gigantesca operazione di pulizia o di contropulizia etnica. In questo caso è possibile procedere ad un confronto diretto tra Stalin da un lato e gli statisti occidentali e filocci¬dentali dall'altro. Quale atteggiamento assunsero questi ultimi in tale circostanza? Lo analizziamo sempre a partire da una storiografia che non può essere sospettata di indulgenza nei confronti dell'Unione So¬vietica:

Fu il governo britannico che dal 1942 spinse per un generale trasferimento di po¬polazione dai territori tedeschi orientali e dai Sudeti [...]. Più in là di tutti si spinse il sottosegretario di Stato Sargent, che richiese un'indagine «se la Gran Bretagna non dovesse incoraggiare il trasferimento in Siberia dei tedeschi della Prussia orientale e dell'Alta Slesia».

Intervenendo alla Camera dei Comuni il 15 dicembre 1944 sul program¬mato «trasferimento di diversi milioni» di tedeschi, Churchill chiarì così il suo pensiero:

Per quello che siamo riusciti a capire, l'espulsione è il metodo più soddisfacente e più duraturo. Non ci sarà più un mescolamento delle popolazioni a provocare un disordine senza fine com'è avvenuto nel caso dell'Alsazia e Lorena. Sarà fatto un ta¬glio netto. Non sono allarmato dalla prospettiva della separazione tra le popolazio¬ni così come non sono allarmato dai trasferimenti su larga scala, che nelle moderne condizioni sono molto più agevoli di quanto siano mai stati nel passato.

Ai piani di deportazione aderì poi, nel giugno 1943, F. D. Roosevelt; «quasi nello stesso momento Stalin acconsentì alle pressioni di Benes per l'espulsione dei tedeschi dei Sudeti dalla Cecoslovacchia da restaura¬re». Uno storico statunitense ritiene allora di dover trarre questa conclusione:

Alla fine, sulla questione dell'espulsione dei tedeschi nella Cecoslovacchia o nella Polonia post-bellica non vi fu in pratica nessuna differenza tra politici comunisti e non comunisti: su questo tema Benes e Gottwald, Mikolajczyk e Bierut, Stalin e Churchill parlavano tutti la stessa lingua.

Già questa conclusione basterebbe a confutare la contrapposizione in bianco e nero implicita nel Rapporto Cruscév. In realtà, almeno per quanto riguarda i tedeschi dell'Europa orientale, a prendere l'iniziativa delle «deportazioni in massa di intere popolazioni» non fu Stalin; le re¬sponsabilità non si distribuirono in modo eguale. Finisce col ricono¬scerlo lo stesso storico statunitense precedentemente citato. In Cecoslo¬vacchia, Jan Masaryk espresse la convinzione secondo cui «il tedesco è senz'anima, e le parole che capisce meglio sono le raffiche di mitra». Si trattava di un atteggiamento tutt'altro che isolato: «Finanche la Chiesa cattolica ceca fece sentire la propria voce. Monsignor Bohumil Stasek, canonico di Vysehrad, dichiarò: "Dopo mille anni è giunto il momento di regolare i conti con i tedeschi, che sono malvagi e per i quali il co¬mandamento 'Ama il prossimo tuo' non si applica”» `. In queste circo¬stanze, un testimone tedesco ricorda: «Dovemmo spesso chiedere aiuto ai russi contro i cechi, cosa che fecero spesso, sempre che non si trattasse di mettere le mani addosso a una donna» `. Ma c'è di più. Diamo di nuovo la parola allo storico statunitense: «Nell'ex campo nazista di The¬resienstadt, i tedeschi internati si chiedevano cosa sarebbe successo loro se il locale comandante russo non li avesse protetti dai cechi». Un rap¬porto segreto sovietico inviato a Mosca al Comitato centrale del partito comunista riferiva delle suppliche rivolte alle truppe sovietiche perché restassero: « Se l'Armata rossa se ne va, siamo finiti". Le manifestazioni di odio per i tedeschi sono palesi. [I cechi] non li uccidono ma li tor¬mentano come fossero bestie. Li considerano degli animali». In effetti –osserva sempre lo storico che qui sto seguendo – «l'orribile trattamento inflitto dai cechi portò alla disperazione. Secondo statistiche ceche, sol¬tanto nel 1946 i tedeschi che si suicidarono furono 5.558"'. Qualcosa di analogo avvenne in Polonia. In conclusione:

I tedeschi trovarono il personale militare russo molto più umano e responsabile dei cechi o dei polacchi del posto. Occasionalmente, i russi dettero da mangiare a bambini tedeschi affamati, laddove i cechi li lasciarono morire di inedia. A volte le truppe sovietiche davano agli esausti tedeschi un passaggio sui loro veicoli durante le lunghe marce per uscire dal paese, mentre i cechi restavano a guardarli con di¬sprezzo o indifferenza.

Lo storico statunitense parla di «cechi» o di «polacchi» in generale, ma in modo non del tutto corretto, come emerge dal suo stesso racconto:

La questione dell'espulsione dei tedeschi mise i comunisti cechi — e di altri paesi —in seria difficoltà. Durante la guerra, la posizione dei comunisti, articolata da Georgi Dimitrov a Mosca, era che i tedeschi responsabili della guerra e dei suoi cri¬mini dovessero essere processati e condannati, mentre gli operai e i contadini tede¬schi andavano rieducati.

In effetti «in Cecoslovacchia furono i comunisti, una volta conquistato il potere nel febbraio 1948, a porre fine alla persecuzione delle poche mi¬noranze etniche che erano rimaste».

Contrariamente all'insinuazione di Chruscév, nel confronto coi di¬rigenti borghesi dell'Europa occidentale e centrorientale, almeno in questo caso sono Stalin e il movimento comunista da lui diretto a rive¬larsi meno sprovvisti di «buonsenso».

Ciò non avviene casualmente. Se, sul finire della guerra, F. D. Roo¬sevelt dichiara di essere «più che mai assetato di sangue verso i tedeschi» per le atrocità da loro commesse e giunge persino ad accarezzare, per qualche tempo, l'idea della «castrazione» di un popolo così perverso, ben diversamente si atteggia Stalin che già subito dopo lo scatenamento dell'operazione Barbarossa dichiara che la resistenza sovietica può con¬tare sull'appoggio di «tutti i migliori uomini della Germania» e persino del «popolo tedesco asservito dai caporioni hitleriani» . Particolar¬mente solenne è la presa di posizione dell'agosto del 1942:

Sarebbe ridicolo identificare la cricca hitleriana col popolo tedesco, con lo Stato te¬desco. Le esperienze della storia dimostrano che gli Hitler vanno e vengono, ma che il popolo tedesco, lo Stato tedesco rimane. La forza dell'Armata rossa risiede nel fatto che essa non nutre e non può nutrire alcun odio razziale contro altri po-poli e quindi neppure contro il popolo tedesco; essa è educata nello spirito dell'eguaglianza di tutti i popoli e di tutte le razze, nello spirito del rispetto dei diritti de¬gli altri popoli.

Persino un anticomunista inflessibile qual è Ernst Nolte è costretto a ri¬conoscere che l'atteggiamento assunto dall'Unione Sovietica nei confronti del popolo tedesco non presenta quei toni razzistici, riscontrabili talvolta nelle potenze occidentali ". Per concludere su questo punto: se non equamente distribuita, la carenza di "buonsenso" era ben diffusa tra i leader politici del Novecento.

Fin qui mi sono occupato delle deportazioni provocate dalla guerra e dal pericolo di guerra ovvero dal rifacimento e dalla ridefinizione della geografia politica. Almeno sino agli anni quaranta, negli Stati Uniti continuano invece ad infuriare le deportazioni messe in atto dai centri urbani che vogliono essere, come ammoniscono i cartelli collocati al loro ingresso, per whites only. Oltre agli afroamericani, ad essere colpiti sono anche i messicani, riclassificati come non bianchi in base ad un censimento del 1930: sono così deportati in Messico «migliaia di lavora¬tori e le loro famiglie, compresi molti americani di origine messicana».

Le misure di espulsione e deportazione dalle città che vogliono essere «solo per bianchi» ovvero «solo per caucasici» non risparmiano neppure gli ebrei.

Il Rapporto segreto dipinge Stalin come un tiranno così privo del sen¬so della realtà che, nel prendere misure collettive contro determinati gruppi etnici, non esita a colpire gli innocenti e gli stessi compagni di partito. Vien fatto di pensare alla vicenda degli esuli tedeschi (per lo più nemici dichiarati di Hitler) che, subito dopo lo scoppio della guerra con la Germania, sono rinchiusi in blocco nei campi di concentramento francesi. Ma è inutile voler ricercare uno sforzo di analisi comparata nel discorso di Chruscév.

Esso mira a rovesciare nel suo contrario due motivi sino a quel mo¬mento diffusi non solo nella propaganda ufficiale ma anche nella pubblicistica e nell'opinione pubblica internazionale: il grande condottiero che aveva contribuito in modo decisivo all'annientamento del Terzo Reich si trasforma così in un rovinoso dilettante che a stento riesce ad orientarsi sul mappamondo; l'eminente teorico della questione naziona¬le proprio in questo campo si rivela sprovvisto del più elementare «buonsenso». I riconoscimenti sino a quel momento tributati a Stalin sono messi tutti sul conto di un culto della personalità che ora si tratta di liquidare una volta per sempre.

Il culto della personalità in Russia da Kerenskij a Stalin

La denuncia del culto della personalità è il pezzo forte di Chruscév. Nel suo Rapporto è però assente una domanda che pure dovrebbe essere d'obbligo: abbiamo a che fare con la vanità e il narcisismo di un singolo leader politico, oppure con un fenomeno di carattere più generale che affonda le sue radici in un contesto oggettivo determinato? Può essere interessante leggere le osservazioni fatte da Bucharin mentre negli USA fervono i preparativi per l'intervento nella Prima guerra mondiale:

Perché la macchina statale sia più preparata ai compiti militari, si trasforma da sé in una organizzazione militare, al cui comando c'è un dittatore. Questo dittatore è il presidente Wilson. Gli sono stati concessi poteri eccezionali. Ha un potere quasi assoluto. E si cerca di installare nel popolo sentimenti servili per il "grande presi¬dente” come nell'antica Bisanzio dove avevano divinizzato il proprio monarca.

In situazioni di crisi acuta la personalizzazione del potere tende a intrec¬ciarsi con la trasfigurazione del leader che lo detiene. Allorché nel di¬cembre 1918 mette piede in Francia, il presidente americano vittorioso è acclamato come il Salvatore e i suoi quattordici punti sono paragonati al Discorso della Montagna.

Danno soprattutto da pensare i processi politici che si verificano ne¬gli Stati Uniti nel periodo che va dalla Grande crisi alla Seconda guerra mondiale. Asceso alla presidenza con la promessa di porre rimedio ad una situazione economico-sociale assai preoccupante, F. D. Roosevelt è eletto per quattro mandati consecutivi (anche se muore all'inizio del quarto): un caso unico nella storia del suo paese. Al di là della lunga du¬rata di questa presidenza, fuori del comune sono anche le attese e le spe¬ranze che la circondano. Personalità autorevoli invocano un «dittatore nazionale» e invitano il neopresidente a dar prova di tutta la sua energia: «Diventa un tiranno, un despota, un vero monarca. Durante la Guerra mondiale noi prendemmo la nostra Costituzione, la mettemmo da par¬te finché la guerra non fu finita». La permanenza dello stato d'eccezione esige che non ci si lasci inceppare da eccessivi scrupoli legalitari. Il nuo¬vo leader della nazione è chiamato ad essere ed è già definito «una perso¬na provvidenziale», ovvero, secondo le parole del cardinale O'Connell, «un uomo mandato da Dio». La gente della strada scrive e si rivolge a F. D. Roosevelt in termini ancora più enfatici, dichiarando di guardare a lui «quasi come si guarda a Dio» e di sperare di poterlo un giorno collo¬care «nel Pantheon degli immortali, accanto a Gesù». Invitato a comportarsi da dittatore e uomo della Provvidenza, il neopresidente fa lar¬ghissimo uso del suo potere esecutivo già nel primo giorno o nelle prime ore del suo mandato. Nel suo messaggio inaugurale egli esige «un largo potere dell'Esecutivo L.] tanto grande quanto sarebbe quello concesso¬mi se fossimo realmente invasi da un nemico straniero». Con lo scop¬pio delle ostilità in Europa, prima ancora di Pearl Harbor, F. D. Roose¬velt comincia di sua iniziativa a trascinare il paese in guerra a fianco del¬l'Inghilterra; in seguito, con un ordine esecutivo emanato in modo so¬vrano, impone la reclusione in campi di concentramento di tutti i citta¬dini americani di origine giapponese, comprese donne e bambini. È una presidenza che, se per un verso gode di una diffusa devozione popolare, per un altro verso fa gridare al pericolo «totalitario» (totalitarian): ciò av¬viene in occasione della Grande crisi (allorché a pronunciare l'atto d'ac¬cusa è in particolare l'ex presidente Hoover) e soprattutto nei mesi che precedono l'intervento nel Secondo conflitto mondiale (allorché il sena¬tore Burton K. Wheeler accusa F. D. Roosevelt di esercitare un «potere dittatoriale» e di promuovere una «forma totalitaria di governo»). Al¬meno dal punto di vista degli avversari del presidente, totalitarismo e culto della personalità avevano attraversato l'Atlantico.

Certo, il fenomeno che qui stiamo indagando (la personalizzazione del potere e il culto della personalità ad essa connesso) si presenta solo in forma embrionale nella Repubblica nordamericana, protetta dall'o¬ceano da ogni tentativo di invasione e con alle spalle una tradizione po¬litica ben diversa da quella della Russia. È su questo paese che si deve concentrare l'attenzione. Vediamo cosa avviene tra febbraio e ottobre 1917, e dunque prima dell'ascesa al potere dei bolscevichi. Spinto sì dalla sua vanità personale ma anche dal desiderio di stabilizzare la situazione, ecco Kerenskij «modellarsi a Napoleone»: passa in rassegna le truppe «con il braccio infilato nel davanti della giubba»; d'altro canto, «sullo scrittoio del suo studio al ministero della Guerra campeggiava un busto dell'imperatore dei francesi». I risultati di questa messa in scena non tar¬dano a manifestarsi: fioriscono le poesie che rendono omaggio a Keren¬skij come al novello Napoleone. Alla vigilia dell'offensiva d'estate, che avrebbe dovuto definitivamente risollevare le sorti dell'esercito rus¬so, il culto riservato a Kerenskij (in certi ristretti circoli) raggiunge il culmine:

Ovunque veniva acclamato come un eroe, i soldati se lo issavano sulle spalle, lo tempestavano di fiori, gli si gettavano ai piedi. Un'infermiera inglese ebbe modo di assistere sbalordita alla scena di uomini di truppa che «baciavano lui, la sua auto e il terreno su cui poggiava i piedi. Molti erano caduti in ginocchio e pregavano, altri piangevano.

Come si vede, non ha molto senso spiegare, come fa Chruscév, con il narcisismo di Stalin la forma esaltata che, a partire da un certo momen¬to, il culto della personalità assume in URSS. In realtà, quando Kagano¬vic gli propone di sostituire la dizione di marxismo-leninismo con quel¬la di marxismo-leninismo-stalinismo, il leader a cui è rivolto tale omag¬gio risponde: «Vuoi paragonare il cazzo con la torre dei pompieri». Almeno se messo a confronto con Kerenskij, Stalin appare più modesto. Lo conferma l'atteggiamento da lui assunto a conclusione di una guerra vinta realmente e non soltanto nell'immaginazione, come nel caso del dirigente menscevico amante delle pose napoleoniche. Subito dopo la parata della vittoria, un gruppo di marescialli prende contatto con Mo-lotov e Malenkov: essi propongono di solennizzare il trionfo conseguito nel corso della Grande guerra patriottica, conferendo il titolo di «eroe dell'Unione Sovietica» a Stalin, il quale però declina l'offerta. Dal¬l'enfasi retorica il leader sovietico rifugge anche in occasione della Con¬ferenza di Potsdam: «Sia Churchill che Truman si presero il tempo di passeggiare tra le rovine di Berlino; Stalin non mostrò tale interesse. Senza far rumore, arrivò col treno, ordinando persino a Zukov di can¬cellare qualsiasi eventuale piano di dargli il benvenuto con una banda militare e una guardia d'onore». Quattro anni dopo, alla vigilia del suo settantesimo compleanno, si svolge al Cremlino un colloquio che vale la pena di riportare:

Egli [Stalin] convoca Malenkov e lo ammonisce: «Non si faccia venire in testa di onorarmi di nuovo con una "stella"». «Ma, compagno Stalin, un tale anniversario! Il popolo non capirebbe.» «Non si richiami al popolo. Non ho l'intenzione di liti¬gare. Nessuna iniziativa personale! Mi ha capito?» «Ovviamente, compagno Stalin, ma i membri del politbjuro sono dell'opinione...» Stalin interrompe Malenkov e dichiara che la questione è chiusa.

Naturalmente, si può dire che nelle circostanze qui riportate gioca un ruolo più o meno grande il calcolo politico (e sarebbe ben strano che non lo giocasse); è un fatto, però, che la vanità personale non prende il sopravvento. Tanto meno essa prende il sopravvento allorché sono in gioco decisioni vitali di carattere politico o militare: nel corso della Se¬conda guerra mondiale Stalin invita i suoi interlocutori ad esprimersi senza giri di parole, discute animatamente e litiga persino con Molotov, che a sua volta, pur guardandosi bene dal mettere in discussione la ge¬rarchia, continua a tener fermo alla sua opinione. A giudicare dalla testi¬monianza dell'ammiraglio Nikolai Kusnezov, il leader supremo «ap¬prezzava in modo particolare quei compagni che ragionavano con la loro testa e non esitavano ad esprimere il loro punto di vista senza compromessi».

Interessato com'è ad additare in Stalin il responsabile unico di tutte le catastrofi abbattutesi sull'URSS, ben lungi dal liquidare il culto della personalità, Chruscév si limita a trasformarlo in un culto negativo. Re¬sta ferma la visione in base alla quale in principio erat Stalin! Anche nel¬l'affrontare il capitolo più tragico della storia dell'Unione Sovietica (il terrore e le purghe sanguinose, che infuriano su larga scala e non rispar¬miano in alcun modo il partito comunista), il Rapporto segreto non ha dubbi: è un orrore da mettere sul conto pressoché esclusivo di un indivi¬duo assetato di potere e posseduto da una paranoia sanguinaria.

  ECCO PERCHE' SONO MARXISTA LENINISTA di Nikolas Renzi

 ECCO PERCHE' SONO MARXISTA LENINISTA E NON TROTZKYSTA; ALCUNE DIFFERENZE SOSTANZIALI Nikolas Renzi

1) Marx e Lenin sostenevano che la rivoluzione comunista è divisa in fasi. Se non si hanno le basi soggettive ed oggettive (che si acquistano fase per fase), la rivoluzione potrebbe portare ad un effetto negativo e per nulla socialista, in quanto portata avanti da persone inadeguate. Trotzky proponeva invece di saltare queste fasi e di fare una rivoluzione anche senza condizioni ideologiche e culturali. 2) Nelle sue teorie Trotzky a differenza di Marx e Lenin considera sbagliato sostenere qualsiasi movimento di qualsiasi lotta democratica nel sistema capitalismo. Ciò significa che secondo Trozky noi comunisti italiani dovremmo essere contro il movimento dei NO TAV, di quelli che sono contrari al nucleare ecc.. Una strategia fallimentare perché non consente di portare a casa nemmeno la più piccola vittoria, che invece potenzialmente potrebbe essere un passo avanti verso il socialismo. 3) Mentre Lenin e Marx sostengono essenziale la lotta degli operai affianco dei contadini, Trozky non considera i contadini come forza rivoluzionaria valida. La storia però ha più volte dato torto a Trozky. 4) Trozky sosteneva nella sua idea di rivoluzione, il bisogno di "esportarla" in altri Paesi. Sia Lenin che Marx scrivono invece il contrario e ne spiegano anche le motivazioni; la rivoluzione non è un foglio di carta stampato, che puoi fotocopiare e dare ad un altro paese. La rivoluzione nasce e matura solo quando il popolo di uno Stato capisce l'essenza del capitalismo e della sua crisi. 5) Trotzky scriveva che non si può attuare il socialismo in un solo paese. Quindi secondo i trozkysti l'URSS non era socialista (e ovviamente non lo sono nemmeno Cuba, Corea del nord ecc..) e nessun'altro potrà esserlo se non lo sono tutti. Quindi dovremmo aspettare gli altri per essere socialisti? Anche questa teoria non regge. 6) Il trozkysmo non forma nessuna filosofia socio-economica, si basa su quella marxista ma ne è la contraddizione, infatti la Quarta Internazionale di Trozky non venne riconosciuta da nessun vero partito comunista, era formata semplicemente da persone espulse dai vari partiti marxisti-leninisti e non avevano nemmeno nessun legame organizzativo tra loro o proposta di cambiamento, se non queste teorie fiacche e contraddittorie.

C'è una sorta di reazione di sgomento superstizioso quando si cita positivamente Stalin. E' la stessa reazione che si riscontra quando si cita negativamente Padre Pio di Pietralcina che, seppur santificato a furore del popolo dei suoi numerosi fan, fu assai discusso dalla Chiesa ed in qualche modo subito di mala voglia. Una identica reazione se si loda Stalin e se si critica Padre Pio. La stessa superstizione. C'è una responsabilità storica del gruppo dirigente comunista non più bolscevico del XX Congresso. Immaginatevi al posto di Togliatti, Gramsci,Terracini, Scoccimarro Secchia persone come Bersani, D'Alema, Veltroni, Camusso, Napolitano. Insomma la corrente migliorista del PCUS ha preso il sopravvento e i dirigenti della potente Unione Sovietica non accettavano più come Stalin di ricevere un modesto compenso mentre oramai amministravano ricchezze e risorse immense. Per quanti privilegi potesse avere la Nomenclatura essi erano ben misera cosa in confronto a quelli ai quali agognavano le cricche radunate attorno a Kruscev e poi trenta anni dopo attorno a Gorbacev. La direzione di un immenso Stato ne aveva fatto dei borghesi senza averne però i vantaggi che hanno i dirigenti delle "democrazie" occidentali. Lo stalinismo era il massimo di idealità e di spiritualità nella gestione dello stato comunista. Una gestione di persone che guadagnavano al massimo tre o quattro volte quanto un operaio. Il kruscevismo è stato un colpo di stato borghese dentro il comunismo fatto dal suo stesso ceto dirigente! Stalin aveva capito che questo era possibile che accadesse ma probabilmente era oramai troppo anziano per potere mettere in salvo il potere bolscevico da nuovi borghesi. Guardate la fine miserevole fatta da Gorbacev ridotto a vendersi come un prodotto pubblicitario, come la prova della impossibilità del comunismo. Gorbacev che nel constatare quanti danni ha prodotto all'URSS non ha ancora avuto l'onestà di farsi una pubblica autocritica e dire: "ho sbagliato". Migliaia di neoricchi russi che gozzovigliano negli alberghi più lussuosi dello Occidente, personaggi che possiedono venti anni dopo la caduta del comunismo patrimoni di miliardi e miliardi di rubli mentre la società russa subisce una sorta di regressione antropologica con una terribile diminuzione di natalità e migliaia e migliaia di poveri non hanno casa e d'inverno muoiono per strada, centinaia di migliaia di bambini abbandonati in Bielorussia, Ucraina, Georgia sono la terribile prova di quanto fosse avvelenato il pomo della libertà offerto da Gorbacev e dal sicario degli USA Eltsin al popolo russo. Solo un ritorno all'etica bolscevica del comunismo edificato da Lenin e da Stalin può ridare speranza non solo ai russi ma all'umanità per la quale Stalin era un faro, un punto di speranza. "A da veni baffon" tornerà a spingere un movimento per recuperare gli ideali del comunismo, la sua etica umanitaria superiore a quella di qualsiasi religione. Desidero chiudere ricordando le parole di Pietro Nenni e di Rodolfo Morandi nel ricordo che fecero sull'Avanti! del marzo 1953 di Giuseppe Stalin: "L'umanità ha perduto un grande condottiero di pace e di libertà!"

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 STALIN: LA GUERRA FRA I PAESI CAPITALISTICI E' INEVITABILE Brano tratto da "Problemi economici del socialismo nell'URSS" di J.Stalin (1952). Traduzione dall´originale di Stefano Trocini.

6.Inevitabilità della guerra fra i paesi capitalistici

Alcuni compagni affermano che in seguito agli sviluppi della situazione internazionale dopo la seconda guerra mondiale la guerra fra i paesi capitalistici cessa di essere inevitabile. Essi ritengono che le contraddizioni fra il campo del socialismo ed il campo del capitalismo sono più forti delle contraddizioni fra i paesi capitalistici, che gli Stati Uniti d'America hanno sottomesso abbastanza gli altri paesi capitalistici in modo da impedire loro di combattersi, di indebolirsi l'un l'altro; che gli uomini più lungimiranti del capitalismo hanno compreso abbastanza la lezione di due guerre mondiali, causa di gravi danni per l'intero mondo capitalistico, per permettersi di trascinare di nuovo i paesi capitalistici in una guerra fra di loro; e che per tutto ciò la guerra fra i paesi capitalistici ha cessato di essere inevitabile.

Questi compagni si sbagliano. Essi vedono i fenomeni esteriori, quelli che emergono in superficie. Ma non vedono le forze profonde, che se pure agiscono per ora impercettibilmente alla fine determineranno il corso degli eventi.

Esteriormente pare che tutto vada "bene": gli Stati Uniti d'America hanno sottomesso al loro volere l'Europa occidentale, il Giappone e gli altri paesi capitalistici; Germania(Occidentale), Inghilterra, Francia, Italia e Giapponne, finiti nelle grinfie degli USA, obbediscono docili ai loro ordini. Sarebbe però sbagliato credere che questo "stato di grazia" possa durare "nei secoli dei secoli". Che questi stati sopporteranno all'infinito il dominio e l'oppressione degli Stati Uniti d'America, che essi non tenteranno di svincolarsi dal giogo americano e di imboccare la strada dello sviluppo indipendente.

Prendiamo innanzi tutto l'Inghilterra e la Francia. Non vi è dubbio che questi siano paesi imperialistici. Non vi è dubbio che le materie prime a basso costo ed i mercati di sbocco garantiti abbiano per loro una fondamentale importanza. Si può presupporre che essi tollereranno fino all'ultimo la situazione odierna, nella quale gli americani dietro il polverone intorno agli aiuti per il "piano Marshall" si intromettono nell'economia inglese e francese, cercano di trasformarle in un'appendice dell'economia degli Stati Uniti d'America, mentre il capitale americano s'impadronisce delle materie prime e dei mercati di sbocco delle colonie anglo-francesi e in tal modo prepara la catastrofe per gli elevati profitti dei capitalisti anglo-francesi? Non sarebbe più giusto dire che l'Inghilterra capitalistica e poi la Francia capitalistica alla fine saranno costrette a svincolarsi dall'abbraccio degli USA ed entrare con essi in conflitto al fine di assicurarsi una condizione d'indipendenza e naturalmente elevati profitti?

Passiamo ora ai principali paesi sconfitti, alla Germania (Occidentale) ed al Giappone. Questi paesi conducono una misera esistenza sotto lo stivale dell'imperialismo americano. La loro industria e agricoltura, il loro commercio, la loro politica estera e interna, tutta la loro vita sono soffocati dal "regime" di occupazione americano. Eppure questi paesi sono stati fino a ieri grandi potenze imperialistiche che hanno fatto vacilllare le basi del dominio di Inghilterra, USA e Francia in Europa e in Asia. Credere che questi paesi non tentino di risollevarsi, di infrangere il "regime" degli USA e proiettarsi sulla via dello sviluppo indipendente significa credere ai miracoli.

Si sostiene che le contraddizioni fra il capitalismo ed il socialismo siano più forti delle contraddizioni fra i paesi capitalistici. Teoricamente questo è senz'altro vero. E' vero non soltanto adesso, era vero anche prima della seconda guerra mondiale. E questo lo avevano capito, più o meno, i dirigenti dei paesi capitalistici. Però la seconda guerra mondiale non è iniziata dalla guerra con l'URSS, bensì dalla guerra fra i paesi capitalistici. Perchè? In primo luogo perchè la guerra con l'URSS, in quanto paese del socialismo, è più pericolosa per il capitalismo della guerra fra i paesi capitalistici, poichè mentre la guerra fra i paesi capitalistici pone soltanto il problema della supremazia di alcuni paesi capitalistici su altri paesi capitalistici, la guerra con l'URSS pone ineluttabilmente il problema della esistenza stessa del capitalismo. In secondo luogo perchè i capitalisti, anche se a fini di "propaganda" denunciano a gran voce l'aggressività dell'URSS, sono i primi a non credere alla sua aggressività in quanto tengono in conto la politica di pace dell'Unione Sovietica e sanno che di per sè l'Unione Sovietica non attacca i paesi capitalistici.

Pure dopo la prima guerra mondiale ritenevano che la Germania fosse stata messa definitivamente fuori gioco, proprio come alcuni compagni ritengono oggi che Germania e Giappone siano stati messi definitivamente fuori gioco. Anche allora sulla stampa si diceva e si annunciava a gran voce che gli Stati Uniti d'America avevano sottomesso l'Europa al loro volere, che la Germania non poteva mai più risollevarsi e che d'allora in poi non ci sarebbero state mai più guerre fra i paesi capitalistici. E invece, nonostante ciò, la Germania si risollevò e si impose ancora come grande potenza a soli 15-20 anni dalla sua disfatta, sottraendosi all'oppressione e incamminandosi sulla via dello svipuppo indipendente. E' significativo, al riguardo, che proprio l'Inghiterra e gli Stati Uniti d'America aiutarono la Germania a risollevarsi economicamente ed a rafforzare il suo potenziale economico-militare. Naturalmente, Stati uniti ed Inghilterra aiutarono la Germania a risollevarsi economicamente nella prospettiva di indirizzare la Germania risollevata contro l'Unione Sovietica, di servirsene contro il paese del socialismo. E invece la Germania ha rivolto le proprie forze in primo luogo contro il blocco anglo-francese-americano. E quando la Germania di Hitler ha dichiarato guerra all'Unione Sovietica, il blocco anglo-francese-americano non solo non si è unito alla Germania di Hitler, ma al contrario è stato costretto a coalizzarsi con l'URSS contro la Germania di Hitler.

Ci domandiamo, quale garanzia vi è che la Germania ed il Giappone non si risollevino di nuovo, non tentino di sottrarsi al giogo americano e di avere una propria vita indipendente? Io ritengo che una simile garanzia non esista.

Da ciò si deduce che l'ipotesi della inevitabilità della guerra fra i paesi capitalistici rimane valida.

Si dice che la tesi di Lenin secondo cui l'imperialismo genera inevitabilmente la guerra sia da considerarsi superata, poichè adesso si sono costituite forze popolari imponenti impegnate nella difesa della pace, contro una nuova guerra mondiale. Questo non è vero.

L'attuale movimento per la pace ha lo scopo di sollevare le masse popolari nella lotta per il mantenimento della pace, per lo scongiuramento di una nuova guerra mondiale. Conseguentemente, esso non si pone l'obiettivo di rovesciare il capitalismo ed instaurare il socialismo, si limita ad obiettivi democratici di lotta per il mantenimento della pace. Sotto tale aspetto il movimento attuale per il mantenimento della pace si differenzia dal movimento del periodo della prima guerra mondiale per la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, poichè quest'ultimo movimento si spinse oltre e si prefisse obietttivi socialisti.

E' possibile che, in virtù una determinata concatenazione delle circostanze, la lotta per la pace si trasformi da qualche parte in lotta per il socialismo, ma allora non si tratterà più dell'attuale movimento per la pace, bensì di un movimento per il rovesciamento del capitalismo.

E' più probabile che l'attuale movimento per la pace, in quanto movimento per mantenere la pace, possa portare, in caso di successo, allo scongiuramento di una data guerra, ad un un suo temporaneo rinvio, al temporaneo mantenimento di una data pace, alle dimissioni di un governo bellicista ed alla sua sostituzione con un altro governo disposto a mantenere temporaneamente la pace. Questo va bene, naturalmente. Anzi molto bene. Però questo non basta a cancellare la inevitabilità della guerra in generale fra i paesi capitalistici. Non basta, poichè nonostante tutti i successi del movimento in difesa della pace l'imperialismo rimane, resta in vigore e quindi resta in vigore pure la inevitabilità della guerra.

Per eliminare la inevitabilità della guerra bisogna distruggere l'imperialismo.

traduzione dal russo di Stefano Trocini

due brevi sintesi
1)  "In difesa di Stalin, i marxisti leninisti dovrebbero tradurre e pubblicare integralmente - sarebbe la prima volta in Italia - i Processi di Mosca del 1936-37 e 38 (che Feltrinelli ebbe il grande merito di stampare in "reprint", in versione francese) editi, in lingue estere all'indomani stesso dei Processi, a cura del Ministero di Grazia e giustizia dell'Urss. Finora, ne sono sempre apparsi stralci, frutto di arbitrarie nonché ignominiose manipolazioni (tali quelle di Silvio Pons e di Pierluigi Contessi) al fine di dimostrare l'indimostrabile: che cioè quei processi sarebbero stati di dubbia veridicità e dunque storicamente del tutto inattendibili. Questi reprint Feltrinelli si trovano nelle principali Biblioteche Nazionali e Universitarie del nostro Paese. E -ripeto- se noi marxisti leninisti ci assumessimo il compito di tradurli e pubblicarli, oltre a dare un solenne ceffone alla cultura trotskista che ha ancora una certa influenza in Italia, renderemmo un grande e meritevole servigio alla Verità storica dell'Urss di Stalin. Se non fossero stati pubblicati integralmente quei processi, e fossero stati conservati negli archivi segreti (dove giace ancora il processo a Tukacewski che non è consultabile perché ancora sotto vincolo del segreto di Stato), probabilmente quegli atti sarebbero stati distrutti."
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtdd03-012603.htm

2) Al fine di ricostruire la verità storica, Ludo Martens, nel suo libro "Stalin un altro punto di vista" si propone di affrontare e confutare «gli attacchi contro Stalin ai quali siamo più abituati: il "testamento di Lenin", la collettivizzazione imposta, l'industrializzazione forzata, la burocrazia soffocante, lo sterminio della vecchia guardia bolscevica, le grandi purghe, la collusione di Stalin con Hitler, l'incompetenza di Stalin nella guerra...»
http://www.pickline.it/.../stalin-un-altro-punto-di.../5001

 

 A proposito di gulag

Mao Staline Le origini del Gulag, abbreviazione di Glavnoje upravlenije lagerej (Amministrazione generale dei campi di lavoro correttivi), sono da ricondursi al 1919, quando un decreto del Commissariato del popolo per gli interni della Russia socialista stabilì le modalità di organizzazione dei "campi di lavoro'' nei quali dovevano essere convogliate persone arrestate e condannate dai tribunali. Essi nacquero come risposta socialista al problema delle carceri. Nell'Occidente capitalista la detenzione doveva avere, e l'ha tutt'oggi, un carattere punitivo. Nell'Urss di Lenin e Stalin rivestiva un carattere correttivo e rieducativo.
I Gulag si ispiravano al principio sancito solennemente dalla prima Costituzione sovietica del 1918 che stabiliva che il lavoro era un dovere per tutti i cittadini della Repubblica dei soviet e proclamava la parola d'ordine: "Chi non lavora non mangia''. Come nella società dove tutti, anche i borghesi, dovevano lavorare per vivere, anche nei Gulag il lavoro per la collettività dava diritto all'esistenza. Solo affacciare un parallelo tra i Gulag e i lager nazisti, come fanno in maniera interessata Battista e Strada, è un falso storico a tutto tondo. Quelli hitleriani erano centri di sistematico sterminio, dove furono commessi i più efferati crimini contro l'umanità che la storia ricordi. Nell'Urss di Lenin e Stalin chi sbagliava pagava non con le camere a gas o i forni crematori ma provando, nella stragrande maggioranza dei casi, per la prima volta nella vita cosa volesse dire realmente lavorare.
Nei Gulag venivano inviati i nemici del comunismo e della patria sovietica; speculatori, incettatori, sabotatori dell'economia, oziosi, kulaki (contadini ricchi antisovietici, trotzkist), parassiti borghesi privilegiati, ma anche terroristi, disertori, seguaci del vecchio regime zarista, collaborazionisti delle armate bianche durante la guerra civile e degli invasori nazisti nella seconda guerra mondiale, agenti della borghesia e dell'imperialismo occidentale infiltrati nel partito e nello Stato, fino ai delinquenti comuni. Insomma scandalizza che nei campi di rieducazione sovietici c'erano i ricchi e gli anticomunisti, mentre nelle carceri occidentali e dei paesi reazionari a languire sono stati, e sono in prevalenza i poveri, i comunisti e chiunqua si opponga al dominio di ferro del capitalismo e dell'imperialismo.

Falsità e menzogne su numeri e condizioni di vita
Un gran baccano velenoso è fatto artatamente sul numero dei detenuti nei Gulag, sposando la cifra di 40-50 milioni avanzata da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo. In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della sua massima estensione, all'inizio degli anni '50, anche stime borghesi parlano all'incirca di 2 milioni e mezzo di detenuti su una popolazione di più di 200 milioni. Nulla toglie che siano stati commessi degli errori alle spalle e contro le indicazioni di Stalin. Fu Stalin in prima persona a rimuovere dal posto di Commissario del popolo per gli affari interni prima Jagoda (1936), smascheratosi in seguito come seguace del destro Bucharin e per le sue azioni controrivoluzionarie condannato e giustiziato, poi il "sinistro'' Ezov (destituito nel `38 e condannato e fucilato nel 1940) e a criticare pubblicamente più volte l'ambizioso Beria, denunciandone gli eccessi e ricordando loro scopi e natura dei campi di rieducazione e chi doveva realmente finirci.
Altre falsificazioni riguardano le condizioni di vita e di lavoro nei Gulag. La borghesia e i suoi lacché parlano di malattie, morti per fame, bieco schiavismo, negazione dei più elementari diritti. Che infami! Tutt'oggi giudicano e definiscono come il regno della democrazia gli Usa, dove impera la pena di morte fascista, dove i penitenziari come Alcatraz hanno fatto la peggiore storia detentiva, mentre a Guantanamo i prigionieri islamici vengono trattati come bestie, torturati e annientati psicologicamente. E si può non pensare ai boia sionisti israeliani che schiacciano e sfruttano i palestinesi in enormi campi lager nei territori occupati? L'inferno di queste carceri davvero non ha nulla a che vedere con i campi di rieducazione dell'epoca di Lenin e Stalin. Certo che c'erano le malattie come il tifo e lo scorbuto, che infierivano anche nelle città durante l'aggressione imperialista occidentale e dei controrivoluzionari bianchi dopo il 1917. Certo che il cibo era scarso in questo periodo o durante la seconda guerra mondiale, ma questa era la difficile e inevitabile situazione di tutto il paese, di tutto il popolo sovietico, dove i prodotti alimentari erano giocoforza razionati.
Eppure nonostante la costruzione del primo Stato socialista, iniziata da Lenin e proseguita da Stalin, sia avvenuta in circostanze durissime, in mezzo all'accerchiamento imperialista che tentava di strangolarlo economicamente e politicamente dall'esterno, e con gli assalti delle armate bianche e dei revisionisti di destra e di "sinistra'' dall'interno, anche l'esempio dato dai Gulag rappresenta un'esperienza storica inedita.
All'inizio degli anni '30 con il contributo del lavoro dei rieducandi vennero creati grandi centri industriali negli Urali, nel Kuzbass e sul Volga; le città di Magnitogorsk e Komsomolsk sull'Amur sorsero su terre vergini. Nuove tecnologie furono portate nelle remote terre del Kazakhstan e del Caucaso. Fu costruita la gigantesca diga del Dnepr, che triplicò la produzione di energia elettrica. E poi ancora strade, ferrovie e idrovie, e altre importanti attività produttive dei campi di lavoro come l'estrazione dell'oro e di materiali non ferrosi, fino al taglio del legname.
I detenuti non erano identificati con un numero come nei lager nazisti. Si sentivano comunque parte integrante della cittadinanza sovietica, tanto più dalla fine degli anni '30 in poi allorché venne applicato il principio secondo cui essi dovevano essere utilizzati in base alle loro particolari capacità e specializzazioni. Basti ricordare che lo stesso Tupolev, padre dell'aeronautica sovietica, iniziò a dare i suoi contributi lavorando nei Gulag e dopo aver pagato il suo tributo alla giustizia sovietica rientrò tranquillamente al suo posto di progettatore.
Come dirà il grande scrittore Gorki per celebrare la costruzione del canale Belomor avvenuta nell'estate del 1933, "Stalin è stato l'artefice delle comunità di lavoro e di una politica di recupero attraverso il lavoro. è stato Stalin a lanciare l'idea di costruire il canale tra il Mar Bianco e il Baltico con l'impiego di detenuti, poiché sotto la sua guida era possibile un tale metodo di recupero dei pregiudicati''.
Dice nulla ai rinnegati Battista e Strada il fatto che l'annuncio della morte di Stalin il 5 marzo 1953 fu accolto nei Gulag non con indifferenza interessata, come si dovrebbe dedurre dalla loro velenosa analisi, ma con scene di dolore similii a quelle che attraversavano in lungo e largo lo sterminato paese sovietico? Sappiamo tutti come sono finiti Hitler, Mussolini e tutti i dittatori della loro stessa natura. Lenin, Stalin e Mao sono scomparsi amati e pianti dai rispettivi popoli. E' questo il nocciolo della questione, è questo che dice la storia, tutto il resto sono solo falsità e menzogne. Chi la vuol riscrivere a uso e consumo della borghesia neofascista se ne assume le responsabilità di fronte al proletariato e a quanti aspirano a una nuova società senza sfruttati e sfruttatori.

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  da:

 da:   1937: “GRANDE TERRORE” O GRANDE MENZOGNA?  


 
Sul rapporto antistalinista di Chruscev al XX congresso del PCUS non vale neppure la pena di soffermarsi. Il fine calunnioso di tutte le affermazioni in esso contenute è stato evidenziato nei minimi dettagli dal ricercatore americano Grover Furr nel libro intitolato “L’infamia antistalinista” (Mosca, 2007). L’autore trae questa conclusione lapidaria: “Di tutte le affermazioni del “rapporto segreto” che avrebbero dovuto smascherare Stalin, o anche Beria, neppure una è risultata veritiera”.

Per quanto concerne i processi del 1937, sono interessanti anche le testimonianze di J.E. Davies, ambasciatore degli Stati Uniti nell’URSS dal gennaio del ’37 alla primavera del ’38, ovvero nella fase culminante dei processi politici. Egli ha raccolto le memorie di quel periodo della sua vita nel libro intitolato “Missione a Mosca”, dove il presidente Roosevelt lasciò scritto il seguente appunto: “Questo libro è un vero e proprio evento e vale per ogni tempo”. Il 25 giugno 1941, tre giorni dopo l’attacco di Hitler all’URSS, J.E. Davies tenne una lezione alla Harvard University. Qualcuno gli chiese cosa sapesse dell’esistenza di una “quinta colonna” in Unione Sovietica. L’ambasciatore rispose brevemente: “Non esiste più. Sono stati tutti fucilati”. In una lettera dell’aprile 1938 inserita nel suo libro J.E. Davies si sofferma sul processo contro il “blocco trotskista di destra” e dice: “…E’ difficile trovare un osservatore straniero che, dopo aver seguito lo svolgimento del processo, possa dubitare del coinvolgimento della maggior parte degli imputati nel complotto per l’eliminazione di Stalin ”. J.E. Davies sostiene che la dirigenza sovietica si stava preparando alla guerra non solo attraverso l’incremento della propria potenza militare, ma anche attraverso una scrupolosa epurazione dei quadri dirigenti, ivi compresi quelli che rivestivano cariche molto elevate: “I russi avevano i loro Quisling, analoghi a quello della Norvegia, e li hanno annientati”.

Sulla falsariga del libro di J.E. Davies fu girato anche un film omonimo. Ma dopo la fine della seconda guerra mondiale il famigerato Comitato per le attività antiamericane, voluto dal presidente Truman, impose un feroce e totale ostracismo nei confronti di tutti i film che raccontassero la verità sulla Russia sovietica. Non poté sottrarsi a questo ostracismo neanche il film “Missione a Mosca” che, a detta dei vampiri del Comitato McCarthy, era stato girato ad Hollywood, ma con una sceneggiatura compilata da Stalin.

Gli osservatori obiettivi che lavorarono in URSS e seguirono la situazione dall’interno del paese, descrivono la fine degli anni trenta in tutt’altro modo rispetto agli antisovietici. Su quel periodo della nostra storia è opportuno citare un brano dalle memorie di G.K. Zhukov: “Ogni tempo di pace ha i propri tratti, il proprio colorito e la propria bellezza. Personalmente, però, desidero spendere una parola per gli anni dell’anteguerra. Si contraddistinsero per un irrepetibile e originale entusiasmo, per l’ ottimismo, la profonda spiritualità e nello stesso tempo il forte impegno, la modestia e la semplicità nelle relazioni umane. Si cominciava a vivere bene, molto bene!”

 

  A proposito del rapporto di Chruscev e dei processi di Mosca nota di G.F. 30/3/2014

A proposito del rapporto di Chruscev al XX congresso del PCUS e dei processi di Mosca

Sul rapporto antistalinista di Chruscev al XX congresso del PCUS non vale neppure la pena di soffermarsi. Il fine calunnioso di tutte le affermazioni in esso contenute è stato evidenziato nei minimi dettagli dal ricercatore americano Grover Furr nel libro intitolato "L'infamia antistalinista" (Mosca, 2007). L'autore trae questa conclusione lapidaria: "Di tutte le affermazioni del "rapporto segreto" che avrebbero dovuto smascherare Stalin, o anche Beria, neppure una è risultata veritiera". 

Per quanto concerne i processi del 1937, sono interessanti anche le testimonianze di J.E. Davies, ambasciatore degli Stati Uniti nell'URSS dal gennaio del '37 alla primavera del '38, ovvero nella fase culminante dei processi politici. Egli ha raccolto le memorie di quel periodo della sua vita nel libro intitolato "Missione a Mosca", dove il presidente Roosevelt lasciò scritto il seguente appunto: "Questo libro è un vero e proprio evento e vale per ogni tempo". Il 25 giugno 1941, tre giorni dopo l'attacco di Hitler all'URSS, J.E. Davies tenne una lezione alla Harvard University. Qualcuno gli chiese cosa sapesse dell'esistenza di una "quinta colonna" in Unione Sovietica. L'ambasciatore rispose brevemente: "Non esiste più. Sono stati tutti fucilati". In una lettera dell'aprile 1938 inserita nel suo libro J.E. Davies si sofferma sul processo contro il "blocco trotskista di destra" e dice: "…E' difficile trovare un osservatore straniero che, dopo aver seguito lo svolgimento del processo, possa dubitare del coinvolgimento della maggior parte degli imputati nel complotto per l'eliminazione di Stalin ".

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/ur/cuurcn18-012078.htm 

Estratti del libro, pubblicato nel 1943 a Zurigo, di J.E. Davies «Ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca. Relazioni autentiche e confidenziali sull’Unione Sovietica fino all’ottobre 1941.»

Davies ha seguito – tutti i diplomatici potevano farlo – i processi di Mosca, come osservatore (era giurista).

Il 17 Marzo 1938 egli inviò a Washington le sue impressioni sul processo di Bukharin e altri a Mosca. Il dispaccio è così concepito (estratti):

«Nonostante i miei pregiudizi (…) dopo aver osservato quotidianamente i testimoni e il loro modo di deporre, e in ragione di fatti finora sconosciuti, giustificati (…) sono arrivato alla conclusione che gli accusati abbiano effettivamente violato le leggi sovietiche enumerate negli atti d’accusa. Le stesse, confermate nel contraddittorio, provano le accuse d’alto tradimento e giustificano le condanne emesse contro di loro. L’opinione dei diplomatici che hanno assistito regolarmente ai dibattiti è stata unanime: il processo ha denunciato l’esistenza di una congiura d’opposizione politica di altissimo livello. Il processo ha permesso loro di capire fatti che erano fino ad allora incomprensibili.» (p. 209)

Davies aveva già nel 1937 assistito al processo di Radek e altri, e il 17 febbraio dello stesso anno aveva inviato un rapporto in merito al Segretario di Stato degli Stati Uniti. In esso affermava (p.33):

«Una ragione oggettiva (…) mi ha fatto concludere – a malincuore – che lo Stato ha realmente provato le accuse. Non esiste alcun dubbio sull’esistenza di una cospirazione assai grave fra i dirigenti contro il governo sovietico, e sul fatto che le violazioni della legge indicate nei capi d’accusa siano realmente state commesse, e siano dunque punibili. Ho parlato con praticamente tutti i membri del corpo diplomatico qui presenti, e tranne, forse, una sola eccezione, tutti sono dell’avviso che i dibattiti abbiano stabilito l’effettiva esistenza di un piano segreto e di una cospirazione miranti ad eliminare il governo.»

Nel suo diario, l’11 Marzo 1937, Davies ha annotato quest’episodio:

«Un altro diplomatico ha fatto ieri una considerazione istruttiva. Parlavamo del processo ed egli ha affermato: “Gli accusati sono senza alcun dubbio colpevoli, abbiamo tutti assistito al processo, siamo unanimi. Ma per il mondo esterno, al contrario, le descrizioni del processo hanno il carattere di una messinscena”. Sapeva come ciò non rispondesse al vero, ma apparentemente era bene che il resto del mondo avesse questa impressione.» (p.86)

Davies parla di numerosi arresti ed “epurazioni” avvenuti il 4 luglio su ordine del ministro degli Affari esteri Litvinov.

A proposito di quest’ultimo, riporta:

«Litvinov (…) ha dichiarato che grazie a queste epurazioni è certo che nessun tradimento a favore di Berlino o Tokyo sarebbe più possibile. Un giorno il mondo capirà che ciò che è stato fatto era necessario. Occorreva che proteggessero il loro governo da questo “tradimento minaccioso”. In effetti, hanno reso servizio al mondo intero, preservando dal pericolo del dominio mondiale dei nazisti di Hitler. L’Unione Sovietica è un forte bastione contro il pericolo nazionalsocialista. Verrà un giorno in cui il mondo intero potrà riconoscere quale grande uomo fu Stalin.» (p.128)

Ricca d’insegnamenti è anche la descrizione della conversazione avuta con Stalin, contenuta nella lettera del 9 giugno 1938 a sua figlia. Egli rimase impressionato dalla personalità di Stalin:

«Se riesci ad immaginare un personaggio totalmente diverso, in tutti i sensi, da ciò che i suoi più feroci avversari sono arrivati a descrivere, allora hai un’immagine di quest’uomo. La situazione che constato qui e la sua personalità sono diametralmente opposte. La spiegazione di questo risiede forse nel fatto che questi uomini sono pronti a fare per una religione o una “causa” ciò che non avrebbero mai fatto altrimenti.» (p. 276)

Dopo l’aggressione dell’Unione Sovietica da parte dei fascisti, Davies riassume le sue opinioni nel 1941 affermando che «i processi per alto tradimento hanno messo in rotta la quinta colonna di Hitler». (p.209)

Nel 1936 ebbero luogo i processi contro Zinoviev e altri. L’avvocato britannico D.N. Pritt (K.C.) potè assistervi. Scrisse le sue impressioni nel libro “From Right to Left” uscito nel 1965 a Londra.

«La mia impressione è che il processo sia stato condotto equamente, e che gli accusati fossero realmente colpevoli. La stessa sensazione è condivisa da tutti i giornalisti con i quali ho potuto parlare. E certamente pensavano la stessa cosa tutti gli osservatori stranieri (ce n’erano molti, soprattutto diplomatici). Ho sentito uno di loro affermare: “Naturalmente, sono colpevoli. Ma per ragioni di propaganda, dobbiamo negare.» (p. 110-111)

Dalle affermazioni di esperti di legge quali i non-comunisti Davies e Pritt, appare evidente che gli accusati dei processi di Mosca del 1936, 1937 e 1938 furono condannati perché le accuse sono state provate. In questo contesto è utile ricordare ciò che Berthold Brecht scrisse su questi processi, per esempio la concezione degli accusati.

da B.Brecht, scritti sulla politica e la società

«Una falsa concezione li ha condotti ad un profondo isolamento e al crimine. Tutte le canaglie del Paese e dell’estero, tutti questi parassiti hanno visto instaurarsi in loro il sabotaggio e lo spionaggio. Avevano gli stessi obiettivi dei criminali. Sono persuaso che questa è la verità, e che come tale sarà intesa nell’Europa dell’Ovest, anche dai lettori nemici…Il politicante che ha bisogno della disfatta per impadronirsi del potere, persegue la disfatta. Colui che vuol essere il “salvatore” opera per mettere in atto una situazione nella quale potrà “salvare”, e quindi una situazione cattiva… Trotsky ha dapprima interpretato il crollo dello Stato operaio come una conseguenza della guerra, o meglio del pericolo da essa rappresentato, ma più avanti la stessa è divenuta per lui un presupposto alla sua azione pratica. Se la guerra arrivasse, la costruzione “precipitata” sprofonderebbe, l’apparato sarebbe isolato delle masse. All’esterno occorrerà rinunciare all’Ucraina, alla Siberia orientale, ecc… All’interno, bisognerà fare concessioni, tornare alle forme capitaliste, rinforzare o lasciare rinforzarsi i gulag; ma tutto ciò va nella direzione di una nuova azione, il ritorno di Trotsky. I centri anti-stalinisti non hanno la forza morale di ricorrere al proletariato, non tanto perché siano vigliacchi, quanto piuttosto perché non possiedono una reale base organizzata in seno alle masse, non hanno niente da proporre, non hanno compiti da assegnare alle forze produttive del Paese. Dunque, confessano. E possiamo pensare che confessino anche più di quanto non ci si aspetterebbe. » (B.Brecht, scritti sulla politica e la società, L.I. 1919-1941. Aufbau-Verlag. Berlino e Weimar 1968 – p.172 e segg.)

Se partiamo dal presupposto che Davies e Pritt (e Brecht), con il loro giudizio sul processo di Mosca, avevano ragione, allora bisognerà porsi necessariamente una domanda: coloro – come Kruscev e Gorbaciov – che hanno dichiarato vittime innocenti i condannati dei processi di Mosca, non l’avranno fatto perché simpatizzavano con essi, o erano addirittura loro complici, e volevano quindi metter fine ad un’impresa fallita?

http://users.skynet.be/roger.romain/proces_de_moscou.htm

http://paginerosse.wordpress.com/2012/04/05/alcuni-verbali-del-processo-del-1937-contro-il-centro-torrorista-trotzkista-italiano-spagnolo-2/ 

  Gramsci e Stalin: un pò di verità sui “Quaderni dal carcere” e sulle presunte rivalità tra i due.

 

Il 17 luglio il “Corriere della Sera” lanciava, a firma Silvio Pons, uno scoop: una lettera sinora sconosciuta di Evghenia e Delia Schucht, cognata e moglie di Gramsci (morto nel 1937 nel carcere fascista), rivolta nel dicembre 1940 a Stalin: in essa gli si raccomandava di prendersi cura della pubblicazione degli scritti di Gramsci (I “Quaderni”) che gli italiani avrebbero sino allora trascurato e si rinfrescavano i sospetti sull’esistenza di un tradimento ai danni di Gramsci processato e detenuto, ai fini di impedirne la scarcerazione. Il sospetto, nella lettera, è genericamente a carico di italiani – si parla di fascisti e di trotzkisti – ma sembra chiaro che l’allusione sia alla vecchia vicenda della lettera di Greco e a presunte ambiguità di Togliatti. 
Di qui una ridda di articoli di stampa, centrati su sottigliezze filologiche, sulla non novità degli argomenti, sul fatto che questi nulla aggiungano a quanto conosciuto e già confutato ad abbondanza, naturalmente sull’iscriversi della vicenda nel “terrore staliniano” (Evghenia sarebbe stata una fervente staliniana…), e che in definitiva si sarebbe potuto pensare ad un complotto… contro Togliatti.
Nessuno ha però posto in dubbio né l’autenticità della lettera né che essa rispondesse al reale sentire delle scriventi e, finché vivo, dello stesso Gramsci. A noi non interessa qui parlare del presunto tradimento o quanto meno scorrettezza nei confronti di Gramsci prigioniero, dell’autore supposto di tali comportamenti (si può anche pensare a sospetti e timori eccessivi), dei perché e percome. Troviamo che la congerie di scritti presentataci sia nel complesso piuttosto futile e scadente, perché di tutto si occupa meno che, con fuggevoli e non rese evidenti eccezioni di A. Santucci e di A. Burgio, della questione centrale: il rapporto di Gramsci con Stalin, sul quale la vulgata dei revisionisti (del marxismo-leninismo, non quelli storici) ha costruito l’indegna leggenda dell’estraneità o addirittura dell’avversione tra i due. Tutto basato sul nulla, dato che i passi dei “Quaderni del carcere”, che si occupano di Stalin, di Trotzki e del socialismo sovietico, sono tutti a favore di Stalin. In un passo del 1930-32 (citiamo sempre dall’edizione Gerratana, qui p. 801 s.), Gramsci critica Bronstein (Trotzki) che “può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta”, e pone l’essenziale distinzione fra guerra di movimento o di manovra e guerra di posizione, quale quella che allora doveva sostenere l’Unione Sovietica ed in cui (udite, udite!) “è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più intervenzionista, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’impossibilità di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, organizzativi, ecc., rafforzamento delle posizioni egemoniche del gruppo dominante, ecc.”. La distinzione fra i due tipi di “guerra” viene approfondita (p. 865 s.) con la famosa distinzione fra la situazione dell’oriente, in cui “lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa” e l’occidente, ove “tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile”, per rigettare ancora una volta le teorie di Trotzki. Assai significativo (p. 1728 s.) è il passo riferito proprio a Stalin (Giuseppe Bessarione), che trae spunto da un’intervista dello stesso del settembre 1927, per rilevare “come secondo la filosofia della prassi (cioè il marxismo, nota mia) sia nella formulazione del suo fondatore, ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico (dunque, si direbbe Stalin, al di cui scritto si fa riferimento, nota mia),la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale”. Si tratta proprio del rapporto dialettico tra nazionale e internazionale che nella concezione di Stalin è fondamentale: “Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici(Trotzki) e Bessarione come interprete del movimento maggioritario…”. Almeno in due occasioni Gramsci spiega ed approva “la liquidazione di Leone Davidovici” (p. 1744), come“liquidazione anche del parlamento ‘nero’ che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento ‘legale’ “ in Unione Sovietica; e soprattutto quando, analizzando in termini sintetici ma profondi le tendenze di Trotzki, Gramsci rileva che la corrente che ha avversato quest’ultimo ha applicato la formula giacobina non come “cosa astratta, da gabinetto scientifico” bensì “in una forma aderente alla storia attuale, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare, come alleanza di due gruppi sociali, con l’egemonia del gruppo urbano” (cioè quello che stava praticando Stalin). E in via definitiva (p. 2164), quando Gramsci, sempre a proposito della tendenza di Trotzki, rileva senza mezzi termini “la necessità inesorabile di stroncarla” (il passo è attribuibile al 1934), secondo quanto appunto era avvenuto in Unione Sovietica.

Che dal pensiero dell’ultimo Gramsci risulti un distacco rispetto a Stalin è dunque menzogna: Gramsci ne approvava anche i tratti che oggi vengono qualificati “autoritari”, “dittatoriali” e peggio ancora. E nemmeno può dirsi, secondo l’ultimo rifugio della vulgata revisionista, che “oggettivamente” l’impostazione gramsciana fosse antitetica: differenze possono risultare dai contesti consapevolmente diversi (occidente e oriente) e dalle diverse fasi e livelli di lotta in Unione Sovietica e, in particolare, nell’Italia fascista, cui Gramsci non poteva non pensare: ma Gramsci sarebbe stato il primo a farsi una grande risata se qualcuno gli avesse prospettato di applicare all’Unione Sovietica di Stalin le elaborazioni che egli faceva soprattutto per l’Italia di allora.

Ora, per tornare alla lettera, se l’ambiente familiare di Gramsci si rivolgeva a Stalin sollecitandone (a torto o a ragione, non importa) la tutela nei confronti degli italiani, addirittura se le due scriventi ricordano che Gramsci raccomandava di condurre le trattative per la sua liberazione per il tramite del partito sovietico senza nulla far trapelare agli italiani, ciò vuol dire che il grande sardo aveva piena fiducia in Stalin e nel suo partito, come autentiche espressioni del comunismo mondiale. Tutto il contrario di quanto da molti anni ci è stato velenosamente propinato. I falsari del revisionismo moderno, con la lettera ora pubblicata e le reazioni nel complesso imbarazzate ed elusive che ha suscitato, sono serviti.
Quale il senso dell’operazione di Silvio Pons? Forse liquidare completamente il comunismo storico italiano: Togliatti infido e traditore, Gramsci non più l’”angelo” che ripudia il “demone” Stalin. E così il gioco è fatto. Ma anche questo convalida la nostra posizione: Stalin e Gramsci, due leaders entrambi impegnati sino all’ultimo per il nostro grande ideale e per la difesa indefettibile di esso.
Aldo Bernardini 

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I Maestri del Socialismo

 
IL PENSIERO DI LENIN SU TROCKIJ

Si usa spesso dire che nel suo "Testamento" politico Lenin avesse dato indicazioni verso Trockij piuttosto che verso Stalin come leader del partito bolscevico e del nascente stato sovietico. In realtà in tale "Testamento" Lenin esprimeva profonde riserve su tutti principali leader del partito bolscevico dell'epoca, riscontrando difetti teorici, pratici o caratteriali sia in Stalin che in Kamenev, Bucharin, Zinov'ev e, non ultimo, nello stesso Trockij.

Riguardo a quest'ultimo anzi il giudizio di Lenin stesso era sempre stato molto severo e teso alla diffidenza politica. A questo riguardo occorre ricordare che tale preoccupazione era presente nell'intero gruppo dirigente del partito bolscevico, tant'è che lo stesso Stalin fu nominato segretario generale del partito già nel 1922, Lenin vivente, appoggiato non solo da Lenin ma dalla gran parte del gruppo dirigente (compresi gli altri leader prima nominati), preoccupato per il prestigio popolare acquisito dal fondatore dell'Armata Rossa, sul quale pesavano però alcune notevoli divergenze politiche.

A titolo di esempio riportiamo una lunga serie di giudizi non propriamente positivi dati dal compagno Lenin su Trockij (che riportiamo pur ricordando che fu lo stesso Lenin e lo stesso partito ad affidare spesso incarichi importanti e determinanti per il buon esito della rivoluzione bolscevica e della sua salvaguardia; è però importante ricondurre pregi e difetti ad un giudizio critico adeguato ai fatti storici):

"La spudoratezza di Trotsky nel ridurre al minimo il partito e esaltare se stesso."
(Significato storico della lotta all'interno del Partito comunista in Russia, 1911)

"Frasi risonanti ma vuote di quelle in cui Trotsky è un maestro".
(Significato storico della lotta interna nel Partito comunista in Russia, 1911)

"L’ossequiosità di Trotsky è più pericolosa di un nemico! Trotsky non poteva offrire alcuna prova, ad eccezione di conversazioni private (semplice sentito dire, che in Trotsky sussiste sempre)."
(Il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, 1914)

"Antiche e pompose ma perfettamente vacue frasi di Trotsky... Nessuna parola sul merito della questione... Esclamazioni vuote, parole di alto volo, uscite arroganti contro avversari che l'autore non nomina, affermazioni straordinariamente importanti - questo è il repertorio di Trotsky".
(Pravda, 1913)

"Non capisce il significato storico delle differenze ideologiche tra gruppi e tendenze marxiste"
(Rottura dell’Unità, 1914)

"Trotsky non ha mai avuto una opinione ferma su nessuna questione importante del marxismo".
(Il diritto delle nazioni all'autodeterminazione, 1914)

"Trotsky, tuttavia, non ha mai avuto un "aspetto", l'unica cosa che ha è l'abitudine di cambiare fronte, di saltare dai liberali ai marxisti per ritornare di nuovo, di impostare esageratamente argomenti e frasi roboanti..."
(La rottura del blocco di agosto, 1914)

"Trotsky, da un lato, rappresenta solo le sue esitazioni personali e nient'altro. Nel 1903, fu menscevico; nel 1904, ha lasciato i menscevichi; nel 1905 ritornò al menscevismo urlando frasi ultra-rivoluzionarie; nel 1906 lo lasciò di nuovo; alla fine del 1906 sostenne accordi elettorali con i cadetti (essendo ancora una volta con i menscevichi); nella primavera del 1907, al Congresso di Londra, affermò che differiva da Rosa Luxemburg in "dettagli specifici di idee piuttosto che di linee politiche". Un giorno Trotsky plagia l'eredità ideologica di una fazione, il giorno dopo ne plagia un altra, e infine si dichiara al di sopra delle fazioni."
(Significato storico della lotta all'interno del Partito comunista in Russia, 1911)

"Trotsky fu un ardente iskrista nel 1901-1903, e Ryazanov descrisse il suo ruolo nel Congresso nel 1903 come "il randello di Lenin". Alla fine del 1903, Trotsky fu un ardente menscevico (cioè un transfuga passato dagli iskristi agli "economisti"). Egli proclama che "tra la vecchia e la nuova Iskra vi è un abisso". Nel 1904-1905 abbandona i menscevichi e assume una posizione incerta, ora collaborando con Martynov (un "economista") ora proclamando l'assurdamente sinistra teoria della "rivoluzione permanente". Nel 1906-1907 si avvicina ai bolscevichi e nella primavera del 1907 si proclama d'accordo con Rosa Luxemburg.”
(Come si viola l'unità gridando che si cerca l'unità, 1914)

"Che canaglia questo Trotsky; frasi di sinistra, e in blocco con la destra contro la sinistra di Zimmerwald!!!".
(Lettera a Kollontai, febbraio 1917)

"Trotsky arrivò, e questo farabutto subito si alleò con l'ala destra del Novy Mir contro la sinistra di Zimmerwald! [...] Questo e’ Trotsky! Sempre fedele a se stesso = truffaldino, si finge di essere di sinistra e aiuta la destra, per quanto possibile..."
(Lettera a Inessa Armand, febbraio 1917)

"Un leader politico è responsabile non solo della propria politica, ma anche per gli atti di coloro che egli guida."
(I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky, 1921)

"Trotsky ha fatto perdere tempo al partito in una discussione di parole e brutte tesi... Tutte le sue tesi, quanto la sua intera piattaforma, sono così errate che abbiano sottratto risorse e l'attenzione del Partito dal lavoro pratico nella "produzione" di un sacco di discorsi vacui [...] dopo la sessione plenaria di novembre in cui si è data una soluzione chiara e teoricamente corretta."
(Ancora una volta sui sindacati, 1921)

"Il suo rifiuto a far parte del comitato dei sindacati è stata una violazione della disciplina del Comitato centrale."
(Discorso sui sindacati, 1921)

"L’apparato è per la politica, non la politica per l'apparato [...] Trotsky è un uomo di temperamento con esperienza militare. Egli è affezionato all'organizzazione ma, come in politica, non ha nessuna idea."
(Riassunto di note di Lenin in occasione della Conferenza dei Delegati al X congresso del PC(B), marzo 1921).

"Il compagno Trotsky parla di “stato operaio". Lasciatemi dire che questa è un'astrazione, non è proprio uno “Stato Operaio”. Questo è uno dei principali errori del compagno Trotsky [...] Per una cosa: il nostro non è in realtà uno stato operaio, ma uno stato di operai e contadini. E molto deriva da esso."
(I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky, 1921)

"Trotsky accusa Tomsky e Lozovsky di pratiche burocratiche. Io direi che è vero il contrario."
(Secondo Congresso dei minatori russi, 1921)

"In relazione all’Ispezione operaia e contadina, il compagno Trotsky ha fondamentalmente sbagliato [...] In relazione alla Commissione di pianificazione dello Stato, il compagno Trotsky non ha solo sbagliato ma sta giudicando qualcosa su cui è sorprendentemente male informato"
(Replica sulle osservazioni sulle funzioni del Vice Presidente dei Commissari del Popolo, 1922).

[fonte: http://noicomunisti.blogspot.it/2012/09/le-reali-opinioni-di-lenin-su-troztskij.html]
 

Una lettera di Trotsky DOBBIAMO CONSENTIRE LA CESSIONE DELL’UCRAINA.

da La grande congiura contro l’Urss di Michael Sayers e Albert E. Kahn)

Capitolo diciassettesimo: Tradimento e terrore

1. La diplomazia del tradimento

Tra il 1933 e il 1934 le nazioni d’Europa sembravano prese da una misteriosa malattia. Un paese dopo l’altro veniva scosso improvvisamente da colpi di Stato, putsch militari, sabotaggi, assassini e impressionanti rivelazioni di intrighi e di congiure. Non passava quasi mese senza qualche nuovo atto di tradimento e di violenza. Un’epidemia di tradimento e di terrore dilagava in tutta l’Europa.

La Germania nazista era il focolaio dell’infezione. [……]

Fu Alfred Rosenberg, l’ex emigrato zarista di Reval, a stabilire per primo rapporti ufficiali segreti fra i nazisti e Lev Trockij. Fu Rudolf Hess, il sostituto di Hitler, a rafforzarli [……..]

Da Parigi, Trockij ordinò immediatamente a uno dei suoi “segretari” più fidati, una spia di nome Karl Reich, alias Johanson, di contattare Sergej Bessonov, il contatto trotskista a Berlino, che fu convocato a Parigi per fare un rapporto completo sulla situazione tedesca.

Bessonov non fu in grado di recarsi a Parigi immediatamente, ma alla fine di luglio riuscì a lasciare Berlino. Dopo aver incontrato Trockij in un albergo parigino e aver presentato il suo rapporto sulla situazione in Germania, ritornò a Berlino quella sera stessa. Trockij era in uno stato di grande agitazione nervosa quando Bessonov lo vide. Gli eventi in Germania, l’eliminazione dei “nazisti radicali” guidati da Röhm, avrebbero potuto interferire con i suoi piani. Bessonov gli garantì che Hitler, Himmler, Hess, Rosenberg, Goering e Goebbels avevano ancora il potere saldamente nelle loro mani.

“Verranno presto da noi!” gridò Trockij. Disse a Bessonov che aveva importanti compiti per lui a Berlino per il prossimo futuro. “Non dobbiamo fare gli schizzinosi in queste storie,” disse. “Per ottenere veri e importanti aiuti da Hess e Rosenberg, non dobbiamo esitare a concedere importanti cessioni di territori. DOBBIAMO CONSENTIRE LA CESSIONE DELL’UCRAINA. Tienilo a mente per il tuo lavoro e i negoziati con i tedeschi. Lo scriverò anche a Pjatakov e Krestinskij”.