Sullo stalinismo ed il prc di
Pietro Ancona
origini lontane dell'antistalinismo (e antileninismo)
ad oltranza
(Bertinotti e il PRC e
Vedi anche:
Socialismo oltre il
Novecento
Bertinotti)
Stalin di Salvatore Lo Leggio
Stalin e l'Occidente liberale tra rimozioni e miti
"Il
Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe"
di Antonio Murabito su fb
Riabilitare
Stalin? di Roberto Monicchia
Ferrero-Diliberto: affinità
elettive Amedeo
Curatoli
Chi ha commesso il massacro di Katyn? Fulvio
Grimaldi
Così Pietro Nenni,
in una storica seduta della Camera dei deputati,
rievocava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe
Stalin subito dopo la sua morte
vedi anche:
qui
qui e
qui
l'ERNESTO La
non-violenza e le sue astratte
agiografie dal «Piccolo gioco» del
PRC al «Grande gioco» internazionale
La “svolta non-violenta” del PRC
e le sue resistenze interne di
Leonardo Pegoraro
***
NOI SIAMO STALINISTI !!
(da nota pubblicata da Michele Trocini su fb:
"Chi ci vuole condannati a
ripartire dalle urne cinerarie
delle categorie ideologiche ha
sbagliato i conti ! La loro
paura delle reali possibilità
del Socialismo,concretizzate
attraverso la figura di
Stalin, li ha traditi. L'arma
dello antistalinismo gli si è
rivoltata contro : oggi essere
Stalinisti è la prova autentica
e reale dell'essere comunisti.
La storia dei sviluppi
alternativi al "Marxismo
Creativo"di Stalin sono storia
di sconfitte continue e
premeditate delle dirigenze di
partito pseudo-comuniste e tutte
appassionatamente
antistaliniste. La pratica del
Materialismo Dialettico ci
impone di aderire esclusivamente
a balzi dialettici che ci
portano di vittoria in vittoria
fino alla sconfitta totale del
capitalismo e Stalin ha
rappresentato questo : l'attenzio...ne
esclusiva alle vittorie della
classe lavoratrice e non a
quelle della burokratia di
partito o agli intelletualismi
di bottega. Questi nemici del
lavoratori hanno paura di chi li
ha sempre sconfitti . Stalin ha
portato lo scontro finale contro
il capitalismo sul terreno
ultimo della Economia e ormai
eravamo ad un passo dal
passaggio finale dal Socialismo
Reale al Comunismo ( importante
la lettura del "Il marxismo e la
linguistica" e "Questioni
economiche del Socialismo in
URSS"di Stalin) e questo spiega
tutta la forza di reazione a
questa possibilità . Non è
possibile in alcun modo sperare
di condurre una lotta vincente
contro il capitale senza tenere
conto di queste riflessioni e
quindi invito tutti i compagni a
riproporre tutta la questione in
termini nuovi e finalmente
liberi dagli illusionismi dei
maghi della sconfitta. Noi siamo
Stalinisti !"
Marco Angelucci
http://www.facebook.com/groups/161542447270131/189684224455953/#!/groups/161542447270131/
Riabilitare
Stalin? di Roberto Monicchia
Da "micropolis"
del maggio 2009
un articolo di
Roberto Monicchia, che recensendo il libro di Losurdo fa il punto su una
questione storiografica (e non solo) tutt'altro che chiusa.
in
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/10/riabilitare-stalin-di-roberto-monicchia.html
La collocazione di Stalin tra le “anime nere” del Novecento
riscuote un consenso quasi unanime e il parallelo Urss-nazismo è un tassello
fondamentale della lettura del XX secolo secondo l’onnicomprensiva categoria del
“totalitarismo”, contro il quale le democrazie liberali sarebbero uscite
vittoriose dopo una lunga guerra in più tappe. Mettere in discussione le
fondamenta di questa impostazione è l’arduo compito - di per sé degno di
attenzione - che si assume Domenico Losurdo nel suo Stalin. Storia e critica di
una leggenda nera (Carocci, Roma 2008).
Il discorso muove dalla constatazione che per un lungo
periodo, anche a guerra fredda iniziata, il giudizio positivo su Stalin non era
un’esclusiva della mirabolante propaganda sovietica, ma un tratto diffuso in
occidente: il riconoscimento delle qualità politiche del georgiano, non solo per
la vittoria nella guerra mondiale, ma anche per l’opera di trasformazione della
Russia, coinvolge personaggi come De Gasperi e Thomas Mann. E’ il “rapporto
segreto” di Kruscev che inaugura l’immagine di uno Stalin paranoico e
sanguinario, tutto intento ad issare il proprio culto sopra una montagna di
cadaveri. Provata l’infondatezza di alcune affermazioni (l’impreparazione
militare dell’Urss nel 41, l’organizzazione dell’assassinio di Kirov), Losurdo
riporta la “cattiva storiografia” krusceviana a strumento della lotta per la
successione a Stalin. A suo avviso, per superare le impostazioni
ideologico-strumentali, occorre analizzare lo stalinismo all’interno della
storia del bolscevismo: la tendenza a insistere nei metodi della guerra civile
appare già nel dibattito sull’insurrezione, nelle polemiche sul trattato di
Brest-Litovsk e sulla Nep fino all’opposizione a Stalin di Trockij, che non
avrebbe esitato a usare lo strumento insurrezionale. Losurdo dà credito al
racconto di Malaparte in Tecnica del colpo di stato, per cui il georgiano non
avrebbe affatto ingigantito la minaccia di un possibile rovesciamento violento
del suo potere. Più in generale tutta la vicenda del bolscevismo sembra
riproporre la contraddizione tra universalismo astratto e necessità di fare i
conti con la realtà. L’utopismo astratto vede in qualsiasi realizzazione
l’abbandono degli ideali: la Nep, le relazioni internazionali, i fronti popolari
significano un tradimento, una degenerazione che giustifica qualsiasi forma di
opposizione. Questa dialettica distruttiva, del resto, si innesta sulla
specificità della storia della Russia, ove da decenni la contraddizione tra
spaventosa arretratezza e attese di liberazione faceva prevedere una palingenesi
violenta. Il carattere esplosivo della rivoluzione viene amplificato dalla
inaudita carneficina della prima guerra mondiale: il potere bolscevico – che
pensava doversi preparare a gestirne il “deperimento”– si trova nella necessità
di ricostruire lo Stato.
In questo contesto l’affermazione dello stalinismo segue un
percorso non lineare, segnato dalla dialettica tra stato d’eccezione e
tentativi di “normalizzazione”, frenati tanto dagli scontri interni quanto dalle
tensioni internazionali. Le “accelerazioni”, le svolte repentine del ventennio
staliniano sono dunque molto dentro alla logica tragica della rivoluzione russa
e ben poco attribuibili alla paranoia autocratica di Stalin. Questa ossessiva
(ma non ingiustificata) sindrome dello stato di eccezione illumina la natura
specifica del regime: la ricognizione del clima che accompagna fenomeni come
l’industrializzazione e la collettivizzazione forzata o la stessa organizzazione
del sistema dei Gulag delinea una “dittatura sviluppista”, fondata su una
parossistica mobilitazione popolare, a sua volta riflesso di un immane terremoto
sociale, un rimescolamento di classe che supera di gran lunga l’esempio
francese. Senza questo non si capisce né la grande crescita economico-sociale
degli anni ’30, né la vittoria in guerra. La tragedia dell’Urss staliniana sta
proprio nell’incapacità di passare dall’emergenza alla normalità, dalla
mobilitazione “militare” a una società pacificata.
Estendendo le critiche di Trockij e Kruscev, il discorso
politico e storico su Stalin in Occidente, soprattutto tra guerra fredda e post
’89, ha proceduto ad una sistematica rimozione, sostituita da una leggenda nera
che annulla nel genocidio e nella paranoia sanguinaria la storia del socialismo.
Allargando a dismisura il campo di applicazione della categoria del
totalitarismo si è giunti a costruire l’assurda equiparazione tra l’Urss e il
nazismo. A tal fine si sono compiute forzature pazzesche, con vere e proprie
invenzioni, come quella dell’antisemitismo sovietico, e distorsioni comparative
– come quella tra lager e gulag. La rimozione della storia si avvale anche e
soprattutto della riduzione del confronto ai regimi dittatoriali, escludendo
l’Occidente. Per questa via si è costretti a negare la natura razziale del
progetto di dominio nazista in Europa (il cosiddetto Nuovo Ordine),
evidentemente modellato – sia dal punto di vista ideologico che organizzativo -
sull’esperienza coloniale europea, in particolare britannica. Non a caso una
delle rimozioni più clamorose riguarda l’appello alla liberazione anticoloniale
che l’Urss sostiene fin dalla nascita e sulla cui base viene combattuta dalle
potenze occidentali ancor prima che da Hitler, usando gli stessi argomenti,
compresa l’equiparazione bolscevismo-ebraismo. Certo, è molto più comodo fare
della storia la palestra di insensati, sanguinari dittatori, estranei alla
“civiltà occidentale”.
Decostruire l’immagine paranoica e “impolitica” del
georgiano è un merito del libro e un contributo a far uscire il dibattito sul
socialismo dall’indistinta ermeneutica del totalitarismo e dalla condanna morale
di ogni rivoluzione. Si rimane dubbiosi, invece, quando sembra trasparire una
rivalutazione “in sé” dell’opera di Stalin, di cui si sottolineano il realismo,
la lungimiranza, persino una certa moderazione. Pesa in questo senso la
riduzione della polemica trockijsta (e chrusceviana) a puro espediente di lotta
politica e ad arma fornita ai nemici, secondo un’ottica di equiparazione
“oggettiva” tra critica e tradimento che è tipicamente stalinista.
Non può esservi dubbio sul fatto che la demonizzazione
dell’avversario - diffusa nell’intero movimento operaio - sia impiegata come
arma sistematica di liquidazione fisica e politica proprio dallo stalinismo. Pur
considerando gli stati d’eccezione e le realpolitik del secolo di ferro non si
può negare questo macroscopico elemento di degenerazione, che costituisce uno
dei motivi della sconfitta della scommessa socialista nel XX secolo. Se vogliamo
che quella prospettiva possa riaprirsi, non si può mettere sullo stesso piano la
discussione sulla natura dell’Urss che una parte dello stesso movimento
comunista ha sviluppato fin dagli anni ’20 (certo con errori, ma anche pagando
prezzi terribili) con l’attuale criminalizzazione dell’intera parabola del
movimento operaio novecentesco.
Per comprendere cos’è stato il socialismo sovietico, non
c’è bisogno di “riabilitare” Stalin. Tanto meno di demonizzare i suoi
oppositori.
****
Così Pietro Nenni, in una storica seduta della Camera dei deputati,
rievocava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe Stalin subito dopo la
sua morte.
Onorevoli colleghi,
nessuno tra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto
che ha lasciato Giuseppe Stalin.
Da ieri manca qualcosa all’equilibrio del mondo. In questa connotazione,
comune a tutti, amici e avversari, è il riconoscimento unanime della grande
personalità che è scomparsa.
Stalin è stato il costruttore dello Stato sovietico e del sistema di Stati e di
popoli che idealmente fa capo a Mosca e abbraccia un terzo della terra con 800
milioni di uomini.
Quando 30 anni or sono, Stalin raccolse l’eredità di Lenin, dal cratere della
rivoluzione socialista di ottobre la lava colava ancora per mille rivoli e tutti
i problemi erano ancora aperti, tutte le possibilità.
Il figlio del calzolaio di Gori si trovò di fronte al compito tremendo di
unificare il corso della rivoluzione sovietica per sottrarla al destino che era
toccato alla rivoluzione francese. Le polemiche che egli sollevò da allora nel
mondo pur anco non si sono taciute o placate, e tuttavia si può dire che la
storia ha deciso prima ancora che Stalin affrontasse il giudizio della
posterità.
La guerrra del 1941-45 fu, nel suo barbaro orrore, la prova suprema dei
sistemi e delle civiltà che reggono i popoli.
Non si mente dinanzi alla morte.
E allorchè, nell’inverno 1941-42 e nell’inverno successivo, quando cominciò
la vittoriosa controffensiva dell’esercito rosso, i moscoviti non ebbero che da
salire la collina dei passeri per ascoltare il rombo del cannone tedesco, quando
i leningradesi, per recarsi al lavoro, dovettero sfidare il fuoco delle
mitragliatrici nemiche che colpivano gli operai ai loro torni e i fornai alle
impastatrici dove confezionavano un pane immangiabile, quando Stalingrado per
suprema difesa dovette gittare nelle trincee scavate nella neve financo i suoi
vecchi e le sue donne, allora sulle labbra dei combattenti esangui “Russia” e
“Stalin” ebbero lo stesso significato e fu chiaro che l’uomo e il sistema
avessero ricevuto il collaudo della storia.
Gli eventi di uel tempo a noi tanto vicino permisero a ogni uomo di buonafede di
correggere l’errore di credere che Stalin fosse un dittatore sostenuto da un
sistema di forza, là dove la sua forza vera è stata, fino all’ultimo momento, il
consenso di milioni e milioni di uomini che, in piena coscienza, a lui avevano
delegato i maggiori poteri.
Tuttavia Stalin non ebbe in nessun momento la stolta mania che egli potesse
bastare a tutto.
Il vuoto che egli ha lasciato è quello della sua eccezionale personalità, ma
lascia anche strutture statali, di partito, sindacali, economiche capaci di
resistere ad ogni evento e di superare qualsiasi prova.
Soprattutto lascia popoli i quali hanno fatto passi giganteschi per la via
del progresso tecnico, sociale ed umano e che saranno in ogni momento in grado
di esprimere un gruppo dirigente all’altezza della situazione. Onorevoli
colleghi, quando nell’estate scorsa ebbi modo di incontrare Stalin egli mi disse
parole che mi sembrano oggi racchiudere la lezione della sua vita: non ammettere
mai che non ci sia più niente da fare, non rompere mai il contatto con
l’avversario o con il nemico, non puntare mai su una carta dubbia le sorti dello
Stato, del partito, della collettività.
La sua costante preoccupazione di essere pronto alla guerra se l’avversario
la impone ma di contare sulla pace come sul mezzo e la causa migliore, era la
conseguenza naturale della sua filosofia e della sua politica.
In questo senso noi socialisti italiani ravvisiamo in lui una garanzia di
pace, né minore è la fiducia che poniamo nei suoi successori.
Un evento sciagurato e tristissimo, determinato fuori della volontà del
nostro popolo schierò in guerra l’esercito italiano contro l’Unione Sovietica.
Noi socialisti ci auguriamo che quell’evento venga subito dimenticato e,
associandoci con animo commosso e ansioso al dolore dei popoli sovietici per la
morte del loro grande capo, presentando da questa tribuna le nostre condoglianze
al governo di Mosca, partecipando al lutto del proletariato mondiale, esprimiamo
un augurio di pace per tutto il mondo e di relazioni cordiali e operose del
nostro paese con il paese di Lenin e di Stalin.
da
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/05/il-figlio-del-calzolaio-marzo-53-nenni.html
****
Ferrero-Diliberto: affinità elettive
.pubblicata su fb da Amedeo Curatoli il giorno venerdì 4 novembre
2011 alle ore 22.33.
Il grande Lenin diceva che non ci si può spiegare
pienamente nessun errore, compreso un errore politico, se non si scoprono le
radici teoriche dell’errore di coloro che lo commettono. Per “coloro” noi
qui intendiamo Diliberto e Ferrero, tanto per semplificare, non certo per
attribuir loro tutto il peso degli errori (che abbiamo denunciato in passato e
che continueremo a denunciare in questo articolo), ma perché ne sono i più
visibili portabandiera essendo essi i segretari di due partiti che si richiamano
ad un comunismo fondato, appunto, su basi teoriche false. Questi due partiti
svolgeranno prossimamente i loro congressi, e i documenti teorico-programmatici
proposti alla discussione contengono l’ennesima illustrazione della critica
distruttiva del comunismo storico e la riproposizione di un comunismo
immaginario, mirifico, fatto di belle parole scelte con cura, ma che in questo
mondo non vedrà mai la luce. L’idea profonda, ancora una volta espressa in tali
ultimi documenti, al di là della diversità degli “stili letterari” ferreriani e
dilibertiani, sta nella eventualità che sia possibile sospingere lo Stato verso
misure di radicali trasformazioni in senso democratico se non addirittura in
senso socialista, senza mai prospettare l’inevitabilità di un rivolgimento
rivoluzionario per conquistare quelle misure. Si tratta del perpetuo, secolare
inganno, più o meno esplicito, più o meno camuffato, di tutti gli opportunismi
revisionisti, che negano il carattere di classe dello Stato borghese e seminano
illusioni fra la gente che sia possibile modificare nel profondo tale Stato,
considerato, in fondo, entità neutrale al di sopra e al di là degli antagonismi
di classe. Nel nostro paese questa visione opportunista dello Stato ha avuto una
sua sistemazione teorica abbastanza organica e complessa nella via italiana al
socialismo poi divenuta eurocomunismo e poi (con argomenti sempre più labili) un
altro mondo possibile o ancora un “immaginario della trasformazione”.
Che cosa c’è di nuovo in questo “immaginario della
trasformazione” rispetto alla teoria revisionista togliattiana della via
italiana al socialismo? Sicuramente un linguaggio più illusorio, evanescente, e
quindi più velleitario e meno credibile rispetto alla rivendicazione, per
esempio, di “riforme di struttura” lanciata dal Pci come viatico al socialismo,
rivendicazione che all’epoca doveva dare l’impressione di un’effettiva,
concreta realizzabilità perché avanzata da un forte partito e da un
altrettanto forte movimento sindacale egemonizzato in grandissima parte da quel
partito. La linea della Cgil di allora era “Un’economia del lavoro contro
l’economia del capitale”, e gli operai credevano in questa possibilità. Ma oggi?
Solo più chiacchiere, più fumo, più illusioni a buon mercato di poter cambiare
le cose con discorsi apparentemente di buon senno e di buon senso. Il
revisionismo si adegua ai tempi: più povero è il bagaglio che si porta dietro in
termini di consensi elettorali e di armamentario teorico e ideologico, più
audace e fantasioso e “moderno” diventa il suo linguaggio. Quindi, con
particolare riferimento al Pdci di Diliberto, più che Marx XXI secolo sarebbe
meglio dire: revisionismo XXI secolo.
Il documento Prc chiede allo Stato di “rilanciare la democrazia”
fino a “superare la proprietà privata dei mezzi di produzione”, chiede allo
Stato una “democrazia sostanziale” che per essere tale deve “intrecciarsi” alla
“socializzazione dei mezzi di produzione”, chiede allo Stato la
“nazionalizzazione delle banche di interesse nazionale” e di sottoporle al
controllo democratico, chiede allo Stato di non farsi più “condizionare” dal
capitale finanziario, e che riacquisti la cosiddetta sovranità sulla moneta. C’è
un punto in cui addirittura si rivendica la demercificazione cioè la produzione
di valori d’uso che siano in grado di soddisfare i bisogni sociali, e dicono che
è possibile, visto che viviamo in una società “avanzata”, superare la forma
merce in ogni ambito sociale: dal lavoro alle cose, alle relazioni sociali.
Quindi l’abolizione delle merci, che è un obiettivo nemmeno socialista ma
comunista, la chiedono allo Stato borghese!
Anche il documento Pdci mette insieme una lista di
obiettivi presentati come di possibile attuazione all’interno della società
classista e dello Stato che di quel classismo ne è la suprema espressione. Essi
chiedono: un nuovo (si potrebbe dire rivoluzionario) rapporto tra Stato e
mercato, tra pubblico e privato, tra proprietà pubblica e proprietà
individuale; chiedono “la centralità del Parlamento come paradigma della
democrazia sostanziale”, il ripristino degli assetti istituzionali e
costituzionali dell’Italia post-fascista….ecc. Tali rivendicazioni -ripetiamo-
alcune delle quali di carattere squisitamente socialiste che i due partiti
richiamantisi al comunismo avanzano all’interno di uno Stato integralmente
capitalista rappresentano la completa capitolazione di fronte alla teoria
marxista dello Stato, e questa capitolazione essi la presentano come un qualcosa
di carattere assolutamente innovativo rispetto ai pessimi tentativi di
socialismo (a giudicare da ciò che ne dicono) apparsi nel mondo. Sono occorsi
secoli prima che le classi oppresse ed espropriate riuscissero a cogliere il
perché dell’esistenza dello Stato e ne definissero teoricamente, in ultima
analisi, la sua natura di macchina repressiva nelle mani di minoritarie élites
dominanti.
Vi è giunto a questa conclusione già il socialismo premarxista, e
successivamente, da Marx a Lenin, sulla base dello studio delle rivoluzioni del
19° secolo e in particolare della Comune di Parigi (Marx) e abbattendo il
vecchio stato per edificarne uno nuovo (Lenin) il concetto di questa macchina
repressiva è stato via via affinato ed arricchito fino a divenire “scienza”. Di
questa scienza nata -ripetiamo- da una ricchissima prassi rivoluzionaria, non
vi è più traccia. Si potrebbe dire che la prima vittima di tutti i
revisionismi, da quello delle socialdemocrazie della II internazionale a quello
togliatto-kruscioviano giù fino agli epigoni con aspirazioni rifondative, sia
stata proprio la teoria dello Stato e il conseguente ritorno indietro alla
vecchia idea mistificatrice dello Stato bene comune di “tutti” e quindi
passibile di poter essere tirato, come una coperta striminzita, anche dalla
parte degli esclusi.
Ciò non significa, ovviamente che un partito comunista debba solo
propagandare l’inevitabilità dell’abbattimento dello Stato borghese: un tale
partito può stare all’opposizione anche cento anni, ma nel far proprie tutte le
rivendicazioni politiche, economiche, di civiltà, di progresso che nascono dal
profondo delle masse popolari contro i governi borghesi, non deve mai, nelle sua
battaglie quotidiane, durassero anche un secolo, raccontar frottole e illudere
le masse sulla possibilità di ottenere cambiamenti radicali (socializzazione dei
mezzi di produzione, sostituzione dei valori d’uso ai valori di scambio!!)
tacendo opportunisticamente sull’inevitabilità storica dello scontro
rivoluzionario con la borghesia monopolistica.
Quando poi i due documenti definiscono una loro
identità di comunisti (la qual cosa è d’obbligo in ogni Congresso), allora si
scatena l’antistalinismo. Ma la differenza fra i due sta nella maggiore astuzia
di Diliberto e dei professori che si sono messi al suo servizio, sta nel fatto
che l’antistalinismo del pdci è un antistalinismo dal volto umano, è un
antistalinismo “dimostrato”, “ragionato”, che mentre sferra micidiali
bastonate a Stalin (senza mai nominarlo), ogni tanto però è anche disposto a
concedere una carota. Quello bertinotto-ferreriano, invece, è assoluto,
implacabile, è un antistalinismo all’ennesima potenza, che forse metterebbe in
imbarazzo anche Trotski; è un antistalinismo divenuto stalinofobia (da curare
con la psicoanalisi) che al grande georgiano non solo non concede nulla ma lo
sovraccarica di crimini mostruosi fino a riecheggiare la famigerata teoria dei
“totalitarismi” della Harendt (dice Ferrero che il il “produttivismo
economicista” di epoca staliniana “non libera il lavoro e non crea una nuova
qualità della vita In questo senso, lo stalinismo è anche stato un modello di
sviluppo subalterno all'idea di crescita quantitativa. E' da questo deficit -
non dal surplus - di socialismo che sono derivate la concezione (e la pratica)
totalizzante e dispotica del Partito, l'arbitrio incontrollabile del leader, la
cancellazione di ogni istanza democratica di base nell'organizzazione e nella
società, la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e delle
persone ad appendici insignificanti della potere”).
Siamo assolutamente certi che se parlasse di Henry Ford e del destino della
classe operaia nordamericana, Ferrero si servirebbe di un linguaggio meno
violento di quello usato per denunziare l’Unione Sovietica di Stalin, anzi
coglierebbe l’occasione per accreditare, ancora una volta, la favola
revisionista del cosiddetto “compromesso fordista”, e cioè che Ford
(capitalista fascistoide ed autoritario che inchiodò gli operai alla “catena di
montaggio” riducendoli a semoventi macchine scimmiesche) avrebbe trovato un
civile modus vivendi con la classe operaia americana!
Notiamo per inciso quanto infondata sia la
convinzione del filosofo Costanzo Preve sulla presunta inattualità della
“dicotomia” Stalin-Trotski: sono proprio questi signori del Prc e del Pdci che
rendono immancabilmente attuale la “dicotomia”, nel senso che ogni volta che
vanno a congresso, nell’immancabile capitolo sulla loro “identità di comunisti”
pongono al centro l’immancabile attacco distruttivo a Stalin rinnovando in ciò
la tradizione trotskista e kruscioviana e quindi rendendola sempre attuale. Come
si può essere così giulivamente superficiali da dichiarare “superato”
l’antagonismo Stalin-Trotski e insultare i difensori di Stalin (che difendono il
comunismo storico, non una personalità) paragonandoli ai mentecatti di opposte
tifoserie? L’antistalinismo -per usare un termine del compagno
Losurdo- è autofobia, è il prendere le distanze dagli “orrori” della rivoluzione
generatrice di ogni male; è un chiamarsi fuori; è un essere ossessionati
dall’idea di apparire sgraditi alla borghesia monopolistica e di farsela
definitivamente nemica; è agire come Pietro che quando una serva lo riconobbe e
gli disse tu sei discepolo di Cristo! Ma che dici! lui rispose tremante, chi
l’ha mai conosciuto…
A Rimini, 9 anni fa si fece un congresso di
Rifondazione, furono presentate 63 tesi, nella n° 51 dal titolo sportivo
“comunismo contro stalinismo” Bertinotti scrisse: “un’identità comunista implica
una rottura radicale con lo stalinismo”. 9 anni dopo Ferrero copia parola per
parola dal suo ex maestro:”Il progetto della rifondazione comunista, di
un'identità comunista adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con
lo stalinismo”. Di suo Ferrero ci ha messo solo il XXI secolo perché 9 anni fa
non si era ancora presa la pomposa abitudine di dirsi comunisti del XXI secolo,
non era stato neanche inventato ancora Marx XXI. In quella tesi n°51 Bertinotti
scrisse ancora: "Non proponiamo qui un’operazione di bilancio storico, ben
altrimenti impegnativa, ma di verità politica e di identità teorica". 9 anni
dopo (cioè oggi) Ferrero, ridicolmente, facendo la figura dell’ultimo della
classe che copia pedissequamente dal compagno di banco, ripete: “Non proponiamo
qui un'operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa, ma di verità
politica e di identità teorica” (VIII Congresso doc.1
http://web.rifondazione.it/viii/?p=60#more-60)
Non proponiamo qui (2002), non proponiamo qui (2011) un bilancio
storico “ben altrimenti impegnativo”: può darsi che tale bilancio vedrà la luce
nel XXII secolo? E cosa dirà mai di bello un bilancio sull’Urss di Stalin ben
altrimenti impegnativo dopo tutte le calunnie borghesi imperialiste che gli
avete vomitato addosso? Per ora a Bertinotti ed al suo ex-discepolo valdese ora
basta questo giudizio analitico a priori di kantiana memoria: lo stalinismo è
incompatibile con il comunismo!
Che conclusione si potrebbe trarre? Una constatazione
ed un augurio. Una constatazione: teoricamente né Prc né Pdci sono abbastanza
forti da fondare un nuovo comunismo. Un augurio: che ad ambedue i Congressi
almeno un coraggioso compagno (meglio sarebbe un nucleo organizzato di compagni)
denuncino e dimostrino il carattere revisionista di Prc e Pdci
Amedeo Curatoli 4:11.2011
http://www.facebook.com/note.php?saved&¬e_id=10150382653554605#!/notes/amedeo-curatoli/ferrero-diliberto-affinit%C3%A0-elettive/271847476192882
http://lanostralotta.org/?p=283
http://www.facebook.com/note.php?saved&¬e_id=10150382653554605#!/notes/amedeo-curatoli/ferrero-diliberto-affinit%C3%A0-elettive/271847476192882
http://lanostralotta.org/?p=283
"Il
Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi meriti e non per le sue colpe"
di Antonio Murabito su fb
Antonio Murabito Credo
che il Comunismo sia crollato per le brecce aperte da Gorbaciov con la
perestroika e con la glassnost, come dire "nessuna buona azione rimane
impunita". Gli spazi di democrazia, di cui è stato apprezzato il grande
valore, sono stati sfruttati dagli epigoni di Stalin e sopra tutto dai falsi
democratici come Boris Yeltsin, il cui vero scopo non era di ampliare gli
spazi di democrazia, ma di consegnare l'intero apparato produttivo russo
alla "mafia globalizzata". Il Comunismo, a mio parere, è caduto per i suoi
meriti e non per le sue colpe, per non aver esercitato la dovuta democratica
durezza nei confronti degli oppositori stalinisti e integralisti liberisti.
Come amava dire Sandro Pertini: "A brigante, brigante e mezzo"; invece
Gorbaciov è stato troppo gentiluomo nei confronti dei briganti, non ha
esercitato la dura e legittima durezza che avrebbe dovuto adoperare per
difendere nello stesso tempo il Comunismo riformato e la sospirata
democrazia faticosamente raggiunta.
E' avvenuto in URSS qualcosa di simile al golpe cileno; per ostinarsi nel
rigoroso uso degli strumenti democratici si è dato ampio spazio alle
iniziative criminali degli oppositori interni ed esterni: Assai meglio
avrebbe fatto Allende ad armare il popolo contro l'esercito traditore armato
dagli USA e persino ad accettare l'aiuto dei compagni cubani. Le limitazioni
alla sovranità nazionale che ne sarebbero potute scaturire sarebbero
comunque state per il popolo cileno e per lo stesso Allende di gran lunga
meno traumatiche del colpo di stato USA-Pinochet. Con ciò non voglio
affermare che sarebbe da preferire lo stalinismo nel metodo e nel merito, ma
soltanto che il pacifismo e il rigoroso suicida rispetto delle pure e
semplici formalità conduce non di rado alla sconfitta; un uso equilibrato
della forza avrebbe forse evitato la deriva liberista che quasi tutto il
mondo sta attraversando. Sono convinto che
sulla totale identificazione del Comunismo con Stalin e lo stalinismo da
parte delle forze reazionarie si vuole sostenere una presunta superiorità
storico-politico-morale del Capitalismo
(considerato il miglior (anzi l'unico) sistema politico-economico possibile)
rispetto al Comunismo, il che
è storicamente falso (persino nei confronti dello stesso Stalin e dello
stalinismo, pur in presenza degli errori e degli orrori effettivamente
avvenuti nel cosiddetto socialismo-reale). Sicuramente ben maggiori sono gli
orrori del Capitalismo nelle vecchie e nelle nuove forme, dal Colonialismo
al Neocolonialismo e nell'attuale fase ben definita dal prof. Giuseppe Carlo
Marino "Mafia globalizzata".
Stalin di Salvatore Lo Leggio
Il "culto della personalità" tipico di tutte le
dittature? Io eviterei la generalizzazione. Hitler, Mussolini, grazie ad
un uso sapiente del mezzi di comunicazione, riuscirono ad ottenere
l'amore dei propri sottoposti, non solo dei seguaci in senso stretto, ma
anche di una gran parte del proprio popolo. Fu un vero lavaggio del
cervello.
Per il fhurer c'erano ragazzi tredicenni che "si
sacrificavano" felici anche negli ultimi terribili giorni della
sconfitta, nella Berlino messa a ferro e a fuoco.
Per il duce non fu così.
Tante cose ne avevano offuscato la luce: "l'amor di Petacci" e la
collaborazione con i tedeschi occupanti, in primo luogo, oltre che la
colpa suprema di aver condotto l'Italia in una guerra lunga e sanguinosa
dopo aver promesso facile vittoria e pingue bottino. Eppure anche per
lui, il giorno di Piazzale Loreto, non mancò la prova d'amore: a fronte
delle tantissime e dei tantissimi che baciavano la terra che se l'era
ripreso, c'erano altri, pochi ma non pochissimi, che lo piangevano come
si piange un padre.
Tutto uguale dunque? Una dittatura vale l'altra?
Stupidaggini. A piangere Stalin non erano infatti solo i
russi cresciuti e formati nel suo regime: erano davvero i popoli della
terra. Io - ne ho scritto in un racconto autobiografico, un inedito che
un giorno o l'altro posterò - ho un ricordo preciso, forse uno dei più
remoti della vita (avevo 5 anni): nella sezione del Pci, al mio paese,
vedevo piangere uomini e donne con un intensità che m'è rimasta
impressa. E Stalin piansero non solo russi e italiani, ma neri, rossi e
gialli in tutto il mondo. Perché? Perché era l'emblema della speranza
dei poveri e degli oppressi, di una religione che non mobilitava (come
il fascismo o come il nazismo) gli egoismi di nazione e di razza, ma che
affermava l'uguaglianza e la giustizia tra tutte le donne e tutti gli
uomini dell'intero pianeta. Perché era visto come l'uomo che, a
Stalingrado, in condizioni terrificanti e indescrivibili, aveva guidato
la riscossa contro il mostro che si stava impadronendo del mondo intero.
Era illusione? Frutto di una propaganda che usava
l'internazionalismo proletario per avvantaggiare lo Stato russo e
sovietico e l'oligarchia burocratica che lo reggeva? E' possibile, ma
aveva comunque un segno diverso dai nazifascismi che confermavano
l'oppressione. Conteneva un segno di liberazione. E per questo alle
manifestazioni di artisti e poeti (anche a quelle poco riuscite, come
questa di Alberti) con le quali volevano dare voce al dolore dei tanti
operai e contadini che ebbero fede nel Baffone, l'uomo che aboliva
l'ingiustizia, bisogna portare rispetto. (S.L.L.)
E' un
ampio stralcio del commento di Salvatore Lo leggio a una poesia di
Alberti sulla morte di Stalin. Ecco il link
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/06/stalin-non-e-morto-una-di-rafael.html
origini lontane
dell'antistalinismo (e antileninismo) ad oltranza:
da Wikipedia
Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei
dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello
di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una
nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è
aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il
Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il
giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10
gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di
capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il
Partito Comunista Tedesco.
A
firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti,
compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di
continuità con il passato, che non può limitarsi a
rinnegare stalinismo e leninismo,
ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del
comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di
recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere
l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.
Vedi
anche:
Socialismo oltre il
Novecento
Bertinotti
___________________________________________
E' un
invito alla lettura di questo libro,
certamente lettura critica, e alla
riflessione.
Giuseppina
(inguaribilmente comunista).
Dall'introduzione di Adriana Chiaia al
libro di Ludo Martens STALIN Un altro
punto di vista
Adriana
Chiaia nella sua prefazione al libro ci
ricorda tre questioni che ci sembrano
dirimenti.
La
risposta a certi critici
Nell’individuare nel revisionismo
moderno la causa della temporanea
sconfitta del socialismo, come fa anche
l’autore del libro che presentiamo, non
si intende affatto - come ci viene
attribuito - affermare che la svolta
impressa ad ogni aspetto della vita
dell’URSS da Chruscev e dalla sua cricca
revisionista rappresenti il subitaneo
passaggio dal “paradiso all’inferno”. Si
intende invece indicare, nella presa del
potere dopo la morte di Stalin da parte
della componente revisionista del PCUS,
la vittoria di quest’ultima. Vittoria
resa irreversibile anche dalla mancata
reazione e mobilitazione della sinistra
del PCUS. Il sistema socialista era
talmente forte che dovettero trascorrere
più di trent’anni perché, attraverso le
riforme frettolosamente varate da
Chruscev (che per questo perse il
potere), attraverso il periodo di
stagnazione economica e di paralisi
politica sotto Breznev, attraverso
l’inganno della perestrojka
gorbacioviana, attraverso la conquista
delle principali leve del potere da
parte di Eltsin (l’uomo prescelto dagli
Stati Uniti per portare a termine il
lavoro), si arrivasse alla catastrofe
finale con lo scioglimento del PCUS, la
dissoluzione dell’URSS, la nascita della
Comunità degli Stati Indipendenti e la
completa restaurazione del capitalismo.
Sono
dunque pretestuosi gli argomenti dei
nostri critici. Sono piuttosto essi
stessi che dovrebbero rivedere la loro
analisi del processo che ha portato agli
esiti rovinosi che nemmeno loro mettono
in discussione. Essi, rifiutando
l’interpretazione della realtà mediante
la categoria del revisionismo (che
addirittura banalizzano ponendolo alla
stregua del “burocratismo”, chiave
interpretativa di ogni male da parte dei
trockijsti), fanno invece risalire le
cause dell’attuale catastrofica
situazione dell’ex URSS all’arretratezza
atavica della società russa, agli
errori, ai limiti della transizione al
socialismo, “incompiuta”, secondo alcuni
di loro o addirittura mai realizzata,
secondo altri. Essi stabiliscono cioè
una continuità, tra il prima e il dopo
XX Congresso, invece di individuare in
esso un punto di rottura della linea
politica difesa dalla Direzione del
Partito sotto la guida di Lenin e di
Stalin attraverso aspre lotte, linea
politica che ha permesso lo
straordinario sviluppo dell’Unione
Sovietica nel campo economico, politico
e culturale e la sua vittoria sul
nazismo. Nella loro concezione
evoluzionistica, essi negano di fatto
l’esistenza della lotta di classe
durante il socialismo, lo scontro tra le
due vie, tra le due opposte concezioni,
teoria che ha trovato la sua forma più
compiuta nell’elaborazione di Mao Zedong,
grazie anche alla lezione
dell’esperienza dell’Unione Sovietica.
La
sconfitta del revisionismo
La storia
ha decretato la sconfitta del
revisionismo moderno. Ha decretato la
sconfitta dei revisionisti (cioè della
nuova borghesia) installatisi al potere
nei paesi ex socialisti, nei quali si è
dimostrata l’impossibilità di restaurare
il capitalismo per via pacifica, senza
provocare il disastro politico,
economico e sociale in cui sono
sprofondate le loro popolazioni. Ha
decretato la sconfitta dei revisionisti
alla guida dei partiti comunisti nei
paesi capitalisti. Malgrado il loro peso
numerico e la loro influenza nella
società, si è dimostrata l’impossibilità
del passaggio al socialismo “per via
parlamentare e pacifica” e non solo, con
l’accentuarsi della crisi economica
generale del capitalismo che ha esaurito
la fase dello sviluppo produttivo delle
imprese (il boom economico del
dopoguerra), si sono chiuse le strade
riformiste per l’ottenimento di
concessioni economiche e sociali per i
lavoratori. Per questi ultimi si è
verificata, al contrario, la perdita
delle principali conquiste strappate
alla borghesia capitalista.
La nostra
epoca quindi ha sancito non la sconfitta
del comunismo, come viene proclamato ai
quattro venti, ma il fallimento
definitivo del revisionismo moderno.
Concetto
basilare, sostenuto da Ludo Martens
nella sua introduzione e ribadito nel
suo libro, dove si dimostra come le
posizioni delle forze revisioniste, che
hanno preso il potere in Unione
Sovietica dopo la morte di Stalin,
vengano da lontano, discendano da quelle
del vecchio revisionismo dei Bernstein e
dei Kautsky e siano le stesse sostenute
dalle correnti socialdemocratiche e
mensceviche che hanno avversato le idee
e la pratica politica di Lenin, prima e
durante la Rivoluzione d’Ottobre. Sono
le stesse idee che, dopo la vittoria di
questa, sotto le varie forme
dell’opposizione di destra (buchariniani,
zinov’evisti) e di pseudo-sinistra (trockijsti,
socialisti-rivoluzionari) hanno
reiteratamente tentato di deviare dalla
giusta strada le scelte politiche del
Partito Bolscevico, l’esercizio del
potere proletario nella Repubblica
socialista sovietica, e la costruzione
del socialismo negli anni Venti e Trenta
Un invito
ai lettori più giovani
Qui ci
sembra opportuno aprire una parentesi
rivolta ai nostri lettori, specialmente
ai più giovani, per invitarli a non
respingere con un senso di fastidio
quelle che possono sembrar loro noiose
diatribe tra personaggi del passato. Il
loro rifiuto deriva dal disinteresse e
spesso dal disgusto che essi giustamente
provano nei confronti del “teatrino
della politica”, sul palcoscenico del
quale si agitano, in polemica tra loro,
i soliti personaggi, mossi da interessi
personali, di parte o da esigenze
elettorali. Personaggi e polemiche che
appaiono anni luce distanti dai bisogni,
sentimenti e aspirazioni della
stragrande maggioranza della
popolazione. Questa estraneità nei
confronti della “politica” è la
conseguenza del fatto che, negli Stati
ad ordinamento democratico borghese, le
ferree leggi insite nella natura (nel
modo di produzione) del sistema
capitalista nazionale ed internazionale
pongono limiti e vincoli invalicabili
all’agire delle forze politiche, sia
governative che parlamentari, comprese
quelle delegate a rappresentare gli
interessi dei lavoratori e delle masse
popolari. La componente parlamentare di
“sinistra” nei paesi capitalisti è
quindi stretta nella morsa tra
l’opportunistica collaborazione e la
sterile opposizione nei confronti dei
cosiddetti “poteri forti”.
Profondamente diversa è l’importanza
delle lotte ideologiche, dei contrasti e
degli scontri politici di cui ci stiamo
occupando. Si tratta del confronto di
teorie che si materializzano nel
movimento rivoluzionario delle masse e
che ne condizionano il cammino. In un
contesto rivoluzionario e di esercizio
del potere proletario è determinante che
prevalga una teoria o l’altra, che si
imbocchi l’una o l’altra via.
I due
capitoli del libro che presentiamo,
dedicati all’industrializzazione e alla
collettivizzazione in Unione Sovietica
negli anni Trenta fanno comprendere il
senso di questi contrasti, innervati
nella realtà di classe e nello scontro
tra le classi. I nostri giovani lettori
capiranno allora che quelle che
consideravano vane diatribe tra
personaggi in gara per il potere sono in
realtà lo specchio, sul piano teorico,
dei diversi e spesso opposti interessi
delle classi di cui gli individui
(soprattutto interni alla direzione del
Partito e dello Stato) sono,
consapevolmente o no, i rappresentanti e
che il prevalere dell’una o dell’altra
posizione politica, dell’una o
dell’altra concezione del mondo è di
interesse vitale per l’una o l’altra
classe.
Per questo
motivo li invitiamo ad una lettura
particolarmente attenta dei suddetti
capitoli. Essi riguardano l’arco di
tempo successivo alla ricostruzione, il
periodo dell’attuazione del primo piano
quinquennale, della realizzazione delle
grandi infrastrutture, base
indispensabile dello sviluppo
industriale, del ritmo accelerato
impresso allo sviluppo dell’industria e
del primo movimento di massa dei
contadini verso l’agricoltura
collettiva.
Nel suo
discorso per il XII anniversario della
Rivoluzione d’Ottobre, Stalin disse:
«L’anno
trascorso ha dimostrato che, malgrado il
blocco finanziario, ammesso o nascosto,
dell’URSS, noi non ci siamo consegnati
alla mercé dei capitalisti, e che noi
abbiamo risolto con successo, con le
nostre proprie forze, i problemi
dell’accumulazione, gettato le basi
dell’industria pesante. È ciò che ormai
non possono negare anche i nemici
giurati della classe operaia.»
Ed ecco
come descrive questa svolta decisiva
dell’economia sovietica l’insigne
economista di Cambridge Maurice Dobb:
«La
situazione che l’economia sovietica
aveva raggiunto era caratteristica di
una di quelle fasi cruciali del processo
storico nelle quali, qualora si voglia
andare avanti, rapidamente o no, lungo
una determinata linea di sviluppo,
bisogna farlo nell’impeto di uno slancio
iniziale; in questi momenti le forze
d’inerzia che si sono accumulate e
cristallizzate nel corso di un’intera
epoca storica devono essere superate
dall’urto di questo improvviso
movimento; altrimenti esse ritarderanno
e devieranno il corso del movimento
stesso per molti decenni. In quel
momento il processo di escavazione deve
lasciare il passo a un assalto
improvviso e subitaneo.» Il 1929 segnava
infatti la fine del periodo 1926-1929
nel quale si erano dovute superare le
principali difficoltà relative
all’accumulazione in un paese che non
poteva evidentemente contare sullo
sfruttamento delle colonie, fonte
principale dell’accumulazione primaria
dei paesi capitalisti, né su prestiti a
lungo termine da parte di questi o del
sistema bancario mondiale. Inoltre
quegli anni, come già detto, erano stati
segnati da aspre lotte di classe nella
società e dal loro riflesso all’interno
del Partito, che aveva dovuto combattere
contro le posizioni capitolarde del
blocco trockijsta-zinov’evista e le
posizioni opportunistiche della destra
buchariniana. Il sostegno determinante
al Partito era venuto dalla classe
operaia. Dai lavoratori d’assalto: gli
udarniki e gli stachanovisti, i quali,
nell’agricoltura e nell’industria, si
erano impegnati nell’emulazione
socialista e che, con il loro slancio e
il loro entusiasmo, avevano sostenuto il
titanico sforzo.
Abbiamo
ritenuto importante richiamare
l’attenzione dei nostri lettori sul
contenuto di questi capitoli, per la
completezza e la complessità del vasto
affresco, con le sue luci e le sue
ombre, attraverso cui l’autore dipinge
l’epica impresa della trasformazione di
un paese arretrato, la cui economia era
essenzialmente basata su un’agricoltura
frammentata e primitiva, su un’industria
sottosviluppata, priva di tecnologie
moderne, di un paese ricco di risorse
energetiche, ma privo di capitali e
infrastrutture per poterle sfruttare, in
un paese industrialmente avanzato. In
questi capitoli è puntualmente descritta
quella che chiamiamo fase di transizione
di una società socialista, cioè del
passaggio dalla società capitalista alla
società comunista. In essi, con il
metodo marxista del materialismo
dialettico, si illustra l’essenza di
questa fase, non lineare e pacifica, ma
segnata da dure lotte di classe nella
società e all’interno del Partito, da
aspre contrapposizioni tra
inconciliabili concezioni teoriche e
politiche. Dalla lettura di queste
pagine si ricava un resoconto puntuale e
non agiografico della realtà. Si mettono
in rilievo, da un lato, la
partecipazione entusiasta della classe
operaia e dei contadini poveri, ma anche
le contraddizioni al suo interno: i
volontarismi, gli eccessi, i ritardi,
gli errori e le relative rettifiche, lo
spontaneismo delle masse e il ruolo di
direzione del Partito. E, dal lato
opposto dello schieramento di classe, si
evidenziano i sabotaggi, i delitti, la
corruzione, il formalismo e
l’inefficienza. Ci viene offerta cioè la
descrizione “sul campo” di una fase in
cui sono presenti sia i “germi di
comunismo”, come li chiamava Lenin, che
le tare della vecchia società
capitalista. Nel quadro delle
contraddizioni tra i nuovi e i vecchi
rapporti di produzione, viene messa in
risalto l’accanita resistenza della
borghesia che non vuole morire e che -
con le armi, gli intrighi, puntando
sull’ignoranza, sulla forza delle
abitudini, sui pregiudizi e sulle
superstizioni delle masse più arretrate
- cerca di soffocare lo sviluppo
economico, sociale e morale della nuova
società che nasce, ancora imperfetta, ma
che prelude alla società comunista.
Nei
capitoli dedicati al “genocidio della
collettivizzazione” e a “l’olocausto
degli Ucraini”, Ludo Martens affronta
due temi, che furono e sono il cavallo
di battaglia della propaganda della
borghesia imperialista e di quella
revisionista per descrivere gli “orrori”
del comunismo ed in particolare del
“terrore” staliniano. Con un paziente e
puntuale lavoro di ricerca delle fonti e
delle testimonianze, l’autore smonta le
operazioni di intossicazione
dell’informazione e ne svela i
meccanismi perversi. Una tra tutte, a
mo’ di esempio, la montatura riguardante
la carestia degli anni 1931-32 per mezzo
della quale Stalin (c’è sempre una
personalizzazione in queste accuse)
avrebbe volontariamente sterminato gli
Ucraini. Si legga (alle pp. 141-143)
l’ignobile vicenda di un falso reportage
di un falso giornalista e dell’uso
truffaldino delle immagini della
carestia del 1921-22.
Già allora
quella sciagura, che aveva colpito la
giovane Repubblica sovietica russa, era
stata addebitata al “fallimento” del
socialismo, come ricorda Lenin: «... Poi
abbiamo avuto la carestia. E questa per
i contadini è stata la prova più dura. È
ben naturale che allora tutti all’estero
gridassero: “Eccoli, i risultati
dell’economia socialista!”. Ed è del
tutto naturale che essi tacessero che la
carestia, in realtà, era un orribile
risultato della guerra civile.»
È del
tutto naturale che il nemico ci
attacchi, ma non possiamo esimerci
dall’alzare la nostra voce per
ristabilire la verità. Puntigliosamente
e scientificamente l’autore dimostra la
falsità delle cifre sparate dai
detrattori professionali del socialismo,
del genere di Robert Conquest, denuncia
le origini naziste della propaganda
anticomunista maccartista (nel secondo
dopoguerra, gli USA raccolsero il
testimone della propaganda nazista),
ridimensiona il numero dei kulaki
fucilati in seguito alle condanne per
atti di terrorismo nelle campagne e dei
morti in conseguenza della deportazione
nei campi di lavoro. Per quanto riguarda
il “genocidio” degli Ucraini, dimostra
come i dati statistici possano essere
manipolati, applicando lo stesso metodo
alle variazioni della popolazione in una
provincia del Canada (p. 148). Infine
rivela la vera origine della carestia
del biennio 1931-1932, dovuta a cause
naturali (siccità) e a nuove difficoltà
nel processo di collettivizzazione.
Carestia che peraltro fu affrontata con
grande efficienza e con un sollecito
aiuto alle popolazioni colpite, da parte
del governo sovietico che disponeva di
ben altre risorse rispetto al 1921.
http://www.pasti.org/stalin11.html
http://www.facebook.com/groups/161542447270131/189684224455953/#!/notes/giuseppina-ficarra/la-nostra-epoca-ha-sancito-non-la-sconfitta-del-comunismo-ma-il-fallimento-defin/10150446109959605
vedere
anche: Intervento di Aldo Bernardini
alla presentazione del libro di Martens
a Roma il 7 novembre 2005
http://www.pasti.org/bernar27.html
Lenin e la democrazia Lettere agli operai d’Europa e d’America
Lenin e la democrazia
Lettere agli operai d’Europa e
d’America
Lasciate che i pedanti o
coloro che sono inguaribilmente
imbevuti di pregiudizi democratici
borghesi o parlamentaristici
scuotano la testa, perplessi,
davanti ai nostri Soviet,
indugiando, per esempio,
sull'assenza di elezioni dirette!
…..
Il parlamento borghese, sia
pure il più democratico nella
repubblica più democratica, nella
quale permanga la proprietà dei
capitalisti e il loro potere, è la
macchina di cui un pugno di
sfruttatori si serve per schiacciare
milioni di lavoratori. I socialisti,
lottando per emancipare i lavoratori
dallo sfruttamento, hanno dovuto
utilizzare i parlamenti borghesi,
come una tribuna, come una delle
basi per la propaganda, per
l'agitazione, per l'organizzazione,
fino a che la nostra lotta è
rimasta entro i limiti del regime
borghese. Ma oggi che la storia
mondiale ha posto all'ordine del
giorno il compito di distruggere
tutto questo regime, di abbattere e
schiacciare gli sfruttatori, di
passare dal capitalismo al
socialismo, oggi, limitarsi al
parlamentarismo borghese, alla
democrazia borghese, abbellire
questa democrazia come "democrazia"
in generale, celarne il carattere
borghese, dimenticare che
il suffragio universale, sino a che
perdura la proprietà dei
capitalisti, è solo una delle armi
dello Stato borghese, significa
tradire vergognosamente il
proletariato, passare dalla parte
del suo nemico di classe, dalla
parte della borghesia, significa
essere un traditore e un rinnegato.
(n.d.r. dedicato a chi
pensava "che era un obbiettivo
legittimo costruire, da parte di
soggetti terzi, diversi dal popolo
libico, una Libia
“democratica”", ignorando
volutamente l'esistenza della
Jamahirya libica della quale si
poteva e si doveva parlare,
anche per evidenziarne aspetti
positivi. Dedicato a chi anche a
sinistra ha manifestato a Roma sotto
la bandiera del re Idris)
Lettera agli operai
d'Europa e d'America
Pubblicato il 24 gennaio
1919 sull'Izvestia n° 16 e
sulla Pravda n° 16
http://www.marxists.org/italiano/lenin/1919/americani/americani.htm#p2 -
Lettera agli operai
americani
Pravda n° 178, 22
agosto 1918.
A PROPOSITO DI NON VIOLENZA
http://www.facebook.com/#!/notes/giuseppina-ficarra/a-proposito-di-non-violenza/10150469691989605
_______________________
Da Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal
mito
Laterza (Biblioteca Universale Laterza 635), Roma-Bari 2010, pp. 287, € 22,00
[ISBN 978-88-420-9246-9]
Recensione di Maurizio Brignoli – 02/01/2011
Filosofia
politica
Se per tutto un periodo storico la critica della violenza si è
intrecciata alla critica dell'espansionismo coloniale,
oggi "la proclamazione dell'ideale della non-violenza va di pari passo con la
celebrazione dell'Occidente, che si erge a custode della coscienza morale
dell'umanità e si ritiene pertanto autorizzato a scatenare destabilizzazioni e
colpi di Stato, nonché embarghi e guerre 'umanitarie', in ogni angolo del mondo"
(pp. 239-40).
Sul tema della violenza tre 'grandi narrazioni' si sono scontrate
nel corso del novecento: l'intervento degli Usa nella prima guerra mondiale come
strumento per la diffusione universale della democrazia e la realizzazione della
pace perpetua secondo la dottrina di Wilson; l'abbattimento rivoluzionario
dell'imperialismo che avrebbe posto fine alle guerre teorizzato da Lenin; la
creazione di un mondo privo di violenza a partire dal trionfo del principio
morale e religioso proclamato da Gandhi. Oggi, secondo Losurdo, l'unica 'grande
narrazione' ancora vitale sul piano politico, capace al contempo di utilizzare
il tema di Gandhi in funzione completamente subordinata, è quella di Wilson. Con
la sconfitta della rivoluzione francese e poi di quella d'ottobre si è
verificato un fenomeno di riduzione dell''universalità', ristretta oggi
all'ideologia della missione imperiale. La categoria di 'nazione eletta da Dio'
che caratterizza l'ideologia imperiale statunitense non è però
universalizzabile. (Puoi leggere tutto l'articolo qui: http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2011-02/losurdo.htm)
Dall'intervento
di Fausto Bertinotti
(prima della grande svolta!!!!) a
Venezia il 13 dicembre 2003 in occasione del
Convegno sul problema storico e politico delle Foibe
(http://www.spazioamico.it/terrorismo%20scheda%201.htm)
Raniero La Valle Roma, 9 gennaio 2004 da "Liberazione"
La guerra è sempre stata un orrore. Ma perché oggi apre una crisi
di civiltà e può risolversi in catastrofe? Perché la guerra oggi è rimasta
prerogativa di una parte sola, anzi di una sola potenza. Gli Stati Uniti, per
stabilire la loro sovranità universale, si sono riappropriati della guerra, ma
nello stesso tempo l'hanno resa a tutti gli altri impossibile. Creando e
gloriandosi di avere una potenza militare senza pari e quale mai si è avuta
nella storia, inventandosi una guerra dove si dovrebbe morire da una parte sola,
affidandosi ad armi intelligenti e maneggiate da lontano, e sprigionando una
superiorità schiacciante su qualsiasi avversario, hanno reso la guerra,
fatto di per sé essenzialmente dialettico,
per chiunque altro impossibile. Chi osa resistere loro in guerra fa la fine
della Yugoslavia, dell'Afghanistan, dell'Iraq. Le sole guerre che sono ancora
possibili sono quelle tra poveracci, le cosiddette guerre dimenticate. Ma con
l'America non c'è partita, se la partita è la guerra.
E allora se la guerra è stata resa impossibile, il suo surrogato
è il terrorismo. Non potendo ricorrere al terrorismo principale, che è la
guerra, che si combatte con armi pubbliche (publicorum armorum contentio), si
ricorre al terrorismo secondario, che si combatte con "armi private". Il
terrorismo è la guerra degli sconfitti, che non vogliono continuare ad essere
sconfitti, e che sperano di non essere più oltre sconfitti.
La
svolta:
"Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti
antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito
europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di
partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti.
Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo
il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del
2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa
Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.
A
firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso
Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che
non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo,
ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo».
Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della
Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di
gennaio.(http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_della_Rifondazione_Comunista)
Come ho ricordato
altrove oggi
Liberazione non usa più ricordare la Rivoluzione d‘ottobre.
Inoltre nel documento approvato dell'VIII congresso di
Rifondazione comunista nessun riferimento a Marx,
Lenin e neanche
alla rivoluzione d'ottobre (*).
Tutto in nome della non violenza???!!!! vedi anche
La “svolta non-violenta” del PRC
Da L'ERNESTO
La
non-violenza e le sue astratte
agiografie dal «Piccolo gioco» del PRC al «Grande gioco» internazionale
La
“svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne di Leonardo
Pegoraro
Nel corso
degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in
particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena
ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire
dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno
sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC
si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta”
non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad
hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San
Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”.
Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze
interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a
promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse
posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.
In questa
sede molti compagni sollevarono anzitutto un problema di metodo, in relazione al
fatto che il convegno di San Servolo era stato organizzato “a senso unico” e
aveva volutamente rifiutato un confronto tra tesi diverse3. Misero poi in luce
la confusione derivante da un continuo cambiamento dell’oggetto del dibattito
che, a seconda dell’esigenza della polemica, passava da un’assolutizzazione nel
tempo e nello spazio dell’ideologia e della pratica non-violente a
«considerazioni politiche abbastanza ovvie sulla necessità di rifiutare l’uso
della violenza “qui ed ora”». Il tutto accompagnato da un confuso intreccio tra
il tema della violenza e quello del potere, come se l’una coincidesse
automaticamente con l’altro e viceversa4.
Ma a
risultare, se possibile, ancora più oscuro e surreale era l’urgenza con cui la
maggioranza del PRC voleva imprimere al partito questa “innovazione” culturale,
come se in Occidente fosse all’ordine del giorno la presa del “Palazzo
d’inverno” da parte degli oppressi. E rivendicando oltretutto «come originali»
risultati che in realtà erano stati «da tempo acquisiti» e «come proprie
pensate» temi che erano ormai «a dir poco classici», da tempo ampiamente
metabolizzati «dalla cultura del movimento operaio» grazie anche alla preziosa
lezione gramsciana5.
Al convegno de l'Ernesto, l’urgenza di questa “svolta”
ideologica veniva così interpretata da molti interventi come il frutto di una
strumentale esigenza politica: la maggioranza bertinottiana stava cercando di
operare da un lato un «aggiustamento della collocazione» del partito rispetto al
movimento no global e, dall’altro, di lanciare ai settori moderati del paese un
visibile segnale di «omologazione», «in vista di un accordo organico di governo
nel 2006» (con la conseguente integrazione subalterna del partito nell’Ulivo).
Finalità tattiche, queste, che avrebbero però potuto sconfinare sul piano della
dimensione strategica, con il rischio di aprire la strada ad un cambiamento
genetico del partito e, di conseguenza, ad una «nuova identità, con tutto ciò
che ne deriva in termini di interlocutori sociali, modalità di lotta politica e
retroterra culturale». Un’identità politica non più volta a un radicale
superamento del capitalismo ma compatibilmente volta, tutt’al più, a
contrastarne gli effetti, per così dire, più «odiosi» e selvaggi6. Insomma,
questa “innovazione” si preannunciava come una tappa fondamentale di un
(forzato) processo di decomunistizzazione in atto nel PRC ad opera della sua
stessa maggioranza.
Due
diverse scuole di pensiero a confronto: idealismo vs. materialismo storico
CONTINUA
vedi anche qui
http://domenicolosurdo.blogspot.com/2010/11/una-recensione-della-non-violenza.html
http://www.sinistrainrete.info/archivio-documenti/1110-leonardo-pegoraro-la-non-violenza-e-le-sue-astratte-agiografie-dal-lpiccolo-giocor-del-prc-al-lgrande-giocor-internazionale
(*)
Lo Leggio Salvatore
la Rivoluzione d'Ottobre
fu una tra le meno violente della storia. La violenza venne dopo: soprattutto
dai Bianchi, in parte consistente mercenari stranieri, e dal loro terrore
anticomunista. L'Armata Rossa condusse una guerra eminentemente difensiva.